Una condotta onesta

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 25/04/1901

Una condotta onesta

«La Stampa», 25 aprile 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 339-341

 

 

Chi onestamente si condusse è il governo; e noi, che verso i governanti di qualsiasi partito siamo parchi di lode, non possiamo astenerci oggi dal rilevare come nello sciopero di Genova il governo abbia tenuto una condotta meritevole di encomio.

 

 

Quando uno sciopero scoppia, sovratutto se interessa grandi masse operaie, è dovere primo del governo di mantenere intatto l’ordine pubblico, di impedire che il conflitto pacifico tra capitale e lavoro assuma forme tumultuose e si compiano, da parte di uno dei contendenti, atti contrari alla libertà del lavoro.

 

 

Questo a Genova fu fatto. Non si ebbe a lamentare perturbazione veruna dell’ordine pubblico e nessun attentato alla libertà del lavoro fu dagli scioperanti commesso contro i marinai meridionali arrolati dalle compagnie di navigazione e dagli armatori.

 

 

Quando uno sciopero non riflette soltanto interessi privati, ma interrompe altresì qualche servizio pubblico, è dovere inoltre del governo di provvedere alla continuazione del servizio minacciato, senza nel tempo stesso compiere atto di favore verso alcuno dei contendenti. Nel caso dello sciopero di Genova, era minacciato non solo il trasporto delle merci e dei passeggeri, ma altresì il trasporto delle corrispondenze postali, servizio pubblico codesto di eccezionale importanza. Il governo non poteva né doveva provvedere a trasportare merci e viaggiatori, perché in tal modo si sarebbe fatto pendere la bilancia della lotta a favore degli armatori; ma doveva curare la prosecuzione del servizio postale, il quale non deve risentir nocumento dallo scoppio di una contesa di ordine privato. Bene si operò quindi adibendo degli incrociatori ed altre navi della marina da guerra al servizio postale, funzione di stato che questi ha diritto di compiere per mezzo della sua marina.

 

 

Questi sono doveri del governo. Tutelare l’ordine, curare la puntuale prosecuzione dei pubblici servizi, sono funzioni di stato alle quali non si può disconoscere avere il governo convenientemente provveduto nelle recenti contingenze.

 

 

Un altro dovere ha lo stato quando sorge contesa industriale: mantenersi neutrale ed imparziale fra i contendenti.

 

 

Da molti si è mosso rimprovero al governo perché non diede agli armatori l’ausilio dei suoi marinai affinché le navi potessero regolarmente salpare senza interruzione dei traffici. Per il contrario motivo si diede lode in passato da alcuni a quei governi che negli anni decorsi concessero ai proprietari di terre l’aiuto dei soldati durante l’epoca della mietitura del grano o del riso che non potevasi compiere regolarmente a causa dello sciopero dei braccianti della campagna.

 

 

Noi però nella stessa guisa in cui criticammo il ministero Saracco per avere concesso l’aiuto dei soldati ai proprietari di Molinella durante la mietitura del riso, così oggi diciamo avere il governo fatto il suo dovere quando non volle concedere agli armatori l’ausilio dei marinai del real corpo degli equipaggi. Il perché del nostro giudizio è chiaro.

 

 

Lo stato è anzitutto un organo di giustizia. Esso, nelle contese fra le varie classi sociali, non deve intervenire a difendere una classe contro l’altra, a prestare mano forte agli uni perché nella lotta economica conseguano la vittoria sugli altri. Se lo stato interviene, mandando soldati a mietere i campi o concedendo i suoi marinai agli armatori privati, esso compie un atto di favore verso la classe degli imprenditori, la mette in grado di vincere più facilmente nella contesa cogli scioperanti, ed arreca torto alla classe operaia. I salari, l’orario giornaliero e gli altri patti del lavoro non vengono più liberamente fissati dalle contrattazioni fra operai e padroni, ma vengono determinati quasi autoritariamente dai secondi, i quali sanno che, se gli operai non li accettano, essi possono egualmente esercire la loro industria mercé l’aiuto dei soldati e dei marinai governativi.

 

 

Se ben si guarda, la neutralità dello stato è una garanzia per tutti, imprenditori ed operai. Operando altrimenti si fa opera di classe. Oggi un governo benigno verso gli industriali favorisce questi a danno degli operai; ma chi impedirà, una volta messosi sulla via dell’intervento attivo a favore dei contendenti, che domani un governo socialista o socialisteggiante intervenga a favore degli operai, imponendo agli industriali l’accettazione delle pretese avanzate dagli operai?

 

 

Se dunque gli imprenditori non vogliono che l’arma dell’aiuto dello stato si rivolga in futuro contro di loro, è mestieri che essi non pretendano di servirsene ora a proprio vantaggio.

 

 

Soltanto collo stabilire ben nettamente che lo stato deve essere soltanto organo di giustizia e non deve far nulla che possa avvantaggiare l’una o l’altra delle due parti che pacificamente contendono intorno ai patti del lavoro, si può sperare che non si continui ad accusare il governo di esser una emanazione di classe intesa ad opprimere le classi non partecipanti al potere.

 

 

L’opera dello stato deve essere superiore ai partiti ed alle classi. La sua funzione è di giustizia, di moderazione, di conciliazione. Intervenga bensì il governo coi consigli e coll’arbitrato a risolvere le contese del lavoro con soddisfazione ed accordo reciproco delle parti; ma non si induca mai a prestare aiuto ad una parte perché il conflitto venga risoluto a vantaggio di questa.

 

 

Operando nella prima guisa si favorisce la pacificazione sociale; operando nella seconda maniera si acuisce la lotta di classe. E la lotta di classe conduce alla disorganizzazione della società; mentre l’opera di pace sociale è causa di progresso civile ed economico.

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