Relazione del governatore sulle operazioni fatte dalla banca nell’anno 1943
Tipologia : Relazioni del Governatore della Banca d'Italia
Data pubblicazione : 1945

Relazione del governatore alla adunanza generale ordinaria dei partecipanti tenuta in Roma il giorno 18 aprile 1945 sulle operazioni fatte dalla banca nell’anno 1943

Adunanza generale ordinaria dei partecipanti, Tipografia della Banca d’Italia, Roma 1945

 

 

 

Signori partecipanti,

 

 

Questa nostra adunanza per l’approvazione del bilancio sull’esercizio 1943 si svolge con un anno di ritardo rispetto alla data nella quale essa avrebbe dovuto aver luogo.

 

 

Era nostra speranza che nel frattempo potesse compiersi la liberazione della patria; e che, ricongiunti con le filiali del nord, si potesse far seguire senz’altro alla presente l’adunanza per il bilancio dell’esercizio 1944.

 

 

Ma gli sviluppi della guerra hanno vietato sinora all’amministrazione di approntare quest’ultimo bilancio, che pur sarebbe per noi di tanto maggior rilievo ed ammaestramento; sicché, pur con qualche accenno agli avvenimenti successivi, debbo restringermi a riferirVi sulle risultanze di un documento che oramai appare lontano nel tempo e su ancor più lontane vicende della amministrazione della Banca e della vita degli uffici.

 

 

Data la situazione politico militare che si era venuta a creare nel luglio 1943, ed in considerazione che molte provincie del Regno erano state dichiarate zona di operazioni, nella eventualità che riuscisse impossibile all’amministrazione di riunire il consiglio superiore nel numero dei membri stabilito dal comma sesto dell’art. 18 dello statuto, il consiglio medesimo, allo scopo di assicurare il normale svolgimento della vita amministrativa dell’istituto, stabilì – con deliberazione in data 29 luglio detto – di delegare al governatore, per il periodo strettamente indispensabile, i poteri di propria spettanza per la indifferibile amministrazione generale della Banca, e, più particolarmente, le attribuzioni e le facoltà di cui ai numeri 1, 2, 5, 14 e 16 dell’art. 20 dello statuto.

 

 

Dapprima, fin dal luglio 1943, le filiali dell’Italia meridionale ed insulare si trovarono nell’impossibilità di corrispondere con l’amministrazione centrale.

 

 

Con la diversità di amministrazione fra le regioni sottoposte al governo militare alleato (Sicilia, Calabria, Campania, Lucania e Molise) e quelle rimaste sotto la diretta amministrazione del governo italiano (Puglie e Sardegna), si ebbe la temporanea chiusura delle nostre filiali della Sicilia, Calabria, Campania, Lucania e del Molise mentre quelle delle Puglie (fatta eccezione per Foggia) e della Sardegna poterono continuare la loro attività senza interruzione.

 

 

Subito dopo l’armistizio del settembre, le filiali delle Puglie, orientandosi verso la sede di Bari, prima per chiedere consigli poi per scambi di vedute di dirigenti, sono venute a costituire un primo nucleo organizzato che ha informato la propria attività ai criteri di massima imposti dalla situazione.

 

 

Successivamente, di mano in mano che la situazione militare e politica lo ha consentito, sono venuti riallacciandosi i rapporti anche con le filiali dislocate nelle altre regioni e cioè, in ordine di tempo, con quelle poste in Lucania, Calabria, Campania e Sicilia.

 

 

Per quanto riguarda quest’ultima, in un primo tempo, per il coordinamento degli stabilimenti dell’isola, era stato creato un apposito ispettorato presso la sede di Palermo.

 

 

In seguito, però, dietro insistenze della sottocommissione finanziaria di controllo – la quale lamentava la diversità di direttive seguite dalle varie filiali e segnatamente da quelle della Sicilia – veniva esaminata la possibilità di costituire un organo centrale per meglio coordinare l’azione delle varie filiali della Banca.

 

 

Con decreto del capo del governo del 2 febbraio 1944 il gr. uff. Arturo Atti, consigliere superiore della Banca, fu nominato commissario per la Banca stessa per il territorio liberato e investito delle funzioni e dei poteri che, a norma dello statuto, sono propri del consiglio superiore, del governatore, del direttore generale e del vice direttore generale dell’istituto. Fu inoltre previsto che le deliberazioni di cui ai numeri 1, 2, 3, 16 e 17 dell’art. 20 dello statuto della Banca non fossero efficaci fin quando non avessero riportato l’approvazione espressa del ministro delle finanze.

 

 

Con decreto del 2 febbraio 1944, a fianco del commissario fu nominato, sempre per il territorio fino allora liberato, un vice commissario, nella persona del cav. uff. rag. Admeto Pettinari, già direttore della sede di Bari, col compito di coadiuvare il commissario nell’esercizio delle sue attribuzioni, di curare in particolare la organizzazione interna ed il collegamento delle filiali e di firmare gli atti dell’istituto nei rapporti con le filiali stesse.

 

 

Laddove, con la creazione degli organi commissariali anche le dipendenze della Sicilia passarono nella sfera d’azione del commissario, al preesistente ispettorato vennero lasciati compiti ristretti al coordinamento dei servizi di tesoreria dell’isola; e cioè quelli affidatigli dalle autorità finanziarie alleate e successivamente disciplinati dalla circolare del capo del governo dal 21 febbraio 1944, n. 1238.

 

 

Con la liberazione della capitale, l’amministrazione centrale di Roma ha potuto riprendere i contatti con le filiali dell’Italia meridionale.

 

 

Venuto nel frattempo a mancare il gr. uff. Atti e allo scopo di riorganizzare i rapporti fra amministrazione centrale e filiali, il 29 luglio 1944, chiusa la prima gestione commissariale, il gr. Uff. prof. Niccolò Introna fu nominato commissario straordinario della Banca, con tutti i poteri propri del consiglio superiore, del comitato del consiglio superiore, del governatore, del direttore generale e del vice direttore generale della Banca stessa, eccettuati quelli di cui all’art. 19 dello statuto. Il vice commissario cav. uff. Admeto Pettinari venne riconfermato nella carica con attribuzioni pressoché analoghe a quelle conferitegli nella precedente gestione.

 

 

Finalmente, il decreto luogotenenziale 5 gennaio 1945 (Gazzetta Ufficiale del 9 gennaio 1945, n. 4) ha provveduto alla nomina del governatore e del direttore generale, nella persona, quest’ultimo, del commissario uscente. Con il decreto legislativo luogotenenziale del 4 gennaio 1945, n. 1 (Gazzetta Ufficiale del 9 gennaio 1945, n. 4) era stato previsto che il governatore esercitasse – sentito il direttore generale – anche i poteri del consiglio superiore e del comitato del consiglio stesso, eccettuati quelli di cui all’art. 19 dello statuto.

 

 

Per quanto riguarda la vigilanza del ministero del tesoro sulla Banca d’Italia (art. 108 e seguenti del testo unico di legge 28 aprile 1910, n. 204) l’intervento dell’ispettore del tesoro nelle sedute del consiglio superiore è stato sostituito, con il decreto del 4 gennaio, dalla comunicazione al ministero del tesoro, da parte della Banca, di copia delle deliberazioni del governatore, le quali diventano esecutive se non sono sospese dal ministero entro 5 giorni da quello del ricevimento.

 

 

Per ciò che concerne il coordinamento delle filiali nei territori occupati, giova ricordare che verso la fine del 1943, in seguito a perentoria disposizione dell’amministrazione fascista repubblicana, la Banca d’Italia, al pari di tutte le altre pubbliche amministrazioni aventi sede in Roma, venne invitata dal ministro delle finanze dell’epoca a trasferire la propria amministrazione centrale nell’Italia settentrionale.

 

 

A seguito dell`invito, vennero colà inviati appena 109 elementi appartenenti agli uffici della Banca in Roma, di cui 81 tratti dai 1074 dipendenti in servizio presso l’amministrazione centrale e 28 tratti dai 617 in servizio presso le filiali della Banca in Roma, l’Ispettorato del credito e il Consorzio per sovvenzioni su valori industriali.

 

 

Rimasero nella capitale gli archivi dell’amministrazione centrale medesima e, quasi al completo di personale, i vari servizi, i quali continuarono a funzionare; cosicché la liberazione di Roma ha trovato la Banca in perfetta efficienza.

 

 

Lo sviluppo delle operazioni militari impose l’adozione di onerosi provvedimenti per tutelare la sicurezza dei valori e garantire il funzionamento dei servizi.

 

 

Ai fini dell’applicazione del R. decreto legge 23 aprile 1943,n. 286, gli uffici dell’amministrazione centrale e le filiali della Banca affrontarono un considerevole aggravio di lavoro si da trovarsi in grado, in ogni momento, di dare la dimostrazione della effettiva giacenza dei titoli e di possedere tutti gli elementi atti a identificarli ove fossero distrutti.

 

 

Con istruzioni impartite dal ministero delle finanze – nell’anno 1941 per quanto riguarda l’Africa italiana ed i possedimenti dell’Egeo, e nell’anno 1943 relativamente alla Sicilia, Sardegna ed Italia meridionale – fu stabilito che si potesse procedere, se le circostanze di guerra lo imponessero, all’abbruciamento o alla distruzione di valuta e titoli di proprietà o depositati presso le filiali della Banca situate nei suddetti territori, alla presenza, oltre che del direttore e del cassiere della filiale, dei rappresentanti del tesoro e della corte dei conti, redigendo in ogni caso appositi verbali.

 

 

Sulla base degli elementi fin qui raccolti, distruzioni di valori sono state operate in Africa dalla filiale di Addis Abeba (presso cui era stata accentrata la maggior parte dei valori delle dipendenze dell’istituto in Africa orientale) e da quelle di Asmara, Harrar e Dire Daua, e nel Regno da quelle di Palermo, Catania, Trapani, Marsala, Enna e Ragusa per un importo complessivo di circa 258 milioni di lire per quanto concerne i titoli al portatore e di circa 111 milioni di lire per quanto riguarda i titoli nominativi.

 

 

Le pratiche necessarie per il reintegro dei titoli di stato al portatore sono in corso presso il ministero del tesoro, il quale deve ancora far conoscere le proprie determinazioni in merito.

 

 

Con l’accentuarsi dei bombardamenti aerei, molte filiali, sia per la distruzione od il grave danneggiamento dei loro uffici, sia per disposizioni di sfollamento totale impartite dalle competenti autorità militari, dovettero abbandonare la sede e trasferirsi in località ritenute meno esposte.

 

 

Alcuni stabilimenti poterono allogarsi in locali per i quali era già stato ottenuto dai prefetti il provvedimento di requisizione a favore della Banca ovvero erano stati stipulati contratti di locazione con i proprietari affinché i locali di ripiegamento fossero tenuti a disposizione dell’istituto per il momento del bisogno.

 

 

Nella maggior parte dei casi, le filiali dell’istituto che avevano avuto gravemente danneggiati o distrutti i loro edifici poterono così assicurare il regolare funzionamento dei servizi, affrontando e risolvendo sollecitamente i complessi problemi inerenti al trasferimento degli uffici e dei valori ed alla disponibilità dei mezzi di trasporto, per la cui assegnazione non sempre fu possibile contare sull’appoggio delle autorità militari e civili.

 

 

Solo in pochissimi casi, talune filiali, sia per la mancanza di locali di ripiego, che presentassero sufficienti requisiti per la sicurezza dei valori e per il funzionamento dei servizi, sia per la mancanza dei necessari mezzi di trasporto, dovettero sospendere momentaneamente la propria attività.

 

 

Del pari assai limitati sono stati, fin qui, per numero ed importanza, i casi di danneggiamento o distruzioni di valori per offese belliche perché si era provveduto tempestivamente sia a rafforzare e migliorare le sacristie ed a costruirne altre nuove e meglio rispondenti ai requisiti protettivi richiesti dai sempre più poderosi mezzi di distruzione impiegati nell’attuale conflitto, sia a concentrare valori in posti di raccolta ritenuti più al sicuro da rischi bellici.

 

 

Ad opera delle forze armate germaniche e delle sedicenti autorità repubblicane sono stati asportati od irregolarmente prelevati dalle filiali della Banca valori che – secondo le segnalazioni pervenute a tutt’oggi – ammontano a lire 232.147.350, di cui lire 11.526.720 costituite da monete d’argento e lire 220.620.630 da biglietti di banca e di stato.

 

 

I danni registrati dalla Banca per le distruzioni di immobili e suppellettili di proprietà riguardano 38 filiali e, sulla base delle segnalazioni finora pervenute all’amministrazione centrale, possono complessivamente valutarsi a lire 78.335.090, di cui lire 19.307.684 per danni causati dalle truppe germaniche e lire 59.027.406 per quelli prodotti dalle forze armate alleate.

 

 

Alla cifra sopraindicata si deve poi aggiungere quella di lire 41.082.155, relativa ai danni sino ad ora denunciati dal personale della Banca addetto alle filiali dell’Italia liberata.

 

 

La valutazione dei danni – di cui è ancora in corso un più preciso accertamento – è stata però fatta in base alle disposizioni di legge tuttora vigenti (legge 26 ottobre 1940, n. 1543) che stabiliscono come il risarcimento delle cose mobili debba corrispondere al valore venale in comune commercio al momento del danno, e il risarcimento degli immobili debba corrispondere al valore in comune commercio al mese precedente alla dichiarazione di guerra, e cioè al maggio 1940.

 

 

In seguito agli avvenimenti bellici degli ultimi mesi del 1943, le filiali della Banca nella Dalmazia, e cioè Cattaro, Sebenico e Spalato, e nel Montenegro Cettigne, hanno cessato di funzionare, al pari delle dipendenze di Lubiana e di Mentone.

 

 

Sono in corso pratiche con i competenti ministeri per la definizione, a tempo debito, dei rapporti con le autorità del luogo in seguito all’avvenuta chiusura delle filiali.

 

 

Nello stato delle filiali del Regno si sono avute variazioni soltanto per l’agenzia di Vigevano, che, a far tempo dall’1 gennaio 1944, è stata elevata dalla seconda alla prima classe, essendosi la sua attività notevolmente accresciuta negli ultimi anni.

 

 

Con l’occupazione britannica, sul finire del mese di gennaio 1943 cessava di funzionare la filiale di Tripoli, ultima dipendenza operante in terra africana rimasta in contatto con l’amministrazione centrale della Banca.

 

 

La filiale di Rodi, pur nella difficile situazione, continuava invece nel suo lavoro a favore della economia del Dodecaneso fino all’armistizio. Si sa che anche dopo tale data essa ha continuato nella sua attività, ma su di essa mancano notizie precise.

 

 

Anche le filiali di Mogadiscio e di Asmara, questa con uno sportello staccato in Massaua, in luogo della importante filiale, hanno continuato ad essere aperte al pubblico; non si sono avute però indicazioni di alcun genere circa la qualità e l’entità delle operazioni svolte né circa le condizioni nelle quali esse sono state eseguite.

 

 

L’azienda dei magazzini generali di Tripoli, ormai cessata, ha perduto per affondamento, immediatamente prima dell’occupazione alleata, la totalità del suo naviglio ed è andata distrutta o dispersa anche la più gran parte dell’attrezzatura.

 

 

Il comitato superiore dell’azienda ha da tempo presentato domanda di risarcimento dei danni subiti, limitatamente al parco natanti del quale soltanto ha potuto per ora documentare la perdita.

 

 

Fino al settembre 1943 i nostri uffici di delegazione all’estero hanno continuato a svolgere il loro consueto lavoro, anche come rappresentanze dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero.

 

 

Successivamente a tale data, con il rientro in Italia del delegato per la Germania, sono rimasti in funzione i soli uffici di Lisbona, Parigi, Zurigo e Buenos Aires, che hanno svolto la loro attività nei limiti consentiti dalla situazione contingente e locale nonché dalla possibilità di comunicazioni con l’amministrazione centrale della Banca. Ma anche l’ufficio di Parigi cessò di operare nell’agosto 1944 quando, con la liberazione della Francia ed il venir meno dello stato di armistizio, insorsero difficoltà momentanee che già stanno appianandosi nel nuovo clima di reciproca fiducia tra l’Italia e la Francia; sicché, tacendo per ragioni transitorie i rapporti con l’ufficio argentino, hanno avuto una vantaggiosa ripresa solo i rapporti di informazioni con Lisbona e Zurigo.

 

 

Il 5 settembre 1943 decedeva in Bologna il gr. uff. avv. Ettore Nadalini che aveva ricoperto, in seno al consiglio superiore della Banca d’Italia, dapprima la carica di segretario e poi quella di presidente.

 

 

Entrato a far parte, nel maggio 1909, del consiglio di reggenza della sede della Banca a Bologna e, nel novembre 1923, del consiglio superiore, il gr. uff. Nadalini, nei lunghi anni di appartenenza ai consessi dell’istituto, ha sempre dato il prezioso contributo del suo valore e della sua spiccata competenza nelle discipline bancarie e legali.

 

 

Nel 1936, allorquando, in seguito al nuovo ordinamento della Banca d’Italia, egli lasciò la carica di presidente del consiglio superiore, le preclari sue virtù gli valsero il conferimento del titolo honoris causa.

 

 

L’avv. Nadalini, nato a Bologna nel 1853, era il decano degli avvocati del foro bolognese. Laureatosi brillantemente in giurisprudenza non ancora ventenne, iniziò nel 1875 la professione, che esercitò per ben 66 anni. Fece parte anche dell’amministrazione comunale presso la quale ricoperse la carica di assessore e, quindi, di sindaco.

 

 

A lui vada il nostro pensiero reverente e commosso.

 

 

Come già ebbi ad accennare, il 17 luglio 1944 è deceduto in Bari il gr. uff. Arturo Atti, al quale, nel periodo in cui rimasero interrotte le comunicazioni tra Roma e l’Italia meridionale, fu affidato dal governo italiano l’incarico di commissario straordinario della Banca d’Italia per le filiali site nelle zone liberate.

