Un quadro troppo fosco

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/10/1922

Un quadro troppo fosco

«Corriere della Sera», 21 ottobre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 901-905

 

 

 

Il discorso dell’on. Nitti è un apprezzamento dei tre aspetti fondamentali della vita italiana nel presente momento: i rapporti esteri, la situazione interna del paese e la situazione dello stato. Tutti tre gli aspetti l’on. Nitti li considera principalmente come economista. Non gli mancano gli spunti morali e spirituali; ma lo sguardo suo è sovratutto quello dell’economista; il quale fa calcoli ed espone cifre. Forse egli è terribilmente pessimista, appunto perché non dà al fattore morale l’importanza preponderante che gli spetta.

 

 

L’Italia, secondo Nitti, è alla rovina, in primo luogo perché tutta l’Europa immiserisce, perché la Francia, con la sua pretesa di riparazioni colossali, ha rovinato la produzione tedesca e per contraccolpo ha rovinato il commercio e l’industria dei paesi vincitori. Non c’è speranza di salvezza per l’Europa e per noi, se l’Italia e la Gran Bretagna, i cui punti di vista coincidono «esattamente», non riducono alla ragione la Francia, il cui indirizzo «se contrasta vivamente con gli interessi della Gran Bretagna, contrasta ancor più vivamente con gli interessi dell’Italia».

 

 

Qui occorre fermarsi e meditare, ché i dubbi si affollano. È davvero conveniente e giusto questo insistere nel gettare le responsabilità del nostro interno disagio sui trattati di pace, che noi firmammo, e sulla situazione internazionale, di cui noi siamo coefficienti non piccoli? Per i popoli come per gli individui, vale la massima: «la salvezza è in noi». Chi dei proprii malanni sa gettare la colpa soltanto sugli altri, quegli è votato fatalmente alla perdizione. Non si rialzerà mai più. Cominciamo a curare noi stessi i nostri malanni interni, e saremo più forti per opporci ai soprusi altrui.

 

 

Sopruso per sopruso, quale è il più fastidioso? Quello della Germania, la quale riesce a far credere perfino all’on. Nitti che la sua produzione è rovinata e che le sue finanze sono, per la caduta del marco, irrimediabilmente dissestate, e riesce a far credere ciò in un momento in cui la produzione tedesca è fiorente e il bilancio tedesco, col marco a otto centesimi di lira, è assai migliore di quello che era col marco a 30 centesimi? Ovvero quello degli Stati uniti e dell’Inghilterra, dei quali i primi insistono a reclamare il rimborso totale dei loro crediti di guerra, e la seconda non si decide a fare il bel gesto del condono? Ovvero ancora quello della Francia, rovinata davvero nei suoi dipartimenti migliori dalla guerra, con oneri enormi di ricostruzione, con debiti colossali verso gli alleati, la quale non vuole condonare alla Germania i suoi crediti?

 

 

Davvero non si capisce perché l’on. Nitti dichiari che la grande colpevole è la Francia, con gli interessi della quale i nostri contrasterebbero «vivamente». Siamo anche noi debitori; abbiamo avuto anche noi province invase e distrutte; eppure dovremmo plaudire alla Germania, la quale cercò ogni via per non pagare, neppure ciò che potrebbe, e agli anglo sassoni, fastidiosi nell’asserire inesistenti ragioni di credito. Se sopruso c’è, pare che la Francia e l’Italia siano le sole a soffrirne per mano dei nemici di ieri e di quelli che ancora sono gli alleati e associati di oggi. La vera politica non sta nell’aizzare gli uni contro gli altri, ma nel fare opera ferma affinché le giuste ragioni dell’Italia e della Francia vengano riconosciute. Solo così si potrà dar sollievo insieme ai vincitori e ai vinti.

 

 

Dubbi egualmente forti sorgono alla lettura del quadro della situazione interna tratteggiato dall’on. Nitti. Esatto il riassunto degli errori commessi dallo stato, della demagogica politica finanziaria seguita, del disavanzo persistente e minaccioso. Ma Nitti non vuole si dica che soltanto lo stato si comporta male spendendo, insieme ai comuni e alle province, quasi 30 miliardi di lire, cifra pazzesca, eguale a otto volte la spesa dell’anteguerra. Se egli avesse detto soltanto questo avrebbe detto la pura verità e troverebbe tutti consenzienti nella condanna onesta dello scempio fatto del denaro dei contribuenti dall’armistizio in qua. Quando egli dice che «questa cifra di 30 miliardi, anche ora che la moneta è tanto svalutata, è talmente enorme che se non sarà rapidamente ridotta il paese andrà in completa rovina», il suo è un monito solenne che va ascoltato.

 

 

Nitti svaluta tuttavia il monito quando lo fa precedere dall’affermazione che non solo il bilancio pubblico dello stato è rovinoso, ma anche quello privato degli italiani. Il quadro è terrificante. Italiani che nel loro complesso consumano di più che non producono, e perciò fanno debiti all’estero, e perciò il cambio è peggiorato, e perciò tutte le industrie sono in crisi, e cresce il numero dei disoccupati e aumenta la proporzione della popolazione passiva, la quale vive di pensioni o di assegni. La situazione economica diventa sempre più minacciosa. Presto, se il cambio continua a peggiorare, non potremo più comperare materie prime all’estero e non potremo più né vendere all’estero né produrre per il consumo interno.

