Vi è una spiegazione economica alle vittorie russe?

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 09/09/1944

Vi è una spiegazione economica alle vittorie russe?

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 9 settembre 1944, pp. 2-3

 

 

 

Le vittorie conseguite dalla Russia nella guerra presente pongono il quesito: quale è il sistema economico il quale ha consentito così grandi successi?

 

 

La risposta è nota; il sistema è quello di una economia comandata pianificata e programmata da una autorità centrale posta a Mosca, la quale opera per mezzo di imprese pubbliche locali, diversificate per industrie ed altri rami di attività e più o meno autonome.

 

 

In genere si usa, parlando della Russia, aggiungere che siffatto tipo di economia è comunistico; ma l’aggiunta ha scarso significato sostanziale, perché in tutti i paesi belligeranti, senza alcuna eccezione, in questa e nella passata guerra, l’economia fu, più o meno presto e più o meno totalmente, organizzata secondo un piano comandato dall’alto. I piani furono introdotti a poco a poco, sotto la pressione della necessità, un po’ a caso e con eccezioni più o meno grandi nella guerra del 1914-18; furono invece applicati più sistematicamente fin dal principio nella guerra presente: male e con grandi deviazioni in Italia, bene, in Inghilterra e negli Stati Uniti; da più antica data e con propositi più decisi in Germania (1933, data dell’avvento del nazismo); da tempo ancor più lungo e con un programma ancor meglio definito in Russia (1928, inizio del primo piano quinquennale). Comuniste o programmate dal centro sono necessariamente tutte le economie dei paesi in guerra: ché lo Stato determina quel che si deve produrre, fissa i prezzi d’acquisto delle materie prime e dei prodotti finiti, e quindi i margini entro cui le singole imprese debbono lavorare; determina gli interessi da pagare al capitale e mette un blocco ai salari, agli stipendi ed alle remunerazioni in genere.

 

 

In Russia lo Stato contrae prestiti sui quali paga interessi assai bassi; ma non pare siano più bassi di quelli pagati negli Stati Uniti ai sottoscrittori di prestiti pubblici a lunga scadenza (3 per cento) e dei buoni del tesoro a breve scadenza (da un decimo dell’uno per cento, all’uno per cento); e lo Stato può ogni dove far ciò perché gli Stati in guerra vietano qualunque altro investimento del risparmio e lo sottopongono ad autorizzazioni quasi sempre negate. In Russia lo Stato proibisce qualunque investimento privato, salvo ché nelle imprese rurali per uso famigliare e, pare, nelle case di abitazione propria; ma, in tempo di guerra, in tutti gli Stati belligeranti è fatto divieto di investimento in qualunque impresa privata, salvo ché in quelle utili alla condotta della guerra ed ivi sono fissati gli ammortamenti da farsi ed i massimi di profitto consentiti agli imprenditori.

 

 

Le difficoltà che si incontrano nel descrivere, non le apparenze ma le realtà dell’economia russa dal 1928 in poi, ossia dal giorno della soppressione della N.E.P., che aveva significato un temporaneo ritorno alla economia di mercato dopo i primi tentativi di economia comunista, nascono dalla natura delle fonti, dalla interpretazione delle statistiche, dalla mancanza di una unità di misura, simile alle monete occidentali. Le fonti sono troppo spesso di propaganda, come quelle di tutti i governi comandati dal centro (fascisti e nazisti); gli statistici non dichiarano i criteri seguiti nella compilazione dei loro dati; il rublo e una unità contabile, non, come il franco svizzero, la lira sterlina o il dollaro una unità di contrattazione.

 

 

Le parole «comunismo», «socialismo», «liberismo», «capitalismo» non hanno contenuto preciso e sono di assai ardua definizione. I soli due concetti i quali possono decentemente essere usati nel definire sistemi economici, sono invero quelli di «economia di mercato», nella quale i prezzi, i salarii, gli interessi, i fitti sono prevalentemente la conseguenza di libere contrattazioni che avvengono sul mercato e di «economia programmata», nella quale i prezzi, i salari, gli interessi, i fitti sono quasi tutti fissati, secondo un piano, da una autorità centrale. I prezzi espressi in monete proprie delle economie di mercato hanno perciò un significato tutto diverso e non paragonabile a quelli espressi in monete usate nelle economie programmate.

 

 

Dire che il reddito nazionale nella Russia del 1938 era 100 è esprimere un concetto il quale non ha nulla a che fare con l’altro che nell’Inghilterra dello stesso tempo il reddito nazionale fu pure di 100. A meno di fare mille avvertenze complicate, anche se i rubli si convertono in sterline o viceversa, il paragone non dice nulla.

