Opera Omnia Luigi Einaudi
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Una regione italiana nella miseria. Selve d’olivi infocate – Si vuol lavorare per forza – Non hanno di che nutrirsi! O provvedere o l’ordine pubblico potrà mantenersi solo con le armi

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 20/02/1901

Una regione italiana nella miseria.

Selve d’olivi infocate – Si vuol lavorare per forza – Non hanno di che nutrirsi! O provvedere o l’ordine pubblico potrà mantenersi solo con le armi

«La Stampa», 20 febbraio 1901

 

 

 

La regione che si trova nella miseria è quella pugliese; ed è una miseria nera, desolata, la quale toglie a quelli che soffrono persino la forza di lagnarsi.

 

 

Le Puglie (terre di Bari, di Lecce e di Otranto) sono una delle regioni più intraprendenti del Mezzogiorno; sono fra quelle che con maggiore audacia hanno iniziata la trasformazione delle colture; e la crisi dolorosa nella quale si dibattono è quindi tanto più degna di pietà, di osservazione e di studio.

 

 

Se si pensa, inoltre, che in Terra di Bari avvennero i luttuosi fatti del 1898 cagionati dalla miseria, si comprende quale alta importanza nazionale abbia la questione pugliese.

 

 

La questione esiste davvero e non è un parto di immaginazioni fantastiche. Il Sestini, che ha compiuto per incarico una diligente inchiesta sulle Puglie, ci presenta, in un piccolo quadro, alcune cifre intorno ai principali prodotti agrari riferentisi alla sola provincia di Lecce, ma che sono sintomatiche rispetto al resto della regione pugliese.

 

 

Prodotti

Produzione media in ettolitri e suo valore

Produzione del 1900 in ettolitri e suo valore

Perdita nel 1900

Frumenti

1.016.000

(L. 19.192.000)

515.000

(L. 9.680.000)

L. 9.512.000

Vino

1.700.000

(L. 45.900.000)

150.000

(L. 4.050.000)

L. 41.850.000

Olio

250.000

(L. 35.000.000)

100.000

(L. 10.000.000)

L. 25.000.000

Totale    

L. 76.362.000

 

 

Sono più di 76 milioni perduti su un prodotto medio di 100 milioni. Non è meraviglia quindi se nelle Puglie si soffra e se i campi non siano più coltivati e la gente si consumi a poco a poco d’inedia.

 

 

Le cause

 

Le cause del male sono complesse: prima la crisi vinicola. Quando la Francia, per la distruzione dei suoi vigneti fillosserati, era divenuta una forte cliente nostra, parve che un’ondata di follia avesse pervaso le Puglie. Tutti, grandi e piccoli, si misero a piantare vigne; e poiché mancavano i capitali, si prese denaro a mutuo dalle Banche e dai Crediti Fondiarii. L’ettaro di terreno fruttava in un anno una somma corrispondente al suo valore capitale, e si credeva che la cuccagna dovesse continuare per sempre.

 

 

Ma venne la rottura del trattato di commercio colla Francia; ed il vino, che si vendeva ad 80 lire al quintale, divenne invendibile a 4 lire; onde poté dirsi con verità che nelle Puglie sitibonde l’acqua fosse più cara del vino. I fallimenti delle Banche si susseguirono; i proprietari dovettero abbandonare i terreni o conservarli col gravame di enormi pesi ipotecarii e senza la speranza di potersene liberare.

 

 

Si cercò, è vero, di avviare nuove correnti commerciali coll’Austria-Ungheria; ma solo i più forti poterono trarne profitto. I più tiravano innanzi magramente, bilanciando a mala pena col ricavo del vino e dell’olio le spese, le imposte e gli interessi dei mutui.

 

 

L’annata 1900 è venuta a rompere persino questo magro bilancio. La peronospera, con un’invasione fulminea, a cui gli agricoltori del sud si trovavano impressionati per la mitezza del loro clima, distrusse quasi completamente il raccolto delle viti; mentre la mosca olearia faceva strage fra gli ulivi, isterilendoli ed annullandone il prodotto. Né basta. Altre malattie sono comparse a crescere i dolori dell’agricoltura pugliese. In alcuni Comuni vicini a Lecce pare che un’immensa nube di fuoco sia passata per le sterminate selve di ulivi e ne abbia d’un tratto abbrustolite le vigorose lussureggianti chiome. Tutto il terreno si vede tappezzato di foglie morte (e tutti sanno che l’olivo non è albero a foglia caduca), e quelle poche che erano rimaste sui rami sono divenute di un colore rossiccio simile a quello che assumono quando, per l’azione di un forte calore, stanno per incendiarsi.

 

 

L’albero era colpito da una assoluta improduttività, di cui era compromessa persino l’esistenza, a causa di una malattia costituzionale che interessava l’intero organismo dell’albero, isterilendolo.

