7 febbraio 1920 – Sulle cause del rialzo dei cambi e provvedimenti relativi
Tipologia : Discorsi Parlamentari
Data pubblicazione : 07/02/1920

7 febbraio 1920 – Sulle cause del rialzo dei cambi e provvedimenti relativi

Atti Parlamentari – Senato del Regno – Discussioni

Interventi e Relazioni parlamentari, a cura di Stefania Martinotti Dorigo, Vol. I, Senato del Regno (1919-1922), Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 1980, pp. 253-267

 

 

 

Io debbo, specialmente perché è la prima volta che ho l’onore di parlare a questo alto consesso, dire anche la ragione per la quale mi sono deciso a presentare la mia interpellanza. In verità, nei giorni in cui il cambio saliva, io non mi ero soverchiamente preoccupato dell’ascesa. La preoccupazione grave nacque in me ieri sera, debbo confessarlo, quando vidi sui giornali l’annunzio dei provvedimenti meditati per opporsi a questo rialzo dei cambi, e vidi l’annuncio del favore con cui certuni di questi provvedimenti erano stati accolti; ora io temo, lo dichiaro apertamente, più i provvedimenti contro il rialzo del cambio, che il rialzo medesimo, e cercherò di dire con la maggior brevità possibile la ragione di questo mio timore.

 

 

I provvedimenti di cui ho sentito parlare non so se corrispondano alle intenzioni dell’onorevole ministro del Tesoro. Quelli che sono stati indicati dal giornali si possono dividere in categorie. Alcuni si possono chiamare innocui; e a questi ben volentieri credo che tutti possano dare (la) loro adesione, inquatoché almeno non faranno alcun male. Tra di noi vi è, ad esempio, il divieto dell’importazione degli oggetti di lusso. Io ho chiesto tante volte la proibizione di questa importazione, e non posso che lodare il governo se realmente e sul serio proibirà questa importazione, ma debbo confessare il mio profondo scetticismo sull’efficacia di questo divieto per frenare l’aumento del cambio. Il commercio internazionale italiano nei primi dieci mesi dell’anno 1919 (sono i dati ultimi) ammonta a una cifra totale di 18 miliardi di lire; orbene, non credo di andare errato quando immagino che, su questa cifra, non più che qualche centinaio di milioni, poche centinaia di milioni, spetteranno agli oggetti di lusso; la gran massa dell’importazione è data dai consumi che sono fatti dalle masse, e dai consumi di carattere industriale. Il peso economico degli oggetti di lusso è addirittura trascurabile: se anche vieteremo, questa importazione, l’influenza che essa avrà sul corso del cambio sarà piccola; tanto più in quanto che sarà ben difficile che completamente possano essere vietate queste importazioni, perché tra i paesi che importano maggiormente tra noi è la Francia, e con essa siamo legati da un trattato di commercio che è impossibile di potere da un giorno all’altro rompere. Inoltre la Francia ha comperato da noi più di quello che a noi abbia venduto. Contro 900 milioni, all’incirca, di esportazione nostra in Francia, la Francia ha esportato solo cinquecento milioni per noi, ed è quindi nostro interesse non disgustare quel mercato. Si vietino pure queste importazioni, ma si sappia che questo divieto sarà solo parziale e che se anche integralmente attuato, avrà un peso modestissimo sulla bilancia dei pagamenti internazionali.

 

 

Meglio, a questo riguardo, per frenare il consumo degli oggetti di lusso, gioverà la politica finanziaria iniziata dal governo, e alla quale io do, senza pregiudizio di quanto riguarda il tecnicismo dei provvedimenti, il mio pieno consenso. Bisogna tassare i consumi stessi ed i redditi con cui si comprano gli oggetti di lusso. Finché non avremo tolto ai consumatori i denari con cui essi fanno gli acquisti, non si potrà impedire che gli oggetti di lusso vengano comperati.

 

 

Altro provvedimento di carattere innocuo, nella speranza che, limitandosi a star scritto nelle gride pubbliche, lo sia realmente, è tutto ciò che si potrà fare contro la cosidetta speculazione. Confesso però di non essermi mai messo in grado, sebbene ne abbia sentito parlare molto, di capire cosa era questa speculazione, e quale influenza abbia nell’aumento del costo dei cambi.

