Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Un traffico infame ed il salvataggio di ottanta piccoli martiri[1]

«La Stampa», 26 maggio[2] e 10 ottobre[3] 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 350-367

 

 

I

 

Sono note le miserie ed i dolori della tratta dei fanciulli italiani condotti a lavorare ed a morire nelle vetrerie francesi e belghe. Alcun tempo fa un rapporto del cav. Scelsi, console generale a Lione, narrava cose dolorose ed incredibili sulla nostra emigrazione infantile nelle fabbriche del suo distretto consolare.

 

 

Ma le denunce, pur troppo, a nulla sembrano giovare, sovratutto quando vanno incontro all’indifferenza delle sfere ufficiali. Occorre compiere un’opera continua di propaganda e di lotta a tutela dei piccoli paria italiani sacrificati alla ingordigia di indegni sfruttatori.

 

 

L’opera – e noi possiamo andarne a buon diritto orgogliosi, perché si tratta della tutela sovratutto di piccoli meridionali – è stata iniziata da piemontesi.

 

 

Il comitato piemontese dell’Opera di assistenza per gli operai italiani emigranti in Europa e nel Levante, la benemerita associazione fondata da monsignor Bonomelli[4] (2), ha compiuto, sovratutto ad iniziativa del nostro concittadino Alberto Geisser e per opera del dott. Ugo Cafiero, un’inchiesta sulla tratta dei piccoli italiani nei circondari di Sora e di Isernia (provincia di Caserta e Campobasso), dove si compie con maggiore intensità il brutto traffico.

 

 

Noi abbiamo sott’occhio le bozze di stampa del bollettino dell’«Opera», dove saranno pubblicati i risultati dell’inchiesta; e dei particolari dolorosi che essa mette alla luce vogliamo largamente discorrere, lieti che dal Piemonte sia sorto un appello a favore degli schiavi bianchi meridionali, appello che confidiamo troverà larga eco nell’opinione pubblica, nel parlamento e nel governo.

 

 

A Sora e ad Isernia la popolazione è povera, estremamente povera. Perduto il raccolto del vino, perduto il raccolto dell’olivo, impossibile per la malaria l’industria lattifera, i contadini sono costretti ad emigrare. Se la emigrazione consistesse tutta di uomini e di donne, essa sarebbe un fenomeno normale, anzi benefico.

 

 

Ma ben presto la emigrazione diventa patologica. Individui ingordi si accorgono che essi possono guadagnar molto di più trafficando sui piccoli fanciulli che non lavorando all’estero.

 

 

Il giudice Maietti così energicamente delinea il fenomeno:

 

 

«Pretore per circa 12 anni in provincia di Caserta, ove la tratta è fiorentissima, posso ben certificare che l’avidità del denaro è causa principale di tanta ignominia. Gli incettatori in pochi anni ammassano molti quattrini. Quel Testa (di cui in mia sentenza del 5 maggio 1897) in poco tempo, raccogliendo giovanetti in Colle San Magno e Caprile di Roccasecca, per la questua in Inghilterra, raggruzzolò oltre quindicimila lire. L’esempio è estremamente contagioso. Contadini ed operai agiati lasciavano tutto per dedicarsi alla tratta.

 

 

Lusingati dai negrieri – i quali sono sempre compaesani che dimorano in Francia e vengono per poco tempo a rifornirsi di carne umana – i fanciulli si vedono promessa una vita di agi e di ricchezze, dinanzi a cui si inebriano. In modo che, quando non sono i genitori che cedono per le promesse cinquanta lire a semestre, sono i ragazzi che persuadono le madri a mandarli».

 

 

Consegnati al negriero, comincia il calvario. Quando il negriero riesce a non sborsar denaro per vestirli prima di partire, con la promessa di farlo nella prossima città, li porta nella notte, spesso sopra un carro, al freddo, sino a Napoli o sino al treno. Straziante mi parve specialmente il racconto di uno di loro, di Fontana Liri.

 

 

«Io ero scalzo; prima disse (il negriero) che mi avrebbe comprato le scarpe a Cassino; arrivati qui, disse che le avrei avute a Napoli; arrivati a Napoli sulla carretta, eravamo 24, ci imbarcò per Lione, senza scarpe; colà mi mandò alla fabbrica con le scarpe di legno e così rimasi. Spesso sui piedi nudi cadevano pezzi di vetro bollente, o sul petto o in faccia».

 

 

Da ogni ragazzo che il negriero manda alla vetreria ricava 30 o 40 soldi al giorno e sempre più, a misura che vi restano più tempo e imparano il mestiere. Quando pure mandino ogni sei mesi le 50 lire ai genitori, – ordinariamente convenute per tre anni, – tutta la loro spesa si riduce a fornire un posto per un giaciglio comune dei ragazzi, pane la mattina e minestra molto liquida la sera, da cui il negriero ha tolto la parte solida per sé.

 

 

Certo Antonio Fraioli ha molti ragazzi piccoli, dorme sul pane per non lasciarlo prendere ai ragazzi, lo compra ogni dieci giorni e ne distribuisce un pezzo al giorno e cambia le lenzuola ogni settantacinque giorni.

 

 

Il sindaco di Fontana Liri, parlando di uno degli incettatori senza cuore, come egli li chiama, mostrò una lettera di un ragazzo che stava con l’incettatore Francesco Frezza; la lettera diceva:

 

 

«Il Frezza tratta bene due di noi perché sono grandi; noi siamo piccoli, non possiamo parlare perché ci bastona. Da quando partimmo da Lione, stiamo morendo di fame. Scrivete al console che il Frezza ci ha cambiati di nome, non abbiamo a chi ricorrere perché siamo piccoli. Lavoriamo la notte e il giorno dobbiamo andare al bosco a comprare la legna; le pulci ci mangiano».

