Un rapporto inglese sulla politica economica del dopo guerra
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 11/05/1918

Un rapporto inglese sulla politica economica del dopo guerra

«L’Unità», 11 maggio 1918

 

 

 

Il comitato inglese presieduto da Lord Balfour of Burleigh e incaricato di far proposte sulla politica industriale e commerciale da seguire, nel dopo guerra ha pubblicato alcune conclusioni preliminari venute alla luce un anno fa, il suo rapporto finale, di cui però solo il riassunto ufficiale è stato diramato ai giornali.

 

 

L’Economist del 27 aprile, il quale fa una viva campagna per il risparmio di carta nei ministeri governativi, si lamenta che il nuovo Ministero della Ricostruzione abbia ritenuto opportuno di far diramare un riassunto stampato di quel rapporto. «Non è compito dell’Ufficio “informazioni” di quel ministero di fare il lavoro che è dovere dei giornalisti di compiere. Ciò è uno spreco assai inopportuno di tempo, di lavoro, di carta, perché nessun giornalista che si rispetti penserà ad usare un sommario ufficiale di un documento che è affar suo studiare. Se tutti gli impiegati, i quali sprecano in tal modo il denaro del pubblico, fossero adibiti a coltivar patate, il problema finanziario, il problema dell’alimentazione ed il problema della carta sarebbero tutti grandemente semplificati».

 

 

Che cosa pensano i giornalisti italiani, i quali trovano così comodo di telefonare, a scanso di fatica, i comunicati ufficiosi dei provvedimenti di governo, di questo rabbuffo del vecchio settimanale inglese alla impiegomania bellica, la quale pare comune a tutti i paesi?

 

 

Nonostante il malumore giustificatissimo dell’Economist, è giocoforza basarci nel dare un giudizio del «final report of the Committee on Commercial and Industrial Policy after the War» sul riassunto che i giornali inglesi danno del riassunto governativo. Ecco le principali conclusioni del rapporto:

 

 

  1. L’attuale proibizione di importare merci di origine nemica dovrebbe continuare, salvo eccezioni da consentire con particolari licenze, per almeno dodici mesi dopo la pace e per quell’ulteriore periodo che sembrerà opportuno.

 

 

L’Impero britannico ed i suoi alleati dovrebbero adottare una politica di controllo comune sull’esportazione di talune materie importanti necessarie per la ricostituzione delle loro industrie.

 

 

Pur continuando anche per qualche tempo negli attuali metodi di controllo sul commercio estero ed interno allo scopo di assicurarsi adeguate forniture di alimenti e materie grezze, questi controlli dovrebbero nel frattempo essere affidati agli industriali medesimi ed in ogni caso aboliti al più presto possibile.

 

  1. Quanto alla provvista delle materie greggie è opinione del comitato che ogni tentativo di rendere l’impero britannico bastevole a sé stesso non sia né praticabile né conveniente. Sarebbe soltanto conveniente scegliere talune materie prime essenziali e studiare i modi di rendere l’impero indipendente, in caso di guerra, da ogni singolo paese estero o da ogni possibile coalizione di potenze. Si istituisca un Ufficio per le industrie speciali il quale tenga dietro allo sviluppo industriale e proponga schemi particolareggiati per promuovere e sussidiare industrie connesse con la produzione di merci essenziali.

 

  1. Il Comitato raccomanda l’istituzione di licenze per commessi viaggiatori esteri ed è favorevole ad una più stretta collaborazione fra commercianti allo scopo di far fronte alla crescente concorrenza estera.

 

  1. La politica economica avvenire del paese dovrebbe essere fondata sui seguenti principi:

 

  • Il governo deve intervenire per promuovere ed assicurare le industrie essenziali (pivotal), ossia quelle da cui dipendono branche importanti della produzione nazionale:

 

  • Il governo dovrebbe assistere le industrie le quali sono importanti per la situazione industriale del paese, ma sono incapaci a svilupparsi da sé a causa di una illecita concorrenza straniera;

 

  • Bisogna sforzarsi a soddisfare i desiderati dei dominii delle colonie e dell’India, di vedere sviluppare le loro relazioni economiche col Regno Unito;

 

  • Fa d’uopo sviluppare il commercio con i nostri alleati;

 

  • Subordinatamente al consenso degli alleati si rifiutino, almeno temporaneamente, agli attuali nemici le agevolezze commerciali nella medesima misura illimitata che si usava prima della guerra o nella misura accordata agli alleati od ai neutri.