 

 

La parola speculazione, vergognosa ed antipatriottica, è una parola che serve a coprire la mancanza di ragioni buone per spiegare un fatto che si è verificato. Se alla parola debbo dare un significato, debbo dire che la speculazione, o l’atto dello speculatore, sia l’atto di colui che prevede l’avvenire. In questo senso, che è il solo in cui va interpretata questa parola, la speculazione è indice di civiltà. I popoli sono tanto più civili quanto più prevedono l’avvenire. è carattere delle popolazioni selvaggie di pensare solo al presente. Certamente, coloro che prevedono l’avvenire, mentre sono benemeriti del paese, agiscono, è d’uopo affermarlo, nel proprio interesse, quindi noi non li dobbiamo lodare per ciò che fanno. Dobbiamo limitarci a considerare i risultati delle loro azioni.

 

 

Se la speculazione è riuscita bene, questi saranno favorevoli al paese. Il dilemma è chiaro. O la speculazione riesce, o non riesce. Se riesce, vuol dire questo: che c’era gente che aveva preveduto che in avvenire certi prezzi dovevano aumentare, e si è messa a comprare i cambi, e comprandoli li ha fatti salire di prezzo. Apparentemente il risultato è dannoso, ma, di fatto, se i cambi seguitano ad aumentare, il risultato è questo: se essi vogliono ottenere il beneficio, devono vendere questi cambi, perché non si concepisce un’operazione che si fa solo acquistando; e, quando si vende, i cambi devono ribassare. Quindi la speculazione riuscita è un elemento di ribasso e di moderazione dei cambi. Non va guardato al solo momento in cui accade il salire dei cambi. Se la speculazione riesce; vuol dire che in un momento successivo i cambi dovranno ribassare, per la copertura che dovranno fare gli speculatori. Se poi non riesce la speculazione, peggio per coloro che hanno comperato: dovranno ora rivendere a prezzi di perdita ed avranno fatto il danno proprio, sicché possiamo essere sicuri che il movimento di rialzo o di ribasso, se artificioso, non dura, e trova in se stesso, e nell’oculatezza di altri speculatori, il proprio immediato correttivo.

 

 

Accanto a questi provvedimenti che chiamerò innocui (perché i provvedimenti contro la speculazione spero che rimangano sulla carta e che non si concretino in articoli osservati di legge) ci sono alcuni provvedimenti di fortuna. Ad alcuni di questi ho sentito accennare, ripeto, dai giornali. Non so ancora se essi diverranno realtà, ma voglio parlarne, perché ce ne sono alcuni che mi preoccupano. Uno di questo è già un fatto: quello del divieto della quotazione dei cambi. Non sono riuscito a comprendere la ragione di questo divieto. Un atto di questo genere è come l’atto di colui che, avendo la febbre e non volendo confessare a se stesso di averla, rompe il termometro. In questo caso poi non possiamo nemmeno sopprimere la pura notizia del fatto (che questa notizia ci verrà ugualmente, perché non si potrà impedire che le agenzie telegrafiche comunichino la quotazione dei cambi in Isvizzera o a Londra); a maggior ragione noi non potremo vietare che il fatto ci sia. Vietando le trattazioni, impedendo le quotazioni pubbliche, il solo risultato che si sarà ottenuto è che ci sarà oscurità intorno a fatti che meritano di essere pubblicamente negoziati, e non solo discussi e contrattati in privato.

 

 

Il fatto che i cambi non sono conosciuti porta che coloro che ne hanno bisogno non sanno più il prezzo dei cambi stessi e devono quindi chiedere a questo o a quel banchiere un cambio a qualunque prezzo; questo serve ai banchieri a vendere i cambi a prezzi più elevati.

 

 

L’onorevole ministro del Tesoro mi potrà dire che i cambi sono ribassati, ma questo non prova nulla per la sua tesi. Il fatto che i cambi sono ribassati non prova che non sarebbero ribassati egualmente senza il divieto della quotazione dei cambi: su ciò che non è successo nessuno può dir niente.

