Relazione del governatore sulle operazioni fatte dalla banca nell’anno 1945
Tipologia : Relazioni del Governatore della Banca d'Italia
Data pubblicazione : 1946

Relazione del governatore alla adunanza generale ordinaria dei partecipanti. Tenuta in Roma il giorno 29 marzo 1946 sulle operazioni fatte dalla banca nell’anno 1945

Adunanza generale ordinaria dei partecipanti, Tipografia della Banca d’Italia, Roma 1946

 

 

 

Signori partecipanti,     La ricostituita unità dell’organismo della nostra Banca consente, dopo la parentesi dei due precedenti esercizi, di sottoporVi entro i termini normali il bilancio sullo scorso esercizio 1945.     A tempo opportuno, sarà provveduto alla nomina del consiglio superiore per rientrare nella piena normalità di funzionamento anche per quanto riguarda l’amministrazione dell’istituto.     Vi riferirò anzitutto sulla compagine dell’istituto e sui servizi di interesse generale che esso svolge, per esporVi successivamente le cifre di bilancio. Il significato di tali cifre potrà meglio essere apprezzato collocandole entro il più ampio quadro della situazione finanziaria e monetaria del nostro paese, sulla quale Vi intratterrò nell’ultima parte di questa relazione.

I

 

Amministrazione centrale

Dal 4 gennaio 1944 sino all’epoca della liberazione della capitale, gli uffici dell’amministrazione centrale distaccati al nord lavorarono in stretto contatto con quelli di Roma, ai quali, finché fu possibile, veniva data notizia di tutte le disposizioni concernenti l’amministrazione del gruppo di filiali che, per ragioni pratiche, erano state aggregate, sin da quella data, all’amministrazione del nord. Quest’ultima pur avendo funzionamento autonomo, ebbe tuttavia sempre cura di seguire, nello svolgimento del suo lavoro, direttive identiche a quelle che hanno costantemente informato l’azione dei servizi di Roma. Pertanto, man mano che col progredire delle operazioni militari le varie filiali si sono ricongiunte all’amministrazione centrale in Roma, si è constatato che esse erano in piena efficienza ed in grado di poter continuare a svolgere la loro normale attività.     Nel mese di maggio 1945, cessate le ostilità, gli uffici distaccati al nord sono ritornati a Roma, ad eccezione dei servizi monetari, che sono rimasti nella loro sede di Bergamo per seguire il lavoro relativo alla produzione di biglietti di vecchio e di nuovo tipo affidata ad alcuni stabilimenti del nord.

Danni di guerra

Nel corso dell’anno, è stata portata a termine la rilevazione dei danni diretti e indiretti subiti in conseguenza della guerra e della occupazione.     I danni rilevati (esclusi quelli che potranno derivare da una liquidazione forzata delle operazioni attive nelle colonie e nel possedimento delle isole egee) possono distinguersi in danni ai beni materiali, spese ed oneri derivanti da danni alle persone, altre spese e perdite di reddito causate dalla guerra.     Danni ai beni materiali. – I danni ai beni patrimoniali situati in Italia ammontano a circa 821 milioni di lire, e sono stati causati per circa 264 milioni dalle truppe germaniche e per i rimanenti 557 milioni da azioni di guerra delle forze armate alleate.     Per quel che riguarda le filiali situate fuori del territorio metropolitano, tenuto conto che è assai dubbia la sorte delle dipendenze delle colonie e che le filiali della Banca a Spalato e a Cattaro vennero poste in liquidazione dalle autorità tedesche, le quali non hanno mai fornito notizie sull’andamento delle liquidazioni, si è ravvisato di calcolare come perdita il loro totale costo d’impianto. Analogamente si è provveduto per le suppellettili delle delegazioni all’estero, che si presume siano da considerarsi perdute.     Il costo degli impianti delle filiali nelle colonie e nel possedimento, ivi compresi i magazzini generali di Tripoli ed i magazzini doganali di Massaua, ascende a 1.462 milioni di lire, quello degli impianti delle filiali dell’istituto nei territori jugoslavi già occupati si aggira sui 5 milioni di lire ed il valore delle suppellettili in dotazione alle delegazioni all’estero da considerare perdute è di circa 5 milioni di lire. Tutto quanto precede fa un totale di danni per la categoria in esame di 2.293 milioni.     Danni alle persone. – Le erogazioni per casi di decesso, lesioni e invalidità del personale della Banca, per sussidi a famiglie di richiamati e per l’assistenza postbellica ascendono a 403 milioni.     Maggiori spese e perdite di reddito. – Le maggiori spese per i trasferimenti degli uffici a causa delle azioni belliche e per il distacco di uffici della amministrazione centrale al nord, unitamente alle perdite per minor reddito in conseguenza dei danni subiti dai beni materiali e della minore efficienza degli impianti a causa della guerra, compresa la perdita dell’avviamento delle dipendenze coloniali, calcolata sulla base degli utili conseguiti nell’esercizio 1939, fanno ascendere il totale dei danni per questa categoria a circa 931 milioni.     Accanto ai danni di cui sopra, si è provveduto a rilevare ed a segnalare a chi di ragione l’entità delle corresponsioni coatte, delle asportazioni, dei prelevamenti subiti dalla Banca nello svolgimento delle sue funzioni di interesse generale e quale esercente il servizio di tesoreria per conto dello stato. Da parte delle forze armate germaniche e delle sedicenti autorità repubblicane sono stati asportati o irregolarmente prelevati valori ammontanti a complessivi 449 milioni di lire, di cui circa 59 recuperati; ad opera delle forze armate jugoslave 250 milioni, di cui 13 recuperati; ad opera di formazioni insurrezionali 298 milioni, di cui 61 recuperati. La perdita netta complessiva è di quasi 864 milioni di lire, da attribuire per 390 milioni alle autorità militari e civili tedesche e neo fasciste, per 237 milioni alle forze armate jugoslave e per altrettanti milioni alle forze della resistenza.     Vengono poi le somme già in deposito presso le filiali della Banca d’Italia al nome di enti e di autorità germaniche, nonché i vaglia, gli assegni e gli altri titoli all’ordine di detti enti e autorità che sono stati incamerati dal governo militare alleato. Questi valori ammontano complessivamente a 15.951 milioni, di cui 12.865 milioni riferentisi alla Banca d’Italia e 3.086 milioni riferentisi ad altre aziende di credito. Siffatte disponibilità in conto corrente non rappresentano tuttavia averi di tedeschi, pur essendo state trovate nominalmente al loro credito, ma averi italiani che era stato possibile sottrarre all’utilizzo delle forze militari tedesche.     È noto, infatti, che, dopo l’8 settembre 1943, le autorità germaniche, oltre a depredare il paese di tutto ciò che poteva essere trasportato e utilizzato in Germania, imposero all’Italia il pagamento di una indennità di occupazione che, inizialmente fissata nella cifra di 7 miliardi di lire mensili, fu aumentata dal gennaio 1944 a circa 10 miliardi e successivamente, dal gennaio 1945, a 12 miliardi mensili. La Banca d’Italia cercò in tutti i modi di limitare la produzione dei biglietti occorrenti per tale corresponsione, così che i tedeschi dovettero lasciare depositate in conto corrente forti somme, al nome della Reichskreditkasse, che al momento del loro crollo militare non ebbero tempo di prelevare od altrimenti utilizzare.     In quanto i tedeschi non erano riusciti a utilizzare tali somme, era ovvio che esse dovevano considerarsi rientrate in possesso dell’Italia. I titoli di credito sequestrati dagli Alleati non possono pertanto considerarsi da questi ultimi come bottino di guerra di pertinenza tedesca. Ciò vale tanto più per gli assegni e vaglia al nome di cittadini italiani, incamerati dall’A.F.A. o dall’A.M.G., sequestrati a militari tedeschi, privi di qualsiasi girata.     La Banca d’Italia ha intrattenuto per la restituzione il Comando superiore dell’Agenzia finanziaria alleata, prospettando ai competenti organi governativi la necessità di avviare trattative con i governi alleati, affinché venga riconosciuto il buon diritto dell’Italia a rientrare in possesso di una così ingente massa di valori.     Aggiungendo ai depositi bancari confiscati l’importo dei biglietti di banca e degli altri valori asportati, si ha un totale di 13.729 milioni.     Questo importo non tiene conto dell’asportazione delle riserve metalliche dell’istituto ad opera delle autorità germaniche e repubblicane fasciste per un totale di 95.864 chilogrammi di oro fino – dei quali 92.262 chilogrammi di proprietà dell’istituto – e di 3.470 chilogrammi di argento monetato.     Nel corso dell’anno gli uffici dell’amministrazione centrale hanno continuato a svolgere un fattivo interessamento per il reintegro dei valori distrutti, mediante abbruciamento, presso talune filiali della Banca, in ottemperanza alle disposizioni a suo tempo impartite dal ministero delle finanze. Peraltro, le relative pratiche hanno dovuto necessariamente essere limitate alla ricostituzione dei valori distrutti in Sicilia ed a Cettigne, non essendo stato ancora possibile venire in possesso dei verbali riferentisi agli abbruciamenti operati in Africa.     Si è ottenuto, così, dal ministero del tesoro il rimborso dei biglietti di stato distrutti per lire 8.787.550, nonché l’autorizzazione a sostituire con biglietti buoni i biglietti di banca bruciati per lire 411.466.300. Per i titoli di emissione non statale le pratiche di reintegro dei valori bruciati, ammontanti a lire 408.150 nominali, sono già a buon punto e per la quasi totalità dei casi la Banca è già in possesso dei relativi duplicati.     Particolari difficoltà presenta invece la questione della sostituzione dei titoli di stato distrutti non per fatto di guerra, ma per ordine dell’autorità, questione che si ha affidamento sarà presto risolta legislativamente, avendo già formato oggetto di minuzioso esame in riunioni avvenute presso la Direzione generale del debito pubblico.

Filiali di Zara e Sebenico

Con l’occupazione di Zara da parte delle truppe tedesche, avvenuta nel settembre 1943, quella succursale dovette ridurre di molto la propria attività, per poi sospenderla completamente in seguito ai bombardamenti del novembre e dicembre dello stesso anno.     Successivamente il lavoro fu ripreso limitatamente alla emissione e al pagamento di nostri vaglia cambiari e al pagamento di titoli di tesoreria, nella località di Peterzane, ma gli avvenimenti del settembre consigliarono di rimettere alla sede di Trieste tutta la contabilità della filiale, trasformata in sportello staccato, a cui rimase addetto un solo impiegato.     Dopo la ritirata dei tedeschi, la città di Zara venne occupata dalle truppe jugoslave, che rimossero dal loro posto tutti gli impiegati italiani e, per quanto riguarda il nostro istituto, confiscarono i beni di proprietà della Banca, compresi i valori rimasti presso lo sportello staccato.     Le ultime notizie pervenute dalla filiale di Zara risalgono al maggio 1945.     Anche per la filiale di Sebenico, nonostante le gravissime difficoltà contingenti, si è riusciti ad effettuare il trasferimento del materiale contabile presso la sede di Trieste, ove pertanto hanno potuto continuare a svolgersi le operazioni interessanti le due filiali in oggetto.

Situazione bancaria nella zona «B» della Venezia Giulia ed emissione di lire istriane

L’occupazione jugoslava della zona «B» della Venezia Giulia ha provocato, specialmente a Fiume, una particolare situazione bancaria e monetaria che può così brevemente riassumersi:

  • le filiali delle banche italiane, ad eccezione della cassa di risparmio, sono chiuse sin dal 3 maggio 1945 e sottoposte al diretto controllo di delegati jugoslavi;

 

  • un nuovo istituto di credito creato dalle autorità jugoslave, la «Banca per l’Economia dell’Istria, Fiume e Litorale Sloveno», si è insediato presso la Banca d’Italia occupandone tutti i locali e l’intera sacristia;

 

  • sì è manifestata una notevole scarsezza di contante dato il divieto ufficiale delle autorità competenti di trasferire fondi dalla zona A alla zona B o di rifornire mensilmente di biglietti metropolitani la Banca d’Italia di Fiume, con conseguenze di difficoltà non lievi per le condizioni di vita specie degli impiegati pubblici. L’invio di biglietti metropolitani alla filiale di Fiume richiederebbe assicurazioni e possibilità di piena libertà di rapporti diretti, ottenibili solo attraverso trattative non agevoli a condursi nel momento presente;

 

  • nuovi biglietti jugoslavi, chiamati lire istriane, sono stati messi in circolazione senza previ accordi.

Le lire istriane, nei tagli da 1, 5, 10, 20, 50, 100, 500 e 1.000, sono state emesse dalla Banca per l’Economia dell’Istria, Fiume e Litorale Sloveno e poste in circolazione il 20 ottobre 1945; tali biglietti non hanno corso legale nella zona A e nel restante territorio italiano.

Filiali d’oltremare

In seguito al ripristino della corrispondenza di carattere finanziario e commerciale si è avuta conferma della situazione delle nostre filiali già operanti in Etiopia, le quali sono state chiuse ed accentrate in Eritrea.     È stato confermato che anche le filiali di Mogadiscio, Chisimaio, Assab, Rodi, Tripoli e Bengasi sono chiuse, mentre funzionano in regime di gestione autonoma quelle di Asmara e Massaua.     Sulla scorta delle notizie fornite dalle filiali stesse è stata intensificata l’azione svolta dall’amministrazione centrale per il recupero dei crediti verso i clienti rimpatriati, azione che, nonostante le gravi difficoltà di varia natura, ha conseguito soddisfacenti risultati.     Si è altresì avuto conferma degli ordini di pagamento e di accreditamento richiesti alle filiali coloniali nei giorni immediatamente precedenti l’occupazione, e pertanto, in base a tali conferme, previ scrupolosi accertamenti intesi ad evitare duplicazioni di pagamenti, la Banca sta procedendo all’esecuzione degli ordini stessi nei confronti dei beneficiari.     Le più vive premure sono state rivolte dall’amministrazione centrale ai competenti organi governativi e alle autorità alleate al fine di ottenere lo sblocco dei depositi fiduciari costituiti presso le filiali d’oltremare, e consentire in tal modo ai reduci dalla prigionia, agli internati civili e ai profughi di poter disporre in Italia del denaro versato alle dette filiali, sia anteriormente all’occupazione, sia posteriormente ad essa. Fino ad oggi, peraltro, questo grave problema non ha trovato l’auspicata definizione.

Uffici di delegazione all’estero

Gli uffici di delegazione all’estero hanno ripreso progressivamente, seppur lentamente, ad assolvere le mansioni loro affidate in passato, nell’interesse della Banca e come rappresentanze dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero prima e dell’Ufficio italiano dei cambi poi.     Hanno continuato a rimanere in funzione gli uffici di Lisbona, Zurigo e Buenos Aires, senza peraltro che quest’ultimo, nonostante la cessazione delle ostilità, sia stato in grado di ristabilire regolari comunicazioni con l’amministrazione centrale della Banca.     Mentre l’ufficio di Parigi ha superato le momentanee difficoltà che nell’agosto 1944 avevano praticamente portato alla sospensione della sua attività, è imminente la riapertura anche dell’ufficio di Bruxelles. Restano tuttora chiusi solo quelli di New York e di Londra, che, data la particolare importanza dei rispettivi mercati monetari e commerciali per l’economia del nostro paese, richiedono per la loro riorganizzazione una attenta ed accurata preparazione.     Attraverso le delegazioni all’estero, la Banca intende recare, come per il passato, un fattivo contributo alla ripresa delle relazioni internazionali e riprendere quella collaborazione con l’Ufficio italiano dei cambi e con gli organi tecnici governativi che è ormai una sua tradizione vagliata da l’esperienza di lunghi anni.

Banca dei regolamenti internazionali

L’attività della Banca dei regolamenti internazionali ha risentito in misura notevole delle contingenze di guerra. Il volume degli affari, ove si eccettuino i depositi a breve scadenza e a vista in oro e i movimenti ad essi relativi – quali i trasferimenti a titolo di pagamenti postali internazionali- che hanno avuto una certa ripresa in alcuni esercizi di guerra è andato progressivamente riducendosi attraverso il tempo. Come risulta dalle cifre dei bilanci e delle situazioni periodiche della Banca, nel periodo compreso tra il 31 marzo 1939 e il 31 dicembre 1945 il totale di bilancio è diminuito da 606,5 a 454,4 milioni di franchi svizzeri oro, a causa sopratutto della fortissima diminuzione dei depositi a breve scadenza e a vista in divise delle banche centrali, passati da 143,5 a 3,7 milioni di franchi svizzeri oro, che ha determinato, dal lato dell’attivo, una forte riduzione degli investimenti in carta commerciale e buoni del tesoro, passati da 216,9 a 81,8 milioni di franchi svizzeri oro, e una riduzione del 23 per cento circa degli investimenti in titoli.     Nonostante il minore sviluppo delle operazioni correnti, la situazione patrimoniale e il grado di liquidità della Banca si sono mantenuti soddisfacenti, grazie in ispecie al tempestivo uso dei privilegi internazionali che garantiscono i crediti della Banca e alla politica perseguita dagli amministratori di dare la preferenza agli investimenti sui mercati americano, britannico e svizzero e di convertire in oro la maggior parte degli averi liquidi disponibili. Conseguenza di questa politica è stato un graduale aumento della riserva metallica, che tra il marzo del 1939 e il dicembre del 1945 è passata da 38,7 a 118,3 milioni di franchi svizzeri oro, di cui 101,4 di proprietà della Banca e il resto proveniente da depositi a breve scadenza e a vista in oro. Ha contribuito in misura sensibile a questo aumento il realizzo, nel dicembre del 1943, degli investimenti della Banca sul mercato italiano, avvenuto mediante il trasferimento in Isvizzera dell’oro accantonato a garanzia presso il nostro istituto.     La fine delle ostilità non ha significato il cessare delle difficoltà alle quali la Banca dei regolamenti internazionali deve far fronte. La vita stessa della Banca è legata necessariamente all’evolversi degli avvenimenti ed alla soluzione dei problemi finanziari ed economici, cui attendono i governi delle Nazioni Unite attraverso i nuovi organismi all’uopo creati.     I cambiamenti intervenuti nei governi dei diversi paesi hanno avuto come conseguenza dei cambiamenti anche negli istituti di emissione e la B.R.I. ha riallacciato, non appena possibile, i rapporti coi nuovi governatori designati.

Funzionari

Dal 1° luglio 1945, la misura delle medaglie di presenza per i funzionari è stata elevata come segue:

  • presso le sedi:

ai reggenti

  • per le adunanze dei consigli, da lire 120 a lire 200;

 

  • per l’apertura e chiusura delle casse e per le commissioni di sconto, da lire 60 a lire 100; ai reggenti in funzione di censori

 

  • per le adunanze dei consigli, da lire 120 a lire 200;

 

  • per le verifiche di cassa, da lire 60 a lire 100;

 

  • presso le succursali:

ai consiglieri, da lire 40 a lire 80;     ai consiglieri in funzione di censori, da lire 40 a lire 80.     Di ciò si rende edotta l’Assemblea per la necessaria ratifica.

Personale

Alla fine del 1945 i dipendenti a ruolo erano 5282, con una diminuzione di 84 unità rispetto ad un anno prima. Di essi 243 erano di sesso femminile. Il totale era formato da:

  • 2106 impiegati di concetto, con una diminuzione di 32 unità rispetto al 1944;

 

  • 2300 impiegati d’ordine, con una diminuzione di 38 unità;

 

  • 876 elementi del personale di servizio, con una diminuzione di 14 unità.

Gli avventizi di tutte le categorie, esclusi gli elementi provvisori assunti temporaneamente in sostituzione dei richiamati alle armi,[1] erano 1072, con un aumento di 148 unità. Di essi 349 erano di sesso femminile.     Perciò il totale dei dipendenti della Banca, a ruolo ed avventizi, esclusi gli avventizi provvisori, era di 6354 unità, con un aumento di 64 unità rispetto al 1944. Di essi 5762 erano impiegati e 592 impiegate.     Prospetto riassuntivo numerico del personale maschile al 31 dicembre 1945, esclusi gli operai e gli avventizi provvisori

a ruolo

avventizi ordinari

 

totale fine 1945

 

totale fine 1944

totale fine 1943

Personale amministrativo

1.656

25

1.681

1.692

1.697

1.323

235

1.558

1.614

1.532

Personale di cassa

435

55

490

458

462

723

182

905

753

756

Personale tecnico

15

15

13

11

11

11

13

14

Personale di servizio

876

226

1.102

1.174

1.335

totale

5.039

723

5.762

5.717

5.807

Il personale operaio addetto alle officine era composto di 718 elementi. Di essi 245 erano operai e 473 operaie.     Nelle cifre di cui sopra sono compresi i dipendenti richiamati alle armi in numero di 210; di questi 101 risultavano prigionieri di guerra.     Nei confronti dell’anno 1944, la compagine del personale ordinario (amministrativo, tecnico e di servizio), a ruolo e fuori ruolo, risultava diluita di 139 unità. Appariva invece aumentata di 184 unità la compagine del personale di cassa, in conseguenza dell’assunzione di 200 elementi tirocinanti per fronteggiare le maggiori esigenze degli uffici di cassa; risultava pure in aumento di 348 unità il personale operaio delle officine, in dipendenza prevalentemente della avvenuta riammissione in servizio di 67 elementi maschili e di 228 elementi femminili, a seguito del ritorno delle officine da L’Aquila a Roma.

Prospetto complessivo della situazione numerica del personale

 

a ruolo e avventizi ord.

avventizi provv.

 

operai

totale fine 1945

totale fine 1944

totale fine 1943

Maschile

5.762

809

245

6.816

6.642

6.637

Femminile

592

630

473

1.695

1.314

1.403

totale

6.354

1.439

718

8.511

7.956

8.040

Dato il perdurare delle condizioni generali di grave disagio economico, l’amministrazione ha adottato, anche durante il 1945, particolari provvidenze a favore del personale. Nel febbraio, è stata accordata a tutti i dipendenti una elargizione straordinaria. Nel maggio è stata loro concessa una tessera per l’acquisto di generi di prima necessità presso le cooperative di consumo fra gli impiegati della Banca. Nel giugno, è stata consentita una speciale gratificazione per l’opera prestata durante i lavori relativi alla emissione del prestito buoni del tesoro quinquennali 5%. Nel luglio, un’altra speciale elargizione, commisurata ad una mensilità di stipendio, è stata fatta a titolo di «premio di liberazione».     Nel novembre, per aiutare i dipendenti a coprire le spese di riscaldamento, è stata accordata una elargizione, stabilita in misura diversa a seconda della rigidezza del clima nelle varie località. In occasione, infine, delle feste natalizie, è stata concessa una ulteriore gratificazione straordinaria pari ad una mensilità di retribuzione.     Nel corso dell’anno, poi, in conformità delle disposizioni emanate dal governo, l’amministrazione ha concesso i noti miglioramenti economici di carattere generale, entrati in vigore il 16 febbraio 1945. A seguito, inoltre, degli ulteriori miglioramenti di retribuzione disposti dallo stato con effetto dall’1 ottobre 1945, sono stati corrisposti al personale adeguati acconti sui miglioramenti medesimi, in attesa di poter stabilire la misura definitiva di essi. In considerazione, altresì, del maggior aggravio di lavoro e del maggior rischio derivante al personale di cassa dalla accresciuta massa di circolante, si è apportato un congruo aumento alle indennità di rischio di cui esso fruiva in precedenza.     Ai pensionati dell’istituto è stato concesso un aumento graduale delle pensioni ed accessori, e sono state corrisposte, nel corso dell’anno, due speciali elargizioni ed il «premio di liberazione».     Aiuti particolari, sotto forma di sussidi o di prestiti, sono stati concessi a quei dipendenti che si sono venuti a trovare in condizioni meritevoli di speciale considerazione, ed è stata prestata ogni assistenza alle famiglie degli impiegati già addetti alle filiali coloniali e non ancora rimpatriati. Un certo numero di rimpatrii ha potuto aver luogo nel corso dell’anno, grazie all’interessamento svolto dall’amministrazione.     Nei limiti del possibile, è stata prestata assistenza morale e materiale ai dipendenti internati civili e prigionieri di guerra, un centinaio dei quali è rientrato nel corso dell’anno, riprendendo il proprio posto nell’istituto.     Nell’ottobre 1945 si è legalmente costituita, con carattere apolitico, l’«Unione sindacale fra il personale dell’istituto di emissione», i cui organi hanno manifestato l’intendimento di collaborare con l’amministrazione per la migliore soluzione dei problemi che concernono il personale della Banca. Rappresentanti del sindacato sono stati chiamati a far parte delle varie commissioni consultive miste previste dal vigente regolamento per il personale.     L’amministrazione ha potuto contare, anche nel 1945, sul senso di responsabilità e di disciplina del proprio personale, il quale ha mostrato (nella sua grande maggioranza) di rendersi conto della importanza e della delicatezza dei compiti demandati alla Banca nell’interesse del paese, prestando la propria opera con alto senso del dovere e con spirito di abnegazione e rendendosi quindi meritevole di elogio per la prova di laboriosità e di dedizione all’istituto ancora una volta fornita in momenti particolarmente difficili.

Servizi governativi

  Nel 1945 è ulteriormente aumentata l’attività delle sezioni di R. tesoreria e dei relativi uffici centrali di questa amministrazione, presso i quali si è iniziato il gravoso lavoro di ricostruzione delle contabilità dello stato rimaste sospese fin dall’anno 1943 per l’interruzione dei rapporti prima con le sezioni del sud e poi con quelle del nord.     Oltre a ciò sono state effettuate due operazioni finanziarie di rilievo: l’emissione dei buoni del tesoro quinquennali 5 per cento 1950 ed il cambio delle cartelle dei consolidati 3,50% 1902 e 1906.     L’emissione dei buoni quinquennali si è svolta senza intralci, nonostante le eccezionali difficoltà del momento; le quali hanno costretto, tra l’altro, a ricorrere a mezzi straordinari per la distribuzione del materiale stampato.     Il rilascio di ricevute provvisorie, liberamente commerciabili, ha contribuito a rendere i titoli più accetti ai risparmiatori, ma ha recato alle tesorerie un aggravio di lavoro che si è anche risentito allorquando, non essendo stati ancora allestiti i buoni, si è provveduto al frazionamento delle ricevute ed al pagamento della relativa semestralità d’interessi con modalità eccezionali.     Sul finire dell’anno, si e iniziata la consegna dei titoli definitivi in corrispondenza delle sottoscrizioni raccolte nell’Italia centro-meridionale; consegna che prosegue per le sottoscrizioni dell’Italia settentrionale.     L’incarico affidato dal ministero del tesoro al nostro istituto di provvedere al cambio delle cartelle dei consolidati 3,50% 1902 e 1906 ha portato anch’esso un lavoro non indifferente sia alle filiali della Banca che alle sezioni di R. tesoreria, data la massa dei titoli della specie in circolazione (circa 2 milioni).     I titoli di spesa (mandati diretti, ordinativi su ordini di accreditamento, ordini di spese fisse, ordinativi tratti su contabilità speciali ecc.) emessi dalle varie amministrazioni centrali e periferiche, i prelevamenti effettuati su fondi messi a disposizione dalle autorità finanziarie alleate a mezzo di aperture di credito hanno portato i pagamenti di tesoreria ad un livello di gran lunga superiore a quello degli anni precedenti. Né deve tacersi l’uso ormai frequentissimo di ordini telegrafici di pagamento, nonché l’ingente mole dei pagamenti effettuati in conto sospeso e scritturati ai «Collettivi».     Il movimento dei depositi provvisori per conto delle varie amministrazioni dello stato e di quelli definitivi, per conto della Cassa depositi e prestiti, è stato anch’esso rilevante, mentre sono proseguite le operazioni inerenti al ritorno, al luogo di origine, dei titoli facenti parte di tali depositi trasferiti, in precedenza, in zone ritenute meno esposte ad offese belliche.     Le spese sostenute dalla Banca per il disimpegno del servizio di R. tesoreria sono andate di anno in anno aggravandosi col crescere del costo dei materiali e dei servizi, mentre il rimborso corrisposto dallo stato rimaneva fermo alla cifra fissata nel 1936. Si è pertanto interessato il ministero del tesoro per un congruo adeguamento, che è stato parzialmente ottenuto, con l’aumento del compenso, per il 1945, da 30 a 150 milioni, e l’intesa che la sua misura possa essere riveduta di anno in anno in relazione alla variazione del costo del servizio. Al riguardo, il ministro del tesoro proporrà la emanazione di apposito provvedimento legislativo.

Vigilanza su le aziende di credito

  Il Servizio vigilanza su le aziende di credito ha ripreso nel 1945 la sua piena attività.     Per quasi tutta la prima parte dell’anno le più grandi aziende di credito si trovarono ad operare contemporaneamente in territorio liberato ed in territorio occupato. I provvedimenti che erano stati predisposti per fare in modo che le filiali impossibilitate a comunicare con le direzioni centrali fossero in grado di funzionare in modo autonomo come la costituzione di appositi organi deliberanti, le deleghe di poteri ecc. continuarono a dimostrarsi adeguati alle esigenze, cosicché tanto nel settentrione come nel mezzogiorno i gruppi autonomi di filiali operarono in genere regolarmente. Nei riguardi della approvazione dei bilanci, sia il governo legittimo che l’amministrazione neo fascista emanarono disposizioni di proroga dei termini di legge.     Nelle regioni occupate del nord, le banche seguirono criteri di molta cautela nella erogazione del credito, evitando, per quanto possibile, di sovvenire direttamente o indirettamente ogni attività che tornasse a vantaggio degli oppressori, mentre appoggiarono il movimento di resistenza. La liberazione trovò le aziende di credito in situazione di bilancio soddisfacente e molto liquida, tanto che gli alleati consentirono la continuazione a ritmo normale del lavoro bancario, salvo soltanto una brevissima chiusura degli sportelli che, in qualche caso, come a Milano, dove fu limitata a una sola ora del giorno 5 maggio, ebbe significato puramente simbolico. L’andamento economico delle aziende non era stato negativamente influenzato da oneri eccezionali per il personale, anche perché, come si dirà, il costo della vita non aveva ancora subito un aumento paragonabile a quello registrato nell’Italia liberata.     Nelle loro operazioni di cassa, le aziende di credito furono piuttosto intralciate dalla scarsità di biglietti bancari e di stato e parecchie di esse si trovarono costrette a ricorrere ad emissioni straordinarie di titoli fiduciari di tipo speciale. Quelle che già erano legittimamente autorizzate ad emettere assegni circolari, ne misero in circolazione una massa abbondante a taglio fisso stilati al portatore o girati in bianco; altre furono a ciò autorizzate con provvedimenti dei rispettivi capi di provincia, altre ancora agirono d’iniziativa. Il risultato fu che al momento della liberazione circolavano al nord assegni di tali tipi per più di 11 miliardi di lire e lo stato di cose in materia era piuttosto caotico. Una delle prime preoccupazioni del servizio vigilanza fu di intervenire per ricondurre la situazione alla normalità, che si poteva dire ripristinata alla fine dell’anno, quando la circolazione di tali titoli era ridotta ad appena 500 milioni.     Nell’attesa della liberazione del nord, il servizio vigilanza aveva predisposto istruzioni dirette a far conoscere alle nostre filiali di quelle regioni le disposizioni emanate al sud durante il periodo di separazione ed a metterle in grado di impartire direttive uniformi a tutte le aziende di credito circa la loro prima applicazione. Tali norme, secondo il piano originario, avrebbero dovuto essere recapitate e illustrate alle filiali dai funzionari che, al seguito delle truppe operanti, erano stati designati per recarsi nelle regioni settentrionali e riprendere le file interrotte. Di fatto, si ebbe in un primo periodo una interferenza di vari organi, per cui fu soltanto verso la metà dell’anno che, ai fini della vigilanza, il ricongiungimento divenne effettivo. Col rientro di quella parte degli uffici della vigilanza che era stata distaccata al nord, gli archivi sono stati inseriti in quelli qui esistenti, di guisa che l’aggiornamento di ciascuna pratica è ormai assicurato.     Con la fine delle operazioni militari, hanno acquistato particolare momento le iniziative volte alla stabilizzazione della struttura aziendale, in modo da alleggerire l’attività bancaria da quelle remore, motivate dal conflitto, che sarebbero ormai d’intralcio all’auspicata normalizzazione della vita economica.     In prima linea si è reso necessario il ripristino dei normali organi amministrativi di numerose aziende di credito, che erano stati sciolti nel periodo insurrezionale dai Comitati di liberazione nazionale o da autorità locali e successivamente anche dagli alleati per allontanare elementi politicamente compromessi.     La Banca d’Italia, conscia della necessità di ridurre al minimo la durata di situazioni anormali, che possono ripercuotersi sfavorevolmente sulla vita aziendale, si è adoperata per la designazione di candidati idonei moralmente e tecnicamente in tutti quei casi in cui la nomina di amministratori fosse di competenza governativa. Buona parte delle aziende hanno già trovato il loro assetto amministrativo e direttivo; per altre, appartenenti specialmente a provincie passate solo di recente sotto il controllo del governo italiano, sono in corso di definizione le pratiche relative.     Allo scopo di ritornare alla normalità, il ministero del tesoro, concordando con l’avviso manifestato dalla Banca d’Italia, consentì il ripristino della pubblicazione dei bilanci annuali delle aziende di credito e delle relazioni illustrative. La decisione ministeriale è stata in seguito confermata con decreto della Presidenza del consiglio del 21 dicembre 1945 che abrogava ogni precedente disposizione limitativa in materia di divulgazione di dati a carattere economico.     Riguardo alla situazione intrinseca delle aziende di credito, la fine del 1945, mentre ha trovato i bilanci degli istituti in un tranquillante stato patrimoniale, ha messo in luce le condizioni difficili dei conti economici.     I complessi patrimoniali possono invero essere considerati integri in quanto la massa delle consistenze attive è prevalentemente rappresentata da disponibilità liquide presso il tesoro e la Banca d’Italia, da fondi pubblici (per lo più buoni del tesoro) e da operazioni di sicuro rientro (come i finanziamenti degli ammassi) nonché da investimenti immobiliari i quali, se pur hanno subito menomazioni per cause di guerra, hanno spesso valori di mercato superiori a quelli di inventario.     Molte aziende di credito hanno poi rafforzato i fondi patrimoniali mediante congrui aumenti di capitale (nel 1945 sono stati autorizzati 49 aumenti per 537,9 milioni di lire), tendenza questa che continua tuttora col favore degli organi di vigilanza.     I depositi bancari, al netto dei depositi presso la Banca d’Italia e dei conti correnti di corrispondenza ordinari e reciproci tra aziende di credito, ammontavano, al 31 dicembre 1945, a 406,6 miliardi, con un aumento di 157,8 miliardi in confronto alla fine del 1944, dovuto per 102,2 miliardi ai depositi fiduciari e per 55,6 miliardi ai conti correnti di corrispondenza con clienti.[2] A differenza degli anni precedenti, il ritmo di accrescimento dei depositi fiduciari è stato dunque più veloce che nei conti correnti di corrispondenza con clienti.     Anche lo sviluppo dei conti correnti di corrispondenza tra le aziende di credito è stato più lento, in dipendenza della minore attività economica e delle favorevoli condizioni dei depositi presso l’istituto di emissione e presso il tesoro.

Distribuzione dei depositi presso le aziende di credito e le casse di risparmio postali

(Dati assoluti in milioni di lire)

 

CATEGORIE DI AZIENDE

dicembre

1942

 

dicembre

1943

dicembre

1944

dicembre

1945

Istituti di credito di diritto pubblico……………….

24.701

26.880

56.648

84.081

Banche d’interesse nazionale……………………

29.622

40.337

73.562

108.763

Casse di risparmio e Monti di 1a categoria…….

29.283

32.679

46.278

81.267

Banche popolari cooperative……………………

12.840

16.617

27.122

46.455

Aziende di credito ordinario……………………..

21.500

26.745

45.175

86.020

Totale depositi bancari

117.946

143.258

248.785

406.586

Casse postali di risparmio[3] (Depositi su libretti e buoni fruttiferi)…………………………………..

59.465

58.761

59.588

82.715

Conti correnti postali………………………………

3.397

4.725

6.310

12.767

Totale….

180.808

206.744

314.683

502.068

(Composizione percentuale)

 

CATEGORIE DI AZIENDE

 

dicembre

1942

dicembre

1943

dicembre

1944

dicembre

1945

Istituti di credito di diritto pubblico……………….

13,7

13,0

18,0

16,7

Banche d’interesse nazionale……………………

16,4

19,5

23,4

21,7

Casse di risparmio e Monti di 1a categoria……..

16,2

46,3

15,8

48,3

14,7

56,1

16,2

54,6

Casse postali di risparmio (Depositi su libretti | e buoni fruttiferi)………………………………………….

32,8

28,5

18,9

16,5

Conti correnti postali………………………………

1,9

81,0

2,3

79,1

2,0

77,0

2,5

73,6

Banche popolari cooperative…………………….

7,1

8,0

8,6

9,3

Aziende di credito ordinario……………………….

11,9

100,0

12,9

100,0

14,4

100,0

17,1

100,0

Nella distribuzione dei depositi fra le diverse categorie di aziende e le casse postali di risparmio, si nota nell’ultimo triennio uno spostamento assai sensibile a favore delle aziende di credito. Tra queste ultime si sono poi particolarmente avvantaggiate le aziende ordinarie di credito, le banche di interesse nazionale e gli istituti di diritto pubblico; in minor misura le banche popolari cooperative. La partecipazione delle casse di risparmio ordinarie alla raccolta complessiva dei depositi, dopo aver segnato una flessione negli anni 1943 e 1944, è ritornata alla fine dello scorso anno allo stesso livello del 1942.     Agli istituti gestiti secondo criteri di interesse pubblico – e cioè gli istituti di credito di diritto pubblico, le banche d’interesse nazionale, le casse di risparmio e i monti spetta il 67,4% del totale dei depositi bancari; un altro 11,4 per cento è amministrato dalle banche popolari e cooperative ed il residuo 21,2%, ossia appena un quinto del totale, da aziende di credito ordinario; anche queste, non tutte di pertinenza di privati azionisti.     Se poi si tiene conto dei depositi presso le casse postali di risparmio, si osserva che il 73,6% dei depositi in conto corrente ed a risparmio affluisce ad istituti che si possono dire pubblici ed appena il 9,3% alle banche popolari e cooperative ed il 17,1% alle aziende di credito ordinario.     Lo stato dunque, direttamente od indirettamente, regola la distribuzione di poco meno dei tre quarti del risparmio nazionale; un decimo è a disposizione di enti cooperativi; ed appena un sesto è amministrato da banche private. Queste cifre costringono ancora quest’anno, come già l’anno scorso, a porre il quesito se nella nazionalizzazione del credito non si sia proceduto in Italia troppo oltre, certo assai più di quanto non sia accaduto o non si proponga di fare in Francia e in Inghilterra ossia nei paesi più avanzati in materia.

Principali voci di bilancio di tutte le aziende di credito (1)

(i dati assoluti sono in milioni di lire)

PERIODO

DISPONIBILITÁ (2)

IMPIEGHI (3)

TITOLI DI PROPRIETÁ

DEPOSITI (4)

importo

indici

% dei depositi

importo

indici

% dei depositi

importo

indici

% dei depositi

importo

indici

1938 – Dicembre……….

9.266

100

15

44.688

100

74

18.518

100

31

60.320

100

1939 – Dicembre……….

10.405

112

15

47.459

106

70

20.273

109

30

68.182

113

1940 – Dicembre……….

13.210

143

17

52.349

117

65

24.990

135

31

79.973

133

1941 – Dicembre……….

14.637

158

14

66.476

149

64

37.816

204

37

103.469

172

1942 – Dicembre……….

21.586

233

16

84.399

189

64

44.257

239

33

132.396

219

 

Principali voci di situazione di 365 aziende di credito

1942 – Dicembre……….

21.588

100

17

79.396

100

62

41.980

100

33

127.887

100

1943 – Dicembre……….

48.138

223

32

66.977

84

45

60.598

144

40

150.159

117

1944 – Dicembre……….

140.534

651

54

73.907

93

28

88.855

212

34

260.356

204

1945 – Dicembre……….

189.435

878

45

160.664

202

38

136.445

325

32

425.493

333

  (1) La somma dei tre gruppi di voci attive (disponibilità, impieghi, titoli di proprietà) trova riscontro, al passivo, nei depositi ed in altri fondi propri e di terzi; supera perciò, come appare dalla tabella, la cifra dei soli depositi. (2) Cassa e somme disponibili presso altri Istituti. (3) Portafoglio, anticipazioni, conti correnti, conti correnti di corrispondenza, riporti e mutui. (4) Depositi fiduciari e conti correnti di corrispondenza con clienti e con aziende di credito.

Considerando la destinazione data ai fondi raccolti, si osserva una diminuzione degli impieghi creditizi veri e propri da 79,4 miliardi alla fine del 1942 a 67,0 miliardi alla fine del 1943 ed a 73,9 miliardi alla fine del 1944, seguita da un aumento a 160,7 miliardi alla fine del 1945. Questi impieghi ammontavano, alla fine del 1942, al 62 per cento dei depositi (compresi i conti correnti di corrispondenza con clienti ed aziende di credito). Il rapporto discese al 45% alla fine del 1943 e al 28% alla fine del 1944; al 31 dicembre 1945 essi, mentre in cifra assoluta superavano del 102% quelli del 1942, ammontavano soltanto al 38 per cento dei depositi, che nel frattempo erano aumentati del 233%.     Per contro, gli investimenti in titoli (che sono in massima parte titoli di stato e non comprendono i buoni del tesoro ordinari scontati e contabilizzati nel portafoglio) sono aumentati del 225% tra la fine del 1942 e il 31 dicembre 1945, conservando pressoché invariato un rapporto del 33 per cento circa al totale dei depositi.     L’esuberanza dei depositi e la contrazione degli impieghi ha posto le aziende di credito in una eccezionale situazione di liquidità che si rispecchia nell’aumento della cassa e dei depositi presso altri istituti e presso il tesoro; voci le quali al 31 dicembre 1945 superavano di quasi 8 volte la consistenza di fine 1942 ed ammontavano al 45% dei depositi, contro il 17% a fine 1942.     In queste condizioni, il ricorso all’istituto di emissione ha avuto tendenza ad annullarsi; nel gruppo di aziende considerato, gli effetti riscontati, al 31 dicembre 1945, ammontavano a 3.572 milioni; importo pari all’8% del portafoglio e al 0,8 per cento dei depositi.     Questo stato di cose si ripercuote sul conto economico delle aziende con un aspetto positivo, in quanto le spese generali vengono ad essere diluite su una più larga massa di capitali amministrati, e con conseguenze di carattere negativo per la limitata redditività delle somme convogliate nel comparto obbligato degli investimenti a tenue reddito.     Il problema preminente per le aziende di credito è, dunque, l’equilibrio dei bilanci per fronteggiare le crescenti spese d’amministrazione, e principalmente le spese per il personale.     È qui opportuno rilevare che le aziende di credito devono, è vero, assicurare ai propri dipendenti retribuzioni che consentano di far fronte alle più elementari esigenze di vita, ma devono tenere sovratutto e sempre presente la necessità di preservare l’integrità dei bilanci allo scopo di essere sempre in grado di far fronte ai propri obblighi, preminenti sovra tutti gli altri, verso i propri depositanti. Se le banche hanno invero il compito di cooperare all’opera di ricostruzione e alla ripresa economica, bisogna ricordare in ogni momento che il compito di impiegare i fondi disponibili in maniera efficace non può essere adempiuto se non nei limiti posti dalla necessità della sicurezza assoluta della restituzione del denaro che non è proprio delle banche, ma unicamente spetta ai depositanti. Occorrendo evitare la chiusura deficitaria dei bilanci, parve opportuna una revisione dei saggi passivi e di quelli attivi, nonché delle tariffe relative ai servizi bancari.

Saggi di cartello relativi alle principali operazioni attive

OPERAZIONI

aprile

1937

1° giugno

1937

16

luglio

1938

dicembre

1939

10

aprile

1940

21

giugno

1940

16

marzo

1942

21

febbraio

1944

11

settembre

1944

1° giugno

1945

Crediti in bianco:
– in conto corrente…

4,50

6

6,50

7

7

7,50

7,50

8

7,50

8

– con sconto pagherò diretti……….

4,50

5,50

5,75

6

6

6,50

6,50

7

6,50

6,50

– con sconto cambiali finanziarie..

4,50

5,50

5,75

5,75

5,75

6,25

6,25

6,75

6,25

6,25

Anticipazioni e crediti assistiti:
a) da pegno su titoli di stato e similari…..

4,50

5

5

5

5

5

5

5,50

5,50

5,50

b) da pegno su depositi di danaro:
– in conto corrente…

4,50

5,50

5,50

6

6

6

6

6

5,50

6

– con sconto pagherò diretti……..

4,50

5,50

5,50

5,50

5,50

5,50

5,50

5,50

5,50

5

c) da pegno su titoli non di stato o similari, su merci ecc.
– in conto corrente…

4,50

5,50

6

6,25

6,25

6,75

6,75

7,25

6,75

7,25

– con sconto pagherò diretti……..

4,50

5,50

5,50

5,75

5,75

6,25

6,25

6,75

6,25

6,25

Sconti di effetti sull’Italia:
– Non oltre i 4 mesi..

4,50

5

5

5

5

5,50

5,50

6

5,50

5,50

– oltre 4 fino a 6 mesi………………..

4,50

5

5,50

5,50

5,50

6

6

6,50

6

6

– oltre 6 mesi………

4,50

5

6

6

6

6,50

6,50

7

6,50

6,50

Finanziamenti su prodotti agricoli:
– ammassati………..

5,50

5,50

5,50

6

5,50

5,50

– vincolati……………

6

6,50

6

6

  Tasso ufficiale di sconto………………

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4

4

Tasso normale di interesse sulle anticipazioni…………

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

4,50

Saggi di cartello relativi alle principali operazioni passive

OPERAZIONI

1° ottobre 1932

29 ottobre 1933

31 ottobre 1933

1 novembre 1933

1 febbraio 1934

28 febbraio 1934

marzo 1934

aprile 1934

1° ottobre 1944

16 febbraio 1945

Depositi fruttiferi
Conti di deposito libero…………….

2,50

2,10

2,50

2

2

2

1,50

1,50

1

0,50

Libretti di risparmio libero:
  • – piccolo risparmio

3

3

3

2,75

2,75

2,75

2,75

2,50

2

1,50

  • risparmio ordinario

2,75

2,75

2,75

2,75

2,25

2,25

2,25

2

1,50

1

Libretti di deposito a risparmio vincolato:
  • con vincolo di 3 mesi o inferiore a 6 mesi

3,50

3,50

3,50

3

3

3

2,50

2,50

2

1,50

  • con vincolo di 6 mesi o più

4

4

4

3,50

3,50

3,50

3

3

2,50

2

Libretti di dep. a risparmio a scadenza indeterm. ma con vincolo di preavviso reciproco di:
  • 3 mesi od inferiore a 6 mesi

3,50

3,50

3,50

3

3

3

2,50

2,50

2

1,50

  • 6 mesi o più

4

4

4

3,50

3,50

3,50

3

3

2,50

2

Buoni fruttiferi
  • scadenza di 3 mesi o inferiore a 6 mesi

3,50

3,50

3,50

3

3

3

2,50

2,50

2

1,50

  • scadenza di 6 mesi o più

4

4

4

3,50

3,50

3,50

3

3

2,50

2

Conti correnti di corrispondenza
Conti liberi

2,50

2,50

2,50

2

2

2

1,50

1,50

1

0,50

Conti reciproci

3,50

3,25

3,25

2,75

2,75

2,75

2

2

1,50

1,50

Conti vincolati:
  • vincolo di 3 mesi o inferiore a 6 mesi

3,50

3,50

3

3

3

2,50

2,50

2,50

2

1,50

  • vincolo di 6 mesi o più

4

4

3,50

3,50

3,50

3

3

3

2,50

2

  • a scadenza indeterminata con preavviso reciproco di 90 giorni (60 giorni fino al 30 ottobre 1933)

3,50

3,50

3

3

3

2,50

2,50

2,50

2

2,50

Per quanto riguarda i saggi passivi, poiché non sembrò che una riduzione dei saggi stessi potesse influenzare negativamente la raccolta del risparmio, accogliendo le proposte fatte dai rappresentanti delle aziende di credito tramite l’Associazione bancaria, il ministero del tesoro, con circolare del 12 febbraio 1945, dispose una diminuzione di 0,50%.     Relativamente poi al rendimento delle operazioni attive, il ministero del tesoro giunse, verso la metà dell’anno, alla rielaborazione del cartello bancario, elevando congruamente la misura minima dei tassi attivi e i compensi dei servizi.     Le variazioni alla diminuzione dei saggi passivi e all’aumento dei saggi attivi danno luogo a gravi riflessi, che io presenterò sotto forma di punti interrogativi. È conforme all’interesse generale che al risparmio, il quale non ha ancora trovato opportunità di collocamento da parte del risparmiatore, vengano offerte remunerazioni sempre più misere? Se nessuna obiezione può essere pensata per quella parte della massa fiduciaria, la quale è costituita da giacenze momentanee di cassa; se per queste giacenze si può ritenere giustificata non solo la riduzione dell’interesse a zero, ma anche l’applicazione di provvigioni dirette per i servigi che la banca rende al cliente; non così per il risparmio propriamente detto che il depositante conserva in deposito in attesa di investimenti o di accadimenti futuri. Se si interrogasse l’uomo della strada probabilmente risponderebbe che a questo tipo di risparmio dovrebbero essere offerte le migliori remunerazioni che il mercato consente. Dire che si può ridurre a poco o nulla il compenso al risparmio costituito per fronteggiare spese di malattia, di disgrazie familiari, di possibile acquisto di un campo, di una casetta, di un negozio, solo perché i clienti si contentano del poco o nulla, equivale a dare al cartello un netto significato monopolista. Conviene al sistema bancario che si diffonda l’opinione che si dà poco o nulla perché ci si è messi d’accordo a tale uopo? È evidente che il cartello si deve raccomandare ad altre ragioni di interesse generale per giustificare la sua esistenza.     Quanto ai saggi attivi, bisogna non mai dimenticare la verità che l’alto costo dei servizi bancari non giustifica da sé solo la elevazione del prezzo dei servizi bancari. Costo ed utilità dei servizi sono come le due lame della forbice, nessuna delle quali da sola adempie al suo compito. Il distacco tra saggi attivi e saggi passivi è giusto oramai ad un punto tale, che un parere favorevole ad un suo ulteriore allargamento non si sa su quale fondamento possa essere dato. Se fosse abolito il cartello, si manterrebbe quello scarto? E come può essere sanzionato d’autorità un suo inasprimento, se l’autorità competente – la quale, in regime di governo libero, è ultima analisi l’opinione pubblica resa manifesta attraverso gli uomini scelti dal corpo elettorale – non sia persuasa che l’allargamento dello scarto sia giustificato da ragioni di interesse generale? Tra queste ragioni di interesse generale va annoverata la necessità di far fronte alle spese crescenti del sistema bancario? Inquietante domanda, che io mi limito a sottoporre alla vostra attenzione. Aggiungo che i saggi attivi attuali non devono certamente essere considerati come l’ultima Thule del prezzo del credito. Può darsi nascano circostanze in cui sia necessario spingersi più in su. Non pare che la premessa dell’aumento esista quando l’istituto di emissione non è chiamato ad esercitare quella particolare specie di controllo sul sistema bancario che prende il nome di risconto. La tenuità di richiedere il risconto è, per sé stessa, indice di abbondanza della merce denaro. In circostanze siffatte, ad un forzamento all’insù, a mezzo del cartello e d’autorità, dello scarto fra saggi attivi e passivi, quale spiegazione d’interesse pubblico può darsi?     Ai fini del miglioramento economico delle aziende è da segnalare il sempre più elevato numero di richieste di finanziamenti ad esse rivolte; ne è un indizio la quantità delle domande di deroga al divieto di concedere fidi eccedenti il quinto del patrimonio che durante il 1945 sono assommate a 814 per 5.836 milioni, a fronte di 199, per 1.195 milioni, presentate nel 1944. L’intensificarsi delle richieste in parola si è specialmente registrato negli ultimi mesi dell’anno ed è lecito considerarlo come un prodromo di iniziative connesse con la ricostruzione, sebbene ancora nel complesso inadeguate e per buona parte motivate da scopi del tutto contingenti.     In materia è necessario che le aziende di credito procedano con molta cautela; ciò sia detto specialmente per le richieste di quelle industrie che non lavorando in pieno, sono state peraltro costrette, da provvedimenti del governo neo fascista, a mantenere in piedi la loro impalcatura del tempo di guerra, particolarmente per il numero dei dipendenti. Risorge il pericolo si possa rinnovare la situazione dell’altro dopoguerra, quando molte aziende di credito ordinario ebbero a trovarsi in condizioni di dover assumere, a causa di imprudenti interventi bancari, larghe partecipazioni industriali, con le conseguenze ben note e che qui è superfluo rammentare.     Non è poi da escludere che, per l’attuale stato di cose, banche vengano sollecitate a consentire affidamenti destinati ad alimentare, invece che il lavoro industriale, quello rivolto unicamente ad approfittare di, sperabili per gli uni e deprecabili per gli altri, variazioni di prezzi al rialzo; ovvero a sostituirsi a quell’opera di sussidio alla disoccupazione che è invece compito specifico dello stato. È evidente come accedendosi a siffatte richieste ci si allontanerebbe da quei sani criteri che devono tradizionalmente e necessariamente presiedere alla erogazione del credito.     In merito, la Banca d’Italia ha tempestivamente e ripetutamente invitato le aziende di credito a sottoporre a un rigoroso esame tanto le nuove richieste di fido, quanto gli affidamenti già concessi, in modo da creare e mantenere solo quelle relazioni che si appoggino su piani di ripresa rigorosamente elaborati, nei campi commerciale, agricolo e industriale. E poiché tali direttive – che hanno riportato recentemente l’assenso del ministro del tesoro – dovevano essere inquadrate anche sotto il profilo strettamente tecnico, sono state ribadite le istruzioni afferenti l’osservanza del cartello bancario per quanto ha tratto all’utilizzo, a mezzo di cambiali, degli scoperti di conto corrente, non dipendenti da vera e reale elasticità di cassa. È ovvio che l’inadempienza di questa disposizione, specie in momenti di accentuata instabilità del mercato monetario, può riuscire pericolosa in quanto vengono a mancare alle banche i titoli esecutivi, nonché la possibilità di smobilizzare facilmente i loro crediti in caso di necessità.     È stata svolta opera di persuasione perché vengano richieste, ai clienti che aspirano a sovvenzioni, le dichiarazioni – prescritte in applicazione dell’art. 35 della legge bancaria – sulle condizioni economiche dei richiedenti i fidi, intese a consentire alle banche di rendersi conto della situazione dei propri clienti, ed in ispecie della loro eventuale posizione debitoria con altre aziende di credito, ossia del cumulo dei fidi. Per rendere più agevole l’osservanza della norma è stato proposto al ministero del tesoro di elevare il limite al disopra del quale soltanto è obbligatoria la produzione delle dichiarazioni.     Sarebbe sommamente desiderabile che le aziende di credito si rendessero conto che la linea di condotta perseguita dagli organi di vigilanza in questa materia, e in fatto di utilizzo degli scoperti a mezzo cambiali, non è ispirata a sterile formalismo, ma risponde all’interesse delle aziende stesse. Anche nella circostanza delle richieste presentate da aziende di credito per ottenere autorizzazioni di derogare al limite (pari ad un quinto del patrimonio) del fido da concedersi ad uno stesso nominativo, la nostra Banca non manca di accertarsi che le singole operazioni siano rivolte ad assistere sani cicli produttivi o giustificate attività commerciali.     L’attrezzatura creditizia nazionale ha mostrato sensibilità ed accortezza nell’intervenire in finanziamenti a fronte di forniture straordinarie di merci operate da enti vari, militari o civili, nazionali, od esteri, forniture che si sono andate intensificando nel corso dell’anno e sono state distribuite a mezzo di organizzazioni e con modalità di varia natura. Dell’attuale situazione risentono in modo speciale gli enti locali (comuni, provincie ed opere pie) i quali si rivolgono insistentemente alle aziende di credito per ottenere aperture di credito spesso sproporzionate alla potenzialità della aziende stesse e che talvolta – per l’insufficienza o l’assenza di idonee garanzie – sono in contrasto con le norme statutarie e con i criteri basilari di una oculata amministrazione.     Non si può disconoscere l’opportunità che le aziende di credito agevolino, nei limiti del possibile, gli enti predetti perché più facilmente possano superare le attuali difficoltà.     Tuttavia, le agevolazioni stesse devono necessariamente rispettare dei limiti che non è dato di superare senza turbare l’equilibrio degli impieghi dell’azienda, ed esporla ad operazioni senza garanzie e rischiose, o, comunque, di pregiudizievole immobilizzo.     La situazione generale del decorso anno ha messo inoltre sul tappeto alcune importanti questioni di cui è opportuno fare menzione.     Rapporto tra patrimonio e depositi. – Come è noto, in base a deliberazione del soppresso Comitato dei ministri adottata a mente dell’art. 32 della legge bancaria, le aziende di credito, ad eccezione delle casse di risparmio, dei monti di credito su pegno e delle casse rurali, sono tenute a depositare in titoli o in contante presso l’istituto di emissione l’eccedenza che si verifica nel rapporto di 20 a 1 tra l’ammontare della massa fiduciaria e quello del patrimonio dell’azienda. In tempi normali, solo pochissimi istituti dovettero costituire detta garanzia, ristretta, comunque, entro limiti modesti; ora, invece, quasi tutte le aziende di credito, dalle maggiori alle minori, sono venute a superare tale limite e devono quindi costituire ingenti depositi, ossia effettuare ulteriori investimenti in titoli di stato, oppure procedere a prelevamenti dai fondi, che in misura cospicua esse hanno presso il tesoro e la Banca d’Italia, per costituirli in deposito speciale presso la Banca stessa.     Per quanto con gli aumenti di capitale una parte dell’eccedenza venga automaticamente eliminata, il problema permane attuale, nonostante che con recente provvedimento ministeriale, a far tempo dall’1 marzo 1946, il rapporto sia stato elevato da 1:20 ad 1:30.     Cauzioni per l’emissione di assegni circolari.- La circolazione di assegni circolari, proseguendo nel suo aumento è passata da 22,4 miliardi alla fine del 1944 a 32,6 miliardi a fine dicembre 1945. È sorta, quindi la necessità di adeguare le cauzioni che le aziende emittenti sono tenute, per legge, a costituire in titoli dello stato presso la Banca d’Italia.     Per attenuare la gravosità di questo obbligo senza menomare l’efficienza della garanzia che deve sussistere a favore dei prenditori di assegni, si è suggerito al ministero del tesoro di consentire che nel calcolo del patrimonio potessero includersi le riserve straordinarie non aventi speciale destinazione e quelle che abbiano solo in potenza una destinazione specifica, e di tollerare i depositi cauzionali in contanti, oltre che in titoli. Il ministero ha accolto la prima proposta, mentre per la seconda ha confermato come dette cauzioni debbano, comunque, essere sempre prestate in titoli di stato, lasciando, peraltro, un termine di 6 mesi, dopo la conclusione della pace, per la regolarizzazione delle malleverie, prestate in contanti, come temporaneamente praticato nel settentrione, sotto l’occupazione tedesca.     Fidi eccedenti i limiti di legge. – La rigida osservanza della norma che limita ad un quinto del patrimonio il fido concedibile ad uno stesso nominativo, mentre non può creare alcuna difficoltà ai grandi istituti, dotati di un cospicuo patrimonio, è tale invece da mettere in imbarazzo le medie e soprattutto le piccole aziende, in quanto l’accresciuto volume unitario delle operazioni di affidamento, per effetto della svalutazione della moneta, fa sì che i limiti vengano superati assai spesso; pertanto, queste ultime aziende debbono, di volta in volta, chiedere l’autorizzazione di deroga al nostro istituto.     Per rendere più sollecito il disbrigo delle relative pratiche, è stata conferita alle filiali della Banca d’Italia la facoltà di consentire direttamente deroghe di fido per importi che eccedano il limite del quinto ma non superino i due quindi del patrimonio delle aziende richiedenti. Tale agevolezza si è già dimostrata, in pratica, molto opportuna, in quanto consente maggiore speditezza nella evasione di buon numero di pratiche. D’altra parte, non sempre prudente, per ora, l’elevazione del rapporto del quinto attualmente vigente, in quanto la presente, eccezionale ed instabile congiuntura maggiormente si appalesa la necessità di mantenere ferme le norme cautelative fondamentali.     Rischi bancari e avocazione dei profitti di regime. – L’applicazione dell’art. 29, n. 2, del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, e del decreto legislativo luogotenenziale 31 maggio 1945, n. 364, relativi all’avocazione dei profitti di regime, ha dato luogo ad una importante questione nei confronti dei crediti vantati dalle banche verso ditte colpite o colpibili dal provvedimento.     La severità delle presunzioni stabilite dal primo dei citati decreti, per quanto temperata dalle norme complementari del secondo, ha causato uno stato di preoccupante incertezza per le banche; pertanto, il nostro istituto, d’accordo con l’Associazione bancaria italiana e con l’appoggio del ministero del tesoro, ha formulato ai dicasteri competenti alcune proposte di emendamento. E precisamente:

  • consentire alle aziende di credito di provare – in deroga all’art. 2704 cod. civ. – con ogni mezzo e in modo certo la data dei loro crediti, onde essere preferite allo stato nella soddisfazione delle loro ragioni, in applicazione dell’art. 40 del decreto legislativo luogotenenziale 31 maggio 1945;

 

  • aggiungere al citato art. 40 un capoverso così concepito: «Al credito dello Stato sono altresì preferiti i crediti degli istituti e delle aziende di credito, derivanti da operazioni anteriori o posteriori al 25 luglio 1943; sempre che tali crediti risultino da libri bollati e vidimati nelle forme di legge, regolarmente tenuti, salvo il diritto dell’amministrazione finanziaria di chiedere la dichiarazione di inefficacia nelle forme e nei casi previsti dall’art. 45». Una disposizione del genere sarebbe giustificata dalla considerazione che gli istituti esercenti il credito debbono essere ritenuti meritevoli di un più favorevole trattamento, sia per la funzione di pubblico interesse che disimpegnano, sia per la severa disciplina loro imposta dalla legge bancaria;

 

  • emanare precise norme regolanti le forme e gli effetti dell’intervento dei terzi nei giudizi di avocazione, colmando così un’evidente lacuna della legge;

 

  • precisare e tutelare la condizione dei creditori – e in particolare delle aziende di credito – di fronte ad una sentenza che ordini la confisca prevista dalle vigenti disposizioni.

Blocco di attività presso aziende di credito. – È noto che il governo militare alleato emanò provvedimenti, diversi da provincia a provincia, di blocco delle attività in essere presso banche al nome di varie categorie di persone. Verso la fine del 1944, le autorità italiane, succedute in buona parte del territorio a quelle alleate, si preoccuparono di coordinare questa materia, non solo per attuare la desiderabile uniformità di trattamento nell’intero territorio liberato, ma anche per ottenere che al momento del passaggio delle provincie dal governo militare alleato a quello italiano non vi fossero scosse. La unificazione fu attuata dal ministero del tesoro, in collegamento con la Commissione finanziaria alleata.     Sarebbe inesatto affermare che le disposizioni sui blocchi non abbiano creato intralci alla attività delle aziende di credito. Comunque, anche in questo campo la collaborazione delle aziende stesse e il tatto e la prudenza dei loro dirigenti, evitarono inconvenienti degni di rilievo.     Riforme statutarie. – In occasione dei molteplici aumenti di capitale, le aziende di credito hanno apportato talvolta radicali riforme ai rispettivi statuti. Poiché la legge prescrive che siffatte riforme debbano ricevere direttamente o indirettamente la sanzione governativa, si è proceduto ad un approfondito e minuzioso esame delle nuove norme e, caso per caso, si sono formulate opportune proposte al ministero del tesoro.     Una menzione particolare merita la rielaborazione dello statuto tipo per le casse rurali ed artigiane, diretta ad adeguarlo alle disposizioni del nuovo codice civile e del testo unico delle leggi che lo riguardano.     Quasi nel contempo, si è avuto occasione di precisare i criteri di massima che debbono informare l’esame delle richieste afferenti la trasformazione delle casse da società in nome collettivo in società a responsabilità limitata. La trasformazione, che può conferire alle casse una fisionomia di maggiore correntezza e flessibilità, deve però, in via pregiudiziale, essere consentita soltanto agli organismi sani, i quali soddisfino inoltre a speciali condizioni volte a consolidare la copertura, già assicurata, delle ragioni creditorie dei terzi, escludendosi, in ogni caso, che alla trasformazione possano essere ammesse quelle casse il cui andamento sia per qualsiasi motivo poco soddisfacente.     Ammassi di prodotti agricoli. – Nel corso del 1945 è stato disposto il conferimento agli ammassi dei seguenti prodotti: grano, orzo, granturco, segale, risone, olio, canapa, bozzoli, lana, fave, fagioli, ceci, piselli, lenticchie ed avena. (Nei riguardi di quest’ultima è stato successivamente stabilito l’esonero dall’obbligo del vincolo e del conferimento).     Per tutti i prodotti, fuorché l’olio, è stata confermata la ripartizione dei finanziamenti fissata per la campagna 1943-1944.     Per l’Italia centro meridionale ed insulare lo stato ha iniziato il pagamento dei residui sui finanziamenti degli ammassi, che avevano formato oggetto di apposita rilevazione. Una rilevazione analoga è stata predisposta per le provincie del nord.     Connessa a quella dei residui, era la questione dei finanziamenti concessi o da rinnovarsi a fronte di prodotti andati distrutti od asportati nel corso degli eventi bellici; questione che aveva ingenerato perplessità negli istituti finanziatori. In proposito, a seguito dell’opera spiegata dal nostro istituto, si è ottenuto che il ministero dell’agricoltura e foreste e quello del tesoro confermassero esplicitamente la sussistenza della garanzia statale per il buon fine delle sovvenzioni regolarmente e legittimamente accordate e dei loro rinnovi, indipendentemente dalla effettiva esistenza in magazzino della merce conferita.     Sempre nel corso del 1945, si è provveduto alla regolamentazione dei finanziamenti delle spese di trasporto del grano e delle farine, da effettuarsi a cura della Federazione italiana dei consorzi agrari, ai sensi dei decreti ministeriali 14 novembre 1944 e 15 febbraio 1945, e in relazione anche al decreto legislativo luogotenenziale 22 febbraio 1945, n. 38, fissante il nuovo prezzo del pane.     Apertura di sportelli bancari ed espansione creditizia. – Nel decorso esercizio, si è ripresentato, tra i problemi più importanti, quello dell’espansione delle aziende di credito. Il numero degli sportelli bancari non è sensibilmente aumentato durante l’anno: infatti, a fronte di 6.848 sportelli i quali rendevano bancabili 3.680 piazze al 31 dicembre 1944, erano operanti, alla fine del 1945, 6.889 sportelli su 3.715 piazze. Le richieste di apertura di nuove filiali avanzate durante l’anno sono state però assai numerose (e nei primi mesi del 1946 si sono ancora intensificate) e molte sono state le concessioni accordate, benché non utilizzate entro l’anno. Nel corso del 1946, gli sportelli aumenteranno dunque sensibilmente di numero per effetto di siffatte autorizzazioni e delle altre che saranno presumibilmente consentite. Nel 1945, intanto, 80 aziende di credito (tra cui 33 casse di risparmio e 2 casse rurali) hanno, chiesto di poter aprire 603 sportelli; la Banca d’Italia ha espresso al ministero del tesoro parere favorevole per 162 pratiche, negativo per 319, mentre le restanti si trovavano a fine d’anno in corso di istruttoria. Entro l’anno, il ministero accolse 119 domande, ne respinse 192, mentre a fine anno doveva ancora pronunciarsi per le rimanenti 170.     Il sensibile numero di domande merita commento. Dopo la revisione del piano degli sportelli bancari, stabilita nel 1938, venne disposta una rigida sospensiva in materia di apertura di nuove dipendenze. Dopo di allora si è venuta manifestando l’esigenza dei servizi bancari nelle piccole piazze rurali, divenute centro di cospicue transazioni commerciali, sia per l’aumentata importanza relativa della produzione agricola, sia perché la ricerca di viveri da parte delle popolazioni urbane e gli sfollamenti hanno operato nel senso di aumentare il giro di denaro nei piccoli centri rurali. Il problema di dotare questi centri di un’attrezzatura bancaria è stato reso acuto, in parecchi casi, dalle difficoltà di collegamento con gli altri centri e, in qualche zona, dalla insicurezza delle comunicazioni. Siffatte considerazioni inducono ad esaminare con occhio benevolo le numerose richieste di sportelli aventi per oggetto appunto piazze sinora non bancabili. Per le piazze già bancabili, giova tener conto del fatto che il pubblico richiede oggi di essere servito non solo nel centro cittadino degli affari, ma in tutti i rioni, anche suburbani. Poiché le banche sono fatte per servire il pubblico e non viceversa, sarà a poco a poco necessario tener conto di queste esigenze, osservabili del resto in tutti i paesi a mano a mano che l’organizzazione bancaria si perfezioni.     Nel tema dell’allargamento dell’attività bancaria, rientra la tendenza che si va sviluppando, da parte di società, enti e organizzazioni varie, a richiedere alle banche il disimpegno di servizi di cassa presso la propria sede ed anche in ore le più disparate. Se si può osservare che codeste maniere di servizi non rientrano nella normale attività bancaria, la quale invece di svolgersi in sedi appropriate e con l’applicazione di criteri unitari di amministrazione, viene a frazionarsi in servizi fissi o volanti, il domicilio dei maggiori clienti, e se per questo motivo l’evoluzione ora accennata deve essere seguita attentamente, sarà opportuno renderci conto che le restrizioni di orario imposte da circostanze transitorie e dalle regole comuni dei contratti collettivi di lavoro sono spesso incompatibili con le esigenze del pubblico a servire il quale deve esclusivamente intendere il sistema bancario; cosicché l’istituto dei servizi volanti in piazze, località ed ore non dotate di adeguati servizi bancari meriterà probabilmente di formare oggetto di attenta considerazione e di ponderato studio. Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati e per chiudere il proprio bilancio con un saldo utili; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel modo migliore il pubblico.     Rilevazioni statistiche. – La precarietà dei mezzi di comunicazione – che si sono resi sufficientemente regolari soltanto nella seconda metà dell’esercizio – ha ostacolato sensibilmente, in questi ultimi tempi, la trasmissione dei dati statistici da parte delle aziende di credito, le più importanti delle quali hanno incontrato, a loro volta, analoghe difficoltà nel procurarsi gli elementi necessari presso le rispettive filiali. La divisione del territorio segnata dalla linea del fronte, ha inoltre impedito, a tutto il primo semestre 1945, la raccolta di dati a base nazionale.     Ora che queste difficoltà sono eliminate od attenuate, non sembra fuor di luogo fare appello allo spirito di cooperazione delle aziende di credito perché producano con regolarità e tempestività i dati che le concernono.     Al 31 dicembre 1945, le aziende di credito iscritte all’albo ministeriale sommavano a 1911,[4] di cui 1434 in attività di esercizio e 477 in liquidazione. Confrontando tali cifre con quelle di un anno prima (aziende in attività 1463, in liquidazione 505, con un totale di 1968) si nota che le cancellazioni dall’albo durante il periodo esaminato sono ascese a 57.     La vigilanza su tutto questo complesso di aziende si è svolta con i metodi tradizionali di obiettività e approfondendo ogni questione, generale o particolare, con la consueta coscienziosità. Anche in questo anno, tuttavia, non è stato possibile – a causa delle condizioni generali – effettuare visite ispettive nella misura desiderata, benché i 50 sopraluoghi cui si è dato corso – che portano a 4793 il totale delle visite eseguite dal 1926 – rappresentino già un notevole progresso rispetto all’anno precedente (21). La Banca d’Italia ha in programma di intensificare questo efficacissimo strumento di controllo che dà modo di prendere effettivamente contatto con la situazione delle aziende ispezionate; giacché, secondo quanto è nelle nostre consuetudini, le indagini, lungi dal limitarsi al semplice accertamento dell’osservanza delle formalità prescritte, devono scendere nel vivo delle consistenze, attive e passive, e mirare a mettere effettivamente a fuoco la realtà delle cose.     Nel disimpegno del delicato compito affidatole dalla legge, la Banca d’Italia, oltre ad essere a quotidiano contatto con il ministero del tesoro, che ha costantemente mostrato di approvare e condividere le finalità e i metodi del nostro istituto, si è mantenuta in cordialissimi rapporti di collaborazione con gli altri organi governativi, con le autorità alleate e con le associazioni di categoria delle aziende di credito. Parimenti cordiali e correnti sono le relazioni con queste ultime, sia al centro che alla periferia, in ciò favorite dalla consuetudine, già prima abbastanza diffusa ed ora ufficialmente regolata, di convocare mensilmente presso la Banca d’Italia tutti i dirigenti le aziende di credito della zona per procedere ad amichevoli scambi di idee sugli argomenti di maggiore, comune interesse; consuetudine che ha portato larga messe di utili risultati.

