Ammonimenti

Tratto da:

Prediche

Data di pubblicazione: 01/01/1920

Ammonimenti

«Corriere della Sera»

Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 115-135

 

 

 

Finché dura la guerra, è dovere di ogni buon cittadino ridurre il consumo di tutte le cose e principalmente di quelle che richiedono lavoro e trasporti di terra e di mare per la loro produzione e la loro distribuzione. Ma sopratutto urge il risparmio del consumo delle derrate alimentari e principalmente del frumento.

(22 settembre 1917).

 

 

Mangiamo meno pane? Ecco la parola d’ordine di tutti coloro i quali sentono il dovere di contribuire alla resistenza del paese contro il nemico. L’anno scorso producemmo 48 milioni di quintali di frumento in paese e ne dovemmo importare dall’estero 30. Quest’anno ne abbiamo prodotto 38 soli e ne dovremo importare almeno 40. Ma l’estero non ce li può assolutamente dare: forse al massimo solo 20. Occorre perciò ridurre il contributo se si vuole giungere sino al prossimo raccolto.

(23 settembre 1917).

 

 

Il signor Hoover, che organizzò il magnifico servizio dei rifornimenti americani nel Belgio invaso ed ora è «controllore dei viveri» negli Stati Uniti, ossia l’autorità più alta nel mondo in fatto di politica alimentare, ha dichiarato che il fabbisogno di frumento nell’anno in corso da parte degli alleati è di 158 milioni di quintali. Gli Stati Uniti possono provvederne solo 49. Resta un deficit di 109 milioni di quintali, a cui è impossibile possano provvedere completamente il Canadà, l’Argentina, l’India e l’Australia, paesi del resto con cui le difficoltà sono enormi.

 

 

Perciò il governo inglese propaganda sui giornali, sui muri, su circolari e dice tutti: mangiate meno pane! Questa dev’essere anche la parola d’ordine di tutti gli italiani consapevoli del proprio dovere.

(25 settembre 1917).

 

 

Il prezzo del pane è di 6 centesimi al chilogrammo. Ma al governo, ossia all’erario pubblico, ossia ai contribuenti, i quali pagano le imposte, quel pane, se fosse fatto di frumento straniero – ed i due terzi di frumento consumato dai non contadini è fatto con frumento estero – costa al minimo lire 1,30. Probabilmente costa di più. Chiunque mangia pane rifletta che egli in quel momento fa indebitare lo Stato di almeno 6 centesimi, e forse di 80 e 90 centesimi per chilogramma. È suo dovere, quindi, di ridurre al minimo il consumo del pane.

(26 settembre 1917).

 

 

Il governo, nell’anno agrario finito il 31 luglio 1917, ha dovuto fare un debito di 1500 milioni per dare al consumatore italiano il pane fatto con frumento estero ad un prezzo inferiore al costo. Quest’anno il debito sarà probabilmente maggiore.

 

 

Sono più di 180 milioni all’anno di maggiori interessi, in due anni 160 milioni che in perpetuo si dovranno pagare con nuove imposte a causa del rincaro del frumento estero e del basso prezzo del pane. Contadini ed agricoltori! seminate perciò più frumento possibile. Consumatori! procurate di ridurre il più possibile il consumo del pane se non volete che negli anni venturi cresca troppo il peso delle imposte.

(27 Settembre 1917).

 

 

Molti contadini pensano, perché l’hanno sentito dire da propagandisti al soldo del nemico od ispirati da idee favorevoli al trionfo del nemico: «noi semineremo solo ciò che occorre per la nostra famiglia e così noi staremo al sicuro. Il governo, poi, non avendo più frumento e non potendo più alimentare i cittadini ed i soldati, dovrà farla finita con la guerra».