 

 

Intanto, nella oscurità, è probabile che un certo numero di consumatori paghi la merce più di quello che sarebbe il prezzo corrente; inoltre l’oscurità produce l’effetto che tutti si impressionano, e coloro che hanno cambi non sanno fare le previsioni, attendono, e l’attesa esacerba il fatto che si voleva far diminuire di intensità. Inoltre, anche per tornare sull’impressione che questo provvedimento può esercitare all’estero, la notizia diffusasi altrove, che il governo italiano ha ritenuto opportuno di sospendere la quotazione dei cambi, può dare l’impressione che in Italia ci sia qualche cosa di misterioso che ha condotto a questo provvedimento.

 

 

Invece si tratta di fatti i quali sono perfettamente normali, che si verificano quando c’è una domanda improvvisa, anche di una piccola quantità di merce molto sensibile alle variazioni di domande, mentre la quantità della merce offerta non può immediatamente espandersi. Noi ingrandiamo così all’occhio dell’estero un fatto che non ha nulla di anormale e che si è verificato moltissime volte.

 

 

L’altro provvedimento provvisorio, o di fortuna, forse non lo compresi bene; parmi di aver sentito parlare di un divieto di esportazione o limitazione o controllo dell’esportazione verso i paesi a valuta avariata, quando non ci sia la sicurezza di ottenere in ritorno il pagamento del prezzo in moneta buona.

 

 

Questo provvedimento è di un significato che mi sfugge, ma per quanto lo comprendo, mi sembra un provvedimento di cui gli effetti dannosi devono essere superiori agli effetti benefici.

 

 

A questo riguardo bisogna fare un’osservazione: non solo noi ma tutta l’Europa si trova nelle condizioni di dover comperare piuttosto da paesi a moneta sopra valutata e vendere a paesi a moneta sotto valutata; questa è condizione necessaria per la ricostruzione finanziaria dell’Europa.

 

 

Gli Stati Uniti fanno questo verso l’Inghilterra, noi lo facciamo, su una scala non spregevole, verso paesi austriaci, balcanici e levantini; in questi paesi la moneta vale poco, ma ciò non ha importanza pel fine che vogliamo raggiungere, che deve essere non solo la ricostruzione del paese, ma la ricchezza nostra.

 

 

Che cosa importa che la moneta di quei paesi sia sotto valutata quando quei clienti sono conosciuti e sono degni di fido?

 

 

L’essenziale è che i nostri industriali e commercianti vendano a persone che paghino e in moneta buona; il modo di pagamento non ci interessa.

 

 

Le vendite a persone capaci di comperare sono sommamente utili e spiegano il fatto della ripresa dei nostri commerci internazionali. Certamente, il fatto che compriamo da paese a moneta buona e dobbiamo vendere a paese con moneta svalutata; che dai primi dobbiamo comperare a contanti o a breve scadenza, negli altri, se vogliamo vendere, possiamo farlo solo a credito; a credito di un anno o anche di due: questo fatto, dico, può essere causa di una tensione momentanea dei cambi; ma dobbiamo adattarci a questa condizione, essendo essa necessaria per ricostruire l’Europa. Se pretendiamo lo stesso trattamento dagli Stati Uniti, dobbiamo far noi questo trattamento verso i paesi che si trovano in condizioni più cattive delle nostre. Da parte nostra è condizione necessaria per vendere; qualunque provvedimento che possa impedire, frastornare questa corrente di traffici, che ha dato già risultati notevolissimi, qualunque provvedimento di costrizione può essere dannoso e può rallentare le tendenze di ripresa dei nostri scambi internazionali.

