Tratto da:

La Tribuna

Una lettera di Einaudi sulla Grande Destra

«La Tribuna», 1 dicembre 1957, p. 1

 

 

 

Il settimanale «La Tribuna», nel suo numero di domani pubblicherà una lettera che Luigi Einaudi ha inviato, da Dogliani, all’on. Raffaele De Caro, presidente del Partito Liberale Italiano.

 

 

«Caro amico – scrive l’ex Presidente della Repubblica – vedo che si discorre assai sui giornali di alleanze o intese fra i partiti collocati nella cosiddetta destra della Camera in vista delle elezioni generali. Io sono l’ultimo dei politici il quale abbia ragione di prendere parte ad una simigliante discussione. Pur appartenendo da tempo immemorabile al gruppo liberale, sono sempre stato negligentissimo là dove si discuteva e si deliberava tra gli appartenenti a quel partito. Il ricordo, forse il solo, di una seduta del partito prima dello scioglimento fascistico, è quello di una sera nella quale i liberali si riunirono in Torino per rendere omaggio a Francesco Ruffini, e Dante Coda disse parole memorabili di commozione e di gratitudine. Ma quel giorno non si discusse, non si votò, ci si inchinò riverenti dinnanzi all’amato apostolo dei principi di libertà.

 

 

«Per aver ragione di discutere e di decidere intorno a problemi di politica quotidiana – prosegue Einaudi – fa d’uopo sopportare le fatiche, che io dico disumane, delle lunghe interminabili sedute, ascoltare con rispetto discorsi belli e buoni o mediocri ed inutili, esser l’ultimo a uscire dalla riunione, quando i pochi resistenti colgono l’istante propizio per far accettare un ordine del giorno non desiderato dai più, i quali a mezzanotte furono persuasi dalla stanchezza ad andarsene a casa.

 

 

«Chi non ha la tempra paziente, chi non tollera le critiche maliziose e le insinuazioni e le male parole delicatamente dette dagli amici – scrive Einaudi – non faccia il mestiere del politico quotidiano; non abbia l’ambizione, che è legittima e necessaria, di essere ascoltato e seguito e lasci decidere a coloro che hanno le qualità, che sono di pochi, e sono degne di ammirazione e di invidia, necessarie per dominare un partito.

 

 

«A te, che hai conquistato la fiducia dei liberali con la serenità del tuo volto sorridente e la bontà del tuo cuore, debbo domandare, tuttavia, venia se debbo chiederti che, ove in qualsiasi maniera il partito liberale si fondesse od alleasse o stipulasse accordi duraturi o provvisori, generici od occasionali con i partiti della cosiddetta destra, dalle varie confessioni monarchiche ai missini, tu voglia considerare chiusa la mia appartenenza, sia pigra e nominale, al partito liberale. Cordialmente tuo Luigi Einaudi».

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