Verità ovvie e precedenti notabili in tema di crisi bancarie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/02/1922

Verità ovvie e precedenti notabili in tema di crisi bancarie

«Corriere della Sera», 4 febbraio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 540-542

 

 

 

Ho già avuto occasione di affermare che i consigli di estranei agli azionisti, creditori, amministratori e sovventori della Banca italiana di sconto valgono meno di un bottone frusto. Gli interessati fanno benissimo a scrollare le spalle dinanzi a tali consigli, anche se vengono da persone autorevoli, tanto più se vengono da persone la cui professione è di mettere del nero sul bianco. I consigli rispettabili sono soltanto quelli di coloro che arrischiano in una qualunque impresa i loro quattrini.

 

 

Tuttavia, agli estranei è lecito ricordare il passato. Ciò non è dar consiglio; ma semplicemente offrire materiali di studio che anche agli interessati possono riuscire utili. Specialmente quando gli interessati sono sovratutto mossi dal giusto desiderio di non perdere il fatto proprio, come nel caso presente sono i depositanti ed i creditori della Banca italiana di sconto. Ho l’impressione che questi siano stati per parecchio tempo illusi da esposizioni assai ottimistiche sulla situazione del loro debitore. Tutti ricordiamo che nei primi giorni della moratoria, si affermava che le attività della Sconto non solo erano bastevoli a fronteggiare integralmente, dando il tempo occorrente, i debiti; ma che lasciavano un margine anche alla salvezza del capitale sociale. Tuttalpiù si sarebbero perse le riserve. Poi si cominciò ad ammettere che forse gli azionisti dovevano rassegnarsi ad un tiglio del 25% sulle loro azioni. Finalmente, dopo l’arrivo dall’America del comm. Gidoni, quarto commissario giudiziario ed esperto bancario, venne fuori una cifra di 1.300 milioni di svalutazioni, che, se fosse esatta, vorrebbe dire la perdita di tutto il capitale versato dagli azionisti ed una riduzione non spregevole, forse del 20% sui crediti dei depositanti e degli altri creditori. E le notizie pubblicate sui giornali aggiungono che le attività esistenti ammettono soltanto il pagamento in contanti di meno del 50% dei depositi, oltre ad un eventuale diritto ad un resto se e quando questo resto potrà essere realizzato. Alla quale prospettiva non sembra che i creditori s’acquetino; e vorrebbero almeno il 70% in contanti, sia pure ripartitamente versato in un certo periodo di tempo.

 

 

Su di che, una riflessione può farsi i creditori della Sconto hanno diritto soltanto a tutto ciò che la banca possiede, ed inoltre alle somme che gli amministratori potranno essere chiamati a pagare in relazione alle loro eventuali responsabilità. Nulla di meno; ma neanche nulla di più. Se i debiti della Sconto sono 4.500 milioni; e se tutte le attività realizzabili, più i contributi degli amministratori, valgono 3.000 milioni, essi potranno riscuotere i due terzi dei loro crediti; se valgono 4.000 milioni gli otto noni; se, per dannata ipotesi, solo 2.250 milioni, essi potranno avere appena il 50 per cento.

 

 

Da quale fonte invero potrebbero essi ricavare di più? Non dal denaro fresco versato da nuovi azionisti, perché non si troverà, credo, in Italia nessun risparmiatore disposto a regalare i propri risparmi alla Sconto per permetterle di pagare ai proprii creditori una percentuale maggiore dell’esistente. Non da altre banche, che hanno il dovere di non far donazione altrui dei denari dei proprii depositanti.

 

 

Non dalla Banca d’Italia, ossia dal governo, perché il ministro del tesoro non può per nessuna ragione al mondo regalare neppure un centesimo del denaro dei contribuenti.

 

 

Il problema, per i creditori della Sconto, è dunque tutto qui: valorizzare al massimo le attività esistenti. Le vie seguite in passato in casi analoghi furono molte e divergentissime; ma, da un certo punto di vista, si potrebbero classificare in queste due: della fretta e della pazienza.

 

 

Se si ha fretta, di solito si realizza male. Chi è in grado, oggi, in Italia di rilevare tutte le varie e colossali aziende in cui la Sconto era interessata: miniere, scavi, stabilimenti industriali, terre, case, ecc. ecc.? Siamo in un periodo di crisi acuta, in cui nulla si trova a vendere, se non a prezzi rotti. Né si incolpino i possibili acquirenti. Il futuro è incerto e scuro; nulla si sa sull’esito possibile di molte, anche ottime, aziende. Chi compra deve premunirsi con un taglio se non vuole correre alla rovina.

 

 

Con la pazienza, invece, è accaduto in passato che i realizzi potessero farsi con discreti risultati. Ricordiamo tutti il caso della Banca d’Italia, sorta nel 1894 dalla liquidazione della Banca nazionale con un formidabile immobilizzo di case e di terreni. Messi sul mercato subito, non si sarebbe realizzato nulla o quasi nulla. Erano anni torbidi, come gli attuali, in cui non c’erano compratori. Invece la Banca non realizzò. Fondò due istituti di smobilizzo, l’uno per i beni stabili e l’altro per i fondi rustici, i quali, con il tempo e con la pazienza, molto tempo e molta pazienza, rimisero in valore i patrimoni ricevuti e poterono dare nuovamente discreti dividendi, ricostituendo i capitali che parevano perduti.

 

 

Io non dico che si debba ripetere la medesima esperienza. Oggi si tratta di imprese diverse, industriali per lo più e forse più aleatorie. È ignoto quale possa essere il risultato definitivo della liquidazione. Ma l’esperienza del passato sembra dimostrare inoppugnabilmente due verità: la prima delle quali è che il nuovo ente bancario, il quale piglierà il seguito della Sconto, deve avere un proprio capitale fresco, non impegnato e divorato dalle perdite vecchie ed atto a lavorare ed a far fruttare la organizzazione esistente. Se i creditori della Sconto credono che questa organizzazione valga assai, debbono persuadersi che l’unico modo di valorizzarla è di versare nuovo capitale, prelevato sulle prime disponibilità liquide dell’istituto attuale, ossia prelevato sui loro depositi. La seconda verità è che la liquidazione delle attività esistenti darà probabilmente tanto maggior soddisfazione ai creditori, quanto più essa sarà fatta con calma e cogliendo le occasioni e i momenti opportuni; ossia quanto minor fretta essi metteranno nell’incassare le percentuali risultanti dalla liquidazione delle attività esistenti.

 

 

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