Controllo valutario e rapporti con l’estero

  A causa della scarsa attività valutaria, specie nel primo semestre del 1945, il compito dell’Ufficio controllo operazioni valutarie si è limitato all’estensione alle regioni via via liberate delle istruzioni impartite dall’Istituto nazionale per i cambi con l’estero (ora in liquidazione) in materia di liquidazione di mandati di clearing e emissione di duplicati di mandati smarriti.     Ai fini del controllo valutario, è da rammentare l’istituzione, a mezzo degli uffici militari di censura, di un controllo della corrispondenza da e per l’estero. Copiosa mole di lavoro ne risulta per il nostro ufficio, al quale è stata demandata l’esecuzione delle pratiche, numerosissime e complesse, relative alla liquidazione, confisca ecc. dei valori rinvenuti nella corrispondenza censurata.     L’attività dell’ufficio rapporti con l’estero nel 1945 ha avuto per oggetto, oltre che il mantenimento coi corrispondenti esteri della Banca dei numerosi e continui rapporti inerenti al servizio rimesse emigrati, anche, e sopratutto, le operazioni in cambi, di cui, entro determinati limiti, è stato consentito il ripristino. Le operazioni sono consistite prevalentemente nello acquisto a fermo di banconote stilate in valute pregiate (dollari, sterline, franchi svizzeri, escudos portoghesi e corone svedesi) e nell’accettazione, per il realizzo al meglio, per conto e secondo le istruzioni dell’Ufficio italiano dei cambi, di biglietti stilati in determinate valute (tra cui i franchi francesi e belgi di nuova emissione).     L’ufficio ha inoltre curato direttamente l’esecuzione delle rimesse dall’estero non rientranti nella categoria delle «rimesse emigrati». Tali operazioni, in numero complessivo di 78, hanno dato, a tutto il 1945, un apporto di 81 mila dollari e 179 mila sterline.     Le operazioni in cambi sono state effettuate sulla base dei tassi ufficiali di cambio fissati nel corso dell’anno.     A valere sulle disponibilità createsi nei conti post liberation in dollari e sterline in dipendenza del servizio rimesse emigrati (conti che, a partire dal dicembre 1945, sono stati dalle competenti autorità americane e britanniche resi utilizzabili senza bisogno di speciale autorizzazione) l’ufficio ha provveduto, nel corso del 1945, a disporre, d’ordine e per conto del R. tesoro, pagamenti per 9,7 milioni di dollari e 136 mila sterline. L’importo in dollari rappresenta per 4,6 milioni ordini di pagamento a favore dei rappresentanti diplomatici italiani all’estero e per la rimanenza aperture di credito, per acquisti di merci, a favore della missione italiana a Washington. L’importo in sterline rappresenta invece quasi interamente ordini a favore di diplomatici, in quanto per gli acquisti di merci in Inghilterra, da parte della delegazione italiana colà inviata, sono stati utilizzati i fondi esistenti nel conto «esportazioni» in sterline di pertinenza del R. tesoro, in essere presso la Banca d’Inghilterra a nome del nostro istituto, per un ammontare complessivo, a tutto il 1945, di circa 793 mila sterline.     In dipendenza del servizio di pagamento delle esportazioni, effettuato dalla Banca per conto del R. tesoro, l’ufficio ha disposto, a favore di ditte esportatrici italiane, a tutto il 31 dicembre 1945, pagamenti per oltre 1.438 milioni di lire, in esecuzione di 125 contratti di esportazione di merci varie destinate principalmente in Inghilterra e negli Stati Uniti, nonché a Malta e nei Balcani.     In relazione ai provvedimenti di cambio delle banconote e di registrazione o stampigliatura dei titoli, attuati all’estero, sono state impartite alle filiali le opportune disposizioni per il cambio di franchi belgi, corone danesi, fiorini olandesi e corone cecoslovacche e sono state svolte le pratiche relative alla raccolta delle denuncie e all’accentramento delle banconote.     Infine, l’ufficio ha trattato col ministero del tesoro le pratiche relative alle domande avanzate da singoli cittadini delle nazioni unite, per ottenere lo sblocco dei propri averi in base al decreto legislativo luogotenenziale 1 febbraio 1945, n. 36, il quale non ha avuto ancora applicazione generale, non essendo state emanate finora le norme applicative.     Il servizio delle rimesse emigrati, iniziatosi per il tramite della Banca d’Italia nel dicembre 1944, ha avuto durante il 1945 considerevole incremento. A tutto il dicembre, sono infatti pervenuti direttamente all’ufficio rimesse emigrati del nostro istituto: dagli Stati Uniti, 76.102 mandati di pagamento per 4.600 mila dollari; dalla Gran Bretagna, 50.688 mandati per 894 mila sterline.[5]     All’apporto di valuta relativo alle rimesse direttamente appoggiate alla Banca d’Italia occorre aggiungere anche l’ammontare dei bonifici inviati dalle banche americane ed inglesi ai due banchi meridionali ed agli altri istituti di credito italiani.     In base ad un accordo con la Commissione alleata, dal 1° marzo dello scorso anno, la Banca d’Italia si è sostituita all’Allied Financial Agency nei rapporti che questa intratteneva precedentemente col Banco di Napoli e col Banco di Sicilia, in dipendenza del servizio delle rimesse emigrati.     In attuazione dell’accordo, nel mese di marzo 1945 sono stati trasferiti nel conto nostro (post-liberation) della Banca d’Italia, contro esborso del controvalore in lire all’Allied Financial Agency: dal Banco di Napoli, 12.078 mila dollari; dal Banco di Sicilia, 4.902 mila dollari e 186 mila sterline. Le somme in valuta estera successivamente pervenute ai detti istituti sono state accreditate, di volta in volta, alla Banca d’Italia, previo esborso del controvalore in lire.     Nell’ultimo trimestre del 1945 il servizio delle rimesse ha subito un ulteriore sviluppo, in seguito alla determinazione presa dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito di consentire alle banche americane ed inglesi di corrispondere direttamente con le amministrazioni centrali di tutte le banche operanti in Italia. Di conseguenza, si è reso possibile ad ogni banca italiana di attendere a questo servizio per proprio conto e sotto la propria responsabilità. La valuta estera sino al 10 dicembre 1945 è affluita ai conti post-liberation aperti alla Banca d’Italia per conto del tesoro. Successivamente la valuta è stata accreditata in conti liberamente utilizzabili, gestiti per conto dell’Ufficio italiano dei cambi, dalle banche abilitate al commercio dei cambi.     Gli introiti effettivi in valuta accreditati al nostro istituto sono stati, a tutto il 1945, di 52.527 mila dollari e 1.221 mila sterline. A fronte di essi, si sono avuti utilizzi complessivi per 9.671 mila dollari e 136 mila sterline. Nei primi mesi del 1946 notasi una flessione accentuata delle rimesse, particolarmente di quelle in dollari, flessione a cui non è improbabile abbia fatto riscontro un incremento nelle rimesse spicciole illegali in biglietti nord americani racchiusi nella corrispondenza ordinaria. La diminuzione delle rimesse dagli Stati Uniti sembra dovuta alla impressione diffusa tra gli emigranti che il controvalore in lire pagato al cambio 100 per i dollari rimessi avesse una potenza d’acquisto inferiore a quella del dollaro negli Stati Uniti. La quota di adeguamento del 125 per cento, che porta il cambio di fatto del dollaro a 225 lire, è da supporre possa dar luogo ad una ripresa.

Ordini di pagamento inviati da banche americane e inglesi alla Banca d’Italia e ad altri istituti di credito italiani

(migliaia)

BANCA D’ITALIA

ALTRI ISTITUTI DI CREDITO

TOTALE

dollari

sterline

dollari

sterline

dollari

sterline

  1944 – Dicembre

48,6

48,6

1945 – Gennaio

379,3

379,3

» – Febbraio

428,3

32,6

186,3 (1)

428,3

32,6

» – Marzo

260,1

40,0

(2)

19.554,0

226,3

» – Aprile

328,3

35,2

3.450,5

3.778,8

35,2

» – Maggio

505,4

105,6

2.576,4

3.081,8

105,6

» – Giugno

403,1

54,5

3.786,1

4.189,2

54,5

» – Luglio

281,1

74,1

2.122,0

2.403,1

74,1

» – Agosto

420,1

55,2

2.407,4

2.827,5

55,2

» – Settembre

500,9

97,6

3.412,7

3.913,6

97,6

» – Ottobre

581,5

197,1

3.036,0

10,4

3.617,5

207,5

» – Novembre

333,0

167,8

4.183,9

57,8

4.516,9

225,6

» – Dicembre

130,3

4.600,0

34,3

894,0

3.657,9

47.926,8

72,5

327,0

3.788,2

52.526,8

106,8

1.221,0

1946 – Gennaio

72,6

38,7

» – Febbraio

51,3

4,723,9

1,0

933,7

  (1) Saldo delle rimesse precedenti trasferito alla Banca d’Italia. (2) Rimesse del mese.

L’attività dell’ufficio portafoglio estero per quanto si riferisce alla negoziazione di effetti e di assegni stilati in valuta estera, dopo la forzata sosta dovuta alle circostanze belliche, ha segnato nel 1945 un inizio di ripresa, particolarmente negli ultimi mesi dell’anno, cioè dopo l’abrogazione delle norme restrittive emanate dal governo militare alleato ed il ripristino delle comunicazioni con le filiali dell’Italia settentrionale.     Per quel che riguarda gli assegni emessi su piazze degli Stati Uniti d’America, furono acquistati dalla Banca 15.585 titoli per un importo di 1.124 mila dollari, costituiti, nella maggioranza dei casi, da cessioni operate dai membri delle forze armate degli Stati Uniti e dal personale della Croce rossa americana, nonché da travellers’ checks importati da connazionali reduci dalla prigionia di guerra in America, e furono presi per l’incasso 146 assegni per 10 mila dollari circa.     Date le limitazioni imposte dal governo inglese alla negoziazione degli assegni, esiguo è stato il numero di quelli emessi su piazze inglesi acquistati o presi per l’incasso.     Con la cessazione dello stato di guerra, si è verificato un aumento nelle operazioni a carattere speciale, quali il pagamento di assegni emessi dal Dipartimento del Tesoro americano sulla nostra Banca per la corresponsione a connazionali assegnatari di pensioni pagate dall’Amministrazione dei Veterani in America (595 assegni per circa 234 mila dollari) e la registrazione, con conseguente inoltro all’Ufficio italiano dei cambi, di oltre 67 mila denunce di possesso di banconote in valuta estera, eseguite presso gli stabilimenti, ai sensi del decreto ministeriale 14 luglio 1943, prevalentemente da connazionali ex prigionieri di guerra e internati civili rimpatriati.     Inoltre, l’ufficio portafoglio estero, al quale è stata affidata la trattazione delle pratiche già di pertinenza del cessato ufficio titoli e crediti esteri, ha continuato anche nel 1945 ad ordinare è ad avviare all’Ufficio italiano dei cambi tutte le nuove denunce di valori sull’estero (una cinquantina circa) che sono state presentate alle filiali nel corso dell’anno 1945, mentre ha provveduto al disbrigo delle pratiche relative alle denunce presentate negli anni precedenti.

II

 

Bilancio al 31 dicembre 1945

  La riserva, rappresentata da oro in cassa, al 31 dicembre 1945 ammontava a 463,0 milioni, con un aumento di 0,4 milioni rispetto ad un anno prima, dovuto a normali operazioni di acquisto.     L’ammontare della riserva aurea era così costituito:

Oro in cassa…………………………………………. lire

15,6

milioni

Oro depositato all’estero………………………………………………. »

18,4

»

Oro proveniente da Fortezza………………………………………………. »

429,0

»

lire

463,0

milioni

La partita di oro che era stata depositata a Fortezza in un locale posto sotto la vigilanza della filiale di Bolzano della Banca, nel maggio 1945 veniva riportata a Roma, insieme con altri 147 chilogrammi di pertinenza dell’ex ministero per gli scambi e per le valute, a cura delle forze armate alleate e sotto la direzione dell’Allied Financial Agency, che ne effettuava il deposito nei locali di sicurezza dell’amministrazione centrale.     Fin dal giugno 1945 la Banca provvide a trasmettere alla Commissione alleata esauriente documentazione comprovante il suo buon diritto per ottenere la restituzione dell’oro di sua proprietà esistente a Fortezza e per invocare l’interessamento degli alleati per il ritrovamento e la restituzione anche del quantitativo d’oro che i tedeschi avevano a suo tempo trasportato da Fortezza a Berlino.     L’oro depositato all’estero dovuto dallo stato era invariato nella cifra di 1.772,8 milioni.     La cassa registrava un aumento di 15.751,9 milioni dovuto in massima parte (15.236,7 milioni) alle aumentate giacenze di lire militari alleate, salite da 1.584,0 a 16.820,7 milioni.     Il portafoglio su piazze italiane sommava a 9.745,9 milioni, con un aumento di 5.964,7 milioni rispetto alla consistenza di un anno prima, che era di 3.781,2.     L’analisi delle variazioni intervenute nell’anno deve essere riferita alle cifre della seconda decade di dicembre per la quale si dispone del dettaglio delle operazioni che concorrono a formare la consistenza totale del portafoglio.     Al 20 dicembre 1945 questa consistenza era di 9.707,7 milioni, costituiti per 9.559,6 milioni da operazioni di risconto, per 85,3 milioni da residui di sconti diretti e per 62,8 milioni da sconti di buoni del tesoro ordinari.     A sua volta, la consistenza del risconto era formata per 6.936,3 milioni da effetti riguardanti gli ammassi, per 1.771,1 milioni da risconto a favore del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali e per 852,2 milioni da risconto a favore di altre aziende ed istituti di credito.     Gli sconti diretti erano costituiti per 32,7 milioni da operazioni in liquidazione di sconto a privati, per 3,5 milioni da sconti di note di pegno e per 49,1 milioni da sconti ordinari nelle colonie.     Gli sconti dei buoni del tesoro erano costituiti per 25,5 milioni da sconti a favore di aziende di credito e per 37,3 milioni da sconti a privati.     Rispetto al 1944, l’ammontare del portafoglio ordinario al 20 dicembre segnava un incremento di 5.879,7 milioni, dipendente da aumenti di 1.395,9 milioni nel risconto a favore del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, di 706,6 milioni nel risconto ordinario, di 3.802,0 milioni nel risconto di effetti riguardanti gli ammassi, e da diminuzioni di 3,0 milioni negli sconti diretti e di 21,8 milioni nello sconto di buoni del tesoro.     Complessivamente, gli impieghi in operazioni di sconto hanno segnato un apprezzabile progresso, specie nelle regioni centro meridionali, dove la media mensile degli impieghi è stata di 1.300 milioni, contro i 506 milioni dell’anno precedente, mentre per le filiali del nord essa è stata di 780 milioni, contro 558 milioni nel 1944.     Il persistere dell’abbondanza di disponibilità liquide sul mercato, offrendo al credito minori occasioni di intervento, ha continuato a mantenere limitato il ricorso risconto presso l’istituto di emissione da parte delle banche, le quali come appare dalle cifre citate sopra, hanno preferito cedere la carta afferente gli ammassi anziché quella commerciale vera e propria.     La diminuzione verificatasi negli sconti diretti è derivata dal rientro totale dei finanziamenti relativi al riscatto dell’imposta straordinaria sul capitale azionario e dalla progressiva eliminazione dei rischi verso la clientela privata. Si è per contro avuto un aumento di 3,2 milioni negli sconti di note di pegno.     La contrazione verificatasi nelle operazioni di sconto di buoni del tesoro ordinari deve porsi in relazione ai provvedimenti restrittivi adottati dalla nostra Banca per dare agli impieghi della specie la forma di anticipazioni, che riesce meno accetta da quando il tasso d’interesse sulle anticipazioni supera del mezzo per cento quello dello sconto.     Il tasso ufficiale dello sconto è rimasto invariato nella misura del 4% in vigore dal giorno 11 settembre 1944.     La consistenza degli effetti ricevuti per l’incasso era di 10,1 milioni. Al 31 dicembre 1945 i corrispondenti incaricati del servizio di incasso degli effetti cambiari nelle località in cui la Banca non è stabilita erano 597 e rendevano bancabili 3.245 piazze.     Le anticipazioni ammontavano a 5.443,1 milioni, con un aumento di 1.319,6 milioni rispetto al 31 dicembre 1944.     Di essi, 5.430,9 rappresentano anticipazioni su titoli di stato e su altri titoli ammessi dalle norme statutarie, e 12,2 milioni anticipazioni su sete e bozzoli.     Dei 5.430,9 milioni di anticipazioni su titoli, 5.066,5 milioni erano costituiti da anticipazioni al saggio normale, 142,9 milioni da anticipazioni cambiarie a saggi vari eseguite dalle filiali coloniali, 6,1 milioni da anticipazioni al 5% su titoli del prestito redimibile immobiliare 1936, 215,4 milioni da anticipazioni a saggio ridotto, di cui 0,4 milioni eseguiti al 4% dalle filiali coloniali su titoli di rendita 5 per cento e 215 milioni al 3 e mezzo% a favore dei due banchi meridionali e della Cassa depositi e prestiti.     Mentre l’aumento delle anticipazioni a saggio normale è da collegarsi alla emissione dei buoni del tesoro quinquennali, quello delle anticipazioni su sete e bozzoli è un sintomo della ripresa di questo importante settore che viene confermata da segnalazioni delle filiali situate nelle zone di produzione.     I depositi costituiti a fronte delle anticipazioni su titoli e merci sono passati da 35.498,7 milioni a fine 1944 a 43.201,9 milioni a fine 1945.     I titoli di proprietà della Banca, costituiti esclusivamente da titoli dello stato o da questo garantiti, sommavano a 888,8 milioni, con una differenza in più di 1,6 milioni rispetto alla consistenza dell’esercizio precedente.     I conti correnti attivi per prorogati pagamenti presso le stanze di compensazione ammontavano a 240,7 milioni, con un aumento di 185,3 milioni, attribuibile alla ripresa avutasi nell’attività delle borse valori.     Gli immobili per gli uffici erano inscritti in bilancio per 55,5 milioni, in confronto ai 94,0 milioni dell’esercizio precedente.     Alla variazione hanno concorso per 11,5 milioni pagamenti in conto o a saldo per nuove costruzioni a Napoli, Roma amministrazione centrale, L’Aquila, Taranto e Viterbo e ammortizzazioni per 50 milioni.     Nell’anno 1945 l’attività edilizia dell’istituto si è intensificata per effetto del graduale svolgimento del programma inteso ad assicurare, con il compimento dei lavori di restauro più indispensabili, il ripristino dei fabbricati danneggiati dalla guerra.     Sono stati infatti eseguiti importanti lavori di riparazione e di rifacimento negli immobili delle filiali di Livorno, Palermo, Arezzo, Bolzano, Cagliari, Messina, Pescara, Pistoia, Salerno, Terni, Verona, Viterbo, Cesena e Latina, mentre opere di una certa entità sono state intraprese negli edifici di Brescia, Caltanissetta, Fiume, La Spezia, Udine, Faenza, Lecco, Marsala, Rimini e Sora.     I competenti organi tecnici hanno anche predisposto i progetti di massima per il riordino e la sistemazione di altri immobili per uso uffici, la cui efficienza era stata ridotta sensibilmente in dipendenza delle circostanze belliche.     Dei fabbricati della Banca in Africa, hanno subito gravi danni quelli di Tripoli, mentre non vi sono danni gravi da lamentare in Eritrea e in Etiopia, fuorché a Gondar. Si ignorano le condizioni degli stabili di Bengasi e della Somalia. A Rodi, lo stabile della filiale ha riportato danni lievi, mentre danni piuttosto gravi hanno sofferto i magazzini fiduciari.     In considerazione delle condizioni di disagio in cui sono venuti a trovarsi, a causa della crisi degli alloggi, gli operai ricondotti a Roma da L’Aquila, ove erano stati a suo tempo trasferiti con le famiglie presso le officine, la cassa pensioni della Banca ha proceduto all’acquisto di due stabili in via di ultimazione per dare sistemazione a un primo gruppo di famiglie.     La voce Istituto per la ricostruzione industriale appariva all’attivo nel consueto importo di 4.708,1 milioni.     Il Fondo ammortamento I.R.I., costituito in applicazione del piano, ascendeva, alla fine del 1945, a 478,7 milioni.     Le anticipazioni temporanee al tesoro, fatte a norma dell’art. 2 del decreto ministeriale 31 dicembre 1936, erano invariate ad 1 miliardo; mentre le anticipazioni straordinarie sommavano a 342.697 milioni, con un aumento nell’anno di 140.050 milioni, costituito per 130.050 milioni da anticipazioni fatte al nord in regime di occupazione germanica e per 10 miliardi da anticipazioni al governo legale.     La voce B.T.O. per impiego disponibilità depositi vincolati delle aziende di credito, di cui si disse nella precedente relazione, ascendeva a 68 miliardi, con un aumento di 38 miliardi rispetto all’anno precedente, dovuto a nuovi investimenti in buoni del tesoro ordinari effettuati al nord dagli uffici della Banca, in relazione all’afflusso di disponibilità sui conti correnti vincolati delle aziende di credito.     Le operazioni speciali, riscontate al 0,20% al Consorzio sovvenzioni su valori industriali, ammontavano a 40.752,6 milioni.     Rispetto all’esercizio 1944, la cifra di risconto di tali operazioni è scesa di 958,4 milioni per effetto degli incassi conseguiti, specie sulle operazioni decennali di finanziamento delle commesse statali e su quelle relative a spese straordinarie del ministero dell’interno, le quali sono diminuite rispettivamente da 25.383 a 24.850 milioni e da 13.450 a 13.136 milioni, mentre le altre sono diminuite, complessivamente, di 111,4 milioni.     Le nuove erogazioni per operazioni speciali compiute al nord nei primi mesi dell’anno sono state di scarsa entità; con la liberazione dell’Italia settentrionale, esse sono del tutto cessate.     Già nella relazione per il 1943 era stato espresso l’avviso che le operazioni speciali fossero estranee agli scopi propri del Consorzio. Fu necessario, originariamente, impostare i rapporti fra le aziende debitrici, il Consorzio ed il tesoro sulla base di obbligazioni cambiarie assistite da cessioni di crediti verso le amministrazioni statali, allo scopo di non pregiudicare in nessun caso il previsto smobilizzo delle operazioni speciali. E questa impostazione deve essere mantenuta sino alla chiusura definitiva delle operazioni medesime. Ma ciò non toglie che l’effetto delle operazioni speciali sia stato quello stesso che avrebbero avuto le anticipazioni al tesoro, ossia un aumento della circolazione.     Si ha fiducia che, entro breve termine, potranno aversi considerevoli rientri attraverso l’incasso dei crediti scaduti verso amministrazioni statali ceduti al Consorzio, e la ripresa di regolari pagamenti secondo i piani di rimborso stabiliti allorquando ebbero inizio le operazioni.     Inoltre, per accelerare il ritmo di esaurimento dei risconti relativi al gruppo più importante di finanziamenti, quelli riguardanti le commesse dei tre dicasteri militari, il Consorzio potrebbe, ove si verificassero condizioni di mercato favorevoli, fare luogo all’emissione di propri buoni fruttiferi ed obbligazioni, utilizzando, per coprire l’eventuale scarto in meno del prezzo di collocamento dei titoli rispetto al valore nominale, gli speciali accantonamenti costituiti dalle quote interessi delle annualità di rimborso (al netto delle spese) e dai frutti dei titoli nei quali tali accantonamenti sono investiti.     Secondo in importanza è il gruppo dei finanziamenti relativi ad opere di bonifica, ad opere pubbliche straordinarie ed a spese straordinarie del ministero dell’interno. Essi sono stati eseguiti mediante la provvisoria assunzione, da parte del Consorzio, di certificati di credito trentennali 5% emessi dallo stato, che si è impegnato a collocarli entro il termine di cinque anni dalla data dell’assunzione. Sono avviate le pratiche necessarie per riprendere tale collocamento, che ha avuto corso fino al maggio 1943 per la quota afferente l’esercizio finanziario 1942-1943.     Anche per questi finanziamenti, il Consorzio ha costituito, con le quote interessi delle annualità di ammortamento, accantonamenti destinati al pagamento dello scarto che si dovesse subire nel collocamento dei certificati.     Nel loro complesso, gli accantonamenti costituiti per i due gruppi principali di operazioni speciali e per quelle minori sommavano al 31 dicembre 1945 a 3.431 milioni. Questa somma andrà via via accrescendosi degli interessi sui titoli nei quali essa è investita, degli interessi che vengono a maturarsi per effetto delle rinnovazioni delle operazioni in essere e di quelli che maturano semestralmente sui certificati di credito assunti dal Consorzio.     Un notevole aumento, da 308,7 a 1.943,5 milioni, ha segnato la consistenza del risconto delle operazioni ordinarie.     La politica di raccoglimento attuata dal Consorzio durante l’esercizio 1944 aveva ridotto al limitato importo di 654,2 milioni di lire il totale delle operazioni ordinarie, evitando all’istituto di trovarsi, nel periodo di più acute difficoltà per l’industria che ha fatto immediatamente seguito alla cessazione delle ostilità, con un cospicuo portafoglio di incerto o tardo realizzo. Ora, il Consorzio riprende a fornire il suo contributo, suscettibile di graduale ampliamento, per la ripresa economica del paese e al 31 dicembre 1945 il portafoglio ordinario era già risalito a 2.256,0 milioni. Nel corso dell’esercizio chiusosi a tale data sono state approvate 246 operazioni di prestito per 3.223,2 milioni di lire, dei quali il 51% a favore di ditte dell’Italia settentrionale, il 27 per cento a favore di ditte dell’Italia centrale e il 22% a favore di ditte dell’Italia meridionale e insulare.     La distribuzione per rami di industria delle 246 operazioni è la seguente:

Industrie alimentari e conserviere…………………………………….

n.

44

Industrie enologiche ed olearie……………………………………….

»

37

Edilizia e materiali da costruzione…………………………

»

28

Industrie agricole……………………………………………………..

»

26

Molini e pastifici……………………………………………………….

»

22

Metallurgia e meccanica…………………………………………..

»

18

Industria del legno……………………………………………………

»

16

Industrie tessuti……………………………………………………….

»

10

Industrie elettriche……………………………………………………

»

8

Industrie chimiche……………………………………………………

»

6

Zuccherifici……………………………………………………………..

»

5

Industrie varie………………………………………………………….

»

26

Totale………..

»

246

Si tratta di operazioni fornite di validi requisiti che ne assicurano il regolare andamento. Qualche lieve prolungamento viene consentito per non creare, nell’attuale momento, imbarazzi ad aziende maggiormente provate dalle conseguenze della guerra.     A questo riguardo giova far notare che le imprese, le quali richieggono sovvenzioni a medio termine allo scopo di agevolare la ripresa dei loro affari, insistono troppo e troppo spesso sulla loro ottima situazione patrimoniale: valori effettivi degli impianti e delle scorte di gran lunga superiori ai valori d’inventario, per lo più per la mutata potenza di acquisto della moneta. Se noi spogliamo questa verità dell’errore che non di rado vi è contenuto, si scorge subito che essa si riduce a ben poca cosa. Che cosa vale dire che la consistenza patrimoniale è di 100 invece di 10 milioni, quando i 100 si scambiano con una quantità forse minore di altri beni; quando le quote di riparazione e di svalutazione devono essere calcolate, a pena di vedere andare in fumo il patrimonio netto, su 100 e non su 10; quando le spese generali, le imposte, gli stipendi e i salari sono cresciuti in proporzione superiore a quella di 1 a 10? Quel che deve essere tenuto sopratutto in considerazione è il conto economico, dei profitti e perdite. Il Consorzio e, io sono persuaso, tutti gli istituti di credito, insistono nell’avere occhio sopratutto a questo; anche se nel periodo della ricostruzione, più che alla cifra dei saldi netti già in essere, si debba aver riguardo al progressivo rovesciamento del rapporto tra entrate e spese, che se oggi è ancora non di rado nella fase negativa, deve dar segni, da parte di chi chiede credito, di voltarsi sempre meglio alla fase positiva.     L’importo complessivo degli impieghi del Consorzio in essere al 31 dicembre 1945, comprese le operazioni non riscontate, era a fine anno di 45.039,1 milioni, contro 44.462,3 milioni un anno prima.

Operazioni riscontate

a saggio normale

a saggio ridotto

 

 

Operazioni non riscontate

 

Totale fine1945

 

Totale fine1944

Ordinarie…….

1.943,5

312,5

2.256,0

654,2

Speciali………

19,8

1.963,3

40.752,6

40.752,6

2.010,7

2.323,2

42.783,1

45.039,1

43.808,1

44.462,3

Quanto alla circolazione, è ora possibile dare uno sguardo d’insieme alle variazioni intervenute non solo nell’anno 1945 oggetto della presente relazione, ma in tutto il periodo dal 31 agosto 1943, che nelle nostre situazioni è la data più vicina a quella dell’armistizio, al 31 dicembre 1945.     L’intiero periodo si può opportunamente dividere in due sottoperiodi; il primo dei quali va dall’armistizio (per noi 31 agosto 1943) alla liberazione dell’intero territorio italiano (30 aprile 1945) ed il secondo da questo giorno alla fine dell’anno 1945.

I. – Analisi delle variazioni della circolazione

(milioni di lire)

 

 

 

DATE

VARIAZIONI TRA LE DATE INDICATE, NELLA CIRCOLAZIONE DEI BIGLIETTI DELLA BANCA D’ITALIA

 

NEI TERRITORI SOTTO OCCUPAZIONE GERMANICA

 

NEI TERRITORI LIBERATI

Fabbricazione

Abbruciamento

Aumento o diminuzione (-) delle casse

Aumento della circolazione

Fabbricazione

Abbruciamento

Aumento o diminuzione (-) delle casse

Aumento della circolazione

1

2

3

4

5=2-(3+4)

6

7

8

9=6-(7+8)

31 Agosto 1943

21.593

– 20.643

42.236

– 781

781

31 Dicembre ’43

29.040

399

28.641

1.856

– 1.856

31 Maggio ’44

57.885

– 1.749

59.634

5.256

3

– 340

5.593

31 Dicembre ’44

29.307

943

28.364

10.393

250

3.220

6.923

30 Aprile ’45
31 Dicembre ’45
VARIAZIONI COMPLESSIVE:
– dal 31 agosto 1943 al 30 aprile 1945

137.825

– 21.050

158.875

15.649

253

3.955

11.441

– dal 30 aprile 1945 al 31 dicembre 1945

12.090

– dal 31 agosto 1943 al 31 dicembre 1945

158.875

23.531

Segue…

 

IN TOTALE

Circolazione di biglietti della Banca d’Italia

 

CIRCOLAZIONE DI AM-LIRE

Circolazione netta totale di biglietti della Banca d’Italia e am-lire

Fabbricazione

Abbruciamento

Aumento o diminuzione (-) delle casse

Aumento

della

circolazione

Lorda

Di cui nelle casse della Banca d’Italia

Netta

10

11

12

13=10-(11+12)

14

15

16

17=15-16|

18=14+17

113.615

2.109

44

2.065

115.680

21.593

-21.424

43.017

156.632

19.937

2.082

17.855

174.487

29.040

2.255

26.785

183.417

35.556

2.929

32.627

216.044

63.141

3

– 2.089

65.227

248.644

65.425

1.584

63.841

312.485

39.700

250

4.163

35.287

283.931

79.996

3.266

76.730

360.661

296.021

102.849

16.821

86.028

382.049

153.474

253

–  17.095

170.316

12.090

182.406

77.887

3.222

74.665

244.981

22.853

13.555

9.298

21.388

100.740

16.777

83.963

266.369

II. – Attribuzione delle variazioni

(valori assoluti in milioni di lire)

VARIAZIONE NELLA CIRCOLAZIONE DEI BIGLIETTI DELLA BANCA D’ITALIA

Variazione nella consistenza delle am-lire emesse

23 (cfr. col. 15)

Aumento complessivo della circolazione dei biglietti della Banca d’Italia e am-lire

24 (cfr. col. 18)

COMPOSIZIONE DELL’AUMENTO IN PERCENTUALE DEL TOTALE

Nei territori sotto occupazione germanica

19 (cfr. col. 5)

NEI TERRITORI LIBERATI

BIGLIETTI DELLA BANCA D’ITALIA

am-lire

27=23:24

Totale

20 (cfr. col. 9)

am-lire nelle casse della Banca d’Italia

21 (cfr. col. 16)

al netto dell’aumento delle am-lire nelle casse della B. d’Italia

22=20 – 21

Territori sotto occupazione germanica

25=19:24

Territori liberati

26=22:24

Dall’agosto 1943 all’aprile 1945

+158.875

+ 11.441

+ 3.222

+ 8.219

+ 77.887

+244.981

64,9

3,3

31,8

Dall’aprile 1945 al dicemb. 1945

+ 12.090

+ 13.555

– 1.465

+ 22.853

+ 21.388

– 6,8

106,8

Dall’agosto 1943 al dicemb.

1945

+158.875

+ 23.531

+ 16.777

+ 6.754

+100.740

+266.369

59,7

2,5

37,8

Nel primo periodo la circolazione dei biglietti della Banca d’Italia aumentò da 113.615 a 283.931 milioni; ma siccome aumentarono contemporaneamente le am-lire nelle casse della Banca da 44 a 3.266 milioni, si può dire che la circolazione da attribuirsi effettivamente alla Banca d’Italia crebbe da 113.571 a 280.665 milioni di lire. Aumentarono nel frattempo le am-lire emesse dall’A.F.A. da 2.109 a 79.996 milioni; cosicché la circolazione complessiva aumentava da 115.680 a 360.661 milioni. Fu il momento della grande inflazione, la quale ingrossò più del triplo la massa preesistente dei biglietti. Nel secondo periodo, dalla liberazione (fine aprile) alla fine del dicembre 1945, le variazioni sono assai più moderate. La circolazione dei biglietti – della Banca d’Italia, al netto delle am-lire da essa detenute in cassa, diminuisce da 280.665 a 279.200 milioni di lire, ma poiché crescono contemporaneamente le am-lire emesse dall’A.F.A. da 79.996 a 102.849 milioni, la circolazione totale passa da 360.661 a 382.049 milioni di lire. Si osserva ancora un aumento, ma l’ordine di grandezza sia assoluto come relativo è di gran lunga minore. Tutti i presenti si assoceranno a me nel ringraziamento che io rivolgo ai tre ministri che si sono succeduti nel governo della tesoreria italiana, il compianto Marcello Soleri, Federico Ricci ed Epicarmo Corbino; i quali hanno operato, con fermezza e spirito di continuità, nell’arginare efficacemente, per quanto stava in loro, la marea cartacea la quale minacciava di sommergere l’Italia in un caos inenarrabile di convulsioni sociali.     Ma le variazioni della circolazione possono essere esposte anche in altra maniera, così da porre in luce le origini delle variazioni medesime.     Si assumano innanzi tutto le variazioni dei soli biglietti della Banca d’Italia, al netto delle am-lire in cassa, le quali non debbono essere conteggiate due volte. Nel primo periodo, dall’armistizio alla liberazione dell’Italia del nord, la circolazione aumentò nei territori sotto occupazione germanica di ben 158.875 milioni, ma aumentò solo di 8.219 milioni nell’Italia liberata. Nel secondo periodo, quando l’Italia fu completamente liberata e cessò l’emorragia dei biglietti versati ai tedeschi, la circolazione dei biglietti della Banca d’Italia diminuì di 1.465 milioni.     Contemporaneamente, la circolazione delle am-lire aumentava nel primo periodo di 77.887 milioni, ma nel secondo periodo solo più di 22.853 milioni.     L’aumento complessivo della circolazione in ambo i periodi fu dunque di 266.369 milioni, di cui la maggior parte, 158.875 milioni, determinata dalle emissioni tedesche e neo fascistiche, 100.740 milioni dovuti alle am-lire e 6.754 milioni alle esigenze del governo legittimo. In cifre proporzionali, il 59,7% dell’aumento della circolazione si verificò nel territorio soggetto alla occupazione tedesca, il 37,8% fu dovuto alla emissione delle am-lire e il 2,5% alle emissioni di biglietti della Banca d’Italia nel territorio liberato.     Qualche riserva, di cui non è possibile determinare con precisione il valore numerico, è necessario fare alle cifre ora esposte.     Per quanto riguarda l’aumento di circolazione intervenuto nei territori liberati, giova infatti avvertire che la sua ripartizione tra biglietti della Banca d’Italia e lire militari alleate non esprime senz’altro il peso rispettivo esercitato su di esso dalle esigenze dell’amministrazione italiana e da quelle degli alleati.     Basterà ricordare come, delle am-lire emesse, 6,7 miliardi siano stati anticipati ad enti pubblici italiani epperciò si riferiscano a spese alle quali avrebbe altrimenti dovuto far fronte il tesoro italiano e come, a fronte delle am-lire spese sulle loro paghe dalle truppe americane, il tesoro italiano riceva accrediti, che finora hanno raggiunto almeno 140 milioni di dollari e che possono dare luogo in definitiva a un rientro di biglietti quando vengano utilizzati per importare merci le quali siano poi vendute a profitto del tesoro medesimo. Se queste due partite dovessero in definitiva in un calcolo futuro più esatto essere portate ad incremento del 2,5 per cento da attribuirsi nell’aumento della circolazione al governo legittimo, fa d’uopo ricordare che il tesoro italiano ha compiuto pagamenti ingenti per forniture fatte agli alleati e che questi pagamenti dovrebbero essere calcolati in diminuzione della quota di aumento della circolazione dovuta al governo legittimo.     Tutto sommato, le risultanze del quadro che vi ho esposto rimangono inalterate: la responsabilità di gran lunga maggiore dell’aumento dei mezzi di pagamento verificatosi dopo l’armistizio in Italia spetta al tedesco ed ai suoi sostenitori neo fascisti e la parte minore al governo legittimo italiano.     Se alla cifra della circolazione dei biglietti della Banca d’Italia (al netto delle am-lire in cassa), che era, al 31 dicembre 1945, di 279.200 milioni, sommiamo l’ammontare delle am-lire in 102.849 milioni e quello dei biglietti di stato in 7,8 miliardi, otteniamo per tale data una circolazione complessiva di 389,8 miliardi. Da questa cifra sono naturalmente escluse le lire di occupazione jugoslava poste in circolazione dal 20 ottobre 1945 dalla Banca per l’economia dell’Istria, Fiume e Litorale sloveno nella zona B della Venezia Giulia.     In ordine alla circolazione delle lire militari, tra i governi alleati e il governo italiano è stato concluso in data 1 febbraio 1946 un accordo, in base al quale tutte le emissioni di lire sono state unificate sotto l’autorità del nostro governo.     L’accordo prevede che:

  • la Banca d’Italia sia riconosciuta come autorità emittente delle lire militari, comprese quelle già in circolazione;

 

  • il governo italiano provveda a far fornire regolarmente dalla Banca d’Italia i biglietti metropolitani e i crediti in lire necessari al fabbisogno delle forze alleate in Italia;

 

  • le scorte di lire militari dell’Allied Financial Agency rimangano materialmente custodite dalla Banca d’Italia, ma a disposizione dell’A.F.A., e le forze armate alleate vi ricorrano soltanto nel caso che il governo italiano non sia in grado di fornire le lire metropolitane occorrenti;

 

  • nel caso di prelievi dalle suddette scorte di lire militari, il governo italiano rimborsi il costo di stampa e di trasporto dei biglietti così prelevati mediante addebitamento di un conto in dollari «post-liberation».

La data di effettiva entrata in vigore dell’accordo è stata fissata al 15 marzo 1946.     Il problema dell’allestimento di nuovi biglietti da sostituire a quelli attualmente in circolazione formò oggetto, fin dal giugno 1944, di trattative tra il nostro istituto e gli alleati.     Sulla base di impegni assunti in precedenza dal governo di Salerno, era inizialmente contemplata la fabbricazione negli Stati Uniti, proposta dagli Alleati, delle banconote di nuovo tipo occorrenti per il cambio. Ma già nella fase preliminare della discussione emerse che la fornitura americana di biglietti aventi caratteristiche tecniche atte ad evitare facili falsificazioni, pur se limitata al valore complessivo di 100 miliardi previsto in un primo tempo, avrebbe richiesto ben tre anni per essere completata, ed una spesa in valuta pregiata preventivata in 1.700.000 dollari. Per tali motivi, nell’agosto 1944 fu avanzata da parte italiana la proposta – accolta dopo lunghe insistenze dalle autorità alleate, incerte sulle nostre possibilità di produzione – di affidare agli Stati Uniti la stampa dei biglietti da 100 e 50, riservando all’Italia la fabbricazione di quelli da 1.000 e 500. In considerazione anzi del prolungarsi delle operazioni militari, il quantitativo globale previsto per i nuovi biglietti venne elevato prima a 150 miliardi e poi a 300 miliardi di lire, in 1.200 milioni di pezzi, da prodursi per metà in Italia e per l’altra metà negli Stati Uniti.     Al fine, poi, di ottenere il completamento della fornitura americana in quattro mesi, a partire dall’1 dicembre 1944, si consentirono talune modifiche nel formato dei nuovi biglietti e nelle cifre di numerazione. Il costo della fornitura fu convenuto in 1.600.000 dollari circa, più le spese del trasporto marittimo e dell’assicurazione. L’accordo, sulle basi anzidette, venne raggiunto nel novembre 1944.     Senonché, a fine febbraio 1945 le autorità alleate comunicavano che l’organizzazione americana era in fase preliminare e che occorreva impostare da capo, secondo una complessa procedura di ordinazione commerciale, la fabbricazione dei biglietti in America. Allo scopo di eliminare possibili ulteriori ritardi, anche tale nuova minuziosa procedura veniva accettata dalle autorità italiane; come pure veniva accolta, nel successivo mese di aprile, la maggior parte delle altre modifiche, proposte da parte americana, da apportarsi alle caratteristiche tecniche dei biglietti.     Sopravvenuta la liberazione dell’Alta Italia, le autorità alleate, in vista di nuove difficoltà di fabbricazione sorte negli Stati Uniti, consentivano di esaminare la possibilità della totale produzione dei biglietti nel nostro Paese. In dipendenza di ciò, il 7 giugno 1945, ad un anno circa dall’inizio delle trattative, la Banca d’Italia, d’intesa col ministero del tesoro, informava gli alleati che, stante la situazione prospettata e le nuove possibilità industriali offerte dal settentrione, i negoziati dovevano considerarsi sospesi. Il 30 giugno successivo si addiveniva quindi alla revoca dell’ordinazione fatta negli Stati Uniti.     Nella eventualità che l’intera produzione dei biglietti avesse dovuto aver luogo in Italia – come difatti è poi stato – non si mancò, sin dall’inizio delle accennate trattative, di prendere misure atte ad affrettare i tempi, cosicché fu studiato contemporaneamente il problema della conseguente attrezzatura di cartiere e stabilimenti tipografici.     Le cartiere situate nel territorio sino allora liberato erano state tutte distrutte o danneggiate; nella misura in cui si erano salvate, non disponevano di macchinario adatto alla produzione di carta filigranata per banconote o mancavano della forza motrice. Si presentava quindi la necessità di ricostruire la nostra cartiera. E poiché gli impianti de L’Aquila erano distrutti e la zona era priva di energia elettrica, si decise di trasferire a Roma, negli antichi locali della cartiera, il macchinario e il materiale che potevano essere ancora utilizzati. Le operazioni di trasferimento ebbero luogo nei mesi di agosto e settembre 1944 con l’impiego di automezzi forniti dagli alleati, e nel marzo 1945, superate le difficoltà degli approvvigionamenti, la cartiera iniziava la produzione destinata ad alimentare le macchine dell’Istituto poligrafico dello stato, attrezzatosi nel frattempo per la stampa dei nuovi biglietti, mentre la cartiera Sordini di Pale di Foligno venne adattata per la produzione della carta occorrente allo stabilimento Staderini, anch’esso incaricato di provvedere alla stampa dei nuovi biglietti. Alle due cartiere di Roma e di Pale di Foligno si aggiunsero poi la «Miliani» di Fabriano e la «Burgo» di Maslianico; mentre agli stabilimenti produttori dei biglietti si aggiungevano l’Arti grafiche di Bergamo e il De Agostini di Novara.     Alla data odierna, la fabbricazione dei 1.200 milioni di pezzi, per 300 miliardi di lire, si può dire ultimata.     I biglietti sono stati autorizzati con decreto ministeriale 23 settembre 1944, modificato con decreto 10 dicembre 1944, ed hanno le caratteristiche stabilite con decreto ministeriale 22 settembre 1944.     Contemporaneamente all’allestimento dei nuovi biglietti, la Banca, in vista delle esigenze del progettato cambio, concordava col ministero del tesoro e poneva in atto nelle proprie officine la fabbricazione di circa 18 milioni di titoli provvisori a vista e al portatore per un totale di 217,5 miliardi di lire, rappresentativi di importi complessivi di biglietti, da lire 5.000, 10.000 e 25.000, che, iniziata nel luglio 1945, è stata condotta a termine nell’anno stesso.     Dopo l’armistizio, e specialmente dopo la liberazione di Roma, in previsione dell’eventualità che la liberazione dell’Italia settentrionale precedesse la resa della Germania, e che di conseguenza sorgesse la possibilità di una immissione in Italia di nostre banconote stampate nel Reich, la Banca d’Italia prese in esame l’opportunità di procedere alla stampigliatura dei propri biglietti in circolazione. Gli studi relativi, iniziati dal nostro istituto, vennero proseguiti sino al maggio 1945 da apposita commissione di esperti.     Scartata l’idea della stampigliatura delle banconote mediante l’applicazione di speciali marche, che avrebbero presentato sopratutto l’inconveniente della facile falsificazione, si accolse quella dell’impressione ad umido sulle banconote di una impronta con figura numismatica, e venne pertanto disposta la fabbricazione dei punzoni, dei cuscinetti e dell’inchiostro necessari.     La nostra Banca, frattanto, predisponeva l’apertura degli uffici che avrebbero dovuto procedere alla stampigliatura; le bozze del manifesto per il pubblico, delle distinte di presentazione dei biglietti, delle istruzioni di servizio agli sportelli e gli altri particolari esecutivi.     Nell’aprile 1945, il nostro istituto era già pronto, nelle parti di sua competenza, a dare corso alla stampigliatura, ma la capitolazione della Germania, intervenuta contemporaneamente alla liberazione del nord, fece venir meno lo scopo principale della operazione, che fu perciò abbandonata ed alla cui esecuzione, del resto, si sarebbero frapposti non pochi ostacoli, fra i quali, in particolare, la deficienza di macchine adatte per una celere stampigliatura e le difficoltà delle comunicazioni.     Non appena fu nota la determinazione del governo di rinunciare alla stampigliatura, il nostro istituto indirizzò i suoi studi verso una possibile operazione di cambio dei biglietti di banca, procurando di valersi, con le necessarie trasformazioni e gli opportuni adattamenti, dell’organizzazione predisposta per la stampigliatura.     Naturalmente la nuova operazione, sia per la sua maggiore complessità, sia per la sua estensione a tutto il territorio nazionale, richiedeva l’allestimento di un accurato piano da predisporsi d’intesa col ministero del tesoro e degli altri organi governativi interessati o il cui concorso si rendeva indispensabile per la materiale esecuzione dell’operazione.     La Banca d’Italia dava corso, come si è detto, alla fabbricazione dei nuovi biglietti e dei titoli provvisori a vista ed al portatore; predisponeva i propri servizi di smistamento dei biglietti alle varie sue filiali, allestiva presso queste ultime locali provvisori di sicurezza destinati a raccogliere i biglietti ritirati dalla circolazione nel corso del cambio e promuoveva da parte del ministero del tesoro i provvedimenti necessari per procedere allo sgombero della proprie sacristie dai biglietti di stato annullati e dalle valute metalliche non spendibili.     Nell’agosto 1945, nell’attesa di conoscere l’esito degli studi in corso presso il ministero del tesoro, la Banca d’Italia, di propria iniziativa, predispose e sottopose all’esame del governo un progetto di cambio, completo in ogni sua parte.     Nella stessa occasione la Banca d’Italia prospettò talune questioni relative all’eventuale cambio dei biglietti di stato e delle am-lire, agli accordi da prendersi con le autorità alleate per il cambio delle am-lire ed infine alla esecuzione del cambio anche nella Venezia Giulia, nelle colonie, nel Dodecaneso ed all’estero.     Unitamente al ministero del tesoro, la Banca d’Italia non ha infine mancato di sollecitare, con una sua prima memoria in data 12 settembre 1945 e con altre successive del 20 dicembre 1945, 5 e 16 gennaio 1946, nonché con lettera del 6 marzo corrente, la risoluzione, da parte dei dicasteri competenti, delle varie questioni attinenti alle misure di sicurezza ed ai mezzi di trasporto necessari, al fine di tener pronto, insieme con la predisposta organizzazione, ogni altro mezzo occorrente per affrontare l’operazione di cambio in qualsiasi data e secondo le modalità che gli organi deliberativi di governo potessero eventualmente stabilire.     I vaglia cambiari e assegni della Banca saldavano al 31 dicembre 1945 in 13.448,7 milioni.     Gli assegni bancari liberi venivano emessi nel 1945 da 1.979 piazze servite da 629 corrispondenti.     Anche durante l’anno in esame l’emissione dei nostri assegni bancari liberi ha continuato ad avere notevole incremento. L’ammontare dei titoli depositati a garanzia di questo mandato è salito, al 31 dicembre 1945, a lire 2.019,1 milioni contro 1.539,2 milioni alla fine del 1944.     I depositi in conto corrente a vista sommavano a 46.865,3 milioni (di cui 11.662,7 milioni appartenenti ad aziende di credito) con un aumento di 22.222,6 milioni rispetto al 1944.     Con decreto ministeriale del 5 aprile 1945, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 7 stesso mese, è stato disposto che, a decorrere dall’11 aprile 1945, nessun interesse venga corrisposto sui depositi in conto corrente libero presso l’istituto di emissione intestati a privati ed agli enti morali in genere. Per le aziende di credito e gli enti morali di carattere assistenziale, l’interesse sui depositi della specie è stato ridotto con la stessa decorrenza, da 1 a 0,50 per cento.     I conti correnti vincolati erano 124.170,4 milioni con un aumento di 40.763,7 milioni rispetto al 1944. Il totale era costituito per 3.995,6 milioni da saldi di conti di varia natura e per 120.174,8 milioni da saldi di conti vincolati fruttiferi con le aziende di credito.     I saldi dei vari conti correnti vincolati a favore delle aziende di credito erano, al 31 dicembre 1945, i seguenti:

  – Conti correnti con preavviso di 8 giorni (2,50%)………………………

50,8

  milioni
– Conti correnti con preavviso di 15 giorni (3%) e altri conti al 3%………………………………………………………………………………………….

20.928,3

»

– Conti correnti vincolati a 4 mesi (4%)………………………………………..

6.572,8

»

– Conti correnti vincolati a 6 mesi (4,50%)……………………………………

92.622,9

»

In totale………

120.174,8

milioni

Come è noto, l’istituzione di questi conti correnti vincolati risponde a due esigenze : di convogliare al tesoro dello stato la parte più cospicua possibile della massa fiduciaria, e, contemporaneamente, di offrire agli istituti di credito la possibilità di un impiego remunerativo, a carico del tesoro, senza rinunciare alla liquidità dell’impiego, liquidità che le banche riconoscono derivare dalla intermediazione dell’istituto di emissione.     Nel corso dell’anno l’applicazione del provvedimento 27 febbraio 1944, che istituiva presso la Banca d’Italia, a favore delle aziende di credito, speciali depositi in conto corrente ad interesse vincolati a 3 e 4 mesi, al saggio rispettivamente del 4 e del 4,50 per cento, veniva estesa a tutte le filiali a partire dal marzo 1945.     Con decreto ministeriale 3 febbraio 1945 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 17 stesso mese, n. 21, venne stabilito che l’interesse nella misura massima del 4 e 4,50%, fissato per i depositi suddetti, rimanesse immutato a condizione che la durata del vincolo fosse portata, rispettivamente, a 4 e 6 mesi.     Con decreto ministeriale 12 gennaio 1946, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 25 stesso mese, n. 21, i tassi d’interesse sui depositi in conto corrente effettuati presso l’istituto di emissione da aziende di credito con vincolo a 4 e 6 mesi sono stati ridotti, per quanto concerne i nuovi depositi, al 3,50 e al 4%.     Nel 1945 il flusso delle disponibilità si indirizzò di preferenza verso i conti correnti al 4,50% e, in misura notevolmente inferiore, verso quelli al 4%. A tali conti si trasferirono pure, per entità ragguardevoli, fondi dei conti correnti al 2,50 e 3%.     A fine esercizio i depositi degli enti previsti dalla legge bancaria erano così ripartiti tra gli stabilimenti della Banca: Italia settentrionale (Emilia, Lombardia, Piemonte, Liguria, Venezia Tridentina, Veneto e Venezia Giulia), 64,4 per cento (contro 65,4 a fine dicembre 1944); Italia centrale (Abruzzi, Lazio, Marche, Umbria, Toscana) 25,1 per cento (7,7); Italia meridionale ed insulare 10,5% (26,9).     Le differenze nelle percentuali che si notano tra fine 1944 e fine 1945, per i due ultimi aggruppamenti di filiali, vanno messe in rapporto al ritorno di disponibilità dagli stabilimenti della Italia meridionale a quelli dell’Italia centrale, ai quali, come si è detto, era stata estesa nel marzo la facoltà di istituire i noti conti correnti al 4 e al 4,50% a favore delle aziende di credito.     Il conto corrente del tesoro presentava, a fine 1945, un saldo creditore di 20.504,6 milioni, saldo che a fine febbraio di quest’anno era cresciuto a 34.937,2 milioni e consentiva al tesoro di guardare con occhio tranquillo alle sue prossime esigenze di tesoreria.     Come si disse nella relazione 1944, il conto, al termine di quell’esercizio, si era chiuso con uno sbilancio debitore di 98,3 miliardi, di cui 86,4 miliardi nelle regioni settentrionali controllate dai tedeschi e 11,9 miliardi nelle regioni sottoposte alla giurisdizione alleata o del governo legale italiano.     Nel mese di gennaio 1945, la concessione di anticipazioni per 129 miliardi e 750 milioni al nord e per 5 miliardi al sud, riportava in credito il conto del tesoro per 39.071 milioni.     Tale posizione creditoria si accentuava nei mesi di febbraio e marzo 1945. Negli ultimi giorni di aprile, in dipendenza della emissione al nord di un mandato sulla tesoreria a titolo di rimborso di una parte di anticipazioni, il saldo creditore diminuiva, tra la seconda e la terza decade, da 80.746 milioni (costituiti da 73.714 milioni nel nord e 7.032 milioni nel sud) a 21.748 milioni.     Con la riunificazione del territorio nazionale le anticipazioni al tesoro, a partire dal maggio, rimanevano invariate a 342,7 miliardi e il saldo del conto si manteneva in credito sino alla fine dell’anno in conseguenza del miglioramento della situazione della tesoreria, che verrà illustrato in seguito.     La voce Cassa autonoma d’ammortamento del debito pubblico interno è stata soppressa a seguito del decreto legislativo luogotenenziale 19 aprile 1945, n. 256, che ha previsto l’estinzione del conto corrente al 31 dicembre 1944 ed il versamento del saldo, insieme con i relativi interessi, al bilancio dello stato.     Le 300.000 quote di partecipazione al capitale sociale della Banca d’Italia appartenevano, al 31 dicembre 1945, a 100 enti ed istituti così suddivisi:

Casse di risparmio………………………………….

n.

78

per

quote

n.

178.000

Istituti di credito di diritto pubblico e banche d’interesse nazionale…………………………

»

11

»

»

»

75.500

Istituti di previdenza………………………………..

»

1

»

»

»

15.000

Istituti di assicurazione…………………………….

»

10

»

»

»

31.500

Totale partecipanti……….

n.

100

per

quote

n.

300.000

Delle 500.000 azioni che già costituivano il capitale azionario della Banca d’Italia, ne risultavano rimborsate, alla stessa data, 499.420 e un terzo.     Il fondo di riserva ordinario, costituito dal residuo delle riserve all’atto del nuovo ordinamento dell’istituto, dagli accantonamenti a carico dei bilanci dal 1936 al 1943 ed aumentato dei frutti d’investimento, ammontava a lire 331.700.859,99 e il fondo di riserva straordinario, formato dagli accantonamenti per gli esercizi dal 1936 al 1943 e dagli interessi d’investimento, ammontava a lire 245.469.662,06.

Conto profitti e perdite

  Il conto «profitti e perdite» dà, per l’esercizio 1945, le seguenti risultanze:

1944

(in milioni)

Utili lordi accertati………………………………………

L. 2.146.626.916,48

1.164,05

Spese e perdite liquidate…………………………….

.L. 2.094.327.928,08

1.140,78

Utile netto……

L. 52.298.988,40

23,27

Gli utili provengono da:

1944

(in milioni)

Utili sulle operazioni di sconto ………………….

L.

335.816.809,26

243,79

Interessi sulle anticipazioni………..

»

204.488.413,98

206,59

Interessi sui prorogati pagamenti alle stanze di compensazione……………………………..

»

7.104.259,74

1,78

Interessi sui conti correnti attivi………………

»

1.472.440.898,54

589,17

Provvigioni diverse…………………………………..

»

57.361.475,75

48,13

Utili sulle operazioni con l’estero……………….

»

2.198.654,44

0,03

Benefizi diversi……………………………………….

»

13.724.622,63

21,93

Interessi sui fondi pubblici…………………………

»

50.786.994,04

50,57

Proventi degli immobili di proprietà…………….

»

2.558.742,05

2,02

Interessi sul fondo di dotazione delle Colonie………………………………………….

»

0,04

  Utili gestione residui attivi dei cessati istituti..

»

146.046,05

Totale ……

L.

2.146.626.916,48

1.164,05

Le spese e i tributi sono così ripartiti:

  Spese di amministrazione:
per la Banca……………………………………………

L.

597.800.878,74

234,26

per le stanze di compensazione………………..

»

17.179.636,14

6,53

per la vigilanza……………………………………….

»

29.525.859,78

13,68

per la tesoreria………………………………………..

»

165.951.411,48

94,61

diverse…………………………………………………..

»

599.564.797,95

214,82

Totale……

L.

1.410.022.584,09

563,90

  Spese per i funzionari………………………………

»

5.187.906,94

2,75

Spese per movimento valori……………………..

»

16.869.143,33

11,84

Spese per la fabbricazione dei biglietti………

»

209.246.220,20

224,11

  Spese per gli immobili di proprietà…………….

»

8.369.376,18

6,14

Imposte e tasse diverse……………………………

»

47.951.206,14

45,42

Sofferenze dell’esercizio…………………………..

»

32.848,65

0,05

Ammortizzazioni diverse…………………………..

»

214.503.444,20

8,00

Interessi ed annualità passivi……………………

»

149.099.884,35

261,49

Erogazioni per opere di beneficenza e di pubblica utilità…………………………………………

»

2.633.483,00

2,93

Contributi per la cassa pensioni…………………

»

15.411.831,00

14,15

Fondo di previdenza del personale avventizio……………………………………………….

»

15.000.000,00

Totale…….

L.

2.094.327.928,08

1.140,78

Utile netto……

»

52.298.988,40

23,27

Tornano…..

L.

2.146.626.916,48

1.164,05

L’utile netto dell’esercizio 1945 è stato superiore a quello dei due precedenti esercizi.     La gestione in esame è stata contrassegnata da un lieve aumento delle operazioni attive e dal persistere dell’aumento nelle spese. Tra queste va menzionato l’aumento di 846,1 milioni nelle spese di amministrazione dipendente per 519,0 milioni dagli aumenti di stipendio, indennità ecc. accordati al personale, per 24,2 milioni da maggiori spese di riscaldamento, per 21,5 milioni da elargizioni al personale e alle famiglie di impiegati defunti e per 281,4 milioni da spese di varia natura derivanti ancora dallo stato di guerra.     A differenza del 1944, i profitti conseguiti nel 1945 hanno consentito di provvedere nuovamente alle normali ammortizzazioni ed ai consueti accantonamenti.     Tra le altre variazioni intervenute nelle rimanenti voci del conto perdite e profitti, sono da rilevare la diminuzione di 112,4 milioni negli interessi ed annualità passivi, dovuta alla riduzione del tasso di interesse sui depositi in conto corrente nel corso del 1945; l’aumento di 92,3 milioni negli utili derivante dalle aumentate operazioni di risconto di effetti riguardanti gli ammassi e, infine, l’aumento di 883,2 milioni per il maggiore apporto di interessi dipendente sia dalle aumentate anticipazioni straordinarie al tesoro, sia dalla maggiorazione del tasso corrisposto dal tesoro alla Banca quale compenso sulle anticipazioni stesse.

Ripartizione degli utili

  A norma dell’art. 54 dello statuto delle disposizioni ministeriali e della proposta dei sindaci, la ripartizione dell’utile netto riferentesi all’esercizio 1945, che sottopongo all’assemblea, è la seguente:

Al fondo di riserva ordinario nella misura del 20%…………………………………………………

L.

10.459.797,68

Al fondo di riserva straordinario nella misura di un ulteriore 20%………………………………….

»

10.459.797,68

Al Credito fondiario della già Banca nazionale nel regno in liquidazione, per annualità di interessi 4 % relativa alle riserve trasferite alla Banca d’Italia nell’esercizio 1913 …………………………………………………….

»

281.060.00

Ai partecipanti, nella misura del 6%sul capitale, al lordo dell’imposta cedolare ………

»

18.000.000,00

Allo stato la rimanenza di …………………………

»

13.098.333,04

Totale utili netti

L.

52.298.988,40

Il miglioramento del conto economico nel 1945 ha consentito nuovamente la devoluzione del 20% degli utili al fondo di riserva straordinario.

III

  I dati del bilancio della Banca che ora Vi ho letti non additano sostanzialmente conclusioni nuove rispetto a quelle che si potevano trarre dai bilanci precedenti. Essi rappresentano soltanto il punto d’arrivo di una politica che, mentre nei testi di legge di dieci anni or sono aveva voluto dare al nostro istituto fisonomia e funzione di banca delle banche, ne ha fatto nella realtà una banca del tesoro.     Ma l’attuale posizione è anche il punto di partenza del nostro risanamento monetario e lo condiziona strettamente.     Perché il bilancio della nostra Banca riacquisti una fisionomia normale, e la circolazione una normale elasticità, occorre che i nostri impieghi commerciali tornino a prevalere sui nostri finanziamenti al tesoro. È necessario, a tal fine, che il mercato finanziario assorba in qualche forma una parte importante dei nostri crediti verso il tesoro, restituendo alla Banca d’Italia i mezzi per espandere gli impieghi commerciali senza una espansione della circolazione che – quando non si disponga di un largo margine di ripresa del reddito reale nazionale – non può trovare posto in un programma di risanamento monetario.     Giova considerare, a tale riguardo, l’attuale situazione del bilancio statale della tesoreria.

