Una storia universalistica dell’economia
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/09/1936

Una storia universalistica dell’economia

«Rivista di storia economica», settembre 1936, pp. 258-263

 

 

 

Othmar Spann, Breve storia delle teorie economiche, con aggiunte di Giuseppe Bruguier. Trad. dal tedesco di O. Degregorio. Un vol. in sedicesimo di pagg. ottava – 297. Firenze, G. C. Sansoni, 1936. Prezzo L. 15.

 

 

Privo della forza creatrice necessaria a scoprire nuove verità e della pazienza occorrente a perfezionare modestamente le verità antiche, il signor Spann è però astutissimo nell’inventare macchinette a sorpresa utili a dare aspetto brillantemente nuovo a verità risapute mettendo nello stesso tempo in cattiva luce coloro che primi le esposero. Così si procaccia gran farsa e si fa passare per caposcuola. Da anni o da decenni lo Spann bandisce da Vienna un suo particolare verbo a cui ha dato il nome di universalismo e in termini di questo riespone giudica e manda i teoremi della scienza economica.

 

 

Non ha grande importanza sapere che cosa egli intenda per universalismo. All’ingrosso si tratta del vecchio apologo di Menenio Agrippa: le parti del corpo, gli uomini singoli, i gruppi sociali separati unendosi insieme creano un tutto, diverso dalla somma delle parti, nel quale gli organi singoli, gli individui e le classi comunicano, e comunicando acquistano una vita nuova, anzi la sola vita pensabile, non esistendo vita a sé dell’organo, dell’uomo e del gruppo. Ad accattar fama da una macchinetta così ovviamente pensabile, facilmente comprensibile e frustamente nota per vera, fa d’uopo una altra macchinetta, che serva da testa di turco.

 

 

Questa era stata fabbricata da tempo da certi predecessori tedeschi dello Spann, addetti alla cosidetta scuola storica dell’economia; ed è l’individualismo: la società un composto di individui a sé stanti, mucchio di pietre, turbinio di atomi, con unione esteriore, meccanica, matematica. Ecco fatto: le teorie dei classici dei neoclassici degli smithiani dei ricardiani dei viennesi marginalisti dei matematici sono qualificate individualistiche atomistiche meccaniche materialistiche e dannate alla geenna; ed al posto loro sono laudate le anticipazioni dei tomisti dei mercantilisti dei romantici degli storicisti, ed è pronto il razzo finale universalistico che tutto spiega e tutto risolve nella propria superiore visione.

 

 

Non monta che i disgraziati economisti classici neoclassici marginalistici ecc. non abbiano colpa o sentore dei peccati individualistici meccanicistici atomistici di cui sono accusati; né importa che tutto quel che di sensato lo Spann ad essi rinfaccia altro non sia che il frutto del continuo progressivo autoperfezionamento della dottrina economica classica nei due secoli di sua esistenza. Non basta forse che una correzione esposta da un economista qualunque sia ragionevole, perché sorga il diritto all’appropriazione da parte dell’universalismo? Le bilance del dare e dell’avere di ogni individuo del gruppo o nazione, sono parte, condizionate e condizionanti, della bilancia complessiva del gruppo o nazione (pag. 29)? Alla tendenza dei profitti ad uguagliarsi contrastano la scarsa o nulla mobilità dei capitali già investiti e del lavoro già specificato (pag. 121)? La profezia marxista della progressiva concentrazione delle imprese sino all’unico nostro finale, a cui il proletariato taglierà simbolicamente la testa mandando il monopolista in pensione, è contraddetta dai fatti, i quali dimostrano che le dimensioni delle imprese variano a seconda delle dimensioni del mercato, del tipo di lavorazione o di cultura, del luogo, della scarsità delle teste fini degli imprenditori, ecc. ecc. (p. 198)? La utilità di ogni singolo bene è in funzione dell’utilità di ogni altro bene, delle loro quantità e della quantità del reddito di ogni singolo uomo e di quello degli altri uomini (pag. 229)? La ipotesi del ceteris paribus è uno strumento puramente provvisorio, il quale non deve fare dimenticare che nessuna quantità economica è una variabile indipendente, ma ognuna è correlata con ogni altra (pag. 243)? La teoria quantitativa della moneta non significa affatto che aumentando la quantità della massa monetaria del dieci per cento, tutti i prezzi di tutti i beni debbano aumentare uniformemente del dieci per cento ed è perfettamente compatibile con la proposizione che il prezzo di taluni beni persino diminuisca e quello di altri perciò cresca in misura singolarmente maggiore (pag. 261)?

