Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Una ripresa d’offensiva nei debiti interalleati

«Corriere della Sera», 20 novembre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 881-883

 

 

 

Uomo di gran valore, ma nonostante il passare degli anni, ancor pronto ad accendersi, il signor Churchill avrebbe voluto – a quanto annunzia un periodico londinese – prendere posizione nella questione dei debiti interalleati. Egli, nel gabinetto conservatore, rappresenta, di fronte all’opinione pubblica, un pegno, che gli stessi interessi delle masse lavoratrici saranno tutelati. Forse il signor Churchill ha inteso di dimostrare che egli è in grado di fare subito a pro dei consumatori e dei lavoratori, più e meglio del gabinetto laburista? Il cancelliere dello scacchiere laburista, signor Snowden, aveva già affermato, senza insistervi, che le offerte antiche di cancellazione dei debiti francese ed italiano fatte da Bonar Law si intendevano cadute. Erano offerte condizionali; e poiché le condizioni non erano state accettate dai governi alleati, anche le offerte erano venute meno. Il signor Churchill, se è vero quanto si afferma, rincalzerebbe la posizione dello Snowden; e come questi aveva affermato l’ingiustizia di tassare il tè, il caffè, lo zucchero e le bevande consumate dall’operaio inglese per pagare agli Stati uniti gli interessi di un debito contratto per conto degli alleati, il Churchill riprenderebbe la tesi, la rafforzerebbe con lusso di cifre e vorrebbe tradurre in atto quelle che erano rimaste platoniche aspirazioni del suo predecessore.

 

 

Noi vogliamo ancora sperare che le notizie sulle idee e i propositi del nuovo cancelliere dello scacchiere non rispondano a verità. Certo l’argomento morale addotto a sostegno della tesi del pagamento dei debiti da parte degli alleati – gli inglesi pagano imposte quattro o cinque volte superiori a quelle antebelliche, i francesi il doppio e gli italiani poco più di prima – è fondato su statistiche dubbie. Bisogna andare molto cauti nel fare paragoni internazionali. Fino a che non si espongano nei particolari i calcoli istituiti per dimostrare la fondatezza dell’argomentazione, è inutile opporre cifre a cifre, interpretazione ad interpretazione. Su qual base si sono fatti quei calcoli? Su base moneta nazionale o su base oro? Con quali criteri si sono trasformati i franchi e le lire in oro? I valori-oro sono un indice esatto della capacità di pagare dei contribuenti?

 

 

Ove pure si ammetta che il peso tributario effettivo del contribuente inglese sia in via assoluta cresciuto di più, sebbene non nelle fantastiche proporzioni immaginate in Inghilterra, di quanto sia cresciuto quello dei contribuenti francesi ed italiani, il problema sarebbe con ciò forse risoluto? È canone pacifico della pubblica finanza che le imposte debbono pesare e variare sui contribuenti non in misura proporzionale, ma in ragione della capacità di pagare. Il ricco deve pagare proporzionalmente di più del povero. Il peso gravante sul ricco può crescere due o tre volte, senza che con ciò si raggiunga il limite di pagare; mentre un aumento anche solo del 20% può esaurire la capacità di pagamento del povero. Ora, gli italiani sono, di fronte all’inglese, nella situazione del povero rispetto al ricco. Pagano, in ragione dei loro mezzi, di più i contribuenti italiani che gli inglesi. Le imposte italiane sul reddito e sul patrimonio, prese nel loro complesso, non hanno nulla da invidiare a quelle inglesi, compresa, in queste, l’imposta successoria colà vigente; ed è probabile che, prese classe per classe, ogni classe paghi in Italia di più di quella corrispondente inglese, salvo forse talune classi molto alte, che in Italia di fatto non esistono neppure. Ed è indubbio che i consumatori italiani, epperciò i lavoratori, sono assai più colpiti dalle imposte sui consumi che non quelli inglesi.

 

 

L’Italia non ha disoccupazione, le sue industrie fioriscono, il bilancio è in pareggio? Tutti questi sono concetti che dovrebbero essere chiariti. La forte disoccupazione inglese, è in notevole parte disoccupazione di persone che prima della guerra non erano occupate affatto, ovvero di persone non occupabili, ovvero di operai che giustamente non consentono ad occuparsi a salari troppo bassi. Parecchie di queste circostanze non esistono in Italia; ed il fatto che gli italiani, consentendo a fare una fatica più dura per un salario minore, riescono ad occuparsi ed a far vivere le loro industrie, non è una buona ragione per rendere quella fatica ancor più dura con balzelli opprimenti.

 

 

Né il pareggio auspicato del nostro bilancio è un argomento valido. Il bilancio potrà riassestarsi definitivamente fra non molto, soltanto se noi non saremo chiamati a pagare interessi sui debiti interalleati. AI cambio attuale, il pagamento degli interessi vorrebbe dire una spesa di forse 5 miliardi all’anno; ossia lo sconquasso del bilancio, la ripresa dei debiti interni, la rovina delle industrie, di cui lo stato tornerebbe a diventare un formidabile concorrente sul mercato del danaro, forse la rottura della fiducia nel franco e nella lira.

 

 

Il servizio dei debiti interalleati è dunque una materiale impossibilità. Noi siamo convinti che anche il signor Churchill se ne persuaderà, così come vanno persuadendosene oramai gli americani più consapevoli. Proprio in questi giorni un autorevole personaggio ufficiale americano, osservatore per conto del governo degli Stati uniti nella commissione delle riparazioni, non ha esitato a dichiarare «impossibile» il pagamento dei debiti agli Stati uniti. Ed impossibile è per fermo, per molti motivi, che ripetutamente furono esposti su queste colonne: moralmente, perché sarebbe assurdo che le alleate fossero trattate peggio del nemico; economicamente, perché i primi a ribellarsi contro il pagamento sarebbero per l’appunto gli Stati uniti e l’Inghilterra, per cui esso significherebbe inondazione mai più vista di merci francesi ed italiane a buon mercato. Essi che si sono premuniti con tante cautele contro l’inondazione delle merci tedesche di riparazioni, consentirebbero forse all’inondazione alleata? Possiamo dunque tranquillamente aspettare che le idee generali si concretino in richieste precise. I ministri delle finanze d’Italia e di Francia sapranno, ne siamo sicuri, dissolvere questa ombra che sembra oscurare il nostro orizzonte finanziario.

 

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