Un’esposizione finanziaria ammonitrice

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/04/1904

Un’esposizione finanziaria ammonitrice

«Corriere della Sera», 21 aprile 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 125-128

 

 

Tutti i nodi vengono al pettine. L’esposizione finanziaria che il signor Austen Chamberlain, cancelliere dello scacchiere d’Inghilterra, ha fatto alla camera dei comuni il 19 aprile, è una prova di più che anche nella pubblica finanza è pericoloso volere iniziare nuovo cammino o compiere riforme prima che ne sia giunto il momento. Veramente il signor Austen Chamberlain deve pagare il fio di colpe non sue: prima e maggiore colpa, la guerra sud-africana che ha sconvolto le finanze inglesi ed ha portato un bilancio di spese che nel 1895 era di 2.545 milioni di lire italiane, alla cifra di 3 miliardi e 672 milioni di lire in tempo di pace, liquidate o quasi le pendenze della lotta col Transvaal. Ma di questa grossa colpa collettiva dell’imperialismo inglese non importa oggi discorrere, trattandosi di un fatto che nelle sue conseguenze trascende i limiti del bilancio di un anno. Importa invece mettere in luce la seconda colpa, di cui l’attuale cancelliere dello scacchiere deve sopportare la pena, come quella che può essere di qualche ammaestramento anche agli impazienti d’Italia.

 

 

Poiché la causa diretta del grosso disavanzo odierno dell’Inghilterra, di 135 milioni di lire per l’esercizio 1903-904 e di 95 milioni previsti per il bilancio 1904-905, è la riduzione d’imposta operata l’anno scorso dal cancelliere dello scacchiere Mr. Ritchie. Dinanzi alle lagnanze dei contribuenti inglesi, i quali male sopportavano l’onere cresciuto delle imposte dopo la guerra anglo-boera, il governo conservatore commise infatti l’anno scorso un atto di debolezza ed abolì il dazio sul grano e sulla farina che pure aveva reso 35 milioni di lire nostre, al tenue saggio di 1 scellino per quarter (1 lira 25 centesimi per 296 litri); e ridusse ad 11 pence per lira sterlina l’aliquota dell’imposta sul reddito. L’income tax è un’imposta che colpisce il reddito globale dei contribuenti inglesi che hanno più di 4.000 lire italiane di reddito. Quelli che hanno meno di 4.000 lire di reddito sono esenti ed anche quelli che hanno solo da 4.000 a 17.500 lire di reddito pagano su una parte appena del loro reddito. L’aliquota generale – che colpisce così integralmente solo i redditi di 17.500 lire e più – era sempre stata assai tenue: dal 1895 al 1900 di appena 8 pence (80 centesimi) per ogni lira sterlina di reddito, ossia del 3,20%. Ma la guerra anglo-boera l’aveva fatta rialzare nel 1901 ad 1 scellino per lira sterlina (5%), nel 1902 ad 1 scellino e 2 pence (5,80%), nel 1903 a 1 scellino e 3 pence (6,20%). Il signor Ritchie, riducendola l’anno scorso ad 11 pence, ossia al 4,60% del reddito, aveva soddisfatto ad un vivo desiderio dei contribuenti inglesi ed aveva osservato una regola antica della finanza britannica, secondo cui l’income tax in tempo di pace deve essere mantenuta bassa al fine di potere rialzarla in tempo di guerra.

 

 

Fra le regole della finanza ve ne è pure un’altra, secondo cui non si debbono ridurre le imposte se prima il bilancio non sia tanto solido da potere senza scosse sopportare la perdita. È vero che il signor Ritchie aveva calcolato che le entrate del 1903-905 dovessero giungere a 144.270.000 lire sterline e le spese solo a lire sterline 144.186.000.

