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24 settembre 1946 – Comunicazioni del Presidente del Consiglio

Atti Parlamentari – Assemblea Costituente – Assemblea plenaria, Discussioni

Interventi e Relazioni parlamentari, a cura di Stefania Martinotti Dorigo, Vol. II, Dalla Consulta nazionale al Senato della Repubblica (1945-1958), Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 1982, pp. 567-591

 

 

 

Seguito della discussione sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio in merito alla stabilizzazione della lira, alla normalizzazione dei rapporti di lavoro, al costo della vita e al razionamento dei generi alimentari. Il presidente Saragat dichiara riaperta la discussione e L. EINAUDI prende la parola per primo:

 

 

Onorevoli colleghi, chiedo venia a voi, se in questa appassionata discussione politica oso introdurre una parentesi di scarna tecnica economica.

 

 

Ascoltando, l’altro giorno, il discorso dell’amico onorevole La Malfa, la mia attenzione si è fermata su un punto, in cui egli osservava che elemento essenziale obiettivo di una politica del Tesoro era la conoscenza dei fatti, la conoscenza dei dati che costituiscono la base di ogni ragionamento.

 

 

Sarebbe mio desiderio che alla fine di queste poche parole voi riconosceste che nessun’altra mira mi ha mosso all’infuori di quella di offrire a voi e a me stesso alcuni elementi di meditazione che servano per rispondere ad una domanda che credo tutti gli italiani si siano fatta ed è questa: se la lira potrà essere stabilizzata.

 

 

Dicendo «se la lira potrà essere stabilizzata» io pongo il problema nella sua forma ipotetica, che è la forma abituale a noi cultori di scienze economiche. Noi infatti non possiamo profetizzare nulla: se profetizzassimo qualche cosa, mancheremmo ad un nostro stretto dovere. Noi possiamo soltanto dire quali sono le condizioni, date le quali, la lira può essere stabilizzata.

 

 

Non pongo fra le condizioni essenziali l’esigenza di cui ho sentito parlare, cioè la riunione dei due ministeri del Tesoro e delle Finanze.

 

 

Se si vuol risalire alle sue origini storiche, questa separazione non fu nient’altro se non uno strumento di governo di uno dei più grandi uomini che siano vissuti nella storia, e precisamente di quel tiranno di genio che si chiamava Napoleone. Napoleone, allo scopo di meglio dominare, di meglio poter usare la pratica del divide et impera, divise il Ministero delle Finanze in due ministeri, quello del Tesoro e quello delle Finanze. In tal modo egli poteva controllare l’opera dell’uno con l’opera dell’altro ministro. E quei due suoi ministri egli conservò per tutta la durata del suo dominio, uno il conte di Mollien, ministro del Tesoro, l’altro Gaudin, duca di Gaeta, ministro delle Finanze. Le memorie, gli scritti che essi lasciarono, sono tra i documenti più importanti e più interessanti per lo studio di quel grande uomo di stato, che in verità nulla sapeva di economia, ma intuiva i fatti e faceva incessanti progetti, i quali normalmente – come accade a tutti coloro che non conoscono un dato ramo dello scibile – non potevano essere attuati. Ascoltando quei due suoi fedeli ministri, Napoleone riconosceva però che le sue idee erano sbagliate e dando testimonianza di quel che è il vero genio, finiva di applicare quelle dei suoi fedeli servitori.

 

 

La separazione dei due ministeri delle Finanze e del Tesoro che, dunque, aveva servito come arma di governo a quest’uomo, che peraltro, usando sistemi di tirannia, condusse la Francia alla rovina, risorse in Italia dopo tanto tempo nel 1878, rapida meteora che durò soltanto pochi mesi. Riprese poi nel 1888, per ragioni semplicemente parlamentari, e precisamente allo scopo di offrire una maggiore quantità di posti ministeriali ai membri del Parlamento.

 

 

Credo che una delle pochissime cose fatte bene dal regime fascista, sia stata la riunione dei due ministeri. Ma non considero che quella separazione, nuovamente operata in appresso, sia un fattore essenziale per la risoluzione del problema della stabilizzazione della lira. Non lo credo.

 

 

Da tutti i ministri del Tesoro che si sono succeduti, a partire dal compianto Soleri, ad andare a Ricci e poi a Corbino, ho sempre sentito ripetere lo stesso giudizio che Corbino espresse l’altro giorno, e cioè che i suoi rapporti con i colleghi ministri delle Finanze Pesenti e Scoccimarro erano stati sempre rapporti più che cordiali, rapporti attraverso i quali si potevano e si possono discutere e risolvere le questioni finanziarie da sottoporre ai consigli di gabinetto. Il problema, sebbene non attuale, dovrà in avvenire tuttavia essere esaminato e risoluto; non certo nel senso della permanenza della separazione dei due ministeri.

 

 

Ma forse non potrà neanche essere risoluto nel senso di una semplice unione. Noi nei paesi latini siamo troppo affezionati alla logica, troppo affezionati alle cose chiare e diciamo perciò: uno o due ministeri. In altri paesi ciò non avviene. Nel paese che è stata la culla del governo parlamentare, in Inghilterra, non si fanno distinzioni nette fra separazione o riunione. Nell’organizzazione finanziaria di quel paese non ci sono né uno né due ministeri che si occupano delle cose finanziarie; ce ne sono parecchi i quali fanno parte di quella cosa colossale che è il governo in Inghilterra, che comprende ora una cinquantina ed ora una ottantina e forse più tra ministri, vice-ministri e altre persone appartenenti al governo. Dentro a questo grande gruppo di persone che fanno parte del governo c’è un gruppo che si occupa delle cose finanziarie: c’è il primo lord della Tesoreria che di solito è il primo ministro; dipendono da lui il cancelliere dello Scacchiere ed altri ministri e sottoministri, la cui opera è tutta unificata dal comando di uno solo. Io credo che per le complicazioni crescenti del sistema finanziario e del sistema economico italiano, verrà un giorno in cui si riconoscerà la necessità di costituire un sotto-gabinetto dentro al gabinetto, un sotto-ministero entro il Ministero. In questo Ministero ci sarà un ministro principale, il quale darà l’indirizzo agli altri ministri e sarà responsabile dell’opera loro, rivolta principalmente alle cose dell’amministrazione.

 

 

Non è questo un problema essenziale oggi per la stabilità della lira. Non credo nemmeno che sia essenziale per la sistemazione del problema della lira lo scarto che potrà esistere durante l’esercizio in corso fra le entrate e le spese. L’amico e compagno di Università onorevole Bertone, ministro del Tesoro, dirà oggi o domani quali sono le condizioni delle finanze e le condizioni del Tesoro. Io mi limito a costruire argomentazioni sui dati che sono di dominio pubblico, sebbene forse non sempre siano noti a tutti. In primo luogo, le spese, le quali durante l’esercizio scorso 1945-46 avevano finito per essere previste, giunsero alla cifra di 510 miliardi di lire. Lo stato di previsione originario non arrivava in verità a questa somma, ma, come si sa, e come sempre è accaduto, le note di variazioni successive hanno aumentato l’anno scorso, come aumenteranno anche in questo esercizio, le previsioni originarie ed alla fine, tenuto conto di tutte le variazioni, la spesa complessiva prevista era arrivata a 510 miliardi di lire. Non credo che in questo esercizio la previsione finale, non quella che si potrà fare oggi, ma quella riassuntiva che avremo alla fine dell’esercizio, si fermerà su questa cifra di 510 miliardi di lire di spesa.