 

 

Io ho sott’occhio la tabella dei valori delle merci importate ed esportate dall’Italia; fatto principe del nostro commercio internazionale è che noi andiamo avviandoci verso una condizione di normalità, e con una rapidità quale non poteva essere immaginata qualche mese fa. Le condizioni normali del nostro commercio internazionale erano queste prima della guerra: che le importazioni stavano come due a tre, cioè che l’esportazione aveva il valore due, mentre l’importazione aveva il valore tre. La bilancia dei pagamenti era poi saldata con altri crediti ben noti per rimesse di emigranti e di forestieri. Queste erano le condizioni normali prima della guerra. Certamente, chi avesse guardato la statistica del commercio internazionale in principio di quest’anno, nel primo semestre, avrebbe avuto una brutta impressione, perché la nostra esportazione stava all’importazione come uno a cinque, e poteva sembrare assurdo il credere di poter tornare alle condizioni di pareggio, in cui eravamo prima della guerra. Orbene, i mesi dal luglio all’ottobre, gli ultimi di cui sono state pubblicate le statistiche, ci danno questa indicazione: luglio uno a tre, agosto uno a due e mezzo, settembre da uno a due e due, ottobre da uno a due. Siamo così arrivati ad una proporzione che si allontana pochissimo dalla condizione normale delle cose. Pare anzi che novembre e dicembre, a quanto ora è dato presumere, diano risultati ancora migliori di questi.

 

 

Dunque, se qualche giorno fa io potevo immaginare che il solo paese d’Europa in cui le condizioni normali si andavano ristabilendo, per quel che riguarda il commercio internazionale, era l’Inghilterra, dove in dicembre lo sbilancio erasi ridotto a soli 40 milioni di lire, ossia ad una cifra coperta dai guadagni della marina mercantile, dalle provvigioni di Borsa e di Banca, ecc., io non crederei di andar troppo lontano manifestando oggi la speranza che noi la possiamo seguire relativamente abbastanza da vicino, che, cioè, le condizioni di ristabilimento della bilancia commerciale internazionale possono essere relativamente prossime anche per il nostro paese. E quali le cause di questo fenomeno fortunatissimo, che deve essere fattore potente di fiducia in noi stessi? Innanzi tutto, il governo ha cessato di disturbare o almeno ha molto meno disturbato gli, importatori e gli esportatori. Devo fare i più grandi elogi all’onorevole ministro delle Finanze perché il comitato esistente presso il Ministero delle Finanze dà, con assai maggiore larghezza di prima, licenze di esportazione ed importazione. Questo fatto dell’arretrarsi dello stato, della libertà che lo stato, sta dando al commercio internazionale è la causa principale della ripresa dei nostri commerci internazionali e delle nostre esportazioni. Il governo restituisca completa libertà al commercio ed abolisca addirittura il comitato per le licenze. Sarà un atto di cui io lo loderò grandemente. Se la liberazione completa verrà, il commercio internazionale riprenderà ancora meglio e noi ci riporteremo più rapidamente alla condizione di equilibrio.

 

 

Un’altra causa che ha favorito questa ripresa dei nostri commerci è l’ascesa dei cambi. Questo fatto, di cui tutti ci lamentiamo, è un indice di una condizione di cose che deve essere bensì riparata, ma ha il suo lato buono perché il rialzo, mentre si verifica, ha indubbiamente un duplice e contrastante effetto sulle importazioni e sulle esportazioni perché ostacola le importazioni e favorisce le esportazioni. In quanto questo fenomeno sia lasciato agire liberamente, in quanto questo sia un fenomeno naturale, non può che produrre effetti utili all’economia nazionale. Non è da desiderarsi che avvenga per cause non naturali, ma se avviene per cause naturali nelle condizioni attuali di squilibrio nella bilancia dei pagamenti, non c’è che da sperar bene da questo fenomeno, perché esso rappresenta un premio di esportazione agli industriali, i quali vedono crescere i prezzi che possono ricavare dalle loro merci. Finché i salari e gli altri elementi del costo non siano adeguati all’aumento dei prezzi che si possono ricavare dall’estero, il rialzo dei cambi agisce come un premio di esportazione.

 

 

Fra gli altri provvedimenti enunciati, vi è anche quello del divieto di esportazione di capitali all’estero. Ora questo divieto non significa altro che il suo reciproco: ossia forzato divieto d’importazione del capitale straniero in Italia.

 

 

La prima regola per comprare una merce è quella di esser sicuri di poterla vendere. Se non si è sicuri di poter far uscire i propri capitali dallo stato, senza pastoie, senza fastidi e senza interventi sia da parte di una Commissione sui cambi, sia da parte del Ministero del Tesoro, nessuno vorrà importare capitali in Italia.