 

 

Queste e tante altre critiche e nuove formulazioni di vecchie più grossolane tesi sono genuinissima farina del sacco economico classico. Ma lo Spann, facendo credere trattarsi di correzioni «universalistiche» ha il vantaggio di chiudere ogni capitolo della sua teoria con la rassegna delle teorie parziali imperfette erronee di ogni altra scuola, anche di quelle a lui più congeniali, e con la presentazione, e relativa reverenza, della vera teoria o soluzione o tesi, la quale, naturalmente, è quella universalistica. In verità, l’universalismo, ovverosia lo Spann, alle critiche ed ai perfezionamenti altrui, di suo aggiunge solo il paludamento austeramente scorretto.

 

 

Così la proposizione che le bilance del dare e dell’avere dei singoli e quella del tutto si condizionano a vicenda è tradotta in: «la bilancia complessiva precede la bilancia singola» che è un insieme di parole prive di senso comune le quali, assunte secondo il loro valore logico, significherebbero che prima si fa l’insieme dei contratti e poi ogni contratto singolo ovvero tutti comprano e vendono esclusivamente ai prezzi che si faranno in quel giorno; ma, se nessun contratto singolo si fa a prezzo dato, come si potranno risolvere gli altri? Quella delle «precedenze» è un «tic» universalistico: l’accreditante o creditore o banchiere ha la «precedenza» sull’accreditatario o debitore o industriale«» (pag. 49), che è luogo comune giornalistico vero solo per gli accreditatarii debitori e industriali decotti, quando anche gli accreditanti stanno per andare nel calderone; «la prestazione viene prima del prezzo» (pag. 250), che è la solita questione di lana caprina e suppone che gli industriali fabbrichino colla testa nel sacco senza prevedere i prezzi a cui venderanno.

 

 

L’universalista è sentenzioso:

 

 

a)    «La legge dei rendimenti decrescenti viene sostenuta anche oggi dalla maggior parte dei maestri, benché essa abbia sempre trovato oppositori » (pag. 97);

 

b)    «Le due leggi ricardiane del prezzo, la gravitazione verso il costo più basso e più alto, come leggi del prezzo sono false, però hanno sempre valore come regole tecniche del mercato» (pag. 116);

 

c)    «La domanda non rappresenta soltanto una capacità di acquisto, cioè una controfferta di merci ma dipende anche dall’attitudine delle merci domandate a servire come mezzi per determinate finalità, vale a dire dall’essere disposte gerarchicamente, organicamente teleologicamente e non soltanto dall’essere pure quantità» (pag. 118); –

 

d)    «il valore dei beni futuri, in un preciso calcolo economico, è valutato a seconda dell’uso che se ne prevede; ne risulta che anche in seguito i beni futuri saranno rari, così come attualmente i beni presenti; è dunque inerente al concetto di un piano economico non sottovalutare i beni futuri» (pag. 234).

 

 

Dove la sentenza a) è roba da signor De La Palisse; quelle b) e c), per quanto ci si pensi, non significano nulla; e la d) incuriosisce: chissà mai che cosa immagina l’universalista sia «un preciso calcolo economico» quando suppone che l’essere i beni futuri rari domani come oggi sia proposizione contraddittoria alla tesi ben diversa che un uovo oggi da certi uomini è preferito ad una gallina domani, o, per adoperare termini omogenei, un uovo oggi da quegli uomini è preferito a due uova a un anno data?

 

 

L’universalista innocentemente suppone si sia appreso da lui che, ad esempio, il divieto o l’alta tassazione delle bevande alcooliche influisce sull’ammontare e la distribuzione dei redditi e sui prezzi degli altri beni (pag. 219). Laddove gli economisti ordinari si limitano a raccontar la cosa alla buona, l’universalista – ed è qui tutta la differenza – ne trae argomento per male parole contro gli economisti accusati di considerare il prezzo «come determinato di per sé, in base a leggi causali meccaniche» e per concludere che, dove lo stato fa, «un organismo sbagliato può essere trasformato in uno giusto e un prezzo sbagliato in uno giusto» (ivi). E chi ha mai detto che lo stato non possa vietare o tassare l’uso delle bevande alcooliche?

 

 

L’economista qualunque e l’universalista parlano certo un linguaggio diverso; ché, ove quell’uso sia consentito e non tassato o tassato poco, l’universalista afferma esistere un sistema di prezzi «sbagliati» e l’economista, che non capisce dove sia lo sbaglio – sbaglio pare voglia dire errore di calcolo, dichiarazione di fatto non avvenuto – si limita dire esistere un certo sistema di prezzi; laddove se quell’uso è vietato o tassato, le terminologie usate sono rispettivamente: esiste «un sistema di prezzi giusti » od «esiste un certo altro sistema di prezzi». Val la pena per di differenze formali far tanto baccano e darsi l’aria di sostituire una teoria vera ad una teoria falsa? Viene in mente quel deputato il quale in un violentissimo discorso aveva qualificato un ministro come ribaldo concussionario e pendaglio da forca; ed il ministro pacatamente rispose: «le parole dell’onorevole preopinante mi fanno intendere chiaramente come egli sia di opinione diversa dalla mia intorno all’interpretazione dell’art. 7 del disegno di legge sottoposto oggi ai vostri suffragi».