 

 

  1. La maggioranza del comitato è contraria alla istituzione di una tariffa doganale estesa a tutte le importazioni nello stato:

 

  • perché la richiesta di protezione non può essere considerata valida a Meno ché l’industria interessata non dimostri che, pur adottando i più efficienti metodi di tecnica e di organizzazione commerciale, non può resistere alla concorrenza estera o da quella è impedita di adottare quei metodi;

 

  • perché vi sono importanti branche di produzione – ed es., il cotone – le quali non chieggono protezione;

 

  • perché qualsiasi azione dello Stato la quale intenda a conservare indiscriminatamente industrie, le quali non contribuiscono in modo apprezzabile o non contribuiscono affatto al progresso della ricchezza nazionale sarebbe economicamente erronea;

 

  • perché ogni azione dello Stato atta a rialzare i prezzi, anche temporaneamente, per merci di importanza nazionale dovrebbe essere ristretta nei limiti più piccoli possibili;

 

  • perché è di importanza capitale che le nostre industrie esportatrici non siano danneggiate da una politica la quale possa indebitamente aumentare il costo di produzione in questo paese, in confronto del costo in altri paesi;

 

  • perché una tariffa doganale limitata potrebbe ugualmente bene essere usata per consentire l’applicazione di metodi preferenziali entro l’impero od a scopi di negoziati commerciali con l’estero.

 

 

  1. Quanto ai casi in cui è desiderabile una protezione doganale il comitato è giunto alle seguenti conclusioni:

 

  • i produttori nazionali hanno diritto ad essere protetti contro il «dumping» e contro l’importazione di merci prodotte con lo sfruttamento della mano d’opera (sweated goods). Si raccomanda di imitare in proposito i metodi canadesi;

 

  • Le industrie essenziali o chiavi (pivotal and Key industries) dovrebbero essere preservate ad ogni costo;

 

  • Nelle altre industrie la protezione per mezzo dei dazi doganali o di aiuto governativo concesso in altre forme dovrebbe essere concessa solo per motivi di sicurezza nazionale o per la ragione generale che nessuna industria realmente importante per la nostra forza ed il nostro benessere economico dovrebbe essere lasciata indebolire dalla concorrenza estera, o sottoporre al controllo straniero;

 

  • Dovrebbe cogliersi la occasione presente per preferenziale ai domini e possedimenti d’oltre mare in ogni tariffa doganale stabilita nella madre patria e si dovrebbero prendere in considerazione altre forme di preferenza imperiale;

 

  • Dovrebbe cogliersi la occasione presente per promuovere il nostro commercio con gli alleati e si dovrebbe riflettere alla possibilità di usare nei negoziati con essi e con gli attuali neutri la tariffa che fosse formulata in relazione agli anzidetti principii.

 

  1. Per evitare il pericolo che l’ammissione del principio di protezione, anche in misura limitata, possa dare origine a richieste analoghe in altre industrie e per conseguenza ad una pressione politica difficile da eliminare, il Comitato raccomanda l’istituzione di un ufficio forte e competente, fornito di poteri autonomi, incaricato di esaminare tutte le richieste di aiuto governativo, riferire al governo in proposito, e far proposte intorno alla eventuale natura ed estensione dell’aiuto da fornire. Prima di raccomandare d’adozione di dazi doganali protettivi, questo ufficio dovrebbe studiare forme di aiuto diverse o cooperanti con quelle doganali. Dovrebbe tenere costantemente in mente di salvaguardare gli interessi dei consumatori e del lavoro.

 

 

Il rapporto, nel riassunto che fu esposto sopra, appare il frutto più di un compromesso fra opposte tendenze che di un pensiero netto e preciso. Niente tariffe generali di protezione a tutta l’industria, bensì dazi doganali per alcune industrie; protezione alle industrie chiavi od essenziali, ma protezione concessa in guisa da non danneggiare le industrie esportatrici; salvaguardia delle branche industriali importanti per la vita del paese, ma salvaguardia altresì per i consumatori e per i lavoratori; preferenza alle colonie, ma favorevole trattamento anche agli attuali alleati; conservazione provvisoria delle misure di difesa contro le merci nemiche, ma abolizione dei controlli governativi al più presto possibile.

 

 

Par di assistere ad un tentativo di fondere insieme i postulati protezionistici degli articoli del Times con le proteste liberistiche dei leaders del Manchester Guardian. Il risultato è incerto e vago. Darne un giudizio sicuro non si può, perché in materia doganale contano non le belle aspirazioni, i desideri di far progredire ed assicurare le industrie, ma i metodi concreti con cui si vogliono raggiungere le desiderate mete.

 

 

Farà d’uopo leggere e studiare il rapporto, insieme con le deposizioni dei testimoni interrogati ed i documenti giustificativi per valutare adeguatamente l’importanza e la portata delle conclusioni delle commissioni. Sembra vi debbano essere, come sempre è uso in Inghilterra, rapporti di minoranza e riserve di singole commissioni, talvolta più importanti e suggestivi del rapporto della maggioranza. Forse la lettura del rapporto potrà soddisfare talune curiosità che per ora rimangono in sospeso.

