Tratto da:

La Stampa

Un’utile funzione del partito socialista

(A proposito della lotta di Cossato)

«La Stampa», 20 gennaio 1898

 

 

 

Un nostro ottimo amico e valente scrittore ci manda alcune assennate considerazioni suggeritegli dalla lotta elettorale che si sta combattendo nel Collegio di Cossato. Noi le pubblichiamo volentieri e, pur concordando nella maggior parte delle idee svolte, facciamo qualche riserva su talune particolarità:

 

 

Lo spettacolo che fornisce in questi giorni la lotta elettorale in un importante Collegio di provincia, quello di Cossato, è per varii rispetti istruttivo e quasi vorrei dire edificante.

 

 

Davanti al pericolo che la vittoria arridesse al candidato socialista, gli elettori liberali di colà hanno messo da banda le loro divisioni antiche, e si sono collegati per far trionfare il nome al quale sembrava venire il consenso dei più. Le persone sono scomparse di fronte alle idee ed alle cose: e in tal modo l’intervenire di un nuovo elemento – il socialismo – ha determinato un più logico ordinarsi dei partiti, una loro organizzazione più coerente e più solida.

 

 

Quale il significato, quale la conseguenza di un simile fatto? Vediamolo. Da anni, da lustri, anzi, la vita politica del Paese soffre di languore, di atonia, di indifferenza. L’antica grande divisione dei due classici partiti storici – la Destra e la Sinistra – si è andata scolorando. Se non tutti, quasi tutti i Ministeri che si succedettero al potere da almeno quindici anni in qua rappresentarono una vera iride parlamentare, furono il risultato di compromessi e di transazioni che conducevano allo stesso banco del potere – provvisorii ed utilitarii alleati – persone discordanti nel fine e nei mezzi.

 

 

Questo confusionismo, a poca a poco, dal Governo e dal Parlamento si propagò a tutto il Corpo elettorale e all’intero Paese. Così la vita pubblica, cioè la risultante del sentimento pubblico e delle pubbliche opinioni, degenerò in un qualche cosa di inorganico, di amorfo, di indefinibile. L’assenza degli Ideali provocò lo sfacelo del reale: e le tradizioni del nostro regime costituzionale, che, se non erano antiche, contavano tuttavia belle, luminose, vivide pagine, vennero miseramente offuscandosi. Il male si aggravò tanto da parere cronico; d’ogni parte sursero allora medici, ed al grande malato, il Paese politico, si prescrissero cure e rimedii.

 

 

Senonché niuna cura, niun rimedio parvero, finora, efficaci. Ma ecco già spunta una nuova fase, determinata dall’intervenire del nuovo elemento accennato più sopra: il socialismo. Il partito socialista ha l’incarico di adempiere, nella organizzazione degli odierni partiti politici, quella che è una delle naturali funzioni dei partiti estremi; provocare, cioè, una più intima coesione delle maggioranze dominanti, con lo spauracchio che viene dalla possibilità di un radicale sovvertimento della cosa pubblica, che distrugga gli attuali ordinamenti.

 

 

Nel giuoco meschino degli interessi personali, nella gara ristretta dei rancori, delle gelosie, il partito estremo irrompe come un vento impetuoso che spazza via la polvere minuta, e lascia a posto solo i mezzi. Le piccinerie scompaiono: quanto sa di interessato è messo in fuga. Effetto salutare della paura, o, almeno, di una antiveggente prudenza! Si sente il bisogno di purificare l’ambiente, di sostenere soltanto i buoni, gli onesti, perché essi soli possono essere i forti, i vittoriosi. Gli ideali, che si credevano offuscati o smarriti, ricompaiono, come dopo un’ eclissi. Ed alla altrui negazione si oppone un’affermazione piena di rinnovellata gagliardia. Il compito di promuovere un simile movimento nelle schiere dei liberali avrebbe potuto fin qui venire adempiuto dai partiti estremi già esistenti: il radicale e il clericale.