 

 

Il gr. uff. Atti entrò nel 1919 a far parte del consiglio della sede di Bari, dapprima quale reggente e poi come presidente. Nel 1925 venne eletto consigliere superiore dell’istituto.

 

 

Nato a Carsoli, in provincia di Aquila, nel 1870, il gr. uff. Atti si trasferì giovanissimo a Bari ove fu presto annoverato tra i maggiorenti del commercio e della finanza. Uomo di larghe vedute, dotato di spirito organizzativo e di ferma volontà di realizzatore, egli spiegò instancabile attività, oltre che nel campo commerciale, anche in quello bancario ed assicurativo.

 

 

Nella vita pubblica cittadina il gr. uff. Atti ricoperse posti di particolare importanza, quale quello di consigliere della camera di commercio di Bari e di consigliere e presidente della camera di commercio italo orientale e, nel 1944, di vice presidente del consiglio provinciale dell’economia.

 

 

Al fine di onorarne e perpetuarne degnamente la memoria, la famiglia dell’Estinto e la Banca d’Italia hanno preso l’iniziativa di istituire una fondazione che porti il nome dell’illustre scomparso e che abbia per scopo di mettere a concorso borse di studio in favore di laureati della R. Università di Bari i quali, entro il triennio dal conseguimento della laurea, si siano resi meritevoli – attraverso pubblicazioni scientifiche nel campo assicurativo, bancario o commerciale – di compiere studi di perfezionamento all’estero.

 

 

All’iniziativa hanno aderito numerosi enti e privati, tanto che si sono già raccolte offerte per una somma cospicua.

 

 

Alla fine del 1943 i dipendenti a ruolo erano 5.308, di cui 247 di sesso femminile. Essi erano così classificati:

 

 

  • impiegati di concetto n. 2.866
  • impiegati d’ordine n. 1.543
  • personale di servizio n. 899

 

 

Gli avventizi di tutte le categorie, esclusi gli elementi provvisori assunti temporaneamente in sostituzione dei richiamati alle armi, erano 1.098 di cui 746 di sesso maschile.

 

 

Il personale operaio addetto alle officine carte valori de L’Aquila ed ai reparti speciali in Roma – escluso quello assunto direttamente a L’Aquila – era composto di 347 elementi.

 

 

Durante il 1943 l’amministrazione non mancò, in vista delle eccezionali contingenze del momento, di erogare numerosi sussidi ai dipendenti che versavano in particolari condizioni di disagio, e consentì inoltre a tutto il personale i noti miglioramenti economici di carattere generale in vigore dall’1 luglio.

 

 

Nel settembre successivo, volendo dare modo al personale medesimo di affrontare i disagi derivanti dalla situazione determinatasi a seguito degli eventi bellici, l’amministrazione stessa deliberò di anticipare sei mensilità di stipendio ai dipendenti di ruolo, quattro agli avventizi ordinari e due agli avventizi provvisori, mensilità da rimborsarsi in seguito con le modalità che saranno a suo tempo stabilite.

 

 

Si è continuato, inoltre, a prestare assistenza alle famiglie dei dipendenti già addetti alle filiali dell’Africa orientale o rimasti separati, per cause contingenti, dai propri congiunti. Nell’intento poi di venire in aiuto ai familiari degli impiegati caduti o dispersi per cause di guerra (R. decreto legge 15 marzo 1943, n. 121), la Banca accordò una somma pari alla differenza fra lo speciale assegno mensile loro concesso, per la durata di un anno, dalle autorità statali e l’importo delle competenze di attività di servizio che sarebbero spettate agli impiegati, se in vita, per uguale periodo di tempo.

 

 

Inoltre, alle vedove ed agli orfani dei caduti – ossia alle categorie di familiari per le quali è prevista la concessione della pensione di riversibilità – venne concessa, indipendentemente dalle condizioni di anzianità di servizio normalmente richieste, una pensione pari all’ultimo stipendio percepito dal caduto.

 

 

Nell’agosto 1943, compiendosi 50 anni dalla costituzione della Banca, l’amministrazione volle ricordare e riconoscere l’opera che il personale ha sempre dato all’istituto con abnegazione e disciplina, consentendo una speciale gratificazione ai dipendenti in servizio ed una analoga erogazione ai pensionati.

 

 

In favore di questi ultimi, poi, fu disposta, dall’1 luglio 1943, la concessione di un assegno supplementare temporaneo, integrativo della pensione ed accessori, in considerazione delle loro necessità, connesse alla situazione contingente; altra speciale erogazione, infine, fu ad essi accordata nel dicembre successivo.

 

 

Anche nel 1943 i dipendenti della Banca, seguendo l’esempio dei dirigenti, fornirono encomiabili prove di zelo, laboriosità ed alto senso del dovere, adempiendo alle loro mansioni in condizioni sempre assai difficili e spesso anche drammatiche a causa degli avvenimenti bellici e dimostrando in tal modo, ancora una volta, piena comprensione delle esigenze del momento e profondo attaccamento all’istituto.

 

 

Nel descrivere le condizioni in cui si svolse l’attività della Banca ho dovuto fin qui fare richiamo a fatti di ordine politico e militare. Il contenuto ed i risultati di tale attività, espressi dalle risultanze del bilancio, furono determinati da condizioni di altro ordine, economico e finanziario. La prima fra esse è la situazione delle pubbliche finanze, chiaramente illustrata nelle esposizioni che il ministro del tesoro, Marcello Soleri, ha ripetutamente fatto, riprendendo una illustre tradizione la quale rimonta agli insigni uomini che avevano fatta salva e sana la finanza italiana e dei quali egli è degno continuatore.

 

 

Secondo i dati provvisori esposti il 29 settembre 1944 nella relazione del ministro del tesoro al consiglio dei ministri, il bilancio dello stato, per la gestione normale dell’esercizio finanziario 1942/43, si chiuse nella parte effettiva con un disavanzo di 5.255 milioni contro un disavanzo previsto di 8.401 milioni. Le entrate effettive accertate furono di 43.027 milioni rispetto ad una previsione di 35.425 milioni e le spese di 48.282 milioni rispetto ad un ammontare previsto di 43.826. Le spese eccezionali, sostenute per le esigenze connesse con lo stato di guerra – al netto di milioni 5.857 per somme riportate e riassegnate al bilancio – ascesero a 81.019 contro 71.318 milioni nell’esercizio precedente. Pertanto, l’ammontare complessivo delle spese ordinarie e straordinarie fu di 129.301 milioni e il disavanzo effettivo totale di 86.274 milioni, contro 77.345 dell’esercizio 1941/42.

 

 

Invano aveva tentato il governo fascista, sotto l’impero del quale si svolse tutta la gestione dell’esercizio 1942/43, di crescere le entrate effettive derivanti dai tributi.

 

 

Il programma di aumento del carico tributario e di riduzione di spese fu messo invero nel nulla dalle condizioni del paese e dai successivi avvenimenti politici e bellici.

 

 

In quella che fu detta la seconda fase della finanza bellica, e che ebbe inizio con la sottoposizione del contribuente ad ulteriori sacrifici, mediante la maggiorazione dei tributi locali[1], si sarebbe voluto, da un lato, ridurre maggiormente le spese normali e gli oneri derivanti allo stato dalle integrazioni dei prezzi per taluni prodotti agricoli ed industriali; dall’altro, incrementare le entrate aumentando la pressione fiscale su taluni redditi presumibilmente favoriti dalla congiuntura; estendere l’imposizione straordinaria ad alcune categorie di redditi non sottoposte a prelievi straordinari o comunque non sottostanti all’azione della politica economica; consentire, infine, una maggiore, per quanto controllata, libertà del mercato dei valori mobiliari ed immobiliari.

 

 

Per attuare queste direttive, il R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 205, provvide all’inasprimento dell’aliquota dell’imposta fondiaria[2]; all’aumento (di quattro punti) delle tre prime categorie dell’ imposta di R. M. portate rispettivamente al 24, 18 e 16 per cento[3]; all’unificazione delle aliquote dell’imposta straordinaria sul compensi degli amministratori e dei dirigenti delle società commerciali[4]; all’elevazione dal 20 al 25 per cento dell’imposta sui frutti dei titoli[5]. Furono introdotti un contributo del 30 per cento sugli affitti determinati in regime di libera contrattazione ed una imposta speciale sui redditi dei capitali delle imprese individuali e delle società non azionarie applicabile nella misura del 10 per cento sui redditi dei capitali investiti in attività industriali e commerciali non soggetti alle norme dell’imposta cedolare[6].

 

 

Mentre con questo provvedimento si voleva agire nel campo dell’ imposizione diretta[7], con altri due Regi decreti legge ugualmente del 12 aprile, con i numeri 234 e 235, si modificò il sistema di imposizione sui trasferimenti abolendo l’imposta sul plus valore. Eliminata – come si dirà parlando del mercato finanziario – l’imposta gravante la compravendita dei titoli ed escluso l’obbligatorio investimento nei buoni del tesoro, serie speciale 3 per cento, con il decreto n. 234 si semplificò il sistema di imposizione dei trapassi dei beni immobiliari facendo assorbire l’imposta speciale nella normale imposta di registro, aumentata con graduazione progressiva a scaglioni varianti da un minimo del 3 per cento per compravendite fino al valore di 5 mila lire ad un massimo del 30 per cento, per quelle superiori ai 5 milioni[8].

 

 

Proseguendo inoltre su questa generale direttiva, con R. decreto legge 3 giugno 1943, n. 452, fu creata una addizionale straordinaria di guerra dell’1 per cento in aggiunta alla vigente imposta generale sull’entrata[9].

 

 

Fu, intanto, pubblicato il R. decreto 3 giugno 1943, n. 598, approvante il testo unico delle leggi in materia di imposta straordinaria sui maggiori utili di guerra[10].

 

 

Con vari provvedimenti si cercò di facilitare e rimettere il debito di imposta ai contribuenti già colpiti dagli effetti immediati della guerra; come nel caso della sospensione dei termini di prescrizione e decadenza in materia finanziaria nonché delle agevolazioni tributarie a favore delle località danneggiate dall’offesa bellica[11].

 

 

Dopo la caduta del fascismo la finanza di guerra non ha subito modifiche sostanziali[12] fino ai provvedimenti emanati dal governo repubblicano a proseguire l’indirizzo dell’aprile. Di essi, che hanno avuto scarsa efficacia a causa della notevole evasione dei contribuenti, mentre alcuni sono stati di natura contingente – vale a dire dettati in connessione delle necessità finanziarie per il proseguimento della guerra – altri, volendo crescere le entrate normali e perequare la pressione tributaria, non hanno potuto mascherare la fretta dell’incasso.

 

 

Nell’Italia meridionale, il governo legittimo, nell’ intento evidente di non prendere alcuna iniziativa a carico dei contribuenti, stante l’esiguità del territorio amministrato e per rispetto alla mancanza del controllo parlamentare, non emanò, nel 1943, alcun provvedimento di natura fiscale.

 

 

Furono ritoccati solo i prezzi di vendita al pubblico dei tabacchi (decreto ministeriale 20 dicembre 1943), destinati ad essere ulteriormente aumentati alla fine del 1944.

 

 

Intorno alle risultanze dell’esercizio 1943/44, che è stato gestito oltre che dal governo legittimo nell’Italia meridionale anche dal governo di fatto nell’Alta Italia, si hanno scarsi dati.

 

 

Nelle 22 provincie che, al 30 giugno 1944, erano amministrate dal governo italiano, si sono avute entrate per 3.589 milioni e spese per 16.152 milioni.

 

 

Con il bilancio di previsione e con successivi provvedimenti emanati a Roma fino a tutto il mese di novembre 1943, erano già state inscritte in bilancio spese per oltre 56 miliardi di lire, quasi totalmente (per miliardi 54) relative ad esigenze di carattere eccezionale.

 

 

Per tutto il territorio nazionale e per l’intero esercizio le entrate non poterono verosimilmente superare i 35 miliardi di lire.

 

 

Perciò e per l’aggravio derivante dalle spese ordinate dal governo ubbidiente al nemico e per le minori entrate presumibilmente accertate in confronto di quelle previste, può stimarsi, in complesso, un disavanzo non inferiore ai 150 miliardi per l’intero territorio nazionale.

 

 

Alla copertura del disavanzo del bilancio il mercato finanziario diede nel 1943 un concorso limitato. Infatti, al disavanzo effettivo di 86.274 milioni, accertato per l’esercizio 1942/43 si fece fronte con le varie consuete forme di indebitamento:

 

 

  • I debiti nuovamente contratti, segnatamente mercé l’emissione di buoni del tesoro poliennali, eccedettero i rimborsi di debiti antichi per l’ammontare di 29.099 milioni di lire (cosidetto avanzo della categoria del movimento dei capitali) ; e questa fu la migliore delle maniere di indebitarsi osservata in quell’esercizio finanziario 1942/43;
  • Si fece ricorso alla cassa, che diminuì di 4.983 milioni di lire tra il primo luglio del 1942 ed il 30 giugno del 1943; si rimandarono pagamenti, creando residui per 2.864 milioni di lire; compensando solo in parte siffatti peggioramenti con variazioni favorevoli per 2.049 milioni nelle partite minori di debito e credito della tesoreria;
  • Si collocarono 9.633 milioni di lire di buoni ordinari del tesoro, seguendo una tradizione ormai pacifica tra noi dopo la guerra libica, in virtù della quale il buono ordinario, originariamente creato allo scopo di eliminare gli scarti temporanei fra incassi e pagamenti in un bilancio in pareggio, si è convertito in tutti i paesi del mondo in un mezzo di procacciamento permanente di fondi per il tesoro;
  • Si trassero 16.794 milioni di lire dai conti correnti fruttiferi della Cassa depositi e prestiti, degli istituti di previdenza da questa amministrati, del Banco di Napoli e di altri istituti. Metodo, questo, di provvedere alle esigenze del tesoro, da lungo tempo invalso, per cui il risparmio depositato, massimamente nelle casse postali, viene utilizzato a coprire le spese straordinarie statali. Se i buoni del tesoro fanno intravvedere, ove i possessori volontariamente non li convertano poi in prestiti a lunga scadenza, il lontano pericolo del rimborso, che il tesoro farà, senza più ricorrere ad alcun consolidamento obbligatorio, nefasto per il credito pubblico, facendo invece appello alle anticipazioni, ossia a stampa di biglietti, il metodo dei conti correnti fruttiferi con la Cassa depositi e prestiti affida maggiormente, per la nota stabilità dei depositi nelle casse postali di risparmio. La popolarità dei buoni fruttiferi postali, ad interesse cumulativo crescente fino a 30 anni e con diritto a rimborso in qualsiasi momento della vita del buono, dimostra che la tecnica finanziaria ha saputo inventare un tipo di investimento gradito ai risparmiatori. Poiché la modesta gente è disposta ad affidare allo stato i proprii risparmi per tempo indefinito e di fatto lunghissimo, ma vuole serbare il diritto a ricuperarne il possesso in qualunque momento, giova assecondare il ragionevole desiderio, il quale coincide in tutto coll’interesse dello stato. Alla data del 31 maggio 1943, ultima per la quale si conoscono dati per l’intera Italia, i buoni fruttiferi postali giungevano a 49 miliardi e 170 milioni; al 31 gennaio 1945, ultima data utile per la sola Italia liberata, giungevano ivi a 23 miliardi e 212 milioni.
  • E, finalmente, furono chiesti 24.950 milioni alla Banca d’Italia in conto anticipazioni straordinarie. È questo il mezzo di provvista di fondi al tesoro il quale è causa di immediato aumento della circolazione, ossia di stampa di biglietti nuovi.

 

 

Il governo fascista, per la contraddizione che non consente propria dei governi totalitari, invano aveva tentato di procacciarsi un bastevole volontario concorso dei risparmiatori. Non potendo far appello alla fiducia, quel governo aveva tentato di imporsi con la coazione. Di qui i numerosi provvedimenti legislativi volti ad ostacolare, quando praticamente non impedivano, ogni possibile investimento in valori azionari e ad evitare, conseguentemente, i rialzi dei corsi che si temevano atti a palesare a tutti la maggior fiducia del pubblico negli investimenti detti «reali» in confronto a quelli a reddito fisso.

 

 

Già alla fine del 1942 erano in vigore i due più severi provvedimenti limitativi del mercato azionario, e precisamente quello riguardante la nominatività obbligatoria dei titoli di società commerciali[13] e quello che faceva obbligo agli acquirenti di azioni quotate in borsa di investire in buoni del tesoro, serie speciale 3 per cento, nominativi e non trasferibili, una somma pari a quella occorrente per l’acquisto[14]. Se in tal modo si era riusciti ad allontanare del tutto il pubblico dall’acquisto dei titoli azionari già emessi, il cui mero trapasso da persona a persona non aggiungeva né toglieva nulla alla massa di risparmio nuovo non ancora impiegato, né poteva fare per sé affluire denaro nelle casse dello stato , col far obbligo invece di effettuare ugual versamento di buoni del tesoro speciali 3 per cento in occasione di nuove costituzioni e di aumenti di capitale di società per azioni, si mirava ad impedire l’afflusso del risparmio nuovo verso investimenti industriali. Questo era un risultato sostanziale, perché il risparmio nuovo avrebbe dovuto, forzatamente, rivolgersi tutto agli investimenti in titoli di debito pubblico.

 

 

I provvedimenti posero una remora, ma non impedirono l’ascesa delle quotazioni. Secondo un indice calcolato sulla base delle quotazioni delle principali azioni trattate alla borsa di Milano, dal principio del 1941 alla fine del 1942, i corsi aumentarono infatti come da 141 a 228. Quei provvedimenti distrussero invece del tutto il mercato; e, tra le stesse date, l’importo degli scambi di azioni in tutte le borse del Regno scese, nella media giornaliera, da 48 milioni a 170 mila lire. L’effetto non fu di creare fiducia nei titoli pubblici ma di dare incremento alla tesaurizzazione ed all’investimento in preziosi ed in beni a carattere voluttuario.