 

 

Che cosa sono le industrie chiavi od essenziali, a cui si dovrebbe garantire ad ogni costo la vita?

 

 

Vi è un qualche ragionevole modo di definirle e precisarle? In principio della guerra pareva che una di queste industrie fosse quella dei colori, che avrebbe costituito un monopolio astutissimo della Germania e senza di cui pareva non si potesse vivere. Io non ho mai capito in che cosa l’industria dei colori, salvo che per il grigio verde fosse essenziale per un paese in guerra. Si può vivere anche con vestiti male o malissimo colorati; si possono esportare, durante la guerra, anche stoffe malissimamente colorate e queste sono pagate meglio delle stoffe belle d’un tempo. Il mondo s’è adattato alla mancanza di colori e tira innanzi come se niente fosse. Nove decimi delle cosidette industrie «chiavi» hanno le caratteristiche comiche dell’industria dei colori. Altre cambiano col tempo: da essenziali diventano secondarie, o da trascurate essenzialissime. Bisognerebbe variare le tariffe a seconda dei responsi dello «State assistence board» sulla indispensabilità di queste o quelle industrie; qualcosa di simile al certificato di insostituibilità e di indispensabilità che i capi ufficio rilasciano agli impiegati pubblici anziani per ottenere la dispensa dal servizio militare. Quante industrie non si «imboscheranno» all’ombra di dazi doganali con l’aiuto di compiacenti certificati! Ed una volta imboscate, sarà possibile guidarle? Il problema non è teorico, ma pratico e formicola di difficoltà pratiche quasi insormontabili. E dobbiamo essere noi – sempre, da decenni – accusati di teoreticismo a far rilevare le difficoltà pratiche ai veri dottrinari, che sono i dottrinari del protezionismo?

 

 

È possibile definire in modo soddisfacente il «dumping» e le merci ottenute con lavoro sfuttato o «sudato»? Speriamo che il rapporto contenga una definizione più soddisfacente di un semplice riferimento all’atto canadese. L’atto c’è e fu varie volte chiarito come esso, applicando un dazio di ritorsione uguale alla differenza fra il prezzo corrente nel paese d’origine ed il prezzo di esportazione, vada incontro a gravi difficoltà. Che cosa è, il prezzo corrente, si è chiesto il prof. Iannaccone sulla Rivista delle Società commerciali? In qual punto di quel paese esso correva? E quale è il periodo di tempo o l’ammontare di contrattazioni per cui un prezzo corrente si stabilisce? E v’è un sol prezzo corrente, o non ve ne sono stati quante sono le quantità vendute, i termini di consegna, i modi di pagamento, e via dicendo? E che obbligo avrà l’importatore dumpista di indicare un prezzo di esportazione inferiore al prezzo corrente? Non potrà vendere a questo prezzo corrente alla casa importatrice nazionale, salvo a questa di vendere la merce, dopo nazionalizzata, ai prezzi che le sembreranno migliori? Vi è forse obbligo di guadagnare nel comprare e vendere merci estere; od i codici futuri creeranno la figura giuridica nuovissima del reato di perdere? Come funziona di fatto la legge canadese; ed è infondato il timore che essa poggi sovratutto su referti poco degni di fede di impiegati governativi sguinzagliati in Europa alla caccia del prezzo corrente? Ecco alcune difficoltà pratiche, a cui giova sperare si legga la risposta nel rapporto del Comitato inglese. Altrimenti, noialtri disgraziati «teorici» rimarremo ancora una volta strabiliati dinanzi alla facile contentatura dei pratici in cose di tanto momento.

 

 

La mia impressione dunque è che siamo tuttora in alto mare. Non si conoscono le salde giustificazioni teoriche di un mutamento, sia pur limitato, della politica doganale della porta aperta, che ha fatto la fortuna dell’Inghilterra in tant’anni di pace e che ha consentito in guerra a quel grande paese di sopportare con la minima fatica il peso enorme finanziario proprio ed una non piccola parte del peso degli alleati. Se vi è politica la quale abbia gloriosamente dimostrato la propria vigoria, giovando al paese nell’ora della crisi, questa è la politica liberista inglese. Essa è la grande vincitrice della guerra nel campo economico. Di ciò è persuaso lo stesso Comitato, il quale presenta le sue proposte di mutamento di rotta come eccezioni temporanee, da dimostrarsi caso per caso, alla regola generale della libertà di commercio. Vedremo la dimostrazione. Per ora abbiamo dinanzi solo un grigio tentativo di riassumere affermazioni impressionistiche di guerra.

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