Un programma per i viticoltori

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/08/1908

Un programma per i viticoltori

«Corriere della sera», 25 agosto 1908

 

 

 

L’agitazione per la crisi del vino non accenna a scemare. Malgrado che le valutazioni più recenti abbiano confermato che il nuovo raccolto delle uve riuscirà meno abbondante di quello copiosissimo dell’anno scorso, le rimanenze sono così cospicue e la capacità di consumo di tanto minore della produzione, che appare ben giustificata l’ansia in cui i produttori si trovano di non saper cosa farsi del vino vecchio e delle uve nuove. In siffatte contingenze è naturale che i produttori invochino l’aiuto del Governo; ma è altrettanto certo che ben scarso sarà l’aiuto che potrà venire da quella parte. In un precedente articolo ho manifestato già il mio scetticismo sulla possibilità e sulla utilità dei rimedi governativi alla crisi vinicola; ed il mio scetticismo in fondo è condiviso da quanti si occupano dell’argomento, primissimi gli egregi uomini che compongono la Commissione ministeriale. Oggi scontiamo gli errori commessi nei tempi in cui i proprietari di terre estendevano la coltivazione della vite senza nessun pensiero del domani, sicuri di poter vendere con tutta facilità il vino e le uve sul podere, aspettando a braccia incrociate i compratori che battevano ansiosamente la campagna per arrivare i primi ad accaparrare i raccolti. Oggi la scena è mutata. Nei paesi viticoli sono i contadini che affollano colle bottigliette dei campioni le piazze ed a decine circondano i rari acquisitori che i sensali astutamente nascondono per lunghe ore traendoli fuori quando i contadini, stanchi, son disposti a vendere a qualunque vilissimo prezzo.

 

 

Che meraviglia che questa gente disperata invochi l’aiuto del Governo? e voglia abolizione del dazio sul vino, abolizione dei mediatori, municipalizzazione del commercio delle uve, tini di Stato o comunali, credito su pegno di vini, premi all’esportazione, fabbricazione di alcool in franchigia; rimedi tutti o d’impossibile attuazione o di effetto pericoloso, come quelli che tenderebbero a perpetuare l’attuale eccessiva produzione di vino, offrendo nuovi sbocchi illusori, perché non permanenti dei produttori?

 

 

Poiché l’inanità di queste invocazioni al dio stato non potrà non risultare chiarissima presto anche ai meno veggenti, io credo che i viticultori saranno presto condotti a ricavare dalla crisi odierna i soli ammaestramenti che essa ci può dare; essere necessario diminuire la produzione delle uve ed organizzare meglio la produzione ed il commercio del vino. Che i più intelligenti viticultori comincino a persuadersi di questa verità è fatto lieto e promettente. Ho ricevuto di questi giorni un breve opuscolo dovuto alla penna del cav. Arnaldo Strucchi, uno dei più distinti enologi piemontesi, opuscolo il cui titolo: «Verso una migliore organizzazione della produzione e del commercio del vino» (Alba 1908) è tutto un programma di azione pratica ed efficace. Lo Strucchi rileva giustamente come una delle cause che aggravano oltremisura la crisi vinicola sia la poca specializzazione degli interessati. Il proprietario coltiva la vigna, produce il vino e s’ingegna a venderlo in piccole partite ai negozianti del luogo o direttamente ai consumatori. Tutto va bene finché i raccolti sono scarsi; ma al primo raccolto abbondante i difetti di questa disorganizzazione commerciale diventano subito palesi. Il proprietario non può tenersi in disparte aspettando tempi migliori, perché la sua cantina ha una capacità ristretta, perché egli deve pagare le spese di cultura e vivere egli stesso, perché il suo vino non è serbevole. Ed i prezzi precipitano bene al disotto del costo di produzione.