 

 

Chi pensa o parla così, non riflette che ci sono due maniere per finire la guerra. O lasciarci invadere dal nemico austriaco, come stanno facendo i russi; in quel caso quel poco raccolto che i contadini l’anno venturo crederanno di poter tenere per sé, sarà portato via dal nemico vincitore ed affamato ed ai contadini converrà vivere di erbe e di ghiande. Ovvero fare una pace separata e vergognosa; ed in questo caso gli Stati Uniti l’anno venturo non ci daranno neppure un quintale di grano; ed il governo sarà costretto per non lasciare morire di fame la popolazione della città a portar via ai contadini la metà od i due terzi di quello scarso raccolto che i contadini avranno creduto di tenere tutto per sé. Quindi è sempre meglio in ogni caso seminar molto.

(29 settembre 1917).

 

 

Ogni cittadino, amante della patria e la cui famiglia non sia composta in prevalenza di giovani e di persone costrette a consumare molto pane, dovrebbe ritenersi onorato di conservare alla fine del mese o del semestre qualche tagliando intatto della tessera del pane. La raccolta di questi tagliandi equivarrà alla fine della guerra ad uno splendido attestato di compiuto dovere civico quella raccolta vorrà dire:

 

 

  • 1) che il cittadino morigerato e risparmiatore ha aiutato il governo nella sua lotta contro l’assedio dei sottomarini, i quali rendono difficile e costoso l’arrivo del frumento dall’estero;
  • 2) che esso ha aiutato i propri concittadini, lavoratori manuali o di fortuna modesta o padri di numerosa e giovane prole ad ottenere un supplemento alla razione pane;
  • 3) che esso ha risparmiato ai contribuenti italiani ed anche a se stesso una parte delle gravi imposte le quali dovranno essere stabilite per pagare gli interessi dell’enorme debito che il governo contrae per comprare il frumento all’estero e vendere il pane a prezzo moderato.

 

 

Tutte queste benemerenze dimostrate dalla sua raccolta di tagliandi non consumati non varranno forse la più alta delle benemerenze?

(6 ottobre 1917).

 

 

Prima di lamentarci e di gridare contro qualche relativamente piccolo inconveniente o ritardo nella fornitura delle derrate alimentari, ricordiamoci che siamo in guerra, e che questa è la prima lunga guerra – le guerre del secolo XIX furono tutte brevi guerre e bisogna risalire alle guerre napoleoniche ed a quelle dei secoli precedenti per avere un’idea delle guerre veramente lunghe – in cui la vita economica e civile sia stata così poco turbata.

 

 

Dove sono le carestie, le pestilenze, i cibi di erba e di ghiande che, secondo gli storici, erano l’accompagnamento fatale delle grandi guerre del passato? Ricordiamoci anche che è impossibile che i governi, anche se fossero composti delle persone più competenti del mondo, possano pensare ai viveri, al combustibile ed a tutte le altre necessità della vita così bene come vi provvedeva in pace il privato commercio, divenuto per pratica e per interesse espertissimo in simili cose. Riflettiamo che un governo, per non correre il rischio di favoritismi individuali, deve procedere per regole generali e che queste non si possono adattare a tutti i casi particolari e variabili dei singoli consumatori.

 

 

Sopportare di buon animo, senza brontolare, qualche noia e qualche privazione è uno dei doveri del buon cittadino in tempo di guerra.

(9 ottobre 1917).

 

 

La produzione media della segala in Italia è di 1.300.000, dell’orzo di 2.100.000, del granoturco di 27.000.000 quintali. La produzione dell’anno corrente non sembra si discosti molto da queste medie, forse rimanendovi un po’ al di sotto. Ma vi dovrebbe essere quest’anno una differenza sostanziale nell’uso di questi cereali, visto che, mentre negli anni precedenti una notevole parte di essi era destinata all’alimentazione del bestiame, ora questa parte dovrebbe essere ridotta al minimo, allo scopo di riservare un cibo sufficiente alla popolazione civile. Trattasi di alimenti sani, nutrienti, i quali da soli o mescolati colla farina di frumento possono fornire un eccellente sussidio alla alimentazione umana. Si pensi che, per ogni milione di quintali di frumento di cui potrà essere risparmiata l’importazione, il paese risparmierà una spesa di 130 milioni di lire almeno ed il governo, ossia i contribuenti, una perdita di 80 milioni di lire.

