Un’agitazione nei comuni meridionali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/10/1906

Un’agitazione nei comuni meridionali

«Corriere della Sera», 23 ottobre 1906

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 430-433

 

 

Nel mezzogiorno si va di questi giorni diffondendo una agitazione la quale vorrebbe riunire in un fascio i comuni per iniziare un movimento contro il governo a proposito dell’applicazione della legge sul mezzogiorno. Ecco in poche parole il nocciolo della questione. La legge ha abolito la tassa sulle bestie da tiro, da sella e da soma ed ha elevato e regolato il limite minimo d’esenzione per la tassa fuocatico e bestiame. Sta benissimo per i contribuenti meno fortunati, ai quali quelle tasse riuscivano talvolta crudeli. Si è pensato però alle condizioni dei comuni? Si è pensato alla maniera di colmare il disavanzo rilevante che l’abolizione di una tassa e le esenzioni più larghe di altre produrranno nei bilanci comunali? Affermano gli iniziatori dell’odierna agitazione – che ha il suo centro ad Olevano sul Tusciano ed alla quale hanno già aderito i sindaci di Vallo della Lucania, Campagna, Eboli, Montecorvino Rovella, Stella Cilento, Montecorvino Pugliano, Acerno, Bellosguardo, Roscigno, ecc. – che ai comuni sono stati dati buoni consigli, ma non mezzi efficaci per sottrarre i loro bilanci al fallimento. Aumentare le imposte sul valor locativo nei gradi più alti, sui domestici, sugli esercizi e rivendite e sui dazi sui consumi più voluttuari? A che vale se di ricchi residenti non ve ne sono, e se l’inasprimento della tassa sul valor locativo farebbe strillare solo le classi medie, che hanno redditi mediocrissimi e la cui condizione è per parecchi versi più disagiata talvolta di quella delle classi popolari? A che vale se la tassa domestici frutta somme irrisorie, se il dazio consumo investe già quasi tutte le voci tassabili, e se commercianti ed industriali invocano piuttosto di essere sgravati di carichi? In conclusione, la maggior parte dei comuni si troverà di fronte al dilemma: o fallire od aumentare la sovrimposta fondiaria, unico strumento tributario di facile applicazione e di frutto certo e facilmente calcolabile. In questa seconda alternativa che cosa sarà tuttavia dei fini della legge sul mezzogiorno che aveva voluto diminuire del 30% il contingente dell’imposta sui terreni? Noi avremmo dato un condono di imposta ai proprietari per gravarli di oneri sociali giustissimi ma costosi verso i loro contadini; e nel tempo stesso obbligheremmo i comuni a riprendere ai proprietari medesimi quella somma che lo stato aveva dato, con jattura dell’economia agricola, mettendo nell’impossibilità proprietari, anche volonterosi, di profittare del sollievo fiscale per iniziare un’opera di risurrezione agraria e sociale del mezzogiorno.

 

 

Fin qui le lagnanze. I sindaci firmatari della circolare vorrebbero risolvere il problema in un modo fin troppo spiccio e risolutivo. Essi dicono ai loro colleghi di dimettersi ed alle giunte ed ai consigli dei 355 comuni dell’Italia meridionale, della Sicilia e della Sardegna di non votare il bilancio preventivo finché lo stato non abbia indennizzato i comuni delle perdite finanziarie della legge 15 luglio 1906, proponendo per il risarcimento i seguenti mezzi:

 

 

  • la graduale assunzione da parte dello stato dell’istruzione primaria, con relativo onere finanziario, cominciando almeno dal 1 gennaio, ad assumere metà della spesa;
  • l’assunzione da parte dello stato di tutte le spese per il mantenimento degli esposti, per gli uffici giudiziari, carceri, telegrafi e di tutte le altre che ora ingiustamente gravano sugli stremati bilanci comunali.