 

 

A questa disorganizzazione assoluta dell’industria e del commercio del vino lo Strucchi propone di sostituire a grado a grado tutto un armonico meccanismo, di cui le varie parti indipendentemente cooperino a raggiungere il comune intento; e lo sintetizza nel seguente quadro:

 

 

  • 1. Coltura della vite. – Fatta dai viticultori o proprietari di vigneti, i quali dovrebbero unicamente produrre uva, limitatamente ad una o poche varietà di vitigni. Salvo i grandi proprietari, i viticultori non sono in grado di produrre del buon vino, di conservarlo a lungo e di venderlo con profitto. Meglio è che essi si limitino a produrre uva buona e scelta, sia da vino che da mensa.
  • 2. Produzione del vino. – Salvoché nel caso dei grandi proprietari, la produzione del vino dovrebbe compiersi a mezzo di cantine sociali a tipo rurale, dove i soci, piccoli e medi proprietari, dovrebbero portare le loro uve, ricevendone delle anticipazioni in denaro. Queste cantine non dovrebbero però occuparsi della vendita al minuto, dell’invecchiamento dei vini, della produzione di tipi scelti, tutte cose che richiedono capitali ingenti, personale costoso e fanno correre grossi rischi. Molte cantine sociali sono finite male perché, con soverchie ambizioni, hanno voluto sopprimere ogni intermediario, giungendo direttamente al consumatore. Esse invece si dovrebbero contentare di produrre il vino corrente, da vendersi nell’anno o in due anni al più, in quantità ingenti, le quali verrebbero acquistate dalle cooperative di consumo, dai commercianti all’ingrosso e dalle società industriali enologiche, che vedrebbero così nella cantina sociale un alleato e non un concorrente.
  • 3. Industria enologica. – Gli industriali enologi avrebbero un compito diverso da quello di produrre vino di tipo corrente e di immediato consumo. Come già si fa pel marsala, per il vermouth, per i vini spumanti, le case enologiche dovrebbero occuparsi della produzione di tipi speciali e del loro invecchiamento. Richiedendosi capitali forti, macchinario perfezionato, personale tecnico espertissimo, è manifesto che solo ditte private cospicue o società commerciali possono dedicarsi a questa industria.
  • 4. Il commercio del vino dovrebbe esercitarsi all’interno mercé commercianti e società commerciali ed all’esterno mediante società commerciali d’esportazione specializzate per ogni paese. Il commercio onesto dovrebbe essere fiancheggiato e difeso da sindacati vinicoli per la lotta contro le falsificazioni, da agenzie, rappresentanze, enotecnici governativi, Camere di commercio italiane all’estero.

 

 

Lo schema, che qui sopra ho esposto potrà utilmente subire molte variazioni, a seconda delle condizioni locali di produzione e di vendita.

 

 

Dove lo smercio è sovratutto locale e corrente, possono sembrare inutili alcuni anelli ed anche la modesta cantina sociale od il grosso produttore possono incaricarsi di collocare il vino presso i dettaglianti ed i maggiori consumatori. Più ricca dovrà essere l’organizzazione laddove il mercato è maggiormente esteso od il prodotto più fine e costoso. Ma son dettagli.

 

 

L’importante è che i viticultori si persuadano che essi devono trovare in sé stessi la fonte della salvezza, selezionando e perfezionando la produzione ed organizzandosi, di buon accordo con industriali e commercianti, per la vendita. Se a questo fine non gioverà, l’odierna crisi sarà passata invano. Poiché nessuna crisi dura in perpetuo, anche la crisi vinicola finirà da sé, quando le vigne diano per qualche anno un raccolto scarso ed il consumo sia aumentato in modo da assorbire un maggior prodotto. Ma ritornerà a sorgere, con novelli clamori, il giorno in cui nuovamente le uve abbondino nelle vigne, se i viticultori non sapranno prepararsi a quell’evento con opera perseverante. Guardiamo al futuro, non all’immediato presente, che purtroppo, non si muta in un attimo per nessun verbo governativo.

 

 

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