Provvedimenti finanziari

  Tra i provvedimenti finanziari adottati finora dal governo democratico, merita di essere ricordata, per quanto riguarda i metodi di accertamento, l’istituzione (decreto legislativo luogotenenziale 8 marzo 1945, n. 77) dei consigli tributari, a base elettiva, destinati ad integrare l’attività degli uffici distrettuali delle imposte in materia di accertamenti, e dei comitati tributari, pure di nomina elettiva, a cui sono stati devoluti i compiti, in materia di contenzioso, già assolti dalle soppresse commissioni distrettuali delle imposte.     A membri di tali organi saranno eleggibili tutti gli elettori non analfabeti iscritti nelle liste, ad eccezione: a) dei dipendenti dell’amministrazione provinciale delle imposte dirette e delle tasse ed imposte indirette sugli affari; b) dei condannati per violazione delle leggi finanziarie costituente delitto; c) dei contribuenti morosi per sei rate consecutive al pagamento di imposta erariale o locale definitivamente accertata, finché dura lo stato di morosità, e di coloro che non siano assoggettati ad alcuna imposta diretta. I consigli tributari, composti di 10 membri e nel cui seno vengono eletti il presidente e un vice presidente, hanno il compito: a) di tenere aggiornato l’elenco dei contribuenti soggetti alle imposte dirette, facendo proposte per le nuove iscrizioni; b) di fornire all’ufficio delle imposte gli elementi di fatto per l’identificazione e per la valutazione della materia tassabile relativamente ai singoli contribuenti, agli effetti delle imposte dirette; c) di fornire, a richiesta dell’ufficio, notizie sulla situazione generale delle singole classi di contribuenti; d) di denunciare al comitato gli accertamenti proposti dall’ufficio o concordati. I comitati tributari, composti anch’essi di 10 membri, sono eletti, per ciascuna circoscrizione dell’ufficio distrettuale delle imposte dirette, dagli elettori dei comuni compresi nella circoscrizione stessa. Da ultimo il decreto sancisce che con successivo provvedimento saranno emanate le norme necessarie per l’esecuzione di esso.     Lo stesso decreto prevede la compilazione di una dichiarazione unica per i cespiti del patrimonio e del reddito, ai fini dell’applicazione delle imposte dirette, e di una denuncia fiscale per le attività produttive di redditi mobiliari delle categorie B e C/1.     Innovazioni sostanziali sono state introdotte, in materia di imposizione diretta, con fini di semplificazione e di perequazione, col decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384.     Il decreto ha aumentato le aliquote della imposta di R.M. per i redditi di categoria A, dal 24 al 30 per cento, e per quelli di categoria B, dal 18 al 26%;[6] ha disposto l’unificazione dei redditi di puro lavoro dipendente nella categoria C/2, alla quale sono stati trasferiti i redditi di lavoro dei dipendenti dello stato e altri enti pubblici, già classificati nella soppressa categoria D; ed ha elevato i minimi imponibili.     Vengono esentati dalla imposta di R.M. i redditi di categoria C/1 fino all’ammontare di lire 6.000 annue e i redditi di categoria C/2 fino all’ammontare di lire 12.000, e viene ammessa la detrazione del 25% dai redditi netti di categoria B non superiori a lire 10.000, mentre dai redditi superiori a tale cifra si detrae la somma fissa di lire 2.500; viene inoltre fissato in lire 8.000 il minimo imponibile ai fini dell’applicazione dell’imposta di R.M. per i possessori di redditi tratti da più di una delle categorie B, C/1, C/2.     Nei riguardi dell’imposta complementare, il decreto ha stabilito il minimo esente in lire 12.000 annue ed ha instaurato il sistema della ritenuta diretta o di rivalsa, nella misura dell’1 per cento, sui redditi della categoria C/2 non inferiori a lire 24.000, a titolo di acconto di imposta, salvo conguaglio.     Quest’ultima norma è stata abrogata dal decreto legislativo luogotenenziale 3 maggio 1945, n. 269, che ha ripristinato, per i redditi già classificati nella categoria D, l’applicazione del metodo della ritenuta precedentemente in vigore, fissando l’aliquota nella misura definitiva dell’1,50%.     Il decreto ha modificato le aliquote progressive dell’imposta complementare (abolendo in pari tempo l’addizionale di guerra istituita dalla legge 25 giugno 1940, n. 800), attenuandone per i redditi inferiori alle lire 100.000 ed inasprendone per i redditi superiori fino a toccare il massimo del 75%; ed ha elevato da 0,50 a 0,75 per cento l’aliquota dell’imposta ordinaria sul patrimonio. Il provvedimento ha pure sancito l’inclusione dei dividendi nel coacervo del reddito, ai fini dell’applicazione dell’imposta complementare.     È chiaro che, date le variazioni nella potenza d’acquisto della lira, le scale delle aliquote non corrispondono più alle scale dei redditi contemplate nelle leggi originarie d’imposta, cosicché sarà indispensabile addivenire ad una revisione informata al principio di adeguare la gravezza del tributo all’altezza effettiva e non a quella numerica del reddito.   L’imposta sui celibi e il contributo straordinario del 2 per cento sui salari a favore delle famiglie dei richiamati sono stati aboliti.[7]     Nell’intento di eliminare la difformità, sempre più acuta, fra redditi accertati e redditi effettivi, il decreto ha disposto la revisione straordinaria – entro un termine che per effetto di due successive proroghe si trova ora fissato al 30 giugno 1946 -, con effetto dall’1 luglio 1944, dei redditi di categoria B dei contribuenti non tassati in base a bilancio, dei redditi di categoria C/1, nonché, entro il 31 dicembre 1945, dei redditi da assoggettare all’imposta complementare. Nel frattempo[8] si è proceduto in via provvisoria – ai fini dell’iscrizione al ruolo per il 1946 – ad una maggiorazione automatica dei redditi appartenenti alle suddette categorie, moltiplicandoli per il coefficiente 4 (od un coefficiente minore nei casi in cui l’amministrazione si giudichi eccessivo quello di 4).     Il decreto ha portato al 10% la misura dell’imposta sui terreni ed al 20 per cento quella sul reddito agrario, eliminando la gradualità, nel tempo, di applicazione di tali aliquote prevista dal R. decreto legge 7 dicembre 1942, n. 1418. Il successivo decreto legislativo luogotenenziale 7 febbraio 1946, n. 30, ha poi disposto che, a decorrere dall’1 gennaio 1946, i redditi imponibili dominicale ed agrario dei terreni vengano rivalutati moltiplicandoli per il coefficiente 3, ed ha ridotto al 10% l’aliquota dell’imposta sul reddito agrario, nell’intento di riservare l’altro 10% a favore della finanza locale.     Nel campo dell’imposizione indiretta, il decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, n. 141, ha riportato verso la normalità la tassazione dei trasferimenti di immobili limitando a due le aliquote dell’imposta sui trasferimenti a titolo oneroso di immobili: la prima, del 3%, si applica ai trasferimenti di valore non superiore alle 5.000 lire; la seconda, del 10 per cento, a quelli di valore superiore.[9] Nello stesso tempo, con decreto legislativo luogotenenziale 20 marzo 1945, n. 212, sono state abrogate le disposizioni contenute nel R. decreto legge 27 settembre 1941, n. 1015,[10] che, al fine di eliminare gli atti irregolari di compravendita intesi ad eludere il maggior onere tributario (imposta speciale di registro del 60 per cento) allora esistente, comminava la nullità per gli atti privati non registrati aventi per oggetto trasferimenti di beni immobili e di diritti immobiliari.     Il trattamento di favore precedentemente fatto alle famiglie numerose in materia di successioni e donazioni è stato eliminato col decreto legislativo luogotenenziale 8 marzo 1945, n. 90, che ha ritoccato le aliquote di imposta di successione – attenuandone nei primi scaglioni ed inasprendone in quelli più elevati – e ne ha determinato la progressività sulla base esclusiva di due criteri: l’ammontare della quota ereditaria e il grado di parentela tra il dante causa e l’erede, o il donatario o legatario.     Nelle successioni tra ascendenti e discendenti l’aliquota va da un minimo dell’1% per le quote fino a lire 50.000 ad un massimo del 25% per le quote oltre i 30 milioni; nelle successioni tra coniugi va da un minimo dell’1 per cento per le quote fino a lire 50.000 ad un massimo del 30% per le quote oltre i 30 milioni; nelle successioni tra fratelli dal 3 la 50%, nelle successioni tra zii e nipoti dal 5 al 60%, e tra prozii e pronipoti, affini od estranei dal 12 all’80%.     Lo stesso provvedimento ha modificato le aliquote dell’imposta sul valore netto globale delle successioni, aumentando l’onere a carico dei patrimoni di maggiore consistenza.     Le aliquote progressive fissate dal provvedimento vanno da un minimo dell’1% per l’asse ereditario di valore inferiore al lire 500.000 al 25% per i valori superiori ai 30 milioni, mentre in virtù del decreto legge 4 maggio 1942, n. 434, le aliquote, da un minimo dell’1% per gli assi ereditari valutati fino a lire 100.000, raggiungevano un massimo del 10% per gli assi valutati oltre i 10 milioni.     Anche per le imposte successorie farà d’uopo, quando si possa fare affidamento di nuovo sulla stabilità della potenza d’acquisto della moneta, rivedere le scale delle aliquote sì che le fortune siano nuovamente classificate e l’incremento delle aliquote vada di pari passo con l’incremento, non puramente di suono numerico ma di agiatezza sostanziale, delle fortune.     L’imposta generale sull’entrata è stata nuovamente disciplinata dal decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 348, che ha soppresso l’addizionale di guerra dell’1%, ha elevato l’aliquota dell’imposta dal 2 al 4%, ha abolito il sistema dell’ «abbonamento» nella tassazione delle vendite al minuto, ha aumentato le aliquote per alcuni generi voluttuari e stabilito un regime di favore per i generi di prima necessità.     Con intenti di adeguamento al nuovo valore della lira e di migliore sfruttamento della capacità contributiva che si manifesta nelle spese prevalentemente suntuarie, sono stati riveduti l’ordinamento e la misura delle tasse automobilistiche, radiofoniche, e di bollo, dei diritti erariali sugli spettacoli e trattenimenti, nonché delle tasse sui contratti di borsa[11].     Finalità analoghe presiedono agli aumenti ripetuti dei prezzi dei generi di monopolio[12] e delle imposte di produzione e di fabbricazione.[13]     In materia di imposizione straordinaria, è noto come sia stata preordinata l’avocazione allo stato dei profitti di regime[14] e come sia stata rinviata l’attuazione di una imposta straordinaria sul patrimonio, anche per i dissensi manifestatisi nei riguardi della tassazione della ricchezza liquida, cioè di quella forma di ricchezza che, se per un verso può ancora nascondere – in misura difficilmente determinabile – parte dei più recenti e meno leciti arricchimenti, per altro verso riveste risparmi antichi già per nove decimi divorati dalla svalutazione monetaria.     In relazione al primo rifiorire dell’attività economica ed al migliorato funzionamento degli organi di accertamento, si nota una promettente tendenza ad una ripresa delle entrate fiscali registrata nel corrente esercizio. A tutto il gennaio 1946, gli accertamenti di imposte dirette ammontano a 11,5 miliardi rispetto ai 10,8 miliardi dell’intero esercizio 1942-43. Tra gli stessi periodi, le tasse ed imposte sullo scambio della ricchezza sono aumentate da 11,3 miliardi a 28,7 miliardi; le entrate dei monopoli da 8,2 a 16,1 miliardi.

Bilancio dello stato e tesoro

Dalla seconda metà del 1943, lo svolgersi degli eventi militari e politici nel periodo che si considera ha determinato il coesistere, in limiti territoriali e di tempo legati agli eventi stessi, di tre distinte gestioni finanziarie: del governo legale, dello pseudo governo repubblicano e del governo militare alleato. Al graduale estendersi della giurisdizione del primo, che oggi abbraccia quasi tutto il territorio nazionale, non ha fatto riscontro la possibilità di pervenire ad una visione d’assieme dell’andamento della gestione finanziaria nel suo complesso: se si è potuto, infatti, procedere ad una ricostruzione approssimata della gestione riguardante lo pseudo governo repubblicano, mancano tuttora notizie complete sulle entrate percepite e le spese sostenute dal governo militare alleato nelle varie regioni italiane. I dati utilizzabili sono pertanto incompleti e soggetti a modifiche in base alle risultanze delle indagini e delle elaborazioni in corso. Allo scopo attuale, come è noto, l’ultimo esercizio per il quale si è compilato il conto consuntivo dello stato è quello del 1941-42; per i successivi si dispone di valutazioni provvisorie alla chiusura di esercizio.     Nell’esposizione compiuta in data 29 settembre 1944, il compianto ministro Soleri prevedeva che la gestione 1943-44 dovesse chiudersi con un disavanzo di parte effettiva, per l’intero territorio nazionale, non inferiore ai 150 miliardi. Valutazioni più recenti della competente amministrazione statale portano a ritenere superata tale cifra: il disavanzo di detto esercizio risulta infatti di 188 miliardi circa, escludendo la gestione A.M.G., e di non meno di 200 miliardi comprendendo – con una stima orientativa – anche i risultati di quest’ultima gestione. A determinare tale disavanzo ha concorso per 175.267 milioni lo pseudo governo repubblicano (sotto la cui gestione si sono avute entrate per 37.900 milioni e spese per 213.167 milioni, delle quali 174.612 di carattere eccezionale inclusive di 81 miliardi per contributo di guerra al governo germanico) e per 12.563 milioni il governo legale, sotto la cui amministrazione si sono avute entrate per 3.589 milioni e spese per 16.152 milioni, delle quali 12 miliardi circa di carattere eccezionale.     Per l’esercizio 1944-45, il disavanzo di parte effettiva si calcola in 285 miliardi, sempre escludendo la gestione A.M.G. a voler tener conto della quale occorrerebbe elevare il predetto importo ad almeno 300 miliardi. In qual modo tale cifra risulti determinata può desumersi dai seguenti dati che si riferiscono, separatamente, alla gestione del governo legale ed a quella dello pseudo governo repubblicano.     L’amministrazione del governo legale, che all’1 luglio 1944 si estendeva su 22 province ed alla fine dell’esercizio su 49, si era iniziata con una previsione, per la parte effettiva, di 12.938 milioni di entrate e di 64.698 milioni di spese, con un disavanzo presunto, quindi, di 51.760 milioni. Nel corso della gestione fu necessario disporre ulteriori stanziamenti di spese per un importo di 62.015 milioni, in modo che l’ammontare complessivo di esse si elevò a 126.713 milioni; d’altra parte le previsioni relative alle entrate furono superate con l’estendersi del territorio, elevando in complesso i gettiti delle entrate stesse a 18.436 milioni per i proventi fiscali ed a 3.335 milioni per gli introiti minori, con un totale di 21.771 milioni. Conseguentemente le risultanze complessive, per la parte effettiva e per la gestione riguardante il governo legale, portano a calcolare il disavanzo in 104.942 milioni.     Una specificazione pressoché analoga può farsi per la gestione del governo repubblicano, con l’avvertenza che le previsioni iniziali (34.729 milioni di spese effettive, 31.439 milioni di entrate effettive, 3.290 milioni di disavanzo) si riferiscono alle sole occorrenze di carattere normale, provvedendosi alle spese eccezionali con stanziamenti effettuati nel corso dell’esercizio. Gli stanziamenti per tali spese sono ascesi a 171.505 milioni – di cui 108.000 milioni per contributo di guerra al governo germanico -, mentre altri 1.029 milioni sono stati iscritti per maggiori occorrenze dei servizi normali, portando la spesa complessiva a circa 207 miliardi, mentre le entrate, a causa delle vicende militari, sono risultate inferiori alle previsioni ed aggirantisi, nel periodo luglio 1944 aprile 1945, sui 26 miliardi di lire.

Dimostrazione del ricorso del tesoro al mercato monetario (a)

(milioni di lire)

 

 

Consistenza al

30 giugno

1939

30 giugno

1940

30 giugno

1941

30 giugno

1942

30 giugno

1943

30 giugno

1944

  B.T. ordinari (1) (*)

12.130

15.915

33.603

43.497

53.775

61.866

15.901

33.554

43.444

53.130

61.866

  Conti Correnti fruttiferi (2)

24.389

55.305

59.522

Totale (3 = 1 + 2 )
Altri debiti e crediti di tesoreria (escluse antic. B. d’Italia) (4)
Totale indebitamento del tesoro (escluse antic. B. d’Italia) (5 = 3 + 4)
Movimento di capitali ( 6)
Ricorso totale del tesoro al mercato monetario e finanziario (7 = 5 + 6)
Eccedenza dei pagamenti sugli incassi di parte effettiva (8)
Differenza tra l’eccedenza dei pagamenti sugli incassi di parte effettiva e il ricorso totale del tesoro al mercato monetario e finanziario (9 = 8-7)
Anticipazioni B. d’Italia (10)

4.992

10.980

24.952

34.932

59.882

79.842

Fondo di cassa (giugno suppl.) (11)(*)

– 1.500

1.769

3.233

9.260

5.007

– 91.809

2.142

2.212

9.220

4.276

– 91.809

Circolazione biglietti (12)

19.411

27.142

35.674

54.957

91.402

192.454

Rapporto tra l’aumento della circolazione e l’eccedenza dei pagamenti sugli incassi di parte effettiva (13=12:8)

Segue…

MOVIMENTO DELL’ESERCIZIO

30 giugno

1945

30 settembre 1945

1939-1940

1940-1941

1941-1942

1942- 1943

1943-44

e 1944-45

luglio settembre

1945

157.673

165.009

3.771

17.639

9.841

9.633

103.898

7.336

93.085

82.767

– 8.883

13.005

9.117

16.793

37.780

– 10.318

– 5.062

30.644

18.958

26.426

141.678

– 2.982

617

3.662

4.237

– 2.050

– 41.709 (**)

7.027

– 4.445

34.306

23.195

24.376

99.969

4.045

22.350

14.394

46.519

29.382

30.973

70.887

17.905

48.700

69.714

53.758

130.942

74.932

20.251

62.229

73.707

83.692

390.889

35.070

2.346

13.529

3.993

29.934

259.947

-39.862

330.686

330.686

5.988

13.972

9.980

24.950

270.804

15.864

55.726

3.642

443

5.987

– 4.984

10.857

39.862

288.588

283.182

7.731

8.532

19.283

36.445

197.186

– 5.406

38%

13%

26%

43%

50%

  (a) Dati desunti dai conti riassuntivi (suppletivi) del Tesoro. (*) Le variazioni nei B. T. ordinari, nei c/c fruttiferi e nel fondo di cassa risultano per differenza tra le cifre definitive all’inizio di ciscun esercizio e quelle provvisorie alla fine dell’esercizio stesso. (**) Eccedenza dei pagamenti in conto crediti di tesoreria sui corrispondenti incassi, dovuta principalmente alle due seguenti voci:

PAGAMENTI

INCASSI

Mandati e ordini di pagamento da regolarizzare o collettivi non interamente estinti……….. …………………………………………………………………………………

44.334

12.501

Sovvenzioni del tesoro alla posta per pagamenti erariali fuori dei capoluoghi di provincia e per necessità del servizio vaglia e risparmi ……………………………………….

151.148

133.701

Finanziamento del tesoro e sua copertura

(milioni di lire)

ESERCIZI FINANZIAR

(1)I

FINANZIAMENTO DEL TESORO

VOCI PRlNCIPALI DI ENTRATA DI BIGLIETTI

Differenza tra (4) e (8)

(9)

Aumento della circolazione

(10)

Anticipazioni e conto corrente

(2)

Risconto al 0,20% di operazioni speciali del Cons. Sovv.

(3)

TOTALE

(4)

Depositi vincolati delle aziende di credito

(5)

Altri depositi

(6)

Vaglia e assegni

(7)

TOTALE

(8)

1939-40……

1.324

279

1.603

148

490

638

965

7.731

1940-41……

15.315

–          |58

15.257

1.205

1.754

2.959

12.298

8.532

1941-42…..

6.856

7.521

14.377

497

–        828

–         331

14.708

19.283

1942-43……

19.200

25.440

44.640

10.656

1.632

1.890

14.178

30.462

36.445

1943-44……

172.848

8.179

181.027

25.438

33.802

5.978

65.218

115.809

101.052

1944-45…..

96.477

–         865

95.612

3.948

–     1.589

6.694

9.053

86.559

96.134

1939-40 a 1944-45…..

312.020

40.496

352.516

40.042

35.695

15.978

91.715

260.801

269.177

In complesso si giunge quindi ad una valutazione del disavanzo relativo alla gestione del governo repubblicano di 180 miliardi di lire, tenuto conto anche delle somme che possono essere rimaste non utilizzate sugli stanziamenti di spese, ferma rimanendo la riserva sul carattere provvisorio di tale cifra; la quale, aggiunta a quella di 105 miliardi relativa all’amministrazione legale, porta al disavanzo totale di 285 miliardi.     Nel complesso, per i due esercizi 1943-44 e 1944-45 e per le tre gestioni si ha un disavanzo di 500 miliardi di lire.     Anche per l’esercizio 1945-46, le previsioni iniziali sono risultate rapidamente superate a seguito della restituzione delle provincie del nord all’amministrazione del governo italiano. Secondo i dati più recenti, che sono quelli forniti dal ministro Corbino nella sua esposizione alla Consulta del 22 gennaio 1946, le spese già stanziate e da stanziare per l’esercizio in corso si calcola raggiungano i 500 miliardi, contro una entrata prevista di 140 miliardi per partite effettive e di 60 miliardi per movimento di capitali, con un deficit di 300 miliardi.     Giova, ai fini della presente relazione, cercare di rispondere alla domanda: in quale misura si è dovuto ricorrere alla circolazione per coprire i disavanzi degli ultimi esercizi finanziari?     L’eccedenza dei pagamenti per spese effettive sugli incassi per entrate effettive, da parte delle amministrazioni italiane, costituita per quasi la metà dalle indennità di occupazione versate ai tedeschi, è stata nei due ultimi esercizi (1943-44 e 1944-45) di 390,9 miliardi. Questa eccedenza, e l’aumento di 41,7 miliardi nei crediti di tesoreria, sono stati coperti con entrate nette in conto movimento di capitali per 31,0 miliardi (dovuti principalmente alla emissione del prestito Soleri nelle regioni centro meridionali); con l’emissione di buoni ordinari del tesoro per 103,9 miliardi (dei quali, come si disse, 68,0 miliardi acquistati dalla Banca d’Italia per investimenti delle disponibilità provenienti dai depositi vincolati delle aziende di credito); coi conti correnti fruttiferi intrattenuti presso il tesoro per 37,8 miliardi; ed infine col ricorso alla Banca d’Italia per 270,8 miliardi.     Nello stesso periodo biennale, il risconto speciale a favore del Consorzio sovvenzioni è aumentato di 7,3 miliardi.     Nei quattro esercizi precedenti l’eccedenza medesima era stata di 20,3 miliardi nel 1939-40, di 62,2 nel 1940-41, di 73,7 nel 1941-42 e di 83,7 miliardi nel 1942-43, in tutti i sei esercizi di 630,8 miliardi di lire. Se a queste eccedenze dei pagamenti sugli incassi si fosse dovuto provvedere interamente con i biglietti sarebbe stato il diluvio universale.     Fortunatamente, anche durante tali esercizi, tesoro e Banca poterono fare affidamento il primo sopratutto sui buoni del tesoro quinquennali e annuali, la seconda massimamente sui depositi delle banche, cosicché la circolazione aumentò nel sessennio invece che per 630 miliardi solo per 269 ossia per il 43%. La proporzione fu del 38 per cento nel 1939-40, del 13% nel 1940-41, del 26% nel 1941-42, del 43% nel 1942-43 e del 50% nel biennio della guerra guerreggiata sul territorio italiano 1943-44 e 1944-45. Fu il risparmio degli italiani in sostanza a salvare il paese dall’estrema rovina della lira. Con la liberazione, le forze naturali di ricupero del paese pigliano anzi il sopravvento.     Un brusco miglioramento si registra nei primi mesi dell’esercizio corrente, quando il ricorso alla circolazione è nullo per effetto dell’emissione del prestito Soleri che ha seguito la precedente emissione di buoni poliennali a distanza di quasi due anni durante i quali, come si è visto, lo stato ha coperto i suoi bisogni di cassa esclusivamente con mezzi di tesoreria.

Prestito Soleri

  Il prestito fu emesso nell’Italia centro meridionale (decreto legislativo luogotenenziale 12 marzo 1945, n. 70) dal 5 aprile al 19 maggio a condizioni assai vantaggiose non solo in relazione alle esigenze del mercato ma anche in confronto agli altri prestiti di guerra, giacché, nella forma di buoni del tesoro quinquennali a premi, al 5%,[15] il suo rendimento, tenuto conto del premio di rimborso e della quota premi, fu del 6,17% contro il massimo di 5,99 raggiunto dall’emissione del giugno 1943.     Chiusa la sottoscrizione a sud della linea gotica e liberato nel frattempo il nord, il prestito venne esteso (decreto legislativo luogotenenziale 28 giugno 1945, n. 363) alle provincie settentrionali, conservando immutate le caratteristiche precedenti, tranne il prezzo di emissione che fu portato a lire 99 in considerazione del miglioramento frattanto intervenuto nelle quotazioni dei valori di stato e in particolare dei buoni medesimi precedentemente sottoscritti ; pertanto, il rendimento come sopra calcolato scese al 5,80%.     Il gettito complessivo fu di 106 miliardi, di cui 33 raccolti nella prima fase di sottoscrizione e 73 nella seconda; due fasi che, si svolsero entrambe tra grandi difficoltà materiali, specie nei riguardi delle comunicazioni, che non consentirono di svolgere ovunque una efficace propaganda.     Non è ancora possibile analizzare compiutamente i risultati, mancando per un certo numero di istituti consorziati i dati a ciò necessari; tuttavia l’esame dei dati riguardanti 35 istituti (su 42), i quali hanno raccolto l’87% delle sottoscrizioni complessive, fornisce le seguenti indicazioni.     Il pubblico ha dato l’82% delle sottoscrizioni, contro il 68 e 66% realizzati nelle due emissioni del 1942, attingendo dalle proprie disponibilità di cassa il 60% degli importi sottoscritti, contro il 42 e 60% degli altri due prestiti e facendo ricorso, per il rimanente, agli istituti di credito. Notevolmente inferiore è stato il ricorso alla Banca d’Italia (con operazioni di risconto e di anticipazioni e con prelevamenti da depositi intrattenuti presso di essa) che ha costituito appena il 24% del gettito effettivo in contanti, contro il 40 e 41% dei prestiti del 1942; indice, anche questo, di un maggior afflusso di denaro fresco. Il numero dei sottoscrittori presso i 35 istituti è asceso ad 1 milione 570 mila, cifra già da sola più che doppia di quella dei 730 mila sottoscrittori nella prima emissione del 1942 e dei 608 mila nella seconda.

Condizioni delle emissioni dei buoni poliennali dal 1940 in poi

 

 

 

 

 

Data di emissione

 

 

 

 

 

Scadenza

 

 

 

Ammontare

(in milioni)|

 

 

 

 

Prezzo di emissione

 

 

 

 

 

Tasso

 

 

 

 

 

Premi

 

Rendimento % all’emissione tenuto conto

della scadenza semestrale

 

 

Immediato

Con premio di rimborso (1)

Con premio rimborso e quota premi

15 Febbraio 1940 15 Feb. 1949

28.000 (2)

97.50

5%

0.48%

5.19

5.42

5.92

15 Febbraio 1941 15 Feb. 1950

19.000

97.50

5%

0.48%

5.19

5.42

5.92

15 Settemb. 1941 15 Settem.1950

21.000

97.50

5%

0.48%

5.19

5.42

5.92

15 Aprile 1942 15 Aprile 1951

25.000

97.50

5%

0.48%

5.19

5.42

5.92

15 Settemb. 1942 15 Settem.1951

25.000

92.00

4%

0.48%

|4.40

5.19

5.72

15 Giugno 1943 15 Giugno 1948

12.000

97.00

5%

0.20%

5.22

5.79

5.99

5 Aprile 1945 1° Aprile 1950

33.000

97.50

5%

0.50%

5.19

5.65

6.17

15 Luglio 1945 1° Aprile 1950

73.000

99.00

5%

0.50%

5.11

5.30

5.80

  (1) Tasso di valutazione 5% (2) Di cui 12 miliardi sottoscritti dalla Cassa DD. e PP.

Raffrontando il contributo delle varie regioni al gettito totale, si osserva che le province settentrionali hanno partecipato all’ultimo prestito nella misura del 66 per cento contro il 44 e 45 per cento nei due prestiti precedenti. Questa più rilevante partecipazione potrebbe indicare una maggiore disponibilità di denaro da attribuirsi, presumibilmente, alla scarsa partecipazione dei risparmiatori di quelle regioni alle emissioni di buoni del tesoro ordinari durante l’occupazione germanica. Essa è dovuta anche, in parte, al minore contributo dato dalla città di Roma, e quindi del Lazio, a causa del trasferimento al nord delle sedi centrali di molti enti ed istituti che in passato avevano sottoscritto per importi ragguardevoli; difatti, nei due prestiti del 1942, il Lazio si trova al primo posto superando di 3 miliardi la Lombardia, mentre nell’ultimo prestito occupa il terzo posto dopo la Lombardia ed il Piemonte. È da osservare, però, che nelle province settentrionali è stato fatto più largo ricorso, con prelevamenti da depositi, da anticipazioni e da conti correnti di corrispondenza, agli istituti di credito che non in quelle centro meridionali; in effetti, mentre in queste ultime tale ricorso rappresenta il 30 per cento delle sottoscrizioni effettive del pubblico, questa percentuale sale al 40 per cento se si includono nel calcolo le province del nord.     Per la valutazione del risultato conseguito, è interessante riferirlo all’ammontare ed alle variazioni della circolazione dei biglietti. Il gettito effettivo in contanti e cedole ha rappresentato il 28% dell’ammontare della circolazione all’epoca della sottoscrizione. Il rapporto è inferiore a quello avutosi per le emissioni dal 1940 al 1942, ma supera quello realizzato nella emissione del giugno 1943. Per la relativa lentezza dell’aumento dei depositi bancari nel corso della guerra, il rapporto tra il gettito predetto e l’ammontare dei depositi ha raggiunto il 34%, ossia un valore notevolmente superiore a quello massimo del 24% realizzato nei prestiti del settembre 1941 e dell’aprile 1942.

Confronto tra il gettito delle emissioni, la circolazione e i depositi

(milioni di lire)

 

 

 

EMISSIONI

 

Gettito effettivo

 

Consistenza della circolazione e dei depositi all’epoca delle emissioni

 

Gettito effettivo in contanti e cedole

Totale

in contanti e cedole

Circolazione

(1)

Depositi

(2)

in % della circolazione

in % dei depositi

Febbraio 1940 (novennali 5%)

15.600(3)

10.290

23.383

61.884

44

17

Febbraio 1941 (novennali 5%)

18.525

14.985

31.570

74.779

47

20

Settembre 1941 (novennali 5%)

20.475

20.475

39.248

87.110

52

24

Aprile 1942 (novennali 5%)

24.375

24.375

51.065

101.670

48

24

Settembre 1942 (novennali 4%)

23.000

17.796

58.969

109.348

30

16

Giugno 1943 (quinquennali 5%)

11.640

11.640

88.817

138.723

13

8

Maggio e Agosto 1945 (quinquennali 5%)

104.445

104.432

370.450 (4)

305.254 (4)

28

34

  (1) Al giorno 10 del mese di emissione. (2) Totale dei depositi fiduciari, esclusi i depositi presso la Banca d’Italia e i conti correnti di corrispondenza con aziende di credito, alla fine del mese precedente quello dell’emissione. Fino al giugno 1943 sono comprese nella rilevazione le aziende con una massa fiduciaria superiore ai 5 milioni; per il 1945 sono comprese 365 aziende che raccolgono il 99% circa del totale del depositi. (3) Esclusi miliardi 11,7 sottoscritti dalla Cassa DD. e PP. (4) Al 30 giugno 1945. Nella circolazione sono compresi 81.862 milioni di am-lire.

L’effetto del prestito sull’andamento della circolazione non è percepibile nella prima fase dell’emissione, quando il riassorbimento di biglietti operato al sud viene neutralizzato dalla continuazione delle emissioni al nord (1); lo diventa invece nella seconda fase, quella della emissione al nord. Dal maggio all’agosto, infatti, la circolazione della Banca d’Italia diminuisce di 8,4 miliardi, mentre la circolazione totale, comprensiva delle lire militari, diminuisce di 7,4 miliardi (2).     Il prestito fu un plebiscito dei risparmiatori a favore del governo dell’Italia risorta. Ho piena fiducia che la manifestazione, del tutto volontaria e perciò significativa, dei risparmiatori italiani sarà ancor più imponente ad occasione del prossimo prestito consolidato, del quale fu già dato annuncio ufficiale.

(1) Circolazione all’inizio ed alla fine dei periodi sotto considerati

 

PERIODO

 

Inizio

 

Fine

 

Variazione intervenuta nel periodo

Dal 10 febbraio al 10 marzo 1940……………………

23.383

22.781

– 602

Dal 10 febbraio al 10 marzo 1941……………………

31.570

31.790

+ 220

Dal 10 settembre al 10 ottobre 1941…………………

39.248

41.850

+ 2.602

Dal 10 aprile al 10 maggio 1942……………………..

51.065

51.578

+ 513

Dal 10 settembre al 10 ottobre 1942…………………

58.969

61.678

+ 2.709

Dal 10 giugno al 10 luglio 1943………………………

88.817

92.726

+ 3.909

Dal 31 marzo al 31 agosto 1945……………………..

277.302

280.372

+ 3.070

(am-lire)……

(73.101)

(80.691)

(+ 7.590)

(2) Circolazione al:

Biglietti della Banca d’Italia

lire militari

TOTALE

31 maggio 1945……………………….

288.769

79.696

368.465

31 agosto 1945………………………..

280.372

80.691

361.063

Buoni del tesoro ordinari

  In ragione dell’assenza di altri prestiti, fu assai importante, nel periodo tra l’armistizio e la liberazione, l’emissione netta di buoni del tesoro ordinari, la cui consistenza passava da 49,2 miliardi al 30 settembre 1943 a 157,7 miliardi al 30 giugno 1945. Nell’Italia liberata, il collocamento avvenne direttamente presso le banche private e il pubblico; nell’Italia occupata, invece, 60 miliardi di buoni, su un totale di circa 75 emessi, furono collocati presso l’istituto di emissione.     Nel secondo semestre del 1945 l’emissione netta è andata aumentando gradualmente, aggirandosi in novembre e dicembre sui 5 miliardi mensili e toccando nell’intero semestre i 20,7 miliardi.     Dal 20 settembre 1944 (Decreto ministeriale 12 settembre 1944) i tassi dei buoni ordinari sono stati diminuiti di mezzo punto, come segue:

 

Data della variazione

 

1-2 mesi

 

3-4 mesi

 

5-6 mesi

 

7-9 mesi

 

10-12 mesi

 

20 marzo 1943

3,25

3,75

4,25

4,75

5,00

20 sett. 1944

2,75

3,25

3,75

4,25

4,50

Altre emissioni di valori

  L’emissione di valori non di stato, assai ristretta nel 1944, ha segnato nel 1945 una certa ripresa.     Tra gli istituti finanziari, l’I.M.I. che nell’esercizio 1943-44[16] aveva perfezionato mutui per 504 milioni ed emesso obbligazioni per 817 milioni, nel successivo esercizio 1944-45 perfezionò mutui per soli 108 milioni e non emise obbligazioni, mentre nei primi undici mesi dell’esercizio 1945-46 i mutui perfezionati ammontarono a 1.500 milioni e le obbligazioni emesse a 2.200 milioni. Il Consorzio di credito per le opere pubbliche, per operazioni di finanziamento riflettenti la copertura dei disavanzi di bilancio degli enti ausiliari,[17] somministrò nel 1944 mutui per 17 milioni ed emise obbligazioni per 89 milioni, mentre nel 1945 tali operazioni ammontarono, rispettivamente, a 1.592 e 1.380 milioni. L’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, nei due anni considerati, per operazioni di finanziamento di impianti idroelettrici, somministrò mutui rispettivamente per 425 e 1.400 milioni ed emise obbligazioni per 500 e 1.225 milioni.     La circolazione delle cartelle fondiarie, che al 31 dicembre 1943 era di 6.164 milioni, scese, al 31 dicembre dei due anni successivi, a 5.803 e 5.373 milioni.[18]     Anche nel settore dei valori azionari, nessuna importante emissione fu effettuata nel biennio. Nelle operazioni di aumento di capitale, in corso da parte di alcune società per azioni, si va palesando, attraverso le basse quotazioni dei prezzi dei diritti di opzione, la persistente riluttanza del capitale ad investirsi nelle industrie.

Andamento dei corsi dei titoli

  Una conclusione analoga si trae dall’osservazione dell’andamento dei corsi dei valori azionari.     Durante i primi mesi del 1944, fino alla liberazione della capitale, i corsi, dopo una caduta nel gennaio, determinata dall’annuncio, da parte dello pseudo governo repubblicano, dei provvedimenti di socializzazione di talune imprese, ripresero il loro movimento ascendente, il quale, mentre si inquadrava nell’aumento generale dei valori, rifletteva però anche la tendenza agli investimenti in beni reali o in titoli di questi rappresentativi. Il movimento fu comune alle varie piazze, ma nel maggio i corsi di Milano cominciarono a fare premio su quelli di Roma.     Dalla liberazione fino al 31 luglio, la borsa di Roma rimase chiusa per disposizione del Comando alleato. La ripresa delle operazioni riguardò prima quelle in contanti sui titoli di stato ed obbligazioni (1 agosto 1944), poi quelle in contanti sui titoli azionari (23 novembre 1944), quindi le operazioni a termine sui titoli di stato (26 marzo 1945) e infine le operazioni a termine sui titoli azionari (23 ottobre 1945).     La riapertura del mercato azionario avvenne a prezzi inferiori, in media, del 30% a quelli precedenti la chiusura ed inferiori anche, nella misura media del 40%, a quelli contemporaneamente praticati a Milano. I corsi si riprendevano parzialmente nei mesi successivi, mantenendosi però costantemente al disotto delle quotazioni fatte al nord ed adeguandosi a queste a liberazione compiuta.     Al nord, la presa di Roma e lo sbarco in Normandia avevano provocato a metà dell’anno una temporanea sensibile caduta dei corsi, che si erano poi ripresi nel settembre ed avevano toccato nel dicembre massimi più che doppi dei corsi di un anno prima. Seguì, all’inizio del 1945, una flessione dovuta alla previsione di una rapida fine del conflitto ed alla conseguente tendenza a realizzare investimenti precedentemente fatti nel timore di una totale svalutazione della moneta. Il regresso continuò fino alla liberazione e, dopo la breve sospensione delle contrattazioni che fece seguito a questa, la borsa di Milano si riaprì con corsi inferiori, in media, del 5 per cento a quelli precedenti e con tendenza al ribasso, nonostante l’avvenuta riduzione della sovrimposta di negoziazione dal 25 al 3%. Il movimento di regresso continuò sostanzialmente per tutto il secondo semestre dell’anno (e continua tuttora), assorbendo la breve ripresa seguita nell’ottobre al ripristino delle contrattazioni a termine.     Questa tendenza obbedisce alle sfavorevoli condizioni di ordine generale in cui si svolge e si prevede che potrà svolgersi l’attività industriale nei riguardi degli approvvigionamenti, degli scambi, dei rapporti tra l’impresa e la mano d’opera, e, conseguentemente, dell’equilibrio interno delle imprese. Ma essa riflette anche una condizione particolare, quella della nominatività obbligatoria dei titoli azionari che riesce particolarmente repulsiva ora che si vanno agitando provvedimenti di finanza straordinaria.     L’indice generale del corso delle azioni, che, rispetto alla base del dicembre 1939, era, nel giugno 1945, intorno a 600, è disceso, nel febbraio 1946, intorno a 350. Se si valuta il deprezzamento dell’unità monetaria, intervenuto nel frattempo, sulla base del tasso di cambio del dollaro, salito da 19 a 225, questo indice si riduce, in lire d’anteguerra, a circa 30. Se, al fine di esprimerlo in una unità monetaria con potere d’acquisto costante, si tiene conto anche dell’aumento dei prezzi verificatosi negli Stati Uniti, esso si riduce ulteriormente a circa 22, ossia a poco più di un quinto del livello d’anteguerra.     In altre parole, se noi facciamo astrazione dall’aumento puramente nominale dei corsi delle azioni, dobbiamo constatare che le borse stimano oggi le aziende industriali, commerciali e bancarie a forma di società anonime ad un valore che, tenuto conto delle odierne (fine marzo) quotazioni, è probabilmente inferiore ad un quinto della stima che delle medesime aziende si faceva nel 1939. Può darsi che le borse errino nel fare stime; ma poiché l’opinione ha grande influenza sulla realtà, giova meditare e tener conto dell’opinione, la quale dopotutto non è opera di teorici di tavolino, ma è fatta da chi investe o disinveste i propri risparmi ed è perciò opinione la quale ha un alto grado di fondatezza, quel grado che deriva dal rischio personale incorso nel fare calcoli economici.     La riluttanza dei risparmiatori ad investire in titoli azionari favorì quelli di stato, sui quali si orientò parte del risparmio che non ravvisava in altri beni più sicuro rifugio. La quota ne risentì favorevolmente, proseguendo nei primi mesi del 1944 l’ascesa iniziata dopo la caduta successiva all’armistizio.     Alla riapertura della borsa di Roma, nell’agosto 1944, i corsi segnarono un regresso dell’11 per cento, ma ben presto il movimento di ascesa ricominciò, subendo due arresti per l’annunciata emissione dei buoni quinquennali nel centro sud nel marzo 1945, e per la sua estensione al nord fra il luglio e l’agosto di quell’anno. Secondo un indice calcolato sulle quotazioni di Roma dei principali titoli di stato, i corsi – fatto giugno 1943 uguale 100 – nel dicembre di quello stesso anno erano scesi a 70,1 e al 31 dicembre 1944 e 1945 erano saliti, rispettivamente, a 105,9 e 113,9.     A Milano l’ascesa fu pressoché continua durante il 1944, mentre nel gennaio 1945 ebbe inizio, come per le azioni, una fase di regresso. Con l’unificazione dei mercati dei valori seguita alla liberazione del nord, riprese e si mantenne per tutto il resto dell’anno il movimento di ascesa.     Anche le obbligazioni si avvantaggiarono durante il 1944 rispetto all’anno precedente. Nel 1945 esse si discostarono dalla tendenza manifestatasi per i titoli di stato, segnando un miglioramento durante il primo semestre e un regresso nel semestre successivo. Alla fine dell’anno i corsi di molte obbligazioni erano scesi al disotto del valore nominale, così da risultare abbreviato od annullato il divario che in precedenza si era creato, per l’eccezionale aumento dei valori obbligazionari, fra questi ed i titoli di stato. Per brevi periodi, all’indirizzo generale della categoria si sottrassero i titoli fondiari dimostratisi nel complesso meno resistenti.     Nei riguardi dei rendimenti, si osserva che il forte divario creatosi nel settembre 1943 fra i titoli di stato ed i valori azionari si mantenne durante tutto il biennio; mentre il reddito dei titoli di stato ridiscendeva a livelli più normali, quello dei titoli azionari scendeva, anche per effetto della mancata distribuzione di dividendi da parte di molte società, a livelli ancora più bassi di quelli di fine 1943. Un calcolo, eseguito sulle principali azioni quotate alla borsa di Milano, indica a fine 1945 un rendimento del 0,71 per cento, contro l’1,35 per cento di due anni prima.     Il volume di affari in tutte le borse del Regno fu per i titoli di stato di 5.910 milioni nel 1944 e di 6.796 milioni nel 1945, contro i 2.610 milioni trattati nel 1943. Per le azioni, la ricerca di cui furono oggetto nel 1944 nelle borse settentrionali portò il numero dei titoli trattati a 7.973 mila contro 3.997 mila del 1943; mentre nel 1945, spostandosi la preferenza verso i titoli di stato, esso scese a 7.551 mila.     Provvedimenti legislativi degni di ampia lode hanno ricreato alcune delle condizioni per una ripresa dell’attività di borsa, restituendo al mercato dei titoli parte di quella libertà che il legislatore fascista, pur tenuto conto della resipiscenza mostrata con il decreto 12 aprile 1943, n. 235, gli aveva tolto. L’imposta cedolare, che un precedente decreto ministeriale del 20 novembre 1943 aveva ridotto dal 25 al 15 per cento, è stata riportata, con decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384, alla misura originaria del 10 per cento fissata dal decreto istitutivo di tale imposta; lo stesso decreto, però, – al fine di limitare la distrazione dei capitali dall’opera di ricostruzione – ha ridotto del 10 per cento il limite massimo degli utili ripartibili tra gli azionisti a norma della legge 18 aprile 1941, n. 277, che fissava tale limite al 7 per cento. Il successivo decreto legislativo luogotenenziale 25 maggio 1945, n. 301, ridusse la sovrimposta di negoziazione al 3 per cento del prezzo o valore pieno di cessione, ripartibile a metà fra venditore e compratore, ed abolì la precedente distinzione tra i titoli non quotati in borsa delle società immobiliari e tutti gli altri titoli azionari.[19]     È da augurare che, procedendo su questa via sia definitivamente abrogata la sovrimposta di negoziazione del 3 per cento, che è, senza vantaggio per l’erario, di tanto grave remora alla ripresa dell’attività delle borse, premessa indispensabile per l’afflusso dei capitali alle industrie sotto forma di partecipazione diretta. Oggi le industrie devono, per rifornirsi di capitali, ricorrere al credito; che non solo è oneroso, ma è anche pericoloso per il carico fisso di interessi che impone alle imprese, laddove l’emissione di azioni consentirebbe di remunerare il capitale solo col conseguimento di utili e nella misura in cui questi sono ottenuti.     Per quanto ha tratto all’altra e più importante causa di inattività delle borse, ossia la nominatività dei titoli, giova ricordare che in altra epoca la nominatività obbligatoria sanzionata da una legge Giolitti fu poi attuata col metodo della nominatività che si potrebbe dire «indotta», grazie all’espediente della speciale imposta sui dividendi dei soli titoli al portatore. Allora si trattava di dare una spinta ad iscrivere le azioni al nome, allo scopo di poterle tassare con l’imposta complementare. Oggi si tratterebbe di persuadere i possessori ad iscriverle anche ai fini di una eventuale imposta patrimoniale straordinaria. Ma trattasi di un gioco di aliquote della speciale imposta sui dividendi, la quale dovrebbe colpire i soli titoli al portatore e persuadere i più dei detentori di iscriverle volontariamente al nome. La sostituzione della persuasione alla coazione e l’alleviamento delle formalità di trapasso, con facili girate, delle azioni nominative gioverebbero alle future necessarie emissioni di azioni, premessa, ripetasi, prima di un ritorno non oneroso del capitale alle industrie.     Non oneroso, dico, perché l’esperienza recente ha dimostrato il danno che le imprese economiche risentono dal ricorso quasi esclusivo all’approvvigionamento dei capitali ad esse bisognevoli mercé emissioni di obbligazioni, sovvenzioni bancarie e giro di cambiali, che costano interessi, che se anche non sono alti, sono fissi; laddove la provvista di capitali mercé l’emissione di azioni dà luogo ad un onere che è eventuale e variabile in funzione dei profitti effettivamente ottenuti.

Prezzi

Lo stesso gioco complesso tra gli elementi obiettivi della situazione, le disposizioni psicologiche del pubblico e le interferenze del legislatore, che abbiamo osservato nel mercato dei valori, si ritrova considerando i mercati dei beni e dei servizi, che sono stati caratterizzati, in questi ultimi anni, da un aumento di prezzi generale ma assai vario da prodotto a prodotto e dalla molteplicità dei prezzi esistenti in uno stesso momento per uno stesso prodotto.     Il fascio di curve, che sta a rappresentare l’andamento degli indici dei prezzi dei singoli prodotti, si è aperto tra il 1938 e il 1945 come un ventaglio. La dispersione dei prezzi è oggi assai maggiore di quel che non fosse nel 1938. Pertanto, se pure si percepisce il senso generale dell’andamento e si può valutare l’entità delle singole variazioni, non è agevole identificare in tale dilagare il livello medio che sintetizza la situazione dei prezzi, ovvero il flusso centrale verso il quale tende – col progressivo ritorno a situazioni normali – a richiudersi il ventaglio.     Analogamente, per i singoli prodotti la curva che rappresenta l’andamento del prezzo si è ramificata in tante curve spesso distanti tra loro. Le cause di tanta variabilità sono molteplici. Vi è la coesistenza di un mercato a prezzi ufficiali e di un mercato a prezzi illegali; vi sono stati e tuttora persistono ostacoli che hanno frazionato il nostro paese in più mercati, talvolta rigidamente chiusi – come durante lo svolgersi delle operazioni militari – tal altra differenziati dall’alto costo o dalla insufficienza dei trasporti.     Si sono venute a creare, nelle varie regioni, situazioni tanto diverse che gli stessi prezzi ufficiali hanno dovuto soggiacervi. Nel campo agricolo, ai prezzi di ammasso, praticamente uniformi per tutto il Regno, attuati fino alla campagna 1943-44, sono seguiti, nelle due successive campagne, prezzi sensibilmente diversi tra nord e sud.     Una situazione non diversa si è presentata nei prezzi dei prodotti industriali. Ad esempio, il prezzo del carburo è stato fissato dal Comitato prezzi Alta Italia in lire 1.000 per quintale con deliberazione dell’ottobre 1945 e successivamente in lire 2.500 con deliberazione del dicembre; mentre dal ministero dell’industria e del commercio è stato fissato per l’Italia centro meridionale in lire 3.600 con provvedimento del febbraio 1946.     Nel mercato libero od illegale le differenze di prezzo tra zona e zona raggiungono valori anche maggiori.     Nello scorso autunno la lana era venduta dagli agricoltori a lire 145 il chilogrammo in provincia di Cagliari ed a lire 3.000 in provincia di Vercelli; il grano, mentre raggiungeva le 12.000 lire il quintale nelle Puglie, a Ravenna e a Padova costava poco più della decima parte.     Alle diversità che si riscontrano considerando i singoli prodotti, non corrispondono delle differenze di pari entità nei livelli generali dei prezzi delle varie regioni. Nel campo delle produzioni agricole un indice generale dei prezzi del mercato libero o extra ammasso (con base 1938=100), riferito alle regioni del centro e del meridione, non supera che di un quinto all’incirca un analogo indice relativo alle regioni settentrionali e alle isole. Ciò sta ad indicare come l’asprezza di talune punte sia conseguenza della situazione regionale d’insufficienza o abbondanza rispetto al consumo locale di specifiche produzioni. Per il grano i prezzi massimi si hanno nel mezzogiorno e quelli minimi nel settentrione, mentre per il vino la situazione è rovesciata.     In conclusione, tenendo conto delle cause che la provocano, della tendenza esistente nel mercato ufficiale alla unificazione dei prezzi e della crescente efficienza dei trasporti, la dispersione territoriale riscontrata nell’anno in esame è da considerarsi come un fenomeno transitorio. Tuttavia l’esistenza di tale anormalità va tenuta presente quando si considerano dei prezzi nazionali; talvolta la variabilità è tale da disorientare, e per quanta cura si possa porre nella determinazione dei prezzi medi, restano sempre molte riserve da fare.     Ad esempio, per il mese di novembre si dispone di un prezzo del risone (originario) di lire 1.900 il quintale per la provincia di Pavia e di lire 5.000 per la provincia di Cremona.     Nel campo agricolo i prezzi ufficiali di ammasso variano per i prodotti di uso alimentare tra un minimo di 5 volte e mezzo il prezzo del 1938 per il grano tenero nell’Italia settentrionale e un massimo di circa 25 volte per l’olio; in media, tenuto conto della diversa importanza delle produzioni, si è al disotto di 8 volte. Tale media è ottenuta considerando i prezzi relativi tutti ad una stessa campagna di ammasso, quella dell’anno 1945, ma che risentono della diversa epoca in cui furono fissati e di altre cause e considerazioni che hanno influito all’atto della loro determinazione, per cui, messi oggi a raffronto, appaiono alquanto sperequati. Così, il prezzo delle barbabietole; fissato a circa 20 volte il prezzo del 1938, confrontato con quello del grano per le provincie in cui è diffusa quella coltivazione, presenta un aumento di circa quattro volte maggiore. Ma nei riguardi dei profitti degli agricoltori queste diversità possono risultare in concreto mitigate dalla diversa entità dei rispettivi mercati extra ammasso.     Fuori dei vincoli della legge, i prezzi dei prodotti agricoli di uso alimentare hanno subito aumenti ben più sensibili. Considerando insieme i prezzi dei prodotti non soggetti ad alcun vincolo e i prezzi dei prodotti che sfuggono agli ammassi, il coefficiente di aumento rispetto ai prezzi del 1938 supera le 45 volte. Nel giudicare un tale valore, occorre tener presente che esso è conseguenza, oltre che dell’inflazione monetaria, dell’eccezionale scarsezza delle disponibilità, essendosi avute nel 1945 produzioni agricole quasi tutte intorno alla metà di quelle normali.     Un indice della produzione agricola alimentare (quantità) con base 1939=00, calcolato da Paolo Albertario (Aspetti apparenti e reali dell’odierna situazione alimentare, in «Socialismo», n. 1-2, gennaio-febbraio 1946), non raggiunge nel 1945 che il valore di 54. Il raccolto è valutato pari al 67% di quello del 1939 per le patate e gli ortaggi e al 53% per i cereali, mentre è stato quasi nullo quello delle barbabietole. Per i prodotti zootecnici, la produzione è valutata al 44% di quella del 1939.     Tra le produzioni agricole non alimentari, la lana ha un prezzo ufficiale di ammasso di 12 volte superiore a quello del 1938 e non molto diverso è quello praticato extra ammasso in alcune regioni (Italia meridionale, Sicilia e particolarmente la Sardegna); pertanto, il prezzo medio nazionale extra ammasso supera di poco le 20 volte il prezzo del 1938. Tra le altre materie prime tessili prodotte dalla nostra agricoltura, è notevole l’incremento del prezzo ufficiale dei bozzoli (oltre 32 volte il prezzo del 1938); più conforme agli altri aumenti dei prezzi ufficiali è quello della canapa (14 volte).     Mentre le materie prime tessili di produzione nazionale occupano nell’aumento generale dei prezzi una posizione che è quasi di retroguardia, i manufatti tessili hanno rappresentato spesso la punta estrema degli aumenti. Un indice basato su tre prodotti tessili e relativo alla piazza di Firenze, nel dicembre 1945 indicava un aumento di circa 55 volte. Per questo settore, l’aumento eccezionale trova origine probabilmente nelle caratteristiche del prodotto che si presta agevolmente alla speculazione; sembra provarlo la caduta dei prezzi nei primi mesi dell’anno in corso, quando in conseguenza della relativa elasticità della domanda e del mutare delle previsioni circa la situazione monetaria, proprio dai manufatti tessili si è iniziato un ripiegamento dei prezzi che potrà diffondersi in altri settori.     E poiché i prodotti tessili si trovano al limite superiore della zona di variabilità degli indici dei prezzi, la tendenza ora in atto porta ad una convergenza verso la zona centrale, contribuendo a quella perequazione tra i vari settori alla quale il mercato naturalmente tende.     Nel campo delle materie prime dell’industria, ove si escludano casi particolari verificatisi in ispecie tra i prodotti chimici, i prezzi rilevati dalla Confederazione generale dell’industria erano, nel novembre scorso, superiori in media di 25 volte ai prezzi del 1938. Non lontano da quello medio erano in particolare gli aumenti registrati dai metalli (ferro, ghisa, piombo, rame, alluminio), dal cemento e dai mattoni.     Nel complesso, dunque, i prezzi delle materie prime, dei prodotti e dei servizi dell’industria si trovano – dopo il movimento di questi ultimi mesi, il quale ha annullato i più vistosi aumenti che si erano avuti per le stoffe e le calzature, per taluni prodotti di uso industriale e per gli autotrasporti – ad un livello nettamente inferiore a quello raggiunto dai prezzi delle materie prime alimentari.     Per gli uni come per gli altri, la situazione più difficile si è determinata nelle regioni del mezzogiorno, dove la guerra e giunta prima ed ha più a lungo sostato, e che dipendono dal nord, oltre che per i prodotti industriali, anche per alcuni prodotti basilari dell’alimentazione come i cereali. La divisione del paese in due tronconi vi determinò, di conseguenza, un’ascesa dei prezzi ben più rapida che nell’Alta Italia, dove pure l’aumento della circolazione avveniva con ritmo più celere e dove i beni rifugio – quali i titoli azionari, l’oro e le valute pregiate – segnarono aumenti più sensibili.

    Questa diversità di andamenti si rispecchia negli indici del costo della vita. Un indice calcolato con criteri omogenei per le città di Roma e Milano palesa una divergenza che, iniziatasi negli ultimi mesi del 1943 si accentua fortemente a svantaggio di Roma nel primo semestre del 1944, quando il fronte si avvicina alla capitale. Nel secondo semestre – lasciando a parte le variazioni dovute a fattori stagionali – mentre l’indice di Milano continua a salire con movimento quasi regolare, quello di Roma resta al disopra del livello medio del primo semestre. Nella prima parte del 1945, l’intensificazione dei bombardamenti, la conseguente paralisi dei trasporti e le altre difficoltà di ogni regione di retrovia provocano nell’indice di Milano una più rapida ascesa. Al sopraggiungere della unificazione l’indice di Roma risente del minor livello dei prezzi esistenti nel nord, cosicché i due indici si ricongiungono per proseguire con andamento consimile nel secondo semestre 1945. In questo periodo, la decisa tendenza all’aumento – solo in parte assegnabile all’azione di fattori stagionali e nettamente contrastante con la stabilità dell’indice della circolazione – trova la sua origine nella già rilevata scarsità del raccolto.     Nel complesso del Regno, l’indice del capitolo alimentazione calcolato dall’Istituto centrale di statistica supera di poco le 30 volte il livello del 1938. In tale indice sono considerati sia i prezzi ufficiali che quelli del mercato libero o illegale, sul quale vengono acquistati circa i due terzi delle quantità che costituiscono il fabbisogno alimentare base. L’indice complessivo del costo della vita può ritenersi alquanto più basso perché degli altri capitoli di spesa alcuni si riferiscono a beni, come gli indumenti, i cui prezzi sono aumentati in misura sensibile, ma che presentano una domanda più elastica degli alimenti, ed altri hanno subito aumenti di scarsa entità. Tra questi, oltre al costo dell’abitazione, vi è la spesa per il gas e la luce – i cui prezzi sono intorno a 5 volte quelli del 1938 – e quella per i servizi pubblici.     Tradotte in cifre, queste considerazioni conducono a stimare che oggi l’alimentazione assorba intorno ai tre quarti delle spese figuranti nel bilancio della famiglia tipo presa a base del calcolo dell’indice, contro il 55% del 1938. L’indice complessivo del costo della vita, valutato in base a questa variazione nella composizione della spesa ed all’ammontare raggiunto dalla spesa per l’alimentazione, risulta intorno a 23 volte il costo del 1938.

    I salari, in parte perché ostacolati dalla naturale lentezza nei movimenti di adeguamento agli altri prezzi, e – nelle regioni più lungamente occupate dai tedeschi – dall’azione politica intesa a reprimere le conseguenze dell’inflazione, in parte per l’effetto inevitabile della riduzione del reddito reale nazionale, hanno raggiunto a fine 1945 – secondo quanto risulta da rilevazioni a base piuttosto ristretta ma che danno risultati concordanti – un livello che si aggira intorno a 13 volte quello del 1938. Scarso successo hanno avuto i tentativi più volte ripetuti di sostituire in parte la rimunerazione in moneta con quella in beni reali.     L’aumento non è stato uniforme tra il 1938 e il 1945, ma accentrato negli ultimi anni; ad un incremento del 100 per cento realizzato tra il 1938 e il primo semestre del 1943 è seguito un aumento di circa il 550 per cento realizzato in più riprese tra la fine del 1943 e la fine del 1945.     Questa incompleta rassegna delle variazioni intervenute nei prezzi dei vari settori, se non consente una valutazione sufficientemente approssimata del deprezzamento della lira e quindi del livello al quale – non intervenendo altre cause perturbatrici – dovrebbero tendere i vari prezzi perché si raggiunga una nuova situazione di equilibrio, può servire tuttavia ad individuare dei limiti entro i quali quel deprezzamento è compreso ovvero – qualora si vogliano manovrare i prezzi all’importazione od i cambi – le diverse conseguenze di una tale manovra nei vari settori.     Considerando insieme i vari indici raccolti, si osserva che i maggiori aumenti si riferiscono a settori nei quali hanno avuto notevole parte il fattore della rarefazione delle merci (prodotti agricoli di uso alimentare, taluni prodotti chimici) e quello della speculazione (tessili, prodotti finiti) ed appaiono tutt’altro che consolidati. Nella zona dei minori aumenti si trovano le categorie di prezzi solitamente più lente a seguire il movimento generale, le quali opporrebbero un ostacolo notevole ad una azione deflazionistica molto spinta; cosicché l’aumento da esse subito può, ai fini di una politica che non voglia aggiungere ai danni dell’inflazione quelli economici e politici della deflazione, considerarsi come consolidato dal momento stesso in cui avviene.     In questa zona, che partendo dagli aumenti di sole le 5 volte i valori del 1938 può estendersi fino agli aumenti pari a 20-25 volte, si trovano tutti i prezzi ufficiali di ammasso (ad esclusione di quello dei bozzoli), i salari e le tariffe dei servizi pubblici. Risultano del pari compresi in questa zona, senza partecipare del carattere di quelli ora richiamati, l’aumento subito dagli indici delle materie prime delle industrie metallurgiche e meccaniche, e quelli dei loro prodotti finiti. Vi rientra anche, con tutta probabilità, l’aumento dei più importanti beni d’investimento, ossia quello dei valori mobiliari, del cui limitato apprezzamento si è già discusso, e quello dei beni immobili, che non supera le 12 volte per i fabbricati e dalle 12 alle 20 volte, secondo le regioni, per i terreni.     Viene fatto di domandarsi se esistano oggi le condizioni per realizzare un equilibrio monetario che riconduca i prezzi verso una zona centrale dell’attuale ventaglio.     La risposta al quesito può consistere, da un lato, nel verificare se le quantità degli scambi e dei mezzi di pagamento soddisfino coi prezzi vigenti l’equazione degli scambi; mentre una considerazione più ampia deve abbracciare la situazione delle finanze pubbliche, di cui si è detto, e quella della bilancia dei pagamenti internazionali.     Per quanto riguarda la prima verifica, si osserva che verso la fine del 1945 la circolazione complessiva formata da biglietti della Banca d’Italia, biglietti di stato, monete metalliche e lire militari era pari a 19 volte circa quella media del 1938; mentre la consistenza dei conti correnti intrattenuti presso le banche era di appena 5-6 volte quella d’anteguerra. Dei due indici, quello dei biglietti, più sfavorevole ma di gran lunga più importante, può – ove si tenga presente la situazione del reddito reale nazionale, che, secondo i risultati quasi concordanti di vari autori, si sarebbe ridotto del 40 per cento tra il 1938 ed il 1945 – assumersi ad indicare il limite inferiore oltre il quale è molto difficile che possa scendere il livello medio dei prezzi di questo dopoguerra. In effetti, pur occupando una posizione quasi centrale nel ventaglio formato oggi dai vari prezzi, l’indice dell’ammontare della circolazione è già superato da alcuni prezzi ufficiali e dall’indice complessivo del costo della vita.     Più incerta appare l’identificazione di un limite superiore. La necessità di evitare crisi di produzione, che potrebbero impedire la realizzazione di un nuovo equilibro, non comporta – nella situazione attuale di fluidità e di scarso indebitamento dell’agricoltura e dell’industria – che il nuovo livello debba stabilirsi nella zona degli attuali prezzi liberi dei prodotti agricoli. La flessione cui questi dovranno sottostare non può provocare turbamenti notevoli, ove trovi compenso, oltre che nell’aumento delle quantità prodotte, in un adeguamento inverso dei prezzi ufficiali.     Una media tra gli indici dei prezzi ufficiali e gli indici dei prezzi liberi o extra ammasso dei prodotti agricoli indicava verso la fine del 1945 un coefficiente di aumento rispetto al 1938 di circa 33 volte.     Se ora prendiamo in esame le condizioni internazionali del nostro equilibrio monetario, ci dobbiamo chiedere quale livello di cambio possa meglio aiutarci a riattivare gradualmente un ampio ed equilibrato volume di scambi di merci.     Non occorre dire quanto sia arduo, oggi, individuare in questa materia delle posizioni effettive, non solo perché le posizioni non sono ferme, ma perché manca un’epoca vicina che possa servire di riferimento come espressione di una posizione normale. Occorre risalire al 1928-29 per trovare sui principali mercati nazionali una posizione di prezzi che grosso modo corrispondeva, tenuto conto delle variazioni intervenute nei cambi, a quella del 1913.

Indici dei prezzi all’ingrosso, con base 1913, tradotti in lire al cambio corrente

Indice dei prezzi all’ingrosso con base 1913

Stati Uniti

Inghilterra

Italia

1928……………………..

509

495

491

1929……………………..

503

466

481

La variazione intervenuta dopo di allora si esprime nelle cifre seguenti:

  • negli Stati Uniti, l’indice dei prezzi è aumentato da 100 nel 1929 a 112 nel 1945. Poiché il cambio del dollaro è aumentato in pari tempo da 19 a 225, l’indice americano, tradotto in lire, passa da 100 a 1.330;

 

  • in Inghilterra, l’indice è aumentato da 100 nel 1929 a 130 nel 1945. Poiché il cambio della sterlina è aumentato da 92,46 a 907,31, l’indice inglese, tradotto in lire, passa da 100 a 1.271.[20]

Se in luogo di considerare le variazioni intervenute negli indici dei prezzi si considerano quelle degli indici del costo della vita le conclusioni cui si giunge sono analoghe.     Negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna gli indici del costo della vita con base 1929 raggiungevano nel dicembre 1945 rispettivamente i valori di 108 e 124, che voltati in lire diventano 1.279 e 1.217. Si è ancora su un livello pari a 12 o 13 volte quello del 1929 e vicino alla metà appena di quello effettivamente già raggiunto in Italia.     Ove le altre condizioni che influiscono sugli scambi internazionali riportino ad una situazione simile a quella del 1913 o del 1929, il mantenimento del cambio attuale potrebbe dunque imporre all’Italia di riportare il suo livello di prezzi a 12-13 volte quello del 1929, che è quanto dire a quello del 1938, dato che in Italia i prezzi erano tornati nel 1938, dopo la flessione degli anni di crisi, al medesimo livello di dieci anni prima. Ciò importerebbe una flessione di quasi tutti i prezzi non ufficiali e di alcuni prezzi di ammasso (bozzoli, olio, barbabietole).     Appare meno improbabile l’ipotesi che i prezzi italiani abbiano a stabilizzarsi ad un livello compreso tra 20 e 25 volte quello d’anteguerra, che corrisponde alla zona centrale verso la quale il ventaglio sembra tendere a chiudersi. Ad evitare a lungo andare una revisione del cambio, sarebbe d’uopo che l’ascesa dei prezzi, la quale si va accennando sui mercati esteri, si facesse molto pronunciata. Quale possa essere l’andamento dei prezzi nei paesi anglosassoni dipenderà dall’interferenza di due tendenze; l’una verso l’alto a causa della domanda intensa per la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra, e dei costi monetari cresciuti per aumenti di salari; l’altra verso il basso conseguente alla applicazione alle produzioni di pace delle grandiose forze inventive e tecniche sprigionate dalla guerra. Se i prezzi italiani dovessero stabilizzarsi ad un livello superiore a quello di equilibrio con il saggio di cambio attuale, si renderebbe necessaria una revisione verso l’alto di quasi tutti i prezzi ufficiali, dei fitti e delle tariffe dei servizi pubblici; e, per contro, una flessione dei prezzi dei prodotti agricoli di mercato libero od extra ammasso, che è legata all’aumento delle disponibilità e che sarebbe compensata in parte dall’opposto movimento dei prezzi ufficiali.     È superfluo accennare qui al carattere ipotetico delle riflessioni fatte sui prezzi e sulle previsioni che si possono fare in argomento. Esse riposano su premesse che si è bensì tentato di porre le più approssimate alla realtà la quale fosse per noi possibile, ma che ovviamente comportano un certo margine di errore. Il calcolo ipotetico ora fatto ha soltanto per iscopo di richiamare l’attenzione sulla natura estremamente complessa delle variazioni dei saggi di cambio; variazioni che non sono soltanto connesse con le richieste di favorire le correnti di esportazione di merci all’estero, ma sono collegate con l’equilibrio dell’intiero sistema dei prezzi interni e delle remunerazioni dei servizi personali e dei capitali.

