Un precedente della tassa scambi od imposta sull’entrata: l’alcavala spagnola

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/03/1940

Un precedente della tassa scambi od imposta sull’entrata: l’alcavala spagnola

(Viaggiando tra i miei libri).

«Rivista di storia economica», V, n. 1, marzo 1940, pp. 22-34.

 

 

 

1. – A talun scolastico, quando apprese che cosa era la nuova imposta sull’entrata, andata in vigore in Italia addì 8 febbraio 1940, parve che essa non assumesse ad oggetto quella quantità economica che nel linguaggio ordinario dicesi “entrata” e che grosso modo coincide con il “reddito”. È l’entrata, dice Tommaseo, quella parte di prodotto che uno ottiene nell’anno, sia lavorando, sia prestando i mezzi che possiede perch’altri lavori. È vero che “entrata” si oppone ad “uscita” e quindi pare essere uguale alla somma dei valori che nell’anno entrano in cassa, anche se una parte di essa deve essere nuovamente spesa; ma pare ugualmente ovvio ai più che, quando si ragiona di entrate fuor della stanza del contabile, dove costui scrive a destra i valori che entrano ed a sinistra quelli che escono, entrata coincida più o meno con quel che si può spendere a proprio vantaggio. L’impiegato reputa l’entrata uguale al suo stipendio, l’operaio al salario, il professionista all’onorario, perché all’ingrosso, salvo alcune detrazioni per spesa, essi possono spendere a proprio vantaggio stipendio salario ed onorario. Ma il calzolaio non considera l’entrata sua uguale all’importo, a 50 lire l’una, delle cinque paia di scarpe che egli vende in media ogni giorno; ma a quello diverso e minore che resta a sue mani dopo aver soddisfatto le fatture delle suole e tomaie, i salari degli operai, il fitto della bottega e simiglianti spese. Tra gli esempi recati da Tommaseo, alcuno ve n’ha chiarissimo: “Spendo più, ch’io non ho d’entrata, 200 libbre di tornesi lo mese. – Chi non ha entrata, né mestiere e va a spasso, va all’ospedale passo passo. – Quelli nobili Atleti, che vinto avessero giuochi olimpii…. in vita loro per pubblica deliberazione vivono d’entrata”. Qui l’entrata è sinonimo di reddito netto. Talvolta il grande filologo è incerto: ammette che “Nell’entrata (degli stati) comprendonsi più immediatamente le spese che possono essere maggiori di quella; nella rendita si pensa d’ordinario qualcosa di netto”; ma poi definisce il “mettere a entrata” come un “considerar guadagno, per utile fatto”.

 

 

2. – A leggere la voce “Entrata” nel “Dizionario italiano storico ed amministrativo” di Giulio Rezasco, par di capire perché la parola che i più assumono come sinonimo di reddito netto sia venuta a significare nel linguaggio amministrativo quella intera quantità che nei bilanci si scrive sulla pagina sinistra ed è uguale al prodotto lordo riscosso dall’amministrazione. Egli è che le spese dello stato, a differenza di quelle di un industriale, sono prevalentemente spese di erogazione, compiute per provvedere al soddisfacimento dei bisogni pubblici; e solo la minor parte è formata da spese di produzione, che qui sono di esazione; laddove per l’industriale la maggior parte è di produzione e la minore di erogazione. Lo stato, il quale introiti 30 miliardi di lire, può spenderne solo 5 allo scopo di incassare i 30, sicché l’entrata lorda 30 non differisce troppo dall’entrata netta 25 e questa del resto è tutta spesa per la consecuzione dei fini suoi. Invece l’industriale, il quale abbia una entrata di 10 milioni dalle merci fatturate, è considerato prospero se, per aver quell’entrata, spende solo 9 milioni; rimanendo con un reddito netto di 1 milione. Nell’esperienza “pubblica” entrata lorda e netta quasi si identificano; e la spesa totale di produzione e di erogazione raramente è inferiore all’entrata e spesso la supera; sicché ideale appare il mero “bilancio” dell’una coll’altra: “Osservando, dice Foscarini nella Relaz. Cort. Sav., 1743, poi nessun ragguaglio correre fra l’entrate e le spese…. mise per tempo le due partite in bilancio col mezzo di nuove imposizioni”. Nell’esperienza “privata” invece appare ideale il supero dell’entrata sulla spesa ed è desiderata assai più l’entrata netta (reddito) che quella lorda; sicché ben pochi pensano a quest’ultima come a vera entrata.