(2 novembre 1917).

 

 

La vita frugale e parca, l’astenersi dall’eccesso nelle bevande e nell’alimentazione sono divenuti oggi una necessità imposta dalla guerra.

 

 

Ma la necessità coincide coll’interesse bene inteso tanto della collettività come degli individui. Negli anni anteriori alla guerra, il consumo di alimenti, di bevande, di vestiti, le spese in divertimenti erano divenute eccessive e dannose. La vita per molti uomini era diventata brutta, perché essi lavoravano allo scopo puramente materiale di mangiare e di divertirsi. Gran parte dei bisogni sedicentemente imposti dalla civiltà moderna erano imposti dallo spirito di imitazione, dalla mania del godimento materiale e contribuivano a rendere la vita faticosa e meno degna di essere vissuta. La guerra ci impone la necessità di essere morigerati; e ci insegna come si possa vivere parcamente in modo assai più nobile di prima.

 

 

La guerra ci fa comprendere come molti dei nostri sedicenti «bisogni» fossero fittizi e soltanto imposti dall’abitudine e dalla moda. Al ritorno di condizioni normali, quando i prezzi torneranno a scendere ed i redditi presenteranno di nuovo un margine oltre i consumi strettamente necessari, quale immenso campo di perfezionamento si presenterà agli uomini! Libri, viaggi, sane scampagnate, abbellimento della casa e del giardino invece di troppa carne, troppo vino, troppi dolciumi, troppo cinematografo, tutte cose di cui oggi abbiamo imparato l’inutilità e la vanità.

(20 novembre 1917).

 

 

Gli impiegati a stipendio fisso dicono: per comprare tanta roba (cibi, vestiti, scarpe, ecc.) quanto prima compravamo con 100 lire, oggi occorrono 150 lire. Dunque i nostri stipendi debbono crescere del 50 per cento, soltanto per rimanere al livello di prima. E gli impiegati hanno ragione in gran parte. Un po’ peggio di prima, durante la guerra, sarebbe naturale di stare, perché nessuna grande guerra nazionale si combatte senza sacrifici.

 

 

Ma è giusto che si dia agli impiegati un indennizzo, almeno parziale, per il rinvilimento della moneta in cui essi sono pagati.

 

 

Tuttavia questo è solo un lato della medaglia. Vi è il rovescio, il quale dice che una delle cause principali per cui i generi alimentari e tutti gli altri oggetti sono cari è che la gente nella sua grande maggioranza ha più moneta da spendere e la spende. È un fatto di esperienza comune che oggi circola molto più denaro che non prima della guerra. Purtroppo i più lo spendono. Se invece lo tesoreggiassero, lo portassero alle casse di risparmio, come potrebbero tutti i prezzi crescere tanto crescerebbero alcuni prezzi, quelli delle merci comperate dallo Stato o dagli industriali fabbricanti di munizioni; ma se il denaro, appena emesso dallo Stato, fosse riportato alle casse di risparmio od investiti in buoni del tesoro, come potrebbero gli altri generi crescere tanto?

 

 

La rinuncia alle cose inutili e la riduzione del consumo delle cose necessarie è dunque un dovere per non far rialzare i prezzi e per non rendere la vita difficile a coloro il cui reddito non è aumentato.

(24 novembre 1917).

 

 

Molti cittadini credono di aver compiuto il loro dovere, quando rinunciano ad andare in prima classe a favore della seconda o quando in teatro acquistano il biglietto per i posti riservati invece che per le poltrone. L’economia c’è, ma ha carattere puramente individuale, senza alcun vero vantaggio per la collettività. Anzi, nel primo caso lo Stato perde la differenza tra il prezzo del biglietto di prima classe e quello di seconda, pure trasportando ugualmente il viaggiatore ed avendo il carico più disugualmente ripartito tra le diverse vetture. Nel caso del teatro, tutte le spese di illuminazione, riscaldamento, paghe agli artisti si devono ugualmente fare e nessun risparmio si ottiene per il fatto che gli spettatori si affollino in certi posti piuttostoché in certi altri. La vera economia, quella utile alla collettività, si fa riducendo i viaggi al minimo indispensabile e così riducendo la spesa del carbone e dei treni, non andando affatto nei teatri e liberando in tal modo legna, forza elettrica e, talvolta servizi del personale addetto ai teatri per altri usi più importanti. Sovratutto, l’economia più utile si fa rinunciando al consumo di ciò che richiede lavoro utilizzabile altrove, di ciò che deve essere importato dall’estero, con ingombro di ferrovie e di piroscafi. Chi fa durare di più un paio di scarpe, la signora che per la stagione accomoda un vestito vecchio, e, sovra ogni altro, chi riduce il suo consumo di derrate alimentari si rende benemerito del paese.

