Verso un decreto-legge sulla marina mercantile

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/08/1921

Verso un decreto-legge sulla marina mercantile

«Corriere della Sera», 5 agosto 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 284-285

 

 

 

Le notizie sui probabili lavori della camera non fanno sperare che possano essere discussi i due progetti di legge presentati dall’on. Belotti per la liquidazione dei sussidi alla marina mercantile e per la ricostituzione della flotta sovvenzionata. Non si sa se la colpa della mancata discussione sia della camera o del governo; ma è certo che si tratta di una colpa grave. Si fanno discorsi interminabili intorno al programma del governo, alla ricostituzione del paese, alle prerogative del parlamento, si insiste affine di mettere accanto al governo una commissione consultiva per assisterlo nel compito arduo di riforma della burocrazia e praticamente per ridurre al minimo l’epurazione di essa; e poi non si trovano i due o tre giorni di tempo che sarebbero necessari per discutere due progetti di così gran momento come quelli sulla marina mercantile.

 

 

I progetti sono importantissimi sotto parecchi rispetti. Il primo di essi sancisce il principio che quando lo stato ha fatto certe promesse sino ad una certa data, in linea di equità sia poi obbligato ad estendere i benefici delle fatte promesse anche al di là della data prefissata. L’on. Belotti ha imposto limitazioni varie al principio; ma senza dubbio il principio è pericoloso per la finanza pubblica, costituisce un precedente di una estrema gravità e merita di essere discusso a fondo dal parlamento. Lo si accetti o lo si respinga, non può essere lasciato in arbitrio del potere esecutivo di impegnare il tesoro a favore di privati, senza che la rappresentanza del paese vi abbia dato il suo consenso.

 

 

Il secondo progetto, per la marina sovvenzionata, non ha nulla a che fare con la liquidazione del passato. Qui si tratta di impegnare ex novo il tesoro a sussidiare la costruzione di piroscafi addetti al trasporto di passeggeri. Sarà un bene, sarà un male far ciò. Per ora non discutiamone. Ma certamente trattasi di un impiego importante del pubblico denaro. Certe navi costerebbero troppo care ai privati a costrurre; non si sa se in confronto al prezzo corrente od al valore probabile futuro. Interviene lo stato e dice: io mi accollerò una parte del costo di costruzione. Anche qui si pone un precedente pericoloso. Ogni volta che a qualcuno costerà troppo caro produrre una data merce, egli vorrà ottenere un sussidio dallo stato per la differenza tra il costo e il valore. Motivi di utilità pubblica a giustificare il donativo sarà sempre possibile trovarne od immaginarne. Anche qui, il solo parlamento può, dopo aperta discussione, decidere se lo stato debba diventare il sovventore di quegli industriali che non riescono a vivere di forza propria.

 

 

Il parlamento può fare tutto ciò che crede, il bene od il male del paese. Il governo no. Bisogna uscire dal sistema dei decreti legge. Oggi, ritardando la discussione dei progetti sulla marina, diamo un pretesto al governo di emanare, col motivo dell’urgenza, un decreto legge appena chiusa la camera.

 

 

Già il predecessore dell’on. Belotti ha usurpato i poteri del parlamento emanando i provvedimenti doganali; e con ciò il governo dell’on. Giolitti ha dimostrato col fatto che la sua promessa di non ricorrere più al sistema dei decreti legge era una pura lustra. Perché qual caso di maggiore importanza si era mai presentato a lui per rendere ossequio al potere legislativo? Nessuna offesa maggiore fu mai fatta al diritto esclusivo del parlamento di far leggi; offesa tanto più grave in quanto il governo erasi obbligato espressamente a non far nulla di sua iniziativa in materia di tariffe doganali. Vogliono gli on. Bonomi e Belotti imitare ora il brutto esempio? Speriamo di no; e speriamo che alla camera sorga qualche deputato o qualche commissione a chiedere che il parlamento sia chiamato a decidere prima che il governo pregiudichi con decreti legge il gravissimo problema.

 

 

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