Voci che importa smentire

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/03/1925

Voci che importa smentire

«Corriere della Sera», 13 marzo 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 162-166

 

 

 

Il ministro delle finanze, il quale ha molto opportunamente smentito le voci corse sulla creazione di una nuova lira oro, dovrebbe smentire con altrettanta autorevolezza le voci correnti intorno ad un controllo delle società anonime i cui titoli sono quotati in borsa. Un giornale di Torino annuncia, citando l’informazione di un’agenzia romana, che il governo nominerebbe, parzialmente o totalmente, i sindaci o addirittura attribuirebbe a se stesso la scelta di qualcuno dei membri del consiglio di amministrazione. Trattasi evidentemente, come si espresse il ministro a proposito di quelle sulla lira, di dicerie venute fuori «dalla folla o da delinquenti»; poiché il male che quelle voci possono arrecare al mercato monetario e finanziario ed al credito pubblico è gravissimo. Tanto più grave in quanto l’abuso dei decreti legge rende propenso il pubblico a credere qualunque voce sia ad arte diffusa. La smentita più efficace alle voci dannose sarebbe la rinuncia assoluta al sistema dei decreti legge in qualunque materia. Finché la possibilità di decreti legge sovvertitori non sia esclusa, gli allarmi sono sempre possibili ed è quindi doveroso dimostrare che si tratta di fandonie e che a nessuno, né ai 15 né ai 18 Soloni né a ministri, può essere mai venuto in mente di farle proprie.

 

 

Nessuna ragione di tutela degli interessi dei proprietari (azionisti) di società anonime impone la nomina di sindaci od amministratori governativi. Al solito, dai proponenti ricette di questo genere si piglia l’effetto per la causa. Che i sindaci attuali nominati dalle assemblee degli azionisti adempiano bene sempre il loro ufficio, nessuno oserebbe sostenere. Essi sono nominati dalla stessa assemblea che nomina gli amministratori; e questi ultimi, se godono la fiducia degli azionisti sino al punto da farsi nominare amministratori, la godono altresì per far nominare persone di propria fiducia alla carica meno importante di sindaci. E questi – si afferma – paiono nominati apposta per non sindacare.

 

 

Notisi intanto che si tratta di una generalizzazione non giustificata di un fatto vero in taluni casi singoli. Il sindacato si esercita sul serio in molti casi. In altri no, appunto per la fiducia che le assemblee hanno riposto nei loro amministratori.

 

 

Gioverebbe la nomina governativa dei sindaci a rimediare all’inconveniente? Innanzi all’attuale codice di commercio i sindaci erano appunto di nomina governativa e fecero malissima prova, tanto che si passò al sistema attuale. Il sindaco governativo sarebbe una specie di ispettore, al quale sarebbe agevole nascondere le cose più interessanti da un consiglio il quale non volesse o non potesse far sapere i fatti proprii al governo. Avere un referendario governativo in casa non sarebbe piacevole e gli amministratori userebbero i metodi più eleganti per renderlo compiacente o le reticenze più ovvie per non fargli aprire gli occhi, quando ci fosse davvero qualcosa da nascondere. Quali malanni, quali fallimenti sono mai riusciti ad impedire gli ispettori governativi nei casi in cui la legislazione vigente attribuisce al governo un diritto di ispezione? Gli affari più sballati sono i più facili ad essere approvati con plauso della platea non interessata e da funzionari o professionisti nominati da un ente, come lo stato, estraneo alla proprietà dell’impresa. Tanto più un affare è dubbio, tanto più facile è raffigurarlo come patriottico, utile alla collettività e simili.

 

 

Il sindaco o l’amministratore governativo non abboccherà al frasario, rimarrà tetragono agli sbruffi diretti e indiretti, non cederà alle lusinghe di cui gli saranno larghi i vari amministratori? Pretenderà di esercitare il suo ufficio con zelo? Tanto peggio per la società, la quale non potrà più far nulla di buono. I rapporti del sindaco o dell’amministratore al ministero si accumuleranno. Il suo consenso a fare gli affari, che a lui erano sembrati criticabili, tarderà sino a che qualche impiegato romano si sia destato in seguito alle sue sollecitatorie, abbia studiato l’incarto, lo abbia capito di traverso, l’abbia esposto al suo direttore generale od al suo ministro. Come si possono fare affari buoni, che richiedono intuito, segretezza, prontezza, se essi devono essere assoggettati al controllo di un sindaco od amministratore governativo?