(26 novembre 1917).

 

 

L’inverno, nel quale entriamo, è per una notevole parte della popolazione un periodo di relativo riposo, di minor fatica fisica. Per la brevità delle giornate, per la neve che copre i campi, i contadini non possono lavorare.

 

 

Anche per numerose categorie di negozianti, professionisti, braccianti l’inverno esclude una operosità così sostenuta come nelle altre stagioni.

 

 

Già normalmente i contadini riducono perciò durante l’inverno i pasti da quattro a tre; e diminuiscono la massa dei cibi consumati.

 

 

Quella che negli altri anni era una abitudine, deve diventare quest’anno il compimento di un dovere. Fare economia di alimenti durante l’inverno vuol dire adesso preparare la resistenza della primavera, assicurarci contro il pericolo che i sottomarini riducano l’importazione dall’estero e far si che le quantità importate durino più a lungo possibile, fino ed al di là del nuovo raccolto. Bisogna durante l’inverno ridurre il più possibile il consumo del frumento, dando la preferenza ai cereali inferiori, granoturco, orzo, segala ed alle fave. Gli agricoltori riserbino il frumento per i mesi di maggior fatica, che saranno anche quelli in cui tutti i popoli in lotta dovranno dar prova della massima resistenza.

(3 dicembre 1917).

 

 

Dicono taluni: perché fare economia di cibi, di vestiti e di altre cose quando ad ogni giorno la guerra fa consumare milioni di lire; quando ad ogni momento vanno in fumo ricchezze le quali avrebbero giovato a rendere più produttivo il nostro suolo, più rigogliose le nostre industrie?

 

 

Il ragionamento è sbagliato, poiché, anche supponendo che tutte le spese di guerra siano uno spreco improduttivo, il male non viene diminuito ma anzi aggravato se allo spreco bellico si aggiunge lo spreco privato. Dobbiamo invece risparmiare il più possibile allo scopo di controbilanciare il danno economico delle spese di guerra e dare alla terra, alle industrie quel minimo di risparmio che è indispensabile per farle vivere.

 

 

Siamo, del resto, noi proprio sicuri che molte delle spese, nelle quali noi indulgiamo, siano tanto migliori, tanto più produttive delle spese belliche? I milioni spesi nei cannoni e nelle munizioni servono a procacciarci il supremo bene della indipendenza e della compiuta unità della patria. A che cosa serve invece il consumo di 50 grammi di pane di più, oltre quelli che basterebbero a farci vivere? Quale è l’utilità individuale e collettiva di uno stivaletto elegante da 80 lire piuttosto che una scarpa ordinaria da 35-40 lire? Lo spendere in divertimenti, il bere inutilmente non è uno spreco volgare e basso, il quale per giunta non fa raggiungere né a noi né ai nostri figli alcun risultato ideale apprezzabile?

(4 dicembre 1917).

 

 

Vi sono molti arricchiti dalla guerra i quali dicono: Che male facciamo noi agli altri se spendiamo il denaro guadagnato? Non rendiamo forse un servizio alla collettività, rimettendo in circolazione la moneta e dando da vivere a tanta gente?

