Una campagna abolizionista

Tratto da:

Per la giustizia tributaria

Data di pubblicazione: 01/01/1901

Una campagna abolizionista

Per la giustizia tributaria, Torino-Roma, Roux e Viarengo, s. d. [1901], pp. 49-57

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925)[1], Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 272-278

 

 

 

 

Il voto recente della camera dei deputati, contrario all’abolizione del dazio sul grano, non ha fatto cessare la campagna che si combatte vivissima pro e contro il dazio. Forse anzi ha infuso novello ardore negli animi degli abolizionisti.

 

 

Chi scrive, per antica convinzione ripetutamente espressa su queste medesime colonne, è favorevole all’abolizione completa e graduale del dazio sul grano. Non giova adesso ripetere i motivi della convinzione. Piuttosto, ad incorare i combattenti ed inspirar loro fiducia nel trionfo della giusta causa, sembra preferibile raccontare per sommi capi la storia di un’agitazione intrapresa con gli intenti medesimi e condotta a termine trionfale in breve volgere di anni in Inghilterra dalla famosa Anti-Corn League, «Lega per l’abolizione delle leggi sui cereali». Fu una campagna coraggiosa e mirabile quella che nell’ottobre del 1838 si iniziò a Manchester contro il regime di monopolio e di protezione che immiseriva l’Inghilterra.

 

 

Il dazio a scala mobile sui cereali, inteso a mantenere, con una tariffa variabile da 1 scellino a 20 scellini, il grano al prezzo remuneratore prima di 80 e poi di 70 scellini al quarter (il quarter equivale a circa tre ettolitri e lo scellino a lire 1,25), era il fondamento principale del regime monopolistico, e contro di esso diressero anzitutto i loro colpi più rudi i sette apostoli del libero scambio che nell’ottobre del 1838 fondarono la lega di Manchester.

 

 

L’impresa non era agevole. Essi avevano contro di sé il parlamento, la chiesa, lo stato, i grandi proprietari fondiari, tutti gli industriali protetti ed i monopolisti. In un paese dove le cose antiche sono circondate da rispetto quasi superstizioso, la impresa poteva sembrare impossibile. Ma gli apostoli non si scoraggiano. Se i proprietari si appoggiano alla chiesa ufficiale, i seguaci della lega fanno appello alle chiese dissidenti. Contro l’aristocrazia fondiaria, il clero, la burocrazia, essi organizzano ed ammaestrano le classi manifatturiere, la borghesia media, gli industriali, i commercianti e gli operai.

 

 

I poveri ascoltano la parola dei missionari della buona novella economica ed i fondi necessari per le spese di propaganda sono largamente sottoscritti dai ricchi, penetrati dalla luce della verità. Nel 1841 le sottoscrizioni volontarie ai fondi della lega di Manchester sono di 200.000 lire italiane, e raggiungono 600.000 lire nel 1842, un milione nel 1843, 2 milioni nel 1844. In un giorno solo, il 14 novembre 1844, sono sottoscritte, in mezzo ad un grande entusiasmo, più di 400.000 lire.

 

 

E la propaganda si esercita attiva, incessante, nelle città e nei villaggi dell’Inghilterra per mezzo di opuscoli, fogli volanti, affissi, giornali. L’Inghilterra viene divisa in dodici distretti, ognuno dei quali è affidato ad uno speciale propagandista. In ogni città ed in ogni contea la lega tiene le sue assemblee e le sue conferenze pubbliche. Cobden, Bright, Gibson, Villiers si moltiplicano ed accorrono in ogni luogo dove la loro parola può essere feconda di bene. Essi vanno audacemente nelle campagne, in mezzo ai contadini ed agli affittavoli; e tenendo testa con coraggio agli avversari, riescono a conciliarsene la simpatia e talvolta i voti.

 

 

I fanciulli e le donne sono chiamati a contribuire all’opera. Nei sillabari e nei libri di lettura dei fanciulli si leggono dialoghi sul «monopolio ed il libero scambio». Le donne attendono alla spedizione dei giornali e degli opuscoli, preparano feste a favore della lega ed arringano dall’alto della tribuna la folla.

 

 

A poco a poco l’idea si fa strada. La riforma elettorale del 1834 aveva permesso alle classi medie di inviare rappresentanti al parlamento. Con grande stupore ed indegnazione delle classi possidenti, le città manifatturiere mandano Cobden, Bright e Villiers alla camera dei comuni.

 

 

Erano uno scarso manipolo, ma li sorreggeva la fede nella bontà della causa, congiunta al favor crescente della pubblica opinione. Con tenacia ostinata il Villiers ogni anno proponeva una mozione, la quale recitava: «… La camera, riconoscendo che un grandissimo numero dei sudditi di Sua Maestà sono insufficientemente provveduti degli oggetti di prima necessità; che frattanto è in vigore una legge la quale limita gli approvigionamenti e perciò diminuisce l’abbondanza degli alimenti; che ogni restrizione avente per iscopo di difficultare la compra delle cose necessarie alla sussistenza del popolo è insostenibile in principio e di fatto funesta e deve essere abolita, delibera di abrogare immediatamente il dazio sui cereali». Ogni anno Villiers proponeva questa mozione ed ogni anno la mozione era respinta.