 

 

Vi sono certamente alcuni capitoli di spesa che non esistevano l’anno scorso. Ricordo il capitolo, che appena appena si iniziava con i premi di consegna addizionale, del prezzo politico del pane. Tutti sapete che il prezzo politico del pane era stato abolito una seconda volta dal ministro Soleri all’inizio del 1945; così come da lui medesimo, commissario all’alimentazione sotto il governo Giolitti, era stato abolito nel 1920. E come allora la finanza italiana era stata salvata dal pericolo maggiore che su di essa incombeva – ed era un pericolo che oggi sembrerebbe piccolissimo: 500 milioni di lire al mese, ma allora era un pericolo grande – così una seconda volta, al principio del 1945, la finanza italiana fu assestata con l’abolizione del prezzo politico del pane. Le vicende dei prezzi e le esigenze dell’agricoltura hanno fatto sì che questo problema si ripresenti oggi. Non credo che una somma minore di 80 miliardi di lire potrà bastare nell’esercizio in corso 1946-47 a coprire l’onere del prezzo politico del pane. Il costo per lo stato assomma invero alla cifra di 3732 lire per quintale di frumento trasformato in farina dal mugnaio, mentre il prezzo di realizzo da parte dello stato del medesimo quintale è soltanto di 1322 lire, con una perdita di 2410 lire, che moltiplicata per il numero dei quintali forniti dal governo alla colazione urbana, ammonta per l’appunto a 80 miliardi di lire.

 

 

È una spesa sulla quale il governo dovrà decidere, e dovrà decidere questa Camera. La decisione sta nel vedere se convenga accollare ai contribuenti l’intera spesa di 80 miliardi di lire, o se invece convenga attribuirla a coloro i quali devono, secondo le diverse classi sociali, far fronte alla spesa medesima. Se lo stato, se il legislatore ritenesse, come per ben due volte già ritenne, che si debba abolire il prezzo politico del pane, non tutto l’onere per lo stato sarebbe risparmiato: l’onere si ridurrebbe probabilmente da 80 miliardi di lire a forse 27 miliardi, a causa dell’aumento dei salari che dovrebbe esser concesso ai dipendenti e agli impiegati dello stato, perché essi sovvengano al maggior prezzo del grano.

 

 

Per gli altri lavoratori, posti alla dipendenza altrui, sarebbero i datori di lavoro i quali dovrebbero, con adeguati aumenti di salari, provvedere essi a sopperire alla maggior spesa del pane. Non si tratta di abolire la spesa: questa esiste e dipende dall’onere della produzione del grano e della fabbricazione della farina e del pane; si tratta soltanto dei modi di distribuzione di spesa: o tutta sul bilancio dello stato, o ripartita in parte sul bilancio dello stato, in parte su coloro i quali hanno lavoratori alle loro dipendenze e finalmente su coloro che possono qualificarsi economicamente indipendenti.

 

 

Così pure non credo che sia stato compreso nelle previsioni dell’esercizio scorso il maggior onere che dai giornali si sa essere in corso di discussione per l’aumento della remunerazione degli statali, Da una richiesta di circa una settantina di miliardi da parte dei dipendenti statali ad una offerta iniziale da parte del governo di 28 miliardi, si verrà forse ad una transazione; e forse saranno 40 miliardi circa, i quali dovranno essere iscritti per questa ragione nello stato di previsione.

 

 

Dalle dichiarazioni dell’onorevole presidente del Consiglio ho tratto la somma di circa 180-190 miliardi di lire di opere pubbliche, le quali sarebbero già state deliberate. Ma parte di queste costituiscono probabilmente un doppio delle spese che erano già state deliberate l’anno scorso; una parte invece è una spesa aggiuntiva e nuova.

 

 

Così pure non credo che si sia potuto, se non in piccola parte, inscrivere nel bilancio preventivo dell’esercizio scorso la somma che oggi si deve somministrare in biglietti della Banca d’Italia agli alleati. Siccome gli alleati hanno cessato di emettere le loro lire militari, in luogo di esse oggi si consegnano biglietti della Banca d’Italia. Sinora, nei mesi che sono decorsi dall’inizio di questa nuova procedura, sono circa 3 miliardi e mezzo di lire al mese che sono stati forniti agli alleati.

 

 

È una somma di quasi una quarantina di miliardi di lire. Io non oserei affermare se la spesa finale, la quale con il preventivo iniziale e con le variazioni successive potrà essere determinata, possa essere inferiore ai 700 miliardi di lire.

 

 

Non credo tuttavia che questa somma potrà essere mai effettivamente spesa. La esperienza passata ci indica che c’è molta strada fra ciò che si preventiva e ciò che si può effettivamente spendere. L’anno scorso si erano preventivati 510 miliardi di lire e se ne sono spesi 339 miliardi; e così credo che anche questo anno un notevole scarto vi sarà fra il preventivato e la spesa.

 

 

Lo scarto deriva soprattutto da una circostanza, che si chiama il «tempo tecnico». Io ammiro lo zelo con cui il ministro Romita prepara piani di lavori pubblici: zelo necessario per il nostro paese, perché è giusto che i piani siano preparati, che se non sono preparati per tempo, il lavoro non potrebbe poi essere compiuto, perché mancherebbero al momento utile i fattori produttori necessari per l’attuazione dei piani stessi.

 

 

Noi tutti ci auguriamo si possano compiere tutte le opere previste, ma non bisogna dimenticare che per costruire un ponte occorrono cemento, mattoni e carbone. Per quanto riguarda il carbone, ne arriva in Italia appena mezzo milione di quintali al mese ed entro quella quantità si deve svolgere tutta l’attività economica del paese, e quindi soltanto una parte può essere destinata ai lavori pubblici. C’è, come si vede, un limite infrangibile che si oppone. Bisogna preordinare le ide e predisporre i piani in tempo utile ma si può affermare non sapersi quanta parte di quella somma di 700 miliardi, che io ho calcolata, possa poi essere tradotta nella realtà.

 

 

Accanto al tempo tecnico c’è un altro fattore che fa sì che non tutte le somme possono essere spese, e questo fattore si incarna nel nome di una persona che molti di noi consideriamo come una specie di «orco», che impedisce al ministro del Tesoro di fare quanto egli desidererebbe; e questo personaggio si chiama il ragioniere generale dello stato.

 

 

Io ne ho conosciuto uno prima della guerra, il De Bellis, il quale, anche se quasi sempre sorridente nell’aspetto, seppe tenere in pugno per tanti anni le redini del bilancio della spesa dello stato, impedendo che si facessero troppe spese tumultuariamente anziché fare lo stretto necessario, e quindi impedendo che si sprecassero i denari dello stato.

 

 

Suo erede è oggi il ragioniere generale Balducci, sorridente anch’egli, il quale ha ereditato le qualità migliori del De Bellis.

 

 

Rendo omaggio a lui, che paragono a un Fabius cunctator, occupato a trattenere le spese pubbliche dall’andare al di là di quanto può essere vantaggioso ed utile spendere. Se si deve fare un ponte e questo ponte costa, a costruirlo bene, un milione di lire, è perfettamente inutile e dannoso spendere per quel ponte 2 o 3 milioni per farlo in fretta e male.

 

 

Tutto quello che si spende in più del necessario è sprecato e serve unicamente a fare aumentare i prezzi e a produrre il danno dell’inflazione che tutti noi paventiamo.

 

 

In virtù dei due numi tutelari del Tesoro, che si chiamano il tempo tecnico e il tempo finanziario, impersonato quest’ultimo nel ragioniere generale dello stato, le spese non giungeranno quindi di fatto alla cifra, che può sembrare spaventevole, dei 700 miliardi di lire.