 

 

Costoro parlano da nemici della patria:

 

 

  • 1) perché danno un pessimo esempio agli operai delle industrie, i quali guadagnando alti salari sono tentati a consumarli tutti in cibi, bevande e godimenti immediati. Che cosa rispondere all’operaio, quando egli al consiglio di risparmiare per provvedere all’incertezza del domani, risponde additando l’esempio del ricco che spreca i suoi redditi in divertimenti, gioielli, vestiti, ecc.
  • 2) perché non è vero che essi diano, spendendo, più lavoro di quanto darebbero risparmiando. I denari risparmiati sono portati alle banche, le quali li imprestano agli industriali e questi se ne servono per far domanda di lavoro. Ed è domanda che si rinnovella, che cresce coi guadagni ottenuti; mentre la domanda di pizzi e gioielli o di vini e cibi fini si esaurisce col consumo immediato; perché tolgono lavoro ad altri rami dell’industria e dell’agricoltura. Il lavoro dell’operaio occupato a fabbricare liquori o vini fini o dolciumi o scarpe di lusso è lavoro che avrebbe potuto essere impiegato alla coltivazione dei campi, a produrre grano e granoturco.

(10 dicembre 1917).

 

 

Siccome il fattore più potente di buona riuscita dei lavori agricoli è la perfezione nei lavori, così anche i cittadini, i non agricoltori possono dare un contributo non spregevole alla soluzione del problema alimentare nel 1918, dedicando le ore di riposo, le domeniche alla preparazione degli appezzamenti di terreno, anche minimi, che essi possiedono o abbiano in affitto nei loro giardini ad orti. Da un orto di 100 o di 200 metri quadrati una famiglia può ricavare gran parte degli ortaggi e dei legumi necessari alla sua alimentazione. Da un appezzamento di terreno ben preparato, mondato dalle male erbe, seminato in fine febbraio e principio marzo, una famiglia fin dal mese di giugno può ricavare ottima qualità e discreta quantità di patate.

 

 

Pochi nelle grandi città hanno l’orto a disposizione; ma alla periferia, nei sobborghi, nelle piccole città, nei borghi rurali, appezzamenti simili sono numerosissimi e con un poco di buona volontà la produzione può esserne aumentata o triplicata. I possessori di ville e di grandi giardini dovrebbero mettere appezzamenti di terreno a disposizione delle famiglie operaie o modeste di loro conoscenza. Nessuno, anche agiato, dovrebbe aver vergogna di farsi vedere alla domenica in maniche di camicia a preparare il terreno per gli ortaggi ed i legumi. La sostituzione di questa ad altre forme vane di divertimento gioverebbe alla salute ed al paese. In Inghilterra il problema delle patate fu risolto anche, e non in piccola parte, grazie a queste minutissime coltivazioni.

(19 dicembre 1917).

 

 

Il pane, che noi comperiamo a 6 centesimi, costa, se fatto di frumento estero, almeno lire 1,30 al chilogrammo allo Stato e forse più: 1,40 ed in certi casi 1,50. Una causa dell’aumento enorme del prezzo del pane è l’aggio sull’oro. Se la lira italiana fosse alla pari, il chilogrammo di pane costerebbe meno di una lira allo Stato.

 

 

La colpa dell’aggio, ricordiamolo bene, non l’hanno i nostri alleati. Contrariamente a quanto dicono i denigratori della guerra italiana ed ostinati servitori del nemico, gli alleati inglesi, francesi ed americani non guadagnano nulla dall’aggio italiano. Il francese che è in credito di 100 franchi, incassa solo 100 franchi e non un centesimo di più, anche se noi dobbiamo pagare 135-140 lire per spedire in Francia 100 franchi.

 

 

L’inglese incassa parimenti la sua lira sterlina, nonostante che noi si debba spendere 37-38 lire invece di 25 per comprarla. L’aggio è dovuto a cause interne. Se non ci fossero troppe lire in giro, se la gente non comperasse tanta roba come le lire potrebbero svilire tanto? Se ogni italiano, in media, e principalmente gli arricchiti dalla guerra, i commercianti, gli industriali, gli operai i quali guadagnano più alti salari, cercassero di ridurre al minimo i propri acquisti e consumi, se i biglietti che lo Stato emette per pagare le spese di guerra, ritornassero immediatamente alle sue casse per l’acquisto di buoni del tesoro, la gente avrebbe meno lire da spendere. Avendone meno, ne offrirebbe meno (comprare un cappello non è forse offrire lire per avere un cappello?), ed offrendone meno le farebbe svilire anche in misura minore.