 

 

Se l’intemperanza di linguaggio, è dardo spuntato contro le vecchie volpi parlamentari, il gioco verbale universalistico ha tuttora un qualche effetto: gli aggettivi «giusto» ed «ingiusto» parendo ai più avere, se appiccicati al sostantivo «prezzo», un contenuto positivo proprio diverso dalle semplici lettere dell’alfabeto a e b che si potrebbero in loro vece adoperare. Gli economisti ordinari credono di aver detto tutto quando chiamano prezzo a quello che ha luogo in presenza, ad esempio, dell’uso libero delle bevande alcooliche e prezzo b quello che ha luogo in assenza del medesimo uso; ed in verità altro da dire non v’ha, per quanto tocca i prezzi.

 

 

L’universalista preferisce chiamare gli stessi stessissimi prezzi «ingiusto» e «giusto» e, non dicendo nulla di più, si procaccia fama di scienziato novatore e filosofo profondo presso tutti gli allocchi, desiderosi di lasciarsi menar per il naso dal vano suono delle parole. Per battere sulla testa di turco degli individualisti ogni martello è buono; persino quello di Thunen, astrattista se altri mai fu, con la sua teoria della città isolata e delle zone di coltivazione concentricamente distribuite a seconda della distanza. A rendere Thunen un universalista a lui basti affermare che «i suoi cerchi rappresentano l’intero cosmo della coltivazione del suolo, la completa organica connessione dei singoli rami dell’economia agricola» (pag. 159); ossia basta sostituire alle parole esatte adoperate dal T. un rimbombar corrusco di parole solenni: cosmo, organico, connessione, rami.

 

 

Epperciò per lui l’autore degli autori, il profeta dell’economia universalistica, il pensatore originale ed immortale, il più grande economista del suo tempo fu Adamo Muller. Del quale nessuno vuole svalutare il luogo tenuto nella storia del romanticismo tedesco; ma di cui è certo che il retaggio nella storia della formazione della scienza economica è assolutamente nullo.

 

 

Frasi come queste di Adamo Muller: «Il valore di una cosa è l’importanza che essa ha per lo stato e per il perpetuo ringiovanimento di esso» (pag. 137) – «La moneta è una qualità inerente a tutti gli individui della società civile, in forza della quale essi possono entrare in relazione con gli altri individui e separare a lor volta gli individui uniti » (pag. 138) – «I quattro elementi della produzione – terreno, lavoro, capitale fisico e capitale spirituale -conducono tanto ai quattro elementi della famiglia: gioventù (tendenza a progredire), vecchiaia (freno), virilità (produzione), femminilità (conservazione); – quanto ai quattro elementi dello stato nazionale: istruzione, difesa, produzione e commercio che coi loro contrasti devono produrre l’armonia del tutto; e corrispondono ancora: il terreno al principio femminile della conservazione che conduce alla nobiltà, il lavoro al principio virile che conduce alla borghesia, il capitale fisico o materiale, per via dell’elemento di gioventù in esso contenuto, al ceto mercantile ed il capitale morale o spirituale, – per via dell’elemento di vecchiaia in esso contenuto, alla classe insegnante od al clero (pag. 139); – e tutti essi, se forse hanno un valore per la valutazione del mondo di idee romantico, non ne possono avere alcuno nella storia della teoria economica, aborrente, più che il fuoco dall’acqua, dall’intuizionismo impreciso e dalle similitudini pseudo – poetiche.

 

 

Anche un mio antico professore classificava e ragionava ogni cosa, persino le origini del diritto romano, per processioni di idee a tre per tre; e noi studenti gli eravamo assai grati per l’aiuto così dato alla nostra preparazione mnemonica agli esami; ma non ci sognavamo di contemplare, come lo Spann pretenderebbe facessimo per le processioni a quattro a quattro di Adamo Muller, «la intuizione dell’autore in una luce divina» (pag. 141).

 

 

Forse siamo arrivati a comprendere la ragione per la quale, come ci annuncia l’editore italiano, la «breve storia delle teorie economiche» dello Spann «raggiunse anzi superò nel giro di pochi anni la centesima edizione». Scema ogni giorno più sventuratamente la attitudine della scienza economica a conquistare l’attenzione delle moltitudini colte le quali amano tenersi informate intorno al progresso delle varie parti dello scibile umano. Essa diventa ogni giorno più una scienza difficile, complicata, irta di teoremi espressi in un linguaggio formicolante di termini tecnici, adoperati in un preciso linguaggio convenzionale.