 

 

Il risultato negativo di tale politica consigliava un cambiamento di rotta ed infatti, con il R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 235, vennero emanate nuove disposizioni atte a ridare una qualche vita al mercato dei valori azionari[15].

 

 

Fu, pertanto, soppresso l’obbligo dell’investimento nei buoni del tesoro 3 per cento, tanto nel caso di costituzione o aumenti di capitale di società per azioni, quanto nel caso di acquisto di titoli azionari, come pure l’imposta del 20 per cento sul plusvalore che gravava la negoziazione dei titoli; e l’imposta fu assorbita nella già vigente sovrimposta di negoziazione, resa, per altro, più onerosa[16].

 

 

Più tardi l’imposta cedolare, che con il decreto ora, citato era stata elevata dal 20 al 25 per cento, fu ridotta al 15 per cento con facoltà alle società di porre a proprio carico una quota del 5 per cento[17].

 

 

Indubbiamente il mercato azionario risentì favorevolmente della lieve attenuazione dei vincoli che fino ad allora l’avevano intralciato, ma gli avvenimenti del 25 luglio e dell’8 settembre 1943 furono causa di una nuova depressione che si protrasse fino al novembre di quello stesso anno.

 

 

Nei primi sette mesi dell’anno, per i quali soltanto si dispone di dati relativi all’intero territorio nazionale, il volume degli affari trattati nelle borse fu alquanto inferiore a quello del corrispondente periodo del 1942. La diminuzione si mantenne entro limiti modesti per i titoli di stato, sui quali si ebbero trattazioni per 2.023 milioni contro 2.355 l’anno prima; fu più grave per i titoli azionari, le cui trattazioni si ridussero da 2.224 a 654 milioni, nonostante la breve ripresa avutasi in seguito alla nuova disciplina disposta dal decreto dell’aprile 1943.

 

 

Dopo il 25 luglio, gli affari si restrinsero a modesta entità: alla borsa di Roma, i titoli trattati hanno costituito una quantità pressoché trascurabile; qualche animazione si ebbe, particolarmente nel settore azionario, dopo l’8 settembre a seguito dell’alto livello raggiunto dalla quota e nella previsione di ulteriori aumenti.

 

 

Ancor oggi, le contrattazioni dei valori azionari si mantengono entro limiti assai ristretti, per effetto principalmente dell’onere della sovrimposta di negoziazione e del divieto delle contrattazioni a termine, tuttora vigente per le azioni.

 

 

In tali condizioni, non è azzardato prevedere che la riduzione di tale onere e la restituzione al mercato di una migliore funzionalità potranno determinare, attraverso la ripresa delle contrattazioni, un aumento del reddito che da queste trae la finanza dello stato. Né si deve temere che una più libera circolazione dei titoli, i quali rappresentano capitali già investiti, possa diminuire l’afflusso del risparmio nuovo al tesoro dello stato.

 

 

I corsi dei titoli statali, che avevano palesato durante i primi sette mesi una lieve ascesa (probabilmente in vista della prossima emissione dei buoni del tesoro quinquennali), subirono, a seguito degli eventi del giugno e del settembre, una notevole flessione la quale portò la quota al disotto dei minimi registrati dal 1938; tale flessione fu più sensibile per i buoni del tesoro che hanno rispecchiato più degli altri titoli lo svolgersi delle varie vicende. In particolare tali buoni, trovandosi nel mese di giugno nella fase di depressione che – come già avvenuto in occasione dei precedenti prestiti – seguì alla emissione, dei buoni quinquennali, precipitarono, durante i mesi successivi, a livelli notevolmente inferiori ai rispettivi prezzi di emissione: i buoni novennali 5 per cento, la cui quotazione, nel giugno 1943, si aggirava su 93, scendevano, nel settembre successivo, intorno a 68,50. In novembre, il senso di relativa stabilizzazione della situazione succeduta all’armistizio, la crescente inflazione – che durante l’occupazione tedesca assumeva ben presto proporzioni rilevanti – e la mancata emissione di buoni ordinari del tesoro durante il secondo semestre dell’anno, determinarono, nella borsa di Roma, una maggiore richiesta degli altri titoli di stato e, conseguentemente, un movimento di ripresa delle quotazioni che doveva durare ininterrotto fino alla vigilia dell’ingresso in Roma delle truppe alleate.

 

 

Il mercato delle obbligazioni, dopo aver avuto nell’1 semestre del 1943 quotazioni poco variabili, segnò, durante i successivi mesi estivi, notevoli flessioni nei corsi, raggiungendo, segnatamente per le obbligazioni miste e per altre che agli investitori apparivano più strettamente legate all’andamento industriale ed alla congiuntura politica, bassi livelli mai verificatisi durante il periodo bellico; solo le cartelle fondiarie si sottrassero a tale indirizzo registrando un movimento ascendente al quale certamente concorsero la scarsità delle nuove emissioni e l’aumento del valore monetario delle garanzie immobiliari. Nel complesso si può dire che il mercato delle obbligazioni ebbe lo stesso andamento di quello dei titoli di stato.

 

 

Il mercato delle azioni, a causa della preferenza dei risparmiatori per i valori reali, registrava, durante l’anno, in correlazione con l’ascesa generale del livello dei prezzi, una notevole tendenza all’aumento, solo interrotta, per breve tempo, dalle draconiane disposizioni relative al noto obbligo dell’investimento in buoni del tesoro 3 per cento (dicembre 1942 marzo 1943) e dalla particolare situazione di disagio e di incertezza creatasi dopo la caduta del fascismo, che causò anche il crollo dei titoli di stato (luglio settembre 1943). Alla fine dell’anno le quotazioni della borsa di Roma erano pressoché raddoppiate rispetto a quelle esistenti all’inizio; infatti, il numero indice dei corsi per il complesso delle principali azioni quotate era salito da 100, nel gennaio 1943, a 186 nel dicembre successivo. L’aumento, pur essendo stato il più delle volte puramente nominale, poiché ad esso non sempre corrispose una effettiva contrattazione e pur non essendo il risultato di una valutazione della capacità di rendimento, attuale e prospettivo, delle società emittenti, rispondeva ad una reazione istintiva degli investitori contro una politica che voleva creare la fiducia nei titoli di stato con la coazione invece che con la dimostrazione della bontà degli intenti perseguiti dal governo.

 

 

In relazione all’andamento dei corsi sta l’andamento dei rendimenti che dà la misura dell’accennata preferenza per i titoli a reddito variabile, rappresentativi di beni reali.

 

 

Già prima del 1939 il rendimento dei titoli a reddito fisso aveva superato quello dei titoli a reddito variabile. Negli anni successivi il divario si andò accentuando, cosicché nel settembre 1943 quando il saggio medio di rendimento dei titoli di stato saliva, a causa del crollo dei corsi di borsa, a 11,0 per cento, il saggio di rendimento dei valori azionari era soltanto dell’1,9 per cento. Il contrasto, invero eccezionale e limitato ad un brevissimo periodo, si andava però correggendo nei mesi successivi; infatti il rendimento percentuale dei titoli di stato era diminuito già a 8,42 alla fine del 1943 e scendeva ulteriormente a 5,56 alla fine del primo semestre del 1944, mentre quello delle azioni pur non potendo essere precisato, rimaneva sensibilmente più basso.

 

 

È necessario, in proposito, precisare che l’alto rendimento raggiunto fra il settembre e l’ottobre 1943 dal complesso dei titoli statali è da ascriversi, in massima parte, ai buoni poliennali del tesoro i quali, nel periodo anzidetto, registrarono le maggiori cedenze; se si eccettuano i buoni vicini a scadere, i corsi secchi degli altri buoni del tesoro raggiunsero un livello di poco superiore a 64, al quale corrisponde un rendimento immediato del 7,80 per cento, che sale ad oltre il 15 per cento se si tiene conto dei pagamenti semestrali degli interessi e del premio di rimborso. Per i consolidati ed i redimibili, invece, i rendimenti immediati, nel periodo considerato, si aggirarono, rispettivamente, intorno al 7,70 ed al 6,30 per cento, che salgono al 7,90 e 7,40 tenuto conto dei pagamenti semestrali e, per i redimibili, del premio di rimborso.

 

 

Durante il 1943, ed anche dopo, si è nettamente manifestata la preferenza degli investitori e degli operatori per i titoli a basso saggio.

 

 

Come negli anni precedenti, le emissioni più importanti di valori si ebbero nel campo dei fondi pubblici. L’emissione dei buoni ordinari del tesoro fu discretamente attiva durante il primo semestre dell’anno; non così nel semestre successivo in cui – data la giustificata riluttanza dei risparmiatori ad investire in titoli nuovi emessi dal governo instaurato dai tedeschi e sulla cui sorte si nutrivano comprensibili dubbi – i rimborsi prevalsero sulle nuove emissioni.

 

 

La maggiore emissione dei primi mesi dell’anno è da ascriversi sia al ripristino, avvenuto il 20 marzo 1943, del saggio del 5 per cento, sia alla mancata emissione dei buoni poliennali che, sin dal 1940, soleva aver luogo nel primo quadrimestre di ogni anno e che nel 1943 vennero, per contro, emessi soltanto nel giugno, quando ebbe luogo (R. decreto legge 26 maggio 1943, n. 398) l’emissione dei buoni quinquennali del tesoro 5 per cento a premio, con scadenza 15 giugno 1948, i quali furono offerti in sottoscrizione dal 7 al 21 giugno, al prezzo di 97 per ogni 100 lire di capitale nominale[18].

 

 

L’operazione si distinse dalle precedenti non soltanto per la più breve scadenza dei buoni (5 anni invece di 9) e per il prezzo di emissione inferiore al consueto (97 invece di 97,50), ma anche per il carattere continuativo ad essa dato mediante facoltà riconosciuta al ministro per le finanze di aprire successivamente, con propri decreti, la sottoscrizione ad altre serie oltre le prime due precedentemente fissate; ma questa facoltà, come è noto, non ebbe nessuna pratica esplicazione.

 

 

Il gettito del prestito risultò complessivamente di 11.972 milioni, mentre i due precedenti prestiti avevano dato un gettito di 25 miliardi ciascuno.

 

 

Il ritorno al saggio del 5 per cento veniva frattanto completato con l’aumento dei tassi dei buoni postali fruttiferi da emettersi dall’1 giugno 1943 (decreto ministeriale 21 maggio 1943), e con la concessione ai possessori dei buoni novennali del tesoro 4 per cento, scadenti il 15 settembre 1951, della facoltà di cambiarli in altri buoni aventi le stesse caratteristiche dei primi ma fruttanti l’interesse del 5 per cento, dietro versamento della somma di lire 5,50 per ogni 100 lire di capitale nominale (R. decreto legge 27 giugno 1943, n. 559, e decreto ministeriale 23 luglio 1943).

 

 

I prestiti che durante il 1943 vennero a scadere, e precisamente i buoni del tesoro 4 per cento maturati il 15 febbraio ed il 15 dicembre di quell’anno, furono regolarmente rimborsati alle rispettive scadenze.

 

 

Le emissioni di obbligazioni furono anche nel 1943 strettamente limitate; da parte dell’Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito si consentirono soltanto poche eccezioni, e si autorizzarono nuove operazioni di mutui fondiari in cartelle per appena 40 milioni. Le altre eccezioni riguardarono operazioni di finanziamento per scopi industriali o di pubblico interesse per 4.187 milioni di lire; e si ricordino in particolare le autorizzazioni accordate all’Istituto mobiliare italiano per 500 milioni, al Consorzio di credito per le opere pubbliche per 1 miliardo ed all’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità per 1.150 milioni.

 

 

Mentre non risulta se ed in quale misura l’Istituto mobiliare italiano abbia usufruito della cifra accordata, il Consorzio di credito per le opere pubbliche utilizzò solo in minima parte la somma concessagli, emettendo obbligazioni per 35,1 milioni. L’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità emise, in conto dei 1.150 milioni autorizzati, 600 milioni di obbligazioni 5,50 per cento, serie speciale Edison; i rimanenti 550 milioni non furono emessi, almeno fino all’epoca del trasferimento dell’Istituto nel nord.

 

 

Anche le emissioni di azioni non furono autorizzate che in casi che si dicevano rispondenti a scopi di interesse collettivo. Le più importanti di esse furono effettuate dalle società Italgas, Burgo, Fibre tessili artificiali, Ilva, Terni, Ansaldo, Breda e Strade ferrate meridionali, per un totale di 1.183 milioni.

 

 

Più largo alimento il tesoro dello stato trovò nei fondi raccolti dalle aziende di credito.

 

 

I depositi presso le casse di risparmio postali, per i quali si conoscono i dati provvisori a tutto il maggio 1943, registrarono nei primi cinque mesi dell’anno un aumento di 2,3 miliardi, di cui 2,1 miliardi per i buoni fruttiferi e 0,2 miliardi per le altre forme di deposito.

 

 

In base alle rilevazioni del soppresso Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito, relative alle aziende che amministrano una massa di depositi superiore a 5 milioni, risulta che a fine settembre 1943, mese a cui risalgono gli ultimi dati, i depositi bancari, al netto dei depositi presso la Banca d’Italia e dei conti correnti di corrispondenza ordinari e reciproci tra aziende di credito, erano aumentati, in confronto a fine dicembre 1942, di 17,7 miliardi, essendo passati da 117,9 miliardi a 135,6 miliardi[19]. All’aumento contribuirono per 10,7 miliardi i depositi fiduciari e per 7,0 miliardi i conti correnti di corrispondenza con clienti.

 

 

Anche nel 1943 i depositi bancari, pur segnando nel complesso un aumento dovuto alla crescente formazione di disponibilità monetarie, risentirono fortemente il susseguirsi delle vicende politico militari.

 

 

Nei primi cinque mesi dell’anno essi aumentarono di 20,8 miliardi (contro appena 5,6 miliardi nel corrispondente periodo del 1942), toccando a fine maggio la consistenza massima di 138,7 miliardi.

 

 

Allo scopo di convogliare al tesoro dello stato la maggior quota di tale incremento compatibile col mantenimento della situazione di liquidità delle aziende di credito, fu disposto, nel gennaio 1943, con provvedimento dell’Ispettorato, e con determinate modalità ed eccezioni, l’obbligo per le aziende aventi una massa di depositi superiore ai 100 milioni, di versare in conto corrente presso l’istituto di emissione il 75 per cento dell’incremento dei depositi e dei conti di corrispondenza, verificatosi nel mese precedente, al netto dell’aumento in impieghi ed investimenti ritenuti di interesse diretto per l’economia di guerra[20].

 

 

Allo stesso scopo fu rivolto il divieto di accensione di depositi interbancari a decorrere dall’1 gennaio 1943, che si accompagnò all’obbligo di estinzione, a partire dall’1 marzo successivo, di quelli esistenti, mediante prelevamenti mensili non inferiori al 25 per cento dell’ammontare originario.

 

 

Inoltre, poiché presso molte aziende di credito l’elevato afflusso di depositi portò la loro consistenza a superare il noto limite di venti volte il patrimonio sociale (capitale e riserve), stabilito dall’art. 15 del R. decreto legge 6 novembre 1926, n. 1830, l’Ispettorato del credito dispose – in tutti i casi di eccedenza segnalati dalla Banca d’Italia – l’investimento delle disponibilità eccedenti in titoli di stato ovvero garantiti dallo stato, da depositarsi presso l’istituto di emissione, od il loro versamento in conto corrente fruttifero presso lo stesso istituto, entro il termine di sei mesi dalla constatata eccedenza.

 

 

A partire dal mese di giugno, si manifestò nell’andamento dei depositi una lieve flessione, in un primo tempo connessa con l’emissione dei buoni del tesoro quinquennali 1948 e successivamente con le vicende politiche del mese di luglio. Nell’agosto i depositi ripresero il movimento ascensionale toccando a fine mese 144,4 miliardi. Ma le vicende del settembre determinarono, nell’Italia centro settentrionale, un anormale ricorso del pubblico alle disponibilità presso le aziende di credito. I ritiri assunsero in breve tempo proporzioni tali che, specie nell’Italia settentrionale, le autorità prefettizie, data la carenza delle autorità governative, si trovarono nella necessità di applicare disposizioni limitative ai prelevamenti dei depositi bancari.

 

 

Stante l’inadeguatezza dei provvedimenti a carattere locale e l’ulteriore inasprirsi della situazione, il comitato dei ministri dell’Italia occupata dai tedeschi deliberò, nella riunione del 18 ottobre 1943, l’adozione di speciali provvedimenti in forza dei quali, a partire dal 25 ottobre successivo, i prelievi dai depositi bancari e dai conti di corrispondenza furono sottoposti a rigorose restrizioni, salvo taluni temperamenti in relazione ad eventuali comprovate necessità di carattere aziendale e familiare.

 

 

Furono cioè limitati al 5 per cento mensile, con il massimo di lire 5.000 e il minimo di lire 500, i rimborsi sui depositi e conti correnti di qualunque natura intrattenuti dalle aziende di credito, di cui all’art. 5 della legge bancaria, ed al medesimo 5 per cento mensile, con i limiti, rispettivamente, di lire 10.000 e lire 2.000 quelli sui conti di corrispondenza.

 

 

Dalla limitazione furono esclusi i rimborsi per versamenti fatti posteriormente all’entrata in vigore delle norme (25 ottobre) e per giacenze dipendenti dai servizi di cassa assunti per conto di enti o società, nei casi in cui non fosse possibile valersi di giro conti. Furono altresì consentiti rimborsi in misura superiore ai limiti fissati per pagamenti di stipendi, salari, pensioni, acquisti di concimi, sementi, nonché per la corresponsione di tributi, premi assicurativi e sinistri, per il pagamento di prodotti agricoli ammassati o vincolati, per l’acquisto di generi alimentari direttamente dai produttori, per erogazioni di beneficenza, per versamenti in conti di compensazione presso la Banca d’Italia, per l’acquisto di fondi pubblici e privati, da costituire in depositi indisponibili presso un’azienda di credito. Alle filiali della Banca d’Italia fu data facoltà di consentire prelievi presso le aziende di credito in misura eccedente i detti limiti per documentate straordinarie necessità: pagamenti per prestazioni d’opera o professionali, canoni d’affitto o di utenza, acquisto di materie prime occorrenti allo svolgimento dell’attività di aziende industriali o commerciali, prelievo da depositi o conti aperti a connazionali provenienti dall’Africa italiana e dalla Sicilia, pagamento di debiti cambiari non contemplati nella deroga generica.

