Un’analisi inglese dei debiti interalleati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/03/1921

Un’analisi inglese dei debiti interalleati

«Corriere della Sera», 26 marzo 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 73-77

 

 

 

Nell’ultimo fascicolo dell’«Economic Journal» la rivista trimestrale della Società reale economica di Londra, senza dubbio la più autorevole tra le riviste economiche del mondo, il signor R. Trouton scrive uno studio meditato sul problema della finanza interalleata. Per l’autorità della rassegna in cui è pubblicato, per il rigore del ragionamento, per il fatto che l’autore appartiene ad una delle nazioni creditrici, lo studio intitolato Cancellation of interallied debts merita di essere largamente riassunto. La tesi sostenuta dal «Corriere della sera» vi riceve una nuova dimostrazione di straordinario valore. La tesi del Trouton è, sostanzialmente, la seguente: che quelli interalleati non sono veri debiti, ma metodi contabili che la nazione fornitrice di materiali da guerra ritenne opportuno di adottare nel proprio interesse, a preferenza dei sussidi, allo scopo di assicurarsi automaticamente che la nazione aiutata avrebbe fatto buon uso dei materiali ricevuti.

 

 

«La tesoreria inglese ritenne necessario di adottare un qualche sistema per controllare la grandezza delle forniture. Ogni alleato cercava, come del resto faceva ogni ministero britannico, di assicurarsi a proprio favore la proporzione maggiore possibile dei mezzi finanziari disponibili, guardando al proprio fabbisogno con la lente d’ingrandimento dell’interessato. Se la tesoreria britannica non avesse posto la massima cura nella distribuzione del fondo disponibile, non ci sarebbe stata abbastanza roba per tutti. Era essenziale usare una giusta bilancia fra le munizioni e gli alimenti, fra i bisogni dei ministeri britannici ed i bisogni degli alleati. I ministeri britannici dovevano, prima di spendere alcunché, ricevere il consenso della tesoreria britannica. Non sarebbe stato possibile e sarebbe stato certamente incompatibile con la dignità di uno stato indipendente di chiedere il consenso del tesoro inglese ad ogni spesa che quello stato intendeva fare. Perciò, i sussidi concessi ai governi alleati presero la forma di prestiti, ognuno dei quali era diviso in due parti: l’una per acquisti approvati volta per volta dalla tesoreria e l’altra posta a libera disposizione del governo alleato… Fu scelto il sistema del prestito nella speranza che il ricavo di un prestito sarebbe stato speso con maggior parsimonia che non se si fosse trattato di un regalo. Col tempo, la tesoreria istituì un sistema di controlli particolari sulla spesa; ma ritenne sempre preferibile il metodo dei debiti allo scopo di assicurare l’uso economico del sussidio».

 

 

A questa prima ragione amministrativa di preferenza per il metodo del prestito se ne aggiunse un’altra: quella delle riserve auree. La tesoreria britannica incontrò grandissime difficoltà nel comprare munizioni ed alimenti dagli Stati uniti; e dovette mandare in America titoli ed oro in masse cospicue. Ma poiché oro in Inghilterra ce n’è sempre stato poco, la tesoreria dovette ottenerlo dagli alleati continentali. Sarebbe stato naturale che l’Inghilterra regalasse munizioni ed alimenti agli alleati e che questi, in cambio, regalassero all’Inghilterra l’oro di cui questa aveva bisogno per pagare una parte delle provviste fatte per conto comune. Ma anche qui il metodo del prestito si impose.

 

 

«I popoli continentali sono ancor più inclini a genuflettersi ed adorare il vitello d’oro di quanto non siano gli augusti finanzieri della City di Londra; e fu con la maggiore difficoltà che i governi alleati furono indotti ad imprestare l’oro, pur tanto essenziale per effettuare acquisti negli Stati uniti innanzi che questi entrassero in guerra».

 

 

Un altro principio generale, di carattere contabile, seguito per la condotta della guerra, fu che ogni governo dovesse sostenere l’intiero costo di tutte le spese sostenute per conto dei suoi nazionali, militari e civili, senza badare al luogo dove la spesa era fatta.

 

 

«Soltanto in questa maniera poteva sperarsi in un controllo efficace e in economie nella spesa. I trasporti dovettero essere più economicamente geriti quando il governo, le cui truppe erano trasportate, ne pagavano, almeno nominalmente, il costo in confronto a ciò che sarebbe accaduto se il trasporto si fosse eseguito gratuitamente. Munizioni ed alimenti non furono sprecati in quelle proporzioni in cui lo sarebbero stati se un altro governo avesse dovuto pagare lo scotto. Il pregio di un cannone regalato non è valutato al suo giusto punto come quando è comprato. Era nell’interesse dell’economia che ogni consumatore pagasse per tutto ciò che consumava».

 

 

La creazione di un «credito» aperto in una somma fissa mensile agli alleati aveva altresì la virtù di indurre ogni alleato a distribuire spontaneamente quella somma fra i diversi usi possibili in guisa da ricavarne la maggiore utilità possibile.

 

 

«La tesoreria britannica aveva così un criterio approssimativo ma rapido per giudicare dell’importanza attribuita da ogni alleato alle varie richieste. La condotta finanziaria della guerra consisteva infatti nel determinare l’importanza relativa delle differenti richieste e nel razionarle in ragione della importanza medesima e dentro i limiti dei fondi disponibili».

 

 

L’autore ha ragione perciò nel qualificare il sistema dei debiti interalleati come

 

 

«un ammirevole meccanismo amministrativo. Fu un meccanismo atto a far sentire ad ogni governo che la necessità dell’economia non era venuta meno, sebbene le forniture venissero dall’estero».