 

 

Angelo Marsella e la moglie tenevano parecchi di questi ragazzi nella loro pensione. Uno, Zeppa Emilio, il 22 novembre 1898 scriveva al padre:

 

 

«Ignudi e stracciati ci vergogniamo di uscire la domenica; la sera Angelo Marsella non ci dà che mazzate. Siamo in mezzo al fuoco, ammalati e pezzenti. Se non andiamo un giorno a lavorare, mazzate».

 

 

Col Marsella vi erano anche i ragazzi fratelli Proia, Paolo e Angelo. Al pretore Maietti, che istruiva il processo, Angelo riferì:

 

 

«Mio fratello Paolo la notte per la debolezza orinava nel letto. Marsella e la moglie schifavano mio fratello e lasciavano il letto tale e quale puzzolente, e mio fratello la notte era costretto a ricoricarsi in quel letto, che era in un pianterreno umido».

 

 

Lo stesso Paolo, venuto in Arce, al pretore narrava:

 

 

«Io ero costretto a lavorare 12 ore di continuo davanti alla fornace; non avevo altra camicia da cambiare quando ero sudato. Il sudore asciugato mi produsse dei dolori alla schiena. Un giorno caddi svenuto. Quando rinvenni, il caporale mi obbligò a riprendere il lavoro. Svenni di nuovo e mi portarono all’ospedale».

 

 

Il medico francese definì il suo uno stato di marasma gravissimo. Dopo cinque mesi uscito dall’ospedale di Francia, il medico di Arce lo dichiara inguaribile! Per costui invece, prima che cadesse sulla breccia, il Marsella scriveva al padre ottime notizie. Il Marsella padre e figlio incettatori fanno perfino intervenire i minorenni nei contratti ad obbligarsi a non lasciarli mai; altrimenti danni e interessi!

 

 

Prima della morte del fanciullo Capuano, il Vorza scriveva al padre del Capuano, che trovavasi all’ospedale:

 

 

«L’ho dato ad una monaca che lo tratta a casa sua meglio di un signore. Tiene la trippa (la pancia) grande. Il medico dice che la malattia la tiene da quando era piccolo. Ma non credete che sia malato».

 

 

Il reverendo Mancone, che fu in Francia l’angelo consolatore di questi miserelli, nella sua deposizione disse che il povero piccolo Capuano mentre era moribondo mostrava con gioia una moneta da dieci soldi, che gli avevano regalata nell’ospedale, dicendo che non ne aveva mai avuta alcuna, e presente anche il Paulucci dei Calboli il ragazzo disse che sempre quando chiedeva da mangiare, il Vorza lo percoteva.

 

 

Benedetto Scappaticci, affetto da tubercolosi, si rifiutava di lavorare; il Vorza lo accompagnava alla vetreria a colpi di cinghia, lasciandogli sulle carni le impronte, che poi furono misurate e trovate eguali alla cinghia; alla vetreria il ragazzo riceveva calci nell’addome dagli operai francesi, e tali maltrattamenti che ne impazzì. Il Vorza si rifiutò di pagargli il rimpatrio, ciò che il console esigeva, rimproverandolo di avere portato dall’Italia il ragazzo florido di salute; il Vorza lo trattenne, contando di poter presto rimetterlo alla vetreria e risparmiare la spesa del rimpatrio. Aggravatosi il ragazzo, l’ambasciatore ingiunge al Vorza di rimpatriarlo; ma questi si squagliò. Una monaca della Villette, visto il fanciullo aggravatissimo, ne parlò con la pia signora che soccorreva tutte queste sventure, Maria Sofia, ex regina di Napoli. Questa si recò alla Pline de St-Denis, e, visto il ragazzo nel sozzo tugurio, lo ritirò, e quindi, a sue spese, lo fece rimpatriare. Intanto il Vorza scriveva al padre del ragazzo:

 

 

«Voglio sapere se è arrivato; se ha fatto un felice viaggio, e per mio regalo gli dò cinque lire (!); io sono andato dal console per farlo rimpatriare; non sono andato alla stazione perché non sapevo l’ora della partenza».

 

 

Il disgraziato ragazzo invece era nel manicomio di Genova.

 

 

Per avere una precisa idea di qual tempra siano fatti gli animi di questi incettatori, basta leggere la lettera del Vorza Donato, che sapeva quanti infanticidi aveva commessi e scriveva dal carcere al giudice istruttore:

 

 

«Su semplici anonime (l’arma dei vigliacchi, gelosi, perché non ho voluto pagare loro un migliaio di lire) di aver io trasportato in Francia minorenni e cagionato forse la morte di Antonio Capuano e di Felice Fraioli, mi si arresta e si priva della libertà degli onesti cittadini, che lavorando si procurano l’agiatezza (!). Esclamo con Orazio: Nil conscire sibi, nulla pallescere culpa!

 

 

Dopo avere attaccato e discusso alcune disposizioni, conchiude:

 

 

«Non commisi abusi di mezzi di correzione. Il Capuano morì di tumore splenico (milza), il Fraioli di ileotifo e polmonite. Valgano i certificati medici e le testimonianze dei compagni. Se non potettero nulla i farmaci del primo ospedale di Parigi, cosa potevo io contro il dittatore della vita? Non commisi truffe, perché feci il contratto coi genitori avanti il sindaco di Roccasecca».

