Un missionario apostolo degli emigrati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/09/1898

Un missionario apostolo degli emigrati

«La Stampa», 9 settembre 1898[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 89-92

 

 

Alcuni giorni or sono ebbi la fortuna di conoscere uno dei già vani sacerdoti più intelligenti, ed entusiasti del nostro paese. Il nome di don Pietro Maldotti, notissimo a Genova e nel Brasile per la apostolica opera di tutela degli italiani emigranti, è ancora pressoché ignorato a Torino e nel Piemonte; mi parve perciò cosa opportuna ripetere oggi ai lettori della «Stampa» le notizie e le informazioni attinte dalla sua bocca, scusandomi se per colpa mia l’opera ed il pensiero dell’apostolo degli emigranti non saranno descritti con precisione e fedeltà.

 

 

A monsignor Scalabrini, vescovo di Piacenza, si deve l’Associazione di patronato per l’emigrazione italiana. Da sette od otto anni l’Associazione di patronato esiste in Italia, e, benché abbia sollevato intorno a sé poco rumore e le manchino gli abbondanti soccorsi della pubblica carità che in Germania rendono potente la Raphaëls-Verein, ha saputo curare molte piaghe e lenire molti dolori della povera ignorante emigrazione italiana.

 

 

Fornire sicure informazioni ed opportuno indirizzo agli emigranti, curarli durante il viaggio, sorreggerne i primi passi nei paesi d’arrivo diversi di lingua e di costumi: ecco lo scopo nobilissimo della Società italiana di San Raffaele per la protezione degli emigranti. Ben presto il venerando e benemerito vescovo piacentino si accorse che i suoi sforzi sarebbero riesciti vani ove sul porto di Genova, donde salpano ogni anno 120 mila emigranti, un missionario infiammato di vivo zelo apostolico non avesse vigilato a reprimere gli abusi di cui sono vittime i disgraziati emigranti; ed il 2 agosto 1894 inviava colà un giovane sacerdote trentenne della diocesi piacentina, privo di mezzi pecuniari, ignaro del dialetto genovese e colla missione generica di far del bene agli emigranti.

 

 

Dire il modo con cui don Maldotti non solo riuscì a mantenersi insieme con un compagno missionario, un bravo sacerdote valdostano, capitato per caso a Genova e fermato dal Maldotti colla promessa di sacrifizi continui, ma poté anche soccorrere di cibo, vesti, abitazioni e denaro torme di emigranti è un segreto spiegabile solo coi miracoli compiuti dallo zelo ardente ed entusiasta dei veri apostoli.

 

 

Per fortuna il missionario del porto di Genova unisce alla fede nella possibilità di compiere il dovere da lui propostosi anche una buona dose di coraggio fisico; ché in mezzo ai subagenti di emigrazione, ai fattorini, ai tavernieri pullulanti nel porto a suggere il sangue degli emigranti, al don Maldotti toccò più spesso l’occasione di difendere coi pugni e colle grida le sbigottite sue pecore che non di edificarle con messe e benedizioni. E che i nostri emigranti abbiano bisogno di difensori pugnaci si scorge dalle cose viste con sorpresa e con indignazione dal focoso sacerdote.

 

 

La legge vigente sull’emigrazione del 1888 riconosce e quasi favorisce legalmente la classe degli agenti e subagenti di emigrazione con cauzione fruttifera, ma senza alcuna reale responsabilità. L’effetto della nuova legge fu immediato. Spostati, analfabeti, truffatori di ogni fatta, riusciti a strappare dalle prefetture ventimila patenti di agente e subagente, si sbandarono per le campagne italiane a fare propaganda presso gli ignoranti contadini, allettandoli con fallaci promesse verso le plaghe più inospiti del Brasile, i cui governanti ad alta voce chiedevano braccia umane a surrogare gli schiavi redenti, fuggiti nei boschi o nelle città!

 

 

Ogni genere di truffe fu commesso in spregio della legge; si facevano pagare i noli a coloro che avevano diritto al passaggio gratuito pel Brasile; si speculava sui treni speciali; sulle spese impreviste, sull’albergo, con relativo fattorino, facchino, liquorista a Genova. Sistematicamente gli agenti, per ispolpare con più agio gli emigranti, li spedivano a Genova una settimana prima dell’imbarco e li indirizzavano a quei tavernieri che loro promettevano una più lauta percentuale sugli utili. Da vent’anni a Genova durava lo spettacolo delle pubbliche strade e delle chiese piene di gruppi di disgraziati emigranti, affamati, seminudi o tremanti di freddo, in balia di una banda avida di danari. Negli alberghi centinaia di famiglie si vedevano sdraiate promiscuamente sull’umido pavimento o sui sacchi o sulle panche, in lunghi stanzoni, in sotterranei o soffitte miserabili, senz’aria e senza luce, non solo di notte, ma anche di giorno. Le derrate, vendute a prezzi favolosi non sfamavano mai gli infelici.