 

 

Questa fatale tendenza è un grave danno per la popolarità e per la influenza della scienza; tanto più grave quanto più i progressi per tal modo compiuti appaiono per ora infinitesimamente poco maggiori di quelli che si potrebbero forse ottenere con metodi espositivi meglio accessibili all’intelligenza media delle persone colte. Del resto, anche se il libro sia scritto da un economista ansioso di rendere le sue pagine accessibili ai più degli uomini colti ed alieno dalla boria accademica di esprimersi in modo a mala pena inteso da due o tre confratelli nel mondo, sta che, se è veramente un libro di economica, esso è un osso duro per il lettore; di gran lunga più duro che un qualunque durissimo libro di diritto di filosofia di estetica di storia. Bisogna meditare ore ed ore su una pagina; né si può andare innanzi se non si sono prese note, se non si sono fatti esercizi, se non si ricorda ad ogni istante lutto il filo del ragionamento precedente.

 

 

La «economica» seria, quella di cui lo Spann pretenderebbe aver scritto la storia, ha una storia troppo fastidiosa per i curiosi. Viva perciò l’intuizione, viva la nebbia delle idee vaghe, viva il misterioso rombante linguaggio dell’universalismo! Qui, finalmente, è facile capire o immaginarsi di aver capito.

 

 

Eppure è necessario che la scienza economica conquisti i curiosi, i dilettanti, gli uomini colti. Su cento, dieci o venti sono mossi da curiosità vera. Il libro dello Spann non fornisce affatto un’idea neppure approssimata dello sviluppo progressivo della scienza economica; anzi può far credere che nel primo terzo del secolo ventesimo si sia ritornati, grazie all’universalismo, ai tempi della preistoria del pensiero economico, innanzi ai mercantilisti e più in là, innanzi a S. Tommaso, il quale per lo meno, entro il suo mondo di idee, maneggiava da maestro lo strumento logico ed aborriva dalle mere parole.

 

 

Non v’ha in questa storia traccia del lavorio continuo del pensiero, proprio di ogni scienza ed anche della scienza economica, rivolto a perfezionare di giorno in giorno le verità prima accettate. Invece di questa che è la vera storia della nostra dottrina, si narrano battaglie tragicomiche di individui e di società, di atomi e di corpi, di individualismi e universalismi. Tuttavia e nonostante tutto, il lettore, che ha imparato delle teorie dei classici e dei loro seguitatori soltanto quel che di esso malamente l’autore riferisce ed ha conquistato così il diritto di guardarli dall’alto al basso, se è veramente curioso ha finito di conoscere i nomi di Smith e di Ricardo, di Walras e di Jevons, di Gossen, di Menger e Bohm – Bawerk, di Marshall e di Pareto, di Von Wicksell; e può darsi lo punga desiderio di leggere qualcosa di codesti superati classici, morti e seppelliti sotto la grave mora della condanna universalistica.

 

 

In quel momento il curioso è sul punto di trasformarsi in studioso; e ciò dovrà allo Spann. Perciò la sua storia merita la grande fortuna che essa ha avuto nei paesi di lingua tedesca ed avrà certamente nel nostro. Essa risponde al bisogno sentito dai moltissimi di parere e dai pochi di essere veramente informati nella nostra disciplina.

 

 

Risponde anche ad un altro bisogno. Tant’anni fa, ad occasione di un’inchiesta promossa da giornale didattico, deprecai l’introduzione dell’insegnamento della scienza economica nei licei. Poiché non si trattava soltanto, come negli istituti tecnici, di esporre sovratutto i teoremi applicativi della economia, ma di far penetrare i giovani allievi del liceo classico, il fiore della gioventù nostra, nello spirito intimo della scienza, dichiarai disperata l’impresa di trovare almeno cento insegnanti a ciò preparati.

 

 

Naturalmente, l’insegnamento fu introdotto ed affibbiato agli insegnanti di filosofia e storia. Dai quali non potendosi pretendere l’impossibile, ossia di mutare la testa propria per assumere quella d’altri, ecco la storia dello Spann offrire quel pascolo vario di nozioni vagabonde nel quale è consigliabile ad essi rimanere. Le aggiunte in parentesi quadre sono quel che di più signorilmente contrastante al tipo del testo il curatore italiano, espertissimo presentatore di libri utili ad essere conosciuti, potesse ideare. Il Bruguier, pur tenendosene all’esterno, riassume il contributo degli scrittori italiani, per lo più fortunatamente trascurati dallo Spann, secondo quel che essi veramente apportarono alla costruzione della scienza economica propriamente detta. Epperciò fa un bel contrasto vedere il luogo che, ad es., Pareto tiene nel testo e quello che ha nelle parentesi quadre. Per la prossima seconda edizione sono consigliabili l’aggiunta di un indice alfabetico dei nomi e delle cose principali e la trasposizione del sommario sistematico dalla fine all’inizio del volume.

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