 

 

Ma il radicalismo, presso di noi, non rispondeva ad un vero, ad un profondo bisogno di una parte del Paese. Se per radicalismo si intende quello all’acqua di rosa, o legalitario, come fu detto, esso non è che una forma di progressismo avanzato, ancora compatibile con il nostro regime monarchico: tantoché parecchi di codesti legalitari parteciparono più volte al Governo e ad alte cariche ufficiali. Se per radicalismo, poi, si intende quello vero e proprio, il radicalismo repubblicano, che tale apertamente si professa, allora è lecito affermare che esso non ha alcuna seria radice nella coscienza nazionale. Il bisogno della repubblica non è sentito che da pochissimi: l’esempio di un paese a noi vicino, e affine per vincoli storici ed etnici, è abbastanza eloquente per distoglierci dall’imitarlo: ed i repubblicani stessi distruggono la fede nel loro vangelo, valicando spesso, quando l’opportunismo e l’utilità così li consiglia, il Rubicone che li separa dalla ortodossia monarchica; e terminando magari con la famosa frase: «La Repubblica ci dividerebbe; la Monarchia ci unisce.»

 

 

Quanto ai clericali, la loro azione fu fin qui nulla, nella cerchia politica, perché essi sono colpiti da infecondità fondamentale in causa del non possumus di Pio IX, mantenuto dal suo successore. La loro partecipazione alla vita pubblica fu invocata molte volte dai liberali stessi, spinti dal desiderio che l’Italia legale fosse il fedele specchio dell’Italia reale, e non ne riflettesse soltanto una immagine monca. Ma furono vane richieste: e l’astensione obbligatoria mantiene tuttora in una impotenza, dolorosa agli impazienti e agli attivi, tutto un largo e numeroso partito, che potrebbe, e non vuole, far sentire la propria voce e valere le proprie tendenze, e che è costretto a mantenersi nella ristretta sfera delle lotte amministrative locali.

 

 

Da tutto ciò scaturisce la nuova efficacia del socialismo nella vita politica della nazione. Conscio dei proprii fini, deciso a valersi dei mezzi legali, sapendo di rappresentare i bisogni e le tendenze, siano pure artificiosamente traviate, di una parte del popolo, il socialismo è sceso in campo: e là dov’esso ha potuto affermarsi vigorosamente, se anche non trionfalmente, è accaduto ai liberali quanto dicevo più sopra. Hanno, cioè, compreso la necessità di unirsi, di smettere le competizioni meschine, e di porre sopra ogni cosa l’interesse di partito.

 

 

Questo provvido risultato di miglioramento, di purificazione, dalle masse sale poi al Governo. Pur troppo, per irrimediabile tralignare del meccanismo costituzionale, il Governo è sempre proclivo a premere sulla – volontà del Paese -, per ridurla a propria immagine e somiglianza. Invece, nei casi come quello di Cossato, il Governo è costretto a passare sopra al proprio interesse parlamentare, e a ricordarsi soltanto dell’interesse delle istituzioni. Che importa se l’ing. Sella ha proclamato ch’egli non sarà rudiniano né zanardelliano? Che importa se nelle sue parole suona il rimprovero al Ministero di non avere onestamente attuato il programma di cui si faceva bello alla vigilia delle elezioni? Non per questo il Ministero potrà fare checchessia per contrastarne la riuscita; pena l’accusa terribile di aver tradito le istituzioni piuttosto che veder vincere chi non era dichiarato amico e sostenitore.

 

 

In tal modo si migliorerà tutto il funzionare dell’organismo parlamentare. I deputati liberali, forti della convinzione di non essere alla dipendenza di uomini, ma di rappresentare e difendere idee e cose, avranno maggiore libertà di giudizio e di azione. E i Governi, dal loro canto, sentiranno la necessità di bene agire, di rettamente governare, per non venire disapprovati da coloro che, allo stringere dei conti, essi non potrebbero poi combattere per non cadere in mano di più spietati ed irreconciliabili avversari.

 

 

Questo, se i liberali porranno dappertutto la testa a partito, come accennano ora a voler fare a Cossato, sarà stato l’effetto, sarà stata la utile funzione del socialismo.

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