Uno statistico psicologo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/11/1925

Uno statistico psicologo

«Corriere della Sera», 27 novembre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 556-559

 

 

 

Chi voglia conoscere il filo conduttore dei saggi che Francesco Coletti raccoglie sotto il titolo La popolazione rurale in Italia (e i suoi caratteri demografici, psicologici e sociali. Un vol. di pp. XXIV 262, Federazione italiana dei consorzi agrari, Piacenza 1925) non deve contentarsi di leggere la prefazione, nella quale il Coletti, sottilissimo indagatore di cifre e di fatti, dimostra la unità sostanziale dei 19 saggi, scritti nel trentennio scorso, raccolti nell’odierno volume. Oggi che le raccolte di Saggi sono divenute di moda non v’è scrittore il quale non si sforzi di dimostrare l’unità spirituale degli articoli o saggi occasionali che egli abbia ritenuto opportuno di ripubblicare sotto un’unica copertina e con un solo titolo. Nella prefazione Coletti dichiara che la caratteristica essenziale delle sue indagini rurali è il criterio di analisi psicologica. Ma l’importante è che questa sua dichiarazione risponde a verità. Da gran tempo coloro che hanno letto i libri, i saggi di rivista e gli articoli di Coletti sanno che questa appunto è la caratteristica la quale lo distingue tra gli altri statistici professionali. Il pubblico, il quale non ha modo di seguire le dispute scientifiche, di tener dietro alle diversità degli indirizzi, di appassionarsi all’importanza dei progressi, affermata dagli uni e attenuata dagli altri, dell’indirizzo matematico, dirà, più semplicemente, che il libro del Coletti è un bel libro e che essendo egli, oltreché un seguace del metodo psicologico, un fine psicologo, ha saputo perciò rendere interessante e viva una disciplina, come la statistica, reputata per lo più secca e arida e noiosa.

 

 

Vuole egli ribattere l’accusa mossa alla politica fatta subire dal governo italiano alla Sardegna: essere stata la coscrizione obbligatoria il primo dei disastri inflitti a quella nobilissima regione? L’accusa era sorta prima che la guerra dimostrasse che i sardi sono primi nell’amore della patria e nella volontà di sacrificio per essa. Ma già prima della guerra, Coletti osservava che l’alta percentuale di riformati in Sardegna non era indice di mala volontà (pretese autointossicazioni e indebolimenti), bensì di circostanze estrinseche. La Sardegna aveva nel 1907-9 il primo posto nelle riforme per bassa statura: 19,9% contro il 6,3% della media del regno. Che colpa aveva la Sardegna se il legislatore aveva, allora, fissato il minimo di statura richiesto per l’abilità militare a m. 1,55; e se, per ragioni etniche, la media della statura sarda è relativamente bassa? Abbassiamo il minimo; ed avremo magnifici soldati. E così fu. Se i sardi repugnassero alla leva, alto dovrebbe essere il numero dei renitenti; ma Coletti rileva subito che nelle leve 1908-10 la Sardegna diede per l’appunto il minimo delle renitenze, ossia 3,8 renitenti ogni 100 giovani soggetti a leva, contro una media italiana di 9,7 e un massimo di qualche regione del 23,1 per cento. Se ai sardi spiacesse davvero la coscrizione, se ne dovrebbero altresì vedere le conseguenze nelle statistiche di fine e principio d’anno della natalità. Acutamente invero il Coletti utilizza il noto fatto che i genitori usano talvolta denunciare nel gennaio successivo i maschi nati in dicembre, sperando così di dilazionare di un anno l’inviso servizio militare e, chissà mai, profittare così di qualche eventuale maggior larghezza legislativa. Nelle statistiche ciò vien fuori dalla discrepanza esistente fra nati maschi – per cui vi è il ritardo nelle denunce – e i nati femmine, per cui tale ritardo non ha ragion d’essere. Ed allora Coletti costruisce la seguente piccola tabellina di confronto tra una regione cui il ritardo è nitidissimo, e la Sardegna. La tabella indica quanti maschi siano nati nei due mesi di dicembre e di gennaio per ogni 100 femmine:

 

 

Regione a scarto massimo

Sardegna

dicembre gennaio dicembre gennaio
1882-1890

97,54

114,12

106,90

106,79

1891-1902

85,55

120,32

105,63

105,69

1903-1909

84,87

122,91

106,74

107,66

 

 