 

 

Contro questa cifra di spesa quale è la cifra di entrata? I giornali hanno anche pubblicato qualche dato; ma non è tanto la somma assoluta delle entrate la quale sia importante, quanto la sua variazione nel tempo.

 

 

Erano, nel primo trimestre 1945-46, sei miliardi e 200 milioni al mese che si introitavano per quelle che si dicono entrate effettive, cioè entrate derivanti da imposte e tasse, entrate per cui lo stato non ha più niente da restituire, entrate che diventano proprietà definitiva dello stato.

 

 

Nel secondo trimestre la cifra sale a 10 miliardi e 800 milioni; nel terzo trimestre dell’esercizio 1945-46 le entrate salivano, sempre mensilmente, a 11 miliardi 700 milioni; nel quarto trimestre a 16 miliardi ed abbiamo letto nei giornali di questa mattina che nel mese di luglio le entrate sono state di 16 miliardi e mezzo e nel mese di agosto hanno superato 18 miliardi di lire. Credo, perciò, che le stime delle entrate effettive nell’esercizio in corso, di cui si è parlato, siano moderate. Nell’esercizio passato lo scarto, tra il primo e l’ultimo trimestre, fu all’incirca del 160%; limitandoci a calcolare questo anno uno scarto fra l’ultimo trimestre dell’esercizio 1945-46 e l’ultimo trimestre dell’esercizio 1946-47 soltanto del 50%, noi possiamo calcolare su una entrata la quale si aggirerà sui 240 miliardi di lire, molto di più dei 130 circa che furono le entrate tributarie dell’esercizio precedente…

 

 

(Una voce: Sono stati 180 miliardi).

 

 

Siamo lontani dal totale delle spese; ma siamo sulla via del ricupero. La macchina finanziaria non agisce ancora perfettamente: è ancora una macchina che va avanti a furia di rattoppi e di pezzi di spago con cui si mettono insieme le diverse parti dei congegni. Tuttavia è una macchina che ha dato risultati non scarsi. Molto migliori risultati darà questa macchina nell’esercizio in corso, nel quale potremo anche sperare di superare i 240 miliardi, se a questa macchina sarà dato un po’ di olio, se la macchina potrà svilupparsi con maggiore agilità di quanto non abbia fatto nell’esercizio scorso.

 

 

Per quanto riguarda la stima dei terreni io so, per aver partecipato a qualche seduta del Consiglio superiore del catasto, che la macchina va svolgendosi con la rapidità richiesta. Ritengo che alla fine di quest’anno solare saranno riveduti gli estimi catastali, così che il reddito su cui potranno basarsi le tassazioni nel 1947 sarà un reddito più vicino alla realtà di quanto non sia oggi. E così come accade per il catasto mi auguro possa avvenire anche per altri rami della pubblica amministrazione.

 

 

A questo riguardo, io devo manifestare il mio scetticismo inveterato, che non data da oggi, ma da tempo, quando in situazioni consimili, verificatesi nell’altro dopoguerra, si presentavano gli stessi problemi, il mio inveterato scetticismo di fronte alle invocazioni di «nuovi sistemi tributari». Mi sia consentito di dire che in materia finanziaria non c’è assolutamente più nulla da inventare; tutti gli immaginabili sistemi di imposte sono stati discussi, provati e riprovati, cosicché nulla di nuovo vi è in materia finanziaria che possa realmente portare contributi apprezzabili alla finanza dello stato.

 

 

Quello che occorre fare sovrattutto è semplicemente far funzionare la macchina fiscale; è la macchina fiscale che deve procedere agli accertamenti con quella maggiore esattezza che sia possibile nelle cose di questo mondo, che esattezza e precisione assolute non le avremo mai. Dal funzionamento di questa macchina ordinaria noi dobbiamo attendere le maggiori speranze per il rifornimento delle entrate.

 

 

È inutile, dal punto di vista del rendimento, fare differenze fra imposte ordinarie ed imposte straordinarie. In questa materia della differenza tra i due tipi di imposizione due soli uomini hanno detto qualcosa degna di essere meditata da quando si è acceso il dibattito (circa 130 anni or sono) fra imposta straordinaria e imposta ordinaria, od in altri termini fra imposta straordinaria e debito pubblico. Di questi due uomini, l’uno era inglese ed è il maggiore economista che sia mai vissuto, Davide Ricardo, l’altro era un professore italiano, che sedette anche su questi banchi, Antonio De Viti de Marco. Tutti coloro che si sono illusi – forse anch’io mi sono illuso – studiando e scrivendo di aver detto qualcosa di nuovo, dobbiamo persuaderci di non aver fatto altro se non portare alcuni granellini invisibili in aggiunta a ciò che avevano detto questi due grandi, il Ricardo ed il De Viti de Marco.

 

 

Riassumerei la conclusione alla quale erano arrivati quei due dicendo che la differenza tra i due metodi è puramente tecnica; che si possono ottenere i medesimi risultati, quanto a gettito per lo stato ed a distribuzione fra le diverse classi sociali, sia con l’un sistema che con l’altro. Trattasi di avvedimenti puramente tecnici, intorno ai quali si può discutere, non dal punto di vista della sostanza politica e sociale, perché il risultato è sempre lo stesso; ma solo dal punto di vista del costo della applicazione dei due sistemi.

 

 

Quindi, dato che lo strumento dell’imposta straordinaria è ancora da costruire e pur non escludendo che lo strumento possa essere nel frattempo apparecchiato, ritengo sia meglio far sì che nell’esercizio in corso il rendimento delle imposte salga al disopra della previsione di 240 miliardi, e nell’esercizio successivo si possa arrivare ancora più in là. Il metodo migliore è quello tradizionale, di basarsi sulle imposte vigenti. Noi abbiamo già imposte che, secondo la lettera della legge, salgono ad altezze che sono uguali a quelle di qualche altro paese che ci si addita ogni giorno ad esempio. Troppo spesso si sente dire che noi dobbiamo imitare questa o quella imposta straniera. È bene a questo proposito ricordare che da noi le imposte dirette sul reddito (imposta reale, imposta complementare e imposta ordinaria sul patrimonio) sono già così alte nelle loro aliquote da assorbire proporzioni del reddito che vanno da un minimo del 20% sino al 70-80% e qualche volta anche al 96%. Le imposte ci sono, «ma chi pon mano ad elle»? Questo è il punto essenziale: il sistema tributario esistente deve essere bene applicato. Solo abbassando le aliquote vigenti e diminuendo la spinta alla frode si potrà ottenere un gettito migliore per lo stato, con risultati più cospicui di quelli prevedibili da qualunque ulteriore inasprimento formale delle aliquote, sicché il contribuente possa essere assoggettato ad un carico percentuale minore ed assoluto maggiore.

 

 

Il gettito di 240 miliardi di lire non rappresenta molto sul reddito nazionale. Occorre che i 240 miliardi aumentino in modo che il sacrificio dei contribuenti giunga all’altezza richiesta dalle esigenze della pubblica finanza, pur lasciando ai contribuenti medesimi incentivo sufficiente a lavorare ed a risparmiare.

 

 

Quale è la percentuale del peso tributario sul reddito nazionale? Qui non siamo più nel campo delle cifre verosimili che si possono ricostruire leggendo i documenti pubblici. Siamo nel campo delle valutazioni ipotetiche.

 

 

Gli statistici, i quali sono i professionisti della materia, non sono tra di loro sempre d’accordo. Ciò che si sa, ciò che si sente che possa essere considerato come sicuro è che, dopo essere giunti sino ad un livello assai basso di reddito nazionale, ossia di somma totale dei redditi di tutti i cittadini italiani, dopo aver toccato l’infimo abisso, noi stiamo risalendo.