 

 

3. – Perciò il mio scolastico chiedeva: o non sarebbe stato bene non mutar nome al tributo, mostrandolo quale esso in verità è; un ampliamento della nota ed acclimatata tassa scambi, con queste sole differenze che la nuova imposta colpisce un numero maggiore di merci e di servizi scambiati (sovratutto derrate agricole, servizi di abitazione o pigioni, e servizi personali od onorari) ed agli scambi fra produttori e commercianti aggiunge lo scambio finale fra l’ultimo commerciante e il consumatore? Non è forse l’imposta sull’entrata la vecchia tassa scambi, fatta universale o quasi?

 

 

4. – Qui un altro scolastico, non vocabolarista, ma lettore di trattati di finanza, interloquisce: no; se la tassa scambi è nota da più di un decennio, la sua figlia universalizzata è conosciuta da secoli. Chiamavasi “alcavala” ed ha resa famosa nella storia la finanza spagnuola. Ecco quanto si legge nel “Trattato” del Mac Culloch: “La Spagna, che ha avuto una non invidiabile preminenza in tutte le cattive cose, è il solo paese ove si sia trattato di raccogliere un reddito pubblico dal tassare tutti i trasferimenti di proprietà, sia che si facessero per vendita pubblica o per privata. L’Alcabala, dazio sulle vendite, in origine stabilita nel 1341, consisteva da principio in una tassa del 10 per cento ad valorem, poscia accresciuta sino al 14 per cento, su tutte le merci, grezze o manufatte, e doveva pagarsi tante volte, quante volte venivan vendute o permutate e sempre proporzionatamente al prezzo di vendita! E questo mostruoso balzello, che era da sé solo sufficiente per distruggere ogni commercio ed ogni industria, fu lasciato libero di spargere la sua ombra sopra la maggior parte del regno, fino all’invasione di Napoleone Primo (Biblioteca dell’economista, seconda serie, decimo vol., p. 179)”.

 

 

Se il quesito posto dal vocabolarista è di mera forma, il precedente spagnuolo ricordato dallo studente fresco di scuola pone a sua volta un problema storico: come un tributo bollato come mostruoso e distruttivo dal Mac Culloch ha potuto durare per cinque lunghi secoli? Apro qualcuno dei libri che stanno nel palchetto degli economisti spagnuoli e cerco non risposta, ma spunti utili a chi voglia dare una risposta, oggi forse suggestiva.

 

 

5. – Da dove fu tratto il curioso nome dato in Spagna all’imposta sugli scambi? Gallardo ricorda la leggenda che faceva derivare l’alcavala dalla abbreviazione di al, que, vala (qualcosa che vale) al par dell’imposta che hidalgos (signori) ed ecclesiastici non avrebbero dovuto pagare, ma in questa maniera, cadendo essa su cose e non su persone, anche essi erano chiamati a pagare. L’etimologia più probabile sembra però essere, secondo quest’autore, dalla parola ebraica cabala corrispondente suppergiù ad esazione o riscossione (Don Francisco Gallardo Fernandez, “Origen, progresos y estado de las rentas de la Corona de Espana, su gobierno y administracion”, Madrid, 1817, Primo Tomo, p. 142).

 

 

6. – La prima origine dell’alcavala risale al 1341, quando le Cortes radunate a Burgos concedettero al re Alfonso Undicesimo il diritto di riscuotere l’uno ogni venti del prezzo delle cose vendute, limitatamente però al circolo di Algesiras; ma poi anche le città di Leon ed il resto dei regni di Castiglia e di Leon concedettero al re l’un su venti, raddoppiato per le necessità della guerra, poi all’uno su dieci. Nel 1349 Toledo resisteva al balzello; ma poi vi consentì nelle cortes tenute nell’alcalà di Henares, quando il re fece palese le urgenze dell’assedio di Gibilterra. Nel 1455 fu decretato che anche i chierici pagassero la decima delle cose trasferite, sotto pena di esilio e di confisca. La sostanza del tributo stava in ciò che esso era generalissimo e non ammetteva esenzioni, privilegi, franchigie anche se concesse dal Re ed immemoriali, eccetto quando la franchigia fosse iscritta e sottoscritta dai tesorieri reali. Tutte le cose pagavano la decima ad ogni passaggio per compra-vendita; ed in caso di permuta pagavano amendue le cose scambiate, anche se non interveniva denaro, in ragione della stima fattane dal giudice. Se venditore è il Re, poiché il solo re è esente dall’alcavala, questa è ridotta alla metà e posta a carico del compratore. L’alcavala gravava non solo su merci e derrate, ma anche sui passaggi a titolo oneroso di beni capitali (case o fondi rustici). Gli “escribanos del numero” che dovevano registrare tutte le vendite ed i passaggi di proprietà di cose mobili od immobili ne dovevano dare comunicazione immediata agli esattori dell’alcavala; sotto pena del quattro per uno contro notai e contraenti che omettessero le denuncie o altrimenti tentassero frodare il fisco.