 

 

Ogni merce svilisce quando è molto offerta; e le lire sono una merce come tutte le altre.

 

 

Se noi vogliamo perciò che i prezzi non rialzino, che il governo non perda somme enormi per dare il pane a 6 centesimi, occorre consumar poco, e risparmiare il più che sia possibile. Risparmiare, poi risparmiare e poi ancora risparmiare; questa dev’essere la condotta di ogni persona amante del paese e sollecita della classe a cui la guerra procura disagi e sacrifici.

(3 gennaio 1918).

 

 

Sottoscrivere al prestito è un dovere. Giovani baldi ed uomini maturi sacrificano la loro vita con animo fermo per tener lontano il nemico dalle belle pianure del Po e dalle nostre amate città, per difendere la casa e la famiglia dall’oltraggio delle soldatesche avide di bottino e di godimento.

 

 

Coloro che sacrificano la vita hanno il diritto di pretendere dai cittadini rimasti a casa una vita austera, consci della gravità del momento che l’Italia attraversa. Astenersi dai consumi inutili non è solo un dovere, è una necessità assoluta, se si vuole che lo Stato abbia i mezzi per poter condurre la guerra. Non si dica: lo Stato può sempre, stampando biglietti, procurarsi l’occorrente per pagarsi le spese di guerra. I biglietti o l’oro servono solo a procurare merci se queste prima sono state prodotte. La guerra non si fa con l’oro o con la carta moneta. Si fa con uomini dal cuore saldo, ben provvisti di munizioni, e di armi, ben alimentati e sicuri di avere dietro di loro, saldo e compatto il paese. Ora, i soldati possono avere l’animo invitto soltanto se sanno che la popolazione civile fa ogni sforzo ed ogni sacrificio per il conseguimento dello scopo comune, e si astiene da divertimenti e da consumi che sono uno schiaffo all’esercito in campo. I soldati possono essere bene alimentati, possono essere ben muniti e armati solo se la popolazione civile da un lato si astiene dal produrre e dall’altro dal consumare cose inutili e indirizza tutto il suo sforzo di lavoro e tutto il capitale disponibile alla produzione delle cose necessarie. Il successo del prestito nazionale sarà la dimostrazione che il popolo italiano sente il comando del dovere, obbedisce alla necessità dell’ora. Quel successo vorrà dire che gli italiani, risparmiando e consegnando i loro risparmi allo Stato, hanno ascoltato la voce augusta della patria.

(22 gennaio 1918).

 

 

La guerra, come ogni grande rivolgimento, ha provocato profonde mutazioni sociali. Vi ha chi ha dovuto sacrificare, insieme con la vita, anche la clientela, rinunciare ad agi, vivere in ansie per la sorte della famiglia. Altri v’ha invece che dalla guerra ha ricavato un vantaggio economico.

 

 

Nessun rimprovero si deve muovere a costoro, quasi che essi fossero colpevoli di un delitto, mentre invece essi hanno, talvolta con rischio grande, risposto all’appello del governo, il quale richiedeva d’urgenza i mezzi materiali per salvare il paese. Ma sta di fatto che, dopo avere pagate tutte le imposte ordinarie e straordinarie di guerra, a molti industriali e commercianti lo sconvolgimento economico della guerra ha recato un guadagno.

 

 

Le sottoscrizioni di costoro devono essere tra le prime, e le più spontanee. Quando essi abbiano provveduto ai nuovi investimenti industriali che le esigenze della difesa del paese richieggono, tutto il sovrappiù devono destinarlo alle sottoscrizioni pel prestito nazionale. Dopo guerra, quando ne veggano l’opportunità, essi potranno ottenere sui titoli del prestito anticipazioni per nuovi impianti e nuovi affari. Frattanto, dieno essi allo Stato a prestito i mezzi, senza di cui il tesoro solo con maggiore stento e maggior costo potrebbe provvedere alla difesa del paese.

