Un socialista al potere

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 26/06/1900

Un socialista al potere

«La Stampa», 26 giugno 1900

 

 

 

Il ministro francese del commercio, signor Millerand, ha tenuto a Parigi, giorni or sono, in occasione del banchetto del Comitato repubblicano del commercio e dell’industria, un discorso che acquista un’importanza notevole a causa dell’uomo che l’ha pronunciato.

 

 

Il signor Millerand era già noto per essere divenuto, dopo la sua salita al potere, molto temperato. Ancora alcuni giorni fa egli ed i suoi amici deputati socialisti si attiravano il biasimo vivissimo dei gruppi operai per avere consentito ed approvato i cosidetti massacri degli scioperanti di Chalon-sur-Saone.

 

 

Un ordine del giorno della Federazione dei gruppi della gioventù socialista di Francia constatava che «il Ministero attuale, malgrado le sue promesse, è esclusivamente il difensore dello sfruttatore contro lo sfruttato”, e biasimava “gli attuali ministri rossi di sangue operaio, senza eccettuare colui che ieri combatteva nelle nostre file e che è divenuto ora il complice silenzioso dell’assassinio dei nostri fratelli».

 

 

Il Millerand, per convincere sempre più i compagni della sua apostasia, ha pronunciato, nel discorso di sabato sera, delle parole che certo avranno un sapore di forte agrume per i socialisti. Una seconda scomunica non può tardare a colpire colui, il quale, uscito dalle file dei socialisti, ha osato dire che in virtù dell’opera pacificatrice del Ministero attuale «non sarà più possibile armare l’uno contro l’altra il popolo e la borghesia, gli operai ed i padroni repubblicani, i quali hanno tutti la medesima origine».

 

 

Secondo il nuovo verbo predicato dal Millerand non vi deve più essere la lotta di classe tra capitalisti ed operai, non si devono più eccitare i sospetti fra le classi sociali, non si deve più evocare lo spettro del socialismo per spaventare la borghesia e farle credere che il pericolo viene dal popolo. Oramai la lotta non deve più essere tra operai e capitalisti, ma fra operai e capitalisti repubblicani da una parte e la reazione dall’altra. I capitalisti sanno che il trionfo della reazione dalla maschera cesariana e clericale sarebbe la peggiore delle catastrofi per il loro onore ed i loro interessi, e gli operai comprendono che soltanto nella Repubblica, con una propaganda pacifica e legale, e coll’organizzazione conquisteranno a poco a poco tutte le soddisfazioni che essi debbono avere. La Repubblica si affezionerà gli operai dando loro un po’ più di giustizia ed un po’ più di benessere. Questo ha fatto per il passato il Ministero; e se altro servizio non avesse reso al paese, esso avrebbe a buon diritto ragione di essere fiero per aver dimostrato la necessità dell’alleanza fra la borghesia e la classe operaia.

 

 

È certo che il Millerand ha detto nel suo discorso delle belle e buone cose, a molte delle quali possono sottoscrivere anche coloro i quali non sono socialisti.

 

 

Era da un pezzo che i liberali predicavano che la teoria della lotta di classe è una teoria dissolvente, la quale mina alle sue basi la società e lo stato moderni. Era da un pezzo che gli economisti liberali affermavano che capitalisti ed operai hanno molti interessi comuni, primo fra gli altri quello di vivere in un Stato il quale garantisca la pace e la giustizia, e si devono accordare nella difesa di questi loro interessi comuni. Siamo lieti perciò che il socialista Millerand abbia creduto suo dovere di proclamare ben alto, nella sua qualità di ministro del commercio, quali dovevano essere i doveri o gli intenti del Governo e delle varie classi

sociali.

 

 

E tanto più la cosa è significante in quanto il Millerand è davvero persuaso della verità delle cose da lui dette. Egli non ha affermato la necessità dell’unione fra operai e borghesia solo per breve tempo, finché cioè l’idra della reazione sia schiacciata, salvo poi agli operai di rivolgersi di nuovo contro la borghesia per espropriarla a loro beneficio. Egli ha affermato esplicitamente che nell’avvenire non sarà più possibile di armare l’una contro l’altra le due classi sociali ed ha detto che soltanto col regime repubblicano (senza l’aggiunta di sociale) gli operai potranno conquistare tutte le soddisfazioni a cui hanno diritto, ossia un po’ più di giustizia ed un po’ più di benessere.

 

 

L’esperienza del Governo ha prodotto sul Millerand l’effetto medesimo che ha sempre prodotto su tutti i rappresentanti dei partiti rivoluzionari. Una volta giunti al potere essi si sono accorti che la realtà era ben lungi dal corrispondere alle teorie immaginose che essi si erano fabbricate nella mente, ed hanno buttato a mare le teorie false per adattare il loro operato alla complessa natura dei fatti politici e sociali.