 

 

Perciò la più parte dei dati di valore che si leggono nei libri sulla economia russa sono assolutamente incomprensibili; sicché è giuocoforza limitarsi alle cifre che si riferiscono alle quantità, non ai valori, delle singole cose prodotte od a quelle che, con qualche espediente di calcolo, riescono a sommare quantità di cose o beni diversi. Traggo i dati esclusivamente da alcuni studii pubblicati nelle tre grandi riviste economiche inglesi «Economist», «Economic Journal» ed «Economica» perché esse sono compilate con criteri rigorosamente scientifici e perché gli economisti inglesi in generale ed i compilatori degli studi utilizzati in particolare sono animati da grande e taluno potrebbe aggiungere stupefacente simpatia per l’esperimento russo. La caratteristica fondamentale dell’economia programmata russa è quella della destinazione di una quota notevolissima del lavoro alla produzione dei beni strumentali.

 

 

I dirigenti russi sin dall’inizio del primo piano quinquennale si proposero lo scopo di creare quella che si chiama la grande industria pesante: mineraria, siderurgica, meccanica, elettrica. Non vollero o non poterono ricorrere all’uopo a prestiti esteri, ossia alla importazione, a credito, di macchine e di materiali; o se vi ricorsero, fu per quantità trascurabili.

 

 

Volendo far da sé, in un paese povero, nel quale, a causa della confisca delle terre, delle case, delle fabbriche private a pro dello Stato, nessuno aveva interesse a risparmiare, i dirigenti dovettero diminuire il numero dei lavoratori destinati a produrre beni di consumo (derrate agrarie, tessuti, scarpe, berretti, mobilio, case di abitazione) ed aumentare il numero dei lavoratori destinati a produrre carbone, cemento, ferro, acciaio, ecc., ecc.

 

 

Un grande sbarramento idroelettico si costrusse cominciando ab ovo: collo scavare terre capaci a produrre cemento, miniere buone a dar carbone per fabbriche di cemento, e poi cercando il minerale atto ad essere trasformato in ferro od acciaio. è tutta una catena di lavori, cominciando dal lavoro più semplice e andando al più complesso.

 

 

Prima di potere avere pronto un carro armato, bisogna costruire città intiere di stabilimenti nuovi, mettere in attività miniere sparse in contrade talora lontane, collegarle con ferrovie, sbarrare fiumi e creare reti di distribuzione di forza elettrica.

 

 

Per lunghi quinquenni – fino a tutto il 1942, i quinquenni sono stati tre – gli uomini lavorano a produrre impianti, stabilimenti, strade, ferrovie, macchine. Strumenti e macchine, beni cioè che dagli economisti sono detti «strumentali» perché serviranno poi come strumenti per produrre i beni che gli economisti chiamano «diretti», atti a soddisfare i veri bisogni degli uomini, ossia case nuove, vestiti, scarpe, pane, carne, bevande e simili. Se, durante tre quinquenni, il programma vuole sia dato impulso alla produzione dei beni strumentali, evidentemente bisogna distogliere uomini dalla produzione dei beni diretti.

 

 

Già il proverbio aveva sentenziato: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. I dirigenti russi vollero costruire una grande industria pesante.

 

 

Era il timore di una guerra mossa dai paesi che essi definivano «capitalistici»? Era il principio di muovere essi guerra altrui per la vittoria dei loro ideali? Era l’intenzione di creare un organismo industriale che potesse servire al tempo stesso alla difesa contro il nemico e, non insorgendo guerra, alle opere di pace?

 

 

Essendo inutile fare il processo alle intenzioni, constatiamo il fatto che i dirigenti russi crearono una grande industria pesante, la quale al momento giusto, servì ad apprestare i mezzi per condurre la guerra contro un nemico il quale adottando anch’esso, con metodi solo in apparenza diversi, i principii della economia programmata, aveva con rapidità febbrile dal 1933 in poi perfezionato a scopi bellici la grande industria pesante che già possedeva.

 

 

La differenza fra la Russia dei sovieti e la Germania nazista consiste in questo; che, avendo amendue deciso di fabbricare, secondo il detto di Goering, cannoni invece di burro, con mezzi proprii, senza ricorrere a prestiti esteri, la prima dovette cominciare dal basso, laddove la seconda poteva cominciare dall’alto.