 

 

Il provvedimento raggiunse lo scopo di arginare l’esodo dei depositi, mentre il complesso dei temperamenti alla norma restrittiva e la stessa abbondanza del circolante lo resero tollerabile alla massa dei risparmiatori.

 

 

D’altra parte, allo scopo di incoraggiare l’afflusso di denaro fresco alle aziende di credito, fu data a queste ultime la facoltà di corrispondere, per versamenti effettuati in data posteriore al 25 ottobre, un saggio d’interesse superiore dell’1 per cento a quello vigente per le varie categorie di depositi a risparmio, conti correnti e conti di corrispondenza.

 

 

L’aumento del saggio, mentre conseguì solo limitatamente lo scopo di snidare dai nascondigli i biglietti tesaurizzati, costituì però un sensibile aggravio per le banche proprio in una fase di incremento degli oneri e di decremento dei profitti. Il ritorno ai saggi antichi di interesse, a partire dall’1 febbraio 1944, non ebbe alcuna ripercussione di rilievo sull’andamento dei depositi.

 

 

Anche le disposizioni concernenti le limitazioni nei prelievi dai depositi e dai conti correnti sono state abrogate a far tempo dal 15 maggio 1944.

 

 

La compagine creditizia ha, tuttavia, superato le difficili prove presentatesi, grazie, sopratutto, alla fiducia che non è venuta mai meno verso gli istituti bancari.

 

 

A riprova di ciò sta il fatto che a Roma gli alleati, dopo il loro arrivo, disposta – per motivi precauzionali – la chiusura immediata di tutti gli sportelli bancari, e constatato che le disponibilità di tesoreria degli istituti stessi sarebbero state sufficienti a fronteggiare qualsiasi evenienza, hanno consentito, dopo soli 6 giorni di chiusura, la riapertura delle banche senza che si verificasse il minimo inconveniente.

 

 

Il contributo dato dalle aziende di credito alla copertura del disavanzo del bilancio statale rivestì sopratutto, accanto a quella dei versamenti nei conti correnti presso la Banca d’Italia, la forma di investimenti in titoli di stato.

 

 

Dalle rilevazioni dell’Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito risulta che, tra il dicembre 1942 ed il settembre 1943, mese al quale risalgono le ultime cifre disponibili, il totale dei titoli posseduti dalle aziende ed istituti di credito aventi una massa fiduciaria superiore ai 5 milioni salì da 56,4 miliardi – di cui 48,9 miliardi di titoli di stato – a 66,2 miliardi, di cui 58,1 miliardi di titoli di stato[21]. In quel periodo, le aziende di credito assorbirono adunque titoli di stato in ragione di oltre un miliardo al mese; sicché, a fine settembre 1943, esse possedevano un sesto circa del totale dei titoli di debito consolidato e redimibile e quasi la metà dei buoni del tesoro ordinari esistenti.

 

 

Risalendo nei confronti fino all’anteguerra, si osserva che, rispetto al dicembre 1939, l’aumento nella consistenza dei titoli posseduti dalle aziende di credito fu di 40,6 miliardi per quelli di stato e di 2,2 miliardi per gli azionari ed obbligazionari. Nella composizione percentuale, la quota dei primi salì dal 75 all’88 per cento, mentre quella dei secondi scendeva dal 25 al 12 per cento. All’aumento della consistenza di titoli di stato contribuirono particolarmente i maggiori impieghi in buoni del tesoro ordinari e novennali, saliti da 6,8 a 44,0 miliardi, ossia dal 29 al 67 per cento del complesso dei titoli posseduti.

 

 

Nella distribuzione tra le varie categorie di aziende di credito, si osserva che a fine settembre 1943 il 35,7 per cento dei titoli posseduti spettava alle casse di risparmio ed ai monti di pegno di prima categoria; il 29,6 per cento alle banche ordinarie e popolari; il 18,2 per cento agli istituti di credito di diritto pubblico; il 15,9 per cento alle banche di interesse nazionale; lo 0,6 per cento, infine, agli istituti e sezioni di credito fondiario.

 

 

L’incremento relativo in tale forma di investimenti, tra il 1939 ed il settembre 1943, fu inversamente proporzionale alla loro consistenza iniziale: massimo nelle banche di interesse nazionale e nelle banche ordinarie e popolari, minore negli istituti di credito di diritto pubblico, minimo nelle casse di risparmio. Attraverso il comune concorso al finanziamento del tesoro e nonostante la diversità dei caratteri istituzionali e funzionali, gli impieghi delle varie categorie di aziende si sono per tal modo avvicinati all’uniformità.

 

 

Nella relazione per l’esercizio 1942 era contenuto un cenno sull’attività svolta, nel corso dell’anno, dagli istituti che operano nel campo del credito a medio e lungo termine, e cioè: l’Istituto mobiliare italiano, con la sezione autonoma del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, il Consorzio di credito per le opere pubbliche e l’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità; istituti tutti dei quali la presidenza era stata da tempo attribuita, in forza di disposizione di legge, al governatore della Banca d’Italia, per quanto non intercorressero, tra la Banca ed i predetti istituti, rapporti di interessi simili a quelli esistenti col Consorzio per sovvenzioni su valori industriali.

 

 

Già durante il periodo dell’occupazione tedesca il governatore della Banca cessò dalla presidenza degli enti in parola, i quali furono affidati a commissari, trasferitisi nel nord d’Italia; e, quindi, dopo la liberazione di Roma, gli enti stessi sono stati sottoposti ad amministrazione straordinaria, separata e indipendente da quella del nostro istituto.

 

 

Lasciando perciò, a chi spetta, di riferire sull’attività svolta, nel corso dell’anno 1943, dall’ I.M.I., dal Consorzio di credito per le opere pubbliche e dall’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, fa d’uopo qui riferire brevemente intorno all’opera del nostro istituto in prò del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, il quale ha sempre avuto, sin dal suo sorgere, ed ha, tuttora, stretti legami con la Banca d’Italia.

 

 

È opportuno, a questo riguardo, ricordare che il Consorzio fu costituito fin dal 1914 con la partecipazione degli istituti di emissione, dell’Istituto delle opere pie di San Paolo, del Monte dei Paschi di Siena e delle maggiori casse di risparmio, allo scopo di intervenire, in quel delicato momento di vigilia bellica, nel mercato dei valori industriali, consentendo sovvenzioni cambiarie contro pegno di titoli industriali e di materie prime provenienti dall’estero per i bisogni delle industrie nazionali.

 

 

Il Consorzio trasse i mezzi, in parte dal suo capitale, conferito dai partecipanti, e, in maggior misura, dal risconto presso gli istituti di emissione, essendo stato autorizzato a compiere operazioni sino ad importo dieci volte superiore a quello del suo capitale.

 

 

La sua funzione si dimostrò utile tanto nel corso della prima guerra mondiale quanto nel dopoguerra; sicché le sue attribuzioni furono successivamente ampliate, sia aumentando il capitale ed il numero dei partecipanti, concedendo speciali agevolazioni fiscali e dando facoltà di emettere buoni fruttiferi a scadenza fissa – quale mezzo collaterale al risconto per procurare i fondi da impiegare in operazioni attive – sia estendendo queste ultime alle sovvenzioni garantite dal deposito di merci o da manufatti e semi manufatti, allo sconto di note di pegno e di cambiali industriali a due firme e all’esercizio del credito navale assistito da speciale privilegio.

 

 

Attraverso a successive proroghe della sua durata, il Consorzio continuò così ad esercitare la sua attività, quale ente a sé stante, fino al 1936, nel quale anno, in virtù del R. decreto legge 12 marzo 1936, n. 376, pur conservando inalterate le sue funzioni, fu costituito in sezione autonoma dell’Istituto mobiliare italiano. Si spiegò il provvedimento per l’opportunità di unificare l’indirizzo di due enti i quali operavano egualmente nel campo del credito mobiliare: il Consorzio per le sovvenzioni a medio termine (da estinguersi preferibilmente entro il termine massimo di tre anni) e l’I.M.I. per quelle a lungo termine e assistite, di preferenza, da garanzia ipotecaria.

 

 

Peraltro, i due enti conservarono, in tutto, distinta amministrazione e distinta personalità giuridica, tanto che la costituzione del Consorzio in sezione autonoma dell’I.M.I. non si risolse, in effetti, che nel preporre le stesse persone alla presidenza e alla direzione dell’uno e dell’altro ente. Né poteva essere altrimenti, dato che al Consorzio fu, in tale occasione, confermata la facoltà di trarre, come aveva tratto sempre, le sue disponibilità dal risconto presso l’istituto di emissione, e che tale fonte di disponibilità rimase la prevalente, essendo quella dell’emissione dei buoni fruttiferi restata sempre una fonte puramente sussidiaria; mentre l’I.M.I. – a parte il fatto che diverso era e doveva rimanere il carattere delle sue operazioni, rappresentate da mutui a lungo termine, assistiti, di preferenza, come si è accennato, da garanzie ipotecarie – traeva e trae, tuttora, le sue disponibilità esclusivamente dall’emissione di obbligazioni.

 

 

La disposizione che aveva costituito il Consorzio in sezione autonoma dell’I.M.I. è stata abrogata col decreto legislativo luogotenenziale 4 gennaio 1945, che ha ricondotto, con la consegna fatta dall’egregio commissario dott. Paride Formentini, il Consorzio entro la giurisdizione della Banca d’Italia, restituendone la presidenza al governatore, che eserciterà anche i poteri del comitato centrale amministrativo fino a che questo non sia ricostituito.

 

 

Nell’insieme dell’attività del Consorzio, avevano già assunto una notevole rilevanza, nel periodo precedente l’attuale guerra, talune operazioni speciali, le quali non rientravano nel quadro delle ordinarie operazioni a medio termine ed una ancor maggiore hanno assunta nel corso della medesima, sicché il loro volume è diventato ormai di gran lunga la parte prevalente delle operazioni del Consorzio.

 

 

Nello stesso anno 1943, nuove operazioni speciali sono state previste dalle convenzioni stipulate in data 18 gennaio e 11 ottobre 1943 – quest’ultima con l’amministrazione repubblicana – in aggiunta a quelle citate nella relazione sull’esercizio 1942.

 

 

Queste operazioni, che vengono interamente riscontate presso la Banca d’Italia al saggio ridotto del 0,20 per cento e che formano la voce «portafoglio speciale» nel bilancio della Banca[22], salirono nel corso del 1943 da 17.817,3 a 40.292,2 milioni, con un aumento di 22.474,9 milioni.

 

 

Alcune di esse sono assistite dalla garanzia dello stato; per altre lo stato è il debitore di crediti già accertati ma pagabili ratealmente, che sono stati ceduti in garanzia; per altre, infine, è il debitore diretto.

 

 

Deve ancora essere presa in esame da parte delle autorità governative la questione concernente il pagamento delle rate che sono maturate sui crediti relativi alle operazioni in parola, dopo la liberazione dell’Italia meridionale e di Roma, rate il cui pagamento è stato tenuto in sospeso in forza di disposizioni di carattere generale riguardanti tutti gli impegni del genere. Senza contare che ignorasi, in questo caso, quali rate siano state, eventualmente, già pagate al nord, in dipendenza del trasferimento della direzione del Consorzio nell’Italia settentrionale, avvenuto il 2 novembre 1943.

 

 

Esaminando la composizione degli impieghi del Consorzio si rileva quanto questa sia mutata in conseguenza dei compiti estranei al suo istituto che gli furono attribuiti negli anni recenti. Su un totale di operazioni attive di 41.823,6 milioni di lire in vigore al 31 dicembre 1943, appena 1.107,4 riguardano le operazioni ordinarie di suo istituto; il resto, e cioè 40.716,2 milioni, sono operazioni le quali non hanno alcun riferimento agli scopi per cui il Consorzio fu creato e vive. Esse si riferiscono invero:

 

 

Al finanziamento di bonifiche, autostrade ed opere pubbliche straordinarie (R. decreto legge 19 dicembre 1936, n. 2370; legge 11 luglio 1941, n. 809)

per milioni       2.336,4

Al rilievo dei beni alto atesini (legge 27 novembre 1939, n. 1780)

per milioni          383,0

Ad operazioni per certificati trentennali di credito per spese straordinarie del ministero dell’interno: sussidi ai richiamati e copertura dei disavanzi degli enti locali (R. decreto legge 13 giugno 1942, n. 683; R. decreto legge 21 maggio 1942, n. 521)

per milioni     13.550,0

A far fronte a forniture belliche e ad esportazioni di materiali (R. decreto legge 13 gennaio 1941 n. 27; convenzioni 9 luglio 1942 e 18 gennaio 1943)

per milioni     23.987,6

Al rilievo dei beni degli allogeni tedeschi del territorio di Lubiana emigrati nel Reich (convenzione 11 ottobre 1943)

per milioni            35,2

Per un totale, corrispondente alla voce «portafoglio speciale» della Banca d’Italia

di milioni       40.292,2

cui devono aggiungersi provviste di mezzi necessari alle costruzioni della R. marina da riportare

per milioni     40.257,0

Riporto

per milioni     40.257,0

(R. decreto 15 novembre 1938, n. 1873), pure riscontate presso la Banca d’Italia e da questa comprese nel portafoglio ordinario[23]

per milioni          424,0

il che porta il totale delle operazioni a milioni

40.716,2

 

 

Solo in minima parte le operazioni straordinarie ebbero indole riproduttiva economica; ed anche queste non avrebbero potuto essere noverate tra le operazioni bancabili se non fossero state assistite dalla garanzia statale.

 

 

Alcune si sono già risolute in gran parte in perdite; le altre riguardano spese in conto capitale a fondo perduto ed anzi per la massima parte sono spesa che, in linguaggio ordinario, dovrebbero essere dette di esercizio, spese cioè ordinarie di bilancio, a cui lo stato avrebbe dovuto far fronte con le entrate ordinarie o con prestiti propriamente detti. In sostanza, l’intervento del Consorzio ha esclusivamente per effetto di far apparire minore del reale il ricorso alle anticipazioni da parte del tesoro. Nei libri del Consorzio appaiono debitori per circa 41 miliardi di lire taluni industriali, società, enti e ministeri; ma poiché il Consorzio non avrebbe fornito mai quei miliardi senza la garanzia dello stato, in verità debitore di essi è sempre il tesoro. Il Consorzio solo in minima parte si procaccia le somme necessarie allo sconto delle pseudo cambiali ricorrendo al mercato: al 31 agosto 1943, ultima data per cui si dispone di cifre, appena 940 milioni da buoni fruttiferi e 280 milioni da risconto di cambiali presso la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea; importi modesti in confronto dei 40.292,2 milioni attinti dal risconto presso la Banca d’Italia, ossia dall’aumento della circolazione. Il fatto che all’attivo del bilancio della Banca i 40.292,2 milioni sono scritturati con il titolo di «portafoglio speciale» invece che con quello, che sarebbe vero, di anticipazioni straordinarie al R. tesoro, non muta nulla alla logica conseguenza che al passivo debba per altrettanta somma crescere la cifra della circolazione ed è questo soltanto che in realtà conta.

 

 

Laddove le operazioni «ordinarie» del Consorzio giungono sempre al loro termine con risultati ottimi, queste straordinarie non sono causa di alcuna preoccupazione solo perché assistite dalla garanzia dello stato. Epperciò debbo registrare con compiacimento grande il fatto che nessuna nuova operazione di questo tipo è stata compiuta nell’Italia centrale e meridionale dopo l’avvenuta liberazione; e che a taluna iniziale proposta pervenuta di riprendere la mala strada fu efficacemente resistito. Ignoro se nell’Italia occupata dal tedesco si siano compiute nuove operazioni extra vaganti dopo l’agosto del 1943. Certo è che il Consorzio, consolidato ed eliminato a poco a poco secondo i piani di ammortamento il colossale credito verso il tesoro, deve restringersi al puro fine di istituto, che è quello di provveditore di crediti a medio termine sino al massimo di tre anni, fine che soltanto è conforme all’interesse nazionale. Per queste normali operazioni, seppure si riscontrano in qualche non frequente caso ritardi nei rimborsi in dipendenza delle speciali circostanze e distruzioni belliche, un attento loro esame fa constatare invece trattarsi di operazioni sane ed assistite da efficaci garanzie.

 

 

L’ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito, che era stato costituito dalla legge bancaria del 1936, ha cessato praticamente ogni proficua attività in Roma alla fine del 1943, dopo il trasferimento degli uffici a Bergamo. Gli uffici rimasti in Roma si chiusero definitivamente il 31 marzo 1944.

 

 

L’attività dell’Ispettorato, che già ho avuto occasione di richiamare nei suoi riferimenti alla materia dell’emissione di valori mobiliari ed a quella dei depositi bancari, ebbe ancora carattere di organicità nella prima parte dell’anno: successivamente si svolse in modo frammentario. Per tutto l’anno essa fu strettamente legata agli avvenimenti militari.

 

 

Questi erano andati determinando una crescente difficoltà di comunicazioni per cui – in relazione alla eventualità che da qualche legione non si potesse corrispondere celermente, od affatto, con gli organi centrali di controllo – l’Ispettorato provvide, con istruzioni in data 18 settembre 1943, a delegare, per la durata della guerra, i suoi poteri di ordinaria amministrazione alla Banca d’Italia la quale, a sua volta, ne investi le proprie filiali stabilite in tutte le provincie.

