Un nuovo programma della Lega Navale

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/05/1901

Un nuovo programma della Lega Navale

«La Stampa», 9 maggio 1901

 

 

 

È noto quale organismo potente di propaganda a favore della marina da guerra sia in Italia la Lega Navale. Sorta ad imitazione delle analoghe Leghe della Germania e dell’Inghilterra, la Lega Navale italiana seppe, in breve volgere di anni, stringere in un sol fascio decine di migliaia di soci e riunirne più di un migliaio, in non molti mesi, nella nostra Torino. Viene quindi naturale il chiedersi: Che cosa è e che cosa vuole codesta Lega? Se essa riuscisse nella sua diuturna propaganda, gli effetti per il bilancio dello Stato e per la prosperità del paese ne sarebbero lieti o tristi?

 

 

Il dubbio, sino a ieri, era legittimo, perché non a tutti sorrideva un programma di difesa navale che sarebbe costato molti e molti milioni al bilancio, che avrebbe forse fatto aumentare il debito pubblico per creare una forte marina da guerra, e che avrebbe forse spinto ad imprese espansioniste utili ad impiegare la marina da guerra una volta creata. Nè piaceva a molti l’atteggiamento favorevole assunto da alcuni membri della Lega a favore dei premii alla marina mercantile, perché non si vedeva in che modo lo sperpero dei denari dei contribuenti potesse giovare a rinvigorire i traffici ed a dare vita durevole e rigogliosa ad una marina mercantile ausiliaria alla marina da guerra.

 

 

Eran codesti dubbi e sospetti che scemavano il consenso agli intenti tutti di una Lega, che pur si proponeva l’ideale nobilissimo di contribuire a rendere l’Italia grande sul mare. Oggi si può ritenere che questi dubbi e queste incertezze abbiano perduto la loro ragione d’essere, se almeno i concetti che abbiamo sentiti esprimere in una conferenza tenuta qui in Torino per iniziativa della Lega navale sono o saranno adottati come concetti informatori dell’azione della Lega.

 

 

La conferenza è quella del tenente-colonnello Enrico Barone, professore alla Scuola di guerra, di cui abbiamo già dato il resoconto nel nostro giornale. E ci ritorniamo sopra in modo speciale, perché ci parve che essa segnasse un nuovo orientamento liberale di una Lega nota finora ai più per il suo carattere imperialista e protezionista. E ne parliamo anche perché, detta da un soldato, fu interamente consacrata a mettere in luce l’importanza del mare nella vita economica moderna e sovratutto per l’avvenire economico d’Italia; e ciò non coi soliti argomenti tratti fuori dalla dottrina del «dominio del mare», di cui così grande abuso si fece negli ultimi anni; ma con argomenti desunti da una viva e diretta conoscenza delle moderne condizioni economiche, fatto questo che non sorprenderà nessuno di quelli che sanno come nel tenente-colonnello Barone, al dotto insegnante di strategia, si accoppii l’economista noto per insigni contributi alla scienza economica, alla quale ha dato lavori che son citati con onore dai maggiori trattatisti italiani e stranieri della materia. Disse dunque il soldato-economista che il programma della Lega Navale è meritevole di essere accettato ed incoraggiato con simpatia pur da chi non sia animato da alcuna tendenza imperialista, pur da chi sia convinto che le fortune d’Italia debbano essere riposte in una politica non di avventure, ma di intenso lavoro, pur da chi abbia le tendenze economiche più liberali e contrarie ad ogni sorta di protezionismo ed anche al protezionismo marittimo.

 

 

La tesi venne dimostrata mettendo in luce come il mare abbia agito nelle epoche moderne come il grande livellatore del saggio d’interesse, dei salari e specialmente delle rendite terriere, le quali ultime dalla concorrenza transmarina furono costrette a diminuire fortemente con vantaggio grande dei salari e dei profitti. Assottigliando, corrodendo continuamente il reddito terriero ed ingigantendo quello della ricchezza mobiliare, il mare ha facilitato la vittoria delle borghesie produttrici sulle antiche oziose aristocrazie terriere.

 

 

Ma se il mare ha cagionato questa profonda crisi agricola nella vecchia Europa, esso addita ai paesi densamente popolati e con popolazione crescente, che se non vogliono perire, devono trasformarsi gradualmente in paesi industriali.

 

 

Né l’impresa è impossibile in Italia, sol che si guardi all’esempio della Germania odierna e delle Repubbliche italiane medioevali, che divennero grandi non in virtù della protezione e della situazione geografica privilegiata sul Mediterraneo, ma per virtù dei singoli e per mirabile bontà degli organismi che permisero di affrontare la lotta economica sulla base del più basso costo di produzione.

 

 

Ma non basta porsi in grado di produrre al più basso costo: è anche necessario un graduale e progressivo orientamento verso una politica economica liberale, specialmente con l’America Latina, ove una nuova e più grande Italia sta sorgendo spontaneamente. è tutto un armonico programma economico che il conferenziere svolse, di cui l’idea centrale è la concezione di un’Italia transatlantica – come egli, con frase meritevole di duratura fortuna, si compiacque chiamare l’America Latina – e di un’Italia cisatlantica scambianti liberamente i prodotti dell’agricoltura estensiva di quella coi prodotti dell’agricoltura intensiva e delle industrie di questa.

 

 

Da questi scambi intensificati, da questo ingigantirsi dei traffici di importazione e di esportazione nasce la necessità di una forte marina da guerra, la quale assicuri le vie del mare alle flotte mercantili e garantisca in pace ed in guerra le vettovaglie, il carbone e le materie prime alle popolazioni dell’Italia. Sarà lo svolgimento stesso dei traffici e della ricchezza che creerà una fiorente marina mercantile, ben più che non l’artificioso stimolo dei premi. E sarà la ricchezza cresciuta quella che permetterà di consacrare le somme necessarie alla costruzione di una flotta da guerra ad un costo ben minore di quello attuale della protezione concessa alla cerealicultura.

 

 

Dal pallido riassunto che ne abbiamo dato si vede come il discorso del colonnello Barone segni, ove sia accolto, una completa trasformazione del programma della Lega Navale.

 

 

Questa, spoglia di ogni tendenza imperialista che potrebbe sembrare in antitesi coi veri bisogni dell’Italia attuale; spoglia di ogni tendenza protezionista, che potrebbe sembrare il patrocinio degli interessi di questa o quella classe, deve proporsi lo scopo di rendere gli italiani forti e potenti sul mare, affinché la ricchezza del paese si accresca. L’incremento della marina da guerra non è più lo scopo principale della Lega e nemmanco viene più considerato come il mezzo per sviluppare i nostri traffici e la nostra ricchezza.

 

 

Ma è lo sviluppo libero dei traffici che bisogna fomentare colle virtù dell’intelletto e colla costanza dell’opera. Le navi da guerra verranno poi, come il mezzo più economico per difendere le ricchezze e tenere aperte le vie del commercio che noi avremo colla nostra iniziativa saputo aprire verso le altre parti del mondo, e specialmente verso l’Italia transatlantica.

 

 

Né il discorso di cui siamo venuti parlando è notevole solo come indice del capovolgimento degli scopi della Lega Navale, la quale viene messa in tal guisa su una base che la renderà più accetta a moltissimi, ma altresì come indizio della scissione che sta compiendosi fra gli interessi militari e gli interessi più o meno giustificabili dei gruppi sociali che vivono all’ombra della protezione governativa.

 

 

La Lega Navale diventa così l’alleata del popolo di imprenditori, di operai e di contadini che in Italia ed all’estero sudano e faticano per rendere prospera e ricca la nostra nazione.

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