Tassi di cambio

  I tassi di cambio attualmente vigenti sono fissati sulla base del cambio di 100 lire per dollaro, e cioè ad un livello il quale manifestamente assegna alla nostra moneta un valore superiore a quello rispondente al suo potere d’acquisto all’interno.     Si è inteso rimuovere l’ostacolo che ciò avrebbe potuto creare all’esportazione, dapprima abolendo lo speciale diritto doganale sulle merci all’esportazione, introdotto nel 1943,[21] e sospendendo i dazi di uscita contemplati dalla vigente tariffa doganale; poi provvedendo alla costituzione di un apposito fondo (decreto legislativo luogotenenziale 4 gennaio 1946, n. 2) alimentato da una quota addizionale a carico degli importatori italiani di merci, sul controvalore, al cambio ufficiale, dell’ammontare della valuta occorrente per l’importazione; fondo dal quale è prelevata a favore degli esportatori di merci nazionali una quota addizionale rispetto al controvalore in lire, al cambio ufficiale, della valuta ceduta.     La quota viene versata dagli importatori all’Ufficio italiano dei cambi, che ne cura a sua volta il versamento alla Banca d’Italia in un conto corrente intestato al «Fondo per l’adeguamento ai prezzi internazionali», amministrato dall’Ufficio suddetto.     Con decreto ministeriale 18 gennaio 1946 la quota addizionale è stata fissata nella misura del 125% con decorrenza dal 17 gennaio 1946.     Per quanto riguarda le modalità di applicazione, con altro decreto ministeriale del 18 gennaio 1946 è stato stabilito che la quota addizionale si applica nella misura vigente il giorno in cui le operazioni sono perfezionate tra l’Ufficio italiano dei cambi e l’importatore o l’esportatore italiano.     Relativamente alle operazioni da regolare in conformità di accordi di pagamento si osservano le seguenti norme:    

  • per i pagamenti a favore di esportatori italiani la quota si applica nella misura vigente il giorno in cui l’Ufficio italiano dei cambi dispone il pagamento;

 

  • per le operazioni di incasso la quota si applica provvisoriamente nella misura vigente il giorno del versamento da parte degli importatori italiani, salvo conguaglio con la quota in vigore il giorno in cui l’operazione di trasferimento è perfezionata nei confronti dell’esportatore estero.

Si riteneva possibile, all’inizio, di non estendere la quota addizionale a tutti gli altri pagamenti ed alle altre riscossioni, sebbene già si fosse potuto constatare la stasi quasi completa nelle rimesse degli emigrati.     Successivamente però, nella considerazione che il governo americano concede un corrispettivo, mediante accreditamento in dollari, per le paghe delle sue truppe, si sono svolte trattative per stabilire le modalità di applicazione della quota, le quali si sono concluse con l’accordo di ammettere a beneficiare della quota di adeguamento tutte le spese governative americane in Italia, comprese le paghe delle truppe.     Analoga concessione è stata fatta, in seguito a richiesta dell’Ambasciatore britannico, anche per le spese del governo inglese, nella fiducia che il problema dell’accreditamento in sterline sarà prossimamente discusso fra i due governi.     Per conseguenza, in base al decreto legislativo luogotenenziale 28 gennaio 1946, n. 9, l’applicazione della quota addizionale è stata estesa, con decorrenza dal 7 febbraio scorso, a numerose altre operazioni, diverse da quelle nascenti da importazioni ed esportazioni di merci, e precisamente:     a)    pagamenti e incassi di qualsiasi genere previsti dai nuovi accordi di clearing entrati in vigore dal 30 novembre 1945 in poi;   b)    acquisti e vendite di valuta estera, concernenti spese per il mantenimento di rappresentanze diplomatiche e consolari estere in Italia e di rappresentanze diplomatiche e consolari italiane all’estero, nonché spese di viaggio di diplomatici che si recano all’estero;   c)    acquisti e vendite di valuta estera eseguiti rispettivamente contro addebitamento e accreditamento in un conto in lire libere;   d)    acquisti e vendite di valuta estera, relativi al regolamento dei conti tra le amministrazioni postali, telegrafiche e telefoniche, nonché tra le amministrazioni o compagnie di trasporti terrestri, marittimi ed aerei;   e)    acquisti e vendite di valuta estera, relativi al regolamento di noli terrestri, marittimi ed aerei;   f)     acquisti e vendite di valuta estera, relativi al regolamento di affari di assicurazione e di riassicurazione;   g)    acquisti di valuta estera rappresentanti rimesse che pervengono dall’estero alle banche nelle normali forme bancarie;   h)    acquisti di valuta estera in dipendenza della negoziazione di banconote estere, di assegni bancari o di altri titoli esteri in genere;   i)     vendite di valuta estera eseguite in dipendenza di assegnazioni di carattere privato.     Successivamente, con nota del ministro del tesoro del 7 marzo 1946, la quota addizionale, sempre nella misura del 125 per cento, è stata estesa anche agli acquisti di oro.     Oramai tutte le transazioni commerciali e finanziarie con l’estero sono legalmente fondate su un corso dei cambi, formalmente distinto nelle due parti di un cambio a base 100 per il dollaro e di una quota addizionale del 125%, ma di fatto ragguagliato a 225 lire per dollaro.     Ecco una tabella informativa sui corsi di cambio vigenti tra la lira e le principali unità monetarie estere (medie mensili):

 

 

PAESI

 

 

AGOSTO 1939

 

 

DICEMBRE 1945

 

 

FEBBRAIO 1946 (cambio ufficiale+quota addizion.)

New York

19,02

100,00

225,00

Londra

87,20

400,00

907,3125

Svizzera

4,289

23,31

52,4475

Francia

0,4944

0,8406 (1)

188,91

Spagna

2,22

9,13

20,5425

Portogallo

4,057

9,12825

Belgio

0,645

2,2845

5,140125

Olanda

10,1699

37,7415

84,91838

Svezia

4,588

23,845

53,65125

Danimarca

3,914

20,87683

46,97287

Turchia

77,52

174,42

Egitto

415,00

930,375

Canadà

90,909

204,54525

Argentina

4,39

25,00

56,25

Brasile

5,417

11,5875

India

30,349

67,95

Australia

323,70

725,85

Nuova Zelanda

325,45

725,85

Un. Sud Africa

403,50

901,575

  (1) Quotazione successiva alla svalutazione del franco del 26 dicembre 1945.

Disciplina dei cambi e degli scambi con l’estero

  Un’ampia revisione di tutta la materia concernente l’organizzazione e la disciplina del commercio estero è cominciata con la soppressione, a far tempo dal 20 aprile 1944 (R. decreto 2 giugno 1944, n. 150, modificato dal decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1944, n. 310), del ministero per gli scambi e per le valute, creato, come è noto, sulla fine del 1937, nel quale erano stati accentrati i compiti già spettanti al sottosegretariato di stato per gli scambi e per le valute, nonché le attribuzioni inerenti agli scambi e ai rapporti economici e movimenti valutari con l’estero esercitate da altri ministeri (comprese quelle riguardanti le penalità per infrazioni valutarie e sul commercio dell’oro, le partecipazioni all’estero ecc.), i cui provvedimenti, per le materie non rientranti fra quelle considerate dal decreto sulle attribuzioni del nuovo dicastero, dovevano essere adottati di concerto con quest’ultimo ad eccezione di quelli aventi carattere fiscale. Erano pure attribuiti al nuovo ministero lo studio e l’iniziativa dei provvedimenti non aventi carattere fiscale relativi alla tariffa doganale, all’importazione ed esportazione in temporanea, ai divieti economici di importazione e di esportazione, e alla restituzione dei diritti sulle materie impiegate nella fabbricazione di prodotti da esportare.     Tutte queste funzioni sono state trasferite col citato decreto al ministero del tesoro per la parte valutaria ed al ministero dell’industria, commercio e lavoro per tutto quanto concerne i rapporti economici con l’estero e la regolamentazione delle importazioni e delle esportazioni. È stato nel contempo disposto il passaggio dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero alle dipendenze del ministero del tesoro e dell’Istituto nazionale per il commercio estero alle dipendenze di quello dell’industria, commercio e lavoro.     Con altro provvedimento (decreto legislativo luogotenenziale 10 agosto 1944, n. 180) è stato determinato lo scioglimento del Comitato tecnico dell’Istituto nazionale per il commercio estero e l’attribuzione dei compiti relativi al suo presidente di diritto, il ministro per l’industria, il commercio e il lavoro, dando a quest’ultimo autorizzazione a modificare – di concerto con i ministri per gli esteri, per le finanze e per il tesoro – l’organizzazione dell’istituto stesso al fine di coordinarne l’attività ed i servizi con quelli del ministero dell’industria, commercio e lavoro. Lo stesso ministro è stato pure facoltizzato a nominare un commissario per essere coadiuvato nella riorganizzazione e nella gestione amministrativa dell’istituto.     Successivi decreti portavano poi alla istituzione presso il ministero del tesoro di una commissione interministeriale (decreto legislativo luogotenenziale 17 maggio 1945, n. 306), chiamata a dar parere in materia di rapporti finanziari e valutari con l’estero, e alla costituzione presso il ministero dell’Industria, commercio e lavoro di altra commissione interministeriale per le importazioni e le esportazioni (decreto legislativo luogotenenziale 28 maggio 1945, n. 370), ai fini dell’esame dei problemi relativi alla disciplina ed alla organizzazione degli scambi e per le proposte da fare al ministero dell’industria, commercio e lavoro e alle altre amministrazioni interessate sui provvedimenti da adottare in materia. La prima commissione non fu di fatto tuttavia mai costituita; laddove la seconda ha avuto raramente occasione di funzionare.     Nel frattempo veniva disposta la cessazione dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero (decreto legislativo luogotenenziale 17 maggio 1945, n. 331) ed il trasferimento dei compiti e delle funzioni già ad esso devoluti ad un nuovo organismo denominato Ufficio italiano dei cambi, al quale è stato altresì demandato di procedere, per conto del tesoro, alla graduale liquidazione delle operazioni del cessato istituto; operazioni da fronteggiare con il patrimonio dell’INCE e, in difetto, con mezzi forniti dal tesoro medesimo.     Per quanto riguarda il suo ordinamento, è da rilevare che il decreto istitutivo dell’Ufficio italiano dei cambi ha determinato il conferimento del fondo di dotazione di quest’ultimo, di 100 milioni di lire, da parte della Banca d’Italia, al cui governatore è stata inoltre affidata la presidenza del consiglio di amministrazione che regge l’ufficio.     Tale ordinamento corrisponde in massima alla struttura attribuita all’istituto nazionale per i cambi con l’estero dopo la riforma bancaria del 1926 e l’unificazione del servizio di emissione dei biglietti di banca. Il R. decreto legge 13 febbraio 1927, n. 112, stabilì infatti la cessazione del preesistente consorzio delle tre banche di emissione che concorrevano alla formazione del capitale dell’istituto, che veniva interamente assunto dalla Banca d’Italia. Al direttore generale della Banca stessa era inoltre conferita la presidenza del consiglio di amministrazione dell’istituto.     Questa organizzazione rimase ferma per circa un decennio, e cioè fino a quando, nel quadro del processo di unificazione delle direttive in materia di disciplina e controllo del commercio estero, lo stato intervenne più direttamente nell’istituto con il riscatto del capitale assunto dalla Banca d’Italia nel 1926 e con il conferimento della carica di presidente al ministro per gli scambi e per le valute. Al governatore della Banca d’Italia era invece attribuito l’ufficio di vice presidente.     Il decreto ha poi stabilito che gli utili netti, detratte le somme che il consiglio di amministrazione deliberi di devolvere a scopi di previdenza per il personale, siano assegnati per i primi 5 anni alla riserva e successivamente per metà alla riserva e per l’altra metà in parti uguali al tesoro e alla Banca d’Italia.     In caso di liquidazione dell’Ufficio, la sua attività netta, previo rimborso del fondo di dotazione conferito dalla Banca d’Italia, sarà devoluta al tesoro, al quale faranno carico le eventuali perdite eccedenti le riserve e il fondo di dotazione.     Norme sulla disciplina degli scambi dell’Italia con le nazioni alleate sono state emanate con il decreto legislativo luogotenenziale 28 maggio 1945, n. 370, che ha fra l’altro attribuito all’Istituto nazionale per il commercio estero il compito di costituire da tramite esclusivo, per conto e nell’interesse dello stato, in ordine alla presa in consegna e distribuzione delle materie importate, e per l’acquisto delle merci destinate all’esportazione.     Lo stesso provvedimento ha inoltre subordinato all’autorizzazione del ministero dell’industria, commercio e lavoro e di quello del tesoro, e, per i prodotti alimentari, dell’alto commissariato dell’alimentazione, la conclusione, da parte dell’istituto predetto, degli atti e contratti per le importazioni e le esportazioni, nonché la determinazione dei relativi prezzi.     Per quanto riguarda, infine, le riscossioni e i pagamenti derivanti dagli scambi commerciali con i paesi alleati, il relativo servizio è stato affidato alla Banca d’Italia (decreto legislativo luogotenenziale 11 dicembre 1944, n. 446).     Una tale congerie di norme in materia di rapporti commerciali e valutari con l’estero, ai quali sono, come noto, anche interessati il ministero degli esteri ed il comitato interministeriale per la ricostruzione, ha fatto ravvisare l’opportunità di procedere ad un adeguato accentramento delle funzioni demandate ai numerosi organi esistenti, al fine di ovviare agli inconvenienti di un ordinamento rivelatosi complesso e disorganico.     Con decreto legislativo luogotenenziale 22 dicembre 1945, n. 809, è stato pertanto istituito il ministero del commercio con l’estero, i cui compiti sono stati determinati con il decreto luogotenenziale 16 gennaio 1946, n. 12.     Il ministero di cui trattasi esercita tutte le attribuzioni relative ai rapporti commerciali con l’estero, sia rispetto ai privati che alle pubbliche amministrazioni. In particolare, provvede:     a)    al coordinamento ed alla esecuzione dei programmi di importazione e di esportazione, e alla disciplina delle relative operazioni;   b)    alla trattazione delle convenzioni e accordi internazionali per lo scambio di merci e servizi, e i relativi pagamenti;   c)    alla disciplina dei movimenti valutari concernenti le importazioni e le esportazioni, e alla distribuzione, per il pagamento delle importazioni, dei mezzi valutari, sia che provengano dalle esportazioni sia da altre disponibilità assegnate dal ministero del tesoro;   d)    all’esame e approvazione di operazioni di finanziamento relative a scambi di merci con l’estero;   e)    alla definizione ed all’esecuzione di qualsiasi altra forma di intesa o accordo riflettenti l’approvvigionamento del paese;   f)     alla trattazione dei problemi relativi al commercio di deposito, transito e ogni altra forma di attività intermediaria.     Allo stesso ministero è altresì demandato di provvedere allo studio e all’iniziativa dei provvedimenti, che non abbiano carattere esclusivamente fiscale, riguardanti la tariffa doganale, l’importazione ed esportazione in temporanea, la restituzione dei diritti pagati sulle materie prime impiegate nella fabbricazione di prodotti da esportare, nonché i divieti economici di importazione e di esportazione.     Al nuovo dicastero passano i servizi e gli organi che, per effetto del R. decreto 2 giugno 1944, n. 150, e del decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1944, n. 310, sono stati trasferiti al ministero dell’industria e commercio, nonché l’ufficio coordinamento tecnico ed esecuzione dei piani di importazione, già alle dipendenze del soppresso ministero della ricostruzione.     Il decreto dispone inoltre che è demandata al ministero del commercio con l’estero, di concerto con quello del tesoro e degli altri ministeri interessati, l’autorizzazione richiesta dal decreto legislativo luogotenenziale 28 maggio 1945, n. 370, per gli atti e contratti stipulati dall’I.C.E. per le importazioni e le esportazioni rispettivamente da o a favore dei governi alleati.     L’Istituto nazionale per il commercio estero viene posto alle dipendenze del nuovo dicastero.     L’Ufficio italiano dei cambi è tenuto a fornire ad esso tutti i dati relativi alle disponibilità dei mezzi di pagamento all’estero e ad eseguirne le istruzioni.     Il decreto in esame detta infine ulteriori norme di dettaglio circa la competenza del ministero del commercio con l’estero nei confronti degli uffici commerciali all’estero (istituzione, soppressione, spostamento, ecc.).     Nel corso del 1945 sono stati adottati provvedimenti anche nel campo doganale con la sospensione dei dazi di uscita e l’abolizione del diritto di licenza all’esportazione (decreto legislativo luogotenenziale 8 agosto 1945, n. 498), e ciò, come si è accennato, per rimuovere un altro motivo di ostacolo alle esportazioni italiane, già notevolmente intralciate dal basso livello dei cambi.     Temporanee agevolazioni doganali sono state inoltre concesse con decreto legislativo luogotenenziale 21 settembre 1945, n. 712, che ha fra l’altro disposto l’esenzione dai diritti doganali nei riguardi delle merci e dei materiali destinati all’armamento, equipaggiamento e vettovagliamento delle forze armate alleate in Italia, o all’uso delle organizzazioni assistenziali delle forze medesime, nonché nei riguardi delle merci che in base a certificato delle competenti autorità alleate siano importate in Italia per la gratuita distribuzione alla popolazione civile a titolo di soccorso, è infine nei riguardi, delle merci nazionali esportate a cura delle autorità alleate con destinazione a dicasteri dei loro governi.     Col citato decreto il ministro per le finanze è stato autorizzato, fino a 6 mesi dalla cessazione della guerra, ad accordare l’esonero totale o parziale dai diritti doganali dovuti sulle merci che in base a dichiarazioni delle autorità alleate risultino importate per la vendita ai fini dell’approvvigionamento alimentare e del soddisfacimento dei bisogni più essenziali della popolazione civile, nonché sulle merci e materiali importati dalle amministrazioni statali per la vendita alla popolazione civile o per l’impiego nella ricostruzione di industrie e di immobili o, comunque, nel ripristino di attività economiche nazionali.     Da tali facilitazioni sono esclusi i generi di monopolio dello stato, il caffè, il cacao, la cioccolata e altri generi coloniali. Resta inoltre ferma la riscossione delle sovrimposte di confine, corrispondenti alle imposte interne di fabbricazione, sui prodotti che vi sono soggetti, anche se ammessi alla importazione con esonero totale o parziale dagli altri diritti. Potranno tuttavia essere esonerati dall’imposta sugli spiriti i prodotti farmaceutici.     In applicazione della cennata facoltà è stato emanato il decreto ministeriale 28 gennaio 1946, che ha disposto l’esonero dal dazio doganale e del diritto di licenza sui seguenti prodotti: cereali, granaglie e relative farine, semolino, paste di frumento, pane e biscotto di mare, avena e crusca. L’esclusione riguarda anche il vestiario usato e le calzature usate, importati dalle amministrazioni statali o a queste cedute dagli alleati. Con lo stesso decreto e con altro del 30 gennaio 1946 è stata inoltre stabilita in misura non eccedente il 15% la riscossione dei diritti doganali su taluni materiali sanitari e sui residuati di guerra di provenienza estera. Valore imponibile nei riguardi di questi ultimi si considera il prezzo ricavato dalla vendita dei materiali, lordo di ogni spesa, ridotto del 25%.     In materia valutaria sono state apportate talune deroghe alle norme in vigore sulla reintroduzione dei biglietti di banca e di stato italiani nei confronti dei prigionieri di guerra, degli internati civili e dei civili provenienti da territori nei quali aveva corso ufficiale la lira italiana (Libia, Eritrea, Somalia Italiana, Etiopia, Dodecaneso, Montenegro, territorio di Lubiana, Dalmazia, Albania).     Ai prigionieri di guerra è consentita la libera introduzione in Italia dei biglietti della specie di qualsiasi taglio, fino a lire 10.000 per ogni militare di truppa (compresi i sottufficiali) e lire 20.000 per ogni ufficiale.     Per i civili l’importo massimo è di lire 10.000 per persona, secondo le determinazioni degli organi di frontiera, ai quali è demandato di esaminare caso per caso il fabbisogno dei portatori in rapporto alle occorrenze di viaggio per il rientro al paese di origine.     Le eventuali eccedenze vengono ritirate ed assunte in deposito dalle autorità doganali di frontiera per essere inviate alla competente filiale della Banca d’Italia che deciderà sullo svincolo fino all’ammontare di lire 50.000 e lire 25.000 rispettivamente a favore degli ex prigionieri di guerra e a favore delle categorie di civili sopra indicate.     Con decreto ministeriale 31 luglio 1945 è stata inoltre stabilita la non applicabilità alle monete metalliche delle disposizioni contenute nel decreto ministeriale 14 luglio 1943, che ha sancito l’obbligo, nei confronti delle persone di nazionalità italiana aventi nel Regno la residenza o la sede, di offrire in cessione all’Istituto nazionale per i cambi con l’estero le valute, di cui siano o divengano proprietari, ad eccezione di quelle assegnate dall’Istituto stesso per la durata dello scopo dell’assegnazione.     La cessione dev’essere effettuata nel termine di 15 giorni per il tramite della Banca d’Italia o di una banca autorizzata a fungere da agenzia della Banca d’Italia. Il corrispettivo per la cessione delle valute viene determinato in lire al cambio del giorno della cessione. Ove trattisi di valute che non possono essere interamente reimportate nel paese di emissione, il corrispettivo è determinato in base al valore di realizzo di dette valute sul mercato estero.     Dall’obbligo della cessione sono esenti coloro che possiedono valuta estera per un controvalore non superiore a lire 100. Sono inoltre applicabili le esenzioni stabilite dall’art. 4 del R. decreto legge 21 dicembre 1936, n. 2197.     Talune modifiche sono state infine apportate alle disposizioni penali vigenti in materia di scambi, di valute e di commercio dell’oro;[22]modifiche che comportano in sostanza l’abolizione della pena di morte e la riduzione delle pene detentive sancite dalla legge 28 luglio 1939, n. 1907, ferma restando la misura di quella pecuniaria, nonché la devoluzione all’autorità giudiziaria ordinaria della competenza a decidere sui delitti di che trattasi, che la citata legge demandava al soppresso tribunale speciale per la difesa dello stato.     Mentre la legge del 1939 comminava la detenzione di 12 anni, 24 anni o la pena di morte, secondo la gravità del reato, tali penalità sono ora ridotte a 5, 10 e 24 anni di reclusione rispettivamente. È stato inoltre stabilito il condono delle pene pecuniarie per violazioni commesse anteriormente alla data del nuovo provvedimento.     La ignoranza nella quale le autorità, le quali dovrebbero attendere alla applicazione delle norme penali valutarie, sono intorno ai corsi, che si potrebbero considerare corrispondenti alla effettuale realtà dei rapporti fra la moneta nazionale e quelle estere, rende moralmente complicata la osservanza della legge, sicché le quotazioni di fatto dei cambi esteri ricevono, nonostante la loro indole illegale, amplissima pubblicità in giornali e bollettini e stanno a base di importanti transazioni commerciali e di calcoli e previsioni di studiosi.

Accordi commerciali

  Le modalità della ripresa dei nostri rapporti economici internazionali si vanno delineando attraverso la stipulazione di nuovi accordi commerciali e di pagamento, che ha avuto inizio dall’accordo concluso con la Svizzera nello scorso agosto e non ancora entrato in attuazione per la mancata approvazione delle autorità alleate; con gli accordi stretti con la Svezia, la Spagna, l’Austria, la Francia e la Danimarca e con le negoziazioni, in corso od in via di definizione, col Belgio ed altri paesi.     Nelle loro linee generali questi accordi non si allontanano da quelli di compensazione bilaterale posti in atto dal nostro e da altri paesi negli ultimi anni dell’anteguerra, mirando come quelli a realizzare l’equilibrio della bilancia valutaria attraverso la fissazione dei contingenti di merci ammessi allo scambio – da utilizzare attraverso il rilascio delle licenze di importazione e di esportazione – e l’esecuzione dei pagamenti attraverso organi monopolistici ufficiali.     Al principio della equivalenza del valore degli scambi commerciali nei due sensi (comprensivo dei costi dei, trasporti e delle assicurazioni e altre spese accessorie) si è fatta eccezione solo nell’accordo con la Francia, che prevede un supero di esportazioni italiane, e, per costituire un margine da destinare al regolamento di debiti arretrati, in quelli con la Svizzera, nostra creditrice, e con la Spagna, nostra debitrice.     Una qualche elasticità nell’attuazione di tale principio viene realizzata in quegli accordi che prevedono una apertura di credito da parte degli istituti di compensazione, che nel caso della Francia e della Danimarca è reciproca e fissata rispettivamente in 400 milioni di franchi e 2 milioni di corone danesi, mentre nel caso della Svezia è stabilita soltanto a favore dell’Ufficio italiano dei cambi, nell’importo di 5 milioni di corone svedesi.     La possibilità di regolamento in una terza valuta è prevista soltanto nell’accordo con la Francia, che contempla la facoltà per i governi dei due paesi di offrire la terza valuta od anche oro a copertura degli eventuali sbilanci di clearing ed in quello con la Danimarca, nel quale è stata adottata come moneta di conto la sterlina e che prevede la tenuta di un solo conto in sterline e l’accreditamento in un conto separato in sterline, utilizzabili anche fuori della Danimarca, delle somme versate dagli importatori danesi per l’acquisto in Italia di 4.000 quintali di fiocco di raion.     Questi timidi accenni a forme di regolamento di più ampio respiro non alterano sostanzialmente l’impressione complessiva che si trae dalle linee generali degli accordi e dal ricorso ad istituti come quello della compensazione privata; l’impressione, cioè, del ripristino delle condizioni dell’immediato anteguerra, peggiorate in taluni aspetti come quello della riluttanza degli organi di compensazione ad assumere, oltre i limiti del finanziamento, la garanzia di cambio, dopo le esperienze che hanno fatto al riguardo, e della scarsa rispondenza dei pattuiti tassi di cambio al livello comparativo dei prezzi.     Nei rapporti italo svedesi si è determinato un ingorgo nel funzionamento del clearing, dovuto ad un eccesso di versamenti in Italia, per importazioni dalla Svezia, sui versamenti in Svezia per importazioni dall’Italia. La situazione, creata dall’ansietà degli importatori italiani di rifornirsi in Svezia di merci essenziali, eseguendo notevole quantità di versamenti anticipati, è successivamente migliorata, per effetto, sembra, di accordi privati fra importatori ed esportatori italiani, accordi intesi a rendere possibili le importazioni mercé incoraggiamenti forniti alle nostre esportazioni all’infuori degli organi valutari.     La possibilità di realizzare, nel quadro degli accordi, il volume di scambi che essi prevedono, e che supera alquanto, per gli accordi già stipulati (compreso quello con la Svizzera) i 20 miliardi di lire in un anno, in ciascuno dei due sensi, dipende perciò in parte da fattori che non sono necessariamente inerenti al meccanismo, strettamente inteso, degli accordi medesimi.     Devesi notare che gli scambi internazionali non si limiteranno a quei paesi con i quali sono già stati stipulati o si stipuleranno accordi commerciali bilaterali. Se davvero i paesi anglosassoni apriranno le loro frontiere e se saranno eliminati i vincoli posti al commercio italiano con l’estero dalle condizioni di armistizio, giova ritenere che l’Italia possa ritrovare un largo mercato per i prodotti nazionali nei paesi i quali repugnano o si debbono persuadere a repugnare al sistema degli scambi bilaterali; cosicché noi si possa venire in possesso di quelle valute più o meno libere le quali in definitiva sono il principalissimo mezzo, oltre ai guadagni rinnovati della marina mercantile, alle rimesse degli emigrati e alle spese dei viaggiatori, con cui noi dovremo provvedere al pagamento delle importazioni necessarie alla vita corrente del paese.     L’annuncio recente del rilascio agli esportatori italiani di una quota libera del 50 per cento delle valute derivanti dalle esportazioni fa sperare che un impulso fecondo sia dato al movimento di merci italiane verso i mercati esteri. Non tanto ciò accadrà perché il saggio di cambio ottenuto sulla quota libera debba necessariamente essere superiore al saggio 225, ché potrebbe anche essere inferiore, quanto per la maggiore libertà conferita al commercio internazionale. Ma il successo dell’esperimento sarà dovuto massimamente all’avverarsi di alcune premesse: 1) che le restrizioni imposte al commercio internazionale da parte dei paesi stranieri siano di fatto e non solo a parole ridotte al minimo; 2) che gli approvvigionamenti governativi si riducano a pochissime, forse non più di tre, voci: grano, carbone e combustibili liquidi; 3) che la lista delle merci liberamente importabili non sia ridotta dall’egoismo delle classi industriali – datori e prenditori di lavoro – a troppo poche materie prime ma sia estesa anche a semi lavorati ed a prodotti finiti atti a forzare la riduzione dei prezzi dei prodotti nazionali.

Scambi con l’estero

  Prima della stipulazione dei recenti accordi commerciali, gli scambi internazionali dell’Italia si sono svolti, in regime armistiziale, esclusivamente con gli alleati, con l’intervento dei rispettivi governi e l’esclusione dei rapporti diretti tra le ditte italiane e straniere.     A causa della cessazione del controllo da parte delle dogane, che hanno ripreso a funzionare soltanto nel settembre dello scorso anno, non si conosce con esattezza quale sia stata, sotto questo regime, l’entità delle nostre esportazioni che sembra abbiano raggiunto qualcosa come 900 milioni di lire nel 1944 e 1.700 milioni nel 1945, costituiti prevalentemente da prodotti del suolo, specie agrumi, e da semilavorati. Il principale destinatario è stato il Regno Unito, che ha assorbito almeno il 70% dei nostri invii all’estero, seguito dagli Stati Uniti, da Malta, dalla Francia e da pochi altri paesi.     Gli approvvigionamenti all’Italia si sono svolti in applicazione di vari piani, di cui il primo fu attuato dalle autorità militari alleate dal 10 luglio 1943 al 31 agosto 1945 e comportò, secondo le stime degli organi ufficiali alleati, l’immissione di merci per un valore approssimativo di 450 milioni di dollari. Il programma s’ispirava al criterio di assicurare i rifornimenti civili indispensabili per prevenire la diffusione di malattie e disordini che potessero intralciare il regolare svolgimento delle operazioni militari.     Un nuovo piano di forniture essenziali veniva frattanto concordato nel marzo 1945 tra la commissione alleata e il governo italiano, in seguito alla stasi delle operazioni belliche, che durava dalla fine del 1944 e che aveva reso vieppiù urgente la necessità di approvvigionare le popolazioni dell’Italia centro meridionale di manufatti, che in tempi normali venivano forniti dalle regioni settentrionali. Il piano comprendeva due categorie di merci: la prima, costituita dai rifornimenti fatti dalle autorità militari in relazione alle esigenze di guerra, rientrava nella prosecuzione del piano precedente, sia pure in forma più ampia; mentre la seconda comprendeva prodotti da acquistare e pagare dal governo italiano, che, nella quasi totale mancanza di altre fonti di valuta, si è valso, per circa 140 milioni di dollari, dell’accreditamento da parte degli Stati Uniti equivalente al controvalore delle paghe corrisposte alle truppe americane per la quota effettivamente spesa in Italia.     Il programma, in cui era caratteristica la prevalenza di prodotti finiti in confronto alle materie prime, venne interamente rielaborato dopo la liberazione del nord, in relazione alla convenienza di includere nella lista delle richieste materie prime da trasformare in Italia in luogo di prodotti lavorati.     Veniva intanto redatto a Washington, da parte del Comitato interalleato per le zone liberate, un altro programma occorrente per coprire il fabbisogno italiano di rifornimenti per il periodo dal settembre a tutto il dicembre 1945. La responsabilità di tali rifornimenti, essendo cessata quella militare, venne assunta dalla Federal Economic Administration (F.E.A.) che concesse a tal fine uno stanziamento di 100 milioni di dollari.     Nel frattempo procedeva da parte dell’U.N.R.R.A. l’attuazione del programma assistenziale comprendente forniture per l’importo di 50 milioni di dollari.     Per l’esecuzione di tale programma venne stipulata con il governo italiano, l’8 marzo 1945, apposita convenzione, approvata con decreto legislativo luogotenenziale 19 marzo 1945, n. 79. Le relative norme di attuazione sono state emanate con decreto legislativo luogotenenziale 4 gennaio 1946, n. 5.     L’U.N.R.R.A. opera in Italia per mezzo di una missione che la rappresenta e il cui collegamento con il governo italiano avviene attraverso la delegazione istituita con decreto legislativo luogotenenziale 14 aprile 1945, n. 147. Al presidente di questa delegazione spetta la rappresentanza del governo medesimo.     Riassumendo, le forniture eseguite dagli alleati a tutto il 31 dicembre 1945 o finanziate e in corso di esecuzione, ammontano a 740 milioni di dollari, cui si aggiungono 40 milioni di dollari pure stanziati dalla F.E.A., e cioè in totale 780 milioni di dollari.     Secondo i dati di fonte ufficiale i rifornimenti in parola hanno raggiunto un volume non lontano dai due milioni e mezzo di tonnellate per i generi alimentari ed oltre 1 milioni 900 mila tonnellate per le altre merci, esclusi i combustibili liquidi. Quest’ultimo quantitativo è per la maggior parte rappresentato dal carbone per un volume superiore a 1 milione 600 mila tonnellate.     Le forniture dell’U.N.R.R.A. entrano in dette categorie nelle misure di 105 mila tonnellate per gli alimenti e 8 mila tonnellate per gli altri generi.     Per avere un quadro completo dell’entità degli approvvigionamenti assicurati dalle varie fonti, occorre aggiungere gli acquisti fatti a valere sul controvalore delle nostre esportazioni e delle rimesse degli emigrati, su cui sino alla fine dello scorso anno sono stati autorizzati acquisti per 24 milioni di dollari, nonché gli invii di pacchi postali all’estero a cittadini italiani, che hanno raggiunto un volume non trascurabile. Sono infine da ricordare le merci inviate in dono all’Italia attraverso l’Ente nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia, consistenti principalmente in medicinali, viveri e indumenti, che a tutto il 31 dicembre 1945 sommavano a circa 14 mila tonnellate per un valore stimato all’origine intorno ai 12 milioni di dollari.     Per quanto riguarda le importazioni successive al 31 dicembre 1945, un piano del fabbisogno generale per il 1946 è stato redatto nello scorso anno dal comitato interministeriale per la ricostruzione con la collaborazione della commissione economica centrale del C.L.N.A.I. Esso comprende i settori dell’industria, dei trasporti, dell’alimentazione, dell’agricoltura, delle telecomunicazioni e dei lavori pubblici.     I rifornimenti contemplati in detto piano comportano un onere che la commissione alleata ha calcolato in 1.250 milioni di dollari, esclusi i noli. La stessa commissione ha dal canto suo elaborato un programma del fabbisogno italiano per il 1946 che ascende a 962 milioni di dollari, essendo la differenza tra le due valutazioni costituita principalmente dal valore dei materiali da essere lavorati e riesportati, inclusi nel programma italiano*.     *Il raffronto tra i due programmi risulta dalla seguente tabella:

(milioni di dollari)

Programma del Governo italiano

Programma della Commissione alleata

 

Generi alimentari ……………………………

365

294

Combustibili solidi e liquidi ………………

121

117

Prodotti farmaceutici ………………………

10

10

Materie prime ………………………………..

514

381

Macchinari …………………………………….

115

60

Riserve per speciali contingenze……………………………………

125

100

Totale ……

1.250

962

La differenza tra le valutazioni corrispondenti ai generi alimentari dipende anche dal fatto che la Commissione alleata ha tenuto conto di un più basso tenore di alimentazione.     Si tratta comunque di valori cospicui, la cui copertura pone un difficile problema di finanziamento, per la parte eccedente la quota dell’U.N.R.R.A., la quale, come è noto, provvederà a rifornimenti per 450 milioni di dollari.     Ai fini dell’esecuzione di questo programma, il 19 gennaio 1946 tra l’U.N.R.R.A. e il governo italiano è stato stipulato un accordo (approvato con decreto legislativo luogotenenziale 1 febbraio 1946, n. 21), supplementare all’accordo dell’8 marzo 1945 e al quale sono applicabili le norme di attuazione contenute nel decreto legislativo luogotenenziale 4 gennaio 1946, n. 5.     L’accordo contempla fra l’altro l’impegno da parte del governo italiano di devolvere a scopi di assistenza e ricostruzione, entro 3 anni dalla firma, i ricavi netti dalla vendita, nolo o altra forma di trasferimento dei rifornimenti dell’U.N.R.R.A. È stata a tal fine convenuta l’apertura di un conto speciale al quale affluiranno i ricavi anzidetti e da cui il governo italiano dovrà altresì prelevare, su richiesta, le somme occorrenti all’U.N.R.R.A. per le spese da essa sostenute per la esecuzione dei programmi previsti tanto dall’accordo in esame che dal precedente.     Un limitato concorso alla copertura del fabbisogno residuo potrà essere dato dall’incremento delle esportazioni. Una prima condizione favorevole è stata realizzata, al riguardo, col ripristino della facoltà di commercio privato, che dal 15 febbraio del corrente anno è concessa per tutti i paesi, eccettuati solo la Germania, il Giappone, e taluni territori già da questo occupati.     In proposito è da ricordare che in virtù del decreto del presidente del consiglio dei ministri in data 18 ottobre 1945, i privati non possono tuttavia intrattenere relazioni di affari con le ditte iscritte nelle liste nere (Proclaimed Lists e Statutory Lists) delle Nazioni Unite.     Restano naturalmente in vigore le norme che hanno da tempo sancito il generale divieto delle importazioni e delle esportazioni sottoponendole in linea di massima al regime della licenza e il cui regolamento avviene nel quadro delle disposizioni sul monopolio delle valute. Sono pure in vigore le restrizioni poste dagli alleati nei riguardi delle merci comprese nella «Reserved Commodity List» i cui scambi sono subordinati all’autorizzazione degli appositi organismi economici delle autorità alleate.     La lista comprende le seguenti voci: stagno, gomma (naturale, sintetica, rigenerata, lattice naturale), pellami, carbon fossile e coke, filati e tessuti alti di cotone, mangimi per animali, riso, acido tartarico, cacao, latticini, grassi e olii, semi oleosi, sapone, fertilizzanti, pesci, frutta secca, carne (esclusi il pollame fresco e congelato, i conigli e la cacciagione), fagioli e legumi simili, sementi, spezie, zucchero e tè.

Collaborazione economica internazionale

  La solidarietà economica internazionale dalla quale dipende la riabilitazione dell’Italia e degli altri paesi si è espressa, a favore dei paesi vinti, nell’assistenza prestata dall’U.N.R.R.A.; mentre tra i vincitori ha preso anche la forma degli aiuti finanziari, che hanno fatto seguito alle erogazioni in conto affitti e prestiti, e quella della costituzione di enti ed organi internazionali che prendono nome dalle nazioni unite.     Dalla sua costituzione alla fine dell’anno scorso, l’U.N.R.R.A. ha distribuito soccorsi per oltre sei milioni di tonnellate, utilizzando la quasi totalità dei 1.880 milioni circa di dollari ricevuti a quella data dai 31 paesi contribuenti e principalmente dagli Stati Uniti; molto superiore è il programma di soccorso per il 1946, al termine del quale il totale delle erogazioni si aggirerà sui 4 miliardi di dollari.   Dall’ 11 marzo 1941, data in cui la legge sugli affitti e prestiti entrò in vigore, al mese di ottobre 1945, gli Stati Uniti fornirono agli altri cobelligeranti, in base alla legge medesima, un aiuto in materiali bellici, materiali industriali e macchine, prodotti agricoli e prodotti petroliferi, nonché in servizi, aggirantesi sui 46 miliardi di dollari, di cui oltre due terzi a favore di paesi dell’impero britannico e circa un quarto a favore dell’Unione Sovietica, ricevendo in senso inverso, a titolo di reciproco aiuto, contro prestazioni per 6 miliardi e un quarto di dollari.     Questi due ultimi aspetti sono ovviamente legati tra di loro, nel senso che gli aiuti finanziari mirano a risanare e rafforzare i sistemi economici nazionali, così da porli in grado di inserirsi pienamente nell’ordinamento economico internazionale che si vuol creare e che si vuole realizzi libertà ed ampiezza di scambi e stabilità nei rapporti di cambio.     La connessione è particolarmente evidente nei rapporti anglo americani. Il prestito americano di 4,4 miliardi di dollari a favore della Gran Bretagna, che è oggi in discussione dinnanzi al congresso – discussione la quale sarà, come si addice a paese libero, lunga e contrastatissima – mira per 650 milioni di dollari a regolare definitivamente tutte le pendenze di carattere finanziario ricollegantisi direttamente alla guerra (affitti e prestiti, aiuto reciproco, sistemazione dei residuati di guerra, ecc.) e per il rimanente a mettere la Gran Bretagna in grado di superare le difficoltà, della riconversione, facilitandole l’acquisto di beni e servizi negli Stati Uniti, come pure di fronteggiare il transitorio disavanzo della sua bilancia dei pagamenti, in modo da consentirle, entro breve termine, l’abolizione dei vincoli al libero commercio delle valute e la partecipazione al sistema monetario di Bretton Woods.     È infatti nel settore monetario che sono state tracciate con maggiore nettezza le linee della futura organizzazione economica internazionale.     Gli accordi firmati a Bretton Woods il 22 luglio 1944 per la costituzione di un Fondo monetario internazionale e di una Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo sono entrati nella fase di esecuzione con la ratifica, avvenuta il 27 dicembre dello scorso anno, da parte di un numero di nazioni unite rappresentanti circa gli otto decimi del capitale di partecipazione ai due enti.     Compiti del Fondo sono quelli di promuovere la cooperazione monetaria internazionale e facilitare l’espansione e l’incremento equilibrato del commercio internazionale, assicurando la necessaria stabilità delle monete mediante la fissazione del loro contenuto aureo e, in relazione a questo, dei loro valori reciproci e agevolando i pagamenti internazionali mediante la cessione agli stati membri delle valute di cui hanno bisogno per le loro normali transazioni. A tale scopo i paesi aderenti si sono impegnati a dotare il Fondo di un capitale di esercizio per un importo di 8,8 miliardi di dollari, sottoscritti per 2.750 milioni dagli Stati Uniti, 1.300 milioni dal Regno Unito, 1.200 milioni dalla Russia – che, peraltro, non ha ancora ratificato l’atto -, 550 milioni dalla Cina, 450 milioni dalla Francia, 400 milioni dall’India, 300 dal Canadà, 275 dall’Olanda, 225 dal Belgio e in misura inferiore dagli altri paesi aderenti, secondo uno schema nella compilazione del quale non sempre hanno prevalso considerazioni di carattere esclusivamente economico.     Dalla partecipazione al Fondo sorgono per gli stati membri obblighi ben determinati. Ciascun membro dovrà versare in oro, come minimo, il minore importo fra il 25% della quota sottoscritta e il 10% delle sue disponibilità ufficiali di oro e dollari degli Stati Uniti, con facoltà di versare il rimanente nella propria valuta. Contemporaneamente verrà fissata la parità di ciascuna moneta rispetto all’oro o al dollaro degli Stati Uniti, sulla base dell’andamento del cambio nel sessantesimo giorno prima dell’entrata in vigore dell’accordo, con possibilità di una intesa con il Fondo nei 90 giorni successivi per la scelta di un differente rapporto e con alcuni temperamenti nei riguardi dei paesi occupati dal nemico o che siano stati teatro di operazioni belliche. Questa parità potrà essere successivamente modificata di una percentuale del 10% senza necessità di consensi del Fondo, che dovrà però essere consultato, nonché di un ulteriore 10% previa approvazione espressa o tacita del Fondo, che avrà soltanto 72 ore di tempo per decidere, ed anche di una misura superiore, se consentita dal Fondo, il quale però in questo caso avrà la facoltà di fissare la data entro la quale far conoscere le proprie decisioni.     In relazione alla parità della propria moneta ciascun membro ha assunto l’impegno: a) di non proporre una modifica dalla parità stessa se non per correggere uno squilibrio fondamentale della sua bilancia dei pagamenti; b) di non acquistare o vendere oro a un prezzo che differisca dalla parità di uno scarto superiore a quello stabilito dal Fondo; c) di non effettuare operazioni a pronti con divise di altri membri a cambi che superino o siano inferiori alla parità di una quota eccedente l’1% e operazioni a termine con scarti che superino quello per le transazioni a pronti più di quanto il Fondo ritenga ragionevole, salve temporanee eccezioni, previa approvazione del Fondo, nei casi di emergenza o in circostanze impreviste; d) di collaborare con il Fondo per favorire la stabilità dei cambi, mantenere accordi regolari di cambio con gli altri membri ed evitare di ricorrere a manipolazioni monetarie.     Come obblighi di carattere generale vanno inoltre rammentati quelli di non applicare restrizioni ai normali pagamenti di carattere commerciale, di non stipulare accordi monetari discriminatori e di riacquistare, dietro pagamento in oro o nella moneta del creditore, i saldi nella propria moneta detenuti da altri membri e relativi ad operazioni correnti, salvo i casi espressamente previsti per il periodo di transizione e per i paesi i cui territori sono stati occupati dal nemico.     L’inosservanza degli impegni assunti può dar luogo all’applicazione di sanzioni che giungono, per i casi più gravi, al divieto di utilizzazione delle risorse del Fondo e all’espulsione dal Fondo.     A fronte di questi obblighi sta il diritto per ciascun membro di ottenere, a richiesta, le valute di altri membri in cambio di oro o della propria moneta. Questo diritto è tuttavia limitato sia dall’uso cui le valute sono destinate, che nella quantità e nel tempo. Il paese membro potrà infatti far uso delle risorse del Fondo soltanto per pagamenti compresi fra le cosidette operazioni correnti, a meno che non si tratti di movimenti di capitali di ragionevole ampiezza, collegati alle normali operazioni di pagamenti, e potrà ottenere valuta per un importo che nel periodo di un anno non superi il 25% della sua quota e nel totale degli anni successivi non sia superiore all’ammontare della quota più la parte versata in oro e dollari degli Stati Uniti.     È poi stabilito che qualsiasi membro, che desideri ottenere la valuta di un altro membro contro oro, dovrà offrire in primo luogo l’oro al Fondo ed è data in ogni momento facoltà a qualsiasi membro di acquistare dal Fondo, contro oro, la parte della disponibilità del Fondo nella sua moneta che ecceda la quota versata. Inoltre, alla fine di ogni esercizio finanziario, ciascun membro dovrà riacquistare dal Fondo contro oro o contro valuta convertibile di paesi membri una parte delle disponibilità del Fondo nella sua moneta, in modo che l’ammontare delle varie valute presso il Fondo venga a corrispondere il più possibile alle rispettive quote.     A tali disposizioni, intese le prime a ridurre il ricorso dei membri al Fondo e le altre a far si che in breve volgere di tempo alle operazioni di vendita di valuta da parte del Fondo si susseguano operazioni di riacquisto, si accompagnano nell’accordo anche altre dirette ad indurre i paesi membri, attraverso il pagamento di provvigioni in oro, a contenere entro limiti strettamente necessari le disponibilità in propria valuta presso il Fondo eccedenti le rispettive quote. Su questi importi eccedenti il Fondo applicherà una provvigione, da pagarsi in oro, sulla base di ½% per ogni 25% di eccedenza e per ogni anno, fino ad un massimo del 4%, raggiunto il quale esaminerà, insieme con il membro interessato, i mezzi più adatti per la riduzione delle disponibilità esistenti in quella valuta: successivamente le provvigioni potranno aumentare fino a raggiungere il 5 per cento e, in mancanza di accordi, nella misura che il Fondo riterrà opportuna.     Le agevolazioni consentite ai paesi più duramente provati dalla guerra consistono in un più ampio margine di tempo per il versamento della quota di sottoscrizione in oro e per la determinazione delle parità; per il periodo di transizione, valutato in 5 anni, è inoltre consentito a tutti i membri di mantenere le esistenti limitazioni sui cambi, anche per il pagamento delle partite correnti, purché, appena la situazione lo consenta, dette limitazioni vengano gradualmente eliminate; un ulteriore temperamento è rappresentato dalla possibilità della reintroduzione, in circostanze eccezionali e previo consenso del Fondo, di restrizioni anche sui pagamenti e trasferimenti per transazioni internazionali correnti, nonché dell’applicazione di una politica valutaria discriminatoria o di una politica di valute multiple.     Lo scopo della Banca è duplice: uno transitorio, che consiste nell’assistere gli stati membri nella ricostruzione delle economie danneggiate dalla guerra e nella trasformazione delle economie dalla produzione di guerra a quella di pace; l’altro, avente carattere permanente, che consiste nel collaborare allo sviluppo delle attività produttive nei territori degli stati membri, facilitando gli investimenti di capitali a scopo produttivo, e nel favorire l’aumento degli scambi internazionali e il mantenimento dell’equilibrio nelle bilance dei pagamenti mediante opportune concessioni di prestiti. Per lo svolgimento di questi compiti la Banca disporrà di un capitale, attualmente fissato in 9,1 miliardi di dollari, sottoscritto per 3.175 milioni dagli Stati Uniti, 1.300 milioni dal Regno Unito, 1.200 milioni dalla Russia, 600 milioni dalla Cina, 450 milioni dalla Francia, 400 dall’India, 325 dal Canadà, 275 dall’Olanda, 225 dal Belgio e per quote minori dagli altri paesi.     Le disposizioni dell’accordo per l’istituzione della Banca non sono così minuziose e complete come quelle stabilite per il Fondo. Gli impegni di carattere generale si riducono alla quota di sottoscrizione a carico dei singoli stati membri. Modesto è peraltro il versamento iniziale, da effettuare nella misura del 20% della quota, entro sessanta giorni dalla data di inizio delle operazioni della Banca. Di questo 20% un decimo dovrà essere versato in oro o in dollari degli Stati Uniti ed il resto nella valuta del paese membro, con le modalità e nei termini che verranno stabiliti dalla Banca, tenuto però presente che entro un anno dall’inizio delle operazioni dovrà essere richiamato almeno l’8% e che in ogni trimestre non si potrà richiamare più del 5% del prezzo dell’azione. La rimanente quota parte dell’80% potrà essere richiesta dalla Banca soltanto quando le sarà necessaria per far fronte agli impegni derivanti dalle proprie operazioni e potrà essere versata, a scelta del membro, in oro, in dollari degli Stati Uniti o nella valuta occorrente per far fronte agli impegni stessi.     La Banca potrà effettuare operazioni di prestito sia con fondi propri, sia con fondi in vario modo raccolti o mutuati, sia offrendo la propria garanzia; in nessun caso però il totale dei prestiti e delle garanzie potrà essere superiore al capitale sottoscritto più le riserve. A differenza di quanto stabilito per il Fondo nessun limite statutario è posto all’ammontare dei prestiti ai singoli paesi membri; però, se per beneficiare delle facilitazioni della Banca è indispensabile esserne soci, è d’altro canto evidente che la misura dell’aiuto sarà in ogni caso correlata alle necessità dei mutuatari, considerate nel loro complesso e messe in relazione alla capacità di prestito della Banca, come pure alle garanzie che essi offrono.     I termini in cui, sul terreno economico, si pone il problema di una nostra eventuale partecipazione al Fondo, meritano di essere meditati.     Paragonando le cifre del commercio estero di alcuni paesi più vicini al nostro per struttura economica ed esigenze attuali, quali la Francia, il Belgio e l’Olanda, in due anni del periodo anteguerra più rappresentativi – il 1929 e il 1938 – con le cifre relative all’Italia, e tenendo nel dovuto conto altri elementi di stima, quali il reddito nazionale e la popolazione, si può valutare ad almeno 250 milioni di dollari la quota di partecipazione che potrebbe venire attribuita all’Italia. In questa eventualità, la parte da versare in oro o in dollari degli Stati Uniti sarebbe compresa tra un minimo di 6 milioni di dollari (corrispondenti all’incirca al 10% delle nostre attuali riserve ufficiali in oro e dollari) e un massimo di 62,5 milioni di dollari (corrispondenti al 25% della quota) nella ipotesi, purtroppo assai lontana dalla realtà, che all’epoca della adesione il nostro paese disponga di riserve in oro e in dollari superiori ai 625 milioni di dollari.     La quota di partecipazione alla Banca potrebbe forse essere leggermente inferiore, ma sempre dell’ordine di 200 milioni di dollari: di questi, 4 milioni dovrebbero essere versati subito in oro o dollari, ed altri 36 andrebbero corrisposti in lire immediatamente o entro breve termine.     Secondo l’ipotesi fatta, il limite massimo di credito concesso all’Italia per acquistare dal Fondo le valute occorrentile sarebbe compreso tra 256 e 312,5 milioni di dollari; gli acquisti annuali non dovrebbero superare i 62,5 milioni di dollari.     Non si può negare che i due limiti, quello annuale e quello complessivo per acquisti fatti nel corso di più anni e non rimborsati, sono piuttosto modesti; forse sufficienti in una situazione economica interna ed internazionale normale, richieggono nelle condizioni attuali, per rispondere alle esigenze di credito del nostro paese, integrazioni da altre fonti di finanziamento.     In realtà il sistema monetario di Bretton Woods non è tanto uno strumento per il raggiungimento di una situazione monetaria internazionale sana e stabile, quanto il punto di arrivo di un’opera di risanamento posta in atto da ogni paese con mezzi propri o con i crediti esteri che ogni paese sarà riuscito a procurarsi, dando prova di essere capace dello sforzo tenace necessario alla ricostruzione. Sua premessa è il ristabilimento di normali condizioni monetarie interne nei paesi che più hanno risentito della guerra e quindi la fissazione di parità monetarie il più possibile prossime alla nuova realtà.     Per il nostro paese, questa fissazione esige, nell’attuale divario tra il valore esterno della moneta ed i suoi diversi valori interni, l’apprezzamento non agevole di molteplici fattori. Essa richiede somma ponderazione, che certamente non verrà meno né agli organi responsabili italiani né al Fondo, cui spetta appunto il compito di determinare da ultimo la parità delle monete dei paesi non fondatori che desiderano farne parte.     D’altro canto, al mantenimento della parità esterna della moneta dovrà contribuire, oltre l’efficace controllo della circolazione da parte italiana, anche la collaborazione degli alleati, i quali oggi ci chiedono notevoli forniture di biglietti, contro l’accreditamento in dollari delle spese effettuate dalle sole truppe nord americane.     Altra premessa, affinché il sistema monetario instaurato con gli accordi di Bretton Woods possa esistere e prosperare ed arrecare frutti benefici, è che la mutua collaborazione internazionale si estenda a tutti i fondamentali rapporti economici ed elimini specialmente gli intralci maggiori alla libera circolazione dei beni e al libero trasferimento degli uomini, inspirandosi ad una lungimirante visione della solidarietà degli interessi e della stretta dipendenza del benessere di tutti dal benessere di ciascuno.     A questa esigenza a tutti comune si aggiunge, per il nostro paese, quella preminente di ottenere, dopo che sarà stato sancito il suo nuovo statuto giuridico di nazione libera, quegli aiuti finanziari esteri che gli consentano di ravvivare la propria economia e le proprie esportazioni.     Ove queste premesse, generali e particolari, non siano realizzate, l’Italia, nonostante la sua migliore buona volontà, potrebbe gradualmente slittare nell’indebitamento verso il Fondo, raggiungendo entro 4 o 5 anni il limite consentitole. Se da un lato la partecipazione ai due istituti è condizione preliminare perché il nostro paese ritorni a partecipare al sistema economico internazionale, il venir meno anche involontario agli impegni dell’accordo potrebbe importare conseguenze più gravi di quelle che in regime aureo avrebbero accompagnato l’abbandono della parità o l’adozione di misure restrittive nei pagamenti con l’estero.     Signori Partecipanti,     Le cifre che Vi ho esposte mostrano che il paese ha provveduto, pur negli anni di guerra guerreggiata, alle spese straordinarie ricorrendo per la minor parte al torchio dei biglietti e per la maggior parte al risparmio, il che vuol dire alla volontaria rinuncia ai beni presenti in pro dei beni futuri. Esistono promettenti indizi i quali fanno ritenere che dopo la liberazione nazionale il ricorso allo strumento pericoloso dell’inflazione abbia avuto definitivamente termine. Perché l’auspicio si avveri, perché esso si converta, come è necessario e possibile, in una feconda realtà importa che gli italiani sappiano guardare in faccia alla realtà: il reddito nazionale, che è l’unica fonte dei redditi privati e delle entrate pubbliche, è diminuito. È incerto di quanto sia diminuito, se del 40%, come opinano valorosi statistici, o in una proporzione diversa, ma sempre rilevante. Ma diminuito è certamente. Poiché il reddito nazionale è un totale, di cui i redditi dei singoli sono le parti, giuocoforza è rassegnarsi a salari, a stipendi, a profitti ed in generale a redditi reali minori di prima; e giuocoforza è consacrare una parte non trascurabile di questo reddito diminuito a riparare alle perdite inflitte dal malgoverno passato e dalla infausta guerra. Occorre, cioè, volenti o nolenti continuare a stringerci la cintola. Questa è la sostanza del piano economico che l’Italia deve, per vie spontanee o forzate, oggi seguire per la sua ricostruzione. Ricostruzione è sinonimo di rinuncia, di risparmio.     Se così si opererà, non v’ha dubbio che noi non avremo bisogno di chiedere prestiti all’estero; ma che questi invece ci saranno offerti a gara; e non v’ha dubbio che fra pochi anni, pochi non molti l’Italia sarà risorta più bella e più prospera di prima.     La risurrezione non è in altri; è in noi.

Il Governatore

LUIGI EINAUDI



[1] Gli avventizi provvisori alla fine del 1945 assommavano a 1.439 elementi, con un aumento di 143 unità rispetto al 1944. Di essi 630 erano di sesso femminile. Gli elementi maschili erano così classificati:

  • impiegati avventizi 476
  • inservienti avventizi 333.
[2] La rilevazione dei depositi bancari e quella delle principali voci di situazione si riferiscono a 365 aziende che raccolgono circa il 99% dei depositi.
[3] Per il l943, 1944 e 1945 valori provvisori non comprendenti la capitalizzazione degli interessi.
[4] Le aziende non iscritte all’albo, in attività e in liquidazione, erano più di 450, oltre un centinaio circa di agenzie di prestiti su pegno.
[5] Negli importi indicati sono compresi, rispettivamente, circa 79 mila dollari e 150 mila sterline, costituiti per la maggior parte da rimesse a favore di rappresentanti diplomatici e di altri stranieri residenti in Italia.
[6] È stata conglobata in questa aliquota l’imposta speciale sui redditi prodotti da ditte individuali e da società non azionarie, istituita dall’art. 12 del R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 205; fuorché per le imprese costituite in qualunque forma esenti dalla imposta di R.M. o soggette ad un tributo sostitutivo, per le quali l’imposta speciale rimane in vigore.
[7] Nei riguardi dell’imposta sui celibi, la quota integrativa prevista dal secondo comma dell’art. 2 del R. decreto legge 13 febbraio 1927, n. 124, continua tuttavia ad essere dovuta come addizionale all’imposta complementare.
[8] Decreto legislativo luogotenenziale 7 febbraio 1946, n. 31.
[9] Il precedente decreto legge 12 aprile 1943, n. 234, fissava 5 aliquote diverse, dal 3 al 30%.
[10] Convertito, con modificazioni, nella legge 29 dicembre 1941, n. 1470.
[11] Rispettivamente, decreti legislativi luogotenenziali 1 marzo 1945, n. 88; 1 dicembre 1945, n. 834; 1 marzo 1945, n. 89; 8 marzo 1945, n. 76; 25 maggio 1945, n. 301.
[12] Con decreto legislativo luogotenenziale 6 febbraio 1946, n. 47, sono state apportate variazioni, in aumento, allo stato di previsione delle entrate, delle quali 25.392 milioni imputabili ad un incremento previsto nel gettito della imposta sul consumo dei tabacchi.
[13] Il decreto legislativo luogotenenziale 26 aprile 1945, n. 223, ha provveduto ad elevare le aliquote dell’imposta di fabbricazione, di produzione e di consumo sugli spiriti, zucchero, prodotti zuccherini, birra, caffè, surrogati del caffè, olii di semi, organi di illuminazione, gas ed energia elettrica, prodotti petroliferi e fibre tessili artificiali.
[14] Con decreto legislativo luogotenenziale 22 settembre 1945, n. 623, è stato disposto il trasferimento al Ministro per le finanze dei poteri e delle attribuzioni dell’Alto commissario per le sanzioni contro il fascismo in materia di avocazione dei profitti di regime e di confisca, materia disciplinata dal decreto 27 luglio 1944, n. 159, e dalle norme integrative dettate dal decreto legislativo luogotenenziale 31 maggio 1945, n. 364. È prevista l’emanazione di successivi provvedimenti legislativi per raccogliere in testo unico tutte le norme relative a detta materia e coordinarle con ogni altra disposizione di carattere tributario.
[15] I buoni del tesoro quinquennali 5 per cento a premi, con scadenza 1 aprile 1950, sono ripartiti in serie di un miliardo di capitale nominale ciascuna; per ogni serie vengono sorteggiati 5 milioni di premi annui. Ad essi si applicano le disposizioni, agevolezze e privilegi dei buoni poliennali in circolazione; sono esenti dall’imposta di successione e da quella sul valore netto globale delle successioni, nonché dall’imposta di registro per i trasferimenti a titolo gratuito per atti tra vivi e per la costituzione di dote e del patrimonio familiare. Agli effetti dell’imposta di successione e di quella sul valore netto globale delle successioni, non è obbligatoria la denuncia di detti titoli e, ove fossero denunciati, essi non concorrono alla determinazione delle aliquote applicabili per le quote ereditarie ed alla formazione dell’asse ereditario globale; essi non concorrono del pari alla determinazione delle aliquote applicabili in caso di donazione. Inoltre si consentì:

  • la possibilità di utilizzare i titoli, alla pari più interessi maturati, in pagamento dei beni forniti dagli alleati in base al piano di primo aiuto, o altrimenti, comunque, importati dallo stato o da enti parastatali e da questi ceduti ad enti o privati;
  • la possibilità di utilizzare i titoli, in base al prezzo di emissione più interessi, sia in sottoscrizione del grande prestito della ricostruzione nazionale, sia in pagamento di una eventuale imposta personale straordinaria sulRelazione del governatore alla adunanza generale ordinaria dei partecipanti. Tenuta in Roma il giorno 29 marzo 1946 sulle operazioni fatte dalla banca nell’anno 1945 Adunanza generale ordinaria dei partecipanti, Tipografia della Banca d’Italia, Roma 1946         Signori partecipanti,     La ricostituita unità dell’organismo della nostra Banca consente, dopo la parentesi dei due precedenti esercizi, di sottoporVi entro i termini normali il bilancio sullo scorso esercizio 1945.     A tempo opportuno, sarà provveduto alla nomina del consiglio superiore per rientrare nella piena normalità di funzionamento anche per quanto riguarda l’amministrazione dell’istituto.     Vi riferirò anzitutto sulla compagine dell’istituto e sui servizi di interesse generale che esso svolge, per esporVi successivamente le cifre di bilancio. Il significato di tali cifre potrà meglio essere apprezzato collocandole entro il più ampio quadro della situazione finanziaria e monetaria del nostro paese, sulla quale Vi intratterrò nell’ultima parte di questa relazione.

    I

    Amministrazione centrale

    Dal 4 gennaio 1944 sino all’epoca della liberazione della capitale, gli uffici dell’amministrazione centrale distaccati al nord lavorarono in stretto contatto con quelli di Roma, ai quali, finché fu possibile, veniva data notizia di tutte le disposizioni concernenti l’amministrazione del gruppo di filiali che, per ragioni pratiche, erano state aggregate, sin da quella data, all’amministrazione del nord. Quest’ultima pur avendo funzionamento autonomo, ebbe tuttavia sempre cura di seguire, nello svolgimento del suo lavoro, direttive identiche a quelle che hanno costantemente informato l’azione dei servizi di Roma. Pertanto, man mano che col progredire delle operazioni militari le varie filiali si sono ricongiunte all’amministrazione centrale in Roma, si è constatato che esse erano in piena efficienza ed in grado di poter continuare a svolgere la loro normale attività.     Nel mese di maggio 1945, cessate le ostilità, gli uffici distaccati al nord sono ritornati a Roma, ad eccezione dei servizi monetari, che sono rimasti nella loro sede di Bergamo per seguire il lavoro relativo alla produzione di biglietti di vecchio e di nuovo tipo affidata ad alcuni stabilimenti del nord.

    Danni di guerra

    Nel corso dell’anno, è stata portata a termine la rilevazione dei danni diretti e indiretti subiti in conseguenza della guerra e della occupazione.     I danni rilevati (esclusi quelli che potranno derivare da una liquidazione forzata delle operazioni attive nelle colonie e nel possedimento delle isole egee) possono distinguersi in danni ai beni materiali, spese ed oneri derivanti da danni alle persone, altre spese e perdite di reddito causate dalla guerra.     Danni ai beni materiali. – I danni ai beni patrimoniali situati in Italia ammontano a circa 821 milioni di lire, e sono stati causati per circa 264 milioni dalle truppe germaniche e per i rimanenti 557 milioni da azioni di guerra delle forze armate alleate.     Per quel che riguarda le filiali situate fuori del territorio metropolitano, tenuto conto che è assai dubbia la sorte delle dipendenze delle colonie e che le filiali della Banca a Spalato e a Cattaro vennero poste in liquidazione dalle autorità tedesche, le quali non hanno mai fornito notizie sull’andamento delle liquidazioni, si è ravvisato di calcolare come perdita il loro totale costo d’impianto. Analogamente si è provveduto per le suppellettili delle delegazioni all’estero, che si presume siano da considerarsi perdute.     Il costo degli impianti delle filiali nelle colonie e nel possedimento, ivi compresi i magazzini generali di Tripoli ed i magazzini doganali di Massaua, ascende a 1.462 milioni di lire, quello degli impianti delle filiali dell’istituto nei territori jugoslavi già occupati si aggira sui 5 milioni di lire ed il valore delle suppellettili in dotazione alle delegazioni all’estero da considerare perdute è di circa 5 milioni di lire. Tutto quanto precede fa un totale di danni per la categoria in esame di 2.293 milioni.     Danni alle persone. – Le erogazioni per casi di decesso, lesioni e invalidità del personale della Banca, per sussidi a famiglie di richiamati e per l’assistenza postbellica ascendono a 403 milioni.     Maggiori spese e perdite di reddito. – Le maggiori spese per i trasferimenti degli uffici a causa delle azioni belliche e per il distacco di uffici della amministrazione centrale al nord, unitamente alle perdite per minor reddito in conseguenza dei danni subiti dai beni materiali e della minore efficienza degli impianti a causa della guerra, compresa la perdita dell’avviamento delle dipendenze coloniali, calcolata sulla base degli utili conseguiti nell’esercizio 1939, fanno ascendere il totale dei danni per questa categoria a circa 931 milioni.     Accanto ai danni di cui sopra, si è provveduto a rilevare ed a segnalare a chi di ragione l’entità delle corresponsioni coatte, delle asportazioni, dei prelevamenti subiti dalla Banca nello svolgimento delle sue funzioni di interesse generale e quale esercente il servizio di tesoreria per conto dello stato. Da parte delle forze armate germaniche e delle sedicenti autorità repubblicane sono stati asportati o irregolarmente prelevati valori ammontanti a complessivi 449 milioni di lire, di cui circa 59 recuperati; ad opera delle forze armate jugoslave 250 milioni, di cui 13 recuperati; ad opera di formazioni insurrezionali 298 milioni, di cui 61 recuperati. La perdita netta complessiva è di quasi 864 milioni di lire, da attribuire per 390 milioni alle autorità militari e civili tedesche e neo fasciste, per 237 milioni alle forze armate jugoslave e per altrettanti milioni alle forze della resistenza.     Vengono poi le somme già in deposito presso le filiali della Banca d’Italia al nome di enti e di autorità germaniche, nonché i vaglia, gli assegni e gli altri titoli all’ordine di detti enti e autorità che sono stati incamerati dal governo militare alleato. Questi valori ammontano complessivamente a 15.951 milioni, di cui 12.865 milioni riferentisi alla Banca d’Italia e 3.086 milioni riferentisi ad altre aziende di credito. Siffatte disponibilità in conto corrente non rappresentano tuttavia averi di tedeschi, pur essendo state trovate nominalmente al loro credito, ma averi italiani che era stato possibile sottrarre all’utilizzo delle forze militari tedesche.     È noto, infatti, che, dopo l’8 settembre 1943, le autorità germaniche, oltre a depredare il paese di tutto ciò che poteva essere trasportato e utilizzato in Germania, imposero all’Italia il pagamento di una indennità di occupazione che, inizialmente fissata nella cifra di 7 miliardi di lire mensili, fu aumentata dal gennaio 1944 a circa 10 miliardi e successivamente, dal gennaio 1945, a 12 miliardi mensili. La Banca d’Italia cercò in tutti i modi di limitare la produzione dei biglietti occorrenti per tale corresponsione, così che i tedeschi dovettero lasciare depositate in conto corrente forti somme, al nome della Reichskreditkasse, che al momento del loro crollo militare non ebbero tempo di prelevare od altrimenti utilizzare.     In quanto i tedeschi non erano riusciti a utilizzare tali somme, era ovvio che esse dovevano considerarsi rientrate in possesso dell’Italia. I titoli di credito sequestrati dagli Alleati non possono pertanto considerarsi da questi ultimi come bottino di guerra di pertinenza tedesca. Ciò vale tanto più per gli assegni e vaglia al nome di cittadini italiani, incamerati dall’A.F.A. o dall’A.M.G., sequestrati a militari tedeschi, privi di qualsiasi girata.     La Banca d’Italia ha intrattenuto per la restituzione il Comando superiore dell’Agenzia finanziaria alleata, prospettando ai competenti organi governativi la necessità di avviare trattative con i governi alleati, affinché venga riconosciuto il buon diritto dell’Italia a rientrare in possesso di una così ingente massa di valori.     Aggiungendo ai depositi bancari confiscati l’importo dei biglietti di banca e degli altri valori asportati, si ha un totale di 13.729 milioni.     Questo importo non tiene conto dell’asportazione delle riserve metalliche dell’istituto ad opera delle autorità germaniche e repubblicane fasciste per un totale di 95.864 chilogrammi di oro fino – dei quali 92.262 chilogrammi di proprietà dell’istituto – e di 3.470 chilogrammi di argento monetato.     Nel corso dell’anno gli uffici dell’amministrazione centrale hanno continuato a svolgere un fattivo interessamento per il reintegro dei valori distrutti, mediante abbruciamento, presso talune filiali della Banca, in ottemperanza alle disposizioni a suo tempo impartite dal ministero delle finanze. Peraltro, le relative pratiche hanno dovuto necessariamente essere limitate alla ricostituzione dei valori distrutti in Sicilia ed a Cettigne, non essendo stato ancora possibile venire in possesso dei verbali riferentisi agli abbruciamenti operati in Africa.     Si è ottenuto, così, dal ministero del tesoro il rimborso dei biglietti di stato distrutti per lire 8.787.550, nonché l’autorizzazione a sostituire con biglietti buoni i biglietti di banca bruciati per lire 411.466.300. Per i titoli di emissione non statale le pratiche di reintegro dei valori bruciati, ammontanti a lire 408.150 nominali, sono già a buon punto e per la quasi totalità dei casi la Banca è già in possesso dei relativi duplicati.     Particolari difficoltà presenta invece la questione della sostituzione dei titoli di stato distrutti non per fatto di guerra, ma per ordine dell’autorità, questione che si ha affidamento sarà presto risolta legislativamente, avendo già formato oggetto di minuzioso esame in riunioni avvenute presso la Direzione generale del debito pubblico.