 

 

Verso la fine dell’anno, quando alle aziende di credito a carattere nazionale aventi la sede a Roma fu imposto di trasferire le rispettive direzioni centrali e gli organi amministrativi responsabili nell’Italia settentrionale, le aziende provvidero a costituire appositi uffici al nord con caratteristiche di direzioni generali; ma praticamente, mediante opportuni accorgimenti, fu mantenuta in Roma una organizzazione valida con il nucleo migliore dei funzionari e fu altresì evitato il trasferimento dei titoli di proprietà e di terzi.

 

 

Particolare attenzione fu portata, da parte dell’Ispettorato del credito come della Banca d’Italia, al problema della salvaguardia del patrimonio mobiliare rappresentato dai titoli di stato esistenti presso le aziende intervenendo perché fossero emanate norme di carattere generale, atte a tutelare gli interessi dei possessori di fondi pubblici nella eventualità di una distruzione per fatto bellico.

 

 

Al riguardo va osservato che, mentre durante il conflitto passato si ritenne sufficiente rinviare alle norme comuni del codice di commercio ed alle disposizioni speciali per i profughi delle provincie venete, l’accresciuta circolazione dei titoli di stato ed i maggiori mezzi distruttivi usati nella guerra attuale – per cui nessuna parte del territorio nazionale ha potuto praticamente considerarsi al sicuro da offese belliche – esclusero la possibilità di adottare i medesimi criteri seguiti nel precedente conflitto rendendosi quindi indispensabili norme organiche che offrissero ogni possibile salvaguardia sia allo stato che ai portatori di titoli.

 

 

Si pervenne così alla emanazione del R. decreto legge 23 aprile 1943, n. 286, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 4 maggio 1943, che consente sotto determinate condizioni, il risarcimento del danno derivante dalla distruzione oltre che dei titoli di stato al portatore veri e propri; anche dei buoni fruttiferi della Cassa depositi e prestiti e delle cartelle di credito comunale e provinciale. Il risarcimento effettuato mediante consegna al danneggiato di altrettanti titoli della medesima specie e di uguale capitale nominale di quelli distrutti, sia di nuova emissione sia acquistati sul mercato dalle amministrazioni interessate.

 

 

Il provvedimento in parola ha dovuto necessariamente stabilire rigorose e preventive cautele allo scopo di evitare all’erario l’alea di conseguenze nocive. Le tassative disposizioni concernenti la precostituzione degli elementi di prova rappresentano un elemento di garanzia sia per lo stato sia per i portatori di titoli, in quanto l’esperienza del precedente conflitto mondiale insegna che in difetto di tali elementi le apposite commissioni furono indotte a seguire criteri restrittivi per cui il risarcimento di titoli di stato distrutti veniva ammesso soltanto in rarissimi casi.

 

 

In seguito alla pubblicazione del decreto, l’Ispettorato impartì le istruzioni in merito ai rapporti che le aziende dovevano avere con esso ai fini dell’adempimento delle disposizioni emanate dal governo.

 

 

Alla Banca d’Italia fu affidato a mezzo dei propri funzionari e per conto dell’Ispettorato, il compito degli accertamenti contemplati dal decreto riguardo alle aziende di credito ammesse a beneficiare delle agevolazioni previste. Il numero di tali aziende fu di 412, con 2.632 dipendenze o centri di deposito e una consistenza denunziata di titoli ammontante, alla data del 31 maggio 1943, a 90 miliardi di lire circa.

 

 

Nel novembre, in vista dei numerosi trasporti di valori, anche i titoli viaggianti, nei cui riguardi fosse stata concessa dall’Ispettorato debita autorizzazione, furono dall’amministrazione repubblicana (decreto ministeriale 12 novembre 1943) ammessi alle agevolazioni contemplate dal decreto legge.

 

 

In altro campo, quello degli ammassi dei prodotti agricoli, per analoghe esigenze di tutela delle condizioni di esercizio delle aziende di credito, si poté ottenere che lo stato garantisse il buon fine delle operazioni di finanziamento effettuate dalle aziende di credito, nei casi di distruzione o sottrazione di prodotti conferiti.

 

 

L’ammasso fu effettuato nel 1943/44 per sedici prodotti: avena, bozzoli, canapa, cotone, fave, grano, granoturco, lana, mandorle, nocciole, olio, orzo, risone, segale, semi oleosi e zafferano.

 

 

L’Ispettorato provvide, come negli anni precedenti, a ripartire i relativi finanziamenti tra le aziende di credito, intervenendo, quando necessario, a regolare la materia e seguendo l’andamento generale delle operazioni.

 

 

Per il pagamento dei prodotti conferiti, venne mantenuto il sistema della bolletta piazzata, facendosi però obbligo alle banche finanziatrici di pagare le bollette domiciliate presso di esse anche se presentate da altre aziende di credito, anziché direttamente dal conferente.

 

 

Per la campagna 1944/45 non essendosi potuto materialmente provvedere alla ripartizione dei finanziamenti tra le varie aziende di credito interessate e dovendosi, d’altra parte, assicurare il finanziamento della campagna stessa già iniziata e inoltrata per molti prodotti, è stato deciso di applicare le stesse quote di ripartizione dell’anno precedente.

 

 

Il governo si è inoltre impegnato a sistemare periodicamente le pendenze con gli istituti finanziatori per la parte di finanziamento eccedente il prezzo del prodotto, e da parte del servizio di vigilanza su le aziende di credito si sta provvedendo, d’intesa con gli organi ministeriali competenti, alla raccolta dei dati concernenti i residui delle passate gestioni onde addivenire, il più sollecitamente possibile, alla loro sistemazione.

 

 

Nessuna variazione di rilievo nelle condizioni di esercizio delle aziende di credito si ebbe durante il 1943 nei riguardi dei saggi delle operazioni di raccolta e d’impiego. Poche, infatti, e di scarsa importanza furono le modificazioni e le aggiunte apportate alle «condizioni e norme per le operazioni ed i servizi di banca» che già negli anni precedenti erano state adeguate alla situazione del mercato monetario e finanziario creata dalla guerra.

 

 

Con ritmo più lento che negli anni precedenti, continua nell’anno in esame la tendenza alla riduzione del numero delle aziende di credito.

 

 

Il numero delle aziende iscritte all’albo si ridusse infatti da 2.099 alla fine del 1942 a 1.997. La riduzione di 102 aziende corrisponde al numero di quelle radiate dall’albo per chiusura della liquidazione (96), per incorporazione (3), per inibizione della raccolta dei depositi (2) e per cessazione di attività (1).

 

 

Considerando partitamente le aziende in esercizio e quelle in liquidazione si osserva che il numero delle prime si ridusse, nell’anno, da 1.493 a 1.469, quello delle seconde da 606 a 528. La causa di eliminazione di gran lunga più importante fu perciò costituita dalla chiusura di procedure di liquidazione.

 

 

L’adozione di provvedimenti per il passaggio in liquidazione di aziende di credito fu contenuta nel 1943 ad un ristretto numero di casi, essendo la procedura divenuta eccezionale e comunque assai meno frequente che nel passato. Infatti, durante l’anno in esame soltanto 18 aziende di credito iniziarono la loro liquidazione: 11 volontariamente e 7 – tutte casse rurali – perché assoggettate d’autorità a tale procedura. Poiché nell’anno si chiusero 96 procedure, il numero delle aziende in liquidazione al 31 dicembre discese da 606 a 528. Delle 96 procedure chiuse, 24 riguardavano liquidazioni coattive disposte in precedenza dall’Ispettorato. Il notevole numero delle procedure chiuse riflette l’energica azione svolta dagli organi di controllo nonostante le difficoltà del periodo per ottenere il rapido svolgimento e la sollecita definizione delle procedure stesse.

 

 

Quest’azione ebbe modo di esplicarsi sopratutto nel campo delle casse rurali ed artigiane, dove il numero relativamente alto delle procedure ha offerto la possibilità di continuare efficacemente l’opera che per anni è stata esplicata nell’intento di eliminare gli organismi meno solidi nell’interesse delle masse dei creditori composte essenzialmente di piccoli risparmiatori dei ceti rurali.

 

 

Le domande di incorporazione furono 20 e quelle per il rilievo di attività e passività 6. Delle 26 domande, 16 furono accolte. Su 4 richieste intese ad ottenere il rilievo di 4 filiali, fu concesso il nulla osta limitatamente a 3.

 

 

Da parte di 21 aziende di credito (banche 8, casse di risparmio e monti di credito su pegno 12, casse rurali ed artigiane 1) venne chiesto di poter istituire 38 nuove filiali. L’Ispettorato, attenendosi ai noti criteri restrittivi in ordine all’apertura di nuovi sportelli, consentì l’apertura soltanto per 8. Poiché durante l’anno si chiusero 25 sportelli, si ebbe una riduzione netta di 17 unità. Il numero degli sportelli in esercizio si ridusse, infatti, da 6.872 a 6.855.

 

 

A completare il quadro della materia disciplinata dall’Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito e dal servizio vigilanza su le aziende di credito della Banca d’Italia, si aggiunge che:

 

 

  • per l’esercizio del credito agrario – su 3 domande presentate, una ne fu accolta, mentre si provvide alla revoca di 7 autorizzazioni accordate in precedenza, essendosi constatato che le aziende che ne fruivano non avevano raggiunto risultati adeguati in tale specifico campo di attività;
  • per l’esercizio del credito pignoratizio – l’Ispettorato accolse 6 domande su 7 presentate, mentre su 72 richieste avanzate da altrettante agenzie di prestiti su pegno accordò il nulla osta per 69 rinnovazioni;
  • per l’esercizio di servizi di cassa a domicilio – furono avanzate 10 domande per 12 servizi: ne furono accolte 7 ;
  • per il trasferimento di sedi e dipendenze: 56 domande di cui 52 accolte;
  • per la nomina di corrispondenti privati: 28 domande riguardanti 36 piazze, delle quali 16 accolte;
  • per l’assunzione dei servizi di esattoria e tesoreria: 16 domande riflettenti 16 servizi, di cui 14 autorizzati; per l’apertura di sportelli temporanei presso fiere, manifestazioni varie, ecc.: 4 domande, di cui 2 accolte;
  • per l’estensione di attività: 2 domande per 187 località, delle quali nessuna autorizzata; per il cambiamento nella forma di costituzione: 3 domande, tutte accolte;
  • per l’emissione di assegni circolari – non furono accolte le domande avanzate da 3 aziende di credito per essere autorizzate ad emettere assegni circolari, mentre tale autorizzazione fu concessa a 2 enti di particolare importanza;
  • per i fidi eccedenti – le richieste di deroga in materia di fidi eccedenti il limite legale furono 183 per complessive lire 2.392.164.320 contro 214 per complessive lire 1.947.842.098 presentate nell’anno 1942. Di tali richieste, 163 per un importo totale di lire 2.222.014.320 furono accolte. Ad esse vanno aggiunte 96 proroghe consentite per un ammontare complessivo di lire 779.331.870, concernenti autorizzazioni accordate negli anni decorsi.

 

 

I fidi eccedenti in essere alla fine dell’esercizio decorso erano rappresentati da 224 partite per un ammontare globale di lire 3.465.020.000 e segnavano, nei confronti delle cifre risultanti alla fine dell’esercizio 1942, una diminuzione di 9 partite ed un aumento dell’importo globale di lire 1.004.082.258 in massima parte dovuto ai finanziamenti di congiuntura.

 

 

L’opera tecnica di vigilanza sulle aziende di credito, affidata alla Banca d’Italia fin dal 1926, si esplicò, come di consueto, attraverso gli organi centrali e periferici.

 

 

Furono compiuti 32 accertamenti ispettivi, che fanno salire a 4.722 il numero delle ispezioni eseguite dall’entrata in vigore delle leggi sul controllo bancario a tutto il 1943.

 

 

Soppresso l’Ispettorato del credito dal decreto legislativo luogotenenziale 14 settembre 1944, n. 226, sono state mantenute alla Banca d’Italia le funzioni di vigilanza su le aziende di credito raccoglitrici di risparmio a breve e medio termine, per delega del tesoro.

 

 

Oggi che tra i problemi principali del rinnovamento della vita nazionale si pongono quelli delle forme di gestione del credito, è di grande interesse osservare l’indole dei vari istituti di credito i quali attendono alla raccolta dei risparmi e dei fondi disponibili nel nostro paese. Per ora e sino a quando l’Italia non sarà interamente liberata, noi conosciamo soltanto cifre che per quanto riguarda i depositi bancari in generale si riferiscono al 30 settembre 1943 e per quanto riguarda i depositi a risparmio e i buoni postali fruttiferi presso le casse postali al maggio 1943 (si ha ragione di ritenere che in queste ultime, tra il maggio e il settembre 1943, non ci furono variazioni degne di nota); ma che nelle linee generali danno testimonianze chiare di uno stato di fatto attuale, al quale forse non si dà sempre comunemente la significazione che è indubbiamente sua propria.

 

 

Se noi facciamo la somma totale dei depositi a risparmio e in conto corrente e dei conti di corrispondenza, ossia di quella alla quale si usa dare nome di «massa fiduciaria», i risultati sono questi:

 

 

  • I depositi a risparmio e in buoni fruttiferi presso le casse postali ammontavano a 61.812 milioni di lire.
  • I depositi totali (a risparmio, in conto corrente e conti di corrispondenza) degli istituti di credito di diritto pubblico, e cioè del Banco di Napoli e di quello di Sicilia, del Monte dei Paschi di Siena, dell’Istituto di San Paolo di Torino e della Banca nazionale del lavoro, giungevano a 29.795 milioni di lire; quelli delle banche di interesse nazionale (Banca commerciale italiana, Credito italiano e Banco di Roma) a 37.096 milioni;
  • quelli delle Casse di risparmio ordinarie e dei monti di credito su pegno di prima categoria a 33.590 milioni. Finalmente i depositi delle aziende di credito ordinario da una parte e delle banche popolari e cooperative dall’altra salivano rispettivamente a 25.872 e 16.899 milioni.

 

 

Se noi poniamo mente:

 

 

  • che le casse postali di risparmio sono gerite direttamente dallo stato;
  • che gli istituti di credito di diritto pubblico, le banche, di interesse nazionale e le casse ordinarie di risparmio sono enti pubblici, taluni di essi, come la Banca nazionale del lavoro, di spettanza diretta del tesoro ed altri, come le tre banche di interesse nazionale, di spettanza indiretta, attraverso l’I.R.I., del tesoro medesimo;
  • che le banche popolari e cooperative sono gerite con criteri informati all’interesse prevalente di coloro i quali si giovano dei servizi bancari;
  • che soltanto le aziende di credito ordinario, pur essendo sottoposte, come le altre, alla vigilanza della Banca d’Italia, possono essere considerate come banche di carattere privato; si deve concludere che la massa fiduciaria, che in totale ammontava nell’intera Italia a 205 miliardi e 64 milioni:
  • per il 30 per cento circa è amministrata direttamente dallo stato;
  • per il 49 per cento è amministrata da enti pubblici o controllati dallo stato;
  • l’8 per cento è amministrata da enti cooperativi;
  • e solo per il 13 per cento è gerita con criteri privatistici, ed anche questi sottoposti alla vigilanza dell’istituto di emissione.

 

 

Questi dati, anche se approssimativi, meritano di essere meditati. Li addito a coloro i quali invocano nazionalizzazione di banche. Questa, nel nostro paese, è cosa fatta. Il problema da studiare è un altro: quali risultati la già avvenuta nazionalizzazione del sistema bancario abbia avuto; se i metodi accolti siano tutti adeguati al fine e se il campo riservato alla gestione privata, ossia indipendente dai poteri pubblici, non sia per avventura già ora troppo ristretto: un ottavo appena della totale massa fiduciaria essendo oggi riservato alle banche ordinarie e un dodicesimo a quelle cooperative. Il canone supremo al quale il banchiere deve ubbidire: amministra i denari che ti sono affidati come fossero cosa sacra, che un giorno più o meno vicino puoi essere chiamato a restituire; questo canone ultimo, alla cui corte sarà giudicato ogni capo di banca, è osservato meglio o peggio quando dietro a chi deve restituire si profila l’ombra tutrice dello stato? Opino che in siffatta materia come in quasi tutte quelle economiche, la soluzione non possa mai essere univoca. La scoverta del confine ottimo fra il campo privato e quello pubblico; ecco il problema, tutto empirico, adatto alle mutevoli circostanze dei tempi e dei luoghi, che fa d’uopo ogni giorno nuovamente risolvere.

 

 

L’ufficio di questa amministrazione centrale incaricato dei compiti di controllo delle operazioni valutarie ha continuato ad esplicare, durante il 1943, malgrado le particolari circostanze del momento, le proprie attribuzioni di collegamento tra il ministero per gli scambi e per le valute e l’Istituto nazionale per i cambi con l’estero da una parte e le filiali della Banca dall’altra. Le funzioni di vigilanza e di controllo su ditte non bancarie e su privati, esercitate per conto dell’Istituto dei cambi, sono state adempiute con scrupolosità e non si è mancato di far osservare le tassative norme vigenti in materia valutaria. Segnatamente nel primo semestre 1943 l’I.N.C.E. si è valso dell’ufficio per disporre accertamenti ispettivi presso società o ditte responsabili di irregolarità o di infrazioni valutarie.

 

 

Si è curato altresì di portare tempestivamente a conoscenza delle filiali, per la pratica attuazione, le disposizioni valutarie di carattere sempre più restrittivo – specie in materia di esportazioni ed importazioni, nonché di viaggi all’estero – emanate dal ministero per gli scambi e per le valute e dall’Istituto dei cambi.

 

 

Fra i provvedimenti emanati nel campo valutario, merita ricordo solo il decreto ministeriale 14 luglio 1943, con il quale fu eliminata una lacuna del decreto ministeriale 8 dicembre 1934, rendendosi obbligatoria l’offerta in cessione all’Istituto dei cambi delle valute estere, ivi comprese le monete d’oro, di cui le persone di nazionalità italiana, residenti nel Regno, fossero già in possesso o vi pervenissero in dipendenza di operazioni anche non commerciali. Le filiali della Banca raccolsero e trasmisero all’Istituto dei cambi 44 denuncie di oro e 416 di valuta estera, per un complessivo controvalore – ai cambi fissati dal decreto ministeriale 14 luglio 1943 – di lire 1.463.745.