 

 

Da questa naturale ed umana trasformazione che subiscono le idee degli uomini i quali giungono al potere tutti hanno da imparare qualcosa: liberali e socialisti. Anche i liberali hanno una teoria di Governo la quale nella pratica richiede di essere modificata affine di smussarne gli angoli troppo acuti e diminuirne la rigidezza eccessiva. Ma quelli i quali hanno di gran lunga più motivo di imparare dalla condotta dei loro uomini di Governo sono i socialisti.

 

 

I liberali – la cui teoria politica si riassume nella concezione dello Stato difensore della pace e della giustizia – devono bensì, giunti al potere, consentire a compiere certi atti estranei alle funzioni teoriche dello Stato; ma si tratta sempre di deviazioni dovute a cause speciali di cui anche la scienza è abituata a tener conto, sebbene in sott’ordine. Se un uomo di Stato liberale governa male, non si può dire che la sua dottrina sia falsa, ma solo che egli è incapace ad applicarla od ha ceduto alla voce di interessi e di sentimenti individuali e speciali dimenticando quali erano i suoi doveri secondo lo spirito della dottrina politica da lui sostenuta. Invece l’uomo di Stato socialista deve necessariamente, quando giunge al potere, dimenticarsi della dottrina da lui prima professata. A lui non è lecito dire che adatta la teoria generale alle infinite contingenze dei fatti quotidiani.

 

 

Egli deve addirittura abbandonare alcune delle sue teoriche predilette per accettare quelle da lungo tempo difese – se pure non sempre attuate in pratica – dai liberali. Egli deve abbandonare la dottrina della lotta di classe e quando scoppia uno sciopero deve – sotto pena di mancare ai doveri elementari dello Stato moderno – impedire che sia violata la libertà del lavoro; e se da una parte si deve astenere dal compiere alcun atto favorevole ai capitalisti, come l’impiego dei soldati per tagliare le messi, ha dall’altra parte l’obbligo di reprimere con la forza gli eccessi degli operai scioperanti contro i beni dei proprietari e contro il diritto al lavoro dei loro compagni. Egli deve riconoscere che il Governo non è una macchina di spogliazione sia da parte dei capitalisti a danno degli operai, sia degli operai a danno dei capitalisti, ma è un organo inteso alla conservazione della giustizia ed al mantenimento della pace e dell’ordine.

 

 

I socialisti, dall’esempio dei loro uomini di Governo i quali si affrettano non solo a smussare l’eccessiva angolosità delle loro dottrine, ma ad abbandonarle completamente per adottare le dottrine liberali, hanno dunque parecchie cose da imparare. Continuino pure a criticare, ma compatiscano anche un po’ gli uomini di Governo loro avversari, i quali hanno la disgrazia di trovarsi adesso a capo dell’amministrazione del paese. Critichino pure atrocemente i pseudo-liberali i quali giunti al potere agiscono contrariamente ai loro principii per motivi di interesse individuale od elettorale, ma compatiscano quelli che in buona fede devono, per imprescindibile necessità di cose, continuare, ad esempio, ad esigere imposte mal messe e non possono d’un tratto riformare l’organismo governativo in conformità delle loro dottrine.

 

 

La funzione della critica è utilissima, perché sospinge sulla via del bene; ma la critica non deve essere fatta in modo da dipingere i ceti dirigenti come assetati soltanto di sangue proletario ed opposti per malignità d’animo e per avidità di lucro, ad ogni riforma benefica. Sovratutto poi meditino i socialisti sul singolare fatto della trasformazione dei loro compagni in altrettanti liberali, quando una volta essi giungono al potere. Forse, meditando, essi si persuaderanno che non si può onestamente predicare una dottrina la quale non potrà essere nella pratica applicata.

 

 

Forse anche la curiosità potrà indurli a studiare i principii della dottrina liberale, non nelle falsificazioni sistematiche di certi opuscoli di propaganda, ma nelle sue fonti genuine. Noi liberali siamo profondamente convinti che quando questo studio si facesse sul serio, i socialisti non aspetterebbero di essere giunti al potere per convertirsi al liberalismo politico ed al liberismo economico. In Italia, dove parecchi giovani studiano sul serio, la conversione dal socialismo al liberalismo ha già fatto molti progressi. L’unico motivo per cui non si è estesa di più e non è diventata pubblica è stata la stolta politica illiberale del Governo che ha unito in un sol fascio di opposizione popolare molte fra le forze intellettuali desiderose di libertà.

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