 

 

All’incirca si può dire che, se partiamo da un reddito nazionale calcolato avendo per base il 100 del 1938, noi eravamo discesi nel 1944 a un livello che poteva essere uguale a 70. Dico questa percentuale con molta esitazione e senza giurare affatto su di essa, perché si tratta di calcoli che, pur essendo compiuti da persone peritissime, restano sempre calcoli ipotetici più o meno fondati. Nel 1945 eravamo discesi ancor più in basso. Il livello del reddito nazionale oscillava, a seconda degli apprezzamenti, fra 50 e 60% del reddito quale era nel 1938. Si può ritenere che nel 1946 si stia risalendo.

 

 

Apprezzamenti, valutazioni approssimative, fatti diversi, ci fanno presumere che il reddito nazionale tenda di nuovo ad essere, nel 1946, quello che era nel 1944, ossia si trovi all’incirca nuovamente al livello 70. Siamo ancora lontani dal livello 100 del 1938, ma abbiamo già superato il punto più basso, che era quello 50-60 del 1945. Se il reddito nazionale potrà ritornare a quello che era nel 1938, le entrate potranno essere molto superiori a 240 miliardi, potrebbero arrivare anche a 500-600 miliardi.

 

 

Nel 1945, al livello percentuale fra 50 e 60% del reddito del 1938, corrispondeva un reddito che era variamente calcolato in circa 1550-1600 miliardi di lire. Oggi, se è vero, come io credo, che il reddito sta crescendo, e possa essere arrivato al livello del 70%, quel reddito nazionale che era l’anno scorso di 1600 miliardi di lire, potrebbe giungere anche [a] 1800-2000 miliardi di lire; e se noi ritornassimo al livello 100 del 1938, il reddito nazionale potrebbe essere calcolato 3000 miliardi di lire. Ed allora molte cose che oggi è difficile fare (certamente meno difficile di quanto non fosse nell’esercizio precedente, ma indubbiamente ancora molto difficile), potrebbero invece essere fatte.

 

 

In questo quadro, di spese, di entrate e di reddito nazionale, che cosa è avvenuto, in passato nella circolazione cartacea?

 

 

In altra sede mi è già accaduto di esporre alcune cifre illuminanti che erano state calcolate dall’ufficio studi dell’Istituto di emissione.

 

 

Dal principio della guerra fino al 1945 la responsabilità dell’aumento della circolazione va attribuita per il 61,2% ai tedeschi ed ai neo-fascisti, vale a dire: se la quantità dei biglietti in circolazione dall’inizio della guerra fino alla fine del 1945 era aumentata, così come aumentò, la responsabilità cadeva per il 61,2% sui tedeschi e sui neofascisti, e per il 37,8% sugli alleati. Soltanto per l’1% quella responsabilità spettava al governo legittimo. Il fatto verificatosi durante gli anni recenti, ci dà una speranza, la speranza che se in Italia si governerà bene, se in Italia si farà tutto ciò che occorre per promuovere la formazione del reddito, la circolazione per colpa del governo non aumenterà in avvenire, così come in passato non è aumentata se non nella misura minima dell’ 1%.

 

 

Che il ministro del Tesoro non abbia chiesto nulla alla Banca d’Italia è verità indiscutibile. L’ultima lettera che è stata ricevuta dall’Istituto di emissione per ottenere una anticipazione straordinaria dei biglietti, risale al 12 marzo 1945. Questo è stato l’ultimo giorno nel quale il Tesoro ha chiesto anticipazioni alla Banca d’Italia! Ne aveva ben donde il compianto Soleri in quel giorno di chiedere anticipazioni alla Banca d’Italia! Ricordiamo tutti che in quei giorni, prima della liberazione, il governo del Sud aveva redditi che non giungevano certo ai 18 miliardi, a cui si giunse nel mese di agosto ultimo! Le entrate di allora oscillavano fra 1 miliardo e un miliardo e mezzo al mese ed il governo del Sud non doveva soltanto sopportare le spese sue, ma aveva da far fronte alle spese di tutta Italia, alle spese di liberazione, doveva sovvenzionare i partigiani del Nord.

 

 

Era necessario ed era umano che il ministro del Tesoro di quel tempo ricorresse all’arma straordinaria della richiesta di anticipazioni da parte dell’Istituto di emissione. Ma quella fu l’ultima volta. Dopo di allora non una lettera in quel senso è stata ricevuta. Non vorrei che da questa dichiarazione si deducesse una conseguenza non logica, ossia che la quantità dei biglietti in circolazione non abbia per altro subito variazioni. È evidente che la vita del paese non può rimanere fissa, non può rimanere congelata in quella che era in un determinato momento. È evidente che la quantità di biglietti in circolazione può aumentare e diminuire. La cosa essenziale è che non aumenti per via di quelle tali lettere inviate dal Tesoro all’Istituto di emissione per richiedere anticipazioni straordinarie.

 

 

Siccome di questo si è già parlato e qualche altro oratore ne ha fatto cenno, dirò anch’io che la circolazione negli ultimi tempi è aumentata.

 

 

Dal 31 dicembre 1945, quando essa era di 380,1 miliardi di lire, comprese le lire militari alleate, la circolazione è aumentata al 31 luglio 1946 a 407,5 miliardi di lire e al 20 agosto, secondo l’ultima situazione decadale, essa è aumentata a 412,6 miliardi di lire. Dalla fine del 1945 ad oggi, quindi, si può ritenere che la circolazione sia aumentata di 32,5 miliardi di lire. Le spiegazioni di questo fatto sarebbero molteplici e per dare delle spiegazioni complete sarebbe necessario sviluppare e spiegare quei grandi fogli nei quali sono scritte le partite attive e passive dell’Istituto di emissione: ché non esiste nessuna cifra scritta da una parte la quale non determini una variazione corrispondente nell’altra parte di quei fogli. Una sola cosa deve certamente esistere in un qualunque bilancio ed è che i totali debbono pareggiare; e quindi se muta una cifra da una parte, mutano una o più cifre dall’altra parte del bilancio.

 

 

Bilancio è parola che deriva appunto da bilanciare.

 

 

Ricorderò soltanto alcuni dei fatti dai quali sembra si possa dedurre una spiegazione in parte confortante dell’aumento.

 

 

Una ragione è stata quella dei prelievi degli alleati. Gli alleati dal 12 marzo al 20 agosto di questo anno hanno chiesto all’Istituto di emissione (ne avevano diritto in virtù delle clausole di armistizio e delle convenzioni addizionali che avevano posto fine alla emissione delle am-lire) somministrazioni di biglietti per 18 miliardi e 822 milioni di lire. Non tutta questa somma è a fondo perduto, perché sapete che contro quella parte di queste somministrazioni, che corrisponde alle paghe dei soldati americani, si hanno accreditamenti in dollari negli Stati Uniti a favore del Tesoro italiano. Questa spesa, questo aumento della circolazione a cui pure non ci possiamo sottrarre, ha per effetto di costituire dei crediti, non in tutto, ma in parte (sarà del 40 o del 30% a seconda della proporzione che le paghe degli alleati hanno sul totale della spesa), di costituire dei crediti in dollari negli Stati Uniti a favore del Tesoro italiano. Il che vuol dire che il popolo italiano, pagando qualche cosa di più per il prezzo cresciuto delle merci che gli alleati comprano con quei biglietti che noi loro forniamo – e gli alleati comprano merci, influiscono, se anche in una proporzione piccola, all’aumento dei prezzi – e soggiacendo all’onere così cresciuto, si procura una parte dei mezzi che potranno servire l’anno venturo per poter provvedere a comprare quel carbone e quel grano che non ci saranno più forniti per altra via. Non esisterà più invero l’U.N.R.R.A. e questa non ci fornirà più gratuitamente quei tanti beni che in quest’anno ancora ci fornisce. Trattasi di un sacrificio e di una rinunzia attuale, compiuta allo scopo di ottenere un vantaggio futuro, dandoci la possibilità di acquistare merci negli Stati Uniti.

