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La Tribuna

Un soldato moderno. Tipi e figure

«La Tribuna», 23 ottobre 1904

 

 

 

A Gaeta contro un oscuro deputato uscente si presenta il colonnello Enrico Barone. Questa la notizia che i lettori della Tribuna hanno appreso percorrendo le colonne dedicate al movimento elettorale; e forse anche la notizia non sarà parsa loro tanto suggestiva da giustificare un articolo di giornale.

 

 

Eppure dietro al candidato del collegio di Gaeta c’è un uomo forte, di una intelligenza superiore e l’uomo è l’indice di un profondo rinnovamento che va compiendosi nell’esercito italiano. Poiché il colonnello Barone è un soldato vero che nell’arte sua è diventato maestro. Quand’era maggiore, i suoi capi l’avevano mandato professore di strategia alla Scuola di guerre di Torino; non è esagerazione dire che fra quei tenenti e capitani il Barone aveva destato un’ammirazione schietta e profonda. Delle sue lezioni alla Scuola di guerra sono frutto i parecchi volumi sulle campagne del 1818, 1814 e 1866.

 

 

Coloro che si immaginano che la strategia sia una cabala misteriosa dovrebbero leggere le campagne scritte dal candidato di Gaeta. I movimenti intricatissimi e mutevolissimi ordinati dalla mente geniale di Napoleone o di Moltke sotto la sua penna si ordinano, si allineano e tutti si spiegano come conseguenze logiche di una serie di premesse, su cui Napoleone e Moltke dovevano basarsi nelle loro combinazioni strategiche, così come un matematico fa coi dati del suo problema. Forse la chiarezza sorprendente con cui il Barone afferra e sviscera gli avvenimenti più confusi delle guerre passate gli deriva appunto dalla famigliarità che egli ha con le scienze esatte, e dalla padronanza completa delle parti più ardue della scienza dei calcoli. Ed è anche questa abitudine al maneggio delle idee astratte ed alla loro applicazione ai fatti concreti della vita che ha consentito al Barone di diventare un maestro di alta scienza, a primo aspetto lontanissima dalla strategia; l’Economia politica. Un soldato che si mette a studiare la scienza economica è un fatto curioso e raro; è anche curioso e raro che questo soldato non si limiti a fare del dilettantismo economico, – come fanno tanti i quali per aver letto degli opuscoli sul socialismo, si credono diventati economisti e sociologi – ma, tra il plauso dei professori ufficiali, diventi libero docente di Economia politica nell’Università di Roma. Ora tutto questo sarebbe, per quanto strano in un soldato, poca cosa: le libere docenze sono diventate oramai in Italia una merce abbastanza comune per pesare sulla bilancia scientifica di una persona. La cosa in verità più singolare è questa: che il colonnello Barone è diventato, insieme con pochissimi altri, uno degli economisti che sono più conosciuti fra gli scienziati forestieri. Egli non ha scritto molto; ma gli studi sulla distribuzione della ricchezza e sulla pressione tributaria da lui pubblicati sul Giornale degli Economisti, sono divenuti fondamentali. Marshall, Edgeworth, Clark – e cito i nomi degli economisti più insigni di quei paesi anglo-sassoni dove, con buona pace dei francesi e dei tedeschi, la scienza economica ha fatto anche recentemente i progressi più geniali e profondi – se discutono l’opinione di qualche italiano, mettono in primissima fila il Barone. Se egli avesse voluto abbandonare la carriera militare, a quest’ora da anni insegnerebbe l’Economia politica da qualche illustre cattedra straniera.

 

 

Ha preferito non abbandonare il suo paese, ed anzi ora è stato assalito da una legittima ambizione: quella di entrare nella vita pubblica italiana.

 

 

Legittima ambizione, abbiamo detto, perché il candidato di Gaeta sarebbe qualche cosa di più e di meglio dei consueti deputati-militari: sarebbe il rappresentante genuino dell’esercito italiano non ridotto ad una casta chiusa nel mestiere delle armi, ma aperta a tutte le correnti di pensiero e di azione che si intrecciano e si contrastano nella nostra epoca agitata. Economista di prim’ordine, avrà in Parlamento nelle discussioni economiche e finanziarie pochi competitori. Storico, ha fatto alla Scuola, diplomatico- coloniale di Roma un corso di lezioni sulla Rivoluzione francese e sulla formazione della società politica contemporanea che fu giudicato densissimo di idee e di fatti. Giornalista, divulga dalle colonne della Stampa prima e della tribuna adesso, le nozioni più difficile della scienza militare applicandole ai fatti della guerra anglo-boera e russo-giapponese; in ciò ubbidendo al concetto fondamentale della necessità di diffondere nelle masse almeno i principi essenziali della condotta della guerra, affinché le masse diventino le collaboratrici attive dell’esercito in tempo di guerra e non spingano, con panici folli o con pressioni intempestive, i capi dell’esercito a fare cose contrarie alla loro volontà ed agli interessi supremi della patria.

 

 

Chi scrive ricorda di aver udito l’attuale candidato di Gaeta tenere nell’aula magna dell’Università di Torino dinanzi ad un uditorio in cui erano frammisti un Altezza Reale, molti ufficiali, moltissimi professori e studenti una conferenza; appunto sullo «spirito pubblico e la condotta della guerra». E quando il conferenziere dinanzi a tutta quella ufficialità ed a quella gioventù universitaria proclamava che nessun popolo può salvarsi dinanzi ad un esercito invasore, se il proprio non sia educato a sopportare fortemente i danni economici della guerra e se l’esercito non faccia una cosa sola colla nazione, è certo che il pensiero di molti dovette riportarsi dolorando, ad altri tempi in cui l’Italia dovette subire vergogna ed umiliazioni perché i capi dell’esercito pensavano soltanto a sé ed ai proprii allori, mentre il popolo strappava le rotaie delle ferrovie perché i soldati non potessero andare a compiere il proprio dovere.

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