 

 

7. – Nonostante le regole generali, parecchie esenzioni finirono per essere accolte. I re cattolici Don Fernando e Donna Isabella concessero esenzione perpetua ad Antona Garcia, abitante della città di Toro, ai suoi figli e discendenti in perpetuo, in segno di riconoscimento del valore della eroica donna, che, postasi a capo di una squadra di lavoratori, si impadronì di taluni posti avanzati ed aprì le porte della città di Toro all’esercito dei re cattolici, guerreggianti contro il re del Portogallo; ma questi l’ebbe poi a tradimento e la mise a morte. Pare che col tempo i discendenti di Antona Garcia si fossero, per via di donne, moltiplicati oltre misura; sicché fu necessario ordinare che tutti essi godessero, se residenti entro le mura della città di Toro, franchigia dall’alcavala, illimitata per le merci e derrate da essi prodotte o lavorate, ma limitata al valore di 60.000 maravedis l’anno per le restanti merci che vendessero entro quelle mura medesime. L’esenzione per i discendenti della Garcia e per altri che avevano ottenuto specialissimo privilegio era insomma limitata alle cose comprate e vendute per disposizione del patrimonio proprio e per il fabbisogno delle loro persone e casate; non si estendeva alle cose di altra provenienza di cui facessero commercio. Ed era, in aggiunta, limitata all’imposta quale esisteva nel momento nel quale le varie franchigie erano state concesse. Fra le esenzioni oggettive, si notavano i libri, le armi, i cavalli, i falconi, il pane cotto.

 

 

8. – All’alcavala del decimo si aggiunsero quattro “uno per cento”, successivamente nel 1639, nel 1656 e nel 1663; sicché la tariffa risultò del 14 per cento. Ma poiché l’aggiunta era nuova ed era meno afflitta da esenzioni della prima alcavala, ed i proventi dei quattro “uno per cento” dovevano essere versati in altre casse, era consuetudine che il gettito complessivo del 14 per cento andasse diviso in cinque decimi all’alcavala e quattro decimi ai quattro “uno per cento”. L’alcavala non era generale a tutta la Spagna, che non era uno stato unitario, bensì un conglomerato di stati e provincie, ognuno dei quali retto da costituzioni e consuetudini proprie; bensì coi quattro “uno per cento”, apparteneva al ramo di entrate pubbliche detto delle “rendite provinciali” perché esigibili solo nelle provincie antiche di Castiglia e di Leon. Gli altri stati della corona spagnuola ne andavano esenti (Gallardo, passim, primo tomo, pp. 128 a 152).

 

 

9. – Uztariz spiega come poté durare un balzello che, giungendo al quattordici per cento del valore delle merci e dei servigi trasferiti, in sette trasferimenti avrebbe uguagliato il valore del bene trasferito: “Il diritto dell’alcavala non fu mai riscosso per intero, almeno dopo che esso è stato cresciuto dei quattro “uno per cento” e dei milioni [che erano accise o dazi particolari sul vino, sulle carni, sull’olio, sulle candele di sego e sul sapone]; anzi in generale se ne riscuote a malapena la metà[1]. La riscossione si fa in due modi, vale a dire in economia da parte della finanza regia ovvero per accordo d’abbonamento con ciascun luogo (comune) in ragione del commercio e dei guadagni dei suoi abitanti, nel qual caso il comune si obbliga a pagare la somma convenuta. È dunque in facoltà dei comuni venire o non ad un accordo; essendo essi sempre liberi di chiedere che la finanza amministri il tributo in economia, riscuotendolo soltanto in ragione delle vendite effettivamente compiute (Don Geronimo De Uztariz, “Theorica y practica de comercio y de marina”, tercera impression, Madrid, 1757, p. 39)”[2].

 

 

Dunque il balzello aveva finito per essere esatto, a scelta dei singoli comuni, volta per volta sul valore di ogni trasferimento ovvero per abbonamento. Probabilmente lo si lasciava gerire alla finanza nei luoghi nei quali, avendo l’economia carattere agricolo o pastorale, il commercio era nullo, i trasferimenti rari e l’occultamento facile; laddove non appena commercio e industria rendevano necessari e comodi i molteplici passaggi, i comuni ricorrevano all’abbonamento e, col pagare una data somma alla finanza, liberavano i cittadini dalle vessazioni maggiori.

