Una statistica lieta

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 16/02/1902

Una statistica lieta

«La Stampa», 16 febbraio 1902

 

 

 

Come in Italia i consumi aumentino.

 

 

Abbiamo ricevuto una relazione ufficiale, la quale comincia con queste parole, che sono un inno di trionfo: «Mi onoro di presentarle (al ministro delle finanze) la relazione sulla gestione delle gabelle per l’esercizio 1900-901, lieto di poterle annunciare che essa offre risultati quali non erano mai stati conseguiti».

 

 

La relazione è a firma del comm. Busca, ed è un documento che egli deve aver provato una grandissima gioia a compilare.

 

 

Infatti, pure nella loro rigidità numerica, le cifre ricordate nella relazione del direttore generale delle gabelle hanno una lieta veste, poiché ci vengono innanzi a documentare la risurrezione economica dell’Italia.

 

 

È la risurrezione della gente che lavora e che consuma, di tutta la minuta gente italiana quella la quale ci viene documentata da queste cifre. Non è più soltanto il ribasso dell’aggio, il rifiorire delle imprese, il pareggio del bilancio che ci rallegrano colla prospettiva di un avvenire splendido, se sapremo non guastarlo con spropositi intempestivi; ma è la gente italiana tutta, la quale fin qui erasi stretto il ventre per deficienza di alimentazione, la quale, attraverso alle cifre del comm. Busca, viene a dirci: Noi cominciamo a mangiare di più, ad allargare la cintura dolorosa che per tanto tempo ci aveva stretti.

 

 

Poiché è proprio questo che ci dicono le cifre delle statistiche gabellarie, quando ci rivelano che mai come nell’anno finanziario 1900-901 le entrate delle gabelle sono state tanto copiose. I 389 milioni di lire dell’esercizio 1899-900, i quali, a loro volta, rappresentavano il migliore dei risultati fin allora conseguiti, sono saliti a poco meno di 433. È vero che il nuovo cospicuo aumento di 44 milioni è per circa tre quarti dovuto al reddito del grano, anch’esso pervenuto a livello prima insuperato; ma, pur astraendo da questo aleatorio fattore, l’entrata gabellaria dell’esercizio 1900-901 si presenta superiore a tutte le precedenti e migliore per 10 milioni di lire di quella dell’esercizio 1899-900, la quale già apparve degna di speciale ricordanza nella storia del reddito delle gabelle.

 

 

Più soddisfacenti ancora appaiono i risultati esposti quando si pensi che essi furono ottenuti nonostante che il molto più accentuato incremento della fabbricazione indigena dello zucchero, per cui il nostro prodotto si sostituisce nel consumo a quello estero del quale è meno tassato, abbia più intensamente avversato gli interessi della finanza, e la riduzione del dazio sul caffè concessa al Brasile, con l’accordo del 5 luglio 1900, abbia impedito all’erario di fruire del maggior reddito che si riprometteva dal graduale incremento già da qualche tempo verificatosi nel consumo della derrata. Nel breve volgere di un quinquennio i redditi gabellari, escluso quello del grano, andarono per virtù propria, e cioè senza intervento di provvedimenti legislativi, gradatamente aumentando fino a portarsi dai 318 milioni circa di lire dell’esercizio 1895-96 ai 358 e mezzo del 1900-901, ingrossando della vistosa cifra di 40 e più milioni.

 

 

L’aumento negli introiti dello Stato significa incremento nei consumi. Ed infatti quasi tutti i consumi sottoposti a dogana aumentano. Ben 11,948 quintali di petrolio vengono importati in più nel 1900-901 di fronte al 1899-900; e 15,075 quintali di caffè e 450,187 quintali di grano. Diminuisce bensì di 184,972 quintali l’importazione dello zucchero; ma non perché ne sia diminuito il consumo, ma perché lo zucchero nazionale si sostituisce nel consumo all’estero; ed infatti la quantità fabbricata nell’interno di zucchero crebbe contemporaneamente di ben 370,096 quintali. E vennero prodotti in più altresì 18,461 ettolitri di birra, 4674 ettolitri di acque gassose, 2114 quintali di glucosio, 2,248,465 migliaia di fiammiferi, 5,057,803 metri cubi di gas-luce, 54,220,989 etto-watt-ore di energia elettrica.

 

 

Sono tutti questi nuovi indici di progresso che si potrebbero aggiungere ai numerosi dati onde si fregia una interessantissima Rivista economico-finanziaria dell’Italia nel periodo 1885-1901, che sarà pubblicata nel fascicolo di febbraio della Riforma Sociale ed a parte col titolo L’Italia in cifre. In questa rivista, che in 35 pagine condensa tutti i principali dati relativi alla risurrezione dell’Italia dopo la passata crisi economica e costituisce un quadro completo in cifre della storia d’Italia dopo il 1885, una risultanza è evidentissima: che cioè la depressione economica prima e la risurrezione poi avvennero malgrado una grande e sconfortante assenza di cultura economica, di direzione consapevole, di vedute collettive sane, sia nel Governo, sia nel Paese, per quanto riflette l’economia e la finanza.

 

 

Certo non mancarono ammonimenti da parte di pochi più veggenti e più saggi. Ma solo la realtà dei mali valse a convincerci degli errori che ne erano stati la causa. Solo l’essere ricaduti, dopo sogni ambiziosi e malsani, ai piedi dell’erta aspra e faticosa, ci aprì gli occhi sulla inanità e leggerezza della condotta seguita per molti anni. È vero che oggi vedesi la Germania vittima d’una sovra produzione industriale d’una crisi che colpisce profondamente molti rami della produzione, la Francia gravata di un debito immenso, avviata a compromettere, con un bilancio dello Stato eccessivo e sempre crescente, quella floridezza economica generale e diffusa, quella potenza di produzione e di risparmio ristoratore che gli altri paesi fin qui le invidiavano, attoniti; vediamo l’impero britannico sciupare ricchezze, forze, prestigio nella guerra sud-africana, con un’ostinazione degna invero di causa migliore.

 

 

Ma gli errori dei paesi più ricchi e potenti sono magro conforto e certo non costituiscono valida scusa alle nazioni che, come l’Italia, fornite di risorse tanto minori, poste in presenza di doveri multiformi ed imperiosi di rinnovamento civile ed economico in tanti campi ed in tante regioni, dovrebbero essere tanto più caute, austere e previdenti.

 

 

Questo dobbiamo augurarci: che all’energia paziente e tenace, quale si attesta nella massa del Paese, corrisponda per l’avvenire moderazione e saggezza in chi ne dovrebbe indirizzare le sorti: il Governo e le classi dirigenti.

 

 

Sovratutto questo augurio debbono farlo le masse; poiché se manca la saggezza nei ceti governanti e dirigenti, i primi a risentirsene sono i consumi popolari; ed i primi indici ad accusare il novello malessere sono le statistiche gabellarie. Speriamo che il comm. Busca non debba mai, nelle sue future relazioni, essere costretto a dimostrarci che la cintura si è dovuta stringere di nuovo. Sarebbe una dimostrazione tanto più acerba in quanto verrebbe dopo la lieta dimostrazione che oggi egli ci ha fornito.

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