Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Zucchero

«Corriere della Sera», 26 agosto 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 787-790

 

 

 

La questione dello zucchero è ritornata improvvisamente d’attualità, perché in tutti i bilanci domestici si è risentito l’aumento di prezzo fino ad 8 lire il chilogrammo. Vigile scolta, l’on Edoardo Giretti ha subito rilevato il legame fra il rialzo del prezzo ed il regime doganale, il quale attribuisce agli zuccherieri ed alla loro unione un dominio quasi completo sul mercato interno.

 

 

Per non complicare l’argomentazione, parlerò soltanto dello zucchero di prima classe, che è quello il quale è usato comunemente nelle famiglie. Il progressivo aumento delle imposte e dazi applicati su di esso è chiarito nella seguente tabellina:

 

 

 

Campagna agosto

  1911 1916 1922 1923
Imposta di fabbricazione, pagata tanto dallo zucchero nazionale, come dallo zucchero estero: lire-carta per quintale 71 76 245 300
Dazio doganale pagato in aggiunta dallo zucchero estero: lire-oro 28 23 30,60 30,60

 

 

Per semplicità di confronto ho separato anche per il 1911 e 1916 l’imposta dal dazio, così come si fa ora.

 

 

Dalla tabellina riassuntiva si possono ricavare le seguenti osservazioni:

 

 

  • L’imposta di fabbricazione, che già pareva elevatissima nell’anteguerra, fu prima moltiplicata per 3 e un mezzo ed ora per quattro. L’aumento è uguale all’incirca alla svalutazione della moneta, ossia non costituisce in media un carico maggiore per i contribuenti di quello che esisteva prima. Dell’imposta e del suo carico si possono lamentare coloro il cui reddito monetario dopo il 1914 non si è moltiplicato per quattro; e sono molti e purtroppo tra essi devono essere specialmente annoverati i vecchi pensionati, le vedove con figli ed in genere tutte le famiglie modeste a redditi fissi, per cui il caffè e latte è parte essenziale dell’alimentazione. Sotto questo punto di vista l’imposta sullo zucchero è veramente crudele. Ma dal punto di vista tributario, si può dire non che tale crudeltà sia compensata dal vantaggio di coloro, i cui redditi aumentarono di più che quattro volte, ma che essa è imposta dalle necessità ferree dell’erario pubblico e va a totale beneficio di esso. Tutte le tre lire al chilogramma, che il consumatore paga di più del prezzo di mercato a titolo di imposta di fabbricazione, sono versate nelle casse dello stato. È questo un grande elogio, quando lo si può fare ad una imposta.
  • Tant’è vero che lo stesso elogio non può essere esteso al secondo balzello gravante sullo zucchero, ossia al dazio doganale pagato, in aggiunta all’imposta di fabbricazione, del solo zucchero estero. A prima vista, l’aumento appare piccolo, appena da 28 a 30,60 lire; ma invece è fortissimo ove si tenga conto che, mentre l’imposta di fabbricazione è pagata in lire italiane carta, il dazio doganale è esatto in lire oro. Oggi, al cambio di 420 circa, il dazio doganale risulta di 128,50 lire italiane-carta.

 

 

Ma, si potrebbe osservare, il dazio doganale lo paga il solo zucchero estero, di cui in Italia entrano quantità minime, sicché il peso del dazio non è risentito dal consumatore italiano. È facile ribattere che invece il dazio doganale, se rende pochissimo all’erario pubblico, è «sostanzialmente» pagato dal consumatore italiano anche sullo zucchero nazionale, che tal dazio non assolve. Infatti gli zuccherieri nazionali nel fissare il prezzo del loro zucchero, non tengono soltanto conto dell’imposta di fabbricazione, da essi pagata, ma anche del dazio doganale, che essi non pagano. Infatti perché, per magnanimo sentimento, non dovrebbero tenerne conto? Essi sanno che lo zucchero estero se vuole entrare in Italia, deve pagare oltre le 300 lire che anch’essi pagano, anche le 128,50 di dazio. In totale, ed arrotondando, 430 lire. Siccome i prezzi sono determinati dalla concorrenza; e all’interno concorrenza non esiste, perché tutti gli zuccherieri sono federati nell’Unione zuccheri, questi ultimi possono tranquillamente caricare i loro prezzi di 430 lire al quintale, sicuri che, finché si contentano di tanto, lo zucchero estero non li potrà molestare. E perché essi dovrebbero caricare di meno, quando è arcinotissimo che i dazi doganali sono dai governi messi a bella posta per impedire alla merce estera di entrare nello stato e per rincarare d’altrettanto il prezzo a vantaggio dei produttori nazionali? Se il governo, con le sue leggi o con i suoi decreti, vuole che il prezzo dello zucchero nazionale sia cresciuto di 130 lire al quintale a pro dei produttori nazionali, perché questi ultimi non si dovrebbero arrendere al grazioso invito?