 

 

10. – Nonostante i quali accomodamenti, non sempre facili, come si vedrà, a conciliare con l’interesse degli appaltatori, l’alcavala, con i suoi quattro centesimi, pesava assai sull’industria.

 

 

Gli scrittori del diciottesimo secolo sono particolarmente angustiati dalla decadenza dell’industria tessile, la quale avrebbe dovuto prosperare in Spagna per l’abbondanza della lana fornita dalle pecore pascolanti sui vasti altipiani della penisola.

 

 

“Avendo io, scrive Uztariz, con maturo esame, riflettuto sull’indole ed applicazione dei balzelli imposti sulle merci e derrate sia in Spagna come negli altri regni e stati, non ho visto che Francia, Inghilterra ed Olanda, nazioni le quali più comprendono la importanza del commercio, abbiano stabilito alcuna imposta in ragione della vendita e della permuta dei tessuti e degli altri manufatti, sia nel momento della prima che delle successive vendite. Solo la Spagna geme sotto un siffatto onere, nella eccessiva proporzione del dieci per cento per la primitiva alcavala, più il quattro per cento per i quattro “un per cento” aggiunti; diritti i quali debbono assolversi non solo ad occasione della prima vendita, ma di ciascuna vendita successiva. Credo che questa sia una delle cause principali le quali hanno cospirato alla distruzione della maggior parte delle nostre manifatture e dei nostri commerci. Sebbene in alcuni luoghi i diritti non si riscuotano per intero, sempre si paga molto; e ad essi aggiungendosi le accise per il servizio dei milioni, pure assai cresciute, e le accise ed aggiunte municipali, gravanti quasi tutte sui commestibili consumati dagli operai, facilmente si comprenderà come tutti codesti carichi facciano salire in modo esorbitante il prezzo dei nostri prodotti. Mancando, per questa causa, lo spaccio dentro e fuori del regno, vengono meno le manifatture nazionali; e fioriscono quelle dei forestieri, i quali importano le loro merci e ne vendono in abbondanza, a causa del buon mercato, dovuto alle minori imposte ed alla moderata dogana assolta all’introduzione in Spagna (Uztariz, pp. 320 – 21)”.

 

 

L’alcavala persuadeva invero i manifattori esteri ad importare i loro prodotti solo quando fossero giunti a finimento; ché, pur pagando il tributo sull’ultimo passaggio, essi risparmiavano così quelli che i manifattori spagnoli dovevano assolvere sui passaggi precedenti. Ad assicurare uguaglianza di trattamento fiscale sarebbe stato necessario che il dazio doganale sulla merce estera fosse fissato in un ammontare uguale a quello dell’alcavala risparmiata sui vari passaggi che la corrispondente merce interna avrebbe dovuto subire prima di essere recata allo stesso grado di finimento. Il calcolo non era facile e, dovendosi operar per medie, avrebbe in ogni modo dato luogo ad errori.

 

 

11. – Quanto fosse pesante il tributo, si vedeva confrontando la situazione dei paesi regi, nei quali l’alcavala era esatta abbastanza rigorosamente, con quella dei luoghi infeudati, dove i signori largheggiavano in franchigie: “La maggior parte delle fabbriche di panni di mezza qualità ed altri manufatti di lana, che ora prevalgono in Spagna, sono stabilite nei luoghi infeudati (en los Lugares de Senorios) dove i signori concedono, insieme con altri incoraggiamenti, moderazioni notabili nel diritto di prima vendita e talora la esenzione intiera. L’esempio e l’esperienza dei favorevoli effetti così ottenuti consiglia ad applicare il medesimo rimedio in tutti i luoghi direttamente amministrati dal re. Sebbene sia certo che in molti luoghi l’alcavala e gli “un per cento” si riscuotono con assai moderazione, vuole la nostra mala sorte nelle cose commerciali che là dove esistevano le migliori e più numerose manifatture di seta, come in Siviglia, Granata e altre città grandi, e dove perciò facevano d’uopo i maggiori aiuti per conservarle, ivi sono stati invece maggiormente perseguitati gli artigiani dal carico pesante dell’intiero quattordici per cento e degli aggiunti rigori. Dal che derivò la loro rovina (Uztariz; p. 321)”.