Parlante, non è vero? Con queste poche cifre noi discendiamo nel profondo dell’anima popolare. In una regione noi sorprendiamo i genitori, che dinanzi al loro nato, già se lo vedono, dopo 20 anni, vigoroso e giovane, portato via nella grande città, che essi ignorano e paventano; e pensano che il ritardo di un anno nel servizio militare può essere per essi un grande conforto negli anni maturi o tardi. Perciò essi, che denunciano subito la nascita delle femmine, ritardano di un giorno, di cinque, di dieci giorni quella dei maschi; diradando così le nascite in dicembre e ingrossandole in gennaio. In Sardegna, il popolo abituato da secoli alla vita dura delle campagne deserte e delle montagne, guerriero per indole, non pensa che la vita militare possa essere un ostacolo od un dolore. Soldati andarono i padri, soldati andranno i figli. Le statistiche non rivelano alcuna commozione di padri e di madri, alcun tremito, che pur sarebbe umanamente perdonabile, dinanzi al pensiero che vent’anni dopo il bambinello ora appena nato dovrà vestire la divisa del soldato. Tra dicembre e gennaio non esiste alcuna divergenza apprezzabile nelle registrazioni dello stato civile.

 

 

Perché cifre tanto alte di piccoli furti campestri in taluni gruppi di popolazioni rurali? Perché, sovratutto, l’indulgenza con cui tali reati sono guardati dalla coscienza comune di quelle popolazioni? Non vale dire che si tratta di «piccoli» furti; ché a questa stregua si dovrebbe facilmente perdonare a chi in casa ruba un soldo, un fazzoletto, un paio di calze, un oggetto qualsiasi di scarso valore. Ed invece quelle medesime popolazioni rurali, le quali guardano con disprezzo e non esitano a denunciare chi, introducendosi in casa od abusando dell’altrui fiducia, ruba un piccolo oggetto, non si indignano ugualmente se veggono una povera donna o un ragazzo con un carico di legna o frasche od un fagotto di ghiande evidentemente portati via dal terreno altrui. Ed il Coletti rimanda col pensiero agli antichi diritti di uso, di pascolo, di legnatico, di far ghianda, oggidì quasi dappertutto scomparsi, il cui ricordo è rimasto nelle popolazioni rurali. Il piccolo furto campestre è il residuo inconsapevole dell’antico diritto d’uso. Le vecchie usanze consentivano di raccogliere frutti solo per la quantità necessaria ai bisogni delle famiglie? Ed ecco che oggi, scomparsi i terreni comuni, la coscienza popolare indulge a chi si limita a portar via altrui qualche fagotto di legna per scaldar la propria stanza, ma è severissima contro chi fa commercio della legna rubata. Ecco un quadretto di vita vera che spiega le cifre aride: «Il bracciante si domanda: come tirare innanzi la vita? La risposta è facile: con l’industriarsi, con l’ingegnarsi. Il freddo nell’inverno è acuto, la polenta attende nel caldaio la fiamma che la cuocia: come si fa? Si vanno a pigliare le frasche, le legna nei boschi vicini. Il maiale è una vera provvidenza (che Sant’Antonio gli tenga la mano sul capo!) per le misere famiglie, il maiale è il salvadanaio del contadino, come dicono tanti rugiadosi scrittori ma come si fa ad alimentare e ingrassare il maiale? Si conduce a pascere nel prato, nella macchia di Tizio o di Caio, gli si danno le ghiande delle quercie altrui». Dalla statistica Coletti risale all’uomo, all’ambiente, alla storia passata, alle lontane usanze che oggi sussistono ancora in qualche istituto degenere o trasformato. Il contadino italiano nelle sue pagine rivive: bracciante, mezzadro, proprietario, radicato alla terra, emigrante, ossequente alle leggi o delinquente, retrivo o progredito, combattente o reduce; si può dire non vi sia alcun tratto psicologico, alcun aspetto economico di questa che è la meta della totale popolazione italiana, il quale sia sfuggito all’occhio penetrante dello statistico marchigiano. Egli, che ama profondamente la sua terra natia, si compiace a schizzare quadretti interessanti delle classi sociali del suo paese. Ma come sono universali i sentimenti che egli descrive! Il contadino, il quale traduce in linguaggio patrimoniale tutti i fatti, anche quelli affettivi, che dice del rivale, il quale gli ha rubato la moglie: «approfitta della cosa mia, mi toglie il mio, che mantengo io»; che osserva i precetti della Chiesa e dà le elemosine perché è sottinteso che tutto questo egli «lo ritroverà nell’altro mondo», è il contadino in cui tutti ci siamo incontrati, misto come tutti gli uomini, di solide virtù e di umanità incoercibili.

 

 

 

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