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La Stampa

Utilizziamo l’energia

«La Stampa», 24 ottobre 1900

 

 

 

Per tutta Italia serpeggia come un fremito di vita nuova, come un desiderio intenso di lavorare e di creare ricchezze, diffondendo sulla terra il benessere e la facilità della vita materiale.

 

 

Purtroppo in questo assalto audace che la nuova Italia muove contro l’avarizia della natura, molti ostacoli dobbiamo superare, molti pregiudizi vincere. Ma fra tutti gli ostacoli e fra tutti i pregiudizi sono più dolorosi e dovrebbero essere meno invincibili quelli opposti dall’inerzia delle Autorità governative, dalla proverbiale lentezza della burocrazia italiana.

 

 

Invece di rallegrarsi del rifiorire novissimo delle private iniziative e dimostrarsi lieto che finalmente gli italiani non guardino più ad esso come al dispensiere di ogni bene ed alla fonte inesausta di impieghi e di lavoro, lo Stato italiano sembra di null’altro occuparsi fuorché di porre argini all’irrompente fiumana delle iniziative private, le quali vorrebbero coprire il nostro suolo di opifici modesti e di fabbriche grandiose.

 

 

Scegliamo, fra i tanti, un esempio.

 

 

Da un pezzo si discorre della necessità di utilizzare le abbondantissime forze idrauliche delle nostre Alpi per impiantare fabbriche, illuminare città o costruire estese reti ferroviarie elettriche. La crisi nei prezzi del carbone ed il lamento generale dei fabbricanti costretti a pagare a prezzi favolosi il nero pane dell’industria, hanno resa urgente la soluzione dell’importante problema. Ebbene, lo Stato sembra intento solo a mettere ostacoli alla utilizzazione delle acque con una legislazione antiquata, con lungaggini burocratiche infinite, con pretesti e cavilli di ogni sorta, quasi che il creare dal nulla una ricchezza nuova fosse un delitto e non un merito insigne.

 

 

Vi sono Stati – nell’Australia, nel Canadà, nella Unione Americana – dove l’imprenditore desideroso di utilizzare una forza d’acqua, deve unicamente fare una domanda all’ufficio apposito, corredarla dello schizzo del corso d’acqua e pagare una tenue tassa. Un mese dopo la concessione è data ed i lavori possono cominciare.

 

 

Da noi occorre fare la domanda, corredarla di infiniti documenti, fare le spese di visite e controvisite di una nube di ispettori governativi, aspettare in seguito che si siano pronunciati i Consigli comunali vicini, la Prefettura, il Consiglio dei lavori pubblici, il Genio civile, il Consiglio di Stato, ecc. ecc. Le carte vanno e vengono in un andirivieni interminabile fra tutti questi uffici; sorgono opposizioni interessate ed oziose; si inframmettono deputati ed avvocati; ed intanto l’imprenditore aspetta per uno, due, cinque anni ed anche più. L’industria non sorge e invano i lavoratori aspettano la desiderata occupazione che deve spargere la ricchezza ed il benessere per un ampio tratto di paese.

 

 

Peggio accade quando il Governo impone una specie di prima ipoteca sulle acque e ne impedisce lo sfruttamento col pretesto che in un avvenire remoto la nazione potrà giovarsene per impiantare delle ferrovie elettriche. Tutto questo deve cessare: l’industria moderna, rivoluzionando i metodi di produzione, ha creato eziandio la necessità di mutar sistema nell’opera legislativa ed amministrativa. Lo Stato deve persuadersi che oramai le lungaggini burocratiche sono non solo fastidiose, ma perniciose, e che all’industria occorre sovratutto far presto.

 

 

Si approvi una buona volta la tanto aspettata legge sulle forze idrauliche; ma sia una legge chiara, semplice, la quale definisca limpidamente i diritti ed i doveri degli industriali. Si conceda l’acqua magari per soli 20 anni, se così piace e si teme di alienare per sempre una fonte di reddito governativo nel futuro; ma la concessione venga data rapidamente, senza troppe formalità, senza troppi pareri di dotti e lontani Consigli, senza lasciar adito alle inframmettenze di vicini oziosi e gelosi e di deputati potenti alla capitale ed interessati a mandare a vuoto, per motivi personali, ogni nuova iniziativa.

 

 

Solo operando in tal guisa sarà possibile raggiungere uno dei più alti scopi che uno Stato moderno possa proporsi: incitare i privati ad utilizzare spontaneamente e rapidamente le energie che ora rimangono inerti e che potrebbero moltiplicare la ricchezza del Paese.

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