    Filiali di Zara e Sebenico

    Con l’occupazione di Zara da parte delle truppe tedesche, avvenuta nel settembre 1943, quella succursale dovette ridurre di molto la propria attività, per poi sospenderla completamente in seguito ai bombardamenti del novembre e dicembre dello stesso anno.     Successivamente il lavoro fu ripreso limitatamente alla emissione e al pagamento di nostri vaglia cambiari e al pagamento di titoli di tesoreria, nella località di Peterzane, ma gli avvenimenti del settembre consigliarono di rimettere alla sede di Trieste tutta la contabilità della filiale, trasformata in sportello staccato, a cui rimase addetto un solo impiegato.     Dopo la ritirata dei tedeschi, la città di Zara venne occupata dalle truppe jugoslave, che rimossero dal loro posto tutti gli impiegati italiani e, per quanto riguarda il nostro istituto, confiscarono i beni di proprietà della Banca, compresi i valori rimasti presso lo sportello staccato.     Le ultime notizie pervenute dalla filiale di Zara risalgono al maggio 1945.     Anche per la filiale di Sebenico, nonostante le gravissime difficoltà contingenti, si è riusciti ad effettuare il trasferimento del materiale contabile presso la sede di Trieste, ove pertanto hanno potuto continuare a svolgersi le operazioni interessanti le due filiali in oggetto.

    Situazione bancaria nella zona «B» della Venezia Giulia ed emissione di lire istriane

    L’occupazione jugoslava della zona «B» della Venezia Giulia ha provocato, specialmente a Fiume, una particolare situazione bancaria e monetaria che può così brevemente riassumersi:

    • le filiali delle banche italiane, ad eccezione della cassa di risparmio, sono chiuse sin dal 3 maggio 1945 e sottoposte al diretto controllo di delegati jugoslavi;
    • un nuovo istituto di credito creato dalle autorità jugoslave, la «Banca per l’Economia dell’Istria, Fiume e Litorale Sloveno», si è insediato presso la Banca d’Italia occupandone tutti i locali e l’intera sacristia;
    • sì è manifestata una notevole scarsezza di contante dato il divieto ufficiale delle autorità competenti di trasferire fondi dalla zona A alla zona B o di rifornire mensilmente di biglietti metropolitani la Banca d’Italia di Fiume, con conseguenze di difficoltà non lievi per le condizioni di vita specie degli impiegati pubblici. L’invio di biglietti metropolitani alla filiale di Fiume richiederebbe assicurazioni e possibilità di piena libertà di rapporti diretti, ottenibili solo attraverso trattative non agevoli a condursi nel momento presente;
    • nuovi biglietti jugoslavi, chiamati lire istriane, sono stati messi in circolazione senza previ accordi.

    Le lire istriane, nei tagli da 1, 5, 10, 20, 50, 100, 500 e 1.000, sono state emesse dalla Banca per l’Economia dell’Istria, Fiume e Litorale Sloveno e poste in circolazione il 20 ottobre 1945; tali biglietti non hanno corso legale nella zona A e nel restante territorio italiano.

    Filiali d’oltremare

    In seguito al ripristino della corrispondenza di carattere finanziario e commerciale si è avuta conferma della situazione delle nostre filiali già operanti in Etiopia, le quali sono state chiuse ed accentrate in Eritrea.     È stato confermato che anche le filiali di Mogadiscio, Chisimaio, Assab, Rodi, Tripoli e Bengasi sono chiuse, mentre funzionano in regime di gestione autonoma quelle di Asmara e Massaua.     Sulla scorta delle notizie fornite dalle filiali stesse è stata intensificata l’azione svolta dall’amministrazione centrale per il recupero dei crediti verso i clienti rimpatriati, azione che, nonostante le gravi difficoltà di varia natura, ha conseguito soddisfacenti risultati.     Si è altresì avuto conferma degli ordini di pagamento e di accreditamento richiesti alle filiali coloniali nei giorni immediatamente precedenti l’occupazione, e pertanto, in base a tali conferme, previ scrupolosi accertamenti intesi ad evitare duplicazioni di pagamenti, la Banca sta procedendo all’esecuzione degli ordini stessi nei confronti dei beneficiari.     Le più vive premure sono state rivolte dall’amministrazione centrale ai competenti organi governativi e alle autorità alleate al fine di ottenere lo sblocco dei depositi fiduciari costituiti presso le filiali d’oltremare, e consentire in tal modo ai reduci dalla prigionia, agli internati civili e ai profughi di poter disporre in Italia del denaro versato alle dette filiali, sia anteriormente all’occupazione, sia posteriormente ad essa. Fino ad oggi, peraltro, questo grave problema non ha trovato l’auspicata definizione.

    Uffici di delegazione all’estero

    Gli uffici di delegazione all’estero hanno ripreso progressivamente, seppur lentamente, ad assolvere le mansioni loro affidate in passato, nell’interesse della Banca e come rappresentanze dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero prima e dell’Ufficio italiano dei cambi poi.     Hanno continuato a rimanere in funzione gli uffici di Lisbona, Zurigo e Buenos Aires, senza peraltro che quest’ultimo, nonostante la cessazione delle ostilità, sia stato in grado di ristabilire regolari comunicazioni con l’amministrazione centrale della Banca.     Mentre l’ufficio di Parigi ha superato le momentanee difficoltà che nell’agosto 1944 avevano praticamente portato alla sospensione della sua attività, è imminente la riapertura anche dell’ufficio di Bruxelles. Restano tuttora chiusi solo quelli di New York e di Londra, che, data la particolare importanza dei rispettivi mercati monetari e commerciali per l’economia del nostro paese, richiedono per la loro riorganizzazione una attenta ed accurata preparazione.     Attraverso le delegazioni all’estero, la Banca intende recare, come per il passato, un fattivo contributo alla ripresa delle relazioni internazionali e riprendere quella collaborazione con l’Ufficio italiano dei cambi e con gli organi tecnici governativi che è ormai una sua tradizione vagliata da l’esperienza di lunghi anni.

    Banca dei regolamenti internazionali

    L’attività della Banca dei regolamenti internazionali ha risentito in misura notevole delle contingenze di guerra. Il volume degli affari, ove si eccettuino i depositi a breve scadenza e a vista in oro e i movimenti ad essi relativi – quali i trasferimenti a titolo di pagamenti postali internazionali- che hanno avuto una certa ripresa in alcuni esercizi di guerra è andato progressivamente riducendosi attraverso il tempo. Come risulta dalle cifre dei bilanci e delle situazioni periodiche della Banca, nel periodo compreso tra il 31 marzo 1939 e il 31 dicembre 1945 il totale di bilancio è diminuito da 606,5 a 454,4 milioni di franchi svizzeri oro, a causa sopratutto della fortissima diminuzione dei depositi a breve scadenza e a vista in divise delle banche centrali, passati da 143,5 a 3,7 milioni di franchi svizzeri oro, che ha determinato, dal lato dell’attivo, una forte riduzione degli investimenti in carta commerciale e buoni del tesoro, passati da 216,9 a 81,8 milioni di franchi svizzeri oro, e una riduzione del 23 per cento circa degli investimenti in titoli.     Nonostante il minore sviluppo delle operazioni correnti, la situazione patrimoniale e il grado di liquidità della Banca si sono mantenuti soddisfacenti, grazie in ispecie al tempestivo uso dei privilegi internazionali che garantiscono i crediti della Banca e alla politica perseguita dagli amministratori di dare la preferenza agli investimenti sui mercati americano, britannico e svizzero e di convertire in oro la maggior parte degli averi liquidi disponibili. Conseguenza di questa politica è stato un graduale aumento della riserva metallica, che tra il marzo del 1939 e il dicembre del 1945 è passata da 38,7 a 118,3 milioni di franchi svizzeri oro, di cui 101,4 di proprietà della Banca e il resto proveniente da depositi a breve scadenza e a vista in oro. Ha contribuito in misura sensibile a questo aumento il realizzo, nel dicembre del 1943, degli investimenti della Banca sul mercato italiano, avvenuto mediante il trasferimento in Isvizzera dell’oro accantonato a garanzia presso il nostro istituto.     La fine delle ostilità non ha significato il cessare delle difficoltà alle quali la Banca dei regolamenti internazionali deve far fronte. La vita stessa della Banca è legata necessariamente all’evolversi degli avvenimenti ed alla soluzione dei problemi finanziari ed economici, cui attendono i governi delle Nazioni Unite attraverso i nuovi organismi all’uopo creati.     I cambiamenti intervenuti nei governi dei diversi paesi hanno avuto come conseguenza dei cambiamenti anche negli istituti di emissione e la B.R.I. ha riallacciato, non appena possibile, i rapporti coi nuovi governatori designati.

    Funzionari

    Dal 1° luglio 1945, la misura delle medaglie di presenza per i funzionari è stata elevata come segue:

    • presso le sedi:

    ai reggenti

    • per le adunanze dei consigli, da lire 120 a lire 200;
    • per l’apertura e chiusura delle casse e per le commissioni di sconto, da lire 60 a lire 100; ai reggenti in funzione di censori
    • per le adunanze dei consigli, da lire 120 a lire 200;
    • per le verifiche di cassa, da lire 60 a lire 100;
    • presso le succursali:

    ai consiglieri, da lire 40 a lire 80;     ai consiglieri in funzione di censori, da lire 40 a lire 80.     Di ciò si rende edotta l’Assemblea per la necessaria ratifica.

    Personale

    Alla fine del 1945 i dipendenti a ruolo erano 5282, con una diminuzione di 84 unità rispetto ad un anno prima. Di essi 243 erano di sesso femminile. Il totale era formato da:

    • 2106 impiegati di concetto, con una diminuzione di 32 unità rispetto al 1944;
    • 2300 impiegati d’ordine, con una diminuzione di 38 unità;
    • 876 elementi del personale di servizio, con una diminuzione di 14 unità.

    Gli avventizi di tutte le categorie, esclusi gli elementi provvisori assunti temporaneamente in sostituzione dei richiamati alle armi,[1] erano 1072, con un aumento di 148 unità. Di essi 349 erano di sesso femminile.     Perciò il totale dei dipendenti della Banca, a ruolo ed avventizi, esclusi gli avventizi provvisori, era di 6354 unità, con un aumento di 64 unità rispetto al 1944. Di essi 5762 erano impiegati e 592 impiegate.     Prospetto riassuntivo numerico del personale maschile al 31 dicembre 1945, esclusi gli operai e gli avventizi provvisori

    a ruolo

    avventizi ordinari

     

    totale fine 1945

     

    totale fine 1944

    totale fine 1943

    Personale amministrativo

    1.656

    25

    1.681

    1.692

    1.697

    1.323

    235

    1.558

    1.614

    1.532

    Personale di cassa

    435

    55

    490

    458

    462

    723

    182

    905

    753

    756

    Personale tecnico

    15

    15

    13

    11

    11

    11

    13

    14

    Personale di servizio

    876

    226

    1.102

    1.174

    1.335

    totale

    5.039

    723

    5.762

    5.717

    5.807

    Il personale operaio addetto alle officine era composto di 718 elementi. Di essi 245 erano operai e 473 operaie.     Nelle cifre di cui sopra sono compresi i dipendenti richiamati alle armi in numero di 210; di questi 101 risultavano prigionieri di guerra.     Nei confronti dell’anno 1944, la compagine del personale ordinario (amministrativo, tecnico e di servizio), a ruolo e fuori ruolo, risultava diluita di 139 unità. Appariva invece aumentata di 184 unità la compagine del personale di cassa, in conseguenza dell’assunzione di 200 elementi tirocinanti per fronteggiare le maggiori esigenze degli uffici di cassa; risultava pure in aumento di 348 unità il personale operaio delle officine, in dipendenza prevalentemente della avvenuta riammissione in servizio di 67 elementi maschili e di 228 elementi femminili, a seguito del ritorno delle officine da L’Aquila a Roma.

    Prospetto complessivo della situazione numerica del personale

    a ruolo e avventizi ord.

    avventizi provv.

     

    operai

    totale fine 1945

    totale fine 1944

    totale fine 1943

    Maschile

    5.762

    809

    245

    6.816

    6.642

    6.637

    Femminile

    592

    630

    473

    1.695

    1.314

    1.403

    totale

    6.354

    1.439

    718

    8.511

    7.956

    8.040

    Dato il perdurare delle condizioni generali di grave disagio economico, l’amministrazione ha adottato, anche durante il 1945, particolari provvidenze a favore del personale. Nel febbraio, è stata accordata a tutti i dipendenti una elargizione straordinaria. Nel maggio è stata loro concessa una tessera per l’acquisto di generi di prima necessità presso le cooperative di consumo fra gli impiegati della Banca. Nel giugno, è stata consentita una speciale gratificazione per l’opera prestata durante i lavori relativi alla emissione del prestito buoni del tesoro quinquennali 5%. Nel luglio, un’altra speciale elargizione, commisurata ad una mensilità di stipendio, è stata fatta a titolo di «premio di liberazione».     Nel novembre, per aiutare i dipendenti a coprire le spese di riscaldamento, è stata accordata una elargizione, stabilita in misura diversa a seconda della rigidezza del clima nelle varie località. In occasione, infine, delle feste natalizie, è stata concessa una ulteriore gratificazione straordinaria pari ad una mensilità di retribuzione.     Nel corso dell’anno, poi, in conformità delle disposizioni emanate dal governo, l’amministrazione ha concesso i noti miglioramenti economici di carattere generale, entrati in vigore il 16 febbraio 1945. A seguito, inoltre, degli ulteriori miglioramenti di retribuzione disposti dallo stato con effetto dall’1 ottobre 1945, sono stati corrisposti al personale adeguati acconti sui miglioramenti medesimi, in attesa di poter stabilire la misura definitiva di essi. In considerazione, altresì, del maggior aggravio di lavoro e del maggior rischio derivante al personale di cassa dalla accresciuta massa di circolante, si è apportato un congruo aumento alle indennità di rischio di cui esso fruiva in precedenza.     Ai pensionati dell’istituto è stato concesso un aumento graduale delle pensioni ed accessori, e sono state corrisposte, nel corso dell’anno, due speciali elargizioni ed il «premio di liberazione».     Aiuti particolari, sotto forma di sussidi o di prestiti, sono stati concessi a quei dipendenti che si sono venuti a trovare in condizioni meritevoli di speciale considerazione, ed è stata prestata ogni assistenza alle famiglie degli impiegati già addetti alle filiali coloniali e non ancora rimpatriati. Un certo numero di rimpatrii ha potuto aver luogo nel corso dell’anno, grazie all’interessamento svolto dall’amministrazione.     Nei limiti del possibile, è stata prestata assistenza morale e materiale ai dipendenti internati civili e prigionieri di guerra, un centinaio dei quali è rientrato nel corso dell’anno, riprendendo il proprio posto nell’istituto.     Nell’ottobre 1945 si è legalmente costituita, con carattere apolitico, l’«Unione sindacale fra il personale dell’istituto di emissione», i cui organi hanno manifestato l’intendimento di collaborare con l’amministrazione per la migliore soluzione dei problemi che concernono il personale della Banca. Rappresentanti del sindacato sono stati chiamati a far parte delle varie commissioni consultive miste previste dal vigente regolamento per il personale.     L’amministrazione ha potuto contare, anche nel 1945, sul senso di responsabilità e di disciplina del proprio personale, il quale ha mostrato (nella sua grande maggioranza) di rendersi conto della importanza e della delicatezza dei compiti demandati alla Banca nell’interesse del paese, prestando la propria opera con alto senso del dovere e con spirito di abnegazione e rendendosi quindi meritevole di elogio per la prova di laboriosità e di dedizione all’istituto ancora una volta fornita in momenti particolarmente difficili.

    Servizi governativi

    Nel 1945 è ulteriormente aumentata l’attività delle sezioni di R. tesoreria e dei relativi uffici centrali di questa amministrazione, presso i quali si è iniziato il gravoso lavoro di ricostruzione delle contabilità dello stato rimaste sospese fin dall’anno 1943 per l’interruzione dei rapporti prima con le sezioni del sud e poi con quelle del nord.     Oltre a ciò sono state effettuate due operazioni finanziarie di rilievo: l’emissione dei buoni del tesoro quinquennali 5 per cento 1950 ed il cambio delle cartelle dei consolidati 3,50% 1902 e 1906.     L’emissione dei buoni quinquennali si è svolta senza intralci, nonostante le eccezionali difficoltà del momento; le quali hanno costretto, tra l’altro, a ricorrere a mezzi straordinari per la distribuzione del materiale stampato.     Il rilascio di ricevute provvisorie, liberamente commerciabili, ha contribuito a rendere i titoli più accetti ai risparmiatori, ma ha recato alle tesorerie un aggravio di lavoro che si è anche risentito allorquando, non essendo stati ancora allestiti i buoni, si è provveduto al frazionamento delle ricevute ed al pagamento della relativa semestralità d’interessi con modalità eccezionali.     Sul finire dell’anno, si e iniziata la consegna dei titoli definitivi in corrispondenza delle sottoscrizioni raccolte nell’Italia centro-meridionale; consegna che prosegue per le sottoscrizioni dell’Italia settentrionale.     L’incarico affidato dal ministero del tesoro al nostro istituto di provvedere al cambio delle cartelle dei consolidati 3,50% 1902 e 1906 ha portato anch’esso un lavoro non indifferente sia alle filiali della Banca che alle sezioni di R. tesoreria, data la massa dei titoli della specie in circolazione (circa 2 milioni).     I titoli di spesa (mandati diretti, ordinativi su ordini di accreditamento, ordini di spese fisse, ordinativi tratti su contabilità speciali ecc.) emessi dalle varie amministrazioni centrali e periferiche, i prelevamenti effettuati su fondi messi a disposizione dalle autorità finanziarie alleate a mezzo di aperture di credito hanno portato i pagamenti di tesoreria ad un livello di gran lunga superiore a quello degli anni precedenti. Né deve tacersi l’uso ormai frequentissimo di ordini telegrafici di pagamento, nonché l’ingente mole dei pagamenti effettuati in conto sospeso e scritturati ai «Collettivi».     Il movimento dei depositi provvisori per conto delle varie amministrazioni dello stato e di quelli definitivi, per conto della Cassa depositi e prestiti, è stato anch’esso rilevante, mentre sono proseguite le operazioni inerenti al ritorno, al luogo di origine, dei titoli facenti parte di tali depositi trasferiti, in precedenza, in zone ritenute meno esposte ad offese belliche.     Le spese sostenute dalla Banca per il disimpegno del servizio di R. tesoreria sono andate di anno in anno aggravandosi col crescere del costo dei materiali e dei servizi, mentre il rimborso corrisposto dallo stato rimaneva fermo alla cifra fissata nel 1936. Si è pertanto interessato il ministero del tesoro per un congruo adeguamento, che è stato parzialmente ottenuto, con l’aumento del compenso, per il 1945, da 30 a 150 milioni, e l’intesa che la sua misura possa essere riveduta di anno in anno in relazione alla variazione del costo del servizio. Al riguardo, il ministro del tesoro proporrà la emanazione di apposito provvedimento legislativo.

    Vigilanza su le aziende di credito

    Il Servizio vigilanza su le aziende di credito ha ripreso nel 1945 la sua piena attività.     Per quasi tutta la prima parte dell’anno le più grandi aziende di credito si trovarono ad operare contemporaneamente in territorio liberato ed in territorio occupato. I provvedimenti che erano stati predisposti per fare in modo che le filiali impossibilitate a comunicare con le direzioni centrali fossero in grado di funzionare in modo autonomo come la costituzione di appositi organi deliberanti, le deleghe di poteri ecc. continuarono a dimostrarsi adeguati alle esigenze, cosicché tanto nel settentrione come nel mezzogiorno i gruppi autonomi di filiali operarono in genere regolarmente. Nei riguardi della approvazione dei bilanci, sia il governo legittimo che l’amministrazione neo fascista emanarono disposizioni di proroga dei termini di legge.     Nelle regioni occupate del nord, le banche seguirono criteri di molta cautela nella erogazione del credito, evitando, per quanto possibile, di sovvenire direttamente o indirettamente ogni attività che tornasse a vantaggio degli oppressori, mentre appoggiarono il movimento di resistenza. La liberazione trovò le aziende di credito in situazione di bilancio soddisfacente e molto liquida, tanto che gli alleati consentirono la continuazione a ritmo normale del lavoro bancario, salvo soltanto una brevissima chiusura degli sportelli che, in qualche caso, come a Milano, dove fu limitata a una sola ora del giorno 5 maggio, ebbe significato puramente simbolico. L’andamento economico delle aziende non era stato negativamente influenzato da oneri eccezionali per il personale, anche perché, come si dirà, il costo della vita non aveva ancora subito un aumento paragonabile a quello registrato nell’Italia liberata.     Nelle loro operazioni di cassa, le aziende di credito furono piuttosto intralciate dalla scarsità di biglietti bancari e di stato e parecchie di esse si trovarono costrette a ricorrere ad emissioni straordinarie di titoli fiduciari di tipo speciale. Quelle che già erano legittimamente autorizzate ad emettere assegni circolari, ne misero in circolazione una massa abbondante a taglio fisso stilati al portatore o girati in bianco; altre furono a ciò autorizzate con provvedimenti dei rispettivi capi di provincia, altre ancora agirono d’iniziativa. Il risultato fu che al momento della liberazione circolavano al nord assegni di tali tipi per più di 11 miliardi di lire e lo stato di cose in materia era piuttosto caotico. Una delle prime preoccupazioni del servizio vigilanza fu di intervenire per ricondurre la situazione alla normalità, che si poteva dire ripristinata alla fine dell’anno, quando la circolazione di tali titoli era ridotta ad appena 500 milioni.     Nell’attesa della liberazione del nord, il servizio vigilanza aveva predisposto istruzioni dirette a far conoscere alle nostre filiali di quelle regioni le disposizioni emanate al sud durante il periodo di separazione ed a metterle in grado di impartire direttive uniformi a tutte le aziende di credito circa la loro prima applicazione. Tali norme, secondo il piano originario, avrebbero dovuto essere recapitate e illustrate alle filiali dai funzionari che, al seguito delle truppe operanti, erano stati designati per recarsi nelle regioni settentrionali e riprendere le file interrotte. Di fatto, si ebbe in un primo periodo una interferenza di vari organi, per cui fu soltanto verso la metà dell’anno che, ai fini della vigilanza, il ricongiungimento divenne effettivo. Col rientro di quella parte degli uffici della vigilanza che era stata distaccata al nord, gli archivi sono stati inseriti in quelli qui esistenti, di guisa che l’aggiornamento di ciascuna pratica è ormai assicurato.     Con la fine delle operazioni militari, hanno acquistato particolare momento le iniziative volte alla stabilizzazione della struttura aziendale, in modo da alleggerire l’attività bancaria da quelle remore, motivate dal conflitto, che sarebbero ormai d’intralcio all’auspicata normalizzazione della vita economica.     In prima linea si è reso necessario il ripristino dei normali organi amministrativi di numerose aziende di credito, che erano stati sciolti nel periodo insurrezionale dai Comitati di liberazione nazionale o da autorità locali e successivamente anche dagli alleati per allontanare elementi politicamente compromessi.     La Banca d’Italia, conscia della necessità di ridurre al minimo la durata di situazioni anormali, che possono ripercuotersi sfavorevolmente sulla vita aziendale, si è adoperata per la designazione di candidati idonei moralmente e tecnicamente in tutti quei casi in cui la nomina di amministratori fosse di competenza governativa. Buona parte delle aziende hanno già trovato il loro assetto amministrativo e direttivo; per altre, appartenenti specialmente a provincie passate solo di recente sotto il controllo del governo italiano, sono in corso di definizione le pratiche relative.     Allo scopo di ritornare alla normalità, il ministero del tesoro, concordando con l’avviso manifestato dalla Banca d’Italia, consentì il ripristino della pubblicazione dei bilanci annuali delle aziende di credito e delle relazioni illustrative. La decisione ministeriale è stata in seguito confermata con decreto della Presidenza del consiglio del 21 dicembre 1945 che abrogava ogni precedente disposizione limitativa in materia di divulgazione di dati a carattere economico.     Riguardo alla situazione intrinseca delle aziende di credito, la fine del 1945, mentre ha trovato i bilanci degli istituti in un tranquillante stato patrimoniale, ha messo in luce le condizioni difficili dei conti economici.     I complessi patrimoniali possono invero essere considerati integri in quanto la massa delle consistenze attive è prevalentemente rappresentata da disponibilità liquide presso il tesoro e la Banca d’Italia, da fondi pubblici (per lo più buoni del tesoro) e da operazioni di sicuro rientro (come i finanziamenti degli ammassi) nonché da investimenti immobiliari i quali, se pur hanno subito menomazioni per cause di guerra, hanno spesso valori di mercato superiori a quelli di inventario.     Molte aziende di credito hanno poi rafforzato i fondi patrimoniali mediante congrui aumenti di capitale (nel 1945 sono stati autorizzati 49 aumenti per 537,9 milioni di lire), tendenza questa che continua tuttora col favore degli organi di vigilanza.     I depositi bancari, al netto dei depositi presso la Banca d’Italia e dei conti correnti di corrispondenza ordinari e reciproci tra aziende di credito, ammontavano, al 31 dicembre 1945, a 406,6 miliardi, con un aumento di 157,8 miliardi in confronto alla fine del 1944, dovuto per 102,2 miliardi ai depositi fiduciari e per 55,6 miliardi ai conti correnti di corrispondenza con clienti.[2] A differenza degli anni precedenti, il ritmo di accrescimento dei depositi fiduciari è stato dunque più veloce che nei conti correnti di corrispondenza con clienti.     Anche lo sviluppo dei conti correnti di corrispondenza tra le aziende di credito è stato più lento, in dipendenza della minore attività economica e delle favorevoli condizioni dei depositi presso l’istituto di emissione e presso il tesoro.

    Distribuzione dei depositi presso le aziende di credito e le casse di risparmio postali

    (Dati assoluti in milioni di lire)

     

    CATEGORIE DI AZIENDE

    dicembre

    1942

     

    dicembre

    1943

    dicembre

    1944

    dicembre

    1945

    Istituti di credito di diritto pubblico……………….

    24.701

    26.880

    56.648

    84.081

    Banche d’interesse nazionale……………………

    29.622

    40.337

    73.562

    108.763

    Casse di risparmio e Monti di 1a categoria…….

    29.283

    32.679

    46.278

    81.267

    Banche popolari cooperative……………………

    12.840

    16.617

    27.122

    46.455

    Aziende di credito ordinario……………………..

    21.500

    26.745

    45.175

    86.020

    Totale depositi bancari

    117.946

    143.258

    248.785

    406.586

    Casse postali di risparmio[3] (Depositi su libretti e buoni fruttiferi)…………………………………..

    59.465

    58.761

    59.588

    82.715

    Conti correnti postali………………………………

    3.397

    4.725

    6.310

    12.767

    Totale….

    180.808

    206.744

    314.683

    502.068

    (Composizione percentuale)

     

    CATEGORIE DI AZIENDE

     

    dicembre

    1942

    dicembre

    1943

    dicembre

    1944

    dicembre

    1945

    Istituti di credito di diritto pubblico……………….

    13,7

    13,0

    18,0

    16,7

    Banche d’interesse nazionale……………………

    16,4

    19,5

    23,4

    21,7

    Casse di risparmio e Monti di 1a categoria……..

    16,2

    46,3

    15,8

    48,3

    14,7

    56,1

    16,2

    54,6

    Casse postali di risparmio (Depositi su libretti | e buoni fruttiferi)………………………………………….

    32,8

    28,5

    18,9

    16,5

    Conti correnti postali………………………………

    1,9

    81,0

    2,3

    79,1

    2,0

    77,0

    2,5

    73,6

    Banche popolari cooperative…………………….

    7,1

    8,0

    8,6

    9,3

    Aziende di credito ordinario……………………….

    11,9

    100,0

    12,9

    100,0

    14,4

    100,0

    17,1

    100,0

    Nella distribuzione dei depositi fra le diverse categorie di aziende e le casse postali di risparmio, si nota nell’ultimo triennio uno spostamento assai sensibile a favore delle aziende di credito. Tra queste ultime si sono poi particolarmente avvantaggiate le aziende ordinarie di credito, le banche di interesse nazionale e gli istituti di diritto pubblico; in minor misura le banche popolari cooperative. La partecipazione delle casse di risparmio ordinarie alla raccolta complessiva dei depositi, dopo aver segnato una flessione negli anni 1943 e 1944, è ritornata alla fine dello scorso anno allo stesso livello del 1942.     Agli istituti gestiti secondo criteri di interesse pubblico – e cioè gli istituti di credito di diritto pubblico, le banche d’interesse nazionale, le casse di risparmio e i monti spetta il 67,4% del totale dei depositi bancari; un altro 11,4 per cento è amministrato dalle banche popolari e cooperative ed il residuo 21,2%, ossia appena un quinto del totale, da aziende di credito ordinario; anche queste, non tutte di pertinenza di privati azionisti.     Se poi si tiene conto dei depositi presso le casse postali di risparmio, si osserva che il 73,6% dei depositi in conto corrente ed a risparmio affluisce ad istituti che si possono dire pubblici ed appena il 9,3% alle banche popolari e cooperative ed il 17,1% alle aziende di credito ordinario.     Lo stato dunque, direttamente od indirettamente, regola la distribuzione di poco meno dei tre quarti del risparmio nazionale; un decimo è a disposizione di enti cooperativi; ed appena un sesto è amministrato da banche private. Queste cifre costringono ancora quest’anno, come già l’anno scorso, a porre il quesito se nella nazionalizzazione del credito non si sia proceduto in Italia troppo oltre, certo assai più di quanto non sia accaduto o non si proponga di fare in Francia e in Inghilterra ossia nei paesi più avanzati in materia.

    Principali voci di bilancio di tutte le aziende di credito (1)

    (i dati assoluti sono in milioni di lire)

    PERIODO

    DISPONIBILITÁ (2)

    IMPIEGHI (3)

    TITOLI DI PROPRIETÁ

    DEPOSITI (4)

    importo

    indici

    % dei depositi

    importo

    indici

    % dei depositi

    importo

    indici

    % dei depositi

    importo

    indici

    1938 – Dicembre……….

    9.266

    100

    15

    44.688

    100

    74

    18.518

    100

    31

    60.320

    100

    1939 – Dicembre……….

    10.405

    112

    15

    47.459

    106

    70

    20.273

    109

    30

    68.182

    113

    1940 – Dicembre……….

    13.210

    143

    17

    52.349

    117

    65

    24.990

    135

    31

    79.973

    133

    1941 – Dicembre……….

    14.637

    158

    14

    66.476

    149

    64

    37.816

    204

    37

    103.469

    172

    1942 – Dicembre……….

    21.586

    233

    16

    84.399

    189

    64

    44.257

    239

    33

    132.396

    219

     

    Principali voci di situazione di 365 aziende di credito

    1942 – Dicembre……….

    21.588

    100

    17

    79.396

    100

    62

    41.980

    100

    33

    127.887

    100

    1943 – Dicembre……….

    48.138

    223

    32

    66.977

    84

    45

    60.598

    144

    40

    150.159

    117

    1944 – Dicembre……….

    140.534

    651

    54

    73.907

    93

    28

    88.855

    212

    34

    260.356

    204

    1945 – Dicembre……….

    189.435

    878

    45

    160.664

    202

    38

    136.445

    325

    32

    425.493

    333

      (1) La somma dei tre gruppi di voci attive (disponibilità, impieghi, titoli di proprietà) trova riscontro, al passivo, nei depositi ed in altri fondi propri e di terzi; supera perciò, come appare dalla tabella, la cifra dei soli depositi. (2) Cassa e somme disponibili presso altri Istituti. (3) Portafoglio, anticipazioni, conti correnti, conti correnti di corrispondenza, riporti e mutui. (4) Depositi fiduciari e conti correnti di corrispondenza con clienti e con aziende di credito.

    Considerando la destinazione data ai fondi raccolti, si osserva una diminuzione degli impieghi creditizi veri e propri da 79,4 miliardi alla fine del 1942 a 67,0 miliardi alla fine del 1943 ed a 73,9 miliardi alla fine del 1944, seguita da un aumento a 160,7 miliardi alla fine del 1945. Questi impieghi ammontavano, alla fine del 1942, al 62 per cento dei depositi (compresi i conti correnti di corrispondenza con clienti ed aziende di credito). Il rapporto discese al 45% alla fine del 1943 e al 28% alla fine del 1944; al 31 dicembre 1945 essi, mentre in cifra assoluta superavano del 102% quelli del 1942, ammontavano soltanto al 38 per cento dei depositi, che nel frattempo erano aumentati del 233%.     Per contro, gli investimenti in titoli (che sono in massima parte titoli di stato e non comprendono i buoni del tesoro ordinari scontati e contabilizzati nel portafoglio) sono aumentati del 225% tra la fine del 1942 e il 31 dicembre 1945, conservando pressoché invariato un rapporto del 33 per cento circa al totale dei depositi.     L’esuberanza dei depositi e la contrazione degli impieghi ha posto le aziende di credito in una eccezionale situazione di liquidità che si rispecchia nell’aumento della cassa e dei depositi presso altri istituti e presso il tesoro; voci le quali al 31 dicembre 1945 superavano di quasi 8 volte la consistenza di fine 1942 ed ammontavano al 45% dei depositi, contro il 17% a fine 1942.     In queste condizioni, il ricorso all’istituto di emissione ha avuto tendenza ad annullarsi; nel gruppo di aziende considerato, gli effetti riscontati, al 31 dicembre 1945, ammontavano a 3.572 milioni; importo pari all’8% del portafoglio e al 0,8 per cento dei depositi.     Questo stato di cose si ripercuote sul conto economico delle aziende con un aspetto positivo, in quanto le spese generali vengono ad essere diluite su una più larga massa di capitali amministrati, e con conseguenze di carattere negativo per la limitata redditività delle somme convogliate nel comparto obbligato degli investimenti a tenue reddito.     Il problema preminente per le aziende di credito è, dunque, l’equilibrio dei bilanci per fronteggiare le crescenti spese d’amministrazione, e principalmente le spese per il personale.     È qui opportuno rilevare che le aziende di credito devono, è vero, assicurare ai propri dipendenti retribuzioni che consentano di far fronte alle più elementari esigenze di vita, ma devono tenere sovratutto e sempre presente la necessità di preservare l’integrità dei bilanci allo scopo di essere sempre in grado di far fronte ai propri obblighi, preminenti sovra tutti gli altri, verso i propri depositanti. Se le banche hanno invero il compito di cooperare all’opera di ricostruzione e alla ripresa economica, bisogna ricordare in ogni momento che il compito di impiegare i fondi disponibili in maniera efficace non può essere adempiuto se non nei limiti posti dalla necessità della sicurezza assoluta della restituzione del denaro che non è proprio delle banche, ma unicamente spetta ai depositanti. Occorrendo evitare la chiusura deficitaria dei bilanci, parve opportuna una revisione dei saggi passivi e di quelli attivi, nonché delle tariffe relative ai servizi bancari.

    Saggi di cartello relativi alle principali operazioni attive

    OPERAZIONI

    aprile

    1937

    1° giugno

    1937

    16

    luglio

    1938

    dicembre

    1939

    10

    aprile

    1940

    21

    giugno

    1940

    16

    marzo

    1942

    21

    febbraio

    1944

    11

    settembre

    1944

    1° giugno

    1945

    Crediti in bianco:
    – in conto corrente…

    4,50

    6

    6,50

    7

    7

    7,50

    7,50

    8

    7,50

    8

    – con sconto pagherò diretti……….

    4,50

    5,50

    5,75

    6

    6

    6,50

    6,50

    7

    6,50

    6,50

    – con sconto cambiali finanziarie..

    4,50

    5,50

    5,75

    5,75

    5,75

    6,25

    6,25

    6,75

    6,25

    6,25

    Anticipazioni e crediti assistiti:
    a) da pegno su titoli di stato e similari…..

    4,50

    5

    5

    5

    5

    5

    5

    5,50

    5,50

    5,50

    b) da pegno su depositi di danaro:
    – in conto corrente…

    4,50

    5,50

    5,50

    6

    6

    6

    6

    6

    5,50

    6

    – con sconto pagherò diretti……..

    4,50

    5,50

    5,50

    5,50

    5,50

    5,50

    5,50

    5,50

    5,50

    5

    c) da pegno su titoli non di stato o similari, su merci ecc.
    – in conto corrente…

    4,50

    5,50

    6

    6,25

    6,25

    6,75

    6,75

    7,25

    6,75

    7,25

    – con sconto pagherò diretti……..

    4,50

    5,50

    5,50

    5,75

    5,75

    6,25

    6,25

    6,75

    6,25

    6,25

    Sconti di effetti sull’Italia:
    – Non oltre i 4 mesi..

    4,50

    5

    5

    5

    5

    5,50

    5,50

    6

    5,50

    5,50

    – oltre 4 fino a 6 mesi………………..

    4,50

    5

    5,50

    5,50

    5,50

    6

    6

    6,50

    6

    6

    – oltre 6 mesi………

    4,50

    5

    6

    6

    6

    6,50

    6,50

    7

    6,50

    6,50

    Finanziamenti su prodotti agricoli:
    – ammassati………..

    5,50

    5,50

    5,50

    6

    5,50

    5,50

    – vincolati……………

    6

    6,50

    6

    6

      Tasso ufficiale di sconto………………

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4

    4

    Tasso normale di interesse sulle anticipazioni…………

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    4,50

    Saggi di cartello relativi alle principali operazioni passive

    OPERAZIONI

    1° ottobre 1932

    29 ottobre 1933

    31 ottobre 1933

    1 novembre 1933

    1 febbraio 1934

    28 febbraio 1934

    marzo 1934

    aprile 1934

    1° ottobre 1944

    16 febbraio 1945

    Depositi fruttiferi
    Conti di deposito libero…………….

    2,50

    2,10

    2,50

    2

    2

    2

    1,50

    1,50

    1

    0,50

    Libretti di risparmio libero:
    • – piccolo risparmio

    3

    3

    3

    2,75

    2,75

    2,75

    2,75

    2,50

    2

    1,50

    • risparmio ordinario

    2,75

    2,75

    2,75

    2,75

    2,25

    2,25

    2,25

    2

    1,50

    1

    Libretti di deposito a risparmio vincolato:
    • con vincolo di 3 mesi o inferiore a 6 mesi

    3,50

    3,50

    3,50

    3

    3

    3

    2,50

    2,50

    2

    1,50

    • con vincolo di 6 mesi o più

    4

    4

    4

    3,50

    3,50

    3,50

    3

    3

    2,50

    2

    Libretti di dep. a risparmio a scadenza indeterm. ma con vincolo di preavviso reciproco di:
    • 3 mesi od inferiore a 6 mesi

    3,50

    3,50

    3,50

    3

    3

    3

    2,50

    2,50

    2

    1,50

    • 6 mesi o più

    4

    4

    4

    3,50

    3,50

    3,50

    3

    3

    2,50

    2

    Buoni fruttiferi
    • scadenza di 3 mesi o inferiore a 6 mesi

    3,50

    3,50

    3,50

    3

    3

    3

    2,50

    2,50

    2

    1,50

    • scadenza di 6 mesi o più

    4

    4

    4

    3,50

    3,50

    3,50

    3

    3

    2,50

    2

    Conti correnti di corrispondenza
    Conti liberi

    2,50

    2,50

    2,50

    2

    2

    2

    1,50

    1,50

    1

    0,50

    Conti reciproci

    3,50

    3,25

    3,25

    2,75

    2,75

    2,75

    2

    2

    1,50

    1,50

    Conti vincolati:
    • vincolo di 3 mesi o inferiore a 6 mesi

    3,50

    3,50

    3

    3

    3

    2,50

    2,50

    2,50

    2

    1,50

    • vincolo di 6 mesi o più

    4

    4

    3,50

    3,50

    3,50

    3

    3

    3

    2,50

    2

    • a scadenza indeterminata con preavviso reciproco di 90 giorni (60 giorni fino al 30 ottobre 1933)

    3,50

    3,50

    3

    3

    3

    2,50

    2,50

    2,50

    2

    2,50

    Per quanto riguarda i saggi passivi, poiché non sembrò che una riduzione dei saggi stessi potesse influenzare negativamente la raccolta del risparmio, accogliendo le proposte fatte dai rappresentanti delle aziende di credito tramite l’Associazione bancaria, il ministero del tesoro, con circolare del 12 febbraio 1945, dispose una diminuzione di 0,50%.     Relativamente poi al rendimento delle operazioni attive, il ministero del tesoro giunse, verso la metà dell’anno, alla rielaborazione del cartello bancario, elevando congruamente la misura minima dei tassi attivi e i compensi dei servizi.     Le variazioni alla diminuzione dei saggi passivi e all’aumento dei saggi attivi danno luogo a gravi riflessi, che io presenterò sotto forma di punti interrogativi. È conforme all’interesse generale che al risparmio, il quale non ha ancora trovato opportunità di collocamento da parte del risparmiatore, vengano offerte remunerazioni sempre più misere? Se nessuna obiezione può essere pensata per quella parte della massa fiduciaria, la quale è costituita da giacenze momentanee di cassa; se per queste giacenze si può ritenere giustificata non solo la riduzione dell’interesse a zero, ma anche l’applicazione di provvigioni dirette per i servigi che la banca rende al cliente; non così per il risparmio propriamente detto che il depositante conserva in deposito in attesa di investimenti o di accadimenti futuri. Se si interrogasse l’uomo della strada probabilmente risponderebbe che a questo tipo di risparmio dovrebbero essere offerte le migliori remunerazioni che il mercato consente. Dire che si può ridurre a poco o nulla il compenso al risparmio costituito per fronteggiare spese di malattia, di disgrazie familiari, di possibile acquisto di un campo, di una casetta, di un negozio, solo perché i clienti si contentano del poco o nulla, equivale a dare al cartello un netto significato monopolista. Conviene al sistema bancario che si diffonda l’opinione che si dà poco o nulla perché ci si è messi d’accordo a tale uopo? È evidente che il cartello si deve raccomandare ad altre ragioni di interesse generale per giustificare la sua esistenza.     Quanto ai saggi attivi, bisogna non mai dimenticare la verità che l’alto costo dei servizi bancari non giustifica da sé solo la elevazione del prezzo dei servizi bancari. Costo ed utilità dei servizi sono come le due lame della forbice, nessuna delle quali da sola adempie al suo compito. Il distacco tra saggi attivi e saggi passivi è giusto oramai ad un punto tale, che un parere favorevole ad un suo ulteriore allargamento non si sa su quale fondamento possa essere dato. Se fosse abolito il cartello, si manterrebbe quello scarto? E come può essere sanzionato d’autorità un suo inasprimento, se l’autorità competente – la quale, in regime di governo libero, è ultima analisi l’opinione pubblica resa manifesta attraverso gli uomini scelti dal corpo elettorale – non sia persuasa che l’allargamento dello scarto sia giustificato da ragioni di interesse generale? Tra queste ragioni di interesse generale va annoverata la necessità di far fronte alle spese crescenti del sistema bancario? Inquietante domanda, che io mi limito a sottoporre alla vostra attenzione. Aggiungo che i saggi attivi attuali non devono certamente essere considerati come l’ultima Thule del prezzo del credito. Può darsi nascano circostanze in cui sia necessario spingersi più in su. Non pare che la premessa dell’aumento esista quando l’istituto di emissione non è chiamato ad esercitare quella particolare specie di controllo sul sistema bancario che prende il nome di risconto. La tenuità di richiedere il risconto è, per sé stessa, indice di abbondanza della merce denaro. In circostanze siffatte, ad un forzamento all’insù, a mezzo del cartello e d’autorità, dello scarto fra saggi attivi e passivi, quale spiegazione d’interesse pubblico può darsi?     Ai fini del miglioramento economico delle aziende è da segnalare il sempre più elevato numero di richieste di finanziamenti ad esse rivolte; ne è un indizio la quantità delle domande di deroga al divieto di concedere fidi eccedenti il quinto del patrimonio che durante il 1945 sono assommate a 814 per 5.836 milioni, a fronte di 199, per 1.195 milioni, presentate nel 1944. L’intensificarsi delle richieste in parola si è specialmente registrato negli ultimi mesi dell’anno ed è lecito considerarlo come un prodromo di iniziative connesse con la ricostruzione, sebbene ancora nel complesso inadeguate e per buona parte motivate da scopi del tutto contingenti.     In materia è necessario che le aziende di credito procedano con molta cautela; ciò sia detto specialmente per le richieste di quelle industrie che non lavorando in pieno, sono state peraltro costrette, da provvedimenti del governo neo fascista, a mantenere in piedi la loro impalcatura del tempo di guerra, particolarmente per il numero dei dipendenti. Risorge il pericolo si possa rinnovare la situazione dell’altro dopoguerra, quando molte aziende di credito ordinario ebbero a trovarsi in condizioni di dover assumere, a causa di imprudenti interventi bancari, larghe partecipazioni industriali, con le conseguenze ben note e che qui è superfluo rammentare.     Non è poi da escludere che, per l’attuale stato di cose, banche vengano sollecitate a consentire affidamenti destinati ad alimentare, invece che il lavoro industriale, quello rivolto unicamente ad approfittare di, sperabili per gli uni e deprecabili per gli altri, variazioni di prezzi al rialzo; ovvero a sostituirsi a quell’opera di sussidio alla disoccupazione che è invece compito specifico dello stato. È evidente come accedendosi a siffatte richieste ci si allontanerebbe da quei sani criteri che devono tradizionalmente e necessariamente presiedere alla erogazione del credito.     In merito, la Banca d’Italia ha tempestivamente e ripetutamente invitato le aziende di credito a sottoporre a un rigoroso esame tanto le nuove richieste di fido, quanto gli affidamenti già concessi, in modo da creare e mantenere solo quelle relazioni che si appoggino su piani di ripresa rigorosamente elaborati, nei campi commerciale, agricolo e industriale. E poiché tali direttive – che hanno riportato recentemente l’assenso del ministro del tesoro – dovevano essere inquadrate anche sotto il profilo strettamente tecnico, sono state ribadite le istruzioni afferenti l’osservanza del cartello bancario per quanto ha tratto all’utilizzo, a mezzo di cambiali, degli scoperti di conto corrente, non dipendenti da vera e reale elasticità di cassa. È ovvio che l’inadempienza di questa disposizione, specie in momenti di accentuata instabilità del mercato monetario, può riuscire pericolosa in quanto vengono a mancare alle banche i titoli esecutivi, nonché la possibilità di smobilizzare facilmente i loro crediti in caso di necessità.     È stata svolta opera di persuasione perché vengano richieste, ai clienti che aspirano a sovvenzioni, le dichiarazioni – prescritte in applicazione dell’art. 35 della legge bancaria – sulle condizioni economiche dei richiedenti i fidi, intese a consentire alle banche di rendersi conto della situazione dei propri clienti, ed in ispecie della loro eventuale posizione debitoria con altre aziende di credito, ossia del cumulo dei fidi. Per rendere più agevole l’osservanza della norma è stato proposto al ministero del tesoro di elevare il limite al disopra del quale soltanto è obbligatoria la produzione delle dichiarazioni.     Sarebbe sommamente desiderabile che le aziende di credito si rendessero conto che la linea di condotta perseguita dagli organi di vigilanza in questa materia, e in fatto di utilizzo degli scoperti a mezzo cambiali, non è ispirata a sterile formalismo, ma risponde all’interesse delle aziende stesse. Anche nella circostanza delle richieste presentate da aziende di credito per ottenere autorizzazioni di derogare al limite (pari ad un quinto del patrimonio) del fido da concedersi ad uno stesso nominativo, la nostra Banca non manca di accertarsi che le singole operazioni siano rivolte ad assistere sani cicli produttivi o giustificate attività commerciali.     L’attrezzatura creditizia nazionale ha mostrato sensibilità ed accortezza nell’intervenire in finanziamenti a fronte di forniture straordinarie di merci operate da enti vari, militari o civili, nazionali, od esteri, forniture che si sono andate intensificando nel corso dell’anno e sono state distribuite a mezzo di organizzazioni e con modalità di varia natura. Dell’attuale situazione risentono in modo speciale gli enti locali (comuni, provincie ed opere pie) i quali si rivolgono insistentemente alle aziende di credito per ottenere aperture di credito spesso sproporzionate alla potenzialità della aziende stesse e che talvolta – per l’insufficienza o l’assenza di idonee garanzie – sono in contrasto con le norme statutarie e con i criteri basilari di una oculata amministrazione.     Non si può disconoscere l’opportunità che le aziende di credito agevolino, nei limiti del possibile, gli enti predetti perché più facilmente possano superare le attuali difficoltà.     Tuttavia, le agevolazioni stesse devono necessariamente rispettare dei limiti che non è dato di superare senza turbare l’equilibrio degli impieghi dell’azienda, ed esporla ad operazioni senza garanzie e rischiose, o, comunque, di pregiudizievole immobilizzo.     La situazione generale del decorso anno ha messo inoltre sul tappeto alcune importanti questioni di cui è opportuno fare menzione.     Rapporto tra patrimonio e depositi. – Come è noto, in base a deliberazione del soppresso Comitato dei ministri adottata a mente dell’art. 32 della legge bancaria, le aziende di credito, ad eccezione delle casse di risparmio, dei monti di credito su pegno e delle casse rurali, sono tenute a depositare in titoli o in contante presso l’istituto di emissione l’eccedenza che si verifica nel rapporto di 20 a 1 tra l’ammontare della massa fiduciaria e quello del patrimonio dell’azienda. In tempi normali, solo pochissimi istituti dovettero costituire detta garanzia, ristretta, comunque, entro limiti modesti; ora, invece, quasi tutte le aziende di credito, dalle maggiori alle minori, sono venute a superare tale limite e devono quindi costituire ingenti depositi, ossia effettuare ulteriori investimenti in titoli di stato, oppure procedere a prelevamenti dai fondi, che in misura cospicua esse hanno presso il tesoro e la Banca d’Italia, per costituirli in deposito speciale presso la Banca stessa.     Per quanto con gli aumenti di capitale una parte dell’eccedenza venga automaticamente eliminata, il problema permane attuale, nonostante che con recente provvedimento ministeriale, a far tempo dall’1 marzo 1946, il rapporto sia stato elevato da 1:20 ad 1:30.     Cauzioni per l’emissione di assegni circolari.- La circolazione di assegni circolari, proseguendo nel suo aumento è passata da 22,4 miliardi alla fine del 1944 a 32,6 miliardi a fine dicembre 1945. È sorta, quindi la necessità di adeguare le cauzioni che le aziende emittenti sono tenute, per legge, a costituire in titoli dello stato presso la Banca d’Italia.     Per attenuare la gravosità di questo obbligo senza menomare l’efficienza della garanzia che deve sussistere a favore dei prenditori di assegni, si è suggerito al ministero del tesoro di consentire che nel calcolo del patrimonio potessero includersi le riserve straordinarie non aventi speciale destinazione e quelle che abbiano solo in potenza una destinazione specifica, e di tollerare i depositi cauzionali in contanti, oltre che in titoli. Il ministero ha accolto la prima proposta, mentre per la seconda ha confermato come dette cauzioni debbano, comunque, essere sempre prestate in titoli di stato, lasciando, peraltro, un termine di 6 mesi, dopo la conclusione della pace, per la regolarizzazione delle malleverie, prestate in contanti, come temporaneamente praticato nel settentrione, sotto l’occupazione tedesca.     Fidi eccedenti i limiti di legge. – La rigida osservanza della norma che limita ad un quinto del patrimonio il fido concedibile ad uno stesso nominativo, mentre non può creare alcuna difficoltà ai grandi istituti, dotati di un cospicuo patrimonio, è tale invece da mettere in imbarazzo le medie e soprattutto le piccole aziende, in quanto l’accresciuto volume unitario delle operazioni di affidamento, per effetto della svalutazione della moneta, fa sì che i limiti vengano superati assai spesso; pertanto, queste ultime aziende debbono, di volta in volta, chiedere l’autorizzazione di deroga al nostro istituto.     Per rendere più sollecito il disbrigo delle relative pratiche, è stata conferita alle filiali della Banca d’Italia la facoltà di consentire direttamente deroghe di fido per importi che eccedano il limite del quinto ma non superino i due quindi del patrimonio delle aziende richiedenti. Tale agevolezza si è già dimostrata, in pratica, molto opportuna, in quanto consente maggiore speditezza nella evasione di buon numero di pratiche. D’altra parte, non sempre prudente, per ora, l’elevazione del rapporto del quinto attualmente vigente, in quanto la presente, eccezionale ed instabile congiuntura maggiormente si appalesa la necessità di mantenere ferme le norme cautelative fondamentali.     Rischi bancari e avocazione dei profitti di regime. – L’applicazione dell’art. 29, n. 2, del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, e del decreto legislativo luogotenenziale 31 maggio 1945, n. 364, relativi all’avocazione dei profitti di regime, ha dato luogo ad una importante questione nei confronti dei crediti vantati dalle banche verso ditte colpite o colpibili dal provvedimento.     La severità delle presunzioni stabilite dal primo dei citati decreti, per quanto temperata dalle norme complementari del secondo, ha causato uno stato di preoccupante incertezza per le banche; pertanto, il nostro istituto, d’accordo con l’Associazione bancaria italiana e con l’appoggio del ministero del tesoro, ha formulato ai dicasteri competenti alcune proposte di emendamento. E precisamente:

    • consentire alle aziende di credito di provare – in deroga all’art. 2704 cod. civ. – con ogni mezzo e in modo certo la data dei loro crediti, onde essere preferite allo stato nella soddisfazione delle loro ragioni, in applicazione dell’art. 40 del decreto legislativo luogotenenziale 31 maggio 1945;
    • aggiungere al citato art. 40 un capoverso così concepito: «Al credito dello Stato sono altresì preferiti i crediti degli istituti e delle aziende di credito, derivanti da operazioni anteriori o posteriori al 25 luglio 1943; sempre che tali crediti risultino da libri bollati e vidimati nelle forme di legge, regolarmente tenuti, salvo il diritto dell’amministrazione finanziaria di chiedere la dichiarazione di inefficacia nelle forme e nei casi previsti dall’art. 45». Una disposizione del genere sarebbe giustificata dalla considerazione che gli istituti esercenti il credito debbono essere ritenuti meritevoli di un più favorevole trattamento, sia per la funzione di pubblico interesse che disimpegnano, sia per la severa disciplina loro imposta dalla legge bancaria;
    • emanare precise norme regolanti le forme e gli effetti dell’intervento dei terzi nei giudizi di avocazione, colmando così un’evidente lacuna della legge;
    • precisare e tutelare la condizione dei creditori – e in particolare delle aziende di credito – di fronte ad una sentenza che ordini la confisca prevista dalle vigenti disposizioni.

    Blocco di attività presso aziende di credito. – È noto che il governo militare alleato emanò provvedimenti, diversi da provincia a provincia, di blocco delle attività in essere presso banche al nome di varie categorie di persone. Verso la fine del 1944, le autorità italiane, succedute in buona parte del territorio a quelle alleate, si preoccuparono di coordinare questa materia, non solo per attuare la desiderabile uniformità di trattamento nell’intero territorio liberato, ma anche per ottenere che al momento del passaggio delle provincie dal governo militare alleato a quello italiano non vi fossero scosse. La unificazione fu attuata dal ministero del tesoro, in collegamento con la Commissione finanziaria alleata.     Sarebbe inesatto affermare che le disposizioni sui blocchi non abbiano creato intralci alla attività delle aziende di credito. Comunque, anche in questo campo la collaborazione delle aziende stesse e il tatto e la prudenza dei loro dirigenti, evitarono inconvenienti degni di rilievo.     Riforme statutarie. – In occasione dei molteplici aumenti di capitale, le aziende di credito hanno apportato talvolta radicali riforme ai rispettivi statuti. Poiché la legge prescrive che siffatte riforme debbano ricevere direttamente o indirettamente la sanzione governativa, si è proceduto ad un approfondito e minuzioso esame delle nuove norme e, caso per caso, si sono formulate opportune proposte al ministero del tesoro.     Una menzione particolare merita la rielaborazione dello statuto tipo per le casse rurali ed artigiane, diretta ad adeguarlo alle disposizioni del nuovo codice civile e del testo unico delle leggi che lo riguardano.     Quasi nel contempo, si è avuto occasione di precisare i criteri di massima che debbono informare l’esame delle richieste afferenti la trasformazione delle casse da società in nome collettivo in società a responsabilità limitata. La trasformazione, che può conferire alle casse una fisionomia di maggiore correntezza e flessibilità, deve però, in via pregiudiziale, essere consentita soltanto agli organismi sani, i quali soddisfino inoltre a speciali condizioni volte a consolidare la copertura, già assicurata, delle ragioni creditorie dei terzi, escludendosi, in ogni caso, che alla trasformazione possano essere ammesse quelle casse il cui andamento sia per qualsiasi motivo poco soddisfacente.     Ammassi di prodotti agricoli. – Nel corso del 1945 è stato disposto il conferimento agli ammassi dei seguenti prodotti: grano, orzo, granturco, segale, risone, olio, canapa, bozzoli, lana, fave, fagioli, ceci, piselli, lenticchie ed avena. (Nei riguardi di quest’ultima è stato successivamente stabilito l’esonero dall’obbligo del vincolo e del conferimento).     Per tutti i prodotti, fuorché l’olio, è stata confermata la ripartizione dei finanziamenti fissata per la campagna 1943-1944.     Per l’Italia centro meridionale ed insulare lo stato ha iniziato il pagamento dei residui sui finanziamenti degli ammassi, che avevano formato oggetto di apposita rilevazione. Una rilevazione analoga è stata predisposta per le provincie del nord.     Connessa a quella dei residui, era la questione dei finanziamenti concessi o da rinnovarsi a fronte di prodotti andati distrutti od asportati nel corso degli eventi bellici; questione che aveva ingenerato perplessità negli istituti finanziatori. In proposito, a seguito dell’opera spiegata dal nostro istituto, si è ottenuto che il ministero dell’agricoltura e foreste e quello del tesoro confermassero esplicitamente la sussistenza della garanzia statale per il buon fine delle sovvenzioni regolarmente e legittimamente accordate e dei loro rinnovi, indipendentemente dalla effettiva esistenza in magazzino della merce conferita.     Sempre nel corso del 1945, si è provveduto alla regolamentazione dei finanziamenti delle spese di trasporto del grano e delle farine, da effettuarsi a cura della Federazione italiana dei consorzi agrari, ai sensi dei decreti ministeriali 14 novembre 1944 e 15 febbraio 1945, e in relazione anche al decreto legislativo luogotenenziale 22 febbraio 1945, n. 38, fissante il nuovo prezzo del pane.     Apertura di sportelli bancari ed espansione creditizia. – Nel decorso esercizio, si è ripresentato, tra i problemi più importanti, quello dell’espansione delle aziende di credito. Il numero degli sportelli bancari non è sensibilmente aumentato durante l’anno: infatti, a fronte di 6.848 sportelli i quali rendevano bancabili 3.680 piazze al 31 dicembre 1944, erano operanti, alla fine del 1945, 6.889 sportelli su 3.715 piazze. Le richieste di apertura di nuove filiali avanzate durante l’anno sono state però assai numerose (e nei primi mesi del 1946 si sono ancora intensificate) e molte sono state le concessioni accordate, benché non utilizzate entro l’anno. Nel corso del 1946, gli sportelli aumenteranno dunque sensibilmente di numero per effetto di siffatte autorizzazioni e delle altre che saranno presumibilmente consentite. Nel 1945, intanto, 80 aziende di credito (tra cui 33 casse di risparmio e 2 casse rurali) hanno, chiesto di poter aprire 603 sportelli; la Banca d’Italia ha espresso al ministero del tesoro parere favorevole per 162 pratiche, negativo per 319, mentre le restanti si trovavano a fine d’anno in corso di istruttoria. Entro l’anno, il ministero accolse 119 domande, ne respinse 192, mentre a fine anno doveva ancora pronunciarsi per le rimanenti 170.     Il sensibile numero di domande merita commento. Dopo la revisione del piano degli sportelli bancari, stabilita nel 1938, venne disposta una rigida sospensiva in materia di apertura di nuove dipendenze. Dopo di allora si è venuta manifestando l’esigenza dei servizi bancari nelle piccole piazze rurali, divenute centro di cospicue transazioni commerciali, sia per l’aumentata importanza relativa della produzione agricola, sia perché la ricerca di viveri da parte delle popolazioni urbane e gli sfollamenti hanno operato nel senso di aumentare il giro di denaro nei piccoli centri rurali. Il problema di dotare questi centri di un’attrezzatura bancaria è stato reso acuto, in parecchi casi, dalle difficoltà di collegamento con gli altri centri e, in qualche zona, dalla insicurezza delle comunicazioni. Siffatte considerazioni inducono ad esaminare con occhio benevolo le numerose richieste di sportelli aventi per oggetto appunto piazze sinora non bancabili. Per le piazze già bancabili, giova tener conto del fatto che il pubblico richiede oggi di essere servito non solo nel centro cittadino degli affari, ma in tutti i rioni, anche suburbani. Poiché le banche sono fatte per servire il pubblico e non viceversa, sarà a poco a poco necessario tener conto di queste esigenze, osservabili del resto in tutti i paesi a mano a mano che l’organizzazione bancaria si perfezioni.     Nel tema dell’allargamento dell’attività bancaria, rientra la tendenza che si va sviluppando, da parte di società, enti e organizzazioni varie, a richiedere alle banche il disimpegno di servizi di cassa presso la propria sede ed anche in ore le più disparate. Se si può osservare che codeste maniere di servizi non rientrano nella normale attività bancaria, la quale invece di svolgersi in sedi appropriate e con l’applicazione di criteri unitari di amministrazione, viene a frazionarsi in servizi fissi o volanti, il domicilio dei maggiori clienti, e se per questo motivo l’evoluzione ora accennata deve essere seguita attentamente, sarà opportuno renderci conto che le restrizioni di orario imposte da circostanze transitorie e dalle regole comuni dei contratti collettivi di lavoro sono spesso incompatibili con le esigenze del pubblico a servire il quale deve esclusivamente intendere il sistema bancario; cosicché l’istituto dei servizi volanti in piazze, località ed ore non dotate di adeguati servizi bancari meriterà probabilmente di formare oggetto di attenta considerazione e di ponderato studio. Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati e per chiudere il proprio bilancio con un saldo utili; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel modo migliore il pubblico.     Rilevazioni statistiche. – La precarietà dei mezzi di comunicazione – che si sono resi sufficientemente regolari soltanto nella seconda metà dell’esercizio – ha ostacolato sensibilmente, in questi ultimi tempi, la trasmissione dei dati statistici da parte delle aziende di credito, le più importanti delle quali hanno incontrato, a loro volta, analoghe difficoltà nel procurarsi gli elementi necessari presso le rispettive filiali. La divisione del territorio segnata dalla linea del fronte, ha inoltre impedito, a tutto il primo semestre 1945, la raccolta di dati a base nazionale.     Ora che queste difficoltà sono eliminate od attenuate, non sembra fuor di luogo fare appello allo spirito di cooperazione delle aziende di credito perché producano con regolarità e tempestività i dati che le concernono.     Al 31 dicembre 1945, le aziende di credito iscritte all’albo ministeriale sommavano a 1911,[4] di cui 1434 in attività di esercizio e 477 in liquidazione. Confrontando tali cifre con quelle di un anno prima (aziende in attività 1463, in liquidazione 505, con un totale di 1968) si nota che le cancellazioni dall’albo durante il periodo esaminato sono ascese a 57.     La vigilanza su tutto questo complesso di aziende si è svolta con i metodi tradizionali di obiettività e approfondendo ogni questione, generale o particolare, con la consueta coscienziosità. Anche in questo anno, tuttavia, non è stato possibile – a causa delle condizioni generali – effettuare visite ispettive nella misura desiderata, benché i 50 sopraluoghi cui si è dato corso – che portano a 4793 il totale delle visite eseguite dal 1926 – rappresentino già un notevole progresso rispetto all’anno precedente (21). La Banca d’Italia ha in programma di intensificare questo efficacissimo strumento di controllo che dà modo di prendere effettivamente contatto con la situazione delle aziende ispezionate; giacché, secondo quanto è nelle nostre consuetudini, le indagini, lungi dal limitarsi al semplice accertamento dell’osservanza delle formalità prescritte, devono scendere nel vivo delle consistenze, attive e passive, e mirare a mettere effettivamente a fuoco la realtà delle cose.     Nel disimpegno del delicato compito affidatole dalla legge, la Banca d’Italia, oltre ad essere a quotidiano contatto con il ministero del tesoro, che ha costantemente mostrato di approvare e condividere le finalità e i metodi del nostro istituto, si è mantenuta in cordialissimi rapporti di collaborazione con gli altri organi governativi, con le autorità alleate e con le associazioni di categoria delle aziende di credito. Parimenti cordiali e correnti sono le relazioni con queste ultime, sia al centro che alla periferia, in ciò favorite dalla consuetudine, già prima abbastanza diffusa ed ora ufficialmente regolata, di convocare mensilmente presso la Banca d’Italia tutti i dirigenti le aziende di credito della zona per procedere ad amichevoli scambi di idee sugli argomenti di maggiore, comune interesse; consuetudine che ha portato larga messe di utili risultati.