 

 

La seconda causa di aumento di circolazione è data dagli ammassi del grano. Dal 20 giugno al 20 agosto vi fu un aumento negli sconti dell’Istituto di emissione per riscontro di ammassi di grano di 13 miliardi e 691 milioni di lire. Se ciò ha dato luogo ad aumento di circolazione, trattasi di una variazione stagionale. Si comincia a comprare il grano; questo si trasforma in farina ed in pane; ma coloro che compreranno il pane o che ne dovranno rimborsare il costo ai consorzi agrari faranno col tempo risalire indietro i biglietti alle casse dell’Istituto di emissione.

 

 

Finalmente, c’è un’altra partita grossa, la quale può spiegare l’aumento della circolazione: una partita di 16 miliardi e 988 milioni, la quale consiste in somministrazioni agli esportatori italiani di merci. Le esportazioni italiane in quest’anno, e principalmente negli ultimi tempi, sono cresciute. Non so quale sia il contributo, perché è impossibile determinare la influenza di ogni singolo fatto in ogni data conseguenza.

 

 

Moltissimi fattori influiscono sempre sul verificarsi di ogni singolo fatto. Uno dei fattori dell’incremento delle esportazioni è stato l’avere concesso agli esportatori il 50% di valuta libera, cosicché essi possono realizzarla a un prezzo migliore del cambio ufficiale pagato dall’Ufficio cambi.

 

 

Limitandoci a quella parte, che è pagata dallo stato in varie maniere agli esportatori in lire prima del realizzo delle divise cedute dagli esportatori medesimi, noi constatiamo che gli esportatori hanno chiesto all’Istituto di emissione, attraverso l’Ufficio cambi, una somma di circa 17 miliardi di lire. Questo è stato uno dei fattori che hanno contribuito all’aumento totale della circolazione, aumento tuttavia minore della somma dei fattori sopra indicati. Cosa vuol dire il fatto, che si sono anticipati 17 miliardi di lire, per pagare gli esportatori italiani, i quali esportano arance, limoni, tessuti, prodotti ortofrutticoli all’estero? Vuol dire che lo stato, attraverso i suoi organi, che si chiamano Ufficio cambi od Istituto di emissione, ha acquistato, pagandone il controvalore in lire, dollari, sterline, franchi svizzeri, belgi e francesi per un ammontare di 17 miliardi di lire. Noi abbiamo aumentato – eventualmente soltanto in parte, perché la somma delle cifre ora ricordate (18,8 + 13,7 + 17) fa 49,5 e non 32,5, – la circolazione. Abbiamo però acquistato, emettendo biglietti, crediti all’estero. Abbiamo ripetuto in altro modo l’operazione, che in scala più vasta, in parte si compie nel dare biglietti agli alleati. Come dare biglietti agli alleati significa passaggio a credito del Tesoro d’una somma in dollari negli Stati Uniti, così pagare lire agli esportatori vuol dire che questi cedono all’Ufficio cambi, ed in definitiva, al Tesoro, le corrispondenti divise in dollari, sterline, franchi belgi e francesi.

 

 

L’on. Marinaro interrompe:«Ed hanno avuto la possibilità di aumentare a borsa nera delle valute».

 

 

L. EINAUDI riprende:

 

 

Questo non c’entra; la borsa nera si alimenta per altra via, non con i dollari che sono ceduti allo stato.

 

 

Lo stato che ha acquistato il controvalore dei 17 miliardi, con essi potrà l’anno venturo comprare parte del carbone e del grano, che sarà necessario comprare e che noi non saremo più in grado di ottenere attraverso i canali dell’U.N.R.R.A. Sappiamo che con la fine dell’esercizio in corso queste forniture dell’U.N.R.R.A. verranno a cessare. La operazione deve perciò essere considerata non solo prudenziale, ma doverosa; è consistita nel costituire una riserva, allo scopo di impedire che l’anno venturo non ci sia più alcun mezzo per importare carbone e grano. Aggiungerò che le anticipazioni in lire agli esportatori sono state il mezzo per cui gli esportatori di prodotti ortofrutticoli e di altri prodotti hanno potuto procurarsi il denaro per pagare gli operai, per rifornirsi di materie prime e per rimettere in moto la macchina della produzione, che è la sola fonte da cui possono venire le imposte, destinate a loro volta a riportare in equilibrio il bilancio.

 

 

Mentre tutto questo accadeva, ossia mentre coi sacrifici attuali si preordinavano le vie per ottenere risultati che altrimenti non si otterrebbero a brevissima scadenza (non bisogna dimenticare che il 1947 batte alle porte ed è necessario aver preordinato qualcosa per non trovarci sprovvisti di mezzi di acquisto all’estero) qualche altro fatto si verificava, o meglio si verificava il primo inizio di un fatto che può sembrare di scarsa importanza, ma che invece ha già grande importanza ora, ed una ancora più grande ne potrà avere in avvenire.

 

 

L’onorevole Pella ha ricordato l’enorme scarto fra l’ammontare della circolazione in biglietti e l’ammontare di quella che si chiama nel linguaggio bancario massa fiduciaria, ed è costituita dalla somma di tutti i depositi sia presso le banche, sia presso le casse di risparmio ordinarie come presso le casse di risparmio postali, depositi a risparmio, depositi in conto corrente, depositi per corrispondenza. Egli ha osservato – e mi ha fatto l’onore di dire che aveva ripreso l’osservazione dalla relazione annua dell’Istituto di emissione – che durante il tempo di guerra era sorto uno scarto pauroso fra l’ammontare della circolazione e l’ammontare dei depositi a risparmio. L’ammontare del medio circolante è aumentato 18 volte, mentre quello dei depositi è aumentato – ricordo la cifra più recente del maggio di quest’anno – solo di 7,2 volte.

 

 

Che cosa vuol dire ciò?

 

 

Il significato della sconcordanza tra l’aumento nella quantità dei biglietti circolanti in paese e l’aumento del risparmio depositato presso tutte le specie di banche e casse di risparmio è chiaro. I prezzi in media sono aumentati in una certa proporzione, notevolmente più alta della quantità dei biglietti in circolazione. Infatti i biglietti sono aumentati dal 1938 in qua 18 volte in quantità, mentre i prezzi che si poteva ritenere fossero aumentati da 22 a 25 volte alla fine del 1945, ora si calcola da taluno che siano aumentati fino [a] 30 volte. La cifra si riferisce sovrattutto alla alimentazione e la media dell’aumento forse è più bassa; certo però superiore a 18. Alcuni prezzi sono aumentati di più, altri di meno; ma nell’insieme possiamo ammettere siano aumentati di 30 volte. Ed era inevitabile che accadesse questo. È un fatto perfettamente conforme alla logica, in quanto le variazioni dei prezzi sono il risultato di tanti fattori. Per lo meno sono il risultato da una parte della quantità dei biglietti che gli italiani offrono per avere le merci, e dall’altra della quantità delle merci e dei servizi che si offrono in corrispondenza di questi biglietti.

 

 

Ora abbiamo visto che, mentre la circolazione era aumentata 18 volte, il reddito nazionale dal 1938 ad oggi era diminuito almeno di circa il 30%. Essere il reddito nazionale diminuito del 30% vuol dire che la quantità dei beni e dei servizi prodotti correntemente di giorno in giorno, dei beni e dei servizi cioè che si offrono contro i biglietti, è minore di prima; da una parte vediamo che i biglietti crescono e dall’altra parte vediamo che la quantità dei beni corrispondenti diminuisce.