(25 gennaio 1918).

 

 

L’associazione degli agricoltori monferrini e la società dei viticultori italiani hanno pubblicato un manifesto, nel quale dicono: «Agricoltori, che avete risparmiato in questi anni, impiegate il vostro denaro in questo prestito. È un bene che venite anche a fare a voi stessi, all’agricoltura tutta, che sarà così sempre più curata e meno oberata di tasse un giorno.

 

 

Se negate il vostro aiuto allo Stato in questa forma, che è vantaggiosa per i vostri capitali, dovrete poi scontare l’ingiusta ed antipatriottica diffidenza con nuove imposizioni e con nuove tasse. I due sodalizi agricoli piemontesi hanno ragione di rivolgere uno speciale appello ai proprietari, ai fittavoli, agli agricoltori in generale. La loro parola dovrebbe essere ripetuta in tutta Italia dai comizi agrari, dalle associazioni e cooperative agricole. In questi anni di guerra molti agricoltori hanno potuto fare risparmi notevoli, realizzando prezzi cresciuti, per i loro prodotti, spesso cresciuti dippiù dell’aumento delle spese e non di rado convertendo in denaro il capitale bosco il cui valore prima era scarso. Questi risparmi della proprietà e dell’industria agraria devono essere investiti in mutui allo Stato. È questo non solo l’adempimento di un dovere, ma una buona opera di previdenza. Chi può prevedere quali imposte graveranno in avvenire la proprietà fondiaria, quali saranno le vicende dei prezzi e delle stagioni? Non sarà una provvidenza possedere un reddito in denaro, sicuro, invariabile con cui compensare gli eventuali, inevitabili disinganni di qualche annata agricola cattiva? Non è noto che molte rovine di agricoltori furono in passato dovute alla deficienza di adeguate scorte finanziarie?

(26 gennaio 1918).

 

 

I grandi ed i medi proprietari agricoli hanno già da tempo l’abitudine di investire i loro risparmi in titoli di Stato. La rendita pubblica è il titolo più popolare in questo ceto. In Francia è altresì il titolo principe tra i piccoli proprietari, i mezzadri, i piccoli fittabili e persino tra i contadini veri e propri. Il territorio francese fu riscattato nel 1871 dalla occupazione prussiana grazie ai denari che i contadini tirarono fuori dalle loro calze di lana. Così deve avvenire anche in Italia. I contadini si devono persuadere che i risparmi si possono impiegare anche diversamente che nell’acquisto di terra. Comprar terreni è certamente l’impiego ideale per il contadino; ma questi deve anch’egli ricordare l’aureo precetto: non mettere tutte le tue uova nello stesso paniere. Non comperate soltanto terra, coll’unico risultato di farla diventare sempre più cara e col danno, talvolta, di possedere terreni esuberanti alle braccia della vostra famiglia. Meglio pochi campi bene coltivati che molti trascurati e poco produttivi. Il risparmio, che non siete davvero sicuri di far fruttare col vostro lavoro, impiegatelo nel sottoscrivere al prestito nazionale. Ne avete un ottimo reddito, superiore al reddito netto della terra nel presente momento. Vi potrete servire delle cedole semestrali per il pagamento dell’imposta fondiaria. In caso di fallanze agricole avrete nel reddito del titolo un aiuto utilissimo e colla garanzia di esso potrete ottenere anticipazioni a basso interesse, che vi eviteranno di ricorrere ad usurai o di far sapere i vostri imbarazzi agli amici od ai vicini.

(27 gennaio 1918).

 

 

V’è taluno il quale dice: non v’è troppo rischio a sottoscrivere al prestito nazionale? Se domani accadesse qualche rivolgimento, per cui il potere cadesse nelle mani di gente nemica del capitale, i titoli di Stato, appartenenti per lo più ai ricchi, non saranno i primi ad essere annullati?

 

 

Innanzi tutto, anche i governi più rivoluzionari hanno in passato sempre