 

 

Le minaccie sono grosse e le richieste forti; ed a noi pare converrà agli iniziatori dell’agitazione di moderare assai le loro pretese se vorranno ottenere qualcosa di concreto. In altre occasioni noi abbiamo affermato il nostro convincimento che lo stato dovesse ricordarsi delle promesse non solo ripetutamente fatte, ma anche consacrate in leggi approvate dal parlamento, di avocare a sé il pagamento di quelle spese di carattere spiccatamente generale per gli uffici giudiziari, per i carabinieri, per le carceri, ecc. ecc., che ora gravano sui comuni e sulle province in virtù di leggi che temporaneamente in tempi di disavanzi di bilanci sospesero l’applicazione di altre leggi organiche fondamentali. Il problema è generale a tutti i comuni italiani e non peculiare ai comuni meridionali; è quistione di giustizia nella quale tutti sono consenzienti in principio, e sulla quale si potrà dissentire da taluno solo per l’opportunità del momento. L’«Associazione dei comuni italiani» ha discusso nei suoi congressi ed ha preso risoluzioni in proposito. Perché i comuni meridionali non vengono a rincalzare l’opera dell’associazione, rendendola più efficace? La questione non nasce dalla legge del 1906 sul mezzogiorno; ma è più vecchia assai ed i comuni si possono appoggiare ad argomenti di giustizia stretta.

 

 

Non così siamo d’accordo sugli altri caposaldi della nuovissima agitazione che si vorrebbe estendere nel mezzogiorno. Chiedere che d’un colpo lo stato assuma metà dell’onere dell’istruzione elementare è chiedere cosa che assorbirebbe buona parte degli utili della conversione della rendita, cosa che non può farsi senza dimostrare che per i contribuenti sia più vantaggioso questo spostamento di spesa dal comune allo stato di tutte le altre soluzioni che si possono dare al quesito del miglior impiego degli utili della conversione. Si aggiunga. Hanno fatto i comuni protestanti il calcolo preciso dell’aggravio che dalla legge sul mezzogiorno deriva per l’abolizione della tassa sulle bestie da tiro e da soma e per l’innalzamento dei redditi minimi esenti dalla tassa focatico e bestiame? Hanno fatto il calcolo dei vantaggi non piccoli che ai comuni medesimi arreca la legge in ordine alle spese scolastiche, di viabilità, ecc., assunte dallo stato? Noi vorremmo conoscere i risultati del calcolo per potere dare un giudizio preciso sugli effetti della legge del 1906 e per sapere se veramente essa sia stata tanto micidiale alle finanze comunali.

 

 

Né sappiamo trattenerci dall’esprimere un sentimento di tristezza nel vedere alcuni comuni del mezzogiorno non riconoscere i benefici effetti della legge e preoccuparsi soltanto del momentaneo squilibrio dei loro bilanci. D’altro canto è davvero indiscutibile che i comuni meridionali non possano ricorrere ad altro mezzo per assestare le loro finanze fuorché all’aumento della sovrimposta? È certo che con una saggia revisione, non diciamo in senso progressivo, ma puramente proporzionale della tassa focatico non si possa ricavare qualcosa per diminuire le perdite sulle quote minime? E che dalla tassa sui domestici, dalla combinazione della tassa sul valor locativo con quella focatico, dalla tassa esercizi e rivendite nulla, assolutamente nulla si possa ricavare? È opinione di molti che nel mezzogiorno le imposte locali non siano sempre ripartite con perfetta giustizia fra le diverse classi sociali. Forse in questa opinione si è da taluni esagerato; e forse l’ingiustizia maggiore è troppo connessa con le misere condizioni economiche per poter essere tolta d’un tratto. Ma non è ammissibile, oggi che la legge del 1906 ha voluto impedire le ingiustizie tributarie più stridenti, affermare che nulla possa farsi per redistribuire più equamente il carico dei tributi fra le diverse classi sociali.

 

 

Noi non diciamo che lo stato, a ragion veduta e fatti bene i conti, debba disinteressarsi affatto delle lagnanze odierne. Ma ci sembra che la salute debba venire al mezzogiorno anche dai suoi figli; e che questi debbano bensì chiedere allo stato ciò che a loro spetta di diritto, ma debbano anche cercare nella propria energia le vie del risorgimento. Se non si vuole, ed è giusto, che i poverissimi paghino tributi eccessivi, occorre che i più agiati si rassegnino a pagare in vece loro le spese locali. Il che si fa sempre meglio, oltreché dai comuni settentrionali, anche da parecchi dei comuni meridionali, i cui amministratori hanno compreso che la soluzione del problema finanziario locale non è solo in un trapasso di spese da comune a stato, bensì anche entro i limiti del possibile – in un trapasso di oneri da una classe ad un’altra di cittadini.

 

 

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