 

 

Cresce cioè 18 volte l’una quantità e diminuisce del 30% l’altra. Quale meraviglia che i prezzi crescano tanto di più? Che cosa ci si poteva aspettare al di fuori di un aumento dei prezzi maggiore di quello che non sia stato l’aumento della circolazione? Sarà di 10, di 20 volte, di 25 volte, sarà di 30 volte a seconda della natura dei beni, ma è evidente che in media il livello dei prezzi doveva fatalmente aumentare più di quanto non aumentasse la circolazione. Non c’è altro rimedio, all’infuori delle parole, all’infuori dei discorsi che non servono a niente, non c’è altro rimedio per far sì che l’aumento dei prezzi sia in corrispondenza con l’aumento della circolazione all’infuori di un aumento nella produzione dei beni e dei servizi. Se si potesse far si che la circolazione restasse quale è e che il reddito nazionale tornasse ad essere quello che era nel 1938, potrebbe darsi che il livello dei prezzi ridiscendesse al disotto del livello attuale, ma allora soltanto. Invece di 30 volte si avrebbe un aumento di 16 volte, di 20 volte o qualche cosa di simile.

 

 

Mentre ciò accadeva, accadeva anche che, inevitabilmente, il capitale circolante del paese, di cui abbisognano tutti i produttori, agricoltori, industriali, commercianti, tutti coloro cioè che producono qualche cosa, il capitale circolante si volatilizzava in pari tempo. L’indice della consistenza del capitale circolante, indice abbastanza fedele, è dato dalla massa fiduciaria, dalla massa dei depositi esistenti nelle banche, nelle casse di risparmio e nelle casse postali. Esso non è tutto, ma è una parte significativa del capitale circolante del paese, parte che possiamo appurare variabile in corrispondenza delle variazioni del tutto. Orbene gli industriali di quanto capitale circolante hanno bisogno se i prezzi in media crescono 30 volte? Se essi devono comperare le loro materie prime aumentate di prezzo 30 volte, se devono comperare il carbon fossile a prezzi cresciuti, se devono pagare i salari aumentati, essi hanno bisogno corrispondentemente di un capitale circolante maggiore. Se noi supponiamo un aumento generale dei prezzi di 25 o di 30 volte, il capitale circolante teoricamente avrebbe dovuto aumentare anch’esso nella medesima proporzione di 25 o di 30 volte. Invece noi sappiamo che è aumentato soltanto di sette volte. Ecco una delle spiegazioni di quel paradosso che si verifica sempre in tutti i paesi e in tutte le epoche di inflazione monetaria, di aumento della circolazione. In quei momenti tutti gli industriali, tutti gli agricoltori, tutti i commercianti si lamentano della scarsità dei mezzi di pagamento. La lagnanza c’è sempre stata, non solo, in Italia, ma in qualunque paese nel quale si è verificato il fenomeno inflatorio. Più aumenta la quantità dei biglietti in circolazione e più aumenta la lagnanza da parte degli industriali e dei produttori di essere scarsi di mezzi, di non avere danaro per fare andare avanti le loro macchine produttive. Ciò accade inquantoché il risparmio lentamente, molto lentamente tiene dietro all’aumento della circolazione e invece di aumentare, come avrebbe dovuto per almeno 18 volte, il risparmio è aumentato soltanto di 7 volte.

 

 

Il risparmio nazionale, come noi lo vediamo scritto sui libri delle banche, delle casse di risparmio e delle casse postali, oggi è all’incirca di 618 miliardi di lire. Ciò non vuol dire che ci siano da qualche parte riposti danari in quella misura.

 

 

Nessuna di noi partecipa all’ingenuità di quel contadino del mio paese il quale, dopo aver depositato 100.000 lire in una Cassa di risparmio un bel giorno andò e chiese la restituzione delle 100.000 lire; e quando le ebbe avute, ed ebbe contati uno ad uno i suoi biglietti da mille, tornò a restituirli nello stesso momento allo stesso sportello. Era soddisfatto, in quanto aveva visto che i suoi danari c’erano (Ilarità).

 

 

C’era la solita riserva che le banche debbono tenere in cassa. Sarebbe un guaio, un disastro enorme se in realtà i danari depositati presso le banche, le casse di risparmio, ecc., esistessero materialmente ancora. Esiste una piccolissima quantità, quella minima frazione, che l’esperienza ha indicato ad ogni singolo direttore di Banca o di Cassa di risparmio, essere necessaria per far fronte alle domande di rimborso che si verificano di giorno in giorno; non di più. La quasi totalità è impiegata. I 618 miliardi di lire di depositi bancari non rappresentano altro che i beni circolanti, non rappresentano altro se non quel fondo di magazzino, il quale è necessario che ci sia ogni momento affinché la macchina produttiva possa funzionare: materie prime, combustibili, fondi di salario devono essere anticipati dalle banche ai produttori, affinché la macchina produttiva funzioni. I produttori debbono certamente disporre anche di mezzi propri; ma non possono fare a meno di ricorrere all’uopo anche al credito.

 

 

Il male di cui noi soffriamo non è che ci sia troppo risparmio impiegato; il male è che oggi i risparmi sono cresciuti di meno di quanto non sia cresciuto il fabbisogno del risparmio, determinato da moltiplicarsi dei biglietti e dal crescere dei prezzi, e dal crescere quindi del fabbisogno di capitale circolante da parte dei datori di lavoro, industriali, commercianti e agricoltori. Noi abbiamo bisogno che il risparmio cresca, e cresca con una velocità notevole, se vogliaino che la produzione torni a svilupparsi.

 

 

Condizione necessaria affinché il reddito nazionale torni ad essere quello che era nel 1938 e che le condizioni quindi non solo dei datori di lavoro, ma anche dei lavoratori -e massimamente dei lavoratori – tornino, ad essere per lo meno quelle che erano nel 1938 e si avviino ad essere sempre migliori in avvenire, è che cresca il risparmio, che i 600 miliardi, permanendo invariati gli altri fattori di equilibrio, diventino almeno 1600 miliardi. Finché non saremo giunti a questo livello, non potremo dire che ci sia troppo capitale circolante, troppo capitale impiegato: dovremo sempre dire che ce n’è troppo poco.

 

 

Su questa via ci siamo già incamminati; un piccolo avviamento, ma tuttavia incoraggiante. Nel 1938 il rapporto esistente tra la massa totale dei depositi e la quantità della circolazione era da 3,83 a uno: contro un biglietto da una lira esistevano depositi per 3,83 lire. Alla fine del 1944 eravamo arrivati al punto più basso e preoccupante: contro una lira di biglietti, la massa dei depositi giungeva soltanto a 0,98; non arrivava cioè neppure alla lira: eravamo paurosamente al disotto di quello che era necessario esistesse come capitale circolante. Nel maggio 1946 – sono l’ultime cifre di cui dispongo – contro una lira di biglietti siamo già risaliti a 1,55. È ancora poco in confronto al 3,83 del 1938; ma è già qualche cosa di più di fronte all’infimo livello del 0,98 contro una lira, cui eravamo arrivati alla fine del 1946.

 

 

Mi avvicino così alla fine di queste considerazioni, che avevano lo scopo di porre alcune condizioni oggettive necessarie affinché la situazione economica presente si conservi, specialmente per quanto riguarda il potere di acquisto della moneta, e migliori anzi ulteriormente.