 

 

Il bilancio di un proprietario di oliveti

 

La sterilità della terra colpisce tutte le classi sociali, dalle più alte alle più umili. Vi sono ancora alcuni ricchi proprietari che nei loro forzieri conservano delle somme di oro accumulate negli anni della prosperità; ma sono pochi. I più sono indebitati coi crediti fondiari; privi del capitale mobile necessario alla trasformazione dei fondi, costretti a licenziar servitori, a diminuire le spese, a nascondere sotto una fredda apparenza esterna la miseria reale, a mettere in pegno le perle, i brillanti, i gioielli, i servizi preziosi ed antichi da tavola. La succursale del Banco di Napoli rigurgita di siffatti pegni che stanno a testimoniare la decadenza economica della classe alta pugliese.

 

 

E che questa sia la conseguenza ineluttabile della crisi agraria è provato dai bilanci della aziende dei grossi proprietari pugliesi. Ne citiamo uno del possessore di 12 mila ulivi in provincia di Lecce. Il bilancio si riferisce al biennio 1899-900 e 1900-901, essendo l’ulivo una pianta a produzione alternata, ossia con un anno di prodotto abbondante ed un anno di prodotto nullo.

 

 

Ecco il bilancio passivo dell’Azienda:

 

 

Imposta fondiaria

L. 1500

Decime feudali

L. 180

Spese di aratura

L. 3200

Spese di potatura, detratto il ricavato dalla vendita della legna

L. 400

Spese di raccoglitura delle olive, di trasporto, di frantoio, molitura, ecc

L. 600

Totale

L. 5880

 

 

 

L’attivo è rappresentato dalla miseria di 20 quintali di olio che, al prezzo medio di 90 lire al quintale, danno un totale di lire 1800, le quali, tolte dalle 5880, danno un residuo in meno di lire 4080. Se si considera poi che il prodotto medio biennale di quei dodicimila alberi si aggirava intorno alle 50,000, ne viene che nel biennio ultimo quel proprietario ha risentito un danno di lire 44,120.

 

 

Non c’è lavoro. I contadini vogliono lavorare per forza

 

I proprietari, trovandosi in cattive condizioni, lasciano da coltivare i vasti latifondi. Ai contadini, i quali si affollano nei cortili dei palazzi padronali per chiedere il soccorso di pochi soldi, un po’ d’orzo da sfarinare, i padroni non sanno come rispondere. Essi, che non hanno venduto nulla, perché nulla han ricavato, come potrebbero anticipare le mercedi dei lavoranti? Bisogna ricorrere al credito e ricorrervi in cattive condizioni. Ma, anche ricorrendo al credito, il lavoro distribuito è scarso. Ed allora si vedono dei fatti strani: la gente che vuol lavorare per forza e lavora anche quando i proprietari non ne vogliono sapere.

 

 

«Lavoreremo anche di notte, ci contenteremo anche di quattro soldi; ma procurateci il mezzo di portare alle nostre famiglie tanto pane quanto basti per non morire di fame.»

 

 

A Bari sono migliaia di operai che non trovano lavoro. Tutti i bottai, la cui industria va lentamente spegnendosi per causa della crisi vinicola e della concorrenza delle navi-serbatoi, si aggiungono agli agricoltori per chiedere lavoro.

 

 

Si conterebbero di 50-60 centesimi al giorno – meno di quanto sia necessario ad una famigliola per non morire di fame – e non trovano neanco questi pochi centesimi.

 

 

Ed allora i contadini si recano sui campi che i proprietari vogliono lasciare andare abbandonati e li zappano per forza, sperando in tal modo che i padroni alla fine si inducano a fare ogni sforzo per pagar loro se non 50, almeno 40 o 30 od anche solo 20 centesimi al giorno. Carabinieri e fattori non bastano a cacciare i contadini dalle terre invase e coltivate a forza. Le Autorità sentono di essere impotenti di fronte a questo spaventevole fenomeno di un popolo che vuole lavorar per forza e riduce le sue pretese fino ai limiti dell’inverosimile nella scala della tenuità.

 

 

La miseria delle masse. Non si sa come mangiare

 

Non trovando lavoro, neppure per forza, sono moltissimi i poveri a cui manca o sta per mancare anche il puro necessario per vivere. Lecce tremila famiglie – vale a dire una media di dodicimila persone su un totale di trentamila – fecero domanda alla Congregazione di carità per essere ammesso al beneficio dei medicinali gratuiti. Gente che dovrebbe essere – e in tempi normali è effettivamente – ricchissima, non si perita a dichiarare di essere assolutamente sprovvista di denaro anche per le più modeste necessità della vita.

 

 

Le abitazioni dove questa gente vive si riducono ad un minimo quasi impossibile ad immaginarsi. A Bari in un tugurio largo nove metri quadrati ed alto due con una parete costruita da tavole sconnesse e prospiciente un fetido cortiletto, il Sestini racconta nella Tribuna di aver visto un piccolo altare, un letto, un tavolo, due scranne, un somaro ed una famiglia di tre o quattro persone!

