Un sindacato per il vino

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 07/11/1901

Un sindacato per il vino

«La Stampa», 7 novembre 1901

 

 

 

La crisi del vino continua ad interessare vivamente sovratutto i viticultori, che sono molti e versano in condizioni davvero cattive. Ieri era il Congresso di Novara, i cui frutti non furono quali auspicava la fantasia immaginosa dell’on. Luzzatti, ma che pure condusse a qualche utile risultato per opera di alcuni lavoratori pratici e modesti. Oggi è l’iniziativa che un Comitato sorto in Alba prende per la costituzione di un Sindacato vinicolo regionale fra produttori e commercianti di vini tipici piemontesi per la tutela dello smercio dei loro prodotti.

 

 

L’idea di un Sindacato fra produttori di vino non è cosa nuova; e sorse, come quasi sempre accadde per i Sindacati in altri campi dell’industria, nelle epoche di crisi e di ribasso nei prezzi.

 

 

Oggi si vede anche da noi un po’ dappertutto dominare il sistema dei trusts o Sindacati. Sono le ferriere che sono collegate per tenere alti i prezzi dei ferri ed acciai; sono le fabbriche di concimi chimici che si coalizzano per vendere cari i loro prodotti agli agricoltori; sono le eco lontane dei mille e mille trusts e kartelli e Sindacati che dominano il mercato mondiale e costituiscono una nuova potenza formidabile dinanzi a cui piegano i consumatori.

 

 

Facciamo anche noi lo stesso! dissero i produttori di vino, dolenti per l’aspra crisi che li tormenta e riduce il frutto di loro costose fatiche ad un prezzo di rovina. Coalizziamoci tutti insieme e vendiamo il vino al prezzo che noi fisseremo di comune accordo ad un tasso equamente rimuneratore. Disuniti, siamo deboli, siamo vittime della nostra reciproca concorrenza. Uniti saremo forti ed usciremo agguerriti e saldi dalle distrette attuali.

 

 

E si citarono i Sindacati tra produttori di vino che esistono fiorenti all’estero come per il cognac e lo champagne in Francia ed altri ancora.

 

 

Purtroppo la cosa non è così facile come può parere a prima vista. Molte sono le condizioni richieste perché un Sindacato di produttori prosperi; e troppo lungo discorso sarebbe necessario per enumerare anche soltanto le principali. Ma è chiaro come maggiori siano le probabilità di riuscita quanto più i produttori sono scarsi in numero, intelligenti ed atti a trarre partito dalle contingenze del mercato, e quanto più la merce, la cui produzione deve essere sindacata, è tale da non potere essere prodotta in molte località o da non dovere subire la concorrenza di prodotti consimili provenienti da altre regioni. Si aggiunga che è facile sindacare una merce uniforme, di un tipo unico, mentre è difficilissimo dettar norme per una industria che produca merci di molte qualità e tipi diversi. Nel primo caso occorre fissare un solo prezzo; nel secondo bisogna variare all’infinito le tariffe e le clausole per provvedere alle innumerevoli singolarità dei varii produttori.

 

 

Orbene il vino si trova sotto quasi tutti gli aspetti ora enumerati nelle più sfavorevoli condizioni rispetto alla formazione di un Sindacato.

 

 

I produttori sono numerosi. Si contano a milioni; e sono in gran parte piccoli produttori, sospettosi, gelosi, privi di capitali. Non basta che si accordino le Ditte grosse. Forse terranno fermi i prezzi di talune marche ricercate, ma la massa dei vini continuerà a precipitare.

 

 

Il vino, inoltre, non è come i diamanti in Africa, il carbone nei distretti interni della Germania e dell’America, lo zolfo in Sicilia, una merce che non possa essere prodotta se non in poche località. Dappertutto si piantano vigne, ed i paesi nuovi diventano concorrenti sempre più formidabili dei paesi europei. Un dislivello di prezzo basterebbe a far spostare masse enormi di vino da un paese all’altro; né le barriere doganali sarebbero uno schermo sufficiente.

 

 

Il vino, finalmente, non è una merce a tipo unico, come le rotaie delle ferrovie o i ferri a doppio T, che si fabbricano dappertutto nello stesso modo e per cui un accordo sui prezzi è facilissimo. Se una lagnanza è generale ed antica, è questa che i vini si producono in un numero esuberante di tipi diversi, sì che ogni cantina gitta sul mercato un tipo speciale, e questo ancora variabile di anno in anno e quasi di stagione in stagione.

 

 

Ognun vede perciò come un Sindacato per la produzione e la vendita del vino, inteso nel senso di accordi conchiusi per fissare un certo prezzo, detto remuneratore al vino, sia un’impresa di difficilissima e quasi impossibile attuazione.

 

 

Né, per quanto taluno lo abbia proposto, i produttori di Alba e delle Langhe intendono promuovere precisamente la costituzione di un Sindacato siffatto. Essi intendono – e non sempre le loro espressioni sono molto chiare – tutelare lo smercio dei vini piemontesi contro le contraffazioni, imitazioni, abusi di marche rinomate, falsificazioni di etichette; aiutarsi a vicenda per risolvere altre difficoltà che si incontrano nei trasporti ferroviari (tariffe, manomessioni), nei dazi doganali, nella interpretazione di speciali disposizioni concernenti il commercio enologico nei diversi paesi; e così pure ricercare notizie commerciali attendibili e fresche dall’estero e mettersi in più diretto contatto cogli agenti consolari, cogli enotecnici governativi e cogli altri nostri rappresentanti all’estero.

 

 

Non è dunque un Sindacato per la vendita del vino che si ha in animo di costituire, ma per la difesa dei venditori di vino contro i pericoli che d’ogni parte li minacciano: una specie di Camera di commercio del vino, nella quale tutti i viticultori del Piemonte abbiano una tutrice assidua e valida dei loro interessi.

 

 

Intesa in tal senso, l’iniziativa di Alba potrà essere realmente utile. Uopo è che essa non si prefigga scopi irraggiungibili, come la costituzione di un vero e proprio Sindacato di vendita, e che non dia soverchia preponderanza ad alcuno fra i maggiori produttori associati. Poiché allora il Sindacato parrebbe rivolto a beneficio di pochi e ne sarebbe vicina la dissoluzione.

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