 

 

12. – Ulloa calcola che un artigiano, lavorando trecento giorni all’anno e tessendo quattro varas di panno al giorno, produca 1.200 varas all’anno: “Di esse 158 corrispondono al diritto di alcavala e relativi centesimi; ed al prezzo di otto reali la vara, valgono 1.264 reali. L’artigiano lavorando per proprio conto, non avendo trovato un mercante che gli facesse tessere le 1.200 varas di panno, ricavò in tutto un guadagno di un reale per vara.

 

 

Alla fine l’appaltatore dell’alcala pretende da lui tutto l’ammontare del suo guadagno, ed in più 64 reali, che egli dovrebbe cavare dal capitale. È chiaro che guadagnò di più colui che se ne stette ozioso e che in Spagna non conviene faticare”.

 

 

Ulloa non può non porsi il quesito: non potranno gli artigiani tessitori di panno includere nel prezzo di vendita delle 1.200 varas di panno insieme con i 1.200 reali di compenso del lavoro proprio, anche i 1.268 reali dell’alcavala anticipata all’appaltatore? Ma risponde di no, sia che l’artigiano venda a mercanti od a clienti diretti:

 

 

“Si dirà che egli venderà a maggior prezzo, guadagnando egli ciò che dovrebbe lucrare il mercante che gli avesse dato il filato a tessere a suo conto. Ciò però non può normalmente accadere. Infatti colui che dovrebbe comperare è il mercante medesimo il quale gli avrebbe dovuto dare il filato a tessere. Ma costui, quando voglia rivendere, non è esentato dal pagare un’altra alcavala solo perché ne abbia già rimborsata una all’artigiano che tessé il panno; né egli è obbligato a rinunciare a lucrare sul panno comperato la medesima somma che guadagna sul panno che fa tessere altrui.

 

 

Perciò egli non compererà panno dall’artigiano, abbondando, quanti gli occorrano, artigiani pronti a tessere a suo conto e disponendo egli di capitali. Né si può pretendere che l’artigiano, il quale ha già pagato l’alcavala, venda il panno non a pezze al mercante, bensì tagliato al banco ai privati clienti. Tanto fa chiedere che il tessitore abbandoni il telaio e si faccia mercante. Qualunque via si tenga, siffatti diritti sono nemici degli artigiani”.

 

 

L’Ulloa aveva visto il punto che faceva l’alcavala e fa le moderne tasse scambi od imposte sull’entrata fatali alla media ed alla piccola impresa. Se per condurre una materia greggia, lana o bozzolo, sino allo stato di prodotto finito occorre passare attraverso sette stadi di lavorazione (allevamento delle pecore e taglio della lana, filatura, tessitura, apprettatura, tintura, magazzino all’ingrosso, negozio al minuto ovvero sarto, e si ricordano solo i principali), la stoffa prodotta dalla grande impresa verticale, la quale acquista la lana dal contadino e la vende al minutante-sarto, pagava tre alcavale, ossia quarantadue per cento o paga tre tasse scambi o sull’entrata, vale a dire, al 2 per cento ad ogni trapasso, il sei per cento; laddove le piccole imprese pagavano sette alcavale ossia il 98 per cento o pagano sette tasse entrata ossia il 14 per cento[3].

 

 

Se l’imposta si chiama alcavala ed è del 14 per cento, la grande impresa paga su tre passaggi 92 d’imposta e la piccola su sette 253, con una differenza in più di 161, che rende impossibile la concorrenza dei piccoli contro i grossi. Se l’imposta si chiama sull’entrata o sugli scambi ed è del 2 per cento, la grande impresa paga 12.20 e la piccola 24.90, con una differenza in più di 12.79, la quale può bastare a dare il tracollo agli artigiani, ai quali i più ingegnosi avvedimenti di buon servigio alla clientela avevano consentito di sormontare le ragioni di inferiorità tecnica proprie del loro tipo d’impresa. Il calcolo sopra esteso ha valore, ben s’intende, meramente indicativo; ché, a parte l’arbitrarietà delle cifre, esso astrae dalle variazioni dei costi proprii dei singoli tipi d’impresa, le quali probabilmente aggravano l’onere fiscale differenziale del piccolo artigiano in confronto del grande industriale. A perequare l’imposta fra i diversi tipi di impresa, farebbe d’uopo crescerne l’aliquota a mano a mano che si passa da tipi di impresa specializzata a tipi di impresa unificata verticalmente; col rischio, in caso d’errore per eccesso, di ostacolare i perfezionamenti nell’organizzazione industriale. A scansar questa che può chiamarsi “rendita differenziale ricardiana da imposta” pare non vi sia altro rimedio fuor che ridurre il pagamento ad uno solo, calcolato all’inizio od in mezzo od alla fine delle varie fasi che il prodotto attraversa nella lavorazione da greggio a finito. Così facevasi, dove si poteva e dove non ostavano interessi potenti, in Spagna, ad iniziativa delle amministrazioni municipali; e così tende a farsi di nuovo oggi in Italia coll’estendersi del sistema degli abbonamenti.

