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La Stampa

Un programma seppellito

«La Stampa», 2 aprile 1901

 

 

 

Il programma che può non senza verità dirsi seppellito è quello del Governo, il quale dalla Commissione per i provvedimenti finanziari fu, dopo sentiti i ministri del tesoro e delle finanze, giudicato non atto a raggiungere gli scopi che esso si propone.

 

 

Non è che la Commissione giudichi che il programma non tenda ad uno scopo nobile ed alto. Tanto la maggioranza dei sei, quanto la minoranza dei tre ritengono che sia desiderabile l’abolizione del dazio sui farinacei e l’apertura dei Comuni chiusi, i quali non facciano opposizione all’apertura; ma entrambe credono che i mezzi proposti dal Governo non siano adeguati a raggiungere lo scopo. La minoranza, che pure è la più favorevole al Ministero, accetta le nuove entrate proposte dal Governo per riparare alle perdite derivanti dagli sgravi. Dubita però che le entrate stesse siano sufficienti a far fronte a tutte le perdite e vuole per conseguenza:

 

 

1)    rendere facoltativa l’apertura dei minori Comuni murati ed escludere dall’abolizione del casotto i Comuni di prima classe e gli altri di seconda classe, che siano capoluoghi di provincia;

 

2)    2) provvedere un maggior fondo di sgravio di cinque milioni con riduzioni di spese o nuove entrate, oltre quelle proposte dal Governo, da chiedersi alle classi più agiate.

 

 

Il programma del Governo viene già dalla minoranza ministeriale bastevolmente trasformato in modo da renderlo quasi irriconoscibile. Il Governo proponeva l’abolizione del dazio sui farinacei e l’apertura di tutti i Comuni chiusi di terza e quarta classe. La minoranza invece vuole che il dazio sui farinacei sia abolito anche nei Comuni chiusi di seconda classe non capoluoghi di provincia, e vuole che siano aperti solo i Comuni chiusi che non si rifiutino all’apertura.

 

 

È questa già una trasformazione profonda del programma governativo. Ma la maggioranza va più in là. Essa crede, già lo osservammo, che sia desiderabile abolire i dazi sui farinacei ed aprire facoltivamente i minori Comuni chiusi. Ma è d’opinione che tale riforma non si possa compiere sulla base dell’attuale ordinamento tributario locale, se non correndo il rischio di dissestare le finanze comunali e di arrecare aggravio eccessivo ai contribuenti.

 

 

Reputa ancora la maggioranza della Commissione, che per ottenere quelle desiderabili riforme sia d’uopo chiedere larghi mezzi al riordinamento dei tributi locali e principalmente al concorso dello Stato, il quale dovrebbe chiedere i fondi a nuove entrate.

 

 

Soddisfa il programma del Governo a tali condizioni? La maggioranza non esita a rispondere di no. L’esame e lo studio dei provvedimenti finanziari per le nuove entrate proposte dal Governo l’hanno convinta che su quelle basi (del Governo) non sia possibile provvedere alla redazione di un controprogetto che risponda seriamente agli scopi.

 

 

Siccome perciò, secondo l’opinione della maggioranza esiste una sproporzione instabile tra gli intenti propostosi dal Governo ed i mezzi ideati per attuarli, e siccome d’altra parte la Commissione non ritiene di potersi sostituire al Governo nel formulare un progetto, nuovo di sana pianta, da sostituire a quello ministeriale, così essa si è limitata alla nomina di un relatore che raccolga i risultati degli studi compiuti durante i suoi lavori dai varii commissari.

 

 

Conclusione negativa questa e che non sappiamo quanto possa tornare gradita al Paese che aspetta da anni con impazienza le promesse riforme; ma perfettamente logica dal punto di vista dal quale si è posta la Commissione.

 

 

Questa avrebbe potuto modificare e correggere gli articoli delle proposte ministeriali quando le avesse creduto in sostanza adeguate all’intento che desse si proponevano di raggiungere. Ma poiché la Commissione ritiene che sulla base del progetto di nuove entrate proposto dal Ministero non si possa seriamente formulare un controprogetto qualsiasi, così essa ha creduto di non potere invadere le funzioni del potere esecutivo proponendo imposte nuove e diverse da quelle ideate dal Governo o risparmi di spese a cui il Governo non aveva accennato. Sarebbe stato questo da parte della Commissione un volere arrogarsi funzioni esecutive che non le spettano, e compiere cosa che solo i suoi singoli membri possono fare di propria iniziativa, ossia proporre delle leggi nuove. Perciò la Commissione ha agito correttamente riducendosi ad una funzione passiva, poiché cosa nella sua maggioranza non ha idee le quali le consentano di tenere una diversa condotta.

 

 

Vedremo dal risultato degli studi della Commissione quali siano i motivi per cui essa ritiene che fra gli intenti ed i mezzi delle proposte ministeriali vi sia tale contrasto da non permettere nemmeno la redazione di un controprogetto serio. A prima vista sembra che riducendo forse un po’ la cifra degli sgravi per metterla in corrispondenza alle entrate si sarebbe potuto compilare un controprogetto forse non ideale ma passabile. Ad ogni modo però è opportuno aspettare a conoscere i risultati degli studi della Commissione per vedere a quali criteri essa si sia inspirata nel suo giudizio.

 

 

Alcune constatazioni di fatto si possono già enunciare. La prima si è questa, che il Governo non può sperare che la Camera faccia troppo buon viso alle sue riforme e dovrà adattarsi a modificarle in qualche guisa. Sul come le modificazioni debbono farsi, l’ordine del giorno della maggioranza dei commissari non presta alcun lume al Governo.

 

 

La seconda constatazione si è che le riforme tarderanno ancora parecchio ad essere attuate. Certo le difficoltà dell’impresa sono molte; ma sarebbe bene uscire una buona volta dall’incertezza e compiere ciò che tutti dall’Estrema Sinistra a Luzzatti, da Giolitti a Sonnino, da Prinetti a Boselli si affaticano a dichiarare opera urgente e santa. I pericoli del fare sono molti; ma gli inconvenienti del non fare sono ancora maggiori.

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