 

 

Ma con una maggioranza sempre decrescente. Nel 1842 la maggioranza contraria all’abolizione del dazio sui cereali era di 303. Nel 1843 è soltanto più 258. Nel 1844 cade a 204.

 

 

E la discesa avveniva in una camera eletta nel 1841 col programma esplicito di resistenza contro qualsiasi innovazione troppo pronunciata contro il regime economico e doganale esistente. Roberto Peel era andato, per opera del partito conservatore agrario, a capo del governo col programma apertamente esposto di mantenere le leggi sui cereali ed il sistema monopolistico doganale e coloniale. La sua vittoria schiacciante nelle elezioni del 1841 contro i liberali era stata appunto dovuta alla proposta di lord Russell, ministro nel liberale gabinetto Melbourne, di ridurre ad 8 scellini per quarter il dazio sul grano.

 

 

Ma contro l’opinione pubblica tuttavia non si resiste. Il decrescere continuo della maggioranza contraria alle mozioni abolitive del dazio sui cereali avverte Roberto Peel che il deputato inglese medio presente l’avvicinarsi della burrasca, capisce che i sentimenti del corpo elettorale tendono verso una trasformazione in senso liberista e si prepara ad attenuare l’antica fede protezionista in previsione delle venture elezioni generali.

 

 

Ed allora si vede il capo del governo ammettere in un discorso alla camera che le teorie liberiste sono vere in astratto e si confessa dolente di non poterle seguire in pratica a causa delle condizioni della società in mezzo a cui si è obbligati a vivere, ecc., ecc…

 

 

Ma la campagna della lega di Manchester continua. Dopo avere trasformato i sentimenti delle masse, la lega si prepara alla conquista del parlamento. La legge elettorale, accordando il diritto di voto ad ogni inglese possessore di una proprietà del reddito di 2 lire sterline annue, la lega si propone di crescere il numero degli elettori, comprando, con 50 o 60 lire sterline, una proprietà avente il reddito minimo legale. In soli tre mesi del 1845, ben 250 mila lire sterline entrano nella cassa della lega per essere in tal modo impiegate. L’effetto sul parlamento dell’ardita iniziativa della lega è immediato. Quando il Villiers, nel 1845, presenta la solita mozione contro le leggi sui cereali, la maggioranza contraria, che tre anni prima era di 303, si riduce a 132.

 

 

Qui si vide il genio di Roberto Peel. Contrario fin’allora all’abolizione del dazio, si accorge che, se avesse continuato nella politica di resistenza, il partito conservatore sarebbe stato perduto.

 

 

Audacemente l’uomo di stato gira di bordo; ed in occasione della legge del bilancio, presentata il 29 maggio 1846, propone – egli venuto al potere per mantenere i dazi ed i monopoli – la riduzione immediata del dazio a scala mobile ad un limite bassissimo e la completa abolizione del dazio a partire dall’1 febbraio 1849.

 

 

La camera, incalzata dalla marea crescente dell’opinione pubblica e dagli orrori della carestia irlandese, approva le proposte del ministro.

 

 

Poco dopo, è vero, Roberto Peel pagava il fio della sua audacia. Il 25 giugno 1846, nel giorno istesso in cui la regina Vittoria sanzionava la legge abolitrice del dazio sui cereali e dava così il suo nome ad uno dei più grandi avvenimenti storici del secolo 19esimo, una coalizione di conservatori, irritati per il mutamento d’idee del loro capo, di irlandesi e di altri abbatteva il ministero riformatore.

 

 

In quella memoranda seduta, Roberto Peel, prima di cadere, fieramente rivolgeva ai suoi avversari le parole seguenti: «… Io lascerò, cadendo dal potere, un nome odiato da ogni monopolista desideroso di mantenere la protezione a suo individuale vantaggio. Ma forse io lascerò anche un nome ricordato talvolta con gratitudine nelle dimore di coloro la cui sorte è di lavorare e guadagnare pane giornaliero col sudore della fronte e che potranno ricostituire le loro forze esauste con un cibo abbondante, immune da imposte e non amareggiato da alcun sentimento di ingiustizia».

 

 

Così cadono i grandi uomini di stato.

 

 

Ma la sua caduta non giovò ai conservatori che si erano rifiutati di seguire il loro capo sulla via delle riforme.

 

 

Morto Roberto Peel quattro anni dopo, i suoi fidi si unirono ai liberali. Così grande fu l’ammirazione del popolo verso chi li aveva liberati dall’imposta sulla fame e così radicato l’odio verso i conservatori che quell’imposta volevano mantenere, che un’intera generazione dovette passare prima che il ricordo della lotta combattuta contro Peel divenisse meno vivo ed i conservatori potessero ritornare al potere, strappandolo al partito liberale che delle idee del conservatore Peel aveva saputo farsi vindice. Ammonimento solenne a quei partiti politici italiani i quali si illudessero di potere, senza danno proprio, procrastinare l’ora della riforma tributaria!

 

 

Oggi in Italia, come mezzo secolo fa in Inghilterra, non è più tempo da indugi.

 

 

Agli audaci forse la sconfitta presente e la vittoria avvenire; ai dubitanti l’oblio.

 

 



[1] Con il titolo Per la giustizia tributaria IV.[ndr]

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