 

 

Esagerazioni enormi, lontanissime dalla verità. Sarebbe strano che una scossa così profonda come fu la guerra mondiale non avesse lasciato tracce sull’organismo economico italiano. Ma nessuno potrebbe dimostrare sul serio che la situazione economica italiana sia così tragica come l’on. Nitti immagina. Vi sono industrie in crisi, e principalmente la siderurgia, i cantieri navali, lo zolfo e alcune altre: e sono quelle che errarono in passato e più persistono a non voler liquidare situazioni false e insostenibili. Ma ve ne sono altre, come le tessili, cotone, lana e seta, le quali vanno splendidamente. Se in talune regioni l’agricoltura subì perdite, ciò accadde a cagione della siccità la quale fece perdere gran parte dei prodotti dei prati e spopolò le stalle. Però, che si sappia, le siccità non sono a ripetizione e non sono indice di rovina imminente e fatale; e altrove la vendemmia andò magnificamente e i viticultori ammucchiarono tesori. Nel Veneto l’energia degli agricoltori è tale che, senza pur aver ricevuto le indennità ad essi liquidate, ricostruiscono le terre e intensificano le colture. Ci sono, è vero, molti che percepiscono pensioni e sussidi; ma qualunque siano le dichiarazioni da essi fatte per non perdere pensioni e sussidi sulle schede del censimento, in grandissima parte costoro lavorano altresì e producono. Dire che è diminuita la popolazione lavoratrice è dire cosa assolutamente irreale; il numero dei disoccupati è una piccola frazione del numero di quelli che la guerra ha abituato a lavorare distogliendoli dal dolce vivere di piccole rendite e dalla dipendenza dal capo famiglia, che erano frequenti prima della guerra. C’è, oggi, in Italia un grande tramestio, un grande

sommovimento di classi e di occupazioni. Se ciò dà luogo a malcontenti e a lagnanze, ciò è causa altresì di gran bene. Il numero dei lavoratori cresce a carico degli oziosi.

 

 

Si consuma di più? Non pare, se si pensa che nei tre anni dopo l’armistizio si consumarono 66 milioni di quintali di frumento in media all’anno, appena un milione di più che nei tre anni prima della guerra, sebbene la popolazione sia nel frattempo cresciuta. Per mangiare di più ci indebitiamo con l’estero? Dove sono le prove di questo fatto? Ci indebitammo all’estero negli anni di guerra per cagione di vita, e ci indebitammo dopo finché il cambio fu tenuto artificialmente basso dai governi. Ma non si può sostenere sul serio che l’Italia si sia indebitata per 15 miliardi nel 1920 e per 11 miliardi nel 1921. Non si indebitò lo stato, ché i suoi 21 miliardi di lire oro di debito estero hanno origine anteriore; né consta che si siano indebitati in quella misura i privati. Chi sono questi nostri misteriosi creditori di tanti miliardi? È aumentato il cambio? Sì, in confronto al 1918 e al 1919, quando la sterlina era tenuta dai governi a 37 lire. Ma quello era un prezzo d’artifizio di cui subiamo duramente le tristi conseguenze. Appena i governi tolsero i vincoli, la sterlina salì rapidamente verso il 100 e su tale punto rimase, con oscillazioni che sarebbe compito del tesoro e delle banche temperare. Anzi il dollaro, che è la sola moneta tipica perché è la sola permutabile in oro, l’anno scorso a questa data valeva 25 lire circa; e toccò un giorno quasi le 30 lire. Se la sterlina pare più cara, ciò è dovuto al fatto che essa migliorò più della lira italiana in confronto all’oro e al dollaro.

 

 

Con ciò non è da escludere il fondamento del nero pessimismo dell’on. Nitti. La sterlina, ammettiamolo volentieri, può salire ancora ad altezze ora insospettate; la crisi può dilaniare le nostre industrie, la nostra economia può precipitare nel baratro. Non svalutiamo questo pericolo: ma attribuiamone la responsabilità ai veri colpevoli. Questi non sono i cittadini italiani, in quanto lavoratori e produttori. L’economia italiana non ha nulla da temere per quanto si riferisce alla capacità di sforzo e di lavoro degli italiani. Ha tutto da temere per quanto si riferisce alla loro incapacità di scegliersi un governo decente. Chi consuma troppo, chi spende e spande non è il privato, o almeno non è la massa dei cittadini privati: è lo stato, dilapidatore senza freni del denaro altrui. Gli elettori chiedono spese, e i deputati le vogliono e le votano.

 

 

Ora finalmente, il verbo dell’economia comincia a essere proclamato. L’on. Nitti addita parecchie economie importantissime e urgenti. Esiste però il proposito di attuare il programma su cui a parole tutti i partiti sono concordi? Col parlamento vecchio o col parlamento rinnovato, ci sarà la volontà precisa di attuare le fatte promesse? Se sì, l’Italia non deve aver paura di niente. Vada su o vada giù il marco, paghi o non paghi la Germania, se noi avremo l’elementare coraggio e la semplice onestà di mettere ordine nel nostro bilancio pubblico, saremo alla fine dei nostri malanni.

 

 

Avremo questo coraggio e questa onestà? Noi siamo pessimisti, appunto perché vediamo uomini come Nitti gettare un po’ di colpa, troppa colpa sugli altri, sulla Francia ostinata, sugli italiani che non lavorano e mangiano troppo. Dica invece Nitti il mea culpa: non da solo, si capisce, ma insieme con tutti gli altri uomini politici che furono o saranno al governo. Quando avremo visto costoro battersi il petto e fare, d’accordo con i partiti nuovi non responsabili del passato, il contrario di quello che si fece, allora saremo ottimisti. Non occorre altro; ma purtroppo, finora, gli uomini politici italiani si sono dimostrati incapaci di far questo poco.

 

 

Torna su