 

 

Noi abbiamo necessità che la quantità del capitale circolante e del risparmio aumenti. Ma si tratta di vedere che cosa s’intende per risparmio.

 

 

L’onorevole La Malfa ha ricordato, nel suo discorso, che nell’intervallo fra le due guerre mondiali la scienza economica e monetaria ha fatto grandissimi progressi, ed è vero: la scienza economica e monetaria ha fatto progressi che possono essere paragonati per la loro importanza soltanto ai progressi che si erano compiuti dopo le guerre napoleoniche. Le guerre sono sempre il tempo nel quale l’attenzione degli economisti si rivolge ai fatti spettacolosi che sono le conseguenze della guerra. Essi sono tratti a meditare a fondo sui fatti che accadono loro dintorno. Nascono così quelle che si chiamano teorie. Dopo le guerre napoleoniche si sono avute infatti le più grandi scoperte nel campo economico; ed oggi nuovamente la scienza economica ha compiuto dei notevolissimi progressi. Il nome più noto nel mondo è quello dell’economista inglese lord Keynes.

 

 

Sulle varie scoperte gli economisti hanno scritto in proposito molti libri difficili, complicati, che non molti hanno letto e di cui il sugo non è sempre facile a trarsi.

 

 

Una fra queste scoperte non è tanto una scoperta, quanto una riscoperta di qualcosa che era stata già detta nel periodo successivo alla guerra napoleonica. Un modesto amico di Davide Ricardo, un uomo che aveva familiarità con tutti i cultori della scienza (credo fosse un semplice impiegato di banca, ma era certo un osservatore acuto delle cifre che gli capitavano sotto gli occhi), un uomo che non lasciò un grande patrimonio scientifico, ma solo pochissime lettere, tre o quattro, che egli indirizzò ai suoi amici, ai quali evidentemente nelle conversazioni aveva esposto i risultati delle sue osservazioni. Quelle poche lettere erano andate disperse. Per poterle raccogliere ho dovuto durare una fatica di anni. Adesso sono state rimesse in valore, quando nessuno se ne ricordava più. Queste lettere del Pennington, rilette e riscoperte dagli economisti fra le due grandi guerre, hanno costituito la base di trattazioni importanti. Si trattava di una cosa molto semplice, di ciò che comunemente si suol dire «un uovo di Colombo».

 

 

Quando pensiamo al risparmiatore, istintivamente a che cosa pensiamo? Io stesso, quando ero ragazzo e prendevo qualche buon voto a scuola, ricevevo da papà e mamma cinque lire, e siccome l’abitudine di casa era di non comprare cioccolatini, noi le depositavamo sul libretto della Cassa di risparmio postale, così da potere un po’ per volta lentamente giungere alla cifra di 100 lire, la cifra del biglietto rosso, che allora aveva in ogni famiglia un significato notevole.

 

 

Molti di noi, quando pensiamo al risparmio, pensiamo ad un risparmio che nasce in questa forma. C’è un risparmiatore che guadagna una certa somma, 100, e non la spende tutta; spende 95 e le altre 5 lire le porta alla Banca o alla Cassa di risparmio.

 

 

Così si ritiene per lo più si formino quei 618 miliardi di lire che costituiscono la massa fiduciaria o fondo di risparmio nazionale, tutto impiegato come capitale circolante del paese.

 

 

Le cose stanno ancora così, in gran parte, nel nostro paese; ma non stanno nemmeno del tutto così. Esiste un’altra origine di quello che si chiama risparmio, un’origine un po’ paradossale.

 

 

Pennington, dai libri di Banca di 100 anni fa, aveva osservato che il risparmio nasce da un altro atto. Non è un risparmiatore, una brava persona, che parte da casa e va alla Banca a depositare i suoi risparmi.

 

 

Questo è il modo comune, corrente, e per oggi ancora dominante, del risparmio in Italia; ma non più dominante in altri paesi. Se in Italia costituirà ancora i due terzi e forse più di quei 618 miliardi, in altri paesi, che sono considerati più progrediti, Inghilterra e Stati Uniti, la proporzione è per lo meno inversa. Il risparmio che si forma nella maniera tradizionale è la parte minore della massa dei depositi bancari e dei depositi a risparmio. L’altra parte, la parte maggiore – quella che tende a divenire maggiore anche da noi – si forma in tutt’altra maniera.

 

 

C’è un dirigente di una Banca il quale ha fiducia in un imprenditore, in un industriale, in un commerciante, lo conosce come persona proba, come persona che in passato ha sempre fatto onore ai suoi impegni: questa è la circostanza essenziale che si cerca in coloro in cui i dirigenti della Banca hanno fiducia. Il cliente che ha dimostrato di godere questa fiducia chiede, per esempio, una apertura di credito per una cifra di un milione di lire. Il banchiere gli dà una lettera di affidamento; gli scrive una lettera in cui semplicemente gli dice: voi avete presso la mia Banca aperto un credito di un milione di lire. Il fatto primo nella formazione dei depositi è quello del banchiere che ha fiducia nel suo cliente e gli scrive una lettera. In conseguenza di questo fatto primo, accadono dei fatti di scritturazione.

 

 

Può darsi che in alcuni paesi, quello stesso banchiere che ha scritto la lettera di affidamento, nel tempo stesso scriva sui suoi libri a debito del cliente un milione di lire e a credito un milione di lire: che egli abbia aperto un credito di un milione di lire può essere tradotto così nelle scritture della Banca. Ecco nato senz’altro un deposito di un milione. Il deposito non è nato da un fatto precedente: dal fatto di colui il quale abbia portato il denaro alla Banca. È nato dal fatto primo di un banchiere che ha dato affidamento ad un cliente: da quell’atto nasce un deposito presso la Banca.

 

 

E se anche da noi non si usa sempre effettuare subito queste scritturazioni immediatamente, le scritture nascono necessariamente in un secondo momento, in quanto il cliente che ha avuto l’affidamento trae assegni sulla banca per 100.000 lire, prima, poi per 50.000 finché esaurisce tutto il milione, il cui credito è stato aperto a suo nome.

 

 

Coloro che ricevono gli assegni a proprio favore, cosa ne fanno? Li portano o li inviano alla propria Banca perché l’ammontare ne sia scritto a loro credito. Nasce così il deposito. La Banca scrive a credito di colui che ha ricevuto l’assegno la corrispondente cifra a deposito. Questa seconda specie di deposito – che in Italia, come ho detto, ritengo non superi un terzo della massa totale dei risparmi – origina da un atto di fiducia. È un atto dello spirito umano che dà origine a queste cifre che noi chiamiamo risparmio, deposito. In realtà non si tratta di entità materiali, di somme che effettivamente una determinata persona abbia portato in deposito ad una banca; si tratta di affidamenti, di atti di fede che una determinata persona ha compiuto verso un’altra persona e che danno modo a quest’ultima di potere effettuare determinate operazioni.

 

 

Certamente l’atto di fede non può essere compiuto da tutti e verso tutti, ma soltanto in favore di quelle persone che meritano la fiducia e che hanno dimostrato con la loro condotta, in maniera inoppugnabile, di aver sempre adempiuto ai propri impegni. L’atto di fede implica anche delle condizioni in chi lo presta; deve cioè essere una persona la quale deve scegliere, e saper scegliere, fra tutti coloro che a lui si rivolgono per avere un affidamento.

 

 

Questo meccanismo economico si sviluppa da noi per ora in una proporzione che può essere considerata ancora non rilevante in confronto a quella di altri paesi più progrediti.

