Vocabolario

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/09/1946

Vocabolario

«Corriere della Sera», 8 settembre 1946

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 326-330

Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Firenze, Olschki, 2001, pp. 226-229

 

 

 

 

Il quasi venticinquennio di dominazione e di ricordi fascistici ha bruttato, fra le tante cose, anche il vocabolario italiano. Se governo democratico ha un significato, ciò accade esclusivamente e tutto perché esso sia sinonimo di governo di discussione. Camere, giornali, elezioni, sono strumenti efficaci di governo democratico non perché gli uomini di governo siano i tali invece dei tali altri, siano scelti in un modo piuttosto che in un altro. Suppergiù, in qualunque forma di governo, autocratico o democratico, esercitano la somma del potere coloro i quali desiderano il potere e riescono a conquistarlo in maniera conforme al regime. La differenza consiste solo in ciò che nei regimi autocratici giungono e restano al potere coloro i quali non possono sopportare la critica, perché questa, sovratutto se mossa dalle lance spezzate giornalistiche, dimostrerebbe che essi non posseggono le qualità intellettuali o morali necessarie all’esercizio del potere, ovvero compiono atti sconvenienti all’interesse pubblico od alla morale. Perciò, nei regimi autocratici, la critica, che per definizione è libera ed è mossa dal pubblicista anonimo inteso a servire i lettori e la propria parte politica contro le avverse fazioni, non esiste. Si muovono “attacchi” i quali vengono dal di dentro e sono autorizzati dal dittatore o dai suoi segugi. Chi è “attaccato” si sente perduto, perché egli non possiede l’ufficio per meriti suoi, ma perché reputato servitore utile della banda imperante. Se egli cade, cade nel nulla; a meno che gli si appresti, a guisa di pensione, una sinecura economicamente fruttifera. Colui il quale è pubblicamente criticato sui bollettini ufficiali che da sé ancora si appellano impropriamente giornali, sa quale è la sua sentenza. Egli si rassegna al sacrificio, salvo che egli abbia in mano documenti atti ad infamare l’attaccante, il quale ambisce al suo posto, e il suo patrono, e che di quei documenti possa servirsi.

 

 

Altri regimi si dicono e sono democratici perché e finché sono fondati sulla libertà illimitata di critica. Non le parole contano, ma la sostanza della critica. Un ministro del buon tempo antico, accusato alla camera come concussionario e dilapidatore del pubblico denaro, sorridendo si alzò e: «debbo supporre – disse – che l’onorevole collega abbia colle sue parole voluto manifestare il suo dissenso intorno al provvedimento che io ho l’onore di difendere oggi», e continuando dimostrò la fondatezza dell’opinione sua e l’inconsistenza delle critiche avversarie. Nulla deve essere ed è così grato all’uomo di governo in un regime democratico quanto la critica. Essa è il suo sostegno maggiore; essa gli permette di chiarire e di migliorare le sue proposte. Se non fosse criticato, egli dovrebbe temere di essere reputato uomo da nulla, il quale passa come ombra sulla scena politica, destinato a non ricomparirvi mai più. Può darsi che vi sia qualche malinconico sopravvissuto del tempo fascistico, il quale muova ancora “attacchi”. Ma poiché e se gli uomini di governo in regime democratico sono forniti di virtù proprie e non sono fantocci ubbidienti ad un tirafili, essi hanno il dovere di non curarsi degli attacchi o di interpretarli, ad imitazione del ministro del buon tempo antico, come maniere alquanto disadorne di critica. Un’altra parola degenerata nell’uso fascistico è quella di “speculazione”. Nobilissima parola, forse la più alta che a titolo di onore possa essere applicata all’opera di chi gerisce imprese politiche ed economiche; ma parola malamente usata nel venticinquennio scorso.

 

 

Cominciarono i fascisti a vituperare i loro avversari accusandoli di voler speculare sugli errori da essi, fascisti, commessi. Era un dovere preciso degli avversari di “trarre profitto od occasione o vantaggio” dall’assassinio di Matteotti per abbattere Mussolini e i suoi seguaci. Furono bollati come “speculatori” della Quartarella, e “speculazione” divenne parola infamante nel nuovissimo vocabolario fascistico. Ognuno il quale aprisse bocca per avanzare osservazioni riserve critiche fu tacciato di “speculazione” politica. Consueto stravolgimento del senso proprio delle parole, per cui l’infamia non cade sul ladro bensì su quegli che denuncia il ladrocinio.