 

 

I cambiavalute davano monete false od esigevano grosse usure.«Era un ingranaggio turpe di infamie, di cui solo può formarsi un concetto chi vide e studiò l’ambiente; l’agente, il subagente, il fattorino, il facchino, il liquorista, il cambiavalute, il taverniere esigevano – esclamava inorridito il Maldotti – fino il sangue e l’onore delle loro vittime, perché avevano da pagare e da contentare alla loro volta un’altra turba di vampiri e sottovampiri, grossi e piccoli, che procuravano i clienti; sicché, a tutti i costi, dalle vene isterilite di quegli infelici doveva uscire sangue e poi sangue per tutti».

 

 

Contro questi sfruttamenti ed altre infamie innominabili il missionario lottò a lungo coll’aiuto dell’ispettore di pubblica sicurezza del porto, Nicola Malnate, rara avis di funzionario, da diciotto anni consacrato alla tutela degli emigranti con amore vero non burocratico. Finalmente riuscì a far adottare una norma che costringe le compagnie e gli agenti a chiamare a Genova gli emigranti la vigilia della partenza e ad alloggiarli e nutrirli gratuitamente fino al momento dell’imbarco.

 

 

Vi si aggiungano, gli sforzi compiuti, con numerosi processi davanti le preture ed i tribunali, per far rispettare i diritti della povera gente, per costringere gli sfruttatori a restituire le somme rubate; la propaganda intesa a fondare e fornire una specie di guardaroba destinata a raccogliere indumenti per gli emigranti più bisognosi specie per i bambini, grazie della quale in meno di un anno si distribuirono più di duemila capi di vestiario tra nuovi ed usati; due viaggi compiuti nel 1896 e nel 1897 in tutti gli stati del Brasile affine di vedere coi proprii occhi la sorte degli emigranti in quell’immenso paese, scernere i luoghi più adatti agli emigranti italiani, sottrarli alle regioni dove prevalgono il cottimo e la mezzadria, favorevoli solo ai grandi piantatori di caffè, ed avviarli nei paesi sani a tipo di colonie libere di proprietari indipendenti, tutti italiani e non misti di brasiliani o neri, e si avrà una idea del lavoro continuo, indefesso e quasi sovrumano del missionario del porto di Genova.

 

 

Era bello sentire dalla bocca del sacerdote di Cristo la narrazione delle lotte combattute laggiù nella terra, dove troppo spesso infieriscono la febbre gialla ed il vomito nero, affine di mantenere vivo e saldo l’affetto alla patria lontana, della commozione intensa suscitata nell’animo suo alla vista dei coloni italiani accorrenti al suono della marcia reale, della propaganda fatta per sottrarre gli emigranti alle colonie miste od alle piantagioni di proprietari brasiliani per avviarli alle terre esclusivamente abitate da italiani, rimasti tali per opera dei missionari della congregazione del vescovo Scalabrini.

 

 

È consolante riflettere come da un clero tenacemente estraneo alla vita pubblica sia uscito un missionario i cui concetti, zampillanti dalla visione continua della triste realtà, formano la base del nuovo progetto di legge sulla emigrazione, destinato, se pure il parlamento troverà il tempo di discuterlo e resisterà alla voglia di sfigurarlo per correre dietro a fisime astratte, a reprimere le piaghe più acute ancora sanguinanti nella nostra emigrazione.

 

 

Vorrei che le poche righe ora scritte invogliassero i lettori della «Stampa» ad accorrere numerosi alle conferenze che verso la fine di settembre saranno tenute a Torino dall’on. Boselli, dal vescovo Scalabrini, dal missionario Maldotti e dall’ispettore Malnate intorno all’emigrazione, che è il più gran problema sociale dell’Italia contemporanea.

 

 

Sono convinto che gli ascoltatori di queste conferenze, dette da uomini che hanno fatto scopo della loro vita il bene degli altri, non rimarranno solo sterilmente commossi, ma vorranno mettere Torino ed il Piemonte a capo delle città e delle regioni italiane che contribuiscono a sorreggere le istituzioni consacrate per iniziativa privata alla tutela degli emigranti.

 



[1]Con il titolo Per la tutela degli emigranti. Un apostolo missionario

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