 

 

13. – Ulloa richiama l’attenzione altresì sulla varia attitudine delle diverse industrie a lottare con la concorrenza estera: “Dire che, in ragione del pagamento del quattordici per cento fatto dal venditore, tutte le cose vendibili si debbano vendere al giusto prezzo, compreso l’aumento del quattordici per cento, è pretender l’impossibile; ché ciò potrà ottenersi solo per quelle cose le quali non siano soggette alla concorrenza di merci importate, con dazio moderato, da forestieri da paesi dove non usino simiglianti diritti. Il calzolaio potrà vendere al prezzo di venti reali un paio di scarpe perché le scarpe non vengono dall’estero e chiunque le venda deve aver pagato il medesimo diritto. Però se per avventura arrivassero scarpe finite dall’estero di ugual qualità e fossero messe in vendita a quindici reali, il nazionale dovrebbe, per trovar clienti, venderle al medesimo prezzo o più a buon mercato. Privo di profitto e minacciato di perdere il capitale proprio, il calzolaio abbandonerebbe il mestiere, come il tessitore abbandona il telaio (Don Bernardo De Ulloa, “Restablecimiento de las fabricas, y comercio espanol; errores que se padecen en las causales de sa cadencia, quales son los legitimos obstaculos que le destruyen, y los medios eficaces de que florezca”, Madrid, 1740, pp. 21-24)”.

 

 

Ulloa, in sostanza, esponeva la tesi pacifica oggi tra i finanzieri, che le imposte interne sulla produzione o sulla vendita (accise o tasse scambi) ed i dazi doganali sono come due fratelli siamesi, i quali non possono essere separati senza danno della finanza e dell’economia. Se le scarpe estere finite fossero state colpite alla frontiera con un dazio uguale alla somma delle alcavale successivamente pagate dalle scarpe nazionali nei diversi passaggi subiti dalla materia prima sino a giungere allo stesso grado di finitura, l’artigiano spagnuolo sarebbe stato bensì gravato dall’alcavala, la quale, crescendo i prezzi, riduceva il consumo delle scarpe, ma non avrebbe subito l’ulteriore danno della concorrenza delle scarpe estere, soggette ad una sola alcavala nel passaggio dal negoziante al cliente. Perciò l’alcavala avrebbe richiesto, per l’esigenza dell’uguaglianza di trattamento, l’imposizione di dazi doganali esorbitanti alla frontiera; palesando così la natura di strumento fiscale appropriato allo stato mercantilistico chiuso e di fattore non ultimo delle remore all’avanzamento economico caratteristiche di quello stato.

 

 

14. – Uztariz ricorda la petizione presentata nel 1722, al sovraintendente di quel regno, a mezzo dell’alcalde Adami e dei loro ispettori, dai fabbricanti di seta di Siviglia, per querelarsi dell’annientamento quasi totale della loro industria, ridotta a meno di 100 telai, a causa dei due 14 per cento che la seta pagava, il primo all’entrare attraverso quella dogana ed il secondo al momento della rivendita. Avere i subappaltatori negli ultimi anni e particolarmente nel 1720, 1721 e 1722 aumentato le molestie e le estorsioni allo scopo di riscuotere rigorosamente i diritti; assoggettato i tessitori a ripetute verifiche, a prelievi, a saggi delle merci; posto guardie e talvolta persino serrati i manufatti in cofani, di cui portavano via la chiave, lasciando guardie a vigilare. Tutto ciò al fine di costringerli colla forza a pagare più del dovuto 14 per cento. Contuttoché riscuotessero il diritto sino all’ultimo centesimo, l’alcavala aveva prodotto nel 1721 a stento 31.764 reali, da cui deducendo 7.340 reali di spesa e stipendi di amministrazione, l’appaltatore erasi rimasto con soli 24.424 reali di utili; ridottisi ancora nel 1722 a 23.244 reali lordi e 15.904 netti.