    Controllo valutario e rapporti con l’estero

    A causa della scarsa attività valutaria, specie nel primo semestre del 1945, il compito dell’Ufficio controllo operazioni valutarie si è limitato all’estensione alle regioni via via liberate delle istruzioni impartite dall’Istituto nazionale per i cambi con l’estero (ora in liquidazione) in materia di liquidazione di mandati di clearing e emissione di duplicati di mandati smarriti.     Ai fini del controllo valutario, è da rammentare l’istituzione, a mezzo degli uffici militari di censura, di un controllo della corrispondenza da e per l’estero. Copiosa mole di lavoro ne risulta per il nostro ufficio, al quale è stata demandata l’esecuzione delle pratiche, numerosissime e complesse, relative alla liquidazione, confisca ecc. dei valori rinvenuti nella corrispondenza censurata.     L’attività dell’ufficio rapporti con l’estero nel 1945 ha avuto per oggetto, oltre che il mantenimento coi corrispondenti esteri della Banca dei numerosi e continui rapporti inerenti al servizio rimesse emigrati, anche, e sopratutto, le operazioni in cambi, di cui, entro determinati limiti, è stato consentito il ripristino. Le operazioni sono consistite prevalentemente nello acquisto a fermo di banconote stilate in valute pregiate (dollari, sterline, franchi svizzeri, escudos portoghesi e corone svedesi) e nell’accettazione, per il realizzo al meglio, per conto e secondo le istruzioni dell’Ufficio italiano dei cambi, di biglietti stilati in determinate valute (tra cui i franchi francesi e belgi di nuova emissione).     L’ufficio ha inoltre curato direttamente l’esecuzione delle rimesse dall’estero non rientranti nella categoria delle «rimesse emigrati». Tali operazioni, in numero complessivo di 78, hanno dato, a tutto il 1945, un apporto di 81 mila dollari e 179 mila sterline.     Le operazioni in cambi sono state effettuate sulla base dei tassi ufficiali di cambio fissati nel corso dell’anno.     A valere sulle disponibilità createsi nei conti post liberation in dollari e sterline in dipendenza del servizio rimesse emigrati (conti che, a partire dal dicembre 1945, sono stati dalle competenti autorità americane e britanniche resi utilizzabili senza bisogno di speciale autorizzazione) l’ufficio ha provveduto, nel corso del 1945, a disporre, d’ordine e per conto del R. tesoro, pagamenti per 9,7 milioni di dollari e 136 mila sterline. L’importo in dollari rappresenta per 4,6 milioni ordini di pagamento a favore dei rappresentanti diplomatici italiani all’estero e per la rimanenza aperture di credito, per acquisti di merci, a favore della missione italiana a Washington. L’importo in sterline rappresenta invece quasi interamente ordini a favore di diplomatici, in quanto per gli acquisti di merci in Inghilterra, da parte della delegazione italiana colà inviata, sono stati utilizzati i fondi esistenti nel conto «esportazioni» in sterline di pertinenza del R. tesoro, in essere presso la Banca d’Inghilterra a nome del nostro istituto, per un ammontare complessivo, a tutto il 1945, di circa 793 mila sterline.     In dipendenza del servizio di pagamento delle esportazioni, effettuato dalla Banca per conto del R. tesoro, l’ufficio ha disposto, a favore di ditte esportatrici italiane, a tutto il 31 dicembre 1945, pagamenti per oltre 1.438 milioni di lire, in esecuzione di 125 contratti di esportazione di merci varie destinate principalmente in Inghilterra e negli Stati Uniti, nonché a Malta e nei Balcani.     In relazione ai provvedimenti di cambio delle banconote e di registrazione o stampigliatura dei titoli, attuati all’estero, sono state impartite alle filiali le opportune disposizioni per il cambio di franchi belgi, corone danesi, fiorini olandesi e corone cecoslovacche e sono state svolte le pratiche relative alla raccolta delle denuncie e all’accentramento delle banconote.     Infine, l’ufficio ha trattato col ministero del tesoro le pratiche relative alle domande avanzate da singoli cittadini delle nazioni unite, per ottenere lo sblocco dei propri averi in base al decreto legislativo luogotenenziale 1 febbraio 1945, n. 36, il quale non ha avuto ancora applicazione generale, non essendo state emanate finora le norme applicative.     Il servizio delle rimesse emigrati, iniziatosi per il tramite della Banca d’Italia nel dicembre 1944, ha avuto durante il 1945 considerevole incremento. A tutto il dicembre, sono infatti pervenuti direttamente all’ufficio rimesse emigrati del nostro istituto: dagli Stati Uniti, 76.102 mandati di pagamento per 4.600 mila dollari; dalla Gran Bretagna, 50.688 mandati per 894 mila sterline.[5]     All’apporto di valuta relativo alle rimesse direttamente appoggiate alla Banca d’Italia occorre aggiungere anche l’ammontare dei bonifici inviati dalle banche americane ed inglesi ai due banchi meridionali ed agli altri istituti di credito italiani.     In base ad un accordo con la Commissione alleata, dal 1° marzo dello scorso anno, la Banca d’Italia si è sostituita all’Allied Financial Agency nei rapporti che questa intratteneva precedentemente col Banco di Napoli e col Banco di Sicilia, in dipendenza del servizio delle rimesse emigrati.     In attuazione dell’accordo, nel mese di marzo 1945 sono stati trasferiti nel conto nostro (post-liberation) della Banca d’Italia, contro esborso del controvalore in lire all’Allied Financial Agency: dal Banco di Napoli, 12.078 mila dollari; dal Banco di Sicilia, 4.902 mila dollari e 186 mila sterline. Le somme in valuta estera successivamente pervenute ai detti istituti sono state accreditate, di volta in volta, alla Banca d’Italia, previo esborso del controvalore in lire.     Nell’ultimo trimestre del 1945 il servizio delle rimesse ha subito un ulteriore sviluppo, in seguito alla determinazione presa dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito di consentire alle banche americane ed inglesi di corrispondere direttamente con le amministrazioni centrali di tutte le banche operanti in Italia. Di conseguenza, si è reso possibile ad ogni banca italiana di attendere a questo servizio per proprio conto e sotto la propria responsabilità. La valuta estera sino al 10 dicembre 1945 è affluita ai conti post-liberation aperti alla Banca d’Italia per conto del tesoro. Successivamente la valuta è stata accreditata in conti liberamente utilizzabili, gestiti per conto dell’Ufficio italiano dei cambi, dalle banche abilitate al commercio dei cambi.     Gli introiti effettivi in valuta accreditati al nostro istituto sono stati, a tutto il 1945, di 52.527 mila dollari e 1.221 mila sterline. A fronte di essi, si sono avuti utilizzi complessivi per 9.671 mila dollari e 136 mila sterline. Nei primi mesi del 1946 notasi una flessione accentuata delle rimesse, particolarmente di quelle in dollari, flessione a cui non è improbabile abbia fatto riscontro un incremento nelle rimesse spicciole illegali in biglietti nord americani racchiusi nella corrispondenza ordinaria. La diminuzione delle rimesse dagli Stati Uniti sembra dovuta alla impressione diffusa tra gli emigranti che il controvalore in lire pagato al cambio 100 per i dollari rimessi avesse una potenza d’acquisto inferiore a quella del dollaro negli Stati Uniti. La quota di adeguamento del 125 per cento, che porta il cambio di fatto del dollaro a 225 lire, è da supporre possa dar luogo ad una ripresa.

    Ordini di pagamento inviati da banche americane e inglesi alla Banca d’Italia e ad altri istituti di credito italiani

    (migliaia)

    BANCA D’ITALIA

    ALTRI ISTITUTI DI CREDITO

    TOTALE

    dollari

    sterline

    dollari

    sterline

    dollari

    sterline

      1944 – Dicembre

    48,6

    48,6

    1945 – Gennaio

    379,3

    379,3

    » – Febbraio

    428,3

    32,6

    186,3 (1)

    428,3

    32,6

    » – Marzo

    260,1

    40,0

    (2)

    19.554,0

    226,3

    » – Aprile

    328,3

    35,2

    3.450,5

    3.778,8

    35,2

    » – Maggio

    505,4

    105,6

    2.576,4

    3.081,8

    105,6

    » – Giugno

    403,1

    54,5

    3.786,1

    4.189,2

    54,5

    » – Luglio

    281,1

    74,1

    2.122,0

    2.403,1

    74,1

    » – Agosto

    420,1

    55,2

    2.407,4

    2.827,5

    55,2

    » – Settembre

    500,9

    97,6

    3.412,7

    3.913,6

    97,6

    » – Ottobre

    581,5

    197,1

    3.036,0

    10,4

    3.617,5

    207,5

    » – Novembre

    333,0

    167,8

    4.183,9

    57,8

    4.516,9

    225,6

    » – Dicembre

    130,3

    4.600,0

    34,3

    894,0

    3.657,9

    47.926,8

    72,5

    327,0

    3.788,2

    52.526,8

    106,8

    1.221,0

    1946 – Gennaio

    72,6

    38,7

    » – Febbraio

    51,3

    4,723,9

    1,0

    933,7

      (1) Saldo delle rimesse precedenti trasferito alla Banca d’Italia. (2) Rimesse del mese.

    L’attività dell’ufficio portafoglio estero per quanto si riferisce alla negoziazione di effetti e di assegni stilati in valuta estera, dopo la forzata sosta dovuta alle circostanze belliche, ha segnato nel 1945 un inizio di ripresa, particolarmente negli ultimi mesi dell’anno, cioè dopo l’abrogazione delle norme restrittive emanate dal governo militare alleato ed il ripristino delle comunicazioni con le filiali dell’Italia settentrionale.     Per quel che riguarda gli assegni emessi su piazze degli Stati Uniti d’America, furono acquistati dalla Banca 15.585 titoli per un importo di 1.124 mila dollari, costituiti, nella maggioranza dei casi, da cessioni operate dai membri delle forze armate degli Stati Uniti e dal personale della Croce rossa americana, nonché da travellers’ checks importati da connazionali reduci dalla prigionia di guerra in America, e furono presi per l’incasso 146 assegni per 10 mila dollari circa.     Date le limitazioni imposte dal governo inglese alla negoziazione degli assegni, esiguo è stato il numero di quelli emessi su piazze inglesi acquistati o presi per l’incasso.     Con la cessazione dello stato di guerra, si è verificato un aumento nelle operazioni a carattere speciale, quali il pagamento di assegni emessi dal Dipartimento del Tesoro americano sulla nostra Banca per la corresponsione a connazionali assegnatari di pensioni pagate dall’Amministrazione dei Veterani in America (595 assegni per circa 234 mila dollari) e la registrazione, con conseguente inoltro all’Ufficio italiano dei cambi, di oltre 67 mila denunce di possesso di banconote in valuta estera, eseguite presso gli stabilimenti, ai sensi del decreto ministeriale 14 luglio 1943, prevalentemente da connazionali ex prigionieri di guerra e internati civili rimpatriati.     Inoltre, l’ufficio portafoglio estero, al quale è stata affidata la trattazione delle pratiche già di pertinenza del cessato ufficio titoli e crediti esteri, ha continuato anche nel 1945 ad ordinare è ad avviare all’Ufficio italiano dei cambi tutte le nuove denunce di valori sull’estero (una cinquantina circa) che sono state presentate alle filiali nel corso dell’anno 1945, mentre ha provveduto al disbrigo delle pratiche relative alle denunce presentate negli anni precedenti.

    II

    Bilancio al 31 dicembre 1945

    La riserva, rappresentata da oro in cassa, al 31 dicembre 1945 ammontava a 463,0 milioni, con un aumento di 0,4 milioni rispetto ad un anno prima, dovuto a normali operazioni di acquisto.     L’ammontare della riserva aurea era così costituito:

    Oro in cassa…………………………………………. lire

    15,6

    milioni

    Oro depositato all’estero………………………………………………. »

    18,4

    »

    Oro proveniente da Fortezza………………………………………………. »

    429,0

    »

    lire

    463,0

    milioni

    La partita di oro che era stata depositata a Fortezza in un locale posto sotto la vigilanza della filiale di Bolzano della Banca, nel maggio 1945 veniva riportata a Roma, insieme con altri 147 chilogrammi di pertinenza dell’ex ministero per gli scambi e per le valute, a cura delle forze armate alleate e sotto la direzione dell’Allied Financial Agency, che ne effettuava il deposito nei locali di sicurezza dell’amministrazione centrale.     Fin dal giugno 1945 la Banca provvide a trasmettere alla Commissione alleata esauriente documentazione comprovante il suo buon diritto per ottenere la restituzione dell’oro di sua proprietà esistente a Fortezza e per invocare l’interessamento degli alleati per il ritrovamento e la restituzione anche del quantitativo d’oro che i tedeschi avevano a suo tempo trasportato da Fortezza a Berlino.     L’oro depositato all’estero dovuto dallo stato era invariato nella cifra di 1.772,8 milioni.     La cassa registrava un aumento di 15.751,9 milioni dovuto in massima parte (15.236,7 milioni) alle aumentate giacenze di lire militari alleate, salite da 1.584,0 a 16.820,7 milioni.     Il portafoglio su piazze italiane sommava a 9.745,9 milioni, con un aumento di 5.964,7 milioni rispetto alla consistenza di un anno prima, che era di 3.781,2.     L’analisi delle variazioni intervenute nell’anno deve essere riferita alle cifre della seconda decade di dicembre per la quale si dispone del dettaglio delle operazioni che concorrono a formare la consistenza totale del portafoglio.     Al 20 dicembre 1945 questa consistenza era di 9.707,7 milioni, costituiti per 9.559,6 milioni da operazioni di risconto, per 85,3 milioni da residui di sconti diretti e per 62,8 milioni da sconti di buoni del tesoro ordinari.     A sua volta, la consistenza del risconto era formata per 6.936,3 milioni da effetti riguardanti gli ammassi, per 1.771,1 milioni da risconto a favore del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali e per 852,2 milioni da risconto a favore di altre aziende ed istituti di credito.     Gli sconti diretti erano costituiti per 32,7 milioni da operazioni in liquidazione di sconto a privati, per 3,5 milioni da sconti di note di pegno e per 49,1 milioni da sconti ordinari nelle colonie.     Gli sconti dei buoni del tesoro erano costituiti per 25,5 milioni da sconti a favore di aziende di credito e per 37,3 milioni da sconti a privati.     Rispetto al 1944, l’ammontare del portafoglio ordinario al 20 dicembre segnava un incremento di 5.879,7 milioni, dipendente da aumenti di 1.395,9 milioni nel risconto a favore del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, di 706,6 milioni nel risconto ordinario, di 3.802,0 milioni nel risconto di effetti riguardanti gli ammassi, e da diminuzioni di 3,0 milioni negli sconti diretti e di 21,8 milioni nello sconto di buoni del tesoro.     Complessivamente, gli impieghi in operazioni di sconto hanno segnato un apprezzabile progresso, specie nelle regioni centro meridionali, dove la media mensile degli impieghi è stata di 1.300 milioni, contro i 506 milioni dell’anno precedente, mentre per le filiali del nord essa è stata di 780 milioni, contro 558 milioni nel 1944.     Il persistere dell’abbondanza di disponibilità liquide sul mercato, offrendo al credito minori occasioni di intervento, ha continuato a mantenere limitato il ricorso risconto presso l’istituto di emissione da parte delle banche, le quali come appare dalle cifre citate sopra, hanno preferito cedere la carta afferente gli ammassi anziché quella commerciale vera e propria.     La diminuzione verificatasi negli sconti diretti è derivata dal rientro totale dei finanziamenti relativi al riscatto dell’imposta straordinaria sul capitale azionario e dalla progressiva eliminazione dei rischi verso la clientela privata. Si è per contro avuto un aumento di 3,2 milioni negli sconti di note di pegno.     La contrazione verificatasi nelle operazioni di sconto di buoni del tesoro ordinari deve porsi in relazione ai provvedimenti restrittivi adottati dalla nostra Banca per dare agli impieghi della specie la forma di anticipazioni, che riesce meno accetta da quando il tasso d’interesse sulle anticipazioni supera del mezzo per cento quello dello sconto.     Il tasso ufficiale dello sconto è rimasto invariato nella misura del 4% in vigore dal giorno 11 settembre 1944.     La consistenza degli effetti ricevuti per l’incasso era di 10,1 milioni. Al 31 dicembre 1945 i corrispondenti incaricati del servizio di incasso degli effetti cambiari nelle località in cui la Banca non è stabilita erano 597 e rendevano bancabili 3.245 piazze.     Le anticipazioni ammontavano a 5.443,1 milioni, con un aumento di 1.319,6 milioni rispetto al 31 dicembre 1944.     Di essi, 5.430,9 rappresentano anticipazioni su titoli di stato e su altri titoli ammessi dalle norme statutarie, e 12,2 milioni anticipazioni su sete e bozzoli.     Dei 5.430,9 milioni di anticipazioni su titoli, 5.066,5 milioni erano costituiti da anticipazioni al saggio normale, 142,9 milioni da anticipazioni cambiarie a saggi vari eseguite dalle filiali coloniali, 6,1 milioni da anticipazioni al 5% su titoli del prestito redimibile immobiliare 1936, 215,4 milioni da anticipazioni a saggio ridotto, di cui 0,4 milioni eseguiti al 4% dalle filiali coloniali su titoli di rendita 5 per cento e 215 milioni al 3 e mezzo% a favore dei due banchi meridionali e della Cassa depositi e prestiti.     Mentre l’aumento delle anticipazioni a saggio normale è da collegarsi alla emissione dei buoni del tesoro quinquennali, quello delle anticipazioni su sete e bozzoli è un sintomo della ripresa di questo importante settore che viene confermata da segnalazioni delle filiali situate nelle zone di produzione.     I depositi costituiti a fronte delle anticipazioni su titoli e merci sono passati da 35.498,7 milioni a fine 1944 a 43.201,9 milioni a fine 1945.     I titoli di proprietà della Banca, costituiti esclusivamente da titoli dello stato o da questo garantiti, sommavano a 888,8 milioni, con una differenza in più di 1,6 milioni rispetto alla consistenza dell’esercizio precedente.     I conti correnti attivi per prorogati pagamenti presso le stanze di compensazione ammontavano a 240,7 milioni, con un aumento di 185,3 milioni, attribuibile alla ripresa avutasi nell’attività delle borse valori.     Gli immobili per gli uffici erano inscritti in bilancio per 55,5 milioni, in confronto ai 94,0 milioni dell’esercizio precedente.     Alla variazione hanno concorso per 11,5 milioni pagamenti in conto o a saldo per nuove costruzioni a Napoli, Roma amministrazione centrale, L’Aquila, Taranto e Viterbo e ammortizzazioni per 50 milioni.     Nell’anno 1945 l’attività edilizia dell’istituto si è intensificata per effetto del graduale svolgimento del programma inteso ad assicurare, con il compimento dei lavori di restauro più indispensabili, il ripristino dei fabbricati danneggiati dalla guerra.     Sono stati infatti eseguiti importanti lavori di riparazione e di rifacimento negli immobili delle filiali di Livorno, Palermo, Arezzo, Bolzano, Cagliari, Messina, Pescara, Pistoia, Salerno, Terni, Verona, Viterbo, Cesena e Latina, mentre opere di una certa entità sono state intraprese negli edifici di Brescia, Caltanissetta, Fiume, La Spezia, Udine, Faenza, Lecco, Marsala, Rimini e Sora.     I competenti organi tecnici hanno anche predisposto i progetti di massima per il riordino e la sistemazione di altri immobili per uso uffici, la cui efficienza era stata ridotta sensibilmente in dipendenza delle circostanze belliche.     Dei fabbricati della Banca in Africa, hanno subito gravi danni quelli di Tripoli, mentre non vi sono danni gravi da lamentare in Eritrea e in Etiopia, fuorché a Gondar. Si ignorano le condizioni degli stabili di Bengasi e della Somalia. A Rodi, lo stabile della filiale ha riportato danni lievi, mentre danni piuttosto gravi hanno sofferto i magazzini fiduciari.     In considerazione delle condizioni di disagio in cui sono venuti a trovarsi, a causa della crisi degli alloggi, gli operai ricondotti a Roma da L’Aquila, ove erano stati a suo tempo trasferiti con le famiglie presso le officine, la cassa pensioni della Banca ha proceduto all’acquisto di due stabili in via di ultimazione per dare sistemazione a un primo gruppo di famiglie.     La voce Istituto per la ricostruzione industriale appariva all’attivo nel consueto importo di 4.708,1 milioni.     Il Fondo ammortamento I.R.I., costituito in applicazione del piano, ascendeva, alla fine del 1945, a 478,7 milioni.     Le anticipazioni temporanee al tesoro, fatte a norma dell’art. 2 del decreto ministeriale 31 dicembre 1936, erano invariate ad 1 miliardo; mentre le anticipazioni straordinarie sommavano a 342.697 milioni, con un aumento nell’anno di 140.050 milioni, costituito per 130.050 milioni da anticipazioni fatte al nord in regime di occupazione germanica e per 10 miliardi da anticipazioni al governo legale.     La voce B.T.O. per impiego disponibilità depositi vincolati delle aziende di credito, di cui si disse nella precedente relazione, ascendeva a 68 miliardi, con un aumento di 38 miliardi rispetto all’anno precedente, dovuto a nuovi investimenti in buoni del tesoro ordinari effettuati al nord dagli uffici della Banca, in relazione all’afflusso di disponibilità sui conti correnti vincolati delle aziende di credito.     Le operazioni speciali, riscontate al 0,20% al Consorzio sovvenzioni su valori industriali, ammontavano a 40.752,6 milioni.     Rispetto all’esercizio 1944, la cifra di risconto di tali operazioni è scesa di 958,4 milioni per effetto degli incassi conseguiti, specie sulle operazioni decennali di finanziamento delle commesse statali e su quelle relative a spese straordinarie del ministero dell’interno, le quali sono diminuite rispettivamente da 25.383 a 24.850 milioni e da 13.450 a 13.136 milioni, mentre le altre sono diminuite, complessivamente, di 111,4 milioni.     Le nuove erogazioni per operazioni speciali compiute al nord nei primi mesi dell’anno sono state di scarsa entità; con la liberazione dell’Italia settentrionale, esse sono del tutto cessate.     Già nella relazione per il 1943 era stato espresso l’avviso che le operazioni speciali fossero estranee agli scopi propri del Consorzio. Fu necessario, originariamente, impostare i rapporti fra le aziende debitrici, il Consorzio ed il tesoro sulla base di obbligazioni cambiarie assistite da cessioni di crediti verso le amministrazioni statali, allo scopo di non pregiudicare in nessun caso il previsto smobilizzo delle operazioni speciali. E questa impostazione deve essere mantenuta sino alla chiusura definitiva delle operazioni medesime. Ma ciò non toglie che l’effetto delle operazioni speciali sia stato quello stesso che avrebbero avuto le anticipazioni al tesoro, ossia un aumento della circolazione.     Si ha fiducia che, entro breve termine, potranno aversi considerevoli rientri attraverso l’incasso dei crediti scaduti verso amministrazioni statali ceduti al Consorzio, e la ripresa di regolari pagamenti secondo i piani di rimborso stabiliti allorquando ebbero inizio le operazioni.     Inoltre, per accelerare il ritmo di esaurimento dei risconti relativi al gruppo più importante di finanziamenti, quelli riguardanti le commesse dei tre dicasteri militari, il Consorzio potrebbe, ove si verificassero condizioni di mercato favorevoli, fare luogo all’emissione di propri buoni fruttiferi ed obbligazioni, utilizzando, per coprire l’eventuale scarto in meno del prezzo di collocamento dei titoli rispetto al valore nominale, gli speciali accantonamenti costituiti dalle quote interessi delle annualità di rimborso (al netto delle spese) e dai frutti dei titoli nei quali tali accantonamenti sono investiti.     Secondo in importanza è il gruppo dei finanziamenti relativi ad opere di bonifica, ad opere pubbliche straordinarie ed a spese straordinarie del ministero dell’interno. Essi sono stati eseguiti mediante la provvisoria assunzione, da parte del Consorzio, di certificati di credito trentennali 5% emessi dallo stato, che si è impegnato a collocarli entro il termine di cinque anni dalla data dell’assunzione. Sono avviate le pratiche necessarie per riprendere tale collocamento, che ha avuto corso fino al maggio 1943 per la quota afferente l’esercizio finanziario 1942-1943.     Anche per questi finanziamenti, il Consorzio ha costituito, con le quote interessi delle annualità di ammortamento, accantonamenti destinati al pagamento dello scarto che si dovesse subire nel collocamento dei certificati.     Nel loro complesso, gli accantonamenti costituiti per i due gruppi principali di operazioni speciali e per quelle minori sommavano al 31 dicembre 1945 a 3.431 milioni. Questa somma andrà via via accrescendosi degli interessi sui titoli nei quali essa è investita, degli interessi che vengono a maturarsi per effetto delle rinnovazioni delle operazioni in essere e di quelli che maturano semestralmente sui certificati di credito assunti dal Consorzio.     Un notevole aumento, da 308,7 a 1.943,5 milioni, ha segnato la consistenza del risconto delle operazioni ordinarie.     La politica di raccoglimento attuata dal Consorzio durante l’esercizio 1944 aveva ridotto al limitato importo di 654,2 milioni di lire il totale delle operazioni ordinarie, evitando all’istituto di trovarsi, nel periodo di più acute difficoltà per l’industria che ha fatto immediatamente seguito alla cessazione delle ostilità, con un cospicuo portafoglio di incerto o tardo realizzo. Ora, il Consorzio riprende a fornire il suo contributo, suscettibile di graduale ampliamento, per la ripresa economica del paese e al 31 dicembre 1945 il portafoglio ordinario era già risalito a 2.256,0 milioni. Nel corso dell’esercizio chiusosi a tale data sono state approvate 246 operazioni di prestito per 3.223,2 milioni di lire, dei quali il 51% a favore di ditte dell’Italia settentrionale, il 27 per cento a favore di ditte dell’Italia centrale e il 22% a favore di ditte dell’Italia meridionale e insulare.     La distribuzione per rami di industria delle 246 operazioni è la seguente:

    Industrie alimentari e conserviere…………………………………….

    n.

    44

    Industrie enologiche ed olearie……………………………………….

    »

    37

    Edilizia e materiali da costruzione…………………………

    »

    28

    Industrie agricole……………………………………………………..

    »

    26

    Molini e pastifici……………………………………………………….

    »

    22

    Metallurgia e meccanica…………………………………………..

    »

    18

    Industria del legno……………………………………………………

    »

    16

    Industrie tessuti……………………………………………………….

    »

    10

    Industrie elettriche……………………………………………………

    »

    8

    Industrie chimiche……………………………………………………

    »

    6

    Zuccherifici……………………………………………………………..

    »

    5

    Industrie varie………………………………………………………….

    »

    26

    Totale………..

    »

    246

    Si tratta di operazioni fornite di validi requisiti che ne assicurano il regolare andamento. Qualche lieve prolungamento viene consentito per non creare, nell’attuale momento, imbarazzi ad aziende maggiormente provate dalle conseguenze della guerra.     A questo riguardo giova far notare che le imprese, le quali richieggono sovvenzioni a medio termine allo scopo di agevolare la ripresa dei loro affari, insistono troppo e troppo spesso sulla loro ottima situazione patrimoniale: valori effettivi degli impianti e delle scorte di gran lunga superiori ai valori d’inventario, per lo più per la mutata potenza di acquisto della moneta. Se noi spogliamo questa verità dell’errore che non di rado vi è contenuto, si scorge subito che essa si riduce a ben poca cosa. Che cosa vale dire che la consistenza patrimoniale è di 100 invece di 10 milioni, quando i 100 si scambiano con una quantità forse minore di altri beni; quando le quote di riparazione e di svalutazione devono essere calcolate, a pena di vedere andare in fumo il patrimonio netto, su 100 e non su 10; quando le spese generali, le imposte, gli stipendi e i salari sono cresciuti in proporzione superiore a quella di 1 a 10? Quel che deve essere tenuto sopratutto in considerazione è il conto economico, dei profitti e perdite. Il Consorzio e, io sono persuaso, tutti gli istituti di credito, insistono nell’avere occhio sopratutto a questo; anche se nel periodo della ricostruzione, più che alla cifra dei saldi netti già in essere, si debba aver riguardo al progressivo rovesciamento del rapporto tra entrate e spese, che se oggi è ancora non di rado nella fase negativa, deve dar segni, da parte di chi chiede credito, di voltarsi sempre meglio alla fase positiva.     L’importo complessivo degli impieghi del Consorzio in essere al 31 dicembre 1945, comprese le operazioni non riscontate, era a fine anno di 45.039,1 milioni, contro 44.462,3 milioni un anno prima.

    Operazioni riscontate

    a saggio normale

    a saggio ridotto

     

     

    Operazioni non riscontate

     

    Totale fine1945

     

    Totale fine1944

    Ordinarie…….

    1.943,5

    312,5

    2.256,0

    654,2

    Speciali………

    19,8

    1.963,3

    40.752,6

    40.752,6

    2.010,7

    2.323,2

    42.783,1

    45.039,1

    43.808,1

    44.462,3

    Quanto alla circolazione, è ora possibile dare uno sguardo d’insieme alle variazioni intervenute non solo nell’anno 1945 oggetto della presente relazione, ma in tutto il periodo dal 31 agosto 1943, che nelle nostre situazioni è la data più vicina a quella dell’armistizio, al 31 dicembre 1945.     L’intiero periodo si può opportunamente dividere in due sottoperiodi; il primo dei quali va dall’armistizio (per noi 31 agosto 1943) alla liberazione dell’intero territorio italiano (30 aprile 1945) ed il secondo da questo giorno alla fine dell’anno 1945.

    I. – Analisi delle variazioni della circolazione

    (milioni di lire)

     

     

     

    DATE

    VARIAZIONI TRA LE DATE INDICATE, NELLA CIRCOLAZIONE DEI BIGLIETTI DELLA BANCA D’ITALIA

     

    NEI TERRITORI SOTTO OCCUPAZIONE GERMANICA

     

    NEI TERRITORI LIBERATI

    Fabbricazione

    Abbruciamento

    Aumento o diminuzione (-) delle casse

    Aumento della circolazione

    Fabbricazione

    Abbruciamento

    Aumento o diminuzione (-) delle casse

    Aumento della circolazione

    1

    2

    3

    4

    5=2-(3+4)

    6

    7

    8

    9=6-(7+8)

    31 Agosto 1943

    21.593

    – 20.643

    42.236

    – 781

    781

    31 Dicembre ’43

    29.040

    399

    28.641

    1.856

    – 1.856

    31 Maggio ’44

    57.885

    – 1.749

    59.634

    5.256

    3

    – 340

    5.593

    31 Dicembre ’44

    29.307

    943

    28.364

    10.393

    250

    3.220

    6.923

    30 Aprile ’45
    31 Dicembre ’45
    VARIAZIONI COMPLESSIVE:
    – dal 31 agosto 1943 al 30 aprile 1945

    137.825

    – 21.050

    158.875

    15.649

    253

    3.955

    11.441

    – dal 30 aprile 1945 al 31 dicembre 1945

    12.090

    – dal 31 agosto 1943 al 31 dicembre 1945

    158.875

    23.531

    Segue…

     

    IN TOTALE

    Circolazione di biglietti della Banca d’Italia

     

    CIRCOLAZIONE DI AM-LIRE

    Circolazione netta totale di biglietti della Banca d’Italia e am-lire

    Fabbricazione

    Abbruciamento

    Aumento o diminuzione (-) delle casse

    Aumento

    della

    circolazione

    Lorda

    Di cui nelle casse della Banca d’Italia

    Netta

    10

    11

    12

    13=10-(11+12)

    14

    15

    16

    17=15-16|

    18=14+17

    113.615

    2.109

    44

    2.065

    115.680

    21.593

    -21.424

    43.017

    156.632

    19.937

    2.082

    17.855

    174.487

    29.040

    2.255

    26.785

    183.417

    35.556

    2.929

    32.627

    216.044

    63.141

    3

    – 2.089

    65.227

    248.644

    65.425

    1.584

    63.841

    312.485

    39.700

    250

    4.163

    35.287

    283.931

    79.996

    3.266

    76.730

    360.661

    296.021

    102.849

    16.821

    86.028

    382.049

    153.474

    253

    –  17.095

    170.316

    12.090

    182.406

    77.887

    3.222

    74.665

    244.981

    22.853

    13.555

    9.298

    21.388

    100.740

    16.777

    83.963

    266.369

    II. – Attribuzione delle variazioni

    (valori assoluti in milioni di lire)

    VARIAZIONE NELLA CIRCOLAZIONE DEI BIGLIETTI DELLA BANCA D’ITALIA

    Variazione nella consistenza delle am-lire emesse

    23 (cfr. col. 15)

    Aumento complessivo della circolazione dei biglietti della Banca d’Italia e am-lire

    24 (cfr. col. 18)

    COMPOSIZIONE DELL’AUMENTO IN PERCENTUALE DEL TOTALE

    Nei territori sotto occupazione germanica

    19 (cfr. col. 5)

    NEI TERRITORI LIBERATI

    BIGLIETTI DELLA BANCA D’ITALIA

    am-lire

    27=23:24

    Totale

    20 (cfr. col. 9)

    am-lire nelle casse della Banca d’Italia

    21 (cfr. col. 16)

    al netto dell’aumento delle am-lire nelle casse della B. d’Italia

    22=20 – 21

    Territori sotto occupazione germanica

    25=19:24

    Territori liberati

    26=22:24

    Dall’agosto 1943 all’aprile 1945

    +158.875

    + 11.441

    + 3.222

    + 8.219

    + 77.887

    +244.981

    64,9

    3,3

    31,8

    Dall’aprile 1945 al dicemb. 1945

    + 12.090

    + 13.555

    – 1.465

    + 22.853

    + 21.388

    – 6,8

    106,8

    Dall’agosto 1943 al dicemb.

    1945

    +158.875

    + 23.531

    + 16.777

    + 6.754

    +100.740

    +266.369

    59,7

    2,5

    37,8

    Nel primo periodo la circolazione dei biglietti della Banca d’Italia aumentò da 113.615 a 283.931 milioni; ma siccome aumentarono contemporaneamente le am-lire nelle casse della Banca da 44 a 3.266 milioni, si può dire che la circolazione da attribuirsi effettivamente alla Banca d’Italia crebbe da 113.571 a 280.665 milioni di lire. Aumentarono nel frattempo le am-lire emesse dall’A.F.A. da 2.109 a 79.996 milioni; cosicché la circolazione complessiva aumentava da 115.680 a 360.661 milioni. Fu il momento della grande inflazione, la quale ingrossò più del triplo la massa preesistente dei biglietti. Nel secondo periodo, dalla liberazione (fine aprile) alla fine del dicembre 1945, le variazioni sono assai più moderate. La circolazione dei biglietti – della Banca d’Italia, al netto delle am-lire da essa detenute in cassa, diminuisce da 280.665 a 279.200 milioni di lire, ma poiché crescono contemporaneamente le am-lire emesse dall’A.F.A. da 79.996 a 102.849 milioni, la circolazione totale passa da 360.661 a 382.049 milioni di lire. Si osserva ancora un aumento, ma l’ordine di grandezza sia assoluto come relativo è di gran lunga minore. Tutti i presenti si assoceranno a me nel ringraziamento che io rivolgo ai tre ministri che si sono succeduti nel governo della tesoreria italiana, il compianto Marcello Soleri, Federico Ricci ed Epicarmo Corbino; i quali hanno operato, con fermezza e spirito di continuità, nell’arginare efficacemente, per quanto stava in loro, la marea cartacea la quale minacciava di sommergere l’Italia in un caos inenarrabile di convulsioni sociali.     Ma le variazioni della circolazione possono essere esposte anche in altra maniera, così da porre in luce le origini delle variazioni medesime.     Si assumano innanzi tutto le variazioni dei soli biglietti della Banca d’Italia, al netto delle am-lire in cassa, le quali non debbono essere conteggiate due volte. Nel primo periodo, dall’armistizio alla liberazione dell’Italia del nord, la circolazione aumentò nei territori sotto occupazione germanica di ben 158.875 milioni, ma aumentò solo di 8.219 milioni nell’Italia liberata. Nel secondo periodo, quando l’Italia fu completamente liberata e cessò l’emorragia dei biglietti versati ai tedeschi, la circolazione dei biglietti della Banca d’Italia diminuì di 1.465 milioni.     Contemporaneamente, la circolazione delle am-lire aumentava nel primo periodo di 77.887 milioni, ma nel secondo periodo solo più di 22.853 milioni.     L’aumento complessivo della circolazione in ambo i periodi fu dunque di 266.369 milioni, di cui la maggior parte, 158.875 milioni, determinata dalle emissioni tedesche e neo fascistiche, 100.740 milioni dovuti alle am-lire e 6.754 milioni alle esigenze del governo legittimo. In cifre proporzionali, il 59,7% dell’aumento della circolazione si verificò nel territorio soggetto alla occupazione tedesca, il 37,8% fu dovuto alla emissione delle am-lire e il 2,5% alle emissioni di biglietti della Banca d’Italia nel territorio liberato.     Qualche riserva, di cui non è possibile determinare con precisione il valore numerico, è necessario fare alle cifre ora esposte.     Per quanto riguarda l’aumento di circolazione intervenuto nei territori liberati, giova infatti avvertire che la sua ripartizione tra biglietti della Banca d’Italia e lire militari alleate non esprime senz’altro il peso rispettivo esercitato su di esso dalle esigenze dell’amministrazione italiana e da quelle degli alleati.     Basterà ricordare come, delle am-lire emesse, 6,7 miliardi siano stati anticipati ad enti pubblici italiani epperciò si riferiscano a spese alle quali avrebbe altrimenti dovuto far fronte il tesoro italiano e come, a fronte delle am-lire spese sulle loro paghe dalle truppe americane, il tesoro italiano riceva accrediti, che finora hanno raggiunto almeno 140 milioni di dollari e che possono dare luogo in definitiva a un rientro di biglietti quando vengano utilizzati per importare merci le quali siano poi vendute a profitto del tesoro medesimo. Se queste due partite dovessero in definitiva in un calcolo futuro più esatto essere portate ad incremento del 2,5 per cento da attribuirsi nell’aumento della circolazione al governo legittimo, fa d’uopo ricordare che il tesoro italiano ha compiuto pagamenti ingenti per forniture fatte agli alleati e che questi pagamenti dovrebbero essere calcolati in diminuzione della quota di aumento della circolazione dovuta al governo legittimo.     Tutto sommato, le risultanze del quadro che vi ho esposto rimangono inalterate: la responsabilità di gran lunga maggiore dell’aumento dei mezzi di pagamento verificatosi dopo l’armistizio in Italia spetta al tedesco ed ai suoi sostenitori neo fascisti e la parte minore al governo legittimo italiano.     Se alla cifra della circolazione dei biglietti della Banca d’Italia (al netto delle am-lire in cassa), che era, al 31 dicembre 1945, di 279.200 milioni, sommiamo l’ammontare delle am-lire in 102.849 milioni e quello dei biglietti di stato in 7,8 miliardi, otteniamo per tale data una circolazione complessiva di 389,8 miliardi. Da questa cifra sono naturalmente escluse le lire di occupazione jugoslava poste in circolazione dal 20 ottobre 1945 dalla Banca per l’economia dell’Istria, Fiume e Litorale sloveno nella zona B della Venezia Giulia.     In ordine alla circolazione delle lire militari, tra i governi alleati e il governo italiano è stato concluso in data 1 febbraio 1946 un accordo, in base al quale tutte le emissioni di lire sono state unificate sotto l’autorità del nostro governo.     L’accordo prevede che:

    • la Banca d’Italia sia riconosciuta come autorità emittente delle lire militari, comprese quelle già in circolazione;
    • il governo italiano provveda a far fornire regolarmente dalla Banca d’Italia i biglietti metropolitani e i crediti in lire necessari al fabbisogno delle forze alleate in Italia;
    • le scorte di lire militari dell’Allied Financial Agency rimangano materialmente custodite dalla Banca d’Italia, ma a disposizione dell’A.F.A., e le forze armate alleate vi ricorrano soltanto nel caso che il governo italiano non sia in grado di fornire le lire metropolitane occorrenti;
    • nel caso di prelievi dalle suddette scorte di lire militari, il governo italiano rimborsi il costo di stampa e di trasporto dei biglietti così prelevati mediante addebitamento di un conto in dollari «post-liberation».

    La data di effettiva entrata in vigore dell’accordo è stata fissata al 15 marzo 1946.     Il problema dell’allestimento di nuovi biglietti da sostituire a quelli attualmente in circolazione formò oggetto, fin dal giugno 1944, di trattative tra il nostro istituto e gli alleati.     Sulla base di impegni assunti in precedenza dal governo di Salerno, era inizialmente contemplata la fabbricazione negli Stati Uniti, proposta dagli Alleati, delle banconote di nuovo tipo occorrenti per il cambio. Ma già nella fase preliminare della discussione emerse che la fornitura americana di biglietti aventi caratteristiche tecniche atte ad evitare facili falsificazioni, pur se limitata al valore complessivo di 100 miliardi previsto in un primo tempo, avrebbe richiesto ben tre anni per essere completata, ed una spesa in valuta pregiata preventivata in 1.700.000 dollari. Per tali motivi, nell’agosto 1944 fu avanzata da parte italiana la proposta – accolta dopo lunghe insistenze dalle autorità alleate, incerte sulle nostre possibilità di produzione – di affidare agli Stati Uniti la stampa dei biglietti da 100 e 50, riservando all’Italia la fabbricazione di quelli da 1.000 e 500. In considerazione anzi del prolungarsi delle operazioni militari, il quantitativo globale previsto per i nuovi biglietti venne elevato prima a 150 miliardi e poi a 300 miliardi di lire, in 1.200 milioni di pezzi, da prodursi per metà in Italia e per l’altra metà negli Stati Uniti.     Al fine, poi, di ottenere il completamento della fornitura americana in quattro mesi, a partire dall’1 dicembre 1944, si consentirono talune modifiche nel formato dei nuovi biglietti e nelle cifre di numerazione. Il costo della fornitura fu convenuto in 1.600.000 dollari circa, più le spese del trasporto marittimo e dell’assicurazione. L’accordo, sulle basi anzidette, venne raggiunto nel novembre 1944.     Senonché, a fine febbraio 1945 le autorità alleate comunicavano che l’organizzazione americana era in fase preliminare e che occorreva impostare da capo, secondo una complessa procedura di ordinazione commerciale, la fabbricazione dei biglietti in America. Allo scopo di eliminare possibili ulteriori ritardi, anche tale nuova minuziosa procedura veniva accettata dalle autorità italiane; come pure veniva accolta, nel successivo mese di aprile, la maggior parte delle altre modifiche, proposte da parte americana, da apportarsi alle caratteristiche tecniche dei biglietti.     Sopravvenuta la liberazione dell’Alta Italia, le autorità alleate, in vista di nuove difficoltà di fabbricazione sorte negli Stati Uniti, consentivano di esaminare la possibilità della totale produzione dei biglietti nel nostro Paese. In dipendenza di ciò, il 7 giugno 1945, ad un anno circa dall’inizio delle trattative, la Banca d’Italia, d’intesa col ministero del tesoro, informava gli alleati che, stante la situazione prospettata e le nuove possibilità industriali offerte dal settentrione, i negoziati dovevano considerarsi sospesi. Il 30 giugno successivo si addiveniva quindi alla revoca dell’ordinazione fatta negli Stati Uniti.     Nella eventualità che l’intera produzione dei biglietti avesse dovuto aver luogo in Italia – come difatti è poi stato – non si mancò, sin dall’inizio delle accennate trattative, di prendere misure atte ad affrettare i tempi, cosicché fu studiato contemporaneamente il problema della conseguente attrezzatura di cartiere e stabilimenti tipografici.     Le cartiere situate nel territorio sino allora liberato erano state tutte distrutte o danneggiate; nella misura in cui si erano salvate, non disponevano di macchinario adatto alla produzione di carta filigranata per banconote o mancavano della forza motrice. Si presentava quindi la necessità di ricostruire la nostra cartiera. E poiché gli impianti de L’Aquila erano distrutti e la zona era priva di energia elettrica, si decise di trasferire a Roma, negli antichi locali della cartiera, il macchinario e il materiale che potevano essere ancora utilizzati. Le operazioni di trasferimento ebbero luogo nei mesi di agosto e settembre 1944 con l’impiego di automezzi forniti dagli alleati, e nel marzo 1945, superate le difficoltà degli approvvigionamenti, la cartiera iniziava la produzione destinata ad alimentare le macchine dell’Istituto poligrafico dello stato, attrezzatosi nel frattempo per la stampa dei nuovi biglietti, mentre la cartiera Sordini di Pale di Foligno venne adattata per la produzione della carta occorrente allo stabilimento Staderini, anch’esso incaricato di provvedere alla stampa dei nuovi biglietti. Alle due cartiere di Roma e di Pale di Foligno si aggiunsero poi la «Miliani» di Fabriano e la «Burgo» di Maslianico; mentre agli stabilimenti produttori dei biglietti si aggiungevano l’Arti grafiche di Bergamo e il De Agostini di Novara.     Alla data odierna, la fabbricazione dei 1.200 milioni di pezzi, per 300 miliardi di lire, si può dire ultimata.     I biglietti sono stati autorizzati con decreto ministeriale 23 settembre 1944, modificato con decreto 10 dicembre 1944, ed hanno le caratteristiche stabilite con decreto ministeriale 22 settembre 1944.     Contemporaneamente all’allestimento dei nuovi biglietti, la Banca, in vista delle esigenze del progettato cambio, concordava col ministero del tesoro e poneva in atto nelle proprie officine la fabbricazione di circa 18 milioni di titoli provvisori a vista e al portatore per un totale di 217,5 miliardi di lire, rappresentativi di importi complessivi di biglietti, da lire 5.000, 10.000 e 25.000, che, iniziata nel luglio 1945, è stata condotta a termine nell’anno stesso.     Dopo l’armistizio, e specialmente dopo la liberazione di Roma, in previsione dell’eventualità che la liberazione dell’Italia settentrionale precedesse la resa della Germania, e che di conseguenza sorgesse la possibilità di una immissione in Italia di nostre banconote stampate nel Reich, la Banca d’Italia prese in esame l’opportunità di procedere alla stampigliatura dei propri biglietti in circolazione. Gli studi relativi, iniziati dal nostro istituto, vennero proseguiti sino al maggio 1945 da apposita commissione di esperti.     Scartata l’idea della stampigliatura delle banconote mediante l’applicazione di speciali marche, che avrebbero presentato sopratutto l’inconveniente della facile falsificazione, si accolse quella dell’impressione ad umido sulle banconote di una impronta con figura numismatica, e venne pertanto disposta la fabbricazione dei punzoni, dei cuscinetti e dell’inchiostro necessari.     La nostra Banca, frattanto, predisponeva l’apertura degli uffici che avrebbero dovuto procedere alla stampigliatura; le bozze del manifesto per il pubblico, delle distinte di presentazione dei biglietti, delle istruzioni di servizio agli sportelli e gli altri particolari esecutivi.     Nell’aprile 1945, il nostro istituto era già pronto, nelle parti di sua competenza, a dare corso alla stampigliatura, ma la capitolazione della Germania, intervenuta contemporaneamente alla liberazione del nord, fece venir meno lo scopo principale della operazione, che fu perciò abbandonata ed alla cui esecuzione, del resto, si sarebbero frapposti non pochi ostacoli, fra i quali, in particolare, la deficienza di macchine adatte per una celere stampigliatura e le difficoltà delle comunicazioni.     Non appena fu nota la determinazione del governo di rinunciare alla stampigliatura, il nostro istituto indirizzò i suoi studi verso una possibile operazione di cambio dei biglietti di banca, procurando di valersi, con le necessarie trasformazioni e gli opportuni adattamenti, dell’organizzazione predisposta per la stampigliatura.     Naturalmente la nuova operazione, sia per la sua maggiore complessità, sia per la sua estensione a tutto il territorio nazionale, richiedeva l’allestimento di un accurato piano da predisporsi d’intesa col ministero del tesoro e degli altri organi governativi interessati o il cui concorso si rendeva indispensabile per la materiale esecuzione dell’operazione.     La Banca d’Italia dava corso, come si è detto, alla fabbricazione dei nuovi biglietti e dei titoli provvisori a vista ed al portatore; predisponeva i propri servizi di smistamento dei biglietti alle varie sue filiali, allestiva presso queste ultime locali provvisori di sicurezza destinati a raccogliere i biglietti ritirati dalla circolazione nel corso del cambio e promuoveva da parte del ministero del tesoro i provvedimenti necessari per procedere allo sgombero della proprie sacristie dai biglietti di stato annullati e dalle valute metalliche non spendibili.     Nell’agosto 1945, nell’attesa di conoscere l’esito degli studi in corso presso il ministero del tesoro, la Banca d’Italia, di propria iniziativa, predispose e sottopose all’esame del governo un progetto di cambio, completo in ogni sua parte.     Nella stessa occasione la Banca d’Italia prospettò talune questioni relative all’eventuale cambio dei biglietti di stato e delle am-lire, agli accordi da prendersi con le autorità alleate per il cambio delle am-lire ed infine alla esecuzione del cambio anche nella Venezia Giulia, nelle colonie, nel Dodecaneso ed all’estero.     Unitamente al ministero del tesoro, la Banca d’Italia non ha infine mancato di sollecitare, con una sua prima memoria in data 12 settembre 1945 e con altre successive del 20 dicembre 1945, 5 e 16 gennaio 1946, nonché con lettera del 6 marzo corrente, la risoluzione, da parte dei dicasteri competenti, delle varie questioni attinenti alle misure di sicurezza ed ai mezzi di trasporto necessari, al fine di tener pronto, insieme con la predisposta organizzazione, ogni altro mezzo occorrente per affrontare l’operazione di cambio in qualsiasi data e secondo le modalità che gli organi deliberativi di governo potessero eventualmente stabilire.     I vaglia cambiari e assegni della Banca saldavano al 31 dicembre 1945 in 13.448,7 milioni.     Gli assegni bancari liberi venivano emessi nel 1945 da 1.979 piazze servite da 629 corrispondenti.     Anche durante l’anno in esame l’emissione dei nostri assegni bancari liberi ha continuato ad avere notevole incremento. L’ammontare dei titoli depositati a garanzia di questo mandato è salito, al 31 dicembre 1945, a lire 2.019,1 milioni contro 1.539,2 milioni alla fine del 1944.     I depositi in conto corrente a vista sommavano a 46.865,3 milioni (di cui 11.662,7 milioni appartenenti ad aziende di credito) con un aumento di 22.222,6 milioni rispetto al 1944.     Con decreto ministeriale del 5 aprile 1945, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 7 stesso mese, è stato disposto che, a decorrere dall’11 aprile 1945, nessun interesse venga corrisposto sui depositi in conto corrente libero presso l’istituto di emissione intestati a privati ed agli enti morali in genere. Per le aziende di credito e gli enti morali di carattere assistenziale, l’interesse sui depositi della specie è stato ridotto con la stessa decorrenza, da 1 a 0,50 per cento.     I conti correnti vincolati erano 124.170,4 milioni con un aumento di 40.763,7 milioni rispetto al 1944. Il totale era costituito per 3.995,6 milioni da saldi di conti di varia natura e per 120.174,8 milioni da saldi di conti vincolati fruttiferi con le aziende di credito.     I saldi dei vari conti correnti vincolati a favore delle aziende di credito erano, al 31 dicembre 1945, i seguenti:

      – Conti correnti con preavviso di 8 giorni (2,50%)………………………

    50,8

      milioni
    – Conti correnti con preavviso di 15 giorni (3%) e altri conti al 3%………………………………………………………………………………………….

    20.928,3

    »

    – Conti correnti vincolati a 4 mesi (4%)………………………………………..

    6.572,8

    »

    – Conti correnti vincolati a 6 mesi (4,50%)……………………………………

    92.622,9

    »

    In totale………

    120.174,8

    milioni

    Come è noto, l’istituzione di questi conti correnti vincolati risponde a due esigenze : di convogliare al tesoro dello stato la parte più cospicua possibile della massa fiduciaria, e, contemporaneamente, di offrire agli istituti di credito la possibilità di un impiego remunerativo, a carico del tesoro, senza rinunciare alla liquidità dell’impiego, liquidità che le banche riconoscono derivare dalla intermediazione dell’istituto di emissione.     Nel corso dell’anno l’applicazione del provvedimento 27 febbraio 1944, che istituiva presso la Banca d’Italia, a favore delle aziende di credito, speciali depositi in conto corrente ad interesse vincolati a 3 e 4 mesi, al saggio rispettivamente del 4 e del 4,50 per cento, veniva estesa a tutte le filiali a partire dal marzo 1945.     Con decreto ministeriale 3 febbraio 1945 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 17 stesso mese, n. 21, venne stabilito che l’interesse nella misura massima del 4 e 4,50%, fissato per i depositi suddetti, rimanesse immutato a condizione che la durata del vincolo fosse portata, rispettivamente, a 4 e 6 mesi.     Con decreto ministeriale 12 gennaio 1946, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 25 stesso mese, n. 21, i tassi d’interesse sui depositi in conto corrente effettuati presso l’istituto di emissione da aziende di credito con vincolo a 4 e 6 mesi sono stati ridotti, per quanto concerne i nuovi depositi, al 3,50 e al 4%.     Nel 1945 il flusso delle disponibilità si indirizzò di preferenza verso i conti correnti al 4,50% e, in misura notevolmente inferiore, verso quelli al 4%. A tali conti si trasferirono pure, per entità ragguardevoli, fondi dei conti correnti al 2,50 e 3%.     A fine esercizio i depositi degli enti previsti dalla legge bancaria erano così ripartiti tra gli stabilimenti della Banca: Italia settentrionale (Emilia, Lombardia, Piemonte, Liguria, Venezia Tridentina, Veneto e Venezia Giulia), 64,4 per cento (contro 65,4 a fine dicembre 1944); Italia centrale (Abruzzi, Lazio, Marche, Umbria, Toscana) 25,1 per cento (7,7); Italia meridionale ed insulare 10,5% (26,9).     Le differenze nelle percentuali che si notano tra fine 1944 e fine 1945, per i due ultimi aggruppamenti di filiali, vanno messe in rapporto al ritorno di disponibilità dagli stabilimenti della Italia meridionale a quelli dell’Italia centrale, ai quali, come si è detto, era stata estesa nel marzo la facoltà di istituire i noti conti correnti al 4 e al 4,50% a favore delle aziende di credito.     Il conto corrente del tesoro presentava, a fine 1945, un saldo creditore di 20.504,6 milioni, saldo che a fine febbraio di quest’anno era cresciuto a 34.937,2 milioni e consentiva al tesoro di guardare con occhio tranquillo alle sue prossime esigenze di tesoreria.     Come si disse nella relazione 1944, il conto, al termine di quell’esercizio, si era chiuso con uno sbilancio debitore di 98,3 miliardi, di cui 86,4 miliardi nelle regioni settentrionali controllate dai tedeschi e 11,9 miliardi nelle regioni sottoposte alla giurisdizione alleata o del governo legale italiano.     Nel mese di gennaio 1945, la concessione di anticipazioni per 129 miliardi e 750 milioni al nord e per 5 miliardi al sud, riportava in credito il conto del tesoro per 39.071 milioni.     Tale posizione creditoria si accentuava nei mesi di febbraio e marzo 1945. Negli ultimi giorni di aprile, in dipendenza della emissione al nord di un mandato sulla tesoreria a titolo di rimborso di una parte di anticipazioni, il saldo creditore diminuiva, tra la seconda e la terza decade, da 80.746 milioni (costituiti da 73.714 milioni nel nord e 7.032 milioni nel sud) a 21.748 milioni.     Con la riunificazione del territorio nazionale le anticipazioni al tesoro, a partire dal maggio, rimanevano invariate a 342,7 miliardi e il saldo del conto si manteneva in credito sino alla fine dell’anno in conseguenza del miglioramento della situazione della tesoreria, che verrà illustrato in seguito.     La voce Cassa autonoma d’ammortamento del debito pubblico interno è stata soppressa a seguito del decreto legislativo luogotenenziale 19 aprile 1945, n. 256, che ha previsto l’estinzione del conto corrente al 31 dicembre 1944 ed il versamento del saldo, insieme con i relativi interessi, al bilancio dello stato.     Le 300.000 quote di partecipazione al capitale sociale della Banca d’Italia appartenevano, al 31 dicembre 1945, a 100 enti ed istituti così suddivisi:

    Casse di risparmio………………………………….

    n.

    78

    per

    quote

    n.

    178.000

    Istituti di credito di diritto pubblico e banche d’interesse nazionale…………………………

    »

    11

    »

    »

    »

    75.500

    Istituti di previdenza………………………………..

    »

    1

    »

    »

    »

    15.000

    Istituti di assicurazione…………………………….

    »

    10

    »

    »

    »

    31.500

    Totale partecipanti……….

    n.

    100

    per

    quote

    n.

    300.000

    Delle 500.000 azioni che già costituivano il capitale azionario della Banca d’Italia, ne risultavano rimborsate, alla stessa data, 499.420 e un terzo.     Il fondo di riserva ordinario, costituito dal residuo delle riserve all’atto del nuovo ordinamento dell’istituto, dagli accantonamenti a carico dei bilanci dal 1936 al 1943 ed aumentato dei frutti d’investimento, ammontava a lire 331.700.859,99 e il fondo di riserva straordinario, formato dagli accantonamenti per gli esercizi dal 1936 al 1943 e dagli interessi d’investimento, ammontava a lire 245.469.662,06.

    Conto profitti e perdite

    Il conto «profitti e perdite» dà, per l’esercizio 1945, le seguenti risultanze:

    1944

    (in milioni)

    Utili lordi accertati………………………………………

    L. 2.146.626.916,48

    1.164,05

    Spese e perdite liquidate…………………………….

    .L. 2.094.327.928,08

    1.140,78

    Utile netto……

    L. 52.298.988,40

    23,27

    Gli utili provengono da:

    1944

    (in milioni)

    Utili sulle operazioni di sconto ………………….

    L.

    335.816.809,26

    243,79

    Interessi sulle anticipazioni………..

    »

    204.488.413,98

    206,59

    Interessi sui prorogati pagamenti alle stanze di compensazione……………………………..

    »

    7.104.259,74

    1,78

    Interessi sui conti correnti attivi………………

    »

    1.472.440.898,54

    589,17

    Provvigioni diverse…………………………………..

    »

    57.361.475,75

    48,13

    Utili sulle operazioni con l’estero……………….

    »

    2.198.654,44

    0,03

    Benefizi diversi……………………………………….

    »

    13.724.622,63

    21,93

    Interessi sui fondi pubblici…………………………

    »

    50.786.994,04

    50,57

    Proventi degli immobili di proprietà…………….

    »

    2.558.742,05

    2,02

    Interessi sul fondo di dotazione delle Colonie………………………………………….

    »

    0,04

      Utili gestione residui attivi dei cessati istituti..

    »

    146.046,05

    Totale ……

    L.

    2.146.626.916,48

    1.164,05

    Le spese e i tributi sono così ripartiti:

      Spese di amministrazione:
    per la Banca……………………………………………

    L.

    597.800.878,74

    234,26

    per le stanze di compensazione………………..

    »

    17.179.636,14

    6,53

    per la vigilanza……………………………………….

    »

    29.525.859,78

    13,68

    per la tesoreria………………………………………..

    »

    165.951.411,48

    94,61

    diverse…………………………………………………..

    »

    599.564.797,95

    214,82

    Totale……

    L.

    1.410.022.584,09

    563,90

      Spese per i funzionari………………………………

    »

    5.187.906,94

    2,75

    Spese per movimento valori……………………..

    »

    16.869.143,33

    11,84

    Spese per la fabbricazione dei biglietti………

    »

    209.246.220,20

    224,11

      Spese per gli immobili di proprietà…………….

    »

    8.369.376,18

    6,14

    Imposte e tasse diverse……………………………

    »

    47.951.206,14

    45,42

    Sofferenze dell’esercizio…………………………..

    »

    32.848,65

    0,05

    Ammortizzazioni diverse…………………………..

    »

    214.503.444,20

    8,00

    Interessi ed annualità passivi……………………

    »

    149.099.884,35

    261,49

    Erogazioni per opere di beneficenza e di pubblica utilità…………………………………………

    »

    2.633.483,00

    2,93

    Contributi per la cassa pensioni…………………

    »

    15.411.831,00

    14,15

    Fondo di previdenza del personale avventizio……………………………………………….

    »

    15.000.000,00

    Totale…….

    L.

    2.094.327.928,08

    1.140,78

    Utile netto……

    »

    52.298.988,40

    23,27

    Tornano…..

    L.

    2.146.626.916,48

    1.164,05

    L’utile netto dell’esercizio 1945 è stato superiore a quello dei due precedenti esercizi.     La gestione in esame è stata contrassegnata da un lieve aumento delle operazioni attive e dal persistere dell’aumento nelle spese. Tra queste va menzionato l’aumento di 846,1 milioni nelle spese di amministrazione dipendente per 519,0 milioni dagli aumenti di stipendio, indennità ecc. accordati al personale, per 24,2 milioni da maggiori spese di riscaldamento, per 21,5 milioni da elargizioni al personale e alle famiglie di impiegati defunti e per 281,4 milioni da spese di varia natura derivanti ancora dallo stato di guerra.     A differenza del 1944, i profitti conseguiti nel 1945 hanno consentito di provvedere nuovamente alle normali ammortizzazioni ed ai consueti accantonamenti.     Tra le altre variazioni intervenute nelle rimanenti voci del conto perdite e profitti, sono da rilevare la diminuzione di 112,4 milioni negli interessi ed annualità passivi, dovuta alla riduzione del tasso di interesse sui depositi in conto corrente nel corso del 1945; l’aumento di 92,3 milioni negli utili derivante dalle aumentate operazioni di risconto di effetti riguardanti gli ammassi e, infine, l’aumento di 883,2 milioni per il maggiore apporto di interessi dipendente sia dalle aumentate anticipazioni straordinarie al tesoro, sia dalla maggiorazione del tasso corrisposto dal tesoro alla Banca quale compenso sulle anticipazioni stesse.

    Ripartizione degli utili

    A norma dell’art. 54 dello statuto delle disposizioni ministeriali e della proposta dei sindaci, la ripartizione dell’utile netto riferentesi all’esercizio 1945, che sottopongo all’assemblea, è la seguente:

    Al fondo di riserva ordinario nella misura del 20%…………………………………………………

    L.

    10.459.797,68

    Al fondo di riserva straordinario nella misura di un ulteriore 20%………………………………….

    »

    10.459.797,68

    Al Credito fondiario della già Banca nazionale nel regno in liquidazione, per annualità di interessi 4 % relativa alle riserve trasferite alla Banca d’Italia nell’esercizio 1913 …………………………………………………….

    »

    281.060.00

    Ai partecipanti, nella misura del 6%sul capitale, al lordo dell’imposta cedolare ………

    »

    18.000.000,00

    Allo stato la rimanenza di …………………………

    »

    13.098.333,04

    Totale utili netti

    L.

    52.298.988,40

    Il miglioramento del conto economico nel 1945 ha consentito nuovamente la devoluzione del 20% degli utili al fondo di riserva straordinario.

    III

    I dati del bilancio della Banca che ora Vi ho letti non additano sostanzialmente conclusioni nuove rispetto a quelle che si potevano trarre dai bilanci precedenti. Essi rappresentano soltanto il punto d’arrivo di una politica che, mentre nei testi di legge di dieci anni or sono aveva voluto dare al nostro istituto fisonomia e funzione di banca delle banche, ne ha fatto nella realtà una banca del tesoro.     Ma l’attuale posizione è anche il punto di partenza del nostro risanamento monetario e lo condiziona strettamente.     Perché il bilancio della nostra Banca riacquisti una fisionomia normale, e la circolazione una normale elasticità, occorre che i nostri impieghi commerciali tornino a prevalere sui nostri finanziamenti al tesoro. È necessario, a tal fine, che il mercato finanziario assorba in qualche forma una parte importante dei nostri crediti verso il tesoro, restituendo alla Banca d’Italia i mezzi per espandere gli impieghi commerciali senza una espansione della circolazione che – quando non si disponga di un largo margine di ripresa del reddito reale nazionale – non può trovare posto in un programma di risanamento monetario.     Giova considerare, a tale riguardo, l’attuale situazione del bilancio statale della tesoreria.