 

 

Ora, il nostro maggior bisogno non è quello di andar perseguitando quelle diecine od anche quelle centinaia di milioni di lire, che cercheranno di riparare all’estero per sfuggire all’imposta sul patrimonio (e lo fanno a torto, perché l’attuale tariffa dell’imposta sul patrimonio è congegnata assai saviamente in misura tale da avere la virtù di non far fuggire alcun capitale, e se qualche capitale fugge è unicamente per timore di peggio); l’interesse nostro è invece quello di indurre il capitale straniero a venire in Italia ed in misura molto più larga di prima. Orbene il capitale straniero non verrà in Italia in quella larga misura che ci è necessaria se non sarà sicuro di poterne liberamente uscire senza subire nessun controllo fastidioso da parte del Ministero del Tesoro e di qualsiasi altro pubblico controllore. Tutti questi provvedimenti di fortuna sono empirici perché, volendo rimediare alle manifestazioni esterne del male, ne ignorano le cause e spesso aggravano il male stesso, producendo inconvenienti più gravi di quelli a cui si voleva riparare.

 

 

Bisogna, dunque, abbandonare i rimedi empirici ed andare alla radice del male; e perciò bisogna anzitutto persuadersi che il cambio non è una questione di carattere internazionale. E qui vengo ai provvedimenti vari di carattere permanente che il governo ha già cominciato ad attuare e con grande mia soddisfazione. Il cambio è un fatto soprattutto di carattere interno; lo ha detto benissimo l’onorevole Bettoni e per ciò che si riferisce alla parte politica io non voglio ripeterlo; ma considerato sotto l’aspetto economico, il fenomeno del rialzo dei cambi dipende da circostanze interne del nostro paese, non da circostanze al di fuori di noi, dipende dalla svalutazione della moneta e dalla politica economica e finanziaria necessaria o no che si è condotta durante la guerra. Il fatto che esiste questo eccesso di circolazione cartacea, il fatto che le spese continuano ad essere superiori alle entrate, porta di conseguenza la svalutazione della nostra moneta. Se vogliamo che a questo fatto si ponga riparo, dobbiamo agire su quelle cause interne che dipendono esclusivamente da noi, e dal beneplacito di governi stranieri. In questo senso io sono completamente d’accordo con le manifestazioni autorevolissirne che si sono avute in paesi esteri e specialmente negli Stati Uniti, i quali si sono dichiarati avversi a nuovi interventi di stato per dar credito ai paesi europei. Qualunque intervento di credito da parte di altri paesi che non sia preceduto da una modificazione nella politica finanziaria nei paesi europei non può che riuscire dannoso; è quindi nell’interesse nostro che questo credito venga dato soltanto quando possa esser concesso per fini che siano utili al nostro paese. Non è un fine utile dar credito ai paesi d’Europa, giacché l’Europa spende più di quello che produce. Dobbiamo quindi fare ogni sforzo per ottenere il pareggio e poi meriteremo il credito: credito che possiamo star sicuri ci sarà dato con la maggiore larghezza. Non dimentichiamo che di solito non è i debitori che debbono correr dietro ai creditori, ma sono i creditori che corrono dietro ai debitori, quando questi però siano meritevoli di credito e presentino garanzie di impiegare qualunque somma sia loro concessa per scopi che possono essere, considerati come produttivi.

 

 

Il ministro del Tesoro ha preso assai bene l’iniziativa di promuovere dinanzi al Consiglio economico superiore una conferenza internazionale sui cambi. Sarà assai buona cosa che questa conferenza si tenga; ma gioverà assai che il ministro del Tesoro italiano si rechi a questa conferenza internazionale e presenti la posizione dell’Italia nella sua genuinità, e cioè nella posizione di un paese che non fa a fidanza su provvedimenti mascheratori della realtà, ma che invece si è già messo arditamente sulla via della sua ricostituzione finanziaria.

 

 

L’Italia ha rimesso la bilancia del suo commercio internazionale, o per lo meno tende a rimetterla, in condizioni che tendono all’equilibrio. L’Italia è uno dei paesi che meglio di tanti altri ha iniziato una politica tributaria di tassazione severa, ma tollerabile per il contribuente.