 

 

  • Ma qui sta appunto il pernio del problema. Prima della guerra, si era riconosciuto che la protezione allo zucchero nazionale era eccessiva e doveva essere ridotta; e di fatto se ne era ordinata la riduzione da 28 a 23 lire al quintale. Poco, a dire il vero; ove si rifletta che una convenzione di Bruxelles, di melanconico ricordo, ordinava la riduzione a lire 6 e che 6 lire erano da non pochi reputate bastevolissime a dare una sufficiente protezione agli zuccherieri bene attrezzati dal punto di vista industriale e degni di avere le preferenze del consumatore nazionale. Tuttavia, siccome giova contentarsi anche del poco, la riduzione a 23 lire era bene augurante. Venuta la guerra, la tendenza si è rovesciata. Adesso siamo a 30, 60 lire-oro, corrispondenti a 128,50 lire carta, ossia ad un dazio più di 5 volte e mezza superiore a quello che nell’anteguerra era considerato sufficiente. Come per molte altre merci, la mania dei calmieri imperversante negli uffici governativi, fu la bazza dei produttori. Costoro infinocchiarono ministri e funzionari con i loro soliti calcoli dei costi di produzione. Dimostrarono, come quattro e quattro fanno otto, che essi dovevano chiudere bottega, se il prezzo non era almeno di tante e tante lire. Quei calcoli erano privi di senso comune, perché non esiste un costo uguale ad un altro e perché i prezzi di calmiere erano essi stessi causa di aumenti di costi. In regime di calmieri, se si alza un prezzo, bisogna alzare i salari e quindi i costi aumentano e quindi ancora diventano giustificati i prezzi che si erano aumentati. Ma l’educazione economica delle nostre classi politiche è ancora tale che tutti questi calcoli fantastici sono stimati il fondamento principale della sapienza legiferatrice.

 

 

Ecco, dunque, il punto della battaglia. Bisogna insistere affinché il dazio doganale sia ridotto al disotto di 23 lire oro, come era stato detto e ridetto nell’anteguerra. Entro pochi anni, progressivamente, bisogna arrivare alle 6 lire oro della convenzione di Bruxelles. Fatto questo, lo stato si lavi le mani dello zucchero.

 

 

Ciò che i consumatori debbono volere, è proprio il contrario di ciò che il governo si è riservato di fare con un decreto del 22 marzo 1922, con cui si arrogò la facoltà di elevare il dazio a 36 lire oro, quando all’estero i prezzi fossero ribassati troppo. Come se il ribasso che a parole tutti invocano, fosse il nemico da combattere!

 

 

I consumatori non si debbono lasciare ingannare da espedienti transitori, come quello recentissimo con cui si proclamò di avere indotto gli zuccherieri a vendere il loro zucchero cristallino, tutto compreso, anche le 430 lire di dazio ed imposta, a 575 lire al quintale ed a 605 lire quello raffinato. A questo prezzo, lo zucchero estero non può oggi più entrare nello stato, perché entrerebbe in perdita; e gli zuccherieri fanno la bella figura di rinunciare ad un po’ del dazio doganale che li protegge. Timeo Danaos et dona ferentes. I consumatori non devono desiderare prezzi di calmiere; il che vuol dire accordi fra governo e produttori, proibizioni legali o di fatto alla concorrenza estera di farsi sentire. Oggi l’accordo sulle 605 lire sembra un vantaggio; ma se domani il cambio od i prezzi all’origine ribassassero – e v’ha chi fa pronostici in tal senso – e lo zucchero estero potesse presentarsi alla frontiera a meno di 600 lire, gli zuccherieri griderebbero di aver diritto alle 605 lire, ed invocherebbero la proibizione dell’entrata dello zucchero estero, affermando di aver benemeritato del paese cedendo a 605 lire il proprio zucchero quando quello estero costava di più. Opinione pubblica e governo non devono lasciarsi impressionare dai rialzi transitori. Ciò che si deve fermamente volere è la rottura del monopolio dell’Unione zuccheri; ed a tal fine importa ridurre il dazio doganale e lasciare, a dazio ridotto, amplissima libertà di importazione e commercio allo zucchero estero. Nulla di più e nulla di meno.

 

 

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