 

 

Egli ha avuto una condanna di sei mesi, che ha scontato, una multa di seimila lire, che non ha pagata; in questi mesi ha fatta un’altra incetta e, dopo sporto appello, è ripartito per la Francia.

 

 

Dopo tante inchieste e pubblicazioni ufficiali, fa meraviglia che vi siano ancora genitori così snaturati da permettere che i loro figli vadano in Francia al martirio. Ma la meraviglia cessa quando si conosca che i genitori in gran parte credono che i figli stiano bene.

 

 

I negrieri dalla Francia esercitano la più scrupolosa sorveglianza sulla corrispondenza epistolare dei ragazzi con le loro famiglie. Ordinariamente i ragazzi non sanno scrivere, ma, anche se sanno, sono costretti dal terrore a scrivere alle famiglie come vogliono i loro sfruttatori. Io ho letto molte di queste lettere, si somigliano quasi tutte:

 

 

«Caro padre o cara madre, io questa lettera ve la scrivo (o me la fo scrivere) di nascosto dal padrone! Io sto bene assai in salute, meglio di voi! Il padrone non ci fa mancare niente e se lo leva di bocca lui e la moglie per noi! Qui non c’è lavoro ora e stiamo a carico suo! Perciò pazientate per il denaro e non dubitate».

 

 

Se il padre minaccia di andare in Francia, allora il figlio scrive:

 

 

«Non venite, perché io non me ne voglio tornare al paese a soffrire! Se venite, io me ne scappo e non mi fo trovare! Il padrone mi vuol più bene di voi!».

 

 

Le novelle vere i genitori le conoscono solo quando i fanciulli sono vicini a morire. Una madre scheletrita, a cui erano rimasti solo gli occhi per piangere, così racconto al Cafiero:

 

 

«Una domenica, all’improvviso, vennero (i negrieri) e ne dissero tante, che i miei due ragazzi vollero andare per forza… Dopo qualche tempo viene una notizia, che il più grande era malato. Quattro telegrammi feci battere con la risposta pagata, e me li fece il pretore così buono, e pagai ogni volta sette lire l’uno! All’ultimo telegramma il ragazzo era morto!».

 

 

Una pausa lunga, lamentosa, poi riprese:

 

 

«Questo poveromo (il marito) uscì pazzo ed è stato otto mesi al manicomio! Frattanto abbiamo dovuto lasciare la terra, e a stento abbiamo trovato questa capanna. Quest’omo non è più buono a lavorare e non trova nemmeno lavoro, io non ho testa se non a fare scrivere lettere per riavere almeno l’altro figlio mio. Quell’infame (il negriero) ecco che cosa mi risponde».

 

 

Mi mostra le cartoline postali da Pantin. Ripetono sempre:

 

 

«Cara madre, io sto bene, il lavoro non ci sta, io non ho i mezzi del viaggio, sono in debito col padrone».

 

 

«Signore mio, – riprese la donna, – io sto vendendo tutto per fare le cento lire del viaggio; partirò con una carovana di questi ragazzi che partono per le vetrerie. Purché faccia presto a riprendermi il figlio mio!».

 

 

Riportiamo il testo di un contratto perché indica in modo caratteristico il sistema di compra-vendita dei poveri fanciulli italiani.

 

 

«Dichiaro io qui sottoscritto Giovanni di Ciocci fu Antonio (il procuratore del negriero), mi carantisco per tre anni, ogni sei mesi, consegnare centoquindici lire a Domenico Ricci fu Giovanni e sua moglie Lucia; poi se i ragazzi da Bernardo Greco (il padrone negriero) non vonno starci o sia dovesse andarci qualche persona mandata dai suoi genitori, allora Giovanni di Ciocci non desidera di pagare e non deve pagare più a Domenico Ricci la detta somma; se poi dovesse andare il suo padre a ripigliare i suoi figli, allora Domenico Ricci deve dare a Giovanni di Ciocci lire 300 a danno e interessi; sempre però prima degli tre anni Bernardo Greco si obbliga a mantenere i ragazzi a mangiare e vestire o sia tutti trattamenti. Se poi non si tratta come al contratto, allora, o sia, (se) si dovesse ammalare per un mese, gli ragazzi sono obbligati a rimettere il mese».

 

 

Con tal contratto i disgraziati fanciulli sono consegnati mani e piedi legati ai padroni, che per tre anni hanno diritto di sfruttarli.

 

 

Certamente l’energia spiegata dal sotto-prefetto di Sora, cav. Tinto, ha diminuito il male. Con uno spirito veramente da San Domenico egli ha inculcato ai sindaci di non rilasciare più passaporti per l’interno, di essere prudenti nel rilasciare passaporti per l’estero, di negarli ogni volta che si accorgono che servono per trasportare minorenni in Francia. Ha inspirato un salutare terrore.

 

 

Occorre tuttavia qualcosa più del terrore. I ragazzi non ricevono il passaporto? Ebbene, basta che l’abbiano i negrieri; i piccoli basta che abbiano il solo atto di nascita, che è richiesto dai sindaci in Francia per immatricolare i piccoli martiri.

 

 

Il sindaco di Trevelle si lagna che, obbedendo egli agli ordini del sotto-prefetto di non rilasciare passaporti, gli vien chiesto l’atto di nascita e di moralità dei suoi piccoli amministrati, ch’egli non può negare; con questi atti, gli interessati vanno al municipio di Terracina ed ottengono il passaporto per l’interno. A che vale dunque il rigore di uno, quando un altro impiegato fa ciò che è dal collega negato?