 

 

L’uso della parola “speculazione” oggi si è alquanto attenuato, sebbene non scomparso affatto nel linguaggio politico. Invece di essere grato alle osservazioni altrui, le quali gli permettono di perfezionare opinioni e propositi, l’uomo criticato, sommando le due improprietà di linguaggio, grida alla “speculazione” di chi lo “attacca”.

 

 

Peggiore è il malo uso fatto della parola “speculazione” nel linguaggio economico. Qui l’errore è più antico, perché già l’on. Giolitti, alieno dalla teoria economica, sebbene fornito di buon senso quotidiano, usava qualificare le “borse”, le quali talvolta, come è loro ufficio, gli davano qualche dispiacere, per “antri di speculatori”. Si additano, ad esempio, al pubblico disprezzo coloro i quali in mercato crescente vendono ad un prezzo più alto di quello di acquisto. Di che cosa è composta la stalla dell’agricoltore? Di un certo numero di mucche da latte, si supponga 100 o di quel numero di pezzi di carta, ad esempio 100 mila lire l’una, che egli sborsò per acquistarle? Cento mucche ovvero 10 milioni di lire? Ogni persona di buon senso risponderà: 100 mucche e non 10 milioni di unità astratte, utili soltanto alla misurazione economica delle cose. Se ora ogni mucca aumenta di prezzo a 200 mila lire, l’allevatore dovrà vendere le sue mucche a 100 mila lire l’una (prezzo di costo) ovvero a 200 mila lire (prezzo di mercato)? Il politicante ordinario e lo scriba quotidiano, intesi ambedue a sollecitare l’invidia dei non pensanti, rispondono 100 mila lire e tacciano l’allevatore di “speculazione” se opta per le 200 mila lire. L’uomo di buon senso – non occorre essere economista di professione risponderà invece decisamente: il prezzo di vendita è 200 mila lire. Se l’allevatore vende a meno, costui non sa il suo mestiere ed è predestinato infallantemente alla rovina. Se egli vende infatti a 100 mila lire come rifornirà la stalla? Non al prezzo antico, che non esiste più, ma al prezzo nuovo. Col ricavo della vendita – 100 mila – della mucca vecchia egli può comprare, poiché il prezzo è di 200 mila lire, solo una mezza mucca nuova. Alla fine egli si troverà con sole 50 mucche nella stalla; ossia avrà diminuito il patrimonio zootecnico suo e per conseguenza quello nazionale alla metà di quello che era. Si vuole ciò? Si vuole che scemi la produzione del latte delle carni dei cuoi, si vuole che crescano i prezzi e diminuisca il reddito nazionale? Si costringano i produttori a vendere ai prezzi di costo invece che a quelli di mercato; si vituperino coloro i quali operano razionalmente con la taccia di speculatori. Si otterrà oggi il favore delle folle; ma si sarà fatalmente e giustamente lapidati domani dalle stesse folle.

 

 

Fa d’uopo riportare la parola “speculazione” al suo significato genuino; che è quello di chi guarda all’avvenire, di chi tenta, a suo rischio, di scrutare (speculare) l’orizzonte lontano ed indovinare i tempi che verranno. Purtroppo, gli “speculatori” veri sono rarissimi. Se la meteorologia a mala pena riesce a fare brevi previsioni sul tempo futuro, ancor più difficile è all’uomo fare previsioni sul futuro economico. Gli uomini dotati della facoltà divina della previsione sono rarissimi. La più parte di noi uomini comuni agisce come le pecore, che dove l’una va, le altre vanno. Ma quando tutti corrono in un verso, possiamo essere sicuri che quel verso conduce all’abisso. I rarissimi veri “speculatori” si sono oramai voltati da un’altra parte in cerca di quegli indizi che appena appena si intravedono all’orizzonte e che indicano le vie della nuova produzione dei nuovi gusti e quindi dei guadagni vantaggiosi agli speculatori ed alla collettività. Quel che tutti fanno – e tra i tutti si noverano massimamente i politici, intenti a seguire le folle e nemicissimi perciò degli speculatori – è certamente uno sbaglio. Vi è sempre un limite alla convenienza, ma poiché quel limite è sempre sorpassato dagli uomini, animali per essenza imitatori, è sommamente vantaggioso che i pochi “speculatori” suonino il campanello d’allarme per gli sbagli che si stanno facendo e additino le vie dell’avvenire. A costoro non occorre erigere statue, ché essi agiscono nel proprio interesse e corrono spontaneamente il rischio dei propri errori. Non intralciamone tuttavia l’opera feconda di guida alle moltitudini paghe di ripetere le idee lette ogni mattino; e, sovratutto, non copriamoci di ridicolo con lo storcere il significato corretto delle parole, innalzando idoli vani ed abbassando quel che nell’umanità è rarissimo.

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