    Provvedimenti finanziari

    Tra i provvedimenti finanziari adottati finora dal governo democratico, merita di essere ricordata, per quanto riguarda i metodi di accertamento, l’istituzione (decreto legislativo luogotenenziale 8 marzo 1945, n. 77) dei consigli tributari, a base elettiva, destinati ad integrare l’attività degli uffici distrettuali delle imposte in materia di accertamenti, e dei comitati tributari, pure di nomina elettiva, a cui sono stati devoluti i compiti, in materia di contenzioso, già assolti dalle soppresse commissioni distrettuali delle imposte.     A membri di tali organi saranno eleggibili tutti gli elettori non analfabeti iscritti nelle liste, ad eccezione: a) dei dipendenti dell’amministrazione provinciale delle imposte dirette e delle tasse ed imposte indirette sugli affari; b) dei condannati per violazione delle leggi finanziarie costituente delitto; c) dei contribuenti morosi per sei rate consecutive al pagamento di imposta erariale o locale definitivamente accertata, finché dura lo stato di morosità, e di coloro che non siano assoggettati ad alcuna imposta diretta. I consigli tributari, composti di 10 membri e nel cui seno vengono eletti il presidente e un vice presidente, hanno il compito: a) di tenere aggiornato l’elenco dei contribuenti soggetti alle imposte dirette, facendo proposte per le nuove iscrizioni; b) di fornire all’ufficio delle imposte gli elementi di fatto per l’identificazione e per la valutazione della materia tassabile relativamente ai singoli contribuenti, agli effetti delle imposte dirette; c) di fornire, a richiesta dell’ufficio, notizie sulla situazione generale delle singole classi di contribuenti; d) di denunciare al comitato gli accertamenti proposti dall’ufficio o concordati. I comitati tributari, composti anch’essi di 10 membri, sono eletti, per ciascuna circoscrizione dell’ufficio distrettuale delle imposte dirette, dagli elettori dei comuni compresi nella circoscrizione stessa. Da ultimo il decreto sancisce che con successivo provvedimento saranno emanate le norme necessarie per l’esecuzione di esso.     Lo stesso decreto prevede la compilazione di una dichiarazione unica per i cespiti del patrimonio e del reddito, ai fini dell’applicazione delle imposte dirette, e di una denuncia fiscale per le attività produttive di redditi mobiliari delle categorie B e C/1.     Innovazioni sostanziali sono state introdotte, in materia di imposizione diretta, con fini di semplificazione e di perequazione, col decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384.     Il decreto ha aumentato le aliquote della imposta di R.M. per i redditi di categoria A, dal 24 al 30 per cento, e per quelli di categoria B, dal 18 al 26%;[6] ha disposto l’unificazione dei redditi di puro lavoro dipendente nella categoria C/2, alla quale sono stati trasferiti i redditi di lavoro dei dipendenti dello stato e altri enti pubblici, già classificati nella soppressa categoria D; ed ha elevato i minimi imponibili.     Vengono esentati dalla imposta di R.M. i redditi di categoria C/1 fino all’ammontare di lire 6.000 annue e i redditi di categoria C/2 fino all’ammontare di lire 12.000, e viene ammessa la detrazione del 25% dai redditi netti di categoria B non superiori a lire 10.000, mentre dai redditi superiori a tale cifra si detrae la somma fissa di lire 2.500; viene inoltre fissato in lire 8.000 il minimo imponibile ai fini dell’applicazione dell’imposta di R.M. per i possessori di redditi tratti da più di una delle categorie B, C/1, C/2.     Nei riguardi dell’imposta complementare, il decreto ha stabilito il minimo esente in lire 12.000 annue ed ha instaurato il sistema della ritenuta diretta o di rivalsa, nella misura dell’1 per cento, sui redditi della categoria C/2 non inferiori a lire 24.000, a titolo di acconto di imposta, salvo conguaglio.     Quest’ultima norma è stata abrogata dal decreto legislativo luogotenenziale 3 maggio 1945, n. 269, che ha ripristinato, per i redditi già classificati nella categoria D, l’applicazione del metodo della ritenuta precedentemente in vigore, fissando l’aliquota nella misura definitiva dell’1,50%.     Il decreto ha modificato le aliquote progressive dell’imposta complementare (abolendo in pari tempo l’addizionale di guerra istituita dalla legge 25 giugno 1940, n. 800), attenuandone per i redditi inferiori alle lire 100.000 ed inasprendone per i redditi superiori fino a toccare il massimo del 75%; ed ha elevato da 0,50 a 0,75 per cento l’aliquota dell’imposta ordinaria sul patrimonio. Il provvedimento ha pure sancito l’inclusione dei dividendi nel coacervo del reddito, ai fini dell’applicazione dell’imposta complementare.     È chiaro che, date le variazioni nella potenza d’acquisto della lira, le scale delle aliquote non corrispondono più alle scale dei redditi contemplate nelle leggi originarie d’imposta, cosicché sarà indispensabile addivenire ad una revisione informata al principio di adeguare la gravezza del tributo all’altezza effettiva e non a quella numerica del reddito.   L’imposta sui celibi e il contributo straordinario del 2 per cento sui salari a favore delle famiglie dei richiamati sono stati aboliti.[7]     Nell’intento di eliminare la difformità, sempre più acuta, fra redditi accertati e redditi effettivi, il decreto ha disposto la revisione straordinaria – entro un termine che per effetto di due successive proroghe si trova ora fissato al 30 giugno 1946 -, con effetto dall’1 luglio 1944, dei redditi di categoria B dei contribuenti non tassati in base a bilancio, dei redditi di categoria C/1, nonché, entro il 31 dicembre 1945, dei redditi da assoggettare all’imposta complementare. Nel frattempo[8] si è proceduto in via provvisoria – ai fini dell’iscrizione al ruolo per il 1946 – ad una maggiorazione automatica dei redditi appartenenti alle suddette categorie, moltiplicandoli per il coefficiente 4 (od un coefficiente minore nei casi in cui l’amministrazione si giudichi eccessivo quello di 4).     Il decreto ha portato al 10% la misura dell’imposta sui terreni ed al 20 per cento quella sul reddito agrario, eliminando la gradualità, nel tempo, di applicazione di tali aliquote prevista dal R. decreto legge 7 dicembre 1942, n. 1418. Il successivo decreto legislativo luogotenenziale 7 febbraio 1946, n. 30, ha poi disposto che, a decorrere dall’1 gennaio 1946, i redditi imponibili dominicale ed agrario dei terreni vengano rivalutati moltiplicandoli per il coefficiente 3, ed ha ridotto al 10% l’aliquota dell’imposta sul reddito agrario, nell’intento di riservare l’altro 10% a favore della finanza locale.     Nel campo dell’imposizione indiretta, il decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, n. 141, ha riportato verso la normalità la tassazione dei trasferimenti di immobili limitando a due le aliquote dell’imposta sui trasferimenti a titolo oneroso di immobili: la prima, del 3%, si applica ai trasferimenti di valore non superiore alle 5.000 lire; la seconda, del 10 per cento, a quelli di valore superiore.[9] Nello stesso tempo, con decreto legislativo luogotenenziale 20 marzo 1945, n. 212, sono state abrogate le disposizioni contenute nel R. decreto legge 27 settembre 1941, n. 1015,[10] che, al fine di eliminare gli atti irregolari di compravendita intesi ad eludere il maggior onere tributario (imposta speciale di registro del 60 per cento) allora esistente, comminava la nullità per gli atti privati non registrati aventi per oggetto trasferimenti di beni immobili e di diritti immobiliari.     Il trattamento di favore precedentemente fatto alle famiglie numerose in materia di successioni e donazioni è stato eliminato col decreto legislativo luogotenenziale 8 marzo 1945, n. 90, che ha ritoccato le aliquote di imposta di successione – attenuandone nei primi scaglioni ed inasprendone in quelli più elevati – e ne ha determinato la progressività sulla base esclusiva di due criteri: l’ammontare della quota ereditaria e il grado di parentela tra il dante causa e l’erede, o il donatario o legatario.     Nelle successioni tra ascendenti e discendenti l’aliquota va da un minimo dell’1% per le quote fino a lire 50.000 ad un massimo del 25% per le quote oltre i 30 milioni; nelle successioni tra coniugi va da un minimo dell’1 per cento per le quote fino a lire 50.000 ad un massimo del 30% per le quote oltre i 30 milioni; nelle successioni tra fratelli dal 3 la 50%, nelle successioni tra zii e nipoti dal 5 al 60%, e tra prozii e pronipoti, affini od estranei dal 12 all’80%.     Lo stesso provvedimento ha modificato le aliquote dell’imposta sul valore netto globale delle successioni, aumentando l’onere a carico dei patrimoni di maggiore consistenza.     Le aliquote progressive fissate dal provvedimento vanno da un minimo dell’1% per l’asse ereditario di valore inferiore al lire 500.000 al 25% per i valori superiori ai 30 milioni, mentre in virtù del decreto legge 4 maggio 1942, n. 434, le aliquote, da un minimo dell’1% per gli assi ereditari valutati fino a lire 100.000, raggiungevano un massimo del 10% per gli assi valutati oltre i 10 milioni.     Anche per le imposte successorie farà d’uopo, quando si possa fare affidamento di nuovo sulla stabilità della potenza d’acquisto della moneta, rivedere le scale delle aliquote sì che le fortune siano nuovamente classificate e l’incremento delle aliquote vada di pari passo con l’incremento, non puramente di suono numerico ma di agiatezza sostanziale, delle fortune.     L’imposta generale sull’entrata è stata nuovamente disciplinata dal decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 348, che ha soppresso l’addizionale di guerra dell’1%, ha elevato l’aliquota dell’imposta dal 2 al 4%, ha abolito il sistema dell’ «abbonamento» nella tassazione delle vendite al minuto, ha aumentato le aliquote per alcuni generi voluttuari e stabilito un regime di favore per i generi di prima necessità.     Con intenti di adeguamento al nuovo valore della lira e di migliore sfruttamento della capacità contributiva che si manifesta nelle spese prevalentemente suntuarie, sono stati riveduti l’ordinamento e la misura delle tasse automobilistiche, radiofoniche, e di bollo, dei diritti erariali sugli spettacoli e trattenimenti, nonché delle tasse sui contratti di borsa[11].     Finalità analoghe presiedono agli aumenti ripetuti dei prezzi dei generi di monopolio[12] e delle imposte di produzione e di fabbricazione.[13]     In materia di imposizione straordinaria, è noto come sia stata preordinata l’avocazione allo stato dei profitti di regime[14] e come sia stata rinviata l’attuazione di una imposta straordinaria sul patrimonio, anche per i dissensi manifestatisi nei riguardi della tassazione della ricchezza liquida, cioè di quella forma di ricchezza che, se per un verso può ancora nascondere – in misura difficilmente determinabile – parte dei più recenti e meno leciti arricchimenti, per altro verso riveste risparmi antichi già per nove decimi divorati dalla svalutazione monetaria.     In relazione al primo rifiorire dell’attività economica ed al migliorato funzionamento degli organi di accertamento, si nota una promettente tendenza ad una ripresa delle entrate fiscali registrata nel corrente esercizio. A tutto il gennaio 1946, gli accertamenti di imposte dirette ammontano a 11,5 miliardi rispetto ai 10,8 miliardi dell’intero esercizio 1942-43. Tra gli stessi periodi, le tasse ed imposte sullo scambio della ricchezza sono aumentate da 11,3 miliardi a 28,7 miliardi; le entrate dei monopoli da 8,2 a 16,1 miliardi.

    Bilancio dello stato e tesoro

    Dalla seconda metà del 1943, lo svolgersi degli eventi militari e politici nel periodo che si considera ha determinato il coesistere, in limiti territoriali e di tempo legati agli eventi stessi, di tre distinte gestioni finanziarie: del governo legale, dello pseudo governo repubblicano e del governo militare alleato. Al graduale estendersi della giurisdizione del primo, che oggi abbraccia quasi tutto il territorio nazionale, non ha fatto riscontro la possibilità di pervenire ad una visione d’assieme dell’andamento della gestione finanziaria nel suo complesso: se si è potuto, infatti, procedere ad una ricostruzione approssimata della gestione riguardante lo pseudo governo repubblicano, mancano tuttora notizie complete sulle entrate percepite e le spese sostenute dal governo militare alleato nelle varie regioni italiane. I dati utilizzabili sono pertanto incompleti e soggetti a modifiche in base alle risultanze delle indagini e delle elaborazioni in corso. Allo scopo attuale, come è noto, l’ultimo esercizio per il quale si è compilato il conto consuntivo dello stato è quello del 1941-42; per i successivi si dispone di valutazioni provvisorie alla chiusura di esercizio.     Nell’esposizione compiuta in data 29 settembre 1944, il compianto ministro Soleri prevedeva che la gestione 1943-44 dovesse chiudersi con un disavanzo di parte effettiva, per l’intero territorio nazionale, non inferiore ai 150 miliardi. Valutazioni più recenti della competente amministrazione statale portano a ritenere superata tale cifra: il disavanzo di detto esercizio risulta infatti di 188 miliardi circa, escludendo la gestione A.M.G., e di non meno di 200 miliardi comprendendo – con una stima orientativa – anche i risultati di quest’ultima gestione. A determinare tale disavanzo ha concorso per 175.267 milioni lo pseudo governo repubblicano (sotto la cui gestione si sono avute entrate per 37.900 milioni e spese per 213.167 milioni, delle quali 174.612 di carattere eccezionale inclusive di 81 miliardi per contributo di guerra al governo germanico) e per 12.563 milioni il governo legale, sotto la cui amministrazione si sono avute entrate per 3.589 milioni e spese per 16.152 milioni, delle quali 12 miliardi circa di carattere eccezionale.     Per l’esercizio 1944-45, il disavanzo di parte effettiva si calcola in 285 miliardi, sempre escludendo la gestione A.M.G. a voler tener conto della quale occorrerebbe elevare il predetto importo ad almeno 300 miliardi. In qual modo tale cifra risulti determinata può desumersi dai seguenti dati che si riferiscono, separatamente, alla gestione del governo legale ed a quella dello pseudo governo repubblicano.     L’amministrazione del governo legale, che all’1 luglio 1944 si estendeva su 22 province ed alla fine dell’esercizio su 49, si era iniziata con una previsione, per la parte effettiva, di 12.938 milioni di entrate e di 64.698 milioni di spese, con un disavanzo presunto, quindi, di 51.760 milioni. Nel corso della gestione fu necessario disporre ulteriori stanziamenti di spese per un importo di 62.015 milioni, in modo che l’ammontare complessivo di esse si elevò a 126.713 milioni; d’altra parte le previsioni relative alle entrate furono superate con l’estendersi del territorio, elevando in complesso i gettiti delle entrate stesse a 18.436 milioni per i proventi fiscali ed a 3.335 milioni per gli introiti minori, con un totale di 21.771 milioni. Conseguentemente le risultanze complessive, per la parte effettiva e per la gestione riguardante il governo legale, portano a calcolare il disavanzo in 104.942 milioni.     Una specificazione pressoché analoga può farsi per la gestione del governo repubblicano, con l’avvertenza che le previsioni iniziali (34.729 milioni di spese effettive, 31.439 milioni di entrate effettive, 3.290 milioni di disavanzo) si riferiscono alle sole occorrenze di carattere normale, provvedendosi alle spese eccezionali con stanziamenti effettuati nel corso dell’esercizio. Gli stanziamenti per tali spese sono ascesi a 171.505 milioni – di cui 108.000 milioni per contributo di guerra al governo germanico -, mentre altri 1.029 milioni sono stati iscritti per maggiori occorrenze dei servizi normali, portando la spesa complessiva a circa 207 miliardi, mentre le entrate, a causa delle vicende militari, sono risultate inferiori alle previsioni ed aggirantisi, nel periodo luglio 1944 aprile 1945, sui 26 miliardi di lire.

    Dimostrazione del ricorso del tesoro al mercato monetario (a)

    (milioni di lire)

     

     

    Consistenza al

    30 giugno

    1939

    30 giugno

    1940

    30 giugno

    1941

    30 giugno

    1942

    30 giugno

    1943

    30 giugno

    1944

      B.T. ordinari (1) (*)

    12.130

    15.915

    33.603

    43.497

    53.775

    61.866

    15.901

    33.554

    43.444

    53.130

    61.866

      Conti Correnti fruttiferi (2)

    24.389

    55.305

    59.522

    Totale (3 = 1 + 2 )
    Altri debiti e crediti di tesoreria (escluse antic. B. d’Italia) (4)
    Totale indebitamento del tesoro (escluse antic. B. d’Italia) (5 = 3 + 4)
    Movimento di capitali ( 6)
    Ricorso totale del tesoro al mercato monetario e finanziario (7 = 5 + 6)
    Eccedenza dei pagamenti sugli incassi di parte effettiva (8)
    Differenza tra l’eccedenza dei pagamenti sugli incassi di parte effettiva e il ricorso totale del tesoro al mercato monetario e finanziario (9 = 8-7)
    Anticipazioni B. d’Italia (10)

    4.992

    10.980

    24.952

    34.932

    59.882

    79.842

    Fondo di cassa (giugno suppl.) (11)(*)

    – 1.500

    1.769

    3.233

    9.260

    5.007

    – 91.809

    2.142

    2.212

    9.220

    4.276

    – 91.809

    Circolazione biglietti (12)

    19.411

    27.142

    35.674

    54.957

    91.402

    192.454

    Rapporto tra l’aumento della circolazione e l’eccedenza dei pagamenti sugli incassi di parte effettiva (13=12:8)

    Segue…

    MOVIMENTO DELL’ESERCIZIO

    30 giugno

    1945

    30 settembre 1945

    1939-1940

    1940-1941

    1941-1942

    1942- 1943

    1943-44

    e 1944-45

    luglio settembre

    1945

    157.673

    165.009

    3.771

    17.639

    9.841

    9.633

    103.898

    7.336

    93.085

    82.767

    – 8.883

    13.005

    9.117

    16.793

    37.780

    – 10.318

    – 5.062

    30.644

    18.958

    26.426

    141.678

    – 2.982

    617

    3.662

    4.237

    – 2.050

    – 41.709 (**)

    7.027

    – 4.445

    34.306

    23.195

    24.376

    99.969

    4.045

    22.350

    14.394

    46.519

    29.382

    30.973

    70.887

    17.905

    48.700

    69.714

    53.758

    130.942

    74.932

    20.251

    62.229

    73.707

    83.692

    390.889

    35.070

    2.346

    13.529

    3.993

    29.934

    259.947

    -39.862

    330.686

    330.686

    5.988

    13.972

    9.980

    24.950

    270.804

    15.864

    55.726

    3.642

    443

    5.987

    – 4.984

    10.857

    39.862

    288.588

    283.182

    7.731

    8.532

    19.283

    36.445

    197.186

    – 5.406

    38%

    13%

    26%

    43%

    50%

      (a) Dati desunti dai conti riassuntivi (suppletivi) del Tesoro. (*) Le variazioni nei B. T. ordinari, nei c/c fruttiferi e nel fondo di cassa risultano per differenza tra le cifre definitive all’inizio di ciscun esercizio e quelle provvisorie alla fine dell’esercizio stesso. (**) Eccedenza dei pagamenti in conto crediti di tesoreria sui corrispondenti incassi, dovuta principalmente alle due seguenti voci:

    PAGAMENTI

    INCASSI

    Mandati e ordini di pagamento da regolarizzare o collettivi non interamente estinti……….. …………………………………………………………………………………

    44.334

    12.501

    Sovvenzioni del tesoro alla posta per pagamenti erariali fuori dei capoluoghi di provincia e per necessità del servizio vaglia e risparmi ……………………………………….

    151.148

    133.701

    Finanziamento del tesoro e sua copertura

    (milioni di lire)

    ESERCIZI FINANZIAR

    (1)I

    FINANZIAMENTO DEL TESORO

    VOCI PRlNCIPALI DI ENTRATA DI BIGLIETTI

    Differenza tra (4) e (8)

    (9)

    Aumento della circolazione

    (10)

    Anticipazioni e conto corrente

    (2)

    Risconto al 0,20% di operazioni speciali del Cons. Sovv.

    (3)

    TOTALE

    (4)

    Depositi vincolati delle aziende di credito

    (5)

    Altri depositi

    (6)

    Vaglia e assegni

    (7)

    TOTALE

    (8)

    1939-40……

    1.324

    279

    1.603

    148

    490

    638

    965

    7.731

    1940-41……

    15.315

    –          |58

    15.257

    1.205

    1.754

    2.959

    12.298

    8.532

    1941-42…..

    6.856

    7.521

    14.377

    497

    –        828

    –         331

    14.708

    19.283

    1942-43……

    19.200

    25.440

    44.640

    10.656

    1.632

    1.890

    14.178

    30.462

    36.445

    1943-44……

    172.848

    8.179

    181.027

    25.438

    33.802

    5.978

    65.218

    115.809

    101.052

    1944-45…..

    96.477

    –         865

    95.612

    3.948

    –     1.589

    6.694

    9.053

    86.559

    96.134

    1939-40 a 1944-45…..

    312.020

    40.496

    352.516

    40.042

    35.695

    15.978

    91.715

    260.801

    269.177

    In complesso si giunge quindi ad una valutazione del disavanzo relativo alla gestione del governo repubblicano di 180 miliardi di lire, tenuto conto anche delle somme che possono essere rimaste non utilizzate sugli stanziamenti di spese, ferma rimanendo la riserva sul carattere provvisorio di tale cifra; la quale, aggiunta a quella di 105 miliardi relativa all’amministrazione legale, porta al disavanzo totale di 285 miliardi.     Nel complesso, per i due esercizi 1943-44 e 1944-45 e per le tre gestioni si ha un disavanzo di 500 miliardi di lire.     Anche per l’esercizio 1945-46, le previsioni iniziali sono risultate rapidamente superate a seguito della restituzione delle provincie del nord all’amministrazione del governo italiano. Secondo i dati più recenti, che sono quelli forniti dal ministro Corbino nella sua esposizione alla Consulta del 22 gennaio 1946, le spese già stanziate e da stanziare per l’esercizio in corso si calcola raggiungano i 500 miliardi, contro una entrata prevista di 140 miliardi per partite effettive e di 60 miliardi per movimento di capitali, con un deficit di 300 miliardi.     Giova, ai fini della presente relazione, cercare di rispondere alla domanda: in quale misura si è dovuto ricorrere alla circolazione per coprire i disavanzi degli ultimi esercizi finanziari?     L’eccedenza dei pagamenti per spese effettive sugli incassi per entrate effettive, da parte delle amministrazioni italiane, costituita per quasi la metà dalle indennità di occupazione versate ai tedeschi, è stata nei due ultimi esercizi (1943-44 e 1944-45) di 390,9 miliardi. Questa eccedenza, e l’aumento di 41,7 miliardi nei crediti di tesoreria, sono stati coperti con entrate nette in conto movimento di capitali per 31,0 miliardi (dovuti principalmente alla emissione del prestito Soleri nelle regioni centro meridionali); con l’emissione di buoni ordinari del tesoro per 103,9 miliardi (dei quali, come si disse, 68,0 miliardi acquistati dalla Banca d’Italia per investimenti delle disponibilità provenienti dai depositi vincolati delle aziende di credito); coi conti correnti fruttiferi intrattenuti presso il tesoro per 37,8 miliardi; ed infine col ricorso alla Banca d’Italia per 270,8 miliardi.     Nello stesso periodo biennale, il risconto speciale a favore del Consorzio sovvenzioni è aumentato di 7,3 miliardi.     Nei quattro esercizi precedenti l’eccedenza medesima era stata di 20,3 miliardi nel 1939-40, di 62,2 nel 1940-41, di 73,7 nel 1941-42 e di 83,7 miliardi nel 1942-43, in tutti i sei esercizi di 630,8 miliardi di lire. Se a queste eccedenze dei pagamenti sugli incassi si fosse dovuto provvedere interamente con i biglietti sarebbe stato il diluvio universale.     Fortunatamente, anche durante tali esercizi, tesoro e Banca poterono fare affidamento il primo sopratutto sui buoni del tesoro quinquennali e annuali, la seconda massimamente sui depositi delle banche, cosicché la circolazione aumentò nel sessennio invece che per 630 miliardi solo per 269 ossia per il 43%. La proporzione fu del 38 per cento nel 1939-40, del 13% nel 1940-41, del 26% nel 1941-42, del 43% nel 1942-43 e del 50% nel biennio della guerra guerreggiata sul territorio italiano 1943-44 e 1944-45. Fu il risparmio degli italiani in sostanza a salvare il paese dall’estrema rovina della lira. Con la liberazione, le forze naturali di ricupero del paese pigliano anzi il sopravvento.     Un brusco miglioramento si registra nei primi mesi dell’esercizio corrente, quando il ricorso alla circolazione è nullo per effetto dell’emissione del prestito Soleri che ha seguito la precedente emissione di buoni poliennali a distanza di quasi due anni durante i quali, come si è visto, lo stato ha coperto i suoi bisogni di cassa esclusivamente con mezzi di tesoreria.

    Prestito Soleri

    Il prestito fu emesso nell’Italia centro meridionale (decreto legislativo luogotenenziale 12 marzo 1945, n. 70) dal 5 aprile al 19 maggio a condizioni assai vantaggiose non solo in relazione alle esigenze del mercato ma anche in confronto agli altri prestiti di guerra, giacché, nella forma di buoni del tesoro quinquennali a premi, al 5%,[15] il suo rendimento, tenuto conto del premio di rimborso e della quota premi, fu del 6,17% contro il massimo di 5,99 raggiunto dall’emissione del giugno 1943.     Chiusa la sottoscrizione a sud della linea gotica e liberato nel frattempo il nord, il prestito venne esteso (decreto legislativo luogotenenziale 28 giugno 1945, n. 363) alle provincie settentrionali, conservando immutate le caratteristiche precedenti, tranne il prezzo di emissione che fu portato a lire 99 in considerazione del miglioramento frattanto intervenuto nelle quotazioni dei valori di stato e in particolare dei buoni medesimi precedentemente sottoscritti ; pertanto, il rendimento come sopra calcolato scese al 5,80%.     Il gettito complessivo fu di 106 miliardi, di cui 33 raccolti nella prima fase di sottoscrizione e 73 nella seconda; due fasi che, si svolsero entrambe tra grandi difficoltà materiali, specie nei riguardi delle comunicazioni, che non consentirono di svolgere ovunque una efficace propaganda.     Non è ancora possibile analizzare compiutamente i risultati, mancando per un certo numero di istituti consorziati i dati a ciò necessari; tuttavia l’esame dei dati riguardanti 35 istituti (su 42), i quali hanno raccolto l’87% delle sottoscrizioni complessive, fornisce le seguenti indicazioni.     Il pubblico ha dato l’82% delle sottoscrizioni, contro il 68 e 66% realizzati nelle due emissioni del 1942, attingendo dalle proprie disponibilità di cassa il 60% degli importi sottoscritti, contro il 42 e 60% degli altri due prestiti e facendo ricorso, per il rimanente, agli istituti di credito. Notevolmente inferiore è stato il ricorso alla Banca d’Italia (con operazioni di risconto e di anticipazioni e con prelevamenti da depositi intrattenuti presso di essa) che ha costituito appena il 24% del gettito effettivo in contanti, contro il 40 e 41% dei prestiti del 1942; indice, anche questo, di un maggior afflusso di denaro fresco. Il numero dei sottoscrittori presso i 35 istituti è asceso ad 1 milione 570 mila, cifra già da sola più che doppia di quella dei 730 mila sottoscrittori nella prima emissione del 1942 e dei 608 mila nella seconda.

    Condizioni delle emissioni dei buoni poliennali dal 1940 in poi

     

     

     

     

     

    Data di emissione

     

     

     

     

     

    Scadenza

     

     

     

    Ammontare

    (in milioni)|

     

     

     

     

    Prezzo di emissione

     

     

     

     

     

    Tasso

     

     

     

     

     

    Premi

     

    Rendimento % all’emissione tenuto conto

    della scadenza semestrale

     

     

    Immediato

    Con premio di rimborso (1)

    Con premio rimborso e quota premi

    15 Febbraio 1940 15 Feb. 1949

    28.000 (2)

    97.50

    5%

    0.48%

    5.19

    5.42

    5.92

    15 Febbraio 1941 15 Feb. 1950

    19.000

    97.50

    5%

    0.48%

    5.19

    5.42

    5.92

    15 Settemb. 1941 15 Settem.1950

    21.000

    97.50

    5%

    0.48%

    5.19

    5.42

    5.92

    15 Aprile 1942 15 Aprile 1951

    25.000

    97.50

    5%

    0.48%

    5.19

    5.42

    5.92

    15 Settemb. 1942 15 Settem.1951

    25.000

    92.00

    4%

    0.48%

    |4.40

    5.19

    5.72

    15 Giugno 1943 15 Giugno 1948

    12.000

    97.00

    5%

    0.20%

    5.22

    5.79

    5.99

    5 Aprile 1945 1° Aprile 1950

    33.000

    97.50

    5%

    0.50%

    5.19

    5.65

    6.17

    15 Luglio 1945 1° Aprile 1950

    73.000

    99.00

    5%

    0.50%

    5.11

    5.30

    5.80

      (1) Tasso di valutazione 5% (2) Di cui 12 miliardi sottoscritti dalla Cassa DD. e PP.

    Raffrontando il contributo delle varie regioni al gettito totale, si osserva che le province settentrionali hanno partecipato all’ultimo prestito nella misura del 66 per cento contro il 44 e 45 per cento nei due prestiti precedenti. Questa più rilevante partecipazione potrebbe indicare una maggiore disponibilità di denaro da attribuirsi, presumibilmente, alla scarsa partecipazione dei risparmiatori di quelle regioni alle emissioni di buoni del tesoro ordinari durante l’occupazione germanica. Essa è dovuta anche, in parte, al minore contributo dato dalla città di Roma, e quindi del Lazio, a causa del trasferimento al nord delle sedi centrali di molti enti ed istituti che in passato avevano sottoscritto per importi ragguardevoli; difatti, nei due prestiti del 1942, il Lazio si trova al primo posto superando di 3 miliardi la Lombardia, mentre nell’ultimo prestito occupa il terzo posto dopo la Lombardia ed il Piemonte. È da osservare, però, che nelle province settentrionali è stato fatto più largo ricorso, con prelevamenti da depositi, da anticipazioni e da conti correnti di corrispondenza, agli istituti di credito che non in quelle centro meridionali; in effetti, mentre in queste ultime tale ricorso rappresenta il 30 per cento delle sottoscrizioni effettive del pubblico, questa percentuale sale al 40 per cento se si includono nel calcolo le province del nord.     Per la valutazione del risultato conseguito, è interessante riferirlo all’ammontare ed alle variazioni della circolazione dei biglietti. Il gettito effettivo in contanti e cedole ha rappresentato il 28% dell’ammontare della circolazione all’epoca della sottoscrizione. Il rapporto è inferiore a quello avutosi per le emissioni dal 1940 al 1942, ma supera quello realizzato nella emissione del giugno 1943. Per la relativa lentezza dell’aumento dei depositi bancari nel corso della guerra, il rapporto tra il gettito predetto e l’ammontare dei depositi ha raggiunto il 34%, ossia un valore notevolmente superiore a quello massimo del 24% realizzato nei prestiti del settembre 1941 e dell’aprile 1942.

    Confronto tra il gettito delle emissioni, la circolazione e i depositi

    (milioni di lire)

     

     

     

    EMISSIONI

     

    Gettito effettivo

     

    Consistenza della circolazione e dei depositi all’epoca delle emissioni

     

    Gettito effettivo in contanti e cedole

    Totale

    in contanti e cedole

    Circolazione

    (1)

    Depositi

    (2)

    in % della circolazione

    in % dei depositi

    Febbraio 1940 (novennali 5%)

    15.600(3)

    10.290

    23.383

    61.884

    44

    17

    Febbraio 1941 (novennali 5%)

    18.525

    14.985

    31.570

    74.779

    47

    20

    Settembre 1941 (novennali 5%)

    20.475

    20.475

    39.248

    87.110

    52

    24

    Aprile 1942 (novennali 5%)

    24.375

    24.375

    51.065

    101.670

    48

    24

    Settembre 1942 (novennali 4%)

    23.000

    17.796

    58.969

    109.348

    30

    16

    Giugno 1943 (quinquennali 5%)

    11.640

    11.640

    88.817

    138.723

    13

    8

    Maggio e Agosto 1945 (quinquennali 5%)

    104.445

    104.432

    370.450 (4)

    305.254 (4)

    28

    34

      (1) Al giorno 10 del mese di emissione. (2) Totale dei depositi fiduciari, esclusi i depositi presso la Banca d’Italia e i conti correnti di corrispondenza con aziende di credito, alla fine del mese precedente quello dell’emissione. Fino al giugno 1943 sono comprese nella rilevazione le aziende con una massa fiduciaria superiore ai 5 milioni; per il 1945 sono comprese 365 aziende che raccolgono il 99% circa del totale del depositi. (3) Esclusi miliardi 11,7 sottoscritti dalla Cassa DD. e PP. (4) Al 30 giugno 1945. Nella circolazione sono compresi 81.862 milioni di am-lire.

    L’effetto del prestito sull’andamento della circolazione non è percepibile nella prima fase dell’emissione, quando il riassorbimento di biglietti operato al sud viene neutralizzato dalla continuazione delle emissioni al nord (1); lo diventa invece nella seconda fase, quella della emissione al nord. Dal maggio all’agosto, infatti, la circolazione della Banca d’Italia diminuisce di 8,4 miliardi, mentre la circolazione totale, comprensiva delle lire militari, diminuisce di 7,4 miliardi (2).     Il prestito fu un plebiscito dei risparmiatori a favore del governo dell’Italia risorta. Ho piena fiducia che la manifestazione, del tutto volontaria e perciò significativa, dei risparmiatori italiani sarà ancor più imponente ad occasione del prossimo prestito consolidato, del quale fu già dato annuncio ufficiale.

    (1) Circolazione all’inizio ed alla fine dei periodi sotto considerati

     

    PERIODO

     

    Inizio

     

    Fine

     

    Variazione intervenuta nel periodo

    Dal 10 febbraio al 10 marzo 1940……………………

    23.383

    22.781

    – 602

    Dal 10 febbraio al 10 marzo 1941……………………

    31.570

    31.790

    + 220

    Dal 10 settembre al 10 ottobre 1941…………………

    39.248

    41.850

    + 2.602

    Dal 10 aprile al 10 maggio 1942……………………..

    51.065

    51.578

    + 513

    Dal 10 settembre al 10 ottobre 1942…………………

    58.969

    61.678

    + 2.709

    Dal 10 giugno al 10 luglio 1943………………………

    88.817

    92.726

    + 3.909

    Dal 31 marzo al 31 agosto 1945……………………..

    277.302

    280.372

    + 3.070

    (am-lire)……

    (73.101)

    (80.691)

    (+ 7.590)

    (2) Circolazione al:

    Biglietti della Banca d’Italia

    lire militari

    TOTALE

    31 maggio 1945……………………….

    288.769

    79.696

    368.465

    31 agosto 1945………………………..

    280.372

    80.691

    361.063

    Buoni del tesoro ordinari

    In ragione dell’assenza di altri prestiti, fu assai importante, nel periodo tra l’armistizio e la liberazione, l’emissione netta di buoni del tesoro ordinari, la cui consistenza passava da 49,2 miliardi al 30 settembre 1943 a 157,7 miliardi al 30 giugno 1945. Nell’Italia liberata, il collocamento avvenne direttamente presso le banche private e il pubblico; nell’Italia occupata, invece, 60 miliardi di buoni, su un totale di circa 75 emessi, furono collocati presso l’istituto di emissione.     Nel secondo semestre del 1945 l’emissione netta è andata aumentando gradualmente, aggirandosi in novembre e dicembre sui 5 miliardi mensili e toccando nell’intero semestre i 20,7 miliardi.     Dal 20 settembre 1944 (Decreto ministeriale 12 settembre 1944) i tassi dei buoni ordinari sono stati diminuiti di mezzo punto, come segue:

     

    Data della variazione

     

    1-2 mesi

     

    3-4 mesi

     

    5-6 mesi

     

    7-9 mesi

     

    10-12 mesi

     

    20 marzo 1943

    3,25

    3,75

    4,25

    4,75

    5,00

    20 sett. 1944

    2,75

    3,25

    3,75

    4,25

    4,50

    Altre emissioni di valori

    L’emissione di valori non di stato, assai ristretta nel 1944, ha segnato nel 1945 una certa ripresa.     Tra gli istituti finanziari, l’I.M.I. che nell’esercizio 1943-44[16] aveva perfezionato mutui per 504 milioni ed emesso obbligazioni per 817 milioni, nel successivo esercizio 1944-45 perfezionò mutui per soli 108 milioni e non emise obbligazioni, mentre nei primi undici mesi dell’esercizio 1945-46 i mutui perfezionati ammontarono a 1.500 milioni e le obbligazioni emesse a 2.200 milioni. Il Consorzio di credito per le opere pubbliche, per operazioni di finanziamento riflettenti la copertura dei disavanzi di bilancio degli enti ausiliari,[17] somministrò nel 1944 mutui per 17 milioni ed emise obbligazioni per 89 milioni, mentre nel 1945 tali operazioni ammontarono, rispettivamente, a 1.592 e 1.380 milioni. L’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, nei due anni considerati, per operazioni di finanziamento di impianti idroelettrici, somministrò mutui rispettivamente per 425 e 1.400 milioni ed emise obbligazioni per 500 e 1.225 milioni.     La circolazione delle cartelle fondiarie, che al 31 dicembre 1943 era di 6.164 milioni, scese, al 31 dicembre dei due anni successivi, a 5.803 e 5.373 milioni.[18]     Anche nel settore dei valori azionari, nessuna importante emissione fu effettuata nel biennio. Nelle operazioni di aumento di capitale, in corso da parte di alcune società per azioni, si va palesando, attraverso le basse quotazioni dei prezzi dei diritti di opzione, la persistente riluttanza del capitale ad investirsi nelle industrie.

    Andamento dei corsi dei titoli

    Una conclusione analoga si trae dall’osservazione dell’andamento dei corsi dei valori azionari.     Durante i primi mesi del 1944, fino alla liberazione della capitale, i corsi, dopo una caduta nel gennaio, determinata dall’annuncio, da parte dello pseudo governo repubblicano, dei provvedimenti di socializzazione di talune imprese, ripresero il loro movimento ascendente, il quale, mentre si inquadrava nell’aumento generale dei valori, rifletteva però anche la tendenza agli investimenti in beni reali o in titoli di questi rappresentativi. Il movimento fu comune alle varie piazze, ma nel maggio i corsi di Milano cominciarono a fare premio su quelli di Roma.     Dalla liberazione fino al 31 luglio, la borsa di Roma rimase chiusa per disposizione del Comando alleato. La ripresa delle operazioni riguardò prima quelle in contanti sui titoli di stato ed obbligazioni (1 agosto 1944), poi quelle in contanti sui titoli azionari (23 novembre 1944), quindi le operazioni a termine sui titoli di stato (26 marzo 1945) e infine le operazioni a termine sui titoli azionari (23 ottobre 1945).     La riapertura del mercato azionario avvenne a prezzi inferiori, in media, del 30% a quelli precedenti la chiusura ed inferiori anche, nella misura media del 40%, a quelli contemporaneamente praticati a Milano. I corsi si riprendevano parzialmente nei mesi successivi, mantenendosi però costantemente al disotto delle quotazioni fatte al nord ed adeguandosi a queste a liberazione compiuta.     Al nord, la presa di Roma e lo sbarco in Normandia avevano provocato a metà dell’anno una temporanea sensibile caduta dei corsi, che si erano poi ripresi nel settembre ed avevano toccato nel dicembre massimi più che doppi dei corsi di un anno prima. Seguì, all’inizio del 1945, una flessione dovuta alla previsione di una rapida fine del conflitto ed alla conseguente tendenza a realizzare investimenti precedentemente fatti nel timore di una totale svalutazione della moneta. Il regresso continuò fino alla liberazione e, dopo la breve sospensione delle contrattazioni che fece seguito a questa, la borsa di Milano si riaprì con corsi inferiori, in media, del 5 per cento a quelli precedenti e con tendenza al ribasso, nonostante l’avvenuta riduzione della sovrimposta di negoziazione dal 25 al 3%. Il movimento di regresso continuò sostanzialmente per tutto il secondo semestre dell’anno (e continua tuttora), assorbendo la breve ripresa seguita nell’ottobre al ripristino delle contrattazioni a termine.     Questa tendenza obbedisce alle sfavorevoli condizioni di ordine generale in cui si svolge e si prevede che potrà svolgersi l’attività industriale nei riguardi degli approvvigionamenti, degli scambi, dei rapporti tra l’impresa e la mano d’opera, e, conseguentemente, dell’equilibrio interno delle imprese. Ma essa riflette anche una condizione particolare, quella della nominatività obbligatoria dei titoli azionari che riesce particolarmente repulsiva ora che si vanno agitando provvedimenti di finanza straordinaria.     L’indice generale del corso delle azioni, che, rispetto alla base del dicembre 1939, era, nel giugno 1945, intorno a 600, è disceso, nel febbraio 1946, intorno a 350. Se si valuta il deprezzamento dell’unità monetaria, intervenuto nel frattempo, sulla base del tasso di cambio del dollaro, salito da 19 a 225, questo indice si riduce, in lire d’anteguerra, a circa 30. Se, al fine di esprimerlo in una unità monetaria con potere d’acquisto costante, si tiene conto anche dell’aumento dei prezzi verificatosi negli Stati Uniti, esso si riduce ulteriormente a circa 22, ossia a poco più di un quinto del livello d’anteguerra.     In altre parole, se noi facciamo astrazione dall’aumento puramente nominale dei corsi delle azioni, dobbiamo constatare che le borse stimano oggi le aziende industriali, commerciali e bancarie a forma di società anonime ad un valore che, tenuto conto delle odierne (fine marzo) quotazioni, è probabilmente inferiore ad un quinto della stima che delle medesime aziende si faceva nel 1939. Può darsi che le borse errino nel fare stime; ma poiché l’opinione ha grande influenza sulla realtà, giova meditare e tener conto dell’opinione, la quale dopotutto non è opera di teorici di tavolino, ma è fatta da chi investe o disinveste i propri risparmi ed è perciò opinione la quale ha un alto grado di fondatezza, quel grado che deriva dal rischio personale incorso nel fare calcoli economici.     La riluttanza dei risparmiatori ad investire in titoli azionari favorì quelli di stato, sui quali si orientò parte del risparmio che non ravvisava in altri beni più sicuro rifugio. La quota ne risentì favorevolmente, proseguendo nei primi mesi del 1944 l’ascesa iniziata dopo la caduta successiva all’armistizio.     Alla riapertura della borsa di Roma, nell’agosto 1944, i corsi segnarono un regresso dell’11 per cento, ma ben presto il movimento di ascesa ricominciò, subendo due arresti per l’annunciata emissione dei buoni quinquennali nel centro sud nel marzo 1945, e per la sua estensione al nord fra il luglio e l’agosto di quell’anno. Secondo un indice calcolato sulle quotazioni di Roma dei principali titoli di stato, i corsi – fatto giugno 1943 uguale 100 – nel dicembre di quello stesso anno erano scesi a 70,1 e al 31 dicembre 1944 e 1945 erano saliti, rispettivamente, a 105,9 e 113,9.     A Milano l’ascesa fu pressoché continua durante il 1944, mentre nel gennaio 1945 ebbe inizio, come per le azioni, una fase di regresso. Con l’unificazione dei mercati dei valori seguita alla liberazione del nord, riprese e si mantenne per tutto il resto dell’anno il movimento di ascesa.     Anche le obbligazioni si avvantaggiarono durante il 1944 rispetto all’anno precedente. Nel 1945 esse si discostarono dalla tendenza manifestatasi per i titoli di stato, segnando un miglioramento durante il primo semestre e un regresso nel semestre successivo. Alla fine dell’anno i corsi di molte obbligazioni erano scesi al disotto del valore nominale, così da risultare abbreviato od annullato il divario che in precedenza si era creato, per l’eccezionale aumento dei valori obbligazionari, fra questi ed i titoli di stato. Per brevi periodi, all’indirizzo generale della categoria si sottrassero i titoli fondiari dimostratisi nel complesso meno resistenti.     Nei riguardi dei rendimenti, si osserva che il forte divario creatosi nel settembre 1943 fra i titoli di stato ed i valori azionari si mantenne durante tutto il biennio; mentre il reddito dei titoli di stato ridiscendeva a livelli più normali, quello dei titoli azionari scendeva, anche per effetto della mancata distribuzione di dividendi da parte di molte società, a livelli ancora più bassi di quelli di fine 1943. Un calcolo, eseguito sulle principali azioni quotate alla borsa di Milano, indica a fine 1945 un rendimento del 0,71 per cento, contro l’1,35 per cento di due anni prima.     Il volume di affari in tutte le borse del Regno fu per i titoli di stato di 5.910 milioni nel 1944 e di 6.796 milioni nel 1945, contro i 2.610 milioni trattati nel 1943. Per le azioni, la ricerca di cui furono oggetto nel 1944 nelle borse settentrionali portò il numero dei titoli trattati a 7.973 mila contro 3.997 mila del 1943; mentre nel 1945, spostandosi la preferenza verso i titoli di stato, esso scese a 7.551 mila.     Provvedimenti legislativi degni di ampia lode hanno ricreato alcune delle condizioni per una ripresa dell’attività di borsa, restituendo al mercato dei titoli parte di quella libertà che il legislatore fascista, pur tenuto conto della resipiscenza mostrata con il decreto 12 aprile 1943, n. 235, gli aveva tolto. L’imposta cedolare, che un precedente decreto ministeriale del 20 novembre 1943 aveva ridotto dal 25 al 15 per cento, è stata riportata, con decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 384, alla misura originaria del 10 per cento fissata dal decreto istitutivo di tale imposta; lo stesso decreto, però, – al fine di limitare la distrazione dei capitali dall’opera di ricostruzione – ha ridotto del 10 per cento il limite massimo degli utili ripartibili tra gli azionisti a norma della legge 18 aprile 1941, n. 277, che fissava tale limite al 7 per cento. Il successivo decreto legislativo luogotenenziale 25 maggio 1945, n. 301, ridusse la sovrimposta di negoziazione al 3 per cento del prezzo o valore pieno di cessione, ripartibile a metà fra venditore e compratore, ed abolì la precedente distinzione tra i titoli non quotati in borsa delle società immobiliari e tutti gli altri titoli azionari.[19]     È da augurare che, procedendo su questa via sia definitivamente abrogata la sovrimposta di negoziazione del 3 per cento, che è, senza vantaggio per l’erario, di tanto grave remora alla ripresa dell’attività delle borse, premessa indispensabile per l’afflusso dei capitali alle industrie sotto forma di partecipazione diretta. Oggi le industrie devono, per rifornirsi di capitali, ricorrere al credito; che non solo è oneroso, ma è anche pericoloso per il carico fisso di interessi che impone alle imprese, laddove l’emissione di azioni consentirebbe di remunerare il capitale solo col conseguimento di utili e nella misura in cui questi sono ottenuti.     Per quanto ha tratto all’altra e più importante causa di inattività delle borse, ossia la nominatività dei titoli, giova ricordare che in altra epoca la nominatività obbligatoria sanzionata da una legge Giolitti fu poi attuata col metodo della nominatività che si potrebbe dire «indotta», grazie all’espediente della speciale imposta sui dividendi dei soli titoli al portatore. Allora si trattava di dare una spinta ad iscrivere le azioni al nome, allo scopo di poterle tassare con l’imposta complementare. Oggi si tratterebbe di persuadere i possessori ad iscriverle anche ai fini di una eventuale imposta patrimoniale straordinaria. Ma trattasi di un gioco di aliquote della speciale imposta sui dividendi, la quale dovrebbe colpire i soli titoli al portatore e persuadere i più dei detentori di iscriverle volontariamente al nome. La sostituzione della persuasione alla coazione e l’alleviamento delle formalità di trapasso, con facili girate, delle azioni nominative gioverebbero alle future necessarie emissioni di azioni, premessa, ripetasi, prima di un ritorno non oneroso del capitale alle industrie.     Non oneroso, dico, perché l’esperienza recente ha dimostrato il danno che le imprese economiche risentono dal ricorso quasi esclusivo all’approvvigionamento dei capitali ad esse bisognevoli mercé emissioni di obbligazioni, sovvenzioni bancarie e giro di cambiali, che costano interessi, che se anche non sono alti, sono fissi; laddove la provvista di capitali mercé l’emissione di azioni dà luogo ad un onere che è eventuale e variabile in funzione dei profitti effettivamente ottenuti.

    Prezzi

    Lo stesso gioco complesso tra gli elementi obiettivi della situazione, le disposizioni psicologiche del pubblico e le interferenze del legislatore, che abbiamo osservato nel mercato dei valori, si ritrova considerando i mercati dei beni e dei servizi, che sono stati caratterizzati, in questi ultimi anni, da un aumento di prezzi generale ma assai vario da prodotto a prodotto e dalla molteplicità dei prezzi esistenti in uno stesso momento per uno stesso prodotto.     Il fascio di curve, che sta a rappresentare l’andamento degli indici dei prezzi dei singoli prodotti, si è aperto tra il 1938 e il 1945 come un ventaglio. La dispersione dei prezzi è oggi assai maggiore di quel che non fosse nel 1938. Pertanto, se pure si percepisce il senso generale dell’andamento e si può valutare l’entità delle singole variazioni, non è agevole identificare in tale dilagare il livello medio che sintetizza la situazione dei prezzi, ovvero il flusso centrale verso il quale tende – col progressivo ritorno a situazioni normali – a richiudersi il ventaglio.     Analogamente, per i singoli prodotti la curva che rappresenta l’andamento del prezzo si è ramificata in tante curve spesso distanti tra loro. Le cause di tanta variabilità sono molteplici. Vi è la coesistenza di un mercato a prezzi ufficiali e di un mercato a prezzi illegali; vi sono stati e tuttora persistono ostacoli che hanno frazionato il nostro paese in più mercati, talvolta rigidamente chiusi – come durante lo svolgersi delle operazioni militari – tal altra differenziati dall’alto costo o dalla insufficienza dei trasporti.     Si sono venute a creare, nelle varie regioni, situazioni tanto diverse che gli stessi prezzi ufficiali hanno dovuto soggiacervi. Nel campo agricolo, ai prezzi di ammasso, praticamente uniformi per tutto il Regno, attuati fino alla campagna 1943-44, sono seguiti, nelle due successive campagne, prezzi sensibilmente diversi tra nord e sud.     Una situazione non diversa si è presentata nei prezzi dei prodotti industriali. Ad esempio, il prezzo del carburo è stato fissato dal Comitato prezzi Alta Italia in lire 1.000 per quintale con deliberazione dell’ottobre 1945 e successivamente in lire 2.500 con deliberazione del dicembre; mentre dal ministero dell’industria e del commercio è stato fissato per l’Italia centro meridionale in lire 3.600 con provvedimento del febbraio 1946.     Nel mercato libero od illegale le differenze di prezzo tra zona e zona raggiungono valori anche maggiori.     Nello scorso autunno la lana era venduta dagli agricoltori a lire 145 il chilogrammo in provincia di Cagliari ed a lire 3.000 in provincia di Vercelli; il grano, mentre raggiungeva le 12.000 lire il quintale nelle Puglie, a Ravenna e a Padova costava poco più della decima parte.     Alle diversità che si riscontrano considerando i singoli prodotti, non corrispondono delle differenze di pari entità nei livelli generali dei prezzi delle varie regioni. Nel campo delle produzioni agricole un indice generale dei prezzi del mercato libero o extra ammasso (con base 1938=100), riferito alle regioni del centro e del meridione, non supera che di un quinto all’incirca un analogo indice relativo alle regioni settentrionali e alle isole. Ciò sta ad indicare come l’asprezza di talune punte sia conseguenza della situazione regionale d’insufficienza o abbondanza rispetto al consumo locale di specifiche produzioni. Per il grano i prezzi massimi si hanno nel mezzogiorno e quelli minimi nel settentrione, mentre per il vino la situazione è rovesciata.     In conclusione, tenendo conto delle cause che la provocano, della tendenza esistente nel mercato ufficiale alla unificazione dei prezzi e della crescente efficienza dei trasporti, la dispersione territoriale riscontrata nell’anno in esame è da considerarsi come un fenomeno transitorio. Tuttavia l’esistenza di tale anormalità va tenuta presente quando si considerano dei prezzi nazionali; talvolta la variabilità è tale da disorientare, e per quanta cura si possa porre nella determinazione dei prezzi medi, restano sempre molte riserve da fare.     Ad esempio, per il mese di novembre si dispone di un prezzo del risone (originario) di lire 1.900 il quintale per la provincia di Pavia e di lire 5.000 per la provincia di Cremona.     Nel campo agricolo i prezzi ufficiali di ammasso variano per i prodotti di uso alimentare tra un minimo di 5 volte e mezzo il prezzo del 1938 per il grano tenero nell’Italia settentrionale e un massimo di circa 25 volte per l’olio; in media, tenuto conto della diversa importanza delle produzioni, si è al disotto di 8 volte. Tale media è ottenuta considerando i prezzi relativi tutti ad una stessa campagna di ammasso, quella dell’anno 1945, ma che risentono della diversa epoca in cui furono fissati e di altre cause e considerazioni che hanno influito all’atto della loro determinazione, per cui, messi oggi a raffronto, appaiono alquanto sperequati. Così, il prezzo delle barbabietole; fissato a circa 20 volte il prezzo del 1938, confrontato con quello del grano per le provincie in cui è diffusa quella coltivazione, presenta un aumento di circa quattro volte maggiore. Ma nei riguardi dei profitti degli agricoltori queste diversità possono risultare in concreto mitigate dalla diversa entità dei rispettivi mercati extra ammasso.     Fuori dei vincoli della legge, i prezzi dei prodotti agricoli di uso alimentare hanno subito aumenti ben più sensibili. Considerando insieme i prezzi dei prodotti non soggetti ad alcun vincolo e i prezzi dei prodotti che sfuggono agli ammassi, il coefficiente di aumento rispetto ai prezzi del 1938 supera le 45 volte. Nel giudicare un tale valore, occorre tener presente che esso è conseguenza, oltre che dell’inflazione monetaria, dell’eccezionale scarsezza delle disponibilità, essendosi avute nel 1945 produzioni agricole quasi tutte intorno alla metà di quelle normali.     Un indice della produzione agricola alimentare (quantità) con base 1939=00, calcolato da Paolo Albertario (Aspetti apparenti e reali dell’odierna situazione alimentare, in «Socialismo», n. 1-2, gennaio-febbraio 1946), non raggiunge nel 1945 che il valore di 54. Il raccolto è valutato pari al 67% di quello del 1939 per le patate e gli ortaggi e al 53% per i cereali, mentre è stato quasi nullo quello delle barbabietole. Per i prodotti zootecnici, la produzione è valutata al 44% di quella del 1939.     Tra le produzioni agricole non alimentari, la lana ha un prezzo ufficiale di ammasso di 12 volte superiore a quello del 1938 e non molto diverso è quello praticato extra ammasso in alcune regioni (Italia meridionale, Sicilia e particolarmente la Sardegna); pertanto, il prezzo medio nazionale extra ammasso supera di poco le 20 volte il prezzo del 1938. Tra le altre materie prime tessili prodotte dalla nostra agricoltura, è notevole l’incremento del prezzo ufficiale dei bozzoli (oltre 32 volte il prezzo del 1938); più conforme agli altri aumenti dei prezzi ufficiali è quello della canapa (14 volte).     Mentre le materie prime tessili di produzione nazionale occupano nell’aumento generale dei prezzi una posizione che è quasi di retroguardia, i manufatti tessili hanno rappresentato spesso la punta estrema degli aumenti. Un indice basato su tre prodotti tessili e relativo alla piazza di Firenze, nel dicembre 1945 indicava un aumento di circa 55 volte. Per questo settore, l’aumento eccezionale trova origine probabilmente nelle caratteristiche del prodotto che si presta agevolmente alla speculazione; sembra provarlo la caduta dei prezzi nei primi mesi dell’anno in corso, quando in conseguenza della relativa elasticità della domanda e del mutare delle previsioni circa la situazione monetaria, proprio dai manufatti tessili si è iniziato un ripiegamento dei prezzi che potrà diffondersi in altri settori.     E poiché i prodotti tessili si trovano al limite superiore della zona di variabilità degli indici dei prezzi, la tendenza ora in atto porta ad una convergenza verso la zona centrale, contribuendo a quella perequazione tra i vari settori alla quale il mercato naturalmente tende.     Nel campo delle materie prime dell’industria, ove si escludano casi particolari verificatisi in ispecie tra i prodotti chimici, i prezzi rilevati dalla Confederazione generale dell’industria erano, nel novembre scorso, superiori in media di 25 volte ai prezzi del 1938. Non lontano da quello medio erano in particolare gli aumenti registrati dai metalli (ferro, ghisa, piombo, rame, alluminio), dal cemento e dai mattoni.     Nel complesso, dunque, i prezzi delle materie prime, dei prodotti e dei servizi dell’industria si trovano – dopo il movimento di questi ultimi mesi, il quale ha annullato i più vistosi aumenti che si erano avuti per le stoffe e le calzature, per taluni prodotti di uso industriale e per gli autotrasporti – ad un livello nettamente inferiore a quello raggiunto dai prezzi delle materie prime alimentari.     Per gli uni come per gli altri, la situazione più difficile si è determinata nelle regioni del mezzogiorno, dove la guerra e giunta prima ed ha più a lungo sostato, e che dipendono dal nord, oltre che per i prodotti industriali, anche per alcuni prodotti basilari dell’alimentazione come i cereali. La divisione del paese in due tronconi vi determinò, di conseguenza, un’ascesa dei prezzi ben più rapida che nell’Alta Italia, dove pure l’aumento della circolazione avveniva con ritmo più celere e dove i beni rifugio – quali i titoli azionari, l’oro e le valute pregiate – segnarono aumenti più sensibili.

    Questa diversità di andamenti si rispecchia negli indici del costo della vita. Un indice calcolato con criteri omogenei per le città di Roma e Milano palesa una divergenza che, iniziatasi negli ultimi mesi del 1943 si accentua fortemente a svantaggio di Roma nel primo semestre del 1944, quando il fronte si avvicina alla capitale. Nel secondo semestre – lasciando a parte le variazioni dovute a fattori stagionali – mentre l’indice di Milano continua a salire con movimento quasi regolare, quello di Roma resta al disopra del livello medio del primo semestre. Nella prima parte del 1945, l’intensificazione dei bombardamenti, la conseguente paralisi dei trasporti e le altre difficoltà di ogni regione di retrovia provocano nell’indice di Milano una più rapida ascesa. Al sopraggiungere della unificazione l’indice di Roma risente del minor livello dei prezzi esistenti nel nord, cosicché i due indici si ricongiungono per proseguire con andamento consimile nel secondo semestre 1945. In questo periodo, la decisa tendenza all’aumento – solo in parte assegnabile all’azione di fattori stagionali e nettamente contrastante con la stabilità dell’indice della circolazione – trova la sua origine nella già rilevata scarsità del raccolto.     Nel complesso del Regno, l’indice del capitolo alimentazione calcolato dall’Istituto centrale di statistica supera di poco le 30 volte il livello del 1938. In tale indice sono considerati sia i prezzi ufficiali che quelli del mercato libero o illegale, sul quale vengono acquistati circa i due terzi delle quantità che costituiscono il fabbisogno alimentare base. L’indice complessivo del costo della vita può ritenersi alquanto più basso perché degli altri capitoli di spesa alcuni si riferiscono a beni, come gli indumenti, i cui prezzi sono aumentati in misura sensibile, ma che presentano una domanda più elastica degli alimenti, ed altri hanno subito aumenti di scarsa entità. Tra questi, oltre al costo dell’abitazione, vi è la spesa per il gas e la luce – i cui prezzi sono intorno a 5 volte quelli del 1938 – e quella per i servizi pubblici.     Tradotte in cifre, queste considerazioni conducono a stimare che oggi l’alimentazione assorba intorno ai tre quarti delle spese figuranti nel bilancio della famiglia tipo presa a base del calcolo dell’indice, contro il 55% del 1938. L’indice complessivo del costo della vita, valutato in base a questa variazione nella composizione della spesa ed all’ammontare raggiunto dalla spesa per l’alimentazione, risulta intorno a 23 volte il costo del 1938.

    I salari, in parte perché ostacolati dalla naturale lentezza nei movimenti di adeguamento agli altri prezzi, e – nelle regioni più lungamente occupate dai tedeschi – dall’azione politica intesa a reprimere le conseguenze dell’inflazione, in parte per l’effetto inevitabile della riduzione del reddito reale nazionale, hanno raggiunto a fine 1945 – secondo quanto risulta da rilevazioni a base piuttosto ristretta ma che danno risultati concordanti – un livello che si aggira intorno a 13 volte quello del 1938. Scarso successo hanno avuto i tentativi più volte ripetuti di sostituire in parte la rimunerazione in moneta con quella in beni reali.     L’aumento non è stato uniforme tra il 1938 e il 1945, ma accentrato negli ultimi anni; ad un incremento del 100 per cento realizzato tra il 1938 e il primo semestre del 1943 è seguito un aumento di circa il 550 per cento realizzato in più riprese tra la fine del 1943 e la fine del 1945.     Questa incompleta rassegna delle variazioni intervenute nei prezzi dei vari settori, se non consente una valutazione sufficientemente approssimata del deprezzamento della lira e quindi del livello al quale – non intervenendo altre cause perturbatrici – dovrebbero tendere i vari prezzi perché si raggiunga una nuova situazione di equilibrio, può servire tuttavia ad individuare dei limiti entro i quali quel deprezzamento è compreso ovvero – qualora si vogliano manovrare i prezzi all’importazione od i cambi – le diverse conseguenze di una tale manovra nei vari settori.     Considerando insieme i vari indici raccolti, si osserva che i maggiori aumenti si riferiscono a settori nei quali hanno avuto notevole parte il fattore della rarefazione delle merci (prodotti agricoli di uso alimentare, taluni prodotti chimici) e quello della speculazione (tessili, prodotti finiti) ed appaiono tutt’altro che consolidati. Nella zona dei minori aumenti si trovano le categorie di prezzi solitamente più lente a seguire il movimento generale, le quali opporrebbero un ostacolo notevole ad una azione deflazionistica molto spinta; cosicché l’aumento da esse subito può, ai fini di una politica che non voglia aggiungere ai danni dell’inflazione quelli economici e politici della deflazione, considerarsi come consolidato dal momento stesso in cui avviene.     In questa zona, che partendo dagli aumenti di sole le 5 volte i valori del 1938 può estendersi fino agli aumenti pari a 20-25 volte, si trovano tutti i prezzi ufficiali di ammasso (ad esclusione di quello dei bozzoli), i salari e le tariffe dei servizi pubblici. Risultano del pari compresi in questa zona, senza partecipare del carattere di quelli ora richiamati, l’aumento subito dagli indici delle materie prime delle industrie metallurgiche e meccaniche, e quelli dei loro prodotti finiti. Vi rientra anche, con tutta probabilità, l’aumento dei più importanti beni d’investimento, ossia quello dei valori mobiliari, del cui limitato apprezzamento si è già discusso, e quello dei beni immobili, che non supera le 12 volte per i fabbricati e dalle 12 alle 20 volte, secondo le regioni, per i terreni.     Viene fatto di domandarsi se esistano oggi le condizioni per realizzare un equilibrio monetario che riconduca i prezzi verso una zona centrale dell’attuale ventaglio.     La risposta al quesito può consistere, da un lato, nel verificare se le quantità degli scambi e dei mezzi di pagamento soddisfino coi prezzi vigenti l’equazione degli scambi; mentre una considerazione più ampia deve abbracciare la situazione delle finanze pubbliche, di cui si è detto, e quella della bilancia dei pagamenti internazionali.     Per quanto riguarda la prima verifica, si osserva che verso la fine del 1945 la circolazione complessiva formata da biglietti della Banca d’Italia, biglietti di stato, monete metalliche e lire militari era pari a 19 volte circa quella media del 1938; mentre la consistenza dei conti correnti intrattenuti presso le banche era di appena 5-6 volte quella d’anteguerra. Dei due indici, quello dei biglietti, più sfavorevole ma di gran lunga più importante, può – ove si tenga presente la situazione del reddito reale nazionale, che, secondo i risultati quasi concordanti di vari autori, si sarebbe ridotto del 40 per cento tra il 1938 ed il 1945 – assumersi ad indicare il limite inferiore oltre il quale è molto difficile che possa scendere il livello medio dei prezzi di questo dopoguerra. In effetti, pur occupando una posizione quasi centrale nel ventaglio formato oggi dai vari prezzi, l’indice dell’ammontare della circolazione è già superato da alcuni prezzi ufficiali e dall’indice complessivo del costo della vita.     Più incerta appare l’identificazione di un limite superiore. La necessità di evitare crisi di produzione, che potrebbero impedire la realizzazione di un nuovo equilibro, non comporta – nella situazione attuale di fluidità e di scarso indebitamento dell’agricoltura e dell’industria – che il nuovo livello debba stabilirsi nella zona degli attuali prezzi liberi dei prodotti agricoli. La flessione cui questi dovranno sottostare non può provocare turbamenti notevoli, ove trovi compenso, oltre che nell’aumento delle quantità prodotte, in un adeguamento inverso dei prezzi ufficiali.     Una media tra gli indici dei prezzi ufficiali e gli indici dei prezzi liberi o extra ammasso dei prodotti agricoli indicava verso la fine del 1945 un coefficiente di aumento rispetto al 1938 di circa 33 volte.     Se ora prendiamo in esame le condizioni internazionali del nostro equilibrio monetario, ci dobbiamo chiedere quale livello di cambio possa meglio aiutarci a riattivare gradualmente un ampio ed equilibrato volume di scambi di merci.     Non occorre dire quanto sia arduo, oggi, individuare in questa materia delle posizioni effettive, non solo perché le posizioni non sono ferme, ma perché manca un’epoca vicina che possa servire di riferimento come espressione di una posizione normale. Occorre risalire al 1928-29 per trovare sui principali mercati nazionali una posizione di prezzi che grosso modo corrispondeva, tenuto conto delle variazioni intervenute nei cambi, a quella del 1913.

    Indici dei prezzi all’ingrosso, con base 1913, tradotti in lire al cambio corrente

    Indice dei prezzi all’ingrosso con base 1913

    Stati Uniti

    Inghilterra

    Italia

    1928……………………..

    509

    495

    491

    1929……………………..

    503

    466

    481

    La variazione intervenuta dopo di allora si esprime nelle cifre seguenti:

    • negli Stati Uniti, l’indice dei prezzi è aumentato da 100 nel 1929 a 112 nel 1945. Poiché il cambio del dollaro è aumentato in pari tempo da 19 a 225, l’indice americano, tradotto in lire, passa da 100 a 1.330;
    • in Inghilterra, l’indice è aumentato da 100 nel 1929 a 130 nel 1945. Poiché il cambio della sterlina è aumentato da 92,46 a 907,31, l’indice inglese, tradotto in lire, passa da 100 a 1.271.[20]

    Se in luogo di considerare le variazioni intervenute negli indici dei prezzi si considerano quelle degli indici del costo della vita le conclusioni cui si giunge sono analoghe.     Negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna gli indici del costo della vita con base 1929 raggiungevano nel dicembre 1945 rispettivamente i valori di 108 e 124, che voltati in lire diventano 1.279 e 1.217. Si è ancora su un livello pari a 12 o 13 volte quello del 1929 e vicino alla metà appena di quello effettivamente già raggiunto in Italia.     Ove le altre condizioni che influiscono sugli scambi internazionali riportino ad una situazione simile a quella del 1913 o del 1929, il mantenimento del cambio attuale potrebbe dunque imporre all’Italia di riportare il suo livello di prezzi a 12-13 volte quello del 1929, che è quanto dire a quello del 1938, dato che in Italia i prezzi erano tornati nel 1938, dopo la flessione degli anni di crisi, al medesimo livello di dieci anni prima. Ciò importerebbe una flessione di quasi tutti i prezzi non ufficiali e di alcuni prezzi di ammasso (bozzoli, olio, barbabietole).     Appare meno improbabile l’ipotesi che i prezzi italiani abbiano a stabilizzarsi ad un livello compreso tra 20 e 25 volte quello d’anteguerra, che corrisponde alla zona centrale verso la quale il ventaglio sembra tendere a chiudersi. Ad evitare a lungo andare una revisione del cambio, sarebbe d’uopo che l’ascesa dei prezzi, la quale si va accennando sui mercati esteri, si facesse molto pronunciata. Quale possa essere l’andamento dei prezzi nei paesi anglosassoni dipenderà dall’interferenza di due tendenze; l’una verso l’alto a causa della domanda intensa per la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra, e dei costi monetari cresciuti per aumenti di salari; l’altra verso il basso conseguente alla applicazione alle produzioni di pace delle grandiose forze inventive e tecniche sprigionate dalla guerra. Se i prezzi italiani dovessero stabilizzarsi ad un livello superiore a quello di equilibrio con il saggio di cambio attuale, si renderebbe necessaria una revisione verso l’alto di quasi tutti i prezzi ufficiali, dei fitti e delle tariffe dei servizi pubblici; e, per contro, una flessione dei prezzi dei prodotti agricoli di mercato libero od extra ammasso, che è legata all’aumento delle disponibilità e che sarebbe compensata in parte dall’opposto movimento dei prezzi ufficiali.     È superfluo accennare qui al carattere ipotetico delle riflessioni fatte sui prezzi e sulle previsioni che si possono fare in argomento. Esse riposano su premesse che si è bensì tentato di porre le più approssimate alla realtà la quale fosse per noi possibile, ma che ovviamente comportano un certo margine di errore. Il calcolo ipotetico ora fatto ha soltanto per iscopo di richiamare l’attenzione sulla natura estremamente complessa delle variazioni dei saggi di cambio; variazioni che non sono soltanto connesse con le richieste di favorire le correnti di esportazione di merci all’estero, ma sono collegate con l’equilibrio dell’intiero sistema dei prezzi interni e delle remunerazioni dei servizi personali e dei capitali.

    Tassi di cambio

    I tassi di cambio attualmente vigenti sono fissati sulla base del cambio di 100 lire per dollaro, e cioè ad un livello il quale manifestamente assegna alla nostra moneta un valore superiore a quello rispondente al suo potere d’acquisto all’interno.     Si è inteso rimuovere l’ostacolo che ciò avrebbe potuto creare all’esportazione, dapprima abolendo lo speciale diritto doganale sulle merci all’esportazione, introdotto nel 1943,[21] e sospendendo i dazi di uscita contemplati dalla vigente tariffa doganale; poi provvedendo alla costituzione di un apposito fondo (decreto legislativo luogotenenziale 4 gennaio 1946, n. 2) alimentato da una quota addizionale a carico degli importatori italiani di merci, sul controvalore, al cambio ufficiale, dell’ammontare della valuta occorrente per l’importazione; fondo dal quale è prelevata a favore degli esportatori di merci nazionali una quota addizionale rispetto al controvalore in lire, al cambio ufficiale, della valuta ceduta.     La quota viene versata dagli importatori all’Ufficio italiano dei cambi, che ne cura a sua volta il versamento alla Banca d’Italia in un conto corrente intestato al «Fondo per l’adeguamento ai prezzi internazionali», amministrato dall’Ufficio suddetto.     Con decreto ministeriale 18 gennaio 1946 la quota addizionale è stata fissata nella misura del 125% con decorrenza dal 17 gennaio 1946.     Per quanto riguarda le modalità di applicazione, con altro decreto ministeriale del 18 gennaio 1946 è stato stabilito che la quota addizionale si applica nella misura vigente il giorno in cui le operazioni sono perfezionate tra l’Ufficio italiano dei cambi e l’importatore o l’esportatore italiano.     Relativamente alle operazioni da regolare in conformità di accordi di pagamento si osservano le seguenti norme:    

    • per i pagamenti a favore di esportatori italiani la quota si applica nella misura vigente il giorno in cui l’Ufficio italiano dei cambi dispone il pagamento;

     

    • per le operazioni di incasso la quota si applica provvisoriamente nella misura vigente il giorno del versamento da parte degli importatori italiani, salvo conguaglio con la quota in vigore il giorno in cui l’operazione di trasferimento è perfezionata nei confronti dell’esportatore estero.