 

 

Si vorrà con il controllo governativo impedire che siano dispersi i danari dei terzi non azionisti: creditori e correntisti di società anonime in genere e depositanti in specie di banche? Bisognerebbe dimostrare che il rimedio sia efficace, il che, come vedemmo, non è: e dimostrare eziandio che il male sia così grave, che i fallimenti di società anonime e di banche siano così numerosi da eccedere la percentuale comune dei disguidi nelle imprese private. Laddove invece per le banche medesime, gli infortuni verificatisi ebbero per causa appunto la megalomania dei dirigenti, il carattere pubblico delle loro iniziative, ossia precisamente le caratteristiche più atte a fare applaudire l’operato degli amministratori da parte di sindaci governativi.

 

 

Una banca o una società se vuole fare affari buoni e far prosperare i proprii azionisti e dar sicurezza ai depositanti e creditori deve essere egoista, deve guardare unicamente se l’affare proposto è serio e redditizio. L’amministratore deve guardare soltanto alla bontà degli affari. Sugli utili degli affari buoni, potrà prelevare le somme necessarie per pagare le imposte e concorrere alle iniziative di pubblica utilità. Se si fa il viceversa, si ottengono perdite e si manda in malora la società. Il sindaco o l’amministratore di nomina governativa sarebbe lo spediente meglio atto, per la sua mentalità pubblicistica o nazionalistica a rovinare le società o le banche a cui fosse preposto.

 

 

L’idea balorda è un esempio di quello spirito paternalistico, inframmettente, socialistico che tanto fu criticato quando, durante la guerra, fu applicato dai fautori della «economia associata». Socialismo della peggior specie, il quale pretende di guarire le malattie con un cerotto. Entro i limiti in cui la malattia esiste, non la può guarire la pesantezza insita nella macchina governativa. Vi deve provvedere l’ammalato stesso, attraverso una lunga educazione economica. Quando i sindaci danno buona prova? Quando gli azionisti li sanno scegliere tra professionisti stimati, i quali hanno una rispettabilità ed un nome da tutelare e non si presterebbero perciò a nascondere la verità per comodo degli amministratori. Gli esempi non mancano in Italia; e sindaci di questo genere sono la forza delle società per azioni inglesi. In Inghilterra, l’educazione economica di amministratori ed azionisti è siffattamente progredita che i primi esigono che gli azionisti scelgano a revisori dei conti ditte di ragionieri tra le più note e stimate, quelle di cui basta la firma per certificare che il bilancio è conforme al vero ed alle risultanze dei libri. Ma per raggiungere l’attuale situazione furono necessari due secoli di esperienze, seminate di insuccessi. Solo i fantasiosi fabbricanti di decreti, solo i megalomani dello stato forte, onnipotente, sapientissimo possono illudersi che una legge possa fare ciò che soltanto i costumi possono lentamente creare. La legge può creare gli sbruffisti od i rompiscatole. Il costume, la selezione tra società anonime e tra amministratori, la formazione di una classe professionale rispettata di ragionieri revisori delle contabilità sociali, la educazione economica degli azionisti possono a poco a poco rendere serio l’ufficio del sindaco nelle società anonime. Anche in questo campo qualcosa si è fatto in Italia. A poco a poco quel qualcosa ingrosserà e diventerà molto. Può rincrescere che i progressi morali siano più lenti dei progressi tecnici; ma non c’è rimedio. Solo i pasticcioni ed i megalomani immaginano che l’intervento governativo possa produrre altro risultato fuor di sospetti, lentezze, affari cattivi e rovine. Hanno pensato, i dilettanti di cerotti legislativi, alla grave responsabilità che lo stato si assumerebbe con le nomine di sindaci e di amministratori? Non parliamo del pericolo di arrestare il movimento di trasformazione delle imprese private in società anonime, movimento che è stato una delle non ultime cause del recente nostro progresso economico, per la tanto maggior facilità di raccolta di capitali propria delle anonime in confronto dei privati. Gli industriali rifletterebbero due e quattro e dieci volte prima di trasformare l’azienda in anonima, quando sapessero che ciò vorrebbe dire l’installazione nel loro ufficio di un sorvegliante specializzato nominato da un ministro. V’è un altro pericolo ancor più preoccupante dal punto di vista dello stato: ed è di avallare dinanzi ai terzi, con la nomina del suo delegato, le malefatte, commesse sotto il suo naso, da amministratori poco scrupolosi. Questo parmi l’unico risultato sicuro della bella pensata: dar modo ai lestofanti di spogliare con sicurezza i risparmiatori sotto l’egida del governo. Appunto perciò importa che una autorevole smentita ufficiale venga a fugare le voci insulse, le quali perturbano il pubblico.

 

 

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