 

 

La riserva, rappresentata da oro in cassa, al 31 dicembre 1943 ammontava a 2.237,3 milioni, con una diminuzione di 435,3 milioni rispetto al 31 dicembre 1942.

 

 

Tale diminuzione fu determinata:

 

 

  • per 97,6 milioni da eccedenza delle cessioni fatte nell’anno all’Istituto nazionale per i cambi con l’estero sugli acquisti all’interno;
  • per 337,7 milioni dall’esclusione, dalla cifra di bilancio per il 1943, di 15.795 chilogrammi di oro corrispondenti agli impieghi che la Banca dei regolamenti internazionali intratteneva in Italia nella forma di sconto di portafoglio del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali e di saldi di conti col nostro istituto. Questo ammontare d’oro è stato trasferito alla B.R.I. nell’aprile del 1944.

 

 

La riserva residua era costituita da 104.639 chilogrammi di oro. Di questi, 10.784 chilogrammi erano vincolati a garanzia di una anticipazione concessa nel settembre 1940 all’Istituto nazionale per i cambi con l’estero da un gruppo di banche svizzere, e sono stati spediti alla Banca nazionale svizzera nell’aprile 1944.

 

 

Il rimanente era costituito dall’oro in libera proprietà della Banca, e si trovava quasi totalmente – e precisamente per 92.262 chilogrammi – presso l’amministrazione centrale. Questo quantitativo, insieme con 5.957 chilogrammi di proprietà di altri enti, fu asportato per intero in seguito a fraudolenti accordi tra le autorità germaniche e le sedici autorità italiane.

 

 

Il governo italiano ha già fatto dei passi presso i governi degli stati neutrali per salvaguardare i diritti degli enti interessati, nel caso che l’oro in questione possa essere trasferito nei territori di tali stati. Ed ancora prima della scoperta recente di una massa cospicua d’oro in territorio tedesco conquistato dagli alleati, la Banca d’Italia aveva fornito al ministero degli esteri le caratteristiche esatte di ogni lingotto asportato dai tedeschi ed il ministero degli esteri aveva fatto pervenire in proposito una nota ai governi di Londra, Washington e Mosca.

 

 

La voce oro depositato all’estero dovuto dallo stato, costituita dal noto credito in oro di 483,6 milioni di lire 1914 per le specie auree della Banca depositate all’estero, durante la grande guerra, in occasione dell’accensione di debiti bellici, era invariata nella cifra di 1.772,8 milioni.

 

 

Giova, a questo punto, osservare che se con la consegna dell’oro ai tedeschi poteva praticamente ritenersi annullata la riserva aurea della Banca d’Italia – i pochi 34,0 milioni di lire (1 tonn. e 593 kg.) residui figuranti oggi nelle situazioni delle filiali nelle colonie ed altrove non essendo tutti sicuri – la volatilizzazione di essa aveva origini più lontane.

 

 

Pur non oltrepassando i limiti di spazio imposti alla presente relazione dalla data sua di riferimento, si può ricordare che all’inizio della grande guerra passata, il 31 dicembre 1914, l’oro in cassa posseduto dalla Banca d’Italia era di 324,6 tonnellate e che esso, nonostante il deposito poi fatto a Londra di 106 tonnellate, al 31 dicembre 1922 ancora giungeva a 256,6 tonnellate. Grazie al trasferimento nelle nostre casse delle riserve dei banchi meridionali, alla cessione da parte dello stato dei 90 milioni di dollari del Prestito Morgan e ad altre simiglianti sopravvenienze, l’oro in cassa saliva, dopo la riforma monetaria del 21 dicembre 1927, a 360,1 tonnellate, nonostante che l’oro depositato a Londra fosse nel frattempo stato portato a 146,3 tonnellate. Crebbe ancora sino al massimo di 561,6 tonnellate alla fine del 1933 in virtù della politica previggente seguita nel frattempo di trasformare gradatamente in oro effettivo parte della riserva equiparata consistente in divise. Da quella data, fine dicembre 1933, comincia la discesa: 460,2 tonnellate alla fine del 1934, 239,7 alla fine del 1935, 185,2 alla fine del 1936, per finire a 120,4 tonnellate al 10 settembre 1943. Quando i tedeschi si impadronirono di quel che restava, il più era già venuto meno. La diminuzione totale era stata anzi maggiore di quel che appare dal confronto fra il massimo di 561,6 tonnellate alla fine del 1933 ed il minimo di 120,4 il 10 settembre 1943; ché, aggiungendo all’oro la riserva in divise equiparata, ossia permutabile sul mercato in oro, il massimo totale era stato toccato alla fine del 1927 con 12.105,9 milioni in lire 1927, ed era disceso quasi continuativamente sino al minimo, sempre nelle stesse lire 1927, di 1.520,8 milioni al 10 settembre 1943. Le cause della diminuzione sono siffattamente complesse che non è neppur pensabile il tentativo di analizzarle in questa nostra breve ora. A guisa di elenco puramente cronologico, senza alcuna pretesa di indicazione di un rapporto di causa ad effetto, si può segnalare in primo luogo la circostanza che l’arricchimento delle riserve nella prima fase è contemporaneo ai grandi prestiti contratti tra il 1925 ed il 1933 dallo stato e da ditte ed enti italiani all’estero per 404,4 milioni di dollari; e l’impoverimento di esse alle erogazioni di valuta sia per l’ammortamento degli stessi prestiti (1.246,7 milioni di lire tra il 1927 ed il 1934), sia, e più, per il pagamento degli interessi: 3.220,3 milioni di lire. Fra il 1935 ed il 1940, data alla quale cessano gli ammortamenti dei debiti esteri, questi importarono un onere di altri 2,3 miliardi di lire circa. La riserva della Banca d’Italia dovette provvedere a siffatta emorragia, insieme a quella derivante dal saldo passivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, saldo che non sarebbe stato così forte se su di esso non avessero gravato gli eccezionali oneri valutari derivanti dalla guerra di Spagna e da quella di Etiopia.

 

 

Le osservazioni ora fatte non vogliono essere una condanna dei prestiti esteri, quasi ché essi siano destinati sempre e solo, come era già accaduto per il prestito dei 644 milioni per l’abolizione del corso forzoso nel 1882, e di nuovo si verificò per i prestiti connessi con la riforma monetaria del 1927, a creare una breve illusoria euforia, susseguita dal lungo pentimento della restituzione dell’oro ricevuto accresciuto dei suoi interessi. La condanna sarebbe ingiusta, perché noi italiani possiamo ricordare altri prestiti, fra il 1850 ed il 1880, i quali potentemente contribuirono alla formazione, anzi alla costruzione economica dell’Italia; ed, interamente rimborsati o riscattati, lasciarono a noi una eredità attiva di impianti e di redditi. Se altri prestiti saranno in avvenire contratti all’estero, dovremo star lontani dall’innestarli su un fondamento di mero prestigio, come fu dopo il 1882 una politica di investimenti pubblici e privati alquanto superiore alle possibilità nostre ed assai più nel 1927 il mantenimento dei cambi al livello artificioso determinato dalla quota 90.

 

 

Il portafoglio su piazze italiane sommava, per la parte normale, a 5.474,9 milioni, con una riduzione di 869,2 milioni rispetto alla consistenza di un anno prima, che era di 6.344,1 milioni.

 

 

L’analisi delle variazioni intervenute nell’anno deve essere riferita alle cifre della seconda decade di dicembre, per la quale si dispone del dettaglio delle operazioni che concorrono a formare la consistenza totale del portafoglio.

 

 

Al 20 dicembre 1943, adunque, questa consistenza era di 5.309,7 milioni, costituiti per 5.176,0 milioni da risconti e per 133,7 milioni da residui di sconti diretti. A sua volta, la consistenza del risconto era formata per 3.123,8 milioni da effetti riguardanti gli ammassi; per, 43,6 milioni da buoni del tesoro riscontati ad aziende di credito; per i residui 2.008,6 milioni da risconto normale, di cui 1.531,4 milioni a favore del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali e 477,2 milioni a favore di altre aziende ed istituti di credito.

 

 

Gli sconti diretti erano costituiti per 44,4 milioni da operazioni in liquidazione di sconto a privati; per i rimanenti 89,3 milioni da sconti di note di pegno (6,5 milioni), sconti di buoni del tesoro a favore di privati (11,7 milioni), sconti relativi al riscatto dell’imposta straordinaria sul capitale delle società per azioni (18,6 milioni) e sconti ordinari nelle colonie (52,5 milioni).

 

 

Rispetto ad un anno prima la consistenza totale al 20 dicembre del portafoglio ordinario segnava una diminuzione di 1.192,1 milioni, alla quale concorrevano diminuzioni di 1.173,2 milioni nel risconto a favore del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali; di 150,4 milioni nel rimanente risconto ordinario; di 192,4 milioni nel risconto di buoni del tesoro e di 108,7 milioni negli sconti diretti. Solo il risconto di effetti riguardanti gli ammassi segnava un aumento di 432,6 milioni.

 

 

Questo aumento, e la diminuzione nel risconto di buoni del tesoro, devono mettersi in relazione con la tendenza delle aziende di credito bisognose dell’assistenza dell’istituto di emissione a cedere preferibilmente il portafoglio ammassi anziché carta nascente da operazioni intrattenute con l’ordinaria clientela ed a servirsi dello strumento delle anticipazioni passive anziché del risconto. A ciò si aggiunga la diminuzione del portafoglio ordinario delle banche in dipendenza della riduzione del volume degli scambi e del fatto che il regolamento di quelli trattati avviene preferibilmente in contanti.

 

 

La contrazione della richiesta di risconto è stata particolarmente forte nell’Italia liberata in relazione al turbamento ed alla parziale inattività dei primi tempi successivi al passaggio della guerra in queste regioni.

 

 

Il portafoglio speciale della Banca alla fine del 1943 ammontava a 40.292,2 milioni, come già dissi nell’esporre la situazione del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali.

 

 

La consistenza degli effetti ricevuti per l’incasso era di 7,5 milioni. Al 31 dicembre 1943, i corrispondenti incaricati del servizio di incasso degli effetti cambiari nelle località in cui la Banca non è stabilita erano 599 e rendevano bancabili 3.233 piazze.

 

 

Le anticipazioni ascendevano a 7.213,3 milioni, con un aumento di 171,4 milioni rispetto al 31 dicembre 1942. Di esse 7.212,8 milioni rappresentavano anticipazioni su titoli dello stato e su gli altri titoli ammessi dalle norme statutarie, e 0,5 milioni anticipazioni su sete e bozzoli.

 

 

Dei 7.212,8 milioni di anticipazioni su titoli, 6.855,8 milioni erano costituiti da anticipazioni al saggio normale, 146,9 milioni da anticipazioni cambiarie a saggi vari eseguite dalle filiali coloniali, 7,2 milioni da anticipazioni al 5 per cento su titoli del prestito redimibile immobiliare 1936[24]; 202,9 milioni da anticipazioni a saggio ridotto, di cui 0,4 milioni eseguite al 4 per cento dalle filiali coloniali su titoli di rendita 5 per cento e 202,5 milioni al 3 e mezzo per cento a favore dei due banchi meridionali e della Cassa depositi e prestiti.

 

 

I titoli di proprietà della Banca, costituiti esclusivamente da titoli dello stato o da questo garantiti, sommavano a 899,2 milioni con una differenza in meno di 48,8 milioni rispetto alla consistenza alla fine dell’esercizio precedente.

 

 

I conti correnti attivi per prorogati pagamenti presso le stanze di compensazione ammontavano a 29,9 milioni, con una diminuzione di 211,3 milioni rispetto all’esercizio precedente.

 

 

Gli immobili per gli uffici figuravano in bilancio per 89,1 milioni. Durante l’esercizio 1943 furono ultimati i lavori di costruzione dei nuovi stabili per le filiali di Pola, La Spezia e Taranto. Secondo le informazioni raccolte a tutt’oggi, danni ingenti hanno subito, per offese belliche, numerosi immobili: debbono considerarsi distrutti quelli di Arezzo e Civitavecchia; semidistrutti quelli di Ancona, Cosenza, Pesaro, Viterbo (vecchio stabile) e Frosinone. Quelli di Livorno, Napoli (sede ed agenzia), Palermo, Avellino, Benevento, Cagliari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Chieti, Messina, Pescara, Pistoia, Reggio Calabria, Salerno, Siracusa, Terni, Trapani, Viterbo (nuovo stabile), Cesena, Faenza, Littoria, Marsala e Sora hanno subito danni di notevole entità; mentre quelli di Bari, Firenze, Agrigento, Campobasso, Caserta, Castellammare, Foggia, Forlì, Perugia, Pisa, Potenza, Taranto, Barletta, Crotone, Grosseto, Prato e Rimini sono stati lievemente danneggiati.

 

 

Per quanto concerne gli immobili resi inabitabili, è stato provveduto, per ora, a prendere in affitto dei locali in modo da assicurare il funzionamento degli stabilimenti; per altri immobili si è subito provveduto ad iniziare i lavori di riparazione strettamente necessari.

 

 

Durante l’esercizio 1943 l’attività edilizia del nostro istituto, per effetto della situazione contingente, si è dovuta limitare al proseguimento dei lavori iniziati negli anni precedenti ed alle riparazioni più urgenti agli stabili danneggiati da offese belliche.

 

 

La voce Istituto per la ricostruzione industriale appariva all’attivo nel consueto importo di 4.708,1 milioni, che risultò dalla unificazione dei debiti dell’I.R.I. e delle aziende da esso dipendenti verso la Banca d’Italia, attuata con la convenzione del 31 dicembre 1936 tra il ministero delle finanze, l’I.R.I. e la Banca d’Italia.

 

 

Con tale convenzione fu stabilito che il regolamento del debito fosse effettuato in 35 anni in base ad un piano di ammortamento contemplante il versamento annuo di una quota fissa in conto capitale di lire 46.171.658,50 e la capitalizzazione degli interessi sul fondo di ammortamento al saggio del 3,50 per cento.

 

 

Per l’attuazione del piano, l’I.R.I. trasferì alla Banca, a titolo di deposito permanente e indistraibile durante i 35 anni e a titolo di proprietà alla fine del trentacinquennio, una massa di titoli di rendita 5 per cento per il valore nominale di lire 1.629.647.800. Il reddito annuale del deposito in lire 81.482.390 viene destinato per l’importo anzidetto di 46.171.658,50 a costituire la quota annuale di ammortamento, e per l’eccedenza di lire 35.310.731,50 è assegnato alla Banca quale interesse, nella misura dello 0,75 per cento annuo, sull’intero ammontare iniziale del debito unificato.

 

 

Il fondo ammortamento I.R.I. costituito in applicazione del piano ammontava, alla fine del 1943, a 359,2 milioni.

 

 

Al 31 dicembre 1943 le anticipazioni temporanee al tesoro, fatte a norma dell’art. 2 del decreto ministeriale 31 dicembre 1936, ascendevano a 1 miliardo e le anticipazioni straordinarie su buoni del tesoro ordinari a 79 miliardi.

 

 

L’importo delle anticipazioni ordinarie era rimasto pertanto invariato allo stesso livello dell’anno precedente, mentre quello delle anticipazioni straordinarie era aumentato di 30 miliardi.

 

 

Nel medesimo intervallo, il conto corrente del tesoro passava da un saldo creditore di 5.386,6 milioni ad un saldo debitore di 47.284,0 milioni, per cui, durante l’esercizio 1943, l’indebitamento del tesoro verso la Banca aumentava in complesso di 82.670,6 milioni.

 

 

Con movimento quasi parallelo la circolazione dei biglietti aumentava nell’anno di 83.311,3 milioni, salendo da 73.320,3 milioni alla fine del 1942 a 156.631,6 milioni alla fine del 1943.

 

 

Nel primo semestre 1943, l’ulteriore espansione della circolazione fiduciaria si svolse con ritmo sensibilmente più accelerato di quello dello stesso periodo dell’anno precedente. Il tesoro dello stato aveva, invece, fatto più limitato ricorso diretto al mercato a causa della sfavorevole situazione psicologica dovuta all’andamento avverso delle operazioni militari. A fine giugno l’ammontare dei biglietti in circolazione raggiungeva l’importo di 91 miliardi di lire con un aumento di 18 miliardi rispetto alla fine del dicembre 1942, corrispondente ad un incremento medio mensile di circa 3 miliardi.

 

 

Un forte perturbamento si manifestò nel successivo mese di luglio, in relazione alle vicende politiche e militari che determinarono l’accentuarsi del fenomeno del tesoreggiamento, segnatamente nelle provincie meridionali.

 

 

Nel corso del mese si ebbe, infatti, un aumento della circolazione di oltre 14 miliardi, che insieme agli 8 miliardi del successivo mese di agosto, formano un totale di oltre 22 miliardi, considerevolmente superiore alla espansione dell’intero semestre precedente.

 

 

Nell’Italia centro settentrionale le vicende del settembre, determinando un anormale ricorso del pubblico alle disponibilità possedute presso le aziende di credito, addussero ad un ulteriore accrescimento della circolazione per 15 miliardi.

 

 

Le autorità prefettizie, al fine di porre un freno al crescente esodo dei biglietti dagli istituti di credito, avevano, in mancanza di provvedimenti governativi, adottato misure restrittive dei prelevamenti dai depositi bancari, specie in taluni dei maggiori centri dell’Italia settentrionale, dove più acuta si era manifestata la deficienza di numerario; e si erano adoperate altresì a dare ancora maggiore diffusione all’uso degli assegni e dei vaglia nei pagamenti. I provvedimenti non si dimostrarono tuttavia atti, anche a causa della loro limitata applicazione territoriale, a risolvere la situazione, la quale si inasprì in ottobre in seguito al diffondersi di voci circa l’annullamento d’autorità dei biglietti da 1000 e da 500; voci che indussero il pubblico a fare maggiore richiesta di quelli da 100 e da 50 per disfarsi, attraverso il cambio, dei tagli superiori, alimentando una sia pure transitoria attività speculativa nel cambio, che in qualche caso diede luogo alla corresponsione di un premio.