 

 

L’Italia è un paese in cui praticamente i divieti di importazione e di esportazione sono venuti meno in misura ragguardevole; resta, è vero, l’armamentario, ma esso ormai ha cessato di funzionare. Queste le cose che debbono essere esposte e che sono le più efficaci per poter ottenere lo scopo di tornare a dare all’Italia il credito che si merita.

 

 

Sarà utile che il ministro del Tesoro possa recare altresì a quella conferenza i provvedimenti con cui sul serio si tende a favorire la produzione: non solo con gli inviti a produrre nei discorsi o con incoraggiamenti che disturbano e vincolano; ma predisponendo le condizioni necessarie affinché la produzione si svolga.

 

 

A questo proposito voglio ricordare alcuni dati molto semplici. Il prezzo del frumento è uno dei più efficaci coefficienti per indurre a produrre frumento. Si dice sempre che in Italia si produce poco frumento e si deve perciò portarne molto che si deve pagare a prezzo altissimo. Mentre però si dice questo, si stabilisce un prezzo del frumento il quale è assai più basso comparativamente di quello fissato nei paesi donde noi importiamo il grano. In apparenza non è così. Perché il nostro prezzo in lire-carta, dal gennaio 1914 al gennaio 1920, è aumentato da lire 26,37 a 77,40 ossia del 190%, che pare aumento ragguardevole.

 

 

Ma le lire-carta non sono più uno strumento di misura tollerabile delle variazioni di prezzo. Non esiste in verità alcuno strumento esatto: ma tra i più esatti possiamo accogliere l’oro, il quale è almeno esatto in questo senso che ci permette dei confronti internazionali. Orbene riducendo tutti i prezzi a franchi-oro noi possiamo fare il seguente confronto.

 

 

Dal gennaio 1914 al gennaio 1920, ridotti tutti i prezzi a franchi in oro per quintale, i coltivatori degli Stati Uniti ricevevano, invece di 16,60, 52,50 franchi in oro per quintale, con un aumento del 216 per cento. Ossia la rimunerazione, offerta dal consumo agli agricoltori per indurli a produrre frumento, è aumentata del 216% sempre esprimendo questa rimunerazione in termine di franchi-oro. Nel Canadà i prezzi sono aumentati da 16,10 a 44,75 ossia del 177 per cento. In Italia come dissi, apparentemente l’aumento della rimunerazione è stato lo stesso inquantoché i prezzi sono saliti del 190% circa, che sarebbe un aumento suppergiù uguale a quello che è stato dato nel Canadà, e negli Stati Uniti. Ma traducendo i prezzi da lire – carta a lire – oro, nel gennaio 1914 il prezzo in Italia era 25,82, nel gennaio 1920 è di lire 27,16. L’aumento è solo del 5% contro il 177% nel Canadà ed il 216 negli Stati Uniti.

 

 

Queste cifre dimostrano quanta strada ci è da fare per dare, o meglio, perché il governo non tolga artificiosamente lo stimolo alla produzione che sarebbe necessario. Conchiudo queste brevi parole con cui ho intrattenuto gli illustri colleghi del Senato intorno ad un argomento di grande attualità, invitando il ministro del Tesoro a dare una minima importanza salvo che non si tratti di concessioni verbali, agli impulsi popolari, di dare una minima importanza possibile a tutti i provvedimenti di fortuna, di dedicarsi tutto, col suo collega delle Finanze a continuare la saggia politica finanziaria dei prestiti (e qui faccio l’augurio che il nostro prestito raggiunga le più alte cifre possibili) e si imposti quella saggia politica di rilasciamento dei vincoli al commercio nazionale che è stata fortunatamente iniziata, e di aggiungervi una politica effettiva, e non di parole, per l’incremento della produzione interna mettendo in pareggio le nostre condizioni di rimunerazione con quelle dell’estero, per le merci di cui noi deprechiamo l’introduzione. Con questo augurio, ringrazio il Senato della benevolenza con cui ha voluto ascoltarmi in questa prima volta in cui ho avuto l’onore di parlare in questo alto consesso. (Applausi vivissimi).

