Una storia della finanza italiana

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 11/06/1899

Una storia della finanza italiana

«La Stampa», 11 giugno 1899

 

 

 

«Vi ha una parte della storia – ha scritto Napoleone – che non è possibile di imparare sui libri, ed è la storia delle epoche vicine a noi. Nessuno storico giunge fino ai nostri tempi; per un giovane di venticinque anni vi è un periodo anteriore alla sua nascita e sul quale non vi è storia. La nostra gioventù si istruisce più facilmente intorno agli avvenimenti dei secoli scorsi che intorno agli eventi posteriori alla sua nascita.»

 

 

La massima enunciata dal grande guerriero è profondamente vera. Senza voler far torto a quelli che con speciali studi si sono messi in grado di conoscere bene la storia contemporanea, io credo che nessun periodo storico è così poco noto a noi dalla generazione nata dopo il 1870 quanto il periodo in cui si preparò e si compì la unificazione nazionale.

 

 

Ogni italiano conosce forse gli eventi ormai leggendari della epopea del nostro risorgimento; e le congiure, le battaglie, le insurrezioni, le trattative diplomatiche vanno su per le bocche di tutti. Ma non è noto del pari quel lento e faticoso lavoro di idee, di trasformazioni di costumi e di istituti che ci condusse dall’Italia a pezzi di cinquanta anni fa all’Italia una d’oggi. Il nostro Paese aspetta ancora il suo Taine che ci racconti le Origini dell’Italia contemporanea.

 

 

Non è male però che, mentre le nuove generazioni aspettano le venuta del grande storico-filosofo il quale spiegherà l’enigma della nostra formazione nazionale, si vada a poco a poco accumulando per opera di pazienti indagatori il materiale che dovrà servire alla costruzione del superbo edificio della nostra storia contemporanea.

 

 

Uno di questi pazienti ed accusati indagatori è Achille Plebano il quale, in uno dei volumi della Biblioteca storica, che gli editori Roux Frassati e C. hanno con costanza ed ardimento consacrata allo studio del risorgimento nazionale, ha esposto la storia della finanza italiana dal 1861 al 1876[1]. è impossibile riassumere questo primo volume della storia del Plebano, in cui gli avvenimenti finanziari sono esposti con sobrietà, chiarezza e concisione tali da fare desiderare al lettore con impazienza la comparsa del secondo volume destinato ad esporre eventi più vicini a noi.

 

 

Ma anche da solo, questo primo volume dovrebbe essere letto e meditato da molti per i grandi e gravi ammaestramenti che esso contiene. è divenuto oramai di moda, in certe sfere della opinione pubblica, di rimproverare alla generazione che fece l’Italia una deplorevole trascuranza in tutto ciò che riflette l’assetto economico e finanziario della nuova

nazione.

 

 

Ed alcuni vanno più in là, ed accusano gli uomini di Stato del periodo dopo il 1861 di avere dilapidato il grandioso patrimonio ecclesiastico, che potrebbe servire ora alla redenzione delle classi più misere, di avere allegramente accumulato, con operazioni finanziarie rovinose, sulle spalle dei posteri un debito pubblico terribilmente pesante e di avere creato, con leggerezza e con ignoranza, un sistema tributario vessatorio e sperequato, il quale uccide ogni iniziativa, immiserisce le classi ricche e degrada ad un livello brutale le condizioni di vita delle classi povere.

 

 

Io vorrei che i giovani aristarchi i quali oggi si erigono a giudici così severi dell’opera dei padri loro, leggessero attentamente questo volume di Plebano.

 

 

Allora essi vedrebbero che i padri nostri hanno dovuto compiere accanto all’opera della unificazione politica anche un’altra opera forse ancora più gigantesca e difficile: l’opera della unificazione economica e finanziaria. Io non credo che nessun altro Stato moderno abbia in così breve tempo dovuto creare i tanti e complicati congegni che sono indispensabili alla vita di un popolo civile. I lodatori dei regimi tramontati nel 1860 ricordano le età paradisiache in cui non esisteva il debito pubblico, le imposte erano leggiere e la vita facile e comoda.

 

 

Come sempre, anche in questi ricordi havvi una parte di vero; alcune regioni di Italia, grazie ad un rigido sistema finanziario di economie continue, riuscivano a tenere bassissima la pressione tributaria; ma non bisogna dimenticare che in altre regioni la pressione tributaria era molto più alta che non ora: e non bisogna scordare che gli Stati italiani traevano una gran parte delle loro entrate dalle dogane interne le quali impedivano ogni commercio fra regione e regione e ponevano una terribile cappa di piombo sullo sviluppo delle attività nazionali. Se le tasse erano miti, era perché si spendeva poco; mancavano le strade, erano ignote le ferrovie e gli abitanti vegetavano in una supina ignoranza.