 

 

Le limitazioni deliberate nell’ottobre dal comitato dei ministri della cosidetta repubblica in materia di prelevamenti dai depositi e dai conti correnti di qualunque natura intrattenuti dalle aziende di credito, contennero l’esodo di valuta dalle banche mentre si andavano temperando le manifestazioni di panico, al cui nascere non era stata del tutto estranea l’apparizione dei marchi di occupazione, poi ritirati.

 

 

Il ritmo di accrescimento della circolazione continua tuttavia a mantenersi su un livello elevato, specie per il grave carico delle spese di occupazione delle forze armate germaniche, fronteggiato esclusivamente col ricorso all’istituto di emissione.

 

 

Negli ultimi mesi del 1943 tale accrescimento trovò un limite di fatto nelle difficoltà di fabbricazione dei biglietti, poiché la produzione da parte delle officine dell’Istituto poligrafico in Roma, che era stata di 6.692 milioni nel settembre 1943 e di 4.380 milioni nell’ottobre, cessò in quest’ultimo mese, quando il macchinario ed il materiale furono trasportati al nord.

 

 

La lavorazione continuò soltanto nelle officine della Banca d’Italia all’Aquila, che dal settembre al novembre produssero complessivamente biglietti per 7 miliardi 380 milioni. Nel dicembre, in seguito ai danni subiti dalle officine in un bombardamento aereo, la produzione scese a 981 milioni, e a questo livello di circa un miliardo al mese si mantenne nei primi cinque mesi del 1944, quando furono prodotti complessivamente biglietti per 5 miliardi 349 milioni.

 

 

Nel maggio 1944 la produzione dell’Aquila cessò; ma frattanto era ripresa a nord quella dell’Istituto poligrafico, che aveva affidato tanto la fabbricazione della carta quanto la stampa dei biglietti ad officine private del Piemonte e della Lombardia. Non si conosce l’importo che è stato effettivamente colà fabbricato, bensì l’importo autorizzato a tutto il 17 agosto 1944, che è di 96.080 milioni, dei quali 45.680 autorizzati con decreti del 1943 emessi a Roma; 50.400 milioni con decreti emessi al nord nel marzo e nell’agosto 1944, rispettivamente per 16.800 e 33.600 milioni.

 

 

Nell’Italia liberata, la fabbricazione dei biglietti è stata ripresa nel novembre 1944 da parte delle officine romane dell’Istituto poligrafico, che a tutto il 31 marzo ultimo scorso ne avevano consegnati per 11.654 milioni.

 

 

Sommando alla cifra della circolazione al 31 dicembre 1943 le varie cifre di biglietti autorizzati od effettivamente fabbricati che sono venuto esponendo, si ottiene un totale di lire 269.714,6 milioni al quale occorrerebbe aggiungere, per arrivare alla cifra della circolazione effettiva di biglietti della Banca d’Italia, l’importo eventualmente autorizzato ed emesso al nord dopo il 17 agosto 1944, ed aggiungere o togliere la variazione in meno od in più intervenuta nella consistenza dei biglietti nelle casse della Banca, rispetto al 31 dicembre 1943.

 

 

Tenuto conto da una parte delle am-lire (circa 60 miliardi) e dall’altra parte delle difficoltà tecniche di produzione dei biglietti al nord, e dei biglietti distrutti e perduti, si può formulare, non si sa se più la presunzione o la speranza che il totale della circolazione complessiva ed effettiva volga più verso i 300 che verso i 350 miliardi di lire.

 

 

I vaglia cambiari e assegni della Banca saldavano in 7.902,4 milioni con un aumento nell’anno di 2.148,2 milioni.

 

 

Gli assegni bancari liberi della Banca venivano emessi nel 1943 da 1952 piazze servite da 648 corrispondenti.

 

 

L’emissione dei nostri assegni bancari liberi ebbe un notevole incremento, segnatamente nel secondo semestre dell’anno 1943, allorché, in seguito agli eventi bellici, il nostro titolo venne notevolmente richiesto per sopperire alla scarsezza dei biglietti in circolazione.

 

 

I titoli depositati dai nostri corrispondenti a garanzia del servizio per l’emissione degli assegni bancari liberi ammontavano al 31 dicembre 1943 a lire 1.339.422.100.

 

 

I depositi in conto corrente a vista sommavano a 17.385,1 milioni di cui 9.208,0 milioni appartenenti ad aziende di credito, con aumenti di 11.161,6 e 4.569,1 milioni rispetto alle corrispondenti cifre del 1942.

 

 

Gli incrementi rilevati trassero specialmente origine dalla preferenza con cui, nella seconda metà dell’anno, le disponibilità monetarie vennero, da parte delle banche e dei privati, riversate alla Banca d’Italia piuttosto che investite in buoni del tesoro ordinari od in altre operazioni di impiego.

 

 

I conti correnti vincolati erano 20.565,0 milioni con un aumento di 20.074,2 milioni rispetto al 1942. Il totale era costituito per 2.040,1 milioni (contro 490,8 del 1942) da saldi di conti di varia natura, e per ben 18.524,9 milioni dai saldi dei conti vincolati fruttiferi con le aziende di credito.

 

 

È, quest’ultima, una voce nuova nel bilancio della Banca, e per spiegarne l’origine e lo sviluppo occorre riportarsi al dicembre 1942, quando, superata la crisi dei biglietti e cessati i prelevamenti dalle banche, i depositi fiduciari e i conti di corrispondenza delle aziende di credito registrarono incrementi tali da compensare i minori apporti dei due mesi precedenti. In relazione a tale fatto il decreto ministeriale 19 dicembre 1942, al fine di favorire il riafflusso dei biglietti nelle casse dell’istituto di emissione, previde la creazione presso la Banca d’Italia dei depositi in conto corrente vincolato, intestati alle banche, all’interesse del 3 per cento (applicato con decreto ministeriale 30 luglio 1943 anche ai depositi vincolati intestati agli istituti di previdenza e di assicurazione).

 

 

Scopi in parte non dissimili ebbe la disposizione adottata dall’Ispettorato del credito nel gennaio 1943, che fece obbligo alle aziende di credito con oltre 100 milioni di depositi di versare alla Banca d’Italia, in conti correnti indisponibili al 3 per cento, il 75 per cento dell’incremento dei depositi verificatosi nel mese precedente.

 

 

Dal gennaio al maggio 1943 si ebbe così un notevole flusso di disponibilità delle aziende di credito nei conti vincolati, flusso che si indirizzò di preferenza verso i conti al 3 per cento con preavviso di 15 giorni, trascurando quelli al 2,50 per cento con preavviso di 8 giorni.

 

 

I conti correnti indisponibili, creati in applicazione della disposizione dell’Ispettorato del credito, presentarono invece saldi di scarso rilievo, essendo la norma applicabile ai soli istituti con oltre 100 milioni di depositi ed essendo stata concessa alle singole banche la facoltà di optare tra l’investimento delle eccedenze mensili in determinati impieghi (tra cui erano da comprendersi anche gli stessi accreditamenti nei conti vincolati presso la Banca d’Italia) e il versamento delle eccedenze stesse nei conti indisponibili, il cui svincolo era subordinato a speciale autorizzazione.

 

 

Dopo la flessione determinata dalle vicende del settembre 1943, le disponibilità delle aziende di credito tornarono nuovamente nei conti vincolati, specie in quelli con preavviso di 15 giorni, e l’ammontare di essi raggiunse così i 18.524,9 milioni alla fine dell’anno.

 

 

L’afflusso di depositi delle aziende di credito ha continuato ad accentuarsi specie dopo l’emanazione del decreto ministeriale 27 febbraio 1944, il quale, sempre nell’intento di rastrellare il circolante, ha previsto l’istituzione presso la Banca d’Italia di depositi vincolati a 3 e a 4 mesi rispettivamente al saggio del 4 e 4,50 per cento. Il provvedimento, applicato in un primo tempo alle filiali del mezzogiorno e delle isole, è stato, dopo il 20 marzo 1945, esteso a tutte le filiali dell’Italia liberata. Successivamente, con decreto ministeriale 3 febbraio 1945, la durata del vincolo è stata portata da 4 e a 6 mesi.

 

 

Questi vari provvedimenti, se da un lato hanno notevolmente contribuito a convogliare ingenti disponibilità verso l’istituto di emissione – delle quali si giova, per le sue necessità, il tesoro dello stato – hanno recato, d’altro canto, un onere non indifferente alla Banca per gli interessi passivi da corrispondere.

 

 

In relazione a ciò, poiché non sono venute meno le ragioni per le quali i conti vincolati vennero istituiti, il ministro del tesoro, in conformità di quanto disposto dal decreto legislativo luogotenenziale 21 settembre 1944, n. 265, ha stipulato con la Banca d’Italia un’apposita convenzione la quale prevede che gli interessi sui depositi di che trattasi faranno carico al bilancio dello stato.

 

 

Le 300.000 quote di partecipazione al capitale sociale della Banca d’Italia appartenevano, al 31 dicembre 1943, a 100 enti ed istituti così suddivisi:

 

Casse di risparmio

n. 78 per quote n. 178.000

Istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale

n. 11 per quote n. 75.500

Istituti di previdenza

n. 1 per quote n. 15.000

Istituti di assicurazione

n. 10 per quote n. 31.500

Totale partecipanti

n. 100 per quote n. 300.000

 

 

Delle 500.000 azioni che già costituivano il capitale azionario della Banca d’Italia, risultavano rimborsate, alla stessa data, 499.420 e un terzo.

 

 

Il fondo di riserva ordinario, costituito dal residuo delle riserve all’atto del nuovo ordinamento dell’Istituto, dagli accantonamenti a carico dei bilanci dal 1936 al 1942, ed aumentato dei frutti d’investimento, ammontava a lire 300.513.637,97, e il fondo di riserva straordinario, formato dagli accantonamenti per gli esercizi dal 1936 al 1942 e dagli interessi d’investimento, ammontava a lire 222.727.780,21.

 

 

Il conto «profitti e perdite» dà, per l’esercizio 1943, le seguenti risultanze:

 

 

Utili lordi accertati

L.      1.059.179.883,24

Spese e perdite liquidate

L.      1.022.735.137,71

Utile netto

L.           36.444.745,53

Gli utili provengono da:

Utili sulle operazioni di sconto

L.         224.662.725,78

Interessi sulle anticipazioni

L.         309.370.418,61

Interessi sui prorogati pagamenti alle stanze di compensazione

L.             4.871.834,25

Interessi sui conti correnti attivi

L.         428.354.892,95

Provvigioni diverse

L.           31.091.630,44

Utili sulle operazioni con l’estero

L.                  78.725,18

Benefizi diversi

L.             6.779.309,80

Interessi sui fondi pubblici

L.           49.428.348,46

Proventi degli immobili di proprietà

L.             2.390.683,85

Utili gestione residui attivi dei cessati istituti

L.             2.151.313,92

 

L.                179.883,24

Le spese e i tributi sono così ripartiti:

Spese di amministrazione:

per la Banca

L.         136.783.873,72

per le stanze di compensazione

L.             4.431.291,61

per la vigilanza

L.             8.128.644,45

per la tesoreria

L.           42.114.247,15

Diverse

L.           75.205.001,19

in totale

L.         266.663.058,12

Spese per i funzionari

L.             2.647.747,27

Spese per movimento valori

L.             7.528.177,61

Da riportare

L.         392.397.991,70

Riporto

L.         392.397.991,70

Spese per la fabbricazione dei biglietti

L.         111.527.469,35

Spese per gli immobili di proprietà

L.             4.031.539,35

Spese sulle operazioni con l’estero

L.                    6.617,19

Imposte e tasse diverse

L.           65.702.733,92

Sofferenze dell’esercizio

L.                160.894,44

Ammortizzazioni diverse

L.         169.790.772,44

Interessi ed annualità passivi

L.         362.414.912,02

Erogazioni per opere di beneficenza e di pubblica utilità

L.             4.020.500,00

Contributi per la cassa pensioni

L.           13.240.716,00

Svalutazione del portafoglio a fronte di sofferenze e perdite latenti

L.           10.000.000,00

Fondo di previdenza del personale avventizio

L.             5.000.000,00

Totale

L.      1.022.735.137,71

Utile netto

L.           36.444.745,53

Tornano

L.      1.059.179.883,24

 

 

Questo utile netto è poco più di un quinto di quello ottenuto nel 1942, che era stato di 173,4 milioni.

 

 

La sfavorevole variazione rilevata è essenzialmente dovuta all’aumento di 78,2 milioni nelle spese per la fabbricazione dei biglietti, di 57,5 milioni nelle spese di amministrazione, di 24,7 milioni nelle ammortizzazioni diverse, di 3,5 milioni nelle spese per movimento di valori, ed insieme a riduzione di 10,5 milioni negli utili delle operazioni di sconto e di 4,5 milioni negli interessi sui prorogati pagamenti alle stanze di compensazione.

 

 

Il peggioramento dovuto a tali voci ha trovato solo in piccola parte compenso in minori imposte e tasse per 26,3 milioni ed in maggiori provvigioni per 10,2 milioni.

 

 

Delle variazioni intervenute nelle rimanenti voci del conto profitti e perdite merita rilievo quella degli interessi sui conti correnti attivi, aumentati di 328,3 milioni in seguito agli interessi introitati a fronte delle accresciute anticipazioni straordinarie al tesoro e agli interessi derivanti dagli impieghi in buoni del tesoro ordinari effettuati dalla Banca, che trova corrispondenza nel parallelo aumento di 326,5 milioni nella voce interessi ed annualità passivi, dovuto essenzialmente agli interessi corrisposti sui conti correnti vincolati degli enti previsti dalla legge bancaria, in applicazione dei decreti ministeriali 19 dicembre 1942 e 30 luglio 1943.

 

 

La sfavorevole variazione per incremento nelle spese e stazionarietà nei profitti si è accentuata nel 1944 e di nuovo nel 1945 a causa del crescere degli assegni, variamente denominati, al personale; crescere che è causa di particolari preoccupazioni per gli istituti di credito, i quali non hanno il mezzo di rivalersene, come può fare lo stato sui contribuenti, e non offrono al pubblico servizi, il cui prezzo sia così elastico come quello della più parte dei beni di consumo e dei beni strumentali, messi in vendita dalle imprese agricole industriali e commerciali.

 

 

A norma dell’art. 54 dello statuto, delle disposizioni ministeriali e della proposta dei sindaci, la ripartizione dell’utile netto riferentesi all’esercizio 1943, che sottopongo all’assemblea, è la seguente:

 

 

Al fondo di riserva ordinario nella misura del 20 per cento

L.     7.288.949,10

Al fondo di riserva straordinario nella misura di un ulteriore 20 per cento

L.     7.288.949,10

Da riportare

L.   14.577.898,20

Riporto

L.   14.577.898,20

Al Credito fondiario della già Banca nazionale nel Regno in liquidazione, per annualità di interessi 4 per cento relativa alle riserve trasferite alla Banca d’Italia nell’esercizio 1913

L.        281.060,00

Ai partecipanti, nella misura del 6 per cento sul capitale, al lordo dell’imposta cedolare

L.   18.000.000,00

Allo stato la rimanenza di

L.     3.585.787,33

Totale utili netti

L.   36.444.745,53

 

 

Signori partecipanti,

 

 

Giunto alla fine di questa relazione sulle cose di un anno oramai lontano nella nostra memoria, sarebbe necessario aggiungere uno sguardo retrospettivo alla storia travagliata ma, si può ora affermarlo con orgoglio, gloriosa la quale aveva innalzato, nel primo cinquantennio della sua vita, chiuso appunto nel 1943, la Banca d’Italia a sicuro presidio delle fortune economiche del nostro paese. Una pubblicazione apposita, quasi appendice alla presente relazione, sarà distribuita a suo tempo e, confido, riuscirà per voi gradito ricordo dell’opera passata della Banca.

 

 

Oggi, tuttavia, i nostri occhi sono volti all’avvenire. Una grande luce si è spenta ieri nel mondo tra il cordoglio di tutti i popoli liberi e, forse più, di quelli oppressi. Alla memoria del presidente americano, di Lui che doveva vivere per vedere non solo la vittoria tenacemente voluta ma anche la pace creatrice di un mondo migliore, vada il nostro reverente saluto.

 

 

Grazie a Lui, agli altri grandi artefici della vittoria, ai combattenti ed agli insorti la vittoria contro la tirannia, contro l’oppressione, contro la dominazione odiata, contro il male non è più una speranza. È una certezza. Domani i fratelli saranno ricongiunti ai fratelli. Non più soggetti a taglia a prò dello straniero, tutti gli italiani volenterosamente contribuiranno alla ricostruzione dell’Italia devastata.

 

 

Gli italiani liberati hanno già cominciato. Le notizie le quali di ora in ora giungono sulle sottoscrizioni al prestito in buoni del tesoro sono confortanti, e fanno guardare all’avvenire con occhio tranquillo. Il primo esperimento di voto libero che silenziosamente si va compiendo nelle città e nelle campagne dinnanzi agli sportelli delle banche e degli istituti di risparmio ed assicurativi consorziati rende testimonianza di consapevolezza della gravità dell’ora che volge. Gli italiani hanno compreso che se vorremo essere aiutati dagli alleati, fa d’uopo prima dimostrare di saperci aiutare da noi stessi. Solo se si persuaderanno che noi siamo pronti ad aiutare nella sua durissima impresa il nostro ministro del tesoro, maestro a tutti di tenacia e di sacrificio, gli alleati persuaderanno alla loro volta i loro ministri del tesoro a darci ed a consentire che i loro cittadini ci diano aiuto di denaro e di beni. Nessun popolo si arricchisce alla lunga sulle miserie altrui, ma dal canto loro i miseri non potranno mai elevarsi se da soli non comincino a fare essi il primo sforzo. Questo primo sforzo noi stiamo oggi compiendo e più faremo, quando a giorni saremo riuniti. Il resto verrà.