 

 

“Ogni anno si riduce vieppiù il gettito di questo ramo di pubblica entrata; non rimanendo invero, dopo aver assolto codesti ed altri balzelli, utile alcuno ai fabbricanti nella vendita dei tessuti, debbono essi abbandonare i telai, adattandosi gli uni ad altre occupazioni meno utili alla cosa pubblica e distruggendosi nella miseria gli altri, per età incapaci ad apprendere nuovo mestiere (p. 321-22)”. Ma, sebbene i fabbricanti si profferissero di pagare una somma fissa, calcolata sui 24.424 reali fruttati nel 1721 diminuiti a 15.904 nel 1722, ripromettendosi, grazie alla certezza del tributo, di ripristinar la manufattura e farla fruttare di più in avvenire, la proposta fu respinta dagli appaltatori, accaniti nel pretendere maggior somma, qualora i fabbricanti non volessero pagare il 14 per cento ad ogni trapasso. Il danno del balzello era manifesto.

 

 

“Non era passato gran tempo che in Siviglia lavoravano 2.000 telai da seta, dai quali erano occupati più di 16.000 persone. Poiché si pagavano due reali doppi d’argento ad ogni libbra di seta passata per dogana, e si impiegavano, in ragione di 100 libbre per telaio, almeno 200.000 libbre, il solo diritto di dogana fruttava 50.000 pezzi all’anno, oltre agli altri grandi vantaggi che l’industria procacciava a Sua Maestà ed alla cosa pubblica, e dei quali oggi si lamenta la lacrimevole perdita. ….. Oggi, il principale beneficio tratto dalla finanza dalle fabbriche di seta di Siviglia si riduce a 15.000 reali di biglione [corrispondenti ad appena 1.000 pezzi]. Si paragoni quest’utile minimo con il grande che l’erario ed il pubblico avrebbero se in quella città battessero 16.000 telai. È certo che chiunque abbia intelletto anche mediocre e non si faccia travolgere da pregiudizi e da passioni deve riconoscere quanti milioni perda la finanza ed a quanti vantaggi rinuncino il reame e tutta la Spagna a cagione del rigore col quale si riscuotono questi ed altri diritti.

 

 

Ed è certo del pari che si otterrebbero aumento considerevolissimo nelle rendite di Sua Maestà ed in quelle municipali ed uguale vantaggio per la cosa pubblica, se ai fabbricanti si concedesse l’esenzione dai diritti medesimi, cose tutte che sarebbe possibile conseguire rinunciando ad un provento così modesto anzi trascurabile come sono 1.000 pezzi all’anno (p. 322).

 

 

15. – Townsend, viaggiando nella Spagna poco prima della rivoluzione francese, scrive, circa un mezzo secolo dopo Uztariz ed Ulloa, dei cattivi effetti delle imposte, le quali frastornavano il commercio e quindi l’industria: “Tutti gli spagnuoli si lagnano delle loro imposte; ed in conseguenza delle loro querele, il governo ha procacciato di ordinare i dazi sulle importazioni e sulle esportazioni, sui manufatti e sulle materie prime in guisa da incoraggiare la produzione interna; ma le alcavale ed i diritti sulla produzione (milliones) contrastano forte con siffatte provvidenze; sicché i manifattori non possono alzare la testa né sostenere la concorrenza con le nazioni le quali godono di un più saggio sistema di finanza.

 

 

L’alcavala con i suoi quattro “un per cento” è un’imposta del 14 per cento su ogni cosa comperata e venduta, persino sui buoi ed i muli usati dagli agricoltori, sulle materie greggie adoperate nelle manifatture e grava sulla merce medesima quando è venduta e ciò non una volta per tutte, ma tante volte quante il bene passa di mano in mano. Se l’imposta fosse esatta rigorosamente, creerebbe ristagno generale o provocherebbe resistenza, dal che, forse, nascerebbe qualche rimedio efficace….. Essendo ragionata non in base al costo originario, ma al prezzo di vendita, e crescendo perciò ad ogni trapasso, è bastevole quasi per se stessa a provocare ristagno generale. La cosa è evidente nella Castiglia, laddove nell’Aragona, per avere Filippo Quinto mutato questa imposta oppressiva in un “equivalente”, l’industria si è diffusa e le manifatture fioriscono (Joseph Townsend: “A Journey through Spain in the years 1786 and 1787 with particular attention to the Agriculture, Manufactures, Commerce, Population, Taxes and Revenue of that Country”, London, 1791, secondo volume, p. 191 e 219)”.