 

 

Ma qui finisce, secondo lo scrittore, la sua virtù.

 

 

«La sola ragione della convenienza amministrativa può spiegare come i debiti siano stati creati. Ma essi sono un metodo ingiustissimo per una definizione permanente delle relazioni finanziarie interalleate. La loro esistenza è un oltraggio alla giustizia».

 

 

Il signor Trouton chiarisce codesta sua severissima condanna morale con un esempio italiano, che egli dichiara ricavato dalla sua esperienza:

 

 

«Il governo italiano acquistò durante la guerra dal governo inglese obici da 6 pollici e bombe dal governo britannico, pagandoli al prezzo di costo con il ricavo dei prestiti ricevuti. Questi cannoni furono sparati da artiglieri italiani in rincalzo della fanteria italiana. Dopo il rovescio sull’Isonzo fu necessario aumentare notevolmente l’aiuto che la Gran Bretagna già accordava all’Italia. Perciò furono venduti altri cannoni ed altre munizioni, sempre con pagamenti a carico dei crediti aperti al governo italiano. Inoltre furono inviate in Italia complete batterie di obici in rincalzo delle truppe italiane. Se la politica dei debiti si fosse applicata logicamente anche a questo caso, sarebbe stato corretto per la Gran Bretagna non solo di addebitare cannoni e munizioni al conto del governo italiano, ma di addebitare altresì la spesa di mantenere uomini e cavalli. Invece, no! Al contrario, non solo la Gran Bretagna pagò essa stessa cannoni, munizioni e mantenimento delle truppe, ma il governo italiano si fece rimborsare dalla Gran Bretagna quella parte del mantenimento delle truppe, compreso il trasporto ferroviario, che era sostenuta con mezzi italiani. Dove è la logica in tutto ciò? Se l’Inghilterra rischiava le vite dei suoi uomini nello sparare i cannoni, certamente essa sarebbe stata giustificata nell’addebitare all’Italia le munizioni sparate, più di quando artiglieri italiani sparavano i cannoni e si esponevano al fuoco nemico».

 

 

La spiegazione dell’illogicità è evidente.

 

 

«Il vantaggio amministrativo ottenuto con la creazione di debiti interalleati esisteva soltanto quando l’alleato era responsabile del modo con cui la spesa era compiuta. Ecco la spiegazione del metodo illogico tenuto di addebitare all’Italia i cannoni quando erano manovrati da artiglieri italiani e di non addebitarli invece quando erano manovrati da artiglieri inglesi.

 

 

È difficile – aggiunge il Trouton – andare a fondo dell’atteggiamento mentale di un paese, il quale volonterosamente rende il maggiore aiuto possibile, in uomini e munizioni, su una parte della fronte di guerra senza sperare o ricevere alcun compenso materiale; e tuttavia, su un’altra parte della fronte, fornisce un aiuto minore ed unicamente sotto forma di materiali da guerra; eppure in questo secondo caso domanda il rimborso lira per lira del costo di siffatto aiuto e va sino al punto di caricare interessi fino al momento del rimborso».

 

 

Le osservazioni precedenti, non nuove nel loro concetto informatore, sono nuove per la ricchezza delle informazioni e per la analisi finissima del fondamento logico amministrativo ed insieme della irrazionalità sostanziale del metodo dei debiti.

 

 

La conclusione si impone: bisogna cancellare i debiti interstatali.

 

 

«Sarebbe quasi impossibile elaborare uno schema che distribuisse il carico della guerra equamente tra gli alleati. Indubbiamente però il modo più ingiusto immaginabile sarebbe per gli attuali creditori di estorcere il pagamento dei loro crediti dagli attuali debitori. Potrebbero persino addursi argomenti per dimostrare che una equa distribuzione dei carichi di guerra sarebbe quella per cui i debiti interalleati fossero convertiti in crediti di uguale grandezza. Parlando all’ingrosso, i debiti furono contratti da quei paesi i quali mantennero la massima proporzione di uomini sotto il fuoco nemico, ed a favore di quei paesi i quali combatterono meno e furono, appunto per questa ragione, in grado di fornire agli altri materiali utili alla condotta della guerra».

 

 

L’autore non giunge tuttavia sino all’estremo di rovesciare le posizioni, perché forse i paesi debitori furono quelli che dalla vittoria furono salvati da un più imminente e grave pericolo.

 

 

«Quando si tengano presenti tutti gli aspetti del problema, la migliore approssimazione alla giustizia è forse la cancellazione di tutti i debiti. Se questi si lasciassero stare come sono, si perpetuerebbe la più grande delle ingiustizie».

 

 

Chi deve cominciare a cancellare i debiti? L’autore, che è un inglese, non vuole attendere che l’iniziativa venga dagli Stati uniti.

 

 

«Ciò da un certo punto di vista è forse ragionevole; ma certamente la condotta dell’America non può cambiare il torto in diritto. Se i debiti verso l’Inghilterra devono per giustizia essere cancellati, la condotta dell’America non ha importanza. La Gran Bretagna deve agire in questa materia secondo i principii di giustizia. Essa perciò deve cancellare senz’altro i prestiti che gli alleati debbono ad essa».

 

 

L’opinione pubblica italiana prende atto di questa magnifica difesa che del suo diritto fa la grande rivista inglese e chiede a se stessa: in qual modo il suo governo ed i suoi ambasciatori sanno trar partito da queste sane e chiaroveggenti correnti di idee che nel mondo anglosassone acquistano ogni giorno maggior forza?

 

 

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