 

 

Perciò i risultati conseguiti dai dirigenti russi sono, comparativamente, più grandiosi di quelli germanici. Ricordo i dati della produzione di taluni principali rami strumentali negli anni 1913 (ultimo anno zarista prebellico), 1929 (secondo del primo piano quinquennale), 1933 (primo del secondo piano quinquennale) e 1938 (primo del terzo piano quinquennale ed ultimo per il quale le fonti da me utilizzate hanno dati in argomento):

 

 

 

1913

1929

1933

1938

Forza elettrica (in miliardi di K.W.):

1.9

6.2

16.4

39.6

Carbone (in milioni di tonn.):

29.1

40.1

76.3

132.9

Petrolio (id.):

9.2

13.8

22.5

32.2

Minerale di ferro (id.):

9.2

8.0

14.4

26.5

Ghisa (id.):

4.2

4.0

7.1

14.6

Acciaio (id.):

4.2

4.9

6.9

18.0

Cemento (id.):

1.5

2.2

2.7

5.7

Minerale di manganese (in migliaia di tonn.):

12.45

70.2

10.21

22.73

Rame (id.):

0

35.5

44.5

103.2

Alluminio (id.):

0

0

7.0

56.8

 

 

I russi odierni non sono partiti dal nulla; ché, fatta ragione ai tempi, l’industria aveva già al tempo zarista ed in conseguenza di una politica protezionistica, ossia programmata, messo fortemente piede in Russia, né bisogna dimenticare la rete ferroviaria, la ferrovia transiberiana e le altre che collegavano i luoghi più lontani dell’impero con la capitale; rete alla quale sinora è stato aggiunto relativamente poco. Certo è però che i progressi conseguiti nell’industria pesante dei beni strumentali furono, dato il punto di partenza iniziale più basso, notevolmente più alti di quelli, pur strepitosi, della Germania hitleriana.

 

 

I risultati non poterono essere ottenuti senza un forte aumento relativo degli uomini impiegati nella industria in confronto a quello dei contadini. Il numero degli operai e degli impiegati, che nel 1928 era di 11.6 milioni, crebbe a 22.3 nel 1933, a 27,8 nel 1938 e, secondo il piano preventivo, doveva arrivare a 31.6 milioni nel 1941. Su una popolazione complessiva, europea ed asiatica, di 165,7 milioni nel 1938 un mutamento nell’indirizzo del lavoro come quello indicato dalle cifre riportate non è affare di poco momento.

 

 

Occorreva guidare e governare le nuove masse enormi di impiegati ed operai, dei quali nel 1937 ben 10.1 milioni erano occupati nella grande industria; e le università, le quali nel 1933 avevano diplomato 6100 ingegneri ed architetti, diedero nel 1938 il diploma a ben 25.400 giovani.

 

 

Come lo Stato trovò i mezzi per conseguire i risultati che sopra si ridussero a testimonianza di progresso nella produzione dei beni strumentali, i quali potevano servire a scopi di pace e servirono invece alla condotta della guerra? Agli operai e tecnici ed impiegati i quali scavano miniere, lavorano ferro ed acciaio e rame e manganese ed alluminio, che costruiscono stabilimenti, macchine e motori capaci di produrre trattrici, carri armati, fucili, cannoni, mitragliatrici ed aeroplani, bisogna che qualcuno dia pane e bevande e carne e vestiti e scarpe e case.

 

 

Nei paesi ad economia di mercato, il risultato si consegue con le imposte ed i prestiti. In Inghilterra, nel 1943 su un reddito nazionale totale di 10 miliardi di lire sterline in cifra tonda, lo Stato prelevò 5 miliardi, dei quali 2,5 miliardi con imposte (progressivamente crescenti sino a qualcosa di più, nel complesso, del 100 per cento del reddito per i ricchissimi) e 2,5 miliardi con prestiti, contratti ad interessi variabili, a seconda della durata del prestito, da qualche frazione dell’1 per cento al 3 per cento. In Russia, poiché tutti sono impiegati statali, il sistema occidentale non potrebbe funzionare.

 

 

Nelle grandi linee, il sistema accolto potrebbe essere descritto così: lo Stato acquista dalle aziende agricole (alcune sono imprese statali, pochissime imprese individuali dei singoli agricoli, le quali ubbidiscono, nei loro programmi di lavoro, al comando di organi locali, alla loro volta dipendenti dall’ufficio centrale dei piani di Mosca) le derrate prodotte ad un prezzo fissato dalla autorità. Questo prezzo, molto basso, riguarda la parte più rilevante (nel 1934 l’81.1 per cento) della produzione agraria.

 

 

Una seconda parte (nel 1934 il 13.6 per cento) deve pure essere venduta allo Stato o ad imprese statali locali ad un prezzo basso, ma alquanto più elevato di quello assegnato alle consegne obbligatorie.

 

 

Finalmente, una terza parte (nel 1934 il 5.3 per cento) può dalle cooperative agricole e dai singoli contadini per il prodotto della bassa corte, dell’orto e del campicello annesso alla casa, essere venduto a prezzo libero.

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