 

 

Il Governatore

Luigi Einaudi

 

 



[1] Con R. decreto legge 11 gennaio 1943, n. 65, furono dettati provvedimenti in materia di finanza locale. Il decreto stabilì: a) con decorrenza dall’1 gennaio 1943, una maggiorazione dell’imposta sui domestici, sui biliardi e sui pianoforti, tendente a colpire i possessori di oggetti di svago e a diminuire il numero dei domestici, per evitare la sottrazione di forze lavorative all’economia bellica; b) con effetto dall’1 aprile 1943 :

  • l’aumento della base imponibile per la riscossione del diritto erariale sull’introito lordo totale degli spettacoli cinematografici;
  • l’istituzione, sui biglietti per spettacoli di prezzo superiore a lire 10, di una addizionale del 5 per cento da destinarsi per due terzi all’assistenza ed alla cura degli infermi poveri affetti da malattie e minorazioni e per un terzo all’Unione italiana dei ciechi per provvidenze a favore dei ciechi meno abbienti;
  • l’applicazione di un’addizionale del 10 per cento sul prezzo franco di fabbrica dei tessuti di ogni genere, della maglieria, dei cappelli, della calzetteria ecc., nonché di ogni articolo di qualsiasi fibra comunque contemplato dalla tipizzazione tessile, ad esclusione dei filati da industria tipizzati posteriormente all’1 aprile 1943. Il ricavato di tale addizionale fu destinato alle provincie ed ai comuni non in grado di assicurare con mezzi ordinari il pareggio economico dei propri bilanci, e, limitatamente ai primi tre anni di applicazione, all’assistenza alle famiglie dei combattenti.

[2] A modifica delle disposizioni del R. decreto legge 7 dicembre 1942, n. 1418, fu stabilito che, in un primo periodo – e cioè a decorrere dall’ 1 gennaio 1944 e fino all’anno di cessazione dello stato di guerra – l’imposta normale sui terreni venisse applicata con l’aliquota del 5 per cento mentre, in un secondo periodo – e cioè a decorrere dall’anno seguente a quello della cessazione dello stato di guerra – fu previsto l’aumento graduale dell’aliquota in ragione di lire 2 per ognuno dei primi due anni e di lire 1 per il terzo. Questo aumento graduale era previsto anche nel R. decreto legge 7 dicembre 1942, n. 1418, in quale aveva fissato l’aliquota al 3 per cento nel primo periodo (con decorrenza dall’ 1 gennaio 1943) elevabile gradualmente nel secondo (2 lire per i primi tre anni e 1 lira per il quarto) fino a raggiungere il 10 per cento. La prevista gradualità è stata ora eliminata. Infatti, con il decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384, a decorrere dal corrente anno l’aliquota dell’imposta sui terreni è stata fissata nella misura di lire 10 per ogni 100 di reddito imponibile mentre quella sul reddito agrario nel 20 per cento del reddito imponibile stesso.

[3] Le aliquote delle categorie A e B sono state ulteriormente ritoccate (citato decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384) portandole rispettivamente al 30 e al 26 per cento.

[4] Fu stabilita, infatti, nell’aliquota unica del 15 per cento – e con esclusione di ogni minimo imponibile – l’imposta straordinaria sui compensi percepiti sotto qualsiasi forma da amministratori di società azionarie o di enti tenuti alla compilazione di bilanci annuali e nell’aliquota unica del 10 per cento l’imposta gravante le partecipazioni, interessenze, provvigioni – eccedenti le lire 10 mila – corrisposte in aggiunta allo stipendio fissato ai dirigenti di società commerciali e degli enti suddetti. Queste varianti, consistenti nella sostituzione dell’imposta proporzionale a quella progressiva stabilita dalla legge primo luglio 1940, n. 803, ebbero applicazione dall’1 luglio 1943 indipendentemente dall’epoca di chiusura dei bilanci cui sono riferibili.

[5] L’aumento fu poi abrogato dai noti provvedimenti del consiglio dei ministri dell’ottobre 1944. Come si dirà parlando del mercato finanziario, l’imposta cedolare è stata ripristinata nell’originaria aliquota (stabilita nel 1935) del 10 per cento con la contemporanea riduzione di un ulteriore 10 per cento nel limite massimo dei dividendi distribuibili.

[6] Questa speciale imposta è stata abolita con il ricordato decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384, in conseguenza del su riferito aumento dell’aliquota della categoria B dell’ imposta di R.M. (portata dal 18 al 26 per cento). L’imposta stessa è rimasta in vigore – a decorrere dal 1945 – per le imprese industriali e commerciali in qualunque forma costituite i cui redditi siano esenti dalla normale imposta di R. M. per speciali disposizioni legislative o soggetti ad un tributo sostitutivo.

[7] In taluni campi di imposizione le varie misure contenute in questo decreto si sono sostanzialmente risolte – facendo leva principalmente sulle aliquote – in un ritocco di imposte già in vigore, in altri vi è stata l’istituzione di nuove contribuzioni limitata – data l’impossibilità pratica, nella situazione dominante, di individuare nel nostro sistema tributario nuove basi di imposizione – ad un adeguamento della materia imponibile in base all’onere tributario gravante sui cespiti analoghi.

[8] Le aliquote furono fissate nel:

– 3 per cento fino al valore di lire 5 mila;

– 12 per cento sul valore eccedente le lire 5 mila e non le lire 100 mila;

– 20 per cento sul valore eccedente le lire 100 mila e non le lire 500 mila;

– 25 per cento sul valore eccedente le lire 500 mila e non i 5 milioni;

– 30 per cento sul valore eccedente quest’ultimo limite.

Lo stesso decreto (12 aprile 1943, n. 234), oltre queste modifiche all’imposta sui trasferimenti immobiliari, raddoppiò tutte le aliquote d’imposta di registro graduali e proporzionali previste dalla parte prima della tariffa allegato A alla legge di registro approvata con R. decreto 30 dicembre 1923, n. 3269,successivamente modificata.

[9] L’addizionale ebbe la sua principale caratteristica nella non reversibilità sull’acquirente o consumatore dei beni e servizi, tendendo a lasciare immutati i prezzi dei vari beni nei diversi passaggi dal produttore al consumatore nonché quelli di servizi pubblici e privati. Essa è stata soppressa dal decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 348, che ha stabilito l’aliquota normale dell’imposta nella misura del 4 per cento dell’entrata imponibile.

[10] Testo unico già previsto dal R. decreto legge 23 giugno 1942, n. 698, che, nel precedente anno, aveva portato modifiche alla legge istitutiva (del 1940) di questo speciale tributo. Nel 1944 detto testo unico ha avuto delle norme integrative (decreto legislativo luogotenenziale 10 agosto 1944, n. 199).

[11] Per talune località, indicate in appositi provvedimenti, il ministro delle finanze fu autorizzato:

  • a sospendere temporaneamente ed a prorogare il corso delle prescrizioni e dei termini perentori legali e processuali in materia finanziaria (R. decreto legge 24 dicembre 1942, n. 1500, convertito, con modificazioni, nella legge 5 aprile 1943, n. 215);
  • a concedere agevolazioni in materia di imposte per cessazione totale o parziale dei redditi (R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 243).

Nell’ambito delle agevolazioni tributarie concesse per particolari fini inerenti alla condotta della guerra, possono ricordarsi quelle portate dal R. decreto legge 18 marzo 1943, n. 163, nei casi di trasferimento di impianti da zone esposte ad azioni belliche. Questo provvedimento previde la facoltà, concessa al ministro per le finanze, di consentire:

  • la registrazione – col pagamento dell’ordinaria imposta di registro nella misura ridotta del 4 per cento e di quelle ipotecarie nella misura ridotta dell’1 per cento – degli atti di acquisto di beni immobili occorrenti per l’esercizio della propria attività da parte di imprese industriali i cui impianti ed opifici, adibiti alla fabbricazione di prodotti bellici o d’interesse bellico, fossero stati distrutti o gravemente danneggiati da offesa bellica o dei quali fosse stato autorizzato il trasferimento in località meno esposte ad azioni di guerra. Detto beneficio fu però subordinato alla condizione che i beni acquistati non fossero rivenduti fino a due anni dopo la cessazione dello stato di guerra;
  • il mantenimento della franchigia doganale eventualmente goduta dai relativi macchinari, a condizione che questi continuassero ad essere adibiti, da parte della medesima impresa, allo scopo per il quale essi furono originariamente ammessi al beneficio stesso.

[12] Infatti, l’unico provvedimento emanato in questo periodo è il R. decreto legge 19 agosto 1943, n. 737, che, con alcune modifiche di forma, ha ripetuto le disposizioni dell’analogo R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 234, relativo al nuovo regime di imposizione delle compravendite immobiliari, che è stato abrogato.

[13] R. decreto legge 25 ottobre 1941, n. 1148 (convertito, con modificazioni, nella legge 9 febbraio 1942, n. 96) e R. decreto legge 24 luglio 1942, n. 861.

[14] R. decreto legge 21 novembre 1942, n.1316. Tale obbligo, limitato, come fu, ai titoli quotati, aveva determinato la tendenza all’investimento in valori non quotati; si rese perciò necessario aggravare il trattamento tributario di questi, anche allo scopo di evitare che i corsi delle azioni quotate si adeguassero all’alto livello raggiunto da quelle non quotate. Ciò fu fatto con R. decreto legge 29 marzo 1943, n. 129, abrogato dal successivo R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 235 il quale, come si vedrà in appresso, sottopose ad uno stesso regime fiscale sia i titoli quotati che quelli non quotati e riconobbe, tra l’altro, al ministro per le finanze, la facoltà di rendere obbligatoria, con proprio decreto, la quotazione ufficiale di borsa dei titoli di società non quotati.

[15] Il decreto 12 aprile 1943 ebbe anche per iscopo la perequazione dei tributi gravanti sulle operazioni di riporto aventi per oggetto titoli di società, e su quelle di anticipazione su titoli di società, stabilendo che per ambedue fosse dovuta un’imposta surrogatoria di quella di registro nella misura di L. 0,01 per ogni cinquemila anticipate e per ogni giorno di durata dell’operazione, col minimo di cent. 10. Data l’onerosità fiscale delle operazioni di anticipazione su titoli – che incoraggiava i riporti in quanto godevano di un trattamento meno rigoroso – e allo scopo di evitare una massa di operazioni di riporto costituenti effettivamente vere e proprie anticipazioni, fu necessario ridurre l’imposta su queste ultime. Per converso, mentre i riporti, secondo le precedenti norme, erano soggetti alla sola tassa di bollo sul foglietto bollato di cui era obbligatorio l’uso e non potevano concludersi che per vendite di 40 giorni, per effetto del decreto vennero equiparati, nel trattamento tributario, alle anticipazioni e si consentì per essi una durata anche superiore ai 40 giorni.

[16] Il decreto fissava l’aliquota della sovrimposta di negoziazione dei titoli azionari come segue:

  • a) per tutti indistintamente i titoli azionari, siano o meno quotati in borsa, fatta eccezione per i titoli non quotati delle società immobiliari: del 3 per cento del valore o prezzo di cessione fino a concorrenza del valore nominale e del 20 per cento del detto valore o prezzo, sul valore eccedente il nominale (aliquota precedente: 5 per cento del prezzo o valore di cessione dedotto il valore nominale);
  • b) per i diritti di opzione e per le cartelle di godimento: del 20 per cento sul valore o prezzo di cessione (aliquota precedente: 4 per cento del prezzo o valore di cessione dedotto il nominale);
  • c) per i titoli non quotati delle società immobiliari: del 20 per cento sul valore o prezzo di cessione (aliquota precedente: 5 per cento del prezzo o valore di cessione dedotto il nominale).

In pari tempo dava facoltà al ministro per le finanze di provvedere, con proprio decreto, a variare le suddette aliquote le quali non potevano, però, essere stabilite in misura rispettivamente superiore al 10 ed al 50 per cento per quelle di cui alle lettere a) e b) ed al 60 per cento di quelle di cui alla lettera c).

Il ministro per le finanze, valendosi di tale facoltà, determinava, con decreto ministeriale 23 aprile 1943, le aliquote della sovrimposta di negoziazione nella misura seguente:

  • del 3 per cento del valore o prezzo di cessione fino alla concorrenza del valore nominale;
  • del 35 per cento del valore o prezzo di cessione, sul valore o prezzo di cessione eccedente il nominale. Nella stessa misura del 35 per cento era dovuta la sovrimposta per la negoziazione dei diritti di opzione e delle cartelle di godimento.

Una ulteriore elasticità al mercato azionario è stata attuata mediante una riduzione delle aliquote della sovrimposta di negoziazione. In proposito, il decreto ministeriale 4 settembre 1943 ha fissato le aliquote della sovrimposta di negoziazione di titoli azionari, quotati o meno in borsa, fatta eccezione per i titoli non quotati delle società immobiliari, nella seguente misura:

  • del 3 per cento del valore o prezzo di cessione fino alla concorrenza del valore nominale;
  • del 25 per cento del valore o prezzo di cessione sull’importo eccedente il valore nominale.

Nella stessa misura del 25 per cento è dovuta la sovrimposta per la negoziazione dei diritti di opzione e delle cartelle di godimento.

[17] Decreto ministeriale 20 novembre 1943, n. 840. Dopo meno di un anno, e precisamente con decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384, la misura di tale imposta sarà portata alla misura fissata dal decreto istitutivo, e cioè al 10 per cento.

[18] I buoni del tesoro quinquennali 5 per cento a premi, con scadenza 15 giugno 1948, sono ripartiti in serie di 5 miliardi di capitale nominale ciascuna; godono di tutte le disposizioni, agevolezze e privilegi dei buoni novennali in circolazione; sono esenti dall’imposta di successione, da quella sul valore netto globale delle successioni, nonché dall’imposta di registro per i trasferimenti a titolo gratuito per atti tra vivi, per le costituzioni di dote e del patrimonio familiare, e sono accettati, negli ultimi due anni, in pagamento delle imposte dirette erariali. Oltre il contante furono accettate in sottoscrizione dei buoni:

  • a) le cedole scadenti dal 15 giugno al 15 ottobre 1943 di tutti i buoni del tesoro novennali al portatore di qualsiasi emissione e serie;
  • b) le cedole all’1 luglio 1943 dei titoli al portatore e misti delle rendite 3 e mezzo per cento 1902 e 1906, del prestito redimibile 3 e mezzo per cento 1934, della rendita 5 per cento 1935 e del prestito redimibile 3 e mezzo per cento 1936.

[19] Compresi i depositi presso la Banca d’Italia e i conti correnti di corrispondenza ordinari e reciproci tra aziende di credito, il totale dei depositi risulta di 157.5 miliardi al 30 settembre 1943, contro 133.0 miliardi un anno prima.

[20] Furono considerati tali gli impieghi in titoli di stato o garantiti dallo stato, in obbligazioni di società industriali direttamente impegnate nella produzione di guerra, in obbligazioni e titoli similari di istituti di credito e di società finanziarie emessi a fronte di finanziamenti concessi a società industriali o in finanziamenti degli ammassi granari, in conto corrente presso il R. tesoro, in conti correnti presso la Banca d’Italia, e, tenute presenti le prevedibili necessita di disponibilità di ogni singola azienda di credito, per finanziamenti direttamente interessanti lo sforzo bellico del Paese. Successivamente furono ammesse fra le deduzioni ai fini del calcolo della suddetta percentuale del 75 per cento anche;

  • i depositi effettuati dalle casse di risparmio presso l’istituto di credito per le casse di risparmio italiane nei limiti dei versamenti fatti dall’istituto al R. tesoro o degli acquisti di titoli di stato;
  • i depositi effettuati dalle banche popolari presso l’istituto centrale delle banche popolari nei limiti dei versamenti fatti dall’istituto al R. tesoro o degli acquisti di titoli di stato;
  • le somministrazioni di fondi agli istituti regionali di credito agrario da parte dei propri enti partecipanti, destinate tanto ai finanziamenti degli ammassi agrari quanto alle operazioni di credito agrario di esercizio e di miglioramento;
  • i finanziamenti a pubbliche amministrazioni, pei quali sia intervenuta autorizzazione governativa;
  • i finanziamenti ad enti economici svolgenti un’attività connessa con la politica alimentare del paese;
  • gli investimenti effettuati nel mese in anticipazioni contro pegno di titoli di stato.

[21] Le cifre comprendono i titoli in portafoglio, i titoli dati a riporto e depositati a garanzia di anticipazioni passive, i titoli depositati a garanzia di altre operazioni o dati a cauzione per servizi vari. Tra i titoli a debito dello stato sono compresi i buoni fruttiferi postali: 1,4 miliardi a fine 1939; 1,6 miliardi a fine 1942; 1,7 miliardi a fine settembre 1943. Le valutazioni sono al nominale. Dalle aziende di credito considerate è esclusa la Banca d’Italia.

[22] Sono escluse da tale voce le operazioni di cui al R. decreto 15 novembre 1938, n. 1573, (finanziamenti per il potenziamento della marina) e al R. decreto legge 19 luglio 1941, n. 865, (finanziamenti all’industria cinematografica) che il Consorzio qualifica speciali, mentre nel bilancio della Banca figurano nel portafoglio ordinario, essendo riscontate a saggio normale.

[23] L’importo di 424,0 milioni costituisce, insieme all’altro di 1.107,4 milioni, l’ammontare di lire 1.531,4 relativo al risconto ordinario del Consorzio presso la Banca d’Italia.

[24] Altri 106,8 milioni di anticipazioni su titoli del prestito redimibile immobiliare 1936 sono compresi nella cifra delle anticipazioni a saggio normale.

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