 

 

Attorno all’industria dei negrieri, fiorisce quella di alcuni impiegati comunali. Un ex segretario, lasciato l’ufficio, portò con sé il bollo del comune e gli opportuni moduli e rilasciava per conto proprio, a quelli che gliene chiedevano in vendita, le richieste ferroviarie, che valgono a fare il viaggio a metà prezzo sulle ferrovie italiane. Il municipio di Roccadarce rilasciava richieste in bianco ed in bianco lasciava le madri.

 

 

Quando proprio i negrieri non si possono far rilasciare passaporti ed atti di nascita, allora essi ottengono atti di nascita di Tizio e di Caio, nomi che non destino alcun sospetto. Se i ragazzi da condurre in Francia hanno meno di 13 anni, si ottiene un atto di nascita di un altro che abbia i 13 anni, e poi lo si affibbia al piccolo schiavo deportato.

 

 

Tale è il caso scoperto dall’ambasciatore Tornielli, caso caratteristico, che somiglia a molti. Il 27 settembre 1900, da Roccasecca partiva una comitiva per Torino e Modane, guidata da Bernardo Greco di Pasquale, nato e domiciliato a Roccadarce, residente a Parigi, e composta della moglie Donata Giorgi da Roccasecca, di Luigi Faioli, con tre figli: Emilio, di anni 14; Ferdinando, di anni 11, e Francesco, di anni 9, di Clemente Cacciarelli coi figli Gregorio di anni 15 e Angelo di anni 12, di Domenico Ricci con due figli, Antonio di anni 14 e Serafino di anni 12; dodici avevano passaporti per l’interno, e uno solo, il Domenico Ricci, passaporto per l’estero.

 

 

Il Tornielli, informato del prossimo passaggio al confine, avverte telegraficamente i delegati di Bardonecchia e di Ventimiglia, ma non ne ottenne alcuna risposta.

 

 

Il capo dell’ufficio di pubblica sicurezza a Bardonecchia gode fama di funzionario provetto e specchiato, ed ha proceduto infatti all’arresto di non pochi incettatori. Ma o è male assecondato, o non è posto in grado di adempiere in modo adeguato al servizio. Le migliaia di minorenni italiani occupati nelle vetrerie francesi, depongono in modo irrefutabile contro le autorità italiane, particolarmente quelle dei confini e di alcune almeno

dei nostri porti.

 

 

Alcune volte intervengono a favorire gli incettatori le raccomandazioni di parlamentari. Un mese fa un incettatore chiese il passaporto al comune di Roccasecca. Il sindaco lo negò. Cominciarono a piovergli le raccomandazioni da ogni parte, specialmente dalle grandi autorità elettive.

 

 

Se le informazioni pervenute al comitato piemontese sono esatte, questi mali non sono esclusivi al mezzogiorno d’Italia. Il sindaco di un comune vicino ad Aosta e già benemerito elettore politico, si propose, non è guari, di assistere un suo compaesano ed elettore, il quale aveva reclutato un discreto numero di minorenni valdostani destinati ad una vetreria del Belgio. Negatigli recisamente i passaporti per ordine della prefettura di Torino, l’incettatore, assistito dal sindaco sullodato, colla squadra si sarebbe recato in una provincia vicina dove, mercé la protezione, certo incosciente, di un parlamentare, avrebbe trovato modo di avere per semplice notorietà le carte occorrenti o quanto meno di varcare la frontiera indisturbato col suo contrabbando umano.

 

 

Ciò che è stato narrato sopra forma un complesso di fatti gravi e di negligenze colpevoli, a cui occorre portare rimedi efficaci. Né sarebbe difficile se si pensa che gli incettatori sono quasi sempre nativi di due o tre ben noti paesi: Casalvieri, Casalattico, Belmonte Castello. Di Casalvieri è notorio l’aneddoto della risposta del sindaco al prefetto, che lo interpellava sulle voci di costumi dei suoi concittadini.

 

 

«A Casalvieri, se ne togliete Sant’Onorio (il santo protettore) sono tutti ladri».

 

 

I carabinieri sono impotenti a sorvegliare questi vivai di negrieri. Un brigadiere mi diceva: «A Casalattico per questa faccenda io dovrei andare un paio di volte la settimana, perché è un centro attivo di questa peste. Ma io non ci vado che una volta al mese!»

 

 

Manca la sorveglianza. I funzionari colpiscono quelli che passano al volo, per caso, dove essi si trovano, ma questi sono una frazione minima del numero di quelli che hanno interesse nella turpe industria.

 

 

I funzionari riconoscono che farebbe perlomeno d’uopo esercitare sorveglianza nelle stazioni di partenza e di transito. Ebbene, si crederebbe? Si fermano, specialmente la notte, in queste stazioni, ore ed ore ad aspettare i treni, torme di bestiame umano e non l’ombra di una guardia osserva chi accompagna i ragazzi, chi è, perché. I ragazzi partono sforniti di carte, non sanno dove vadano, e lungo le strade ferrate patrie, per centinaia di chilometri, per decine di stazioni, il brutto reato passa inosservato. Quanto bene potrebbero almeno fare gli impiegati ferroviari, dal bucabiglietti al capo-stazione, se fossero autorizzati ed affiliati alla santa causa! Sotto il loro occhio passa sempre il reato.

