Zuccheri

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/05/1923

Zuccheri

«Corriere della Sera», 5 maggio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 224-227

 

 

 

Il decreto che sospende il dazio sullo zucchero straniero importato in Italia è venuto opportuno ad impedire un dannoso inasprimento dei prezzi al di là di quanto è dovuto alle cause naturali di rincaro dominanti nel momento presente. Invece di pagare un centinaio di lire di dazio all’entrata nel regno, gli zuccheri esteri potranno entrare in franchigia. È molto ed assai bene si operò a decidersi rapidamente perché ciò potesse accadere.

 

 

Non occorre però farsi illusioni intorno alla portata del provvedimento. Il quale, per se stesso, può impedire che il prezzo aumenti, all’ingrosso, di 175 lire al quintale, ma non può vietare che esso aumenti di 75 lire. La situazione, invero è la seguente: che lo zucchero estero non può essere reso sul porto di Genova, ai prezzi correnti sui mercati mondiali e su cui non abbiamo alcuna presa, a meno di 380 lire per quintale. Se vi aggiungiamo 300 lire di imposta di fabbricazione – cosa diversa dal dazio doganale il quale colpisce solo lo zucchero estero, mentre l’imposta di fabbricazione colpisce tanto lo zucchero estero come quello interno – il prezzo dello zucchero estero reso sui mercati di consumo nazionali non può essere minore di 680 lire per quintale, 75 lire più del prezzo di 605 lire, finora vigente in Italia per le vendite dalle raffinerie al commercio.

 

 

Per quale ragione i prezzi all’estero sono ad un livello così alto? In Francia, in Inghilterra e negli Stati uniti le discussioni sono vivissime e si fa un gran parlare della speculazione, la quale avrebbe determinato la rapida corsa dei prezzi all’insù. Ma la speculazione non agisce senza un qualche fondamento. Se i raccolti fossero stati abbondanti, nessuno speculatore avrebbe comperato a prezzi crescenti, perché sarebbe stato sicuro di perdere alla rivendita. La verità è che il raccolto mondiale fu scarso, non superiore a 18,8 milioni di tonn.; mentre il consumo era già l’anno scorso a 19 milioni di tonn., in aumento di 2 milioni di tonn. sull’anno precedente. Il continente d’Europa non ha ricuperato l’antica produttività; e in sostanza, l’unica sorgente di approvvigionamento disponibile per soddisfare la richiesta crescente di zucchero è il raccolto cubano. Ma Cuba non può fornire, quest’anno, più di 3 milioni 735.000 tonn. contro una produzione di 3 milioni 996.387 tonn. nell’anno scorso.

 

 

Gli effetti, sui prezzi, dello scarto tra produzione diminuita e consumo ognora crescente furono spettacolosi. Lo zucchero cubano che in principio del 1922 quotava 10 scellini e 6 pence al mezzo quintale balzò in febbraio scorso a 26 scellini e 6 pence ed ora supera i 33 scellini.

 

 

In Italia, mercato chiuso dal dazio doganale ai contatti con l’estero, i prezzi sono stati tenuti lontani da questi strabilianti rialzi. Il che non vuol dire che il consumatore italiano, il quale, tassa interna di fabbricazione di 300 lire compresa, avrebbe potuto comperare lo zucchero estero ad un prezzo crescente da 430 a 680 lire, si sia avvantaggiato. No; egli dovette pagarlo ad un prezzo fisso base concordato tra l’unione zuccheri ed il governo di 605 lire al quintale per il raffinato. Senza dilungarsi nei particolari, il dazio doganale, oggi sospeso, gravante unicamente sullo zucchero estero, impedì che i consumatori nazionali potessero comprare all’estero lo zucchero quando era possibile acquistarlo a meno di 605 lire. Gli zuccherieri dovettero ottenere in quel periodo guadagni fortissimi, perché, ad onta di tutti i conteggi intorno ai costi interni di produzione, esiste tra il costo ed il prezzo concordato di 605 lire un bel margine.

 

 

I consumatori adesso dicono:

 

 

«Voi, zuccherieri, i quali avete guadagnato tanto vendendoci in passato a 605 quello zucchero che in un certo momento noi avremmo potuto procurarci perfino a 430 e in ogni caso a prezzi inferiori a quello impostoci da voi e dal governo di 605 lire, dovete ora garantirci che il prezzo non sarà aumentato oltre il prezzo medesimo di calmiere. Noi vogliamo pagare 605 lire e non più; nonostante che lo zucchero estero costi 680 e possa forse crescere. Voi non dovete pretendere 605 lire finché la cosa vi fa comodo contro la concorrenza estera, salvo a buttar via il prezzo concordato appena vi accorgete che la concorrenza estera non agisce più. Il concordato è bilaterale. Ha impegnato prima i consumatori a pagare più di quel che dovevano; deve impegnare oggi i produttori a vendere al prezzo fisso di 605 anche se il mercato si è mutato in loro favore».

 

 

Ho qualche dubbio che i consumatori possano star tranquilli. Finché gli zuccherieri vendevano a prezzi superiori a quelli mondiali, lo zucchero era abbondante. Ora che essi dovrebbero vendere a meno di quanto il mercato mondiale comporti, lo zucchero manca. È da febbraio che i rivenditori trovano difficoltà ad approvvigionarsi di zucchero; e che i consumatori vedono lo zucchero uscir fuori di malavoglia dai banchi dei negozi; da quando cioè i prezzi salirono all’estero.

 

 

Rimedi provvisori a tale situazione, dico rimedi efficaci, non è agevole escogitare. Uno fu la sospensione del dazio doganale, senza di cui la parità dei prezzi esteri sarebbe non di  ma di  ossia 780. Ma, per conservare, automaticamente, i prezzi intorno alle 605 lire, bisognerebbe fare un passo innanzi e ridurre anche l’imposta di fabbricazione da 300 a 225 lire quintale. Dubito anzi che, con l’aria che tira all’estero per i prezzi, la riduzione dovrebbe essere persino maggiore.

 

 

Se zuccherieri, grossisti e rivenditori volessero tener fede al concordato, non ci dovrebbe essere bisogno, in verità, di tale provvedimento, con cui l’erario rinuncerebbe a fior di milioni a favore di essi. Ma in tal caso bisogna rassegnarsi alla solita schermaglia dei calmieri, razionamenti, perquisizioni e simiglianti ricordi del tempo di guerra.

 

 

Più facile è ragionare intorno al regime permanente dello zucchero. La tesi economica è nota: ridurre la protezione doganale ossia il dazio doganale pagato dal solo zucchero estero a 6 lire oro al quintale, senza coefficienti di maggiorazione. Se bastavano 6 lire nel 1902, all’epoca della convenzione di Bruxelles, devono ultra bastare adesso che l’industria da giovane è sicuramente divenuta adultissima e si è rafforzata coi guadagni cospicui degli ultimi anni. Contemporaneamente, bisogna ridurre la tassa interna di fabbricazione: 300 lire sono troppe. Premono troppo sul consumo; ed alla lunga danneggiano anche la finanza.

 

Torna su