 

 

Il ministro Schanzer risponde che i provvedimenti governativi mirano sostanzialmente a colpire la speculazione, che nel caso specifico, a differenza di quanto afferma l’on. Einaudi, non si può considerare un naturale processo economico, ma è un danno per la collettività, in quanto contribuisce al rialzo dei prezzi sul mercato interno; di qui è nata la decisione del governo di vietare la quotazione ufficiale dei cambi e di disporre la denuncia obbligatoria alle filiali della Banca d’Italia delle contrattazioni valutarie.

 

 

L’on. Einaudi prende nuovamente la parola:

 

 

Volevo soltanto aggiungere poche parole di risposta all’on. ministro. Mi ero già dichiarato soddisfatto della politica tributaria e finanziaria sua, ma, relativamente agli altri punti che si riferiscono alla politica transitoria dei cambi, rimango nel medesimo stato di scetticismo, nel quale mi trovavo prima, anche dopo le delucidazioni fornite dall’on. Schanzer. E su alcuni punti credo opportuno aggiungere alcune parole per chiarire l’argomento. Quando avevo detto che ero contrario ai divieti di esportazione verso i paesi a moneta sotto valutata, non avevo voluto affermare che fosse utile di vendere in moneta di quei paesi, ma che non il governo dovesse imporre questo: devono essere i privati a farlo di loro iniziativa. L’Inghilterra vende in lire sterline, per ordine del governo.

 

 

Interviene l’on. Schanzer: «Qui non lo fanno».

L. Einaudi prosegue:

 

 

Credo che la massima parte dei contratti fatti dagli industriali che hanno la testa sul collo, siano fatti in moneta del proprio paese. Tutto al più in lire sterline, ma non in corone austriache. Quello che è da deprecare è che intervenga il governo con i suoi vincoli e dica che deve essere adoperata questa moneta e non quest’altra, perché ogni divieto implica necessità di avere dei controlli; implica necessità di ottenere autorizzazioni, e ciò appunto impedisce il commercio di esportazione.

 

 

Lo scopo da raggiungere è uguale: vendere in moneta buona; ma esso può essere più efficacemente raggiunto quando la massima libertà sia lasciata agli esportatori. Il ministro del Tesoro ha detto che questa politica è buona per i popoli forti e non, per i meno forti o deboli come noi, ed ha osservato che la mia opinione contraria poteva derivare da dottrine liberistiche incarnate in coloro che hanno l’abitudine professionale economistica. Tutti gli economisti, almeno io così credo, sono liberisti, in quanto credono che questa politica pratica sia migliore di quella interventistica. È l’osservazione dei fatti reali, dei risultati dannosi che si sono verificati durante la guerra, di tutti gli impacci che sono stati messi al commercio, che ci hanno indotto a ripetere le vecchie leggi degli economisti che non avevano del resto inventato nemmeno loro le teorie liberistiche ma le avevano desunte dall’osservazione dei fatti accaduti al loro tempo. Gli stessi risultati dannosi, verificatisi in misura ingrandita durante la guerra presente, furono prodotti dai vincoli governativi. E perciò riteniamo che la politica della libertà delle contrattazioni e l’assenza dello stato in quest’argomento sia la migliore politica praticamente possibile e sopratutto per i paesi deboli. I paesi ricchi si possono dare anche il lusso di vincoli, mentre quelli che non sono ricchi devono avaramente conservare la loro ricchezza. Ricordo a questo riguardo l’opinione di Camillo Cavour, che diceva che la politica liberista è buona soprattutto per i popoli deboli, che iniziano la loro vita industriale; la voleva per il piccolo Piemonte, e non l’ambiva per gli stati già forti, e contro tutte le teorie degli altri, che avevano paura che si iniziasse una politica di libertà commerciale, egli la attuò, perché si trattava di un popolo debole.

 

 

L’Italia è molto più forte del Piemonte di allora, e può commettere qualche maggior errore vincolistico. Ma l’esperienza fatta durante la guerra ci dovrebbe a sufficienza persuadere della necessità di non conservare questi vincoli.

 

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