    Si riteneva possibile, all’inizio, di non estendere la quota addizionale a tutti gli altri pagamenti ed alle altre riscossioni, sebbene già si fosse potuto constatare la stasi quasi completa nelle rimesse degli emigrati.     Successivamente però, nella considerazione che il governo americano concede un corrispettivo, mediante accreditamento in dollari, per le paghe delle sue truppe, si sono svolte trattative per stabilire le modalità di applicazione della quota, le quali si sono concluse con l’accordo di ammettere a beneficiare della quota di adeguamento tutte le spese governative americane in Italia, comprese le paghe delle truppe.     Analoga concessione è stata fatta, in seguito a richiesta dell’Ambasciatore britannico, anche per le spese del governo inglese, nella fiducia che il problema dell’accreditamento in sterline sarà prossimamente discusso fra i due governi.     Per conseguenza, in base al decreto legislativo luogotenenziale 28 gennaio 1946, n. 9, l’applicazione della quota addizionale è stata estesa, con decorrenza dal 7 febbraio scorso, a numerose altre operazioni, diverse da quelle nascenti da importazioni ed esportazioni di merci, e precisamente:     a)    pagamenti e incassi di qualsiasi genere previsti dai nuovi accordi di clearing entrati in vigore dal 30 novembre 1945 in poi;   b)    acquisti e vendite di valuta estera, concernenti spese per il mantenimento di rappresentanze diplomatiche e consolari estere in Italia e di rappresentanze diplomatiche e consolari italiane all’estero, nonché spese di viaggio di diplomatici che si recano all’estero;   c)    acquisti e vendite di valuta estera eseguiti rispettivamente contro addebitamento e accreditamento in un conto in lire libere;   d)    acquisti e vendite di valuta estera, relativi al regolamento dei conti tra le amministrazioni postali, telegrafiche e telefoniche, nonché tra le amministrazioni o compagnie di trasporti terrestri, marittimi ed aerei;   e)    acquisti e vendite di valuta estera, relativi al regolamento di noli terrestri, marittimi ed aerei;   f)     acquisti e vendite di valuta estera, relativi al regolamento di affari di assicurazione e di riassicurazione;   g)    acquisti di valuta estera rappresentanti rimesse che pervengono dall’estero alle banche nelle normali forme bancarie;   h)    acquisti di valuta estera in dipendenza della negoziazione di banconote estere, di assegni bancari o di altri titoli esteri in genere;   i)     vendite di valuta estera eseguite in dipendenza di assegnazioni di carattere privato.     Successivamente, con nota del ministro del tesoro del 7 marzo 1946, la quota addizionale, sempre nella misura del 125 per cento, è stata estesa anche agli acquisti di oro.     Oramai tutte le transazioni commerciali e finanziarie con l’estero sono legalmente fondate su un corso dei cambi, formalmente distinto nelle due parti di un cambio a base 100 per il dollaro e di una quota addizionale del 125%, ma di fatto ragguagliato a 225 lire per dollaro.     Ecco una tabella informativa sui corsi di cambio vigenti tra la lira e le principali unità monetarie estere (medie mensili):

     

     

    PAESI

     

     

    AGOSTO 1939

     

     

    DICEMBRE 1945

     

     

    FEBBRAIO 1946 (cambio ufficiale+quota addizion.)

    New York

    19,02

    100,00

    225,00

    Londra

    87,20

    400,00

    907,3125

    Svizzera

    4,289

    23,31

    52,4475

    Francia

    0,4944

    0,8406 (1)

    188,91

    Spagna

    2,22

    9,13

    20,5425

    Portogallo

    4,057

    9,12825

    Belgio

    0,645

    2,2845

    5,140125

    Olanda

    10,1699

    37,7415

    84,91838

    Svezia

    4,588

    23,845

    53,65125

    Danimarca

    3,914

    20,87683

    46,97287

    Turchia

    77,52

    174,42

    Egitto

    415,00

    930,375

    Canadà

    90,909

    204,54525

    Argentina

    4,39

    25,00

    56,25

    Brasile

    5,417

    11,5875

    India

    30,349

    67,95

    Australia

    323,70

    725,85

    Nuova Zelanda

    325,45

    725,85

    Un. Sud Africa

    403,50

    901,575

      (1) Quotazione successiva alla svalutazione del franco del 26 dicembre 1945.

    Disciplina dei cambi e degli scambi con l’estero

    Un’ampia revisione di tutta la materia concernente l’organizzazione e la disciplina del commercio estero è cominciata con la soppressione, a far tempo dal 20 aprile 1944 (R. decreto 2 giugno 1944, n. 150, modificato dal decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1944, n. 310), del ministero per gli scambi e per le valute, creato, come è noto, sulla fine del 1937, nel quale erano stati accentrati i compiti già spettanti al sottosegretariato di stato per gli scambi e per le valute, nonché le attribuzioni inerenti agli scambi e ai rapporti economici e movimenti valutari con l’estero esercitate da altri ministeri (comprese quelle riguardanti le penalità per infrazioni valutarie e sul commercio dell’oro, le partecipazioni all’estero ecc.), i cui provvedimenti, per le materie non rientranti fra quelle considerate dal decreto sulle attribuzioni del nuovo dicastero, dovevano essere adottati di concerto con quest’ultimo ad eccezione di quelli aventi carattere fiscale. Erano pure attribuiti al nuovo ministero lo studio e l’iniziativa dei provvedimenti non aventi carattere fiscale relativi alla tariffa doganale, all’importazione ed esportazione in temporanea, ai divieti economici di importazione e di esportazione, e alla restituzione dei diritti sulle materie impiegate nella fabbricazione di prodotti da esportare.     Tutte queste funzioni sono state trasferite col citato decreto al ministero del tesoro per la parte valutaria ed al ministero dell’industria, commercio e lavoro per tutto quanto concerne i rapporti economici con l’estero e la regolamentazione delle importazioni e delle esportazioni. È stato nel contempo disposto il passaggio dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero alle dipendenze del ministero del tesoro e dell’Istituto nazionale per il commercio estero alle dipendenze di quello dell’industria, commercio e lavoro.     Con altro provvedimento (decreto legislativo luogotenenziale 10 agosto 1944, n. 180) è stato determinato lo scioglimento del Comitato tecnico dell’Istituto nazionale per il commercio estero e l’attribuzione dei compiti relativi al suo presidente di diritto, il ministro per l’industria, il commercio e il lavoro, dando a quest’ultimo autorizzazione a modificare – di concerto con i ministri per gli esteri, per le finanze e per il tesoro – l’organizzazione dell’istituto stesso al fine di coordinarne l’attività ed i servizi con quelli del ministero dell’industria, commercio e lavoro. Lo stesso ministro è stato pure facoltizzato a nominare un commissario per essere coadiuvato nella riorganizzazione e nella gestione amministrativa dell’istituto.     Successivi decreti portavano poi alla istituzione presso il ministero del tesoro di una commissione interministeriale (decreto legislativo luogotenenziale 17 maggio 1945, n. 306), chiamata a dar parere in materia di rapporti finanziari e valutari con l’estero, e alla costituzione presso il ministero dell’Industria, commercio e lavoro di altra commissione interministeriale per le importazioni e le esportazioni (decreto legislativo luogotenenziale 28 maggio 1945, n. 370), ai fini dell’esame dei problemi relativi alla disciplina ed alla organizzazione degli scambi e per le proposte da fare al ministero dell’industria, commercio e lavoro e alle altre amministrazioni interessate sui provvedimenti da adottare in materia. La prima commissione non fu di fatto tuttavia mai costituita; laddove la seconda ha avuto raramente occasione di funzionare.     Nel frattempo veniva disposta la cessazione dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero (decreto legislativo luogotenenziale 17 maggio 1945, n. 331) ed il trasferimento dei compiti e delle funzioni già ad esso devoluti ad un nuovo organismo denominato Ufficio italiano dei cambi, al quale è stato altresì demandato di procedere, per conto del tesoro, alla graduale liquidazione delle operazioni del cessato istituto; operazioni da fronteggiare con il patrimonio dell’INCE e, in difetto, con mezzi forniti dal tesoro medesimo.     Per quanto riguarda il suo ordinamento, è da rilevare che il decreto istitutivo dell’Ufficio italiano dei cambi ha determinato il conferimento del fondo di dotazione di quest’ultimo, di 100 milioni di lire, da parte della Banca d’Italia, al cui governatore è stata inoltre affidata la presidenza del consiglio di amministrazione che regge l’ufficio.     Tale ordinamento corrisponde in massima alla struttura attribuita all’istituto nazionale per i cambi con l’estero dopo la riforma bancaria del 1926 e l’unificazione del servizio di emissione dei biglietti di banca. Il R. decreto legge 13 febbraio 1927, n. 112, stabilì infatti la cessazione del preesistente consorzio delle tre banche di emissione che concorrevano alla formazione del capitale dell’istituto, che veniva interamente assunto dalla Banca d’Italia. Al direttore generale della Banca stessa era inoltre conferita la presidenza del consiglio di amministrazione dell’istituto.     Questa organizzazione rimase ferma per circa un decennio, e cioè fino a quando, nel quadro del processo di unificazione delle direttive in materia di disciplina e controllo del commercio estero, lo stato intervenne più direttamente nell’istituto con il riscatto del capitale assunto dalla Banca d’Italia nel 1926 e con il conferimento della carica di presidente al ministro per gli scambi e per le valute. Al governatore della Banca d’Italia era invece attribuito l’ufficio di vice presidente.     Il decreto ha poi stabilito che gli utili netti, detratte le somme che il consiglio di amministrazione deliberi di devolvere a scopi di previdenza per il personale, siano assegnati per i primi 5 anni alla riserva e successivamente per metà alla riserva e per l’altra metà in parti uguali al tesoro e alla Banca d’Italia.     In caso di liquidazione dell’Ufficio, la sua attività netta, previo rimborso del fondo di dotazione conferito dalla Banca d’Italia, sarà devoluta al tesoro, al quale faranno carico le eventuali perdite eccedenti le riserve e il fondo di dotazione.     Norme sulla disciplina degli scambi dell’Italia con le nazioni alleate sono state emanate con il decreto legislativo luogotenenziale 28 maggio 1945, n. 370, che ha fra l’altro attribuito all’Istituto nazionale per il commercio estero il compito di costituire da tramite esclusivo, per conto e nell’interesse dello stato, in ordine alla presa in consegna e distribuzione delle materie importate, e per l’acquisto delle merci destinate all’esportazione.     Lo stesso provvedimento ha inoltre subordinato all’autorizzazione del ministero dell’industria, commercio e lavoro e di quello del tesoro, e, per i prodotti alimentari, dell’alto commissariato dell’alimentazione, la conclusione, da parte dell’istituto predetto, degli atti e contratti per le importazioni e le esportazioni, nonché la determinazione dei relativi prezzi.     Per quanto riguarda, infine, le riscossioni e i pagamenti derivanti dagli scambi commerciali con i paesi alleati, il relativo servizio è stato affidato alla Banca d’Italia (decreto legislativo luogotenenziale 11 dicembre 1944, n. 446).     Una tale congerie di norme in materia di rapporti commerciali e valutari con l’estero, ai quali sono, come noto, anche interessati il ministero degli esteri ed il comitato interministeriale per la ricostruzione, ha fatto ravvisare l’opportunità di procedere ad un adeguato accentramento delle funzioni demandate ai numerosi organi esistenti, al fine di ovviare agli inconvenienti di un ordinamento rivelatosi complesso e disorganico.     Con decreto legislativo luogotenenziale 22 dicembre 1945, n. 809, è stato pertanto istituito il ministero del commercio con l’estero, i cui compiti sono stati determinati con il decreto luogotenenziale 16 gennaio 1946, n. 12.     Il ministero di cui trattasi esercita tutte le attribuzioni relative ai rapporti commerciali con l’estero, sia rispetto ai privati che alle pubbliche amministrazioni. In particolare, provvede:     a)    al coordinamento ed alla esecuzione dei programmi di importazione e di esportazione, e alla disciplina delle relative operazioni;   b)    alla trattazione delle convenzioni e accordi internazionali per lo scambio di merci e servizi, e i relativi pagamenti;   c)    alla disciplina dei movimenti valutari concernenti le importazioni e le esportazioni, e alla distribuzione, per il pagamento delle importazioni, dei mezzi valutari, sia che provengano dalle esportazioni sia da altre disponibilità assegnate dal ministero del tesoro;   d)    all’esame e approvazione di operazioni di finanziamento relative a scambi di merci con l’estero;   e)    alla definizione ed all’esecuzione di qualsiasi altra forma di intesa o accordo riflettenti l’approvvigionamento del paese;   f)     alla trattazione dei problemi relativi al commercio di deposito, transito e ogni altra forma di attività intermediaria.     Allo stesso ministero è altresì demandato di provvedere allo studio e all’iniziativa dei provvedimenti, che non abbiano carattere esclusivamente fiscale, riguardanti la tariffa doganale, l’importazione ed esportazione in temporanea, la restituzione dei diritti pagati sulle materie prime impiegate nella fabbricazione di prodotti da esportare, nonché i divieti economici di importazione e di esportazione.     Al nuovo dicastero passano i servizi e gli organi che, per effetto del R. decreto 2 giugno 1944, n. 150, e del decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1944, n. 310, sono stati trasferiti al ministero dell’industria e commercio, nonché l’ufficio coordinamento tecnico ed esecuzione dei piani di importazione, già alle dipendenze del soppresso ministero della ricostruzione.     Il decreto dispone inoltre che è demandata al ministero del commercio con l’estero, di concerto con quello del tesoro e degli altri ministeri interessati, l’autorizzazione richiesta dal decreto legislativo luogotenenziale 28 maggio 1945, n. 370, per gli atti e contratti stipulati dall’I.C.E. per le importazioni e le esportazioni rispettivamente da o a favore dei governi alleati.     L’Istituto nazionale per il commercio estero viene posto alle dipendenze del nuovo dicastero.     L’Ufficio italiano dei cambi è tenuto a fornire ad esso tutti i dati relativi alle disponibilità dei mezzi di pagamento all’estero e ad eseguirne le istruzioni.     Il decreto in esame detta infine ulteriori norme di dettaglio circa la competenza del ministero del commercio con l’estero nei confronti degli uffici commerciali all’estero (istituzione, soppressione, spostamento, ecc.).     Nel corso del 1945 sono stati adottati provvedimenti anche nel campo doganale con la sospensione dei dazi di uscita e l’abolizione del diritto di licenza all’esportazione (decreto legislativo luogotenenziale 8 agosto 1945, n. 498), e ciò, come si è accennato, per rimuovere un altro motivo di ostacolo alle esportazioni italiane, già notevolmente intralciate dal basso livello dei cambi.     Temporanee agevolazioni doganali sono state inoltre concesse con decreto legislativo luogotenenziale 21 settembre 1945, n. 712, che ha fra l’altro disposto l’esenzione dai diritti doganali nei riguardi delle merci e dei materiali destinati all’armamento, equipaggiamento e vettovagliamento delle forze armate alleate in Italia, o all’uso delle organizzazioni assistenziali delle forze medesime, nonché nei riguardi delle merci che in base a certificato delle competenti autorità alleate siano importate in Italia per la gratuita distribuzione alla popolazione civile a titolo di soccorso, è infine nei riguardi, delle merci nazionali esportate a cura delle autorità alleate con destinazione a dicasteri dei loro governi.     Col citato decreto il ministro per le finanze è stato autorizzato, fino a 6 mesi dalla cessazione della guerra, ad accordare l’esonero totale o parziale dai diritti doganali dovuti sulle merci che in base a dichiarazioni delle autorità alleate risultino importate per la vendita ai fini dell’approvvigionamento alimentare e del soddisfacimento dei bisogni più essenziali della popolazione civile, nonché sulle merci e materiali importati dalle amministrazioni statali per la vendita alla popolazione civile o per l’impiego nella ricostruzione di industrie e di immobili o, comunque, nel ripristino di attività economiche nazionali.     Da tali facilitazioni sono esclusi i generi di monopolio dello stato, il caffè, il cacao, la cioccolata e altri generi coloniali. Resta inoltre ferma la riscossione delle sovrimposte di confine, corrispondenti alle imposte interne di fabbricazione, sui prodotti che vi sono soggetti, anche se ammessi alla importazione con esonero totale o parziale dagli altri diritti. Potranno tuttavia essere esonerati dall’imposta sugli spiriti i prodotti farmaceutici.     In applicazione della cennata facoltà è stato emanato il decreto ministeriale 28 gennaio 1946, che ha disposto l’esonero dal dazio doganale e del diritto di licenza sui seguenti prodotti: cereali, granaglie e relative farine, semolino, paste di frumento, pane e biscotto di mare, avena e crusca. L’esclusione riguarda anche il vestiario usato e le calzature usate, importati dalle amministrazioni statali o a queste cedute dagli alleati. Con lo stesso decreto e con altro del 30 gennaio 1946 è stata inoltre stabilita in misura non eccedente il 15% la riscossione dei diritti doganali su taluni materiali sanitari e sui residuati di guerra di provenienza estera. Valore imponibile nei riguardi di questi ultimi si considera il prezzo ricavato dalla vendita dei materiali, lordo di ogni spesa, ridotto del 25%.     In materia valutaria sono state apportate talune deroghe alle norme in vigore sulla reintroduzione dei biglietti di banca e di stato italiani nei confronti dei prigionieri di guerra, degli internati civili e dei civili provenienti da territori nei quali aveva corso ufficiale la lira italiana (Libia, Eritrea, Somalia Italiana, Etiopia, Dodecaneso, Montenegro, territorio di Lubiana, Dalmazia, Albania).     Ai prigionieri di guerra è consentita la libera introduzione in Italia dei biglietti della specie di qualsiasi taglio, fino a lire 10.000 per ogni militare di truppa (compresi i sottufficiali) e lire 20.000 per ogni ufficiale.     Per i civili l’importo massimo è di lire 10.000 per persona, secondo le determinazioni degli organi di frontiera, ai quali è demandato di esaminare caso per caso il fabbisogno dei portatori in rapporto alle occorrenze di viaggio per il rientro al paese di origine.     Le eventuali eccedenze vengono ritirate ed assunte in deposito dalle autorità doganali di frontiera per essere inviate alla competente filiale della Banca d’Italia che deciderà sullo svincolo fino all’ammontare di lire 50.000 e lire 25.000 rispettivamente a favore degli ex prigionieri di guerra e a favore delle categorie di civili sopra indicate.     Con decreto ministeriale 31 luglio 1945 è stata inoltre stabilita la non applicabilità alle monete metalliche delle disposizioni contenute nel decreto ministeriale 14 luglio 1943, che ha sancito l’obbligo, nei confronti delle persone di nazionalità italiana aventi nel Regno la residenza o la sede, di offrire in cessione all’Istituto nazionale per i cambi con l’estero le valute, di cui siano o divengano proprietari, ad eccezione di quelle assegnate dall’Istituto stesso per la durata dello scopo dell’assegnazione.     La cessione dev’essere effettuata nel termine di 15 giorni per il tramite della Banca d’Italia o di una banca autorizzata a fungere da agenzia della Banca d’Italia. Il corrispettivo per la cessione delle valute viene determinato in lire al cambio del giorno della cessione. Ove trattisi di valute che non possono essere interamente reimportate nel paese di emissione, il corrispettivo è determinato in base al valore di realizzo di dette valute sul mercato estero.     Dall’obbligo della cessione sono esenti coloro che possiedono valuta estera per un controvalore non superiore a lire 100. Sono inoltre applicabili le esenzioni stabilite dall’art. 4 del R. decreto legge 21 dicembre 1936, n. 2197.     Talune modifiche sono state infine apportate alle disposizioni penali vigenti in materia di scambi, di valute e di commercio dell’oro;[22]modifiche che comportano in sostanza l’abolizione della pena di morte e la riduzione delle pene detentive sancite dalla legge 28 luglio 1939, n. 1907, ferma restando la misura di quella pecuniaria, nonché la devoluzione all’autorità giudiziaria ordinaria della competenza a decidere sui delitti di che trattasi, che la citata legge demandava al soppresso tribunale speciale per la difesa dello stato.     Mentre la legge del 1939 comminava la detenzione di 12 anni, 24 anni o la pena di morte, secondo la gravità del reato, tali penalità sono ora ridotte a 5, 10 e 24 anni di reclusione rispettivamente. È stato inoltre stabilito il condono delle pene pecuniarie per violazioni commesse anteriormente alla data del nuovo provvedimento.     La ignoranza nella quale le autorità, le quali dovrebbero attendere alla applicazione delle norme penali valutarie, sono intorno ai corsi, che si potrebbero considerare corrispondenti alla effettuale realtà dei rapporti fra la moneta nazionale e quelle estere, rende moralmente complicata la osservanza della legge, sicché le quotazioni di fatto dei cambi esteri ricevono, nonostante la loro indole illegale, amplissima pubblicità in giornali e bollettini e stanno a base di importanti transazioni commerciali e di calcoli e previsioni di studiosi.

    Accordi commerciali

    Le modalità della ripresa dei nostri rapporti economici internazionali si vanno delineando attraverso la stipulazione di nuovi accordi commerciali e di pagamento, che ha avuto inizio dall’accordo concluso con la Svizzera nello scorso agosto e non ancora entrato in attuazione per la mancata approvazione delle autorità alleate; con gli accordi stretti con la Svezia, la Spagna, l’Austria, la Francia e la Danimarca e con le negoziazioni, in corso od in via di definizione, col Belgio ed altri paesi.     Nelle loro linee generali questi accordi non si allontanano da quelli di compensazione bilaterale posti in atto dal nostro e da altri paesi negli ultimi anni dell’anteguerra, mirando come quelli a realizzare l’equilibrio della bilancia valutaria attraverso la fissazione dei contingenti di merci ammessi allo scambio – da utilizzare attraverso il rilascio delle licenze di importazione e di esportazione – e l’esecuzione dei pagamenti attraverso organi monopolistici ufficiali.     Al principio della equivalenza del valore degli scambi commerciali nei due sensi (comprensivo dei costi dei, trasporti e delle assicurazioni e altre spese accessorie) si è fatta eccezione solo nell’accordo con la Francia, che prevede un supero di esportazioni italiane, e, per costituire un margine da destinare al regolamento di debiti arretrati, in quelli con la Svizzera, nostra creditrice, e con la Spagna, nostra debitrice.     Una qualche elasticità nell’attuazione di tale principio viene realizzata in quegli accordi che prevedono una apertura di credito da parte degli istituti di compensazione, che nel caso della Francia e della Danimarca è reciproca e fissata rispettivamente in 400 milioni di franchi e 2 milioni di corone danesi, mentre nel caso della Svezia è stabilita soltanto a favore dell’Ufficio italiano dei cambi, nell’importo di 5 milioni di corone svedesi.     La possibilità di regolamento in una terza valuta è prevista soltanto nell’accordo con la Francia, che contempla la facoltà per i governi dei due paesi di offrire la terza valuta od anche oro a copertura degli eventuali sbilanci di clearing ed in quello con la Danimarca, nel quale è stata adottata come moneta di conto la sterlina e che prevede la tenuta di un solo conto in sterline e l’accreditamento in un conto separato in sterline, utilizzabili anche fuori della Danimarca, delle somme versate dagli importatori danesi per l’acquisto in Italia di 4.000 quintali di fiocco di raion.     Questi timidi accenni a forme di regolamento di più ampio respiro non alterano sostanzialmente l’impressione complessiva che si trae dalle linee generali degli accordi e dal ricorso ad istituti come quello della compensazione privata; l’impressione, cioè, del ripristino delle condizioni dell’immediato anteguerra, peggiorate in taluni aspetti come quello della riluttanza degli organi di compensazione ad assumere, oltre i limiti del finanziamento, la garanzia di cambio, dopo le esperienze che hanno fatto al riguardo, e della scarsa rispondenza dei pattuiti tassi di cambio al livello comparativo dei prezzi.     Nei rapporti italo svedesi si è determinato un ingorgo nel funzionamento del clearing, dovuto ad un eccesso di versamenti in Italia, per importazioni dalla Svezia, sui versamenti in Svezia per importazioni dall’Italia. La situazione, creata dall’ansietà degli importatori italiani di rifornirsi in Svezia di merci essenziali, eseguendo notevole quantità di versamenti anticipati, è successivamente migliorata, per effetto, sembra, di accordi privati fra importatori ed esportatori italiani, accordi intesi a rendere possibili le importazioni mercé incoraggiamenti forniti alle nostre esportazioni all’infuori degli organi valutari.     La possibilità di realizzare, nel quadro degli accordi, il volume di scambi che essi prevedono, e che supera alquanto, per gli accordi già stipulati (compreso quello con la Svizzera) i 20 miliardi di lire in un anno, in ciascuno dei due sensi, dipende perciò in parte da fattori che non sono necessariamente inerenti al meccanismo, strettamente inteso, degli accordi medesimi.     Devesi notare che gli scambi internazionali non si limiteranno a quei paesi con i quali sono già stati stipulati o si stipuleranno accordi commerciali bilaterali. Se davvero i paesi anglosassoni apriranno le loro frontiere e se saranno eliminati i vincoli posti al commercio italiano con l’estero dalle condizioni di armistizio, giova ritenere che l’Italia possa ritrovare un largo mercato per i prodotti nazionali nei paesi i quali repugnano o si debbono persuadere a repugnare al sistema degli scambi bilaterali; cosicché noi si possa venire in possesso di quelle valute più o meno libere le quali in definitiva sono il principalissimo mezzo, oltre ai guadagni rinnovati della marina mercantile, alle rimesse degli emigrati e alle spese dei viaggiatori, con cui noi dovremo provvedere al pagamento delle importazioni necessarie alla vita corrente del paese.     L’annuncio recente del rilascio agli esportatori italiani di una quota libera del 50 per cento delle valute derivanti dalle esportazioni fa sperare che un impulso fecondo sia dato al movimento di merci italiane verso i mercati esteri. Non tanto ciò accadrà perché il saggio di cambio ottenuto sulla quota libera debba necessariamente essere superiore al saggio 225, ché potrebbe anche essere inferiore, quanto per la maggiore libertà conferita al commercio internazionale. Ma il successo dell’esperimento sarà dovuto massimamente all’avverarsi di alcune premesse: 1) che le restrizioni imposte al commercio internazionale da parte dei paesi stranieri siano di fatto e non solo a parole ridotte al minimo; 2) che gli approvvigionamenti governativi si riducano a pochissime, forse non più di tre, voci: grano, carbone e combustibili liquidi; 3) che la lista delle merci liberamente importabili non sia ridotta dall’egoismo delle classi industriali – datori e prenditori di lavoro – a troppo poche materie prime ma sia estesa anche a semi lavorati ed a prodotti finiti atti a forzare la riduzione dei prezzi dei prodotti nazionali.

    Scambi con l’estero

    Prima della stipulazione dei recenti accordi commerciali, gli scambi internazionali dell’Italia si sono svolti, in regime armistiziale, esclusivamente con gli alleati, con l’intervento dei rispettivi governi e l’esclusione dei rapporti diretti tra le ditte italiane e straniere.     A causa della cessazione del controllo da parte delle dogane, che hanno ripreso a funzionare soltanto nel settembre dello scorso anno, non si conosce con esattezza quale sia stata, sotto questo regime, l’entità delle nostre esportazioni che sembra abbiano raggiunto qualcosa come 900 milioni di lire nel 1944 e 1.700 milioni nel 1945, costituiti prevalentemente da prodotti del suolo, specie agrumi, e da semilavorati. Il principale destinatario è stato il Regno Unito, che ha assorbito almeno il 70% dei nostri invii all’estero, seguito dagli Stati Uniti, da Malta, dalla Francia e da pochi altri paesi.     Gli approvvigionamenti all’Italia si sono svolti in applicazione di vari piani, di cui il primo fu attuato dalle autorità militari alleate dal 10 luglio 1943 al 31 agosto 1945 e comportò, secondo le stime degli organi ufficiali alleati, l’immissione di merci per un valore approssimativo di 450 milioni di dollari. Il programma s’ispirava al criterio di assicurare i rifornimenti civili indispensabili per prevenire la diffusione di malattie e disordini che potessero intralciare il regolare svolgimento delle operazioni militari.     Un nuovo piano di forniture essenziali veniva frattanto concordato nel marzo 1945 tra la commissione alleata e il governo italiano, in seguito alla stasi delle operazioni belliche, che durava dalla fine del 1944 e che aveva reso vieppiù urgente la necessità di approvvigionare le popolazioni dell’Italia centro meridionale di manufatti, che in tempi normali venivano forniti dalle regioni settentrionali. Il piano comprendeva due categorie di merci: la prima, costituita dai rifornimenti fatti dalle autorità militari in relazione alle esigenze di guerra, rientrava nella prosecuzione del piano precedente, sia pure in forma più ampia; mentre la seconda comprendeva prodotti da acquistare e pagare dal governo italiano, che, nella quasi totale mancanza di altre fonti di valuta, si è valso, per circa 140 milioni di dollari, dell’accreditamento da parte degli Stati Uniti equivalente al controvalore delle paghe corrisposte alle truppe americane per la quota effettivamente spesa in Italia.     Il programma, in cui era caratteristica la prevalenza di prodotti finiti in confronto alle materie prime, venne interamente rielaborato dopo la liberazione del nord, in relazione alla convenienza di includere nella lista delle richieste materie prime da trasformare in Italia in luogo di prodotti lavorati.     Veniva intanto redatto a Washington, da parte del Comitato interalleato per le zone liberate, un altro programma occorrente per coprire il fabbisogno italiano di rifornimenti per il periodo dal settembre a tutto il dicembre 1945. La responsabilità di tali rifornimenti, essendo cessata quella militare, venne assunta dalla Federal Economic Administration (F.E.A.) che concesse a tal fine uno stanziamento di 100 milioni di dollari.     Nel frattempo procedeva da parte dell’U.N.R.R.A. l’attuazione del programma assistenziale comprendente forniture per l’importo di 50 milioni di dollari.     Per l’esecuzione di tale programma venne stipulata con il governo italiano, l’8 marzo 1945, apposita convenzione, approvata con decreto legislativo luogotenenziale 19 marzo 1945, n. 79. Le relative norme di attuazione sono state emanate con decreto legislativo luogotenenziale 4 gennaio 1946, n. 5.     L’U.N.R.R.A. opera in Italia per mezzo di una missione che la rappresenta e il cui collegamento con il governo italiano avviene attraverso la delegazione istituita con decreto legislativo luogotenenziale 14 aprile 1945, n. 147. Al presidente di questa delegazione spetta la rappresentanza del governo medesimo.     Riassumendo, le forniture eseguite dagli alleati a tutto il 31 dicembre 1945 o finanziate e in corso di esecuzione, ammontano a 740 milioni di dollari, cui si aggiungono 40 milioni di dollari pure stanziati dalla F.E.A., e cioè in totale 780 milioni di dollari.     Secondo i dati di fonte ufficiale i rifornimenti in parola hanno raggiunto un volume non lontano dai due milioni e mezzo di tonnellate per i generi alimentari ed oltre 1 milioni 900 mila tonnellate per le altre merci, esclusi i combustibili liquidi. Quest’ultimo quantitativo è per la maggior parte rappresentato dal carbone per un volume superiore a 1 milione 600 mila tonnellate.     Le forniture dell’U.N.R.R.A. entrano in dette categorie nelle misure di 105 mila tonnellate per gli alimenti e 8 mila tonnellate per gli altri generi.     Per avere un quadro completo dell’entità degli approvvigionamenti assicurati dalle varie fonti, occorre aggiungere gli acquisti fatti a valere sul controvalore delle nostre esportazioni e delle rimesse degli emigrati, su cui sino alla fine dello scorso anno sono stati autorizzati acquisti per 24 milioni di dollari, nonché gli invii di pacchi postali all’estero a cittadini italiani, che hanno raggiunto un volume non trascurabile. Sono infine da ricordare le merci inviate in dono all’Italia attraverso l’Ente nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia, consistenti principalmente in medicinali, viveri e indumenti, che a tutto il 31 dicembre 1945 sommavano a circa 14 mila tonnellate per un valore stimato all’origine intorno ai 12 milioni di dollari.     Per quanto riguarda le importazioni successive al 31 dicembre 1945, un piano del fabbisogno generale per il 1946 è stato redatto nello scorso anno dal comitato interministeriale per la ricostruzione con la collaborazione della commissione economica centrale del C.L.N.A.I. Esso comprende i settori dell’industria, dei trasporti, dell’alimentazione, dell’agricoltura, delle telecomunicazioni e dei lavori pubblici.     I rifornimenti contemplati in detto piano comportano un onere che la commissione alleata ha calcolato in 1.250 milioni di dollari, esclusi i noli. La stessa commissione ha dal canto suo elaborato un programma del fabbisogno italiano per il 1946 che ascende a 962 milioni di dollari, essendo la differenza tra le due valutazioni costituita principalmente dal valore dei materiali da essere lavorati e riesportati, inclusi nel programma italiano*.     *Il raffronto tra i due programmi risulta dalla seguente tabella:

    (milioni di dollari)

    Programma del Governo italiano

    Programma della Commissione alleata

     

    Generi alimentari ……………………………

    365

    294

    Combustibili solidi e liquidi ………………

    121

    117

    Prodotti farmaceutici ………………………

    10

    10

    Materie prime ………………………………..

    514

    381

    Macchinari …………………………………….

    115

    60

    Riserve per speciali contingenze……………………………………

    125

    100

    Totale ……

    1.250

    962

    La differenza tra le valutazioni corrispondenti ai generi alimentari dipende anche dal fatto che la Commissione alleata ha tenuto conto di un più basso tenore di alimentazione.     Si tratta comunque di valori cospicui, la cui copertura pone un difficile problema di finanziamento, per la parte eccedente la quota dell’U.N.R.R.A., la quale, come è noto, provvederà a rifornimenti per 450 milioni di dollari.     Ai fini dell’esecuzione di questo programma, il 19 gennaio 1946 tra l’U.N.R.R.A. e il governo italiano è stato stipulato un accordo (approvato con decreto legislativo luogotenenziale 1 febbraio 1946, n. 21), supplementare all’accordo dell’8 marzo 1945 e al quale sono applicabili le norme di attuazione contenute nel decreto legislativo luogotenenziale 4 gennaio 1946, n. 5.     L’accordo contempla fra l’altro l’impegno da parte del governo italiano di devolvere a scopi di assistenza e ricostruzione, entro 3 anni dalla firma, i ricavi netti dalla vendita, nolo o altra forma di trasferimento dei rifornimenti dell’U.N.R.R.A. È stata a tal fine convenuta l’apertura di un conto speciale al quale affluiranno i ricavi anzidetti e da cui il governo italiano dovrà altresì prelevare, su richiesta, le somme occorrenti all’U.N.R.R.A. per le spese da essa sostenute per la esecuzione dei programmi previsti tanto dall’accordo in esame che dal precedente.     Un limitato concorso alla copertura del fabbisogno residuo potrà essere dato dall’incremento delle esportazioni. Una prima condizione favorevole è stata realizzata, al riguardo, col ripristino della facoltà di commercio privato, che dal 15 febbraio del corrente anno è concessa per tutti i paesi, eccettuati solo la Germania, il Giappone, e taluni territori già da questo occupati.     In proposito è da ricordare che in virtù del decreto del presidente del consiglio dei ministri in data 18 ottobre 1945, i privati non possono tuttavia intrattenere relazioni di affari con le ditte iscritte nelle liste nere (Proclaimed Lists e Statutory Lists) delle Nazioni Unite.     Restano naturalmente in vigore le norme che hanno da tempo sancito il generale divieto delle importazioni e delle esportazioni sottoponendole in linea di massima al regime della licenza e il cui regolamento avviene nel quadro delle disposizioni sul monopolio delle valute. Sono pure in vigore le restrizioni poste dagli alleati nei riguardi delle merci comprese nella «Reserved Commodity List» i cui scambi sono subordinati all’autorizzazione degli appositi organismi economici delle autorità alleate.     La lista comprende le seguenti voci: stagno, gomma (naturale, sintetica, rigenerata, lattice naturale), pellami, carbon fossile e coke, filati e tessuti alti di cotone, mangimi per animali, riso, acido tartarico, cacao, latticini, grassi e olii, semi oleosi, sapone, fertilizzanti, pesci, frutta secca, carne (esclusi il pollame fresco e congelato, i conigli e la cacciagione), fagioli e legumi simili, sementi, spezie, zucchero e tè.

    Collaborazione economica internazionale

    La solidarietà economica internazionale dalla quale dipende la riabilitazione dell’Italia e degli altri paesi si è espressa, a favore dei paesi vinti, nell’assistenza prestata dall’U.N.R.R.A.; mentre tra i vincitori ha preso anche la forma degli aiuti finanziari, che hanno fatto seguito alle erogazioni in conto affitti e prestiti, e quella della costituzione di enti ed organi internazionali che prendono nome dalle nazioni unite.     Dalla sua costituzione alla fine dell’anno scorso, l’U.N.R.R.A. ha distribuito soccorsi per oltre sei milioni di tonnellate, utilizzando la quasi totalità dei 1.880 milioni circa di dollari ricevuti a quella data dai 31 paesi contribuenti e principalmente dagli Stati Uniti; molto superiore è il programma di soccorso per il 1946, al termine del quale il totale delle erogazioni si aggirerà sui 4 miliardi di dollari.   Dall’ 11 marzo 1941, data in cui la legge sugli affitti e prestiti entrò in vigore, al mese di ottobre 1945, gli Stati Uniti fornirono agli altri cobelligeranti, in base alla legge medesima, un aiuto in materiali bellici, materiali industriali e macchine, prodotti agricoli e prodotti petroliferi, nonché in servizi, aggirantesi sui 46 miliardi di dollari, di cui oltre due terzi a favore di paesi dell’impero britannico e circa un quarto a favore dell’Unione Sovietica, ricevendo in senso inverso, a titolo di reciproco aiuto, contro prestazioni per 6 miliardi e un quarto di dollari.     Questi due ultimi aspetti sono ovviamente legati tra di loro, nel senso che gli aiuti finanziari mirano a risanare e rafforzare i sistemi economici nazionali, così da porli in grado di inserirsi pienamente nell’ordinamento economico internazionale che si vuol creare e che si vuole realizzi libertà ed ampiezza di scambi e stabilità nei rapporti di cambio.     La connessione è particolarmente evidente nei rapporti anglo americani. Il prestito americano di 4,4 miliardi di dollari a favore della Gran Bretagna, che è oggi in discussione dinnanzi al congresso – discussione la quale sarà, come si addice a paese libero, lunga e contrastatissima – mira per 650 milioni di dollari a regolare definitivamente tutte le pendenze di carattere finanziario ricollegantisi direttamente alla guerra (affitti e prestiti, aiuto reciproco, sistemazione dei residuati di guerra, ecc.) e per il rimanente a mettere la Gran Bretagna in grado di superare le difficoltà, della riconversione, facilitandole l’acquisto di beni e servizi negli Stati Uniti, come pure di fronteggiare il transitorio disavanzo della sua bilancia dei pagamenti, in modo da consentirle, entro breve termine, l’abolizione dei vincoli al libero commercio delle valute e la partecipazione al sistema monetario di Bretton Woods.     È infatti nel settore monetario che sono state tracciate con maggiore nettezza le linee della futura organizzazione economica internazionale.     Gli accordi firmati a Bretton Woods il 22 luglio 1944 per la costituzione di un Fondo monetario internazionale e di una Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo sono entrati nella fase di esecuzione con la ratifica, avvenuta il 27 dicembre dello scorso anno, da parte di un numero di nazioni unite rappresentanti circa gli otto decimi del capitale di partecipazione ai due enti.     Compiti del Fondo sono quelli di promuovere la cooperazione monetaria internazionale e facilitare l’espansione e l’incremento equilibrato del commercio internazionale, assicurando la necessaria stabilità delle monete mediante la fissazione del loro contenuto aureo e, in relazione a questo, dei loro valori reciproci e agevolando i pagamenti internazionali mediante la cessione agli stati membri delle valute di cui hanno bisogno per le loro normali transazioni. A tale scopo i paesi aderenti si sono impegnati a dotare il Fondo di un capitale di esercizio per un importo di 8,8 miliardi di dollari, sottoscritti per 2.750 milioni dagli Stati Uniti, 1.300 milioni dal Regno Unito, 1.200 milioni dalla Russia – che, peraltro, non ha ancora ratificato l’atto -, 550 milioni dalla Cina, 450 milioni dalla Francia, 400 milioni dall’India, 300 dal Canadà, 275 dall’Olanda, 225 dal Belgio e in misura inferiore dagli altri paesi aderenti, secondo uno schema nella compilazione del quale non sempre hanno prevalso considerazioni di carattere esclusivamente economico.     Dalla partecipazione al Fondo sorgono per gli stati membri obblighi ben determinati. Ciascun membro dovrà versare in oro, come minimo, il minore importo fra il 25% della quota sottoscritta e il 10% delle sue disponibilità ufficiali di oro e dollari degli Stati Uniti, con facoltà di versare il rimanente nella propria valuta. Contemporaneamente verrà fissata la parità di ciascuna moneta rispetto all’oro o al dollaro degli Stati Uniti, sulla base dell’andamento del cambio nel sessantesimo giorno prima dell’entrata in vigore dell’accordo, con possibilità di una intesa con il Fondo nei 90 giorni successivi per la scelta di un differente rapporto e con alcuni temperamenti nei riguardi dei paesi occupati dal nemico o che siano stati teatro di operazioni belliche. Questa parità potrà essere successivamente modificata di una percentuale del 10% senza necessità di consensi del Fondo, che dovrà però essere consultato, nonché di un ulteriore 10% previa approvazione espressa o tacita del Fondo, che avrà soltanto 72 ore di tempo per decidere, ed anche di una misura superiore, se consentita dal Fondo, il quale però in questo caso avrà la facoltà di fissare la data entro la quale far conoscere le proprie decisioni.     In relazione alla parità della propria moneta ciascun membro ha assunto l’impegno: a) di non proporre una modifica dalla parità stessa se non per correggere uno squilibrio fondamentale della sua bilancia dei pagamenti; b) di non acquistare o vendere oro a un prezzo che differisca dalla parità di uno scarto superiore a quello stabilito dal Fondo; c) di non effettuare operazioni a pronti con divise di altri membri a cambi che superino o siano inferiori alla parità di una quota eccedente l’1% e operazioni a termine con scarti che superino quello per le transazioni a pronti più di quanto il Fondo ritenga ragionevole, salve temporanee eccezioni, previa approvazione del Fondo, nei casi di emergenza o in circostanze impreviste; d) di collaborare con il Fondo per favorire la stabilità dei cambi, mantenere accordi regolari di cambio con gli altri membri ed evitare di ricorrere a manipolazioni monetarie.     Come obblighi di carattere generale vanno inoltre rammentati quelli di non applicare restrizioni ai normali pagamenti di carattere commerciale, di non stipulare accordi monetari discriminatori e di riacquistare, dietro pagamento in oro o nella moneta del creditore, i saldi nella propria moneta detenuti da altri membri e relativi ad operazioni correnti, salvo i casi espressamente previsti per il periodo di transizione e per i paesi i cui territori sono stati occupati dal nemico.     L’inosservanza degli impegni assunti può dar luogo all’applicazione di sanzioni che giungono, per i casi più gravi, al divieto di utilizzazione delle risorse del Fondo e all’espulsione dal Fondo.     A fronte di questi obblighi sta il diritto per ciascun membro di ottenere, a richiesta, le valute di altri membri in cambio di oro o della propria moneta. Questo diritto è tuttavia limitato sia dall’uso cui le valute sono destinate, che nella quantità e nel tempo. Il paese membro potrà infatti far uso delle risorse del Fondo soltanto per pagamenti compresi fra le cosidette operazioni correnti, a meno che non si tratti di movimenti di capitali di ragionevole ampiezza, collegati alle normali operazioni di pagamenti, e potrà ottenere valuta per un importo che nel periodo di un anno non superi il 25% della sua quota e nel totale degli anni successivi non sia superiore all’ammontare della quota più la parte versata in oro e dollari degli Stati Uniti.     È poi stabilito che qualsiasi membro, che desideri ottenere la valuta di un altro membro contro oro, dovrà offrire in primo luogo l’oro al Fondo ed è data in ogni momento facoltà a qualsiasi membro di acquistare dal Fondo, contro oro, la parte della disponibilità del Fondo nella sua moneta che ecceda la quota versata. Inoltre, alla fine di ogni esercizio finanziario, ciascun membro dovrà riacquistare dal Fondo contro oro o contro valuta convertibile di paesi membri una parte delle disponibilità del Fondo nella sua moneta, in modo che l’ammontare delle varie valute presso il Fondo venga a corrispondere il più possibile alle rispettive quote.     A tali disposizioni, intese le prime a ridurre il ricorso dei membri al Fondo e le altre a far si che in breve volgere di tempo alle operazioni di vendita di valuta da parte del Fondo si susseguano operazioni di riacquisto, si accompagnano nell’accordo anche altre dirette ad indurre i paesi membri, attraverso il pagamento di provvigioni in oro, a contenere entro limiti strettamente necessari le disponibilità in propria valuta presso il Fondo eccedenti le rispettive quote. Su questi importi eccedenti il Fondo applicherà una provvigione, da pagarsi in oro, sulla base di ½% per ogni 25% di eccedenza e per ogni anno, fino ad un massimo del 4%, raggiunto il quale esaminerà, insieme con il membro interessato, i mezzi più adatti per la riduzione delle disponibilità esistenti in quella valuta: successivamente le provvigioni potranno aumentare fino a raggiungere il 5 per cento e, in mancanza di accordi, nella misura che il Fondo riterrà opportuna.     Le agevolazioni consentite ai paesi più duramente provati dalla guerra consistono in un più ampio margine di tempo per il versamento della quota di sottoscrizione in oro e per la determinazione delle parità; per il periodo di transizione, valutato in 5 anni, è inoltre consentito a tutti i membri di mantenere le esistenti limitazioni sui cambi, anche per il pagamento delle partite correnti, purché, appena la situazione lo consenta, dette limitazioni vengano gradualmente eliminate; un ulteriore temperamento è rappresentato dalla possibilità della reintroduzione, in circostanze eccezionali e previo consenso del Fondo, di restrizioni anche sui pagamenti e trasferimenti per transazioni internazionali correnti, nonché dell’applicazione di una politica valutaria discriminatoria o di una politica di valute multiple.     Lo scopo della Banca è duplice: uno transitorio, che consiste nell’assistere gli stati membri nella ricostruzione delle economie danneggiate dalla guerra e nella trasformazione delle economie dalla produzione di guerra a quella di pace; l’altro, avente carattere permanente, che consiste nel collaborare allo sviluppo delle attività produttive nei territori degli stati membri, facilitando gli investimenti di capitali a scopo produttivo, e nel favorire l’aumento degli scambi internazionali e il mantenimento dell’equilibrio nelle bilance dei pagamenti mediante opportune concessioni di prestiti. Per lo svolgimento di questi compiti la Banca disporrà di un capitale, attualmente fissato in 9,1 miliardi di dollari, sottoscritto per 3.175 milioni dagli Stati Uniti, 1.300 milioni dal Regno Unito, 1.200 milioni dalla Russia, 600 milioni dalla Cina, 450 milioni dalla Francia, 400 dall’India, 325 dal Canadà, 275 dall’Olanda, 225 dal Belgio e per quote minori dagli altri paesi.     Le disposizioni dell’accordo per l’istituzione della Banca non sono così minuziose e complete come quelle stabilite per il Fondo. Gli impegni di carattere generale si riducono alla quota di sottoscrizione a carico dei singoli stati membri. Modesto è peraltro il versamento iniziale, da effettuare nella misura del 20% della quota, entro sessanta giorni dalla data di inizio delle operazioni della Banca. Di questo 20% un decimo dovrà essere versato in oro o in dollari degli Stati Uniti ed il resto nella valuta del paese membro, con le modalità e nei termini che verranno stabiliti dalla Banca, tenuto però presente che entro un anno dall’inizio delle operazioni dovrà essere richiamato almeno l’8% e che in ogni trimestre non si potrà richiamare più del 5% del prezzo dell’azione. La rimanente quota parte dell’80% potrà essere richiesta dalla Banca soltanto quando le sarà necessaria per far fronte agli impegni derivanti dalle proprie operazioni e potrà essere versata, a scelta del membro, in oro, in dollari degli Stati Uniti o nella valuta occorrente per far fronte agli impegni stessi.     La Banca potrà effettuare operazioni di prestito sia con fondi propri, sia con fondi in vario modo raccolti o mutuati, sia offrendo la propria garanzia; in nessun caso però il totale dei prestiti e delle garanzie potrà essere superiore al capitale sottoscritto più le riserve. A differenza di quanto stabilito per il Fondo nessun limite statutario è posto all’ammontare dei prestiti ai singoli paesi membri; però, se per beneficiare delle facilitazioni della Banca è indispensabile esserne soci, è d’altro canto evidente che la misura dell’aiuto sarà in ogni caso correlata alle necessità dei mutuatari, considerate nel loro complesso e messe in relazione alla capacità di prestito della Banca, come pure alle garanzie che essi offrono.     I termini in cui, sul terreno economico, si pone il problema di una nostra eventuale partecipazione al Fondo, meritano di essere meditati.     Paragonando le cifre del commercio estero di alcuni paesi più vicini al nostro per struttura economica ed esigenze attuali, quali la Francia, il Belgio e l’Olanda, in due anni del periodo anteguerra più rappresentativi – il 1929 e il 1938 – con le cifre relative all’Italia, e tenendo nel dovuto conto altri elementi di stima, quali il reddito nazionale e la popolazione, si può valutare ad almeno 250 milioni di dollari la quota di partecipazione che potrebbe venire attribuita all’Italia. In questa eventualità, la parte da versare in oro o in dollari degli Stati Uniti sarebbe compresa tra un minimo di 6 milioni di dollari (corrispondenti all’incirca al 10% delle nostre attuali riserve ufficiali in oro e dollari) e un massimo di 62,5 milioni di dollari (corrispondenti al 25% della quota) nella ipotesi, purtroppo assai lontana dalla realtà, che all’epoca della adesione il nostro paese disponga di riserve in oro e in dollari superiori ai 625 milioni di dollari.     La quota di partecipazione alla Banca potrebbe forse essere leggermente inferiore, ma sempre dell’ordine di 200 milioni di dollari: di questi, 4 milioni dovrebbero essere versati subito in oro o dollari, ed altri 36 andrebbero corrisposti in lire immediatamente o entro breve termine.     Secondo l’ipotesi fatta, il limite massimo di credito concesso all’Italia per acquistare dal Fondo le valute occorrentile sarebbe compreso tra 256 e 312,5 milioni di dollari; gli acquisti annuali non dovrebbero superare i 62,5 milioni di dollari.     Non si può negare che i due limiti, quello annuale e quello complessivo per acquisti fatti nel corso di più anni e non rimborsati, sono piuttosto modesti; forse sufficienti in una situazione economica interna ed internazionale normale, richieggono nelle condizioni attuali, per rispondere alle esigenze di credito del nostro paese, integrazioni da altre fonti di finanziamento.     In realtà il sistema monetario di Bretton Woods non è tanto uno strumento per il raggiungimento di una situazione monetaria internazionale sana e stabile, quanto il punto di arrivo di un’opera di risanamento posta in atto da ogni paese con mezzi propri o con i crediti esteri che ogni paese sarà riuscito a procurarsi, dando prova di essere capace dello sforzo tenace necessario alla ricostruzione. Sua premessa è il ristabilimento di normali condizioni monetarie interne nei paesi che più hanno risentito della guerra e quindi la fissazione di parità monetarie il più possibile prossime alla nuova realtà.     Per il nostro paese, questa fissazione esige, nell’attuale divario tra il valore esterno della moneta ed i suoi diversi valori interni, l’apprezzamento non agevole di molteplici fattori. Essa richiede somma ponderazione, che certamente non verrà meno né agli organi responsabili italiani né al Fondo, cui spetta appunto il compito di determinare da ultimo la parità delle monete dei paesi non fondatori che desiderano farne parte.     D’altro canto, al mantenimento della parità esterna della moneta dovrà contribuire, oltre l’efficace controllo della circolazione da parte italiana, anche la collaborazione degli alleati, i quali oggi ci chiedono notevoli forniture di biglietti, contro l’accreditamento in dollari delle spese effettuate dalle sole truppe nord americane.     Altra premessa, affinché il sistema monetario instaurato con gli accordi di Bretton Woods possa esistere e prosperare ed arrecare frutti benefici, è che la mutua collaborazione internazionale si estenda a tutti i fondamentali rapporti economici ed elimini specialmente gli intralci maggiori alla libera circolazione dei beni e al libero trasferimento degli uomini, inspirandosi ad una lungimirante visione della solidarietà degli interessi e della stretta dipendenza del benessere di tutti dal benessere di ciascuno.     A questa esigenza a tutti comune si aggiunge, per il nostro paese, quella preminente di ottenere, dopo che sarà stato sancito il suo nuovo statuto giuridico di nazione libera, quegli aiuti finanziari esteri che gli consentano di ravvivare la propria economia e le proprie esportazioni.     Ove queste premesse, generali e particolari, non siano realizzate, l’Italia, nonostante la sua migliore buona volontà, potrebbe gradualmente slittare nell’indebitamento verso il Fondo, raggiungendo entro 4 o 5 anni il limite consentitole. Se da un lato la partecipazione ai due istituti è condizione preliminare perché il nostro paese ritorni a partecipare al sistema economico internazionale, il venir meno anche involontario agli impegni dell’accordo potrebbe importare conseguenze più gravi di quelle che in regime aureo avrebbero accompagnato l’abbandono della parità o l’adozione di misure restrittive nei pagamenti con l’estero.     Signori Partecipanti,     Le cifre che Vi ho esposte mostrano che il paese ha provveduto, pur negli anni di guerra guerreggiata, alle spese straordinarie ricorrendo per la minor parte al torchio dei biglietti e per la maggior parte al risparmio, il che vuol dire alla volontaria rinuncia ai beni presenti in pro dei beni futuri. Esistono promettenti indizi i quali fanno ritenere che dopo la liberazione nazionale il ricorso allo strumento pericoloso dell’inflazione abbia avuto definitivamente termine. Perché l’auspicio si avveri, perché esso si converta, come è necessario e possibile, in una feconda realtà importa che gli italiani sappiano guardare in faccia alla realtà: il reddito nazionale, che è l’unica fonte dei redditi privati e delle entrate pubbliche, è diminuito. È incerto di quanto sia diminuito, se del 40%, come opinano valorosi statistici, o in una proporzione diversa, ma sempre rilevante. Ma diminuito è certamente. Poiché il reddito nazionale è un totale, di cui i redditi dei singoli sono le parti, giuocoforza è rassegnarsi a salari, a stipendi, a profitti ed in generale a redditi reali minori di prima; e giuocoforza è consacrare una parte non trascurabile di questo reddito diminuito a riparare alle perdite inflitte dal malgoverno passato e dalla infausta guerra. Occorre, cioè, volenti o nolenti continuare a stringerci la cintola. Questa è la sostanza del piano economico che l’Italia deve, per vie spontanee o forzate, oggi seguire per la sua ricostruzione. Ricostruzione è sinonimo di rinuncia, di risparmio.     Se così si opererà, non v’ha dubbio che noi non avremo bisogno di chiedere prestiti all’estero; ma che questi invece ci saranno offerti a gara; e non v’ha dubbio che fra pochi anni, pochi non molti l’Italia sarà risorta più bella e più prospera di prima.     La risurrezione non è in altri; è in noi.

    Il Governatore

    LUIGI EINAUDI



    [1] Gli avventizi provvisori alla fine del 1945 assommavano a 1.439 elementi, con un aumento di 143 unità rispetto al 1944. Di essi 630 erano di sesso femminile. Gli elementi maschili erano così classificati:

    • impiegati avventizi 476
    • inservienti avventizi 333.
    [2] La rilevazione dei depositi bancari e quella delle principali voci di situazione si riferiscono a 365 aziende che raccolgono circa il 99% dei depositi.
    [3] Per il l943, 1944 e 1945 valori provvisori non comprendenti la capitalizzazione degli interessi.
    [4] Le aziende non iscritte all’albo, in attività e in liquidazione, erano più di 450, oltre un centinaio circa di agenzie di prestiti su pegno.
    [5] Negli importi indicati sono compresi, rispettivamente, circa 79 mila dollari e 150 mila sterline, costituiti per la maggior parte da rimesse a favore di rappresentanti diplomatici e di altri stranieri residenti in Italia.
    [6] È stata conglobata in questa aliquota l’imposta speciale sui redditi prodotti da ditte individuali e da società non azionarie, istituita dall’art. 12 del R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 205; fuorché per le imprese costituite in qualunque forma esenti dalla imposta di R.M. o soggette ad un tributo sostitutivo, per le quali l’imposta speciale rimane in vigore.
    [7] Nei riguardi dell’imposta sui celibi, la quota integrativa prevista dal secondo comma dell’art. 2 del R. decreto legge 13 febbraio 1927, n. 124, continua tuttavia ad essere dovuta come addizionale all’imposta complementare.
    [8] Decreto legislativo luogotenenziale 7 febbraio 1946, n. 31.
    [9] Il precedente decreto legge 12 aprile 1943, n. 234, fissava 5 aliquote diverse, dal 3 al 30%.
    [10] Convertito, con modificazioni, nella legge 29 dicembre 1941, n. 1470.
    [11] Rispettivamente, decreti legislativi luogotenenziali 1 marzo 1945, n. 88; 1 dicembre 1945, n. 834; 1 marzo 1945, n. 89; 8 marzo 1945, n. 76; 25 maggio 1945, n. 301.
    [12] Con decreto legislativo luogotenenziale 6 febbraio 1946, n. 47, sono state apportate variazioni, in aumento, allo stato di previsione delle entrate, delle quali 25.392 milioni imputabili ad un incremento previsto nel gettito della imposta sul consumo dei tabacchi.
    [13] Il decreto legislativo luogotenenziale 26 aprile 1945, n. 223, ha provveduto ad elevare le aliquote dell’imposta di fabbricazione, di produzione e di consumo sugli spiriti, zucchero, prodotti zuccherini, birra, caffè, surrogati del caffè, olii di semi, organi di illuminazione, gas ed energia elettrica, prodotti petroliferi e fibre tessili artificiali.
    [14] Con decreto legislativo luogotenenziale 22 settembre 1945, n. 623, è stato disposto il trasferimento al Ministro per le finanze dei poteri e delle attribuzioni dell’Alto commissario per le sanzioni contro il fascismo in materia di avocazione dei profitti di regime e di confisca, materia disciplinata dal decreto 27 luglio 1944, n. 159, e dalle norme integrative dettate dal decreto legislativo luogotenenziale 31 maggio 1945, n. 364. È prevista l’emanazione di successivi provvedimenti legislativi per raccogliere in testo unico tutte le norme relative a detta materia e coordinarle con ogni altra disposizione di carattere tributario.
    [15] I buoni del tesoro quinquennali 5 per cento a premi, con scadenza 1 aprile 1950, sono ripartiti in serie di un miliardo di capitale nominale ciascuna; per ogni serie vengono sorteggiati 5 milioni di premi annui. Ad essi si applicano le disposizioni, agevolezze e privilegi dei buoni poliennali in circolazione; sono esenti dall’imposta di successione e da quella sul valore netto globale delle successioni, nonché dall’imposta di registro per i trasferimenti a titolo gratuito per atti tra vivi e per la costituzione di dote e del patrimonio familiare. Agli effetti dell’imposta di successione e di quella sul valore netto globale delle successioni, non è obbligatoria la denuncia di detti titoli e, ove fossero denunciati, essi non concorrono alla determinazione delle aliquote applicabili per le quote ereditarie ed alla formazione dell’asse ereditario globale; essi non concorrono del pari alla determinazione delle aliquote applicabili in caso di donazione. Inoltre si consentì:

    • la possibilità di utilizzare i titoli, alla pari più interessi maturati, in pagamento dei beni forniti dagli alleati in base al piano di primo aiuto, o altrimenti, comunque, importati dallo stato o da enti parastatali e da questi ceduti ad enti o privati;
    • la possibilità di utilizzare i titoli, in base al prezzo di emissione più interessi, sia in sottoscrizione del grande prestito della ricostruzione nazionale, sia in pagamento di una eventuale imposta personale straordinaria sul patrimonio. Oltre il contante furono accettate in sottoscrizione:
    • le cedole scadenti dal 5 aprile al 4 ottobre 1945 di tutti i buoni del tesoro poliennali al portatore (comprese quelle al 15 settembre 1945 sui buoni novennali 5 per cento, di scadenza 15 settembre 1951, provenienti dalla sostituzione dei buoni 4 per cento, stessa scadenza), nonché dei titoli al portatore e misti delle rendite 3,50 per cento 1902 e 1906, del prestito redimibile 3,50 per cento 1934, della rendita, 5 per cento 1935 e del prestito redimibile 5 per cento 1936;
    • i buoni novennali al portatore scaduti il 15 febbraio e il 15 dicembre 1943, nonché quelli scaduti l’1 settembre 1944 e non rimborsati alla scadenza.
    [16] L’esercizio decorre dall’1 aprile.
    [17] In virtù del decreto legislativo luogotenenziaie 24 agosto 1944, n. 211, con il quale, per fronteggiare i disavanzi economici dei bilanci delle amministrazioni provinciali e comunali, è stata autorizzata, fino a tutto l’anno solare successivo a quello della cessazione dello stato di guerra, la concessione a carico dello stato di contributi in capitale e l’assunzione da parte degli enti di mutui con istituti di credito annualmente designati con decreto del ministro del tesoro.
    [18] Le cifre si riferiscono a tutti gli Istituti esercenti il credito fondiario, ad eccezione della Cassa di Risparmio di Gorizia di cui mancano i dati. Sono stati compresi, inoltre, il Consorzio di credito agrario di miglioramento e l’Istituto nazionale di credito edilizio.
    [19] La precedente aliquota era stata fissata dal R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 235, come segue: a)     per tutti indistintamente i titoli azionari, quotati o non quotati in borsa, fatta eccezione per i titoli non quotati delle società immobiliari: 3% del valore o prezzo di cessione fino a concorrenza del valore nominale e 20% del detto valore o prezzo, sul valore eccedente il nominale; b)     per i diritti di opzione e per le cartelle di godimento: 20% sul valore o prezzo di cessione; c)     per i titoli non quotati delle società immobiliari: 20% sul valore o prezzo di cessione; Tali aliquote, in virtù della facoltà accordata al ministro per le finanze di provvedere con proprio decreto a variarle, venivano successivamente portate al 3 ed al 35% (decreto ministeriale 23 aprile 1943) e poi al 3 ed al 25% (decreto ministeriale 4 settembre 1943). La distinzione fra i titoli non quotati in borsa di società immobiliari e gli altri titoli azionari, abolita dal decreto dell’ottobre 1944, aveva ragione di essere in quanto, data l’allora vigente imposta di registro sul plusvalore degli immobili trasferiti, si voleva evitare che, con il conferimento di detti beni in società e la successiva cessione delle azioni, si evadessero i maggiori oneri tributari; con l’abolizione della sopradetta imposta (decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, n. 141) è venuto a mancare, pertanto, lo scopo della diversa imposizione fiscale. Il decreto stabilì inoltre che la valutazione, agli effetti dell’imposta di negoziazione per il 1944 (dovuta a norma del R. decreto legge 15 dicembre 1938, n. 1975) dei titoli azionari quotati in borsa, non poteva superare di oltre il 10% in valore sul quale era stata liquidata l’imposta stessa per in 1943; la stessa maggiorazione del 10 per cento nei confronti del 1944 fu fissata per il 1945. Per le obbligazioni e gli altri titoli a reddito fisso quotati in borsa nessuna variazione si apportò, per il 1944 e 1945, alle valutazioni fatte per il 1943.
    [20] Assumendo quale base il 1935 (come è fatto nel grafico) gli indici diventano 1610 per gli Stati Uniti e 1630 per l’Inghilterra.
    [21] R. decreto legge 15 aprile 1943, n. 249, modificato dal R. decreto legge 17 maggio 1943, n. 451.
    [22] Decreto legislativo luogotenenziale 31 luglio 1945, n. 460.

    patrimonio. Oltre il contante furono accettate in sottoscrizione:

  • le cedole scadenti dal 5 aprile al 4 ottobre 1945 di tutti i buoni del tesoro poliennali al portatore (comprese quelle al 15 settembre 1945 sui buoni novennali 5 per cento, di scadenza 15 settembre 1951, provenienti dalla sostituzione dei buoni 4 per cento, stessa scadenza), nonché dei titoli al portatore e misti delle rendite 3,50 per cento 1902 e 1906, del prestito redimibile 3,50 per cento 1934, della rendita, 5 per cento 1935 e del prestito redimibile 5 per cento 1936;
  • i buoni novennali al portatore scaduti il 15 febbraio e il 15 dicembre 1943, nonché quelli scaduti l’1 settembre 1944 e non rimborsati alla scadenza.
[16] L’esercizio decorre dall’1 aprile.
[17] In virtù del decreto legislativo luogotenenziaie 24 agosto 1944, n. 211, con il quale, per fronteggiare i disavanzi economici dei bilanci delle amministrazioni provinciali e comunali, è stata autorizzata, fino a tutto l’anno solare successivo a quello della cessazione dello stato di guerra, la concessione a carico dello stato di contributi in capitale e l’assunzione da parte degli enti di mutui con istituti di credito annualmente designati con decreto del ministro del tesoro.
[18] Le cifre si riferiscono a tutti gli Istituti esercenti il credito fondiario, ad eccezione della Cassa di Risparmio di Gorizia di cui mancano i dati. Sono stati compresi, inoltre, il Consorzio di credito agrario di miglioramento e l’Istituto nazionale di credito edilizio.
[19] La precedente aliquota era stata fissata dal R. decreto legge 12 aprile 1943, n. 235, come segue: a)     per tutti indistintamente i titoli azionari, quotati o non quotati in borsa, fatta eccezione per i titoli non quotati delle società immobiliari: 3% del valore o prezzo di cessione fino a concorrenza del valore nominale e 20% del detto valore o prezzo, sul valore eccedente il nominale; b)     per i diritti di opzione e per le cartelle di godimento: 20% sul valore o prezzo di cessione; c)     per i titoli non quotati delle società immobiliari: 20% sul valore o prezzo di cessione; Tali aliquote, in virtù della facoltà accordata al ministro per le finanze di provvedere con proprio decreto a variarle, venivano successivamente portate al 3 ed al 35% (decreto ministeriale 23 aprile 1943) e poi al 3 ed al 25% (decreto ministeriale 4 settembre 1943). La distinzione fra i titoli non quotati in borsa di società immobiliari e gli altri titoli azionari, abolita dal decreto dell’ottobre 1944, aveva ragione di essere in quanto, data l’allora vigente imposta di registro sul plusvalore degli immobili trasferiti, si voleva evitare che, con il conferimento di detti beni in società e la successiva cessione delle azioni, si evadessero i maggiori oneri tributari; con l’abolizione della sopradetta imposta (decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, n. 141) è venuto a mancare, pertanto, lo scopo della diversa imposizione fiscale. Il decreto stabilì inoltre che la valutazione, agli effetti dell’imposta di negoziazione per il 1944 (dovuta a norma del R. decreto legge 15 dicembre 1938, n. 1975) dei titoli azionari quotati in borsa, non poteva superare di oltre il 10% in valore sul quale era stata liquidata l’imposta stessa per in 1943; la stessa maggiorazione del 10 per cento nei confronti del 1944 fu fissata per il 1945. Per le obbligazioni e gli altri titoli a reddito fisso quotati in borsa nessuna variazione si apportò, per il 1944 e 1945, alle valutazioni fatte per il 1943.
[20] Assumendo quale base il 1935 (come è fatto nel grafico) gli indici diventano 1610 per gli Stati Uniti e 1630 per l’Inghilterra.
[21] R. decreto legge 15 aprile 1943, n. 249, modificato dal R. decreto legge 17 maggio 1943, n. 451.
[22] Decreto legislativo luogotenenziale 31 luglio 1945, n. 460.
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