 

 

Non è da meravigliare perciò se gli uomini di Stato, i quali tennero le redini del Governo nei tempestosi anni dopo il 1860, dovettero creare un enorme debito per pagare le spese di guerra e per iniziare l’impianto di tutti i complicati e costosi congegni della civiltà moderna in un paese che si reggeva ancora sulle basi patriarcali dei secoli scorsi.

 

 

Mentre tutta l’Europa occidentale si trasformava e lentamente passava dal regime dell’agricoltura e della piccola industria al regime della grande industria e dei commerci intensificati, mentre il suolo europeo si andava coprendo di una densa rete ferroviaria, l’Italia sola era rimasta ferma ed immobile. Sarebbe stata, dinanzi alla storia ed ai posteri, colpa grave per gli uomini di Stato italiani se essi non avessero tentato di dare nuovo impulso alla vita economica di un paese, di cui le varie parti erano politicamente ancora mal fuse insieme, e se non avessero cercato di cementare colla comunanza degli interessi e della cultura la unità politica.

 

 

Ed in questa opera i nostri padri hanno dovuto lottare contro ostacoli terribili; principale fra i quali un disavanzo cronico che ogni anno assumeva proporzioni grandiose ed in un anno superava perfino i 720 milioni. Contro questi ostacoli finanziari lottarono uomini che l’Italia deve annoverare tra i suoi più grandi benefattori.

 

 

Uomini d’azione e uomini di scienza si provarono all’arduo cimento; e non è davvero per colpa loro se essi non poterono lasciare in retaggio agli ipercritici delle generazioni nuove un sistema tributario corrispondente in tutto agli ideali di giustizia ed agli esempi, spesso citati e poco compresi, dell’Inghilterra contemporanea. I nostri uomini di Stato erano tutti imbevuti dello spirito inglese; e se la dura necessità delle cose lo avesse consentito, non sarebbe certo mancata in loro l’abilità e la volontà necessaria a dotare l’Italia di un sistema tributario comparabile all’edificio mirabile dell’Inghilterra.

 

 

Nel volume del Plebano sfilano dinanzi agli occhi del lettore le individualità eminenti che tennero in mano le redini della nostra finanza in quel periodo agitato.

 

 

Camillo Cavour, grande uomo di Stato, non solo nella politica, ma anche nella economia, iniziò con fortuna ed audacia una riforma doganale che in pochi anni trasformò le condizioni economiche del Piemonte; ma fu costretto e lasciare in vita un sistema di imposte da lui stesso considerato, a ragione, vessatorio, antiquato ed ingiusto come pochi altri in Europa. Dopo di lui insigni scienziati governarono le finanze d’Italia; ma tutti, lo Scialoja, il Minghetti, il Ferrara, benché vagheggiassero ed anche esponessero un ideale tributario di giustizia verso tutte le regioni e tutte le classi d’Italia, furono costretti a vivere di una vita di espedienti, di mezzi straordinari per procurarsi subito i fondi necessari alle crescenti ed urgenti spese pubbliche.

 

 

Ed, ironia amara della sorte, essi, gli economisti imbevuti dei principii più puramente liberisti, furono costretti ad introdurre il corso forzoso, a manipolare ripetutamente una sperequata imposta fondiaria, ad imporre il macinato, a conservare il lotto, ad accrescere il prezzo del sale ed a contrarre dei prestiti usurai. Accanto agli scienziati l’uomo di ferro, Quintino Sella, odiato dai contribuenti e dagli impiegati, l’uomo a cui forse la finanza italiana deve più che a tutti gli altri, implacabile coi frodatori del pubblico erario, tassatore spietato ed insensibile ai lagni dei fannulloni pascentisi alla greppia governativa.

 

 

A questi uomini, di cui il Plebano ci racconta con mano maestra le lotte serenamente sostenute per l’unificazione finanziaria d’Italia, e che non temettero di violare i più cari principii della scienza da loro professata, e non paventarono l’impopolarità e l’odio delle masse, pericolose e terribili in un Governo parlamentare, noi dobbiamo inchinarci reverenti. Alle nuove generazioni incombe il dovere, non di fare della sterile critica retrospettiva, ma di trasformare, migliorandolo, quell’edificio finanziario che i nostri padri costrussero, incalzati dagli eventi, con abnegazione e con coraggio non facilmente superabili.

 



[1] ACHILLE PLEBANO: Storia della finanza italiana dalla costituzione del nuovo Regno alla fine del secolo XIX. Volume primo. Dal 1861 al 1876, premesso un cenno sulla finanza del Regno Subalpino. – Torino, Roux Frassati e C., pp. 520. Lire 6.

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