 

 

I contadini nelle campagne quest’anno assolutamente non hanno di che nutrirsi! Non è possibile esprimersi altrimenti; questa frase è la sola che possa genuinamente senza ombra di esagerazione, riprodurre la verità nuda e cruda di un così terribile stato di cose.

 

 

In villaggi che sembrerebbero benedetti dal cielo si vedono anche nelle più rigide giornate d’inverno, dovunque, bambini scalzi, quasi nudi, tremanti e tutti felici se riescono a calmare gli stimoli della fame divorando qualche buccia di arancio raccolta nel fango delle strade.

 

 

La gente mangia pane d’orzo fatto da due o tre mesi, in parte secco e duro come un pezzo di tufo, in parte più molle, ma coperto di muffa. è se si chiede loro se mangiano anche il pane ammuffito, rispondono: «Sì, signoria, leviamo con un coltello la muffa e mangiamo il resto!» Si nota che queste sono famiglie che stanno molto meglio delle altre; perché in fondo, ammuffito o no, hanno ancora del pane per sfamarsi.

 

 

Il fisco e la rovina dei Comuni

 

Frattanto il fisco si trova nella impossibilità di esigere le imposte ed i Comuni vanno in rovina. A Lissanello presso Lecce su seicento contribuenti, due terzi sono morosi, cosicché l’esattore, che nulla più esige, si trova nella impossibilità di eseguire i mandati di pagamento.

 

 

Alcuni proprietari si sono persino decisi ad atterrare gli olivi, incaricando l’esattore stesso di riscuotere il ricavato della vendita del legno. I pignoramenti si susseguono ai pignoramenti. Mobili sgangherati, vecchi, inservibili vengono portati via dalle case dei debitori e depositati presso il sindaco, perché a sua volta li consegni all’Intendenza di finanza.

 

 

A Lecce l’esattore comunale non sa più da che parte rivolgersi e non riesce ad esigere da nessuno nemmeno da quelli che sembrerebbero, per il possesso di vastissimi fondi, i più favoriti dalla fortuna. L’erario municipale si trova inoltre in gravi strettezze per il mancato gettito dei dazi comunali d’entrata sulle uve, sull’olio e sui grani. Per l’uva si è avuto un decimo, per l’olio un ventesimo e per il frumento un terzo dell’introito normale.

 

 

È la rovina finanziaria dei Comuni delle Puglie, la quale non potrà a meno di esercitare una sinistra influenza sulla loro situazione futura.

 

 

I rimedi – Il pericolo per l’ordine pubblico

 

A questi tristissimi mali prodotti in parte dalla natura ed in parte dall’uomo, i rimedi sono difficili a trovarsi.

 

 

Ricordiamo quelli che ebbero a proporre una Commissione di proprietari di Terra d’Otranto e la Commissione di viticoltura ed enologia:

 

 

1)    Esonero dalla fondiaria su tutti i vigneti pei Comuni dove si sono già perduti più di due terzi del raccolto;

 

2)    Sospensione di almeno due semestralità di mutui fondiarii;

 

3)    Applicazione della legge sui mutui di favore;

 

4)    Presentazione di un disegno di legge che renda effettivo e realmente benefico il funzionamento del credito agrario nelle Puglie;

 

5)    Stabilire la scala mobile per il dazio sul grano;

 

6)    Modificare la legge sulla distillazione dell’alcool, disciplinato gli abbuoni in modo che le distillerie agrarie di vinacce e vino non debbano venire sopraffatte da quelle di materie amidacee;

 

7)    Aumentare la coltivazione del tabacco orientale;

 

8)    Impiantare in Lecce una fabbrica di sigarette;

 

9)    Inizio durante l’inverno dei lavori di bonifica delle quattro principali zone paludose, di cui si sono già compilati i progetti;

 

10) Il Governo si adoperi costantemente perché sia dato sfogo alle produzioni agrarie, nella formazione delle tariffe doganali e nei negoziati con le nazioni estere, tenendo conto non solo della produzione attuale, ma delle maggiori e nuove che si svolgerebbero se ne fosse sicuro il collocamento.

 

 

Questo od altro deversi fare. Perché il pericolo è gravissimo. Basta rammentare – e con questo ricordo chiudiamo la nostra triste narrazione – una solenne dichiarazione fatta dai sindaci delle Puglie in una adunanza tenuta a Lecce:

 

 

«….. che nulla ottenendosi dal Governo, i sindaci e tutte le rappresentanze municipali si ritireranno dalla Amministrazioni, non potendo né volendo assumere responsabilità pel mantenimento dell’ordine pubblico, il quale, in tal caso, potrebbe solo mantenersi con la forza delle armi».

 

 

Produzione media in ettolitri e suo valore

Perdita del 1900 in ettolitri e suo valore

Perdita nel 1900

1,016,000

515,000

(L. 9,680,000)

L.9,512,680

1,016,000

150,000

(L. 4,050,000)

L. 41,850,000

PRODOTTI

Frumenti

(L. 19,192,000)

Vino

(L. 45,000.000)

 

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