 

 

Uno dei mezzi più sicuri per sottrarsi alla sorveglianza è il seguente: le loro guide, dopo averli fatti viaggiare in terza classe un paio di giorni sino ad una delle stazioni di confine, non mai la stessa, qui li fanno scendere e prendere il biglietto di seconda classe dei diretti, che hanno meno minuti di fermata; e non falliscono mai allo scopo; nessuna domanda, nessun fastidio da parte dei funzionari italiani. Parecchi funzionari del circondario di Sora e militi dell’arma superiore ad ogni sospetto, si lamentano vivamente perché le autorità italiane alla frontiera chiudono tutti e due gli occhi, e perché, per quante denunzie e comunicazioni facciano loro, non ottengono mai una risposta. Dimodoché il sotto – prefetto di Sora, scoraggiato, dice che per applicare rigidamente la legge italiana riguardo ai minorenni, possiamo sperare solo nei funzionari francesi!

 

 

Sia lode al comitato piemontese dell’opera Bonomelli che ha assunto il coraggioso apostolato. Come bene dice Alberto Geisser, è in potere di tutti noi, privati cittadini, ufficiali governativi o locali ed ecclesiastici, estirpare la piaga così obbrobriosa per l’Italia.

 

 

II

 

Alcuni mesi or sono narravamo su queste colonne una storia triste, profondamente triste: la storia del traffico miserando dei minorenni italiani condotti dai circondari di Sora e di Isernia a morire nelle vetrerie francesi.

 

 

Quella inchiesta, dovuta alla nobile iniziativa dell’Opera di assistenza degli operai italiani all’estero, ebbe larghissima eco.

 

 

Dobbiamo ora parlare di un’altra inchiesta e di un’altra campagna nobilissima condotta dall’Opera a favore dei minorenni italiani martirizzati nelle vetrerie francesi.

 

 

È una narrazione dolorosa, la quale stringe il cuore, questa degli sforzi fatti dal prof. E. Schiapparelli, segretario generale dell’Opera, per salvare dalla morte i piccoli martiri nostri connazionali. È una narrazione che noi vogliamo fare, perché una viva fiamma di indignazione sorga ad aiutare i volonterosi nell’intrapresa santa che essi si sono assunta.

 

 

È nei sobborghi di Lione (La Mouche, La Mulattière, Oullins, Venissieux), nel bacino dell’Alta Loira (Givors, Rive-de-Gier, ecc.) e nei dintorni di Parigi che più infierisce il triste sfruttamento dei fanciulli italiani.

 

 

Costretti dalla natura tecnica della lavorazione ad impiegare tre garzoni per ogni operaio adulto, i proprietari delle vetrerie, ad ogni famiglia che presenti due ragazzi capaci di fare il porteur danno gratuitamente alloggio e riscaldamento; impiegano subito i due fanciulli a non meno di 40 lire mensili ciascuno, ed impiegano il padre come manovale a tre franchi al giorno. Il salario viene dato al padre perché stia tutto il giorno ozioso, e permetta al fabbricante di sfruttare a sangue i suoi figli, i quali, dopo pochi anni, sono buttati sulla strada colla salute rovinata e senza un mestiere, per far posto a nuovi elementi più giovani e più agili. Accade che quando i veri figli muoiono o diventano incapaci a lavorare, i genitori, per conservarsi la sinecura dei 3 franchi giornalieri, ricorrano a criminose astuzie.

 

 

I più si procurano atti di nascita qualsiasi, che qualche loro compare vende per il prezzo medio di una cinquantina di lire. Rea Giuseppe, da Arpino, ha due figliastri, Ardore Domenico, maggiore di 13 anni, ed Onorio che ne ha 10: da un certo Arduino Recchia, di Casalvieri, compera l’atto di nascita di un fanciullo, Raffaele Fallone, che ne ha 14, e lo applica al figliastro Onorio, che malgrado la piccola statura – sono sempre tanto piccoli, si dice, i fanciulli italiani, in confronto dell’età! – viene subito accettato come porteur, così che il patrigno vi entra come manovale. Poco dopo, passa per Rive-de-Gier ed alloggia presso il Rea, il famigerato incettatore Donato Ciccarelli; questi gli propone di cedergli la fede di nascita del Raffaele Fallone, e il contratto è fatto: per cui in altra vetreria vi è certo un secondo ragazzo minore di 13 anni che figura col nome di Raffaele Fallone, e in altra ancora ve ne sarà probabilmente un terzo.

 

 

Sebbene la legge francese punisca coll’immediata espulsione lo straniero che si renda colpevole di falsa dichiarazione, nondimeno l’uso dei documenti falsi, fra i meridionali, è diventato sistema: tutti vi ricorrono. I capi del personale delle vetrerie lo sanno, ma chiudono amendue gli occhi e tollerano tutto. Grazie alla colpevole tolleranza, può avvenire che genitori avidi di guadagno mettano al lavoro fanciulletti di undici, di dieci, fin di nove, fin di otto anni.

 

 

Però, quella delle famiglie è la piaga minore. La vera, la grande piaga è quella degli incettatori, che hanno quattro, sei, dieci, quindici, fin venti ragazzi, sui quali, pagando annualmente 100 lire ai genitori, esercitano una autorità assoluta, che riduce quei disgraziati alla condizione di schiavi. I garzoni, così si chiamano i fanciulli incettati, non hanno camicia, o ne hanno una sola pei giorni festivi; dormono tutti nudi a tre, quattro, fin cinque per letto, o su pagliericci immondi buttati per terra, o su casse rovesciate. Solitamente, lungo la settimana non hanno che pane e cattiva minestra, per la quale le mogli degli incettatori, peggiori ancora dei loro mariti, utilizzano ogni rifiuto del mercato.

 

 

«Bisogna vederle, – diceva allo Schiapparelli un buon padre di famiglia francese, – queste donne italiane fra le 6 e le 8 della mattina girare pel mercato come fanno i cani, raccogliere per terra ciò che i rivenditori buttano via, ed avreste un’idea di ciò che si fa mangiare a questi poveri ragazzi! C’est de la pourriture qu’on leur donne!».