 

 

A prescindere però dal piccolissimo margine esistente fra le due cifre, sembra che le previsioni del Ritchie fossero troppo ottimiste per le entrate e troppo ristrette per le spese. I fatti smentirono le previsioni poco serie, fatte per accattare popolarità tra i contribuenti. Le dogane per cui il Ritchie aveva previsto un aumento di 207.000 lire sterline pel 1902-903 diedero invece 583.000 lire sterline in meno. Le imposte interne sui consumi invece di 600.000 lire sterline di aumento, una diminuzione di 550.000 lire sterline; le tasse di bollo invece di 200.000 lire sterline in più, 700.000 in meno; le tasse di successione per cui si era prevista una diminuzione di 550.000 lire sterline diedero un manco di 850.000 lire sterline. In tutto, le entrate diedero circa 3 milioni di lire sterline (75 milioni di lire italiane) meno del previsto; mentre le spese raggiungevano pure una cifra di 3 milioni circa di lire sterline maggiore della prevista. Da un lato la guerra anglo-boera, per quanto liquidata nelle sue immediate conseguenze, aveva lasciata in eredità un forte incremento di spese militari e navali che tutto fa ritenere debba essere permanente. Dall’altro lato lo sviluppo della ricchezza privata, l’operosità ed il commercio dell’Inghilterra, dopo aver attraversato un brillantissimo periodo dal 1895 al 1900, cominciavano ad illanguidirsi, sì da parere in crisi. Il Ritchie avrebbe potuto persuadersene solo che avesse osservato alcuni indici ben noti del movimento economico del suo paese: ad esempio, la curva della disoccupazione. Il numero dei loro soci che le trade-unions inglesi accusavano come disoccupati era andato scemando dal 5,8% nel 1895 al 3,4 ed al 3,5% nel 1896 e 1897, al 3% nel 1898, al 2,4% nel 1899. Ma nel 1900 la curva della disoccupazione aveva ricominciato a salire: 2,9% nel 1900, 3,8% nel 1901 e 4,4% nel 1902. Questi ed altri indici consimili avrebbero dovuto rendere guardingo il cancelliere dello scacchiere, ove l’impazienza di diminuir le imposte non avesse sopraffatto ogni ragione di prudente oculatezza.

 

 

L’anno 1903 fu ancora peggiore di quelli precedenti. La percentuale dei disoccupati salì al 5,1% (nel gennaio 1904 fu di 6,75 contro 5,50% nel gennaio 1903). Le classi operaie videro diminuire i loro guadagni; su un totale di 891.000 operai, i cui salari nel 1903 furono variati in più od in meno, la perdita netta nel salario settimanale raggiunse quasi le 39.000 lire sterline, ossia 10 scellini a testa. I consumi diminuirono: e si vede il consumo del cacao estero scemare da 53,7 a 51,1 milioni di libbre, degli spiriti nazionali da 35,3 a 33,7 milioni di galloni, degli spiriti esteri da 8,7 ad 8,1, della birra da 35,2 a 34,9. Il gettito delle imposte sui consumi non poteva non risentirsene; e di qui i cattivi risultati del consuntivo 1903-904 coi suoi 135 milioni di disavanzo.

 

 

Il signor Austen Chamberlain deve ora rifare indietro il cammino percorso dal suo predecessore, riportando ad 1 scellino per lira sterlina di reddito (5%) l’aliquota dell’imposta sull’entrata ed aumentando i dazi sul tè e sul tabacco. La cosa era inevitabile; ma temiamo forte che produrrà sull’opinione pubblica un malcontento più vivo di quello che si avrebbe avuto se l’anno scorso non si fosse fatto nascere l’illusione che si apriva una nuova era di diminuzioni d’imposta. Se un anno fa si fosse saputo resistere alla tentazione di un bel gesto, oggi si sarebbe potuto ridurre l’imposta sull’entrata da 1 scellino e 3 pence ad 1 scellino e 1 penny e abolire il dazio sul grano, ancora molto inviso in Inghilterra, malgrado la campagna protezionista di Chamberlain padre, in cambio di qualche leggero aumento sul tè e sul tabacco. Nessuno avrebbe fiatato; anzi, a molti la cosa sarebbe riuscita simpatica; e non si avrebbero avuti i 135 milioni di disavanzo del 1903-904. Oggi invece al miele delle riduzioni succede l’amaro dei nuovi inasprimenti. Serva questo di avviso a coloro che vogliono le riforme per le riforme e vogliono ridurre le imposte senza pensare alle probabili conseguenze. Se l’Inghilterra, pur così ricca e potente, è costretta ad avere di questi pentimenti, che cosa sarebbe dell’Italia e della conversione del debito pubblico?

 

 

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