 

 

16. – Adamo Smith, riassume l’opinione degli scrittori del diciottesimo secolo sull’alcavala e sulle sue imitazioni: “La riscossione di essa richiede gran numero di esattori per sorvegliare il trasporto delle merci, non solo da una provincia all’altra, ma da una bottega all’altra. L’alcavala assoggetta non i soli commercianti di alcune particolari specie di beni, ma tutti, e cioè ogni agricoltore, ogni manifattore, ogni mercante e bottegaio alle visite ed ai controlli continui dei percettori dell’imposta. Nella maggior parte del paese assoggettato ad un’imposta di questo genere, non si può produrre nulla che debba essere venduto in luoghi lontani. Il prodotto di ogni regione del paese deve limitarsi al consumo delle vicinanze. Uztariz imputa perciò all’alcavala la ruina delle manifatture spagnuole; ed avrebbe potuto imputarle altresì la decadenza della agricoltura, gravando il balzello non solo sui manufatti, ma sui prodotti greggi della terra. Nel regno di Napoli esiste una somigliante imposta del tre per cento, sul valore di tutti i contratti e perciò su quello di tutti i contratti di vendita. Esso è però più tenue del diritto spagnuolo ed alla maggior parte delle città e parrocchie è concesso di versare, invece di esso, una somma fissa a titolo di abbonamento. Esse poi ne riscuotono l’importo nella maniera più opportuna per non recare danno al commercio locale. L’imposta napoletana è dunque lontana dall’essere così rovinosa come quella spagnuola (“Wealth of Nations”, quinto libro, secondo cap., seconda parte, art. 4; ed. Cannan, pagine 383)”.

 

 

17. – L’esperienza spagnuola dell’imposta sugli scambi, come è riassunta dagli scrittori contemporanei, non è dunque sterile di insegnamenti. Essa conferma le norme classiche: l’imposta essere tanto più dannosa quanto più è proporzionalmente elevata; e l’alcavala essere stata dannosissima a cagione della stravagante altezza del 14 per cento. Essere preferibile l’abbonamento, che riduce l’imposta ad uguaglianza, qualunque sia il numero dei trapassi necessari a far passare la materia prima allo stadio di prodotto finito. Essere difficilissimo evitare, senza il rimedio dell’abbonamento in somma unica, di favorire i grossi produttori e gli stranieri a danno dei piccoli e dei nazionali. Essere l’abbonamento spediente altresì a scansare i costi inutili della tenuta dei registri, dell’adempimento di formalità dei relativi controlli, talvolta più opprimenti del debito medesimo d’imposta.

 

 

Ma la conferma ai principii classici è valida entro i limiti del peso che può essere attribuito alla rapida peregrinazione compiuta sovra tra i miei libri. Indagini più precise sulle fonti dirette consentirebbero di precisare e forse di modificare queste prime impressioni. Poiché gli spagnuoli governarono a lungo Napoli, Sicilia e Milano ed ivi introdussero, sia pure attenuati, parecchi fra gli istituti tributari peculiari al loro paese, assaggi accurati negli archivi di Napoli e di Milano potrebbero forse dar messe fruttuosa ed ammaestratrice.

 

 



[1] La riduzione di fatto a circa la metà spiega come Adamo Smith nel capitolo dal quale è estratto il brano citato più innanzi nel testo, parli dell’alcavala come di tributo del sei per cento sul valore di ogni compra-vendita. Egli traeva le sue notizie dai “Memoires concernant les impositions et droits en Europe” del MOREAU DE BEAUMONT, che egli gelosamente conservava nella prima edizione, come rarissimo. (Cfr. nella seconda edizione di Parigi, 1787, il primo tomo, p. 294. dove il Moreau dichiara essere stato il tributo ridotto al 6 per cento). Ma il Townsend ed il Gallardo, ambi – posteriori al Moreau de Beaumont (prima ed. del 1768) discorrendo come di cosa appresa de visu o per esperienza, discorrono sempre del quattordici per cento.

[2] La versione italiana dell’abate Consalvo Adorno Hynojosa, in Roma, 1793, primo, 163; è, in questo luogo, redatta in modo così pedissequo al periodare castigliano da non potersi citare.

[3] In realtà la differenza è assai maggiore. Supponiamo, a facilitare i calcoli, che la concorrenza abbia stabilito i seguenti prezzi o costi delle successive lavorazioni, inclusi gli interessi sul capitale investito ed i profitti di intrapresa: 100 prezzo della lana greggia, 35 della filatura, 35 della tessitura, 10 dell’apprettatura, 10 della tintura, 10 compenso del grossista, 100 compenso del negoziante-sarto. I prezzi sono di concorrenza e tendono ad essere uguali al costo del tipo d’impresa, grossa o piccola, la quale lavora ai costi minimi nelle particolari condizioni esistenti del mercato e tenuto conto di tutte le possibili economie interne ed esterne ivi operanti.

Torna su