 

 

L’incettatore è forte perché è il preferito dai grandi industriali vetrai. Invece di aver da fare con dieci capi-famiglia zotici, ignoranti, che non parlano che il loro dialetto, il capo del personale ha da trattare con un solo individuo, svelto, intelligente, che parla bene il francese ed è quanto mai remissivo. L’incettatore, infatti, non si lamenta mai né dell’orario o del turno di lavoro, se sia di giorno o di notte, né domanda garanzie di sorta per l’avvenire dei garzoni. Quanto più lungo è il turno di lavoro, tanto meglio è per l’incettatore; se i suoi garzoni, invece di otto ore al giorno, lavorano dodici, invece di 45 lire mensili per ciascuno, egli ne intascherà 70; e se lavorano sedici ore, ne prenderà 90 e risparmierà sul vitto. Che se avvenga che i forni siano spinti a temperature altissime, ed i gamins, sopraffatti da vampe di calore infernale, fuggano gridando: «Metteteci dentro nel forno! Non ne possiamo più!», l’incettatore andrà a riprenderli, volenti o nolenti li ricondurrà al supplizio, e il lavoro non si interromperà. E se svengono nella vetreria per inanizione, il che avviene spesso, non perciò si dovranno fare mutamenti nel turno. L’incettatore, inoltre, ha cura di avere costantemente personale giovane; ha regolarmente una schiera di ragazzetti sotto i 13 anni che, come porteurs, sono tutto quanto si possa desiderare di meglio; li ritiene di solito per quattro, cinque o sei anni, passati i quali, se la morte non li ha falcidiati, li rimanda esausti ai loro parenti, chiedendo magari al consolato il rimpatrio gratuito, che suole essere conceduto agli infermi! E intanto nuova merce giovane arriva e supplirà l’antica.

 

 

Fu per strappare i piccoli martiri a codeste belve umane che lo Schiapparelli iniziò la sua campagna. La quale non fu agevole né lieta. I fanciulli italiani medesimi, terrorizzati dai loro padroni, occultavano la verità.

 

 

Scarni e del pallore della morte, con le tracce visibili dei patimenti a cui sono sottoposti, essi negano il vero perché sanno di essere spiati.

 

 

«Stimmo bene, simmo contenti!… In Italia se more de fame… Qui se mangia bene… In Italia no’ volimmo tornar più!…».

 

 

Non è possibile parlare a lungo coi fanciulli perché le donne incettatrici stanno sempre all’erta. Già sanno confusamente che in Italia esiste un’opera intesa a combattere il loro infame negozio. Poche ore dopo che lo Schiapparelli era giunto a Rive-de-Gier, la voce era corsa di bocca in bocca che l’ispettore, vagamente temuto, era giunto, ed ovunque egli passava, dalle porte delle case, dai terrazzini e dalle finestre, tutti lo segnavano a dito.

 

 

All’uscita dalle vetrerie, i ragazzi piccoli, senza dubbio inferiori ai 13 ed anche ai 12 anni, che lo Schiapparelli vede, sono molti.

 

 

«Avevano un’aria stanca, sfinita, che muoveva a pietà: scarni, con larghe bruciature, chi alle gambe, chi sul collo, chi sul viso. Camminavano zoppicando, strascicando i piedi come se fossero vecchi cadenti. Cercai interrogarne qualcuno; mi guardavano per un momento come istupiditi e poi se n’andavano senza rispondere o mormoravano come persona seccata: Sì!… simmo contenti… Qua se mangia… In Italia se more de fame… Né potuto dir altro, perché gli incettatori erano loro alle costole. A Venissieux, sobborgo di Lione, uno degli incettatori, inforcata una bicicletta, mi precedeva e mi seguiva dovunque, intimidendo i ragazzi, che più non ardivano parlare».

 

 

Lo Schiapparelli però non si scoraggia. Coadiuvato dal cav. Perrod, nostro console generale a Lione, funzionario meritevole di encomio per l’abnegazione con cui adempie ai più rudi doveri dell’ufficio suo, egli riesce ad ottenere l’appoggio delle autorità francesi, le quali con prontezza ed entusiasmo mettono a sua disposizione una squadra di gardiens de la paix. Con questi comincia la crociata. Una vera crociata, perché bisogna lottare con la forza e l’astuzia per strappare la preda agli incettatori.

 

 

Al Bâtiment de Gerlan, gran casamento dipendente dalla vetreria Jayet, nel sobborgo della Mouche, a Lione, sporco, umido, senza aria, sono accatastate almeno venti famiglie, quasi tutte di incettatori, con oltre cento garzoni. Quando vi giunse la squadra liberatrice, i ragazzi erano appunto rientrati dalle vetrerie; ma non appena si sa del suo arrivo, dalle finestre del piano terreno ed anche del primo piano gli incettatori fanno fuggire i ragazzi, specialmente i piccoli, sicché se ne possono liberare soltanto quattro.

 

 

Così in tutte le altre località. A Rive-de-Gier le resistenze furono tenaci. Gli incettatori maledivano, minacciavano, sfidavano l’ispettore a ritornare, ed avevano diffuso la voce che egli raccoglieva i ragazzi per gettarli nel fiume od ucciderli in modo misterioso; ma ben maggiore era il fermento alla Mouche, dove terribili furono le minacce che gli incettatori e le loro donne, vere furie infernali, fecero ai poveri ragazzi nella notte precedente al giorno in cui si aspettava lo Schiapparelli colle guardie.