 

 

In questi ultimi paesi il deposito nato nella maniera normale tradizionale, rappresenta la minima parte dei depositi. In questi paesi, detti capitalistici, che si trovano al sommo di questa erta della creazione del reddito, l’elemento fondamentale del credito, elemento essenziale della produzione, non è più qualcosa di materiale; è un atto di fede di una certa persona verso un’altra.

 

 

Certamente si possono commettere errori nel compiere atti di fede, e gli errori debbono avere una sanzione, se si vuole che il meccanismo funzioni. Esistono differenze tra un paese e l’altro circa il modo di colpire con una sanzione coloro che ripongono malamente la loro fiducia in coloro che non la meritano. In alcuni paesi – che non qualificherò con aggettivi, perché mi voglio astenere da qualsiasi argomentazione che abbia carattere politico e sociale – la sanzione si chiama fallimento: è il modo più mite di agire contro coloro che compiono malamente atti di fede. In altri paesi la sanzione può giungere anche al carcere o alla fucilazione. Sono metodi diversi di esercitare una sanzione punitiva contro coloro che sbagliano. Gli atti di fede non si compiono infatti soltanto nei paesi capitalistici; in qualsiasi regime sociale ed economico la massa maggiore delle operazioni economiche finisce per svolgersi attraverso tipi di atti che hanno carattere immateriale. Sia in regime di mercato libero, come collettivistico ci deve pur esser sempre qualcuno, posto alla testa delle organizzazioni che concedono il credito, che compia atti di fede. Negli uni la sanzione sarà il fallimento, negli altri la fucilazione, ma in ogni caso la sanzione contro l’errore deve esistere. Gli atti di fede si debbono compiere, perché, se aspettassimo la rinascita nazionale soltanto dagli atti di risparmio faticosamente accumulato – sono meritevoli anche questi, anzi sono meritevolissimi, ma non sono sufficienti – se la aspettassimo soltanto dagli atti di risparmio di una quota parte dei redditi recati alle banche, il rifiorimento, la ricostruzione, sarebbero troppo lenti.

 

 

Se la ricostruzione deve avvenire con un moto abbastanza rapido, è necessario che gli atti di fede da parte dei dirigenti il credito si moltiplichino. Ma perché gli atti di fede, di credito, si moltiplichino, è necessario porre le condizioni affinché essi possano compiersi. Non nascono gli atti di credito se non esista la fiducia nell’avvenire. Coloro i quali devono mettere le condizioni siamo noi che sediamo su questi banchi, sono gli uomini che siedono al banco del governo, affinché nel mondo economico si possano compiere quegli atti di fede, senza di cui è impossibile che l’economia di un paese possa risollevarsi.

 

 

A questo punto è chiusa la mia esposizione puramente tecnica; e, come le mie ultime parole hanno indicato, si dovrebbe passare al campo politico.

 

 

Ubbidendo al mio proposito iniziale, mi fermo e mi limito a concludere.

 

 

Le conclusioni possono essere le seguenti. Innanzi tutto noi abbiamo un reddito nazionale il quale è ancora tenue, ma ha già superato i limiti minimi che potevano essere valutati in 1500-1600 miliardi annui e sta avvicinandosi ai 2000 miliardi di lire. È necessario che l’incremento continui, affinché lo stato possa prelevare su una massa crescente di reddito una proporzione crescente di imposte per sovvenire ai bisogni pubblici. Se il reddito nazionale è basso, è inutile immaginare che lo stato possa prelevare forti percentuali.

 

 

Occorre che vi sia un minimo di vita per i cittadini. Soltanto al di sopra di questo minimo può cominciare il prelievo da parte dello stato.

 

 

L’incremento del reddito nazionale è condizione e nel tempo stesso accompagnamento dell’incremento delle spese pubbliche. L’incremento del reddito nazionale deve essere destinato sia dallo stato, sia dai privati non soltanto alla produzione di beni di consumo, ma, in una proporzione oggi più notevole dei tempi normali, alla produzione di quelli che si ha l’abitudine di chiamare beni strumentali, dei beni della ricostruzione. In un periodo come quello nel quale viviamo, è necessario che gli uomini consumino il meno che possono, non allo scopo di produrre di meno, ma allo scopo di produrre quei beni-capitali i quali sono la condizione necessaria affinché il reddito nazionale possa poi crescere. In sostanza, il significato economico di quelli che si chiamano piani quinquennali o settennali, in Russia o in altri paesi, consiste semplicemente nel chiamare gli uomini a fare delle rinunzie, a spendere una parte relativamente minore di ciò che si produce per soddisfare i bisogni presenti, affinché si possa ricostituire il capitale del paese. E quando parlo del capitale del paese, intendo dare una importanza uguale al capitale materiale ed a quello che si chiama nel nostro linguaggio economico capitale personale. Non è soltanto necessario ricostruire quel 20% dei beni materiali che sono stati distrutti dalla guerra. Non è necessario soltanto ricostruire strade, porti, ferrovie e case. È forse più necessario ricostituire la salute fisica, intellettuale e morale degli uomini che vivono nel nostro paese. È necessaria la ricostruzione di ospedali, la ricostruzione di scuole. L’attrezzatura degli ospedali e delle scuole è un’impresa altrettanto necessaria per l’incremento del reddito nazionale come la ricostruzione delle ferrovie, dei ponti e delle strade.

 

 

Io ho ascoltato con commozione le parole di alcuni giorni or sono dell’onorevole collega Carmagnola. Ben a ragione egli ha insistito sulla necessità di ricostituire il capitale che gli economisti chiamano capitale personale, capitale costituito dagli uomini viventi. Noi abbiamo bisogno che gli uomini viventi siano più sani, siano più istruiti, possano frequentare scuole luminose e sane. Noi vogliamo che la scuola sia accessibile a tutti. Le somme impiegate nella ricostituzione del capitale personale saranno altrettanto produttive di quelle che vengono impiegate nella ricostituzione del capitale materiale, di quel capitale che può tradursi in lire, soldi e denari.

 

 

Gli uomini, oggi, abolita la schiavitù, non si valutano più in lire e centesimi. Ma, sebbene non si tenga conto degli uomini nella valutazione della fortuna nazionale, sempre gli uomini hanno costituito la parte principale della fortuna di ogni paese.

 

 

Un’ultima avvertenza. Qualunque siano le nostre aspirazioni al bene, giova riconoscere che il nostro reddito, chiuso entro quelle cifre che ho indicato, e che hanno una significazione soltanto di indici dei beni che si producono, e dei servizi che si scambiano, è tuttavia troppo basso per poter rapidamente, in un termine di anni non troppo lungo, riuscire a quella esaltazione della ricchezza nazionale, a quella esaltazione del reddito che è condizione indispensabile affinché il tenore di vita di tutti gli uomini possa innalzarsi. Noi non possiamo far ciò con le nostre sole forze. È necessario anche l’aiuto straniero. In questi anni terribili che stanno dinanzi a noi, del 1946, 1947 e anche del 1948, è necessario che venga a noi l’aiuto straniero, che ci siano concessi non più in dono, com’è stato fatto nell’anno in corso, ma a prestito, i beni necessari allo scopo di poter integrare l’opera nostra di ricostruzione del paese.

 

 

Oggi lo straniero guarda a noi con una certa diffidenza. Ma io sono sicuro che se sapremo dar prova di volere sul serio attuare questo piano di sacrifici e di lavoro, l’attuale condizione di cose nella quale noi chiediamo e gli altri sono riluttanti a dare, si capovolgerà. Sono sicuro che se sapremo dimostrare di produrre e risparmiare, non saremo più noi a chiedere, ma bensì gli altri verranno a noi. Allora saremo noi a mettere le condizioni per l’accettazione delle offerte che ci saranno fatte. (Vivi applausi – Congratulazioni).

 

 

 

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