«Al mattino, verso le undici, ora in cui i ragazzi dovevano essere usciti dalle vetrerie, ci presentammo alla casa n. 22 dello Chemin des Culattes, accompagnati da buon nerbo di gardiens de la paix. I due incettatori D’Agostino si erano nascosti; non c’era in casa che una delle donne, che ci stava aspettando con aria di sfida; vi erano pure i dodici ragazzi, intenti, più che a mangiare, a divorare ciò che la loro padrona aveva imbandito con grande larghezza. Sopra una tavola, in cucina, vi era, in abbondanza, minestra asciutta e in brodo, carne lessa ed arrostita, prosciutto, formaggio, vino».

 

 

«Ecco ciò che io dò ai miei garzoni» gridava D’Agostino, apostrofandoci.

 

 

«Tacete, malvagia donna» rispose il cav. Perrod, «non sentite il rimorso pei ragazzi che avete uccisi?»

 

 

«Ah! quelli è il Padre Eterno che se li è presi» rispose essa con un sorriso cinico, e rivolta ai ragazzi: «Mangiate, mangiate, figliuoli, finché ne avete il tempo».

 

 

I ragazzi divoravano colla bocca, cogli occhi, colle mani nervose, rivelando coll’avidità loro la lunga fame patita.

 

 

Quando i ragazzi ebbero dato fondo a quanto era stato loro imbandito, li interrogammo ad uno ad uno, e ci assicurammo che, su dodici, sette erano minori di 13 anni.

 

 

«Questi sette verranno con noi».

 

 

La D’Agostino lanciava dagli occhi lampi di collera minacciosa; i sette ragazzi cominciarono a dare in ismanie, piangevano, gridavano:

 

 

«No’ vulimmo andare a morire in Italia… in Italia se more de fame… Vulimmo restar qui…»

 

 

Tutti i vicini si erano affollati nel corridoio e per la scala, evidentemente nell’intento di provocare un tumulto, durante il quale i ragazzi potessero fuggire; d’uopo era agire colla massima energia. Come Dio volle, coi sette ragazzi minori, alcuni dei quali portati di peso dai gardiens de la paix, si arrivò fino in fondo alle scale, fra le strida delle comari, le invettive, le minacce un po’ di tutti, un vero pandemonio.

 

 

Sullo Chemin des Culattes, ove tenevamo pronte delle vetture, si faceva intanto un altro assembramento; ma erano principalmente francesi. «On délivre les petis verriers! – si gridava da ogni parte – Quelle belle oeuvre! – C’était bien le temps! – C’est le consul d’Italie, le voilàVive le consul d’Italie!». Le buone madri francesi, accarezzando i ragazzi, che si abbandonavano più che mai a smanie d’ogni sorta, cercavano di calmarli e persuaderli che quella era la loro liberazione.

Messi i sette ragazzi in vettura, li avviammo in consolato, custoditi da gardiens de la paix, e noi, col brigadiere e altri militi, andammo per prendere i ragazzi dall’incettatore Vincenzo Franco. Questi, come i due D’Agostino, si era eclissato, lasciando soli in casa la moglie – una megera – e i quattro ragazzi, che erano come impazziti dal terrore. Essi, clandestinamente, e per due volte, mi avevano domandato il rimpatrio, accusando i peggiori maltrattamenti, e per questo motivo mi ero deciso a liberarli, sebbene fossero tutti ragazzi forti, d’età superiore ai 13 anni. Il padrone aveva intuito che la domanda era venuta da loro, ed aveva loro imposto, come ammenda, pena la morte, di opporre a noi una resistenza disperata.

 

 

Entrati nella piccola cucina, in cui stavano raccolti, sotto la sorveglianza della Franco:

 

 

«Perché non li conducete in consolato?» domandammo a questa.

 

 

«Chiedetelo a loro, signore; sono essi che non vollero venire. Io li lasciai liberi».

 

 

I ragazzi si erano messi in piedi l’uno accanto all’altro, colle braccia incrociate sul petto, in atto di lotta; tutti insieme gridarono, scuotendo il capo minacciosamente:

 

 

«No, no’ venimmo in Italia! vulimmo restar qui!».

 

 

«Voi verrete!».

 

 

«No!».

 

 

I gardiens de la paix si mossero per prenderli e incominciò una zuffa accanita, in mezzo alle strida della Franco e di un nugolo di comari meridionali, che, in previsione, s’erano portate sul pianerottolo della scala.

 

 

«Lasciateli, – gridai allora. – Disgraziati, vi lascio! Non capite che resistendo alla polizia andrete in prigione?».

 

 

«Oh! poveri noi» gemettero come fuori di sé, durante un ben penoso tragitto.

 

 

Giunti alla stazione la scena cambiò. Discesi dalla vettura, si guardarono l’un l’altro, contandosi e interrogandosi vicendevolmente:

 

 

«È dunque proprio vero che siamo liberi? che andiamo in Italia?»

 

 

E a mano a mano che questa speranza si chiariva nella loro mente, il loro occhio si accendeva e la gioia traspariva da tutto l’essere loro. Né ebbe più limite quando a ciascuno fu rimesso il biglietto ferroviario fino alla frontiera, e un bel scudo per provvedersi del vitto durante il viaggio. Quei poveri figliuoli si abbandonarono allora alle più tenere dimostrazioni di affetto non solo verso di me e verso il cancelliere del consolato, che era stato pieno di premure per loro, ma anche col gardien de la paix, che li aveva scortati fino alla stazione. Quando il treno si mosse, partirono agitando le mani in segno di gioia e gridando: Viva l’Italia!

 

 

Alla Mulattière, a Rive-de-Gier continua l’opera di liberazione. In quest’ultima città furono liberati diciassette fanciulli che erano sotto falso nome, di dodici, undici, fin di dieci anni, i più in condizioni di salute infelicissime o disperate.

 

 

«Vi era, fra gli altri, un piccolo ragazzo, Francesco Fallone, di undici anni, che stava col cognato Vetrajno, uno dei più snaturati incettatori. Obbedendo alle ingiunzioni del Vetrajno, il povero fanciullo aveva sempre trovato modo di schivarsi uscendo dalla vetreria mezz’ora dopo gli altri, fino a che una sera, per puro caso, lo sorprendemmo; e, al vederlo, non potemmo trattenere un grido di pietà. Era un piccolo scheletro, che sussultava tutto per un tremito nervoso; ogni po’ doveva fermarsi, perché non poteva più camminare; eppure nelle otto ore precedenti gli avevano fatto fare i suoi settecento giri per portare settecento bottiglie!».

 

 

A Saint-Galmier lo Schiapparelli si reca da Antonio Fusco, un famoso incettatore, che contro l’ispettore dell’opera aveva proferito minacce di morte.

 

 

«Lo trovammo in casa con una parte dei garzoni che dovevano prendere il turno alle quattro del pomeriggio.

 

 

«Come vi chiamate? – Antonio Fusco. – Ah! siete quella canaglia di Fusco!; e su questo tono si proseguì. Scopersi documenti alterati, ragazzi sotto falso nome; presi a parte, alcuni di essi rivelarono i maltrattamenti subiti. Lavoravano tutti, ogni giorno, da 12 a 16 ore consecutive; uno, Antonio Cima, aveva lavorato fino 36 ore di seguito; per nutrimento non avevano, lungo la settimana, che pane duro e minestra immangiabile, – una broda con pasta corrotta e condita con sego; – alla domenica soltanto un bicchiere di vino cattivo e salsicce o altra carne putrefatta; ogni cinque, avevano un letto, e così pullulante di insetti, che i ragazzi preferivano dormire alla vetreria sopra un mucchio di paglia; due ragazzi piccoli, di dieci anni, con bruciature ai piedi, non erano registrati e ci erano stati nascosti. Le lettere dei genitori erano intercettate; ai due fratelli Cima, uno di 16 e l’altro di 10 anni, il Fusco aveva detto pochi giorni innanzi: «Vostro padre mi scrive che state male e che verrà a prendervi; se salirà le scale, non le scenderà; ammazzerò lui e voi, e berrò lo sangue suo e lo sangue vostro.

 

 

Antoniuccio, come si faceva chiamare, le Monsieur, come lo chiamavano i francesi, non lavorava e viveva sui ragazzi; ne aveva 13 registrati e 2 clandestini; dedotte le 100 lire annue, che passava ai parenti, e le spese di mantenimento, egli guadagnava, oziando, oltre 8.000 lire all’anno! Dei suoi 15 garzoni ne portai via 13, e gli altri due, maggiori di età, rimpatriarono poi. – Qual male ancora mi potete fare voi? – mi gridava furente la moglie del Fusco…».

 

 

Ottanta fanciulli liberati dal martirio lento e dalla morte sicura sono qualcosa. Ma ben più occorre fare. L’Opera, così ci promettono il vescovo Bonomelli, presidente dell’Opera, ed Alberto Geisser, delegato per l’assistenza dei minorenni, continuerà vigorosamente la crociata intrapresa, e proseguirà le denunzie, le liberazioni ed i rimpatrii, fino a che questa mala pianta degli incettatori non sia estirpata, a conforto della nostra coscienza, per il buon nome dell’Italia, per l’onore comune.

 

 



[1] La materia dei due articoli qui raccolti era stata ricavata da due più ampi studi che col titolo La tratta dei fanciulli italiani (in continuazione di altro studio, apparso nel medesimo fascicolo su L’emigrazione temporanea italiana e l’opera di assistenza di mons. Bonomelli, dovuto a Giuseppe Prato) e con quello La liberazione di ottanta piccoli martiri furono pubblicati rispettivamente nei fascicoli del giugno e del novembre dell’anno 1901 della rivista «La riforma sociale»; il primo ad opera del dott. Ugo Cafiero ed il secondo scritto in collaborazione fra l’autore e Giuseppe Prato.

[2] Con il titolo Un traffico infame di carne umana. Dolorose risultanze di un’inchiesta [ndr]

[3] Con il titolo Il salvataggio di ottanta piccoli martiri [ndr]

[4] Dell’«Opera di assistenza per gli operai italiani emigranti in Europa e nel Levante» fondata da monsignor Bonomelli, le testimonianze recate in questa raccolta lasciano intendere le benemerenze acquistate in un tempo, nel quale la tutela degli emigranti era stata assunta in fatto da due vescovi, Bonomelli di Cremona e Scalabrini di Piacenza. Insigne tra i collaboratori piemontesi dell’opera Bonomelli era Ernesto Schiapparelli, professore di archeologia nell’università di Torino, meritamente celebre per scavi nell’isola di Creta ed in Egitto. Egli si era dedicato alla tutela dei piccoli emigranti dei quali con energia non comune trasse centinaia a salvezza. Eragli compagno nell’opera benefica Alberto Geisser, che ebbe poscia parte notabile nella direzione della rivista «La riforma sociale», sostenne battaglie impopolari nel consiglio comunale di Torino e fu integro valoroso presidente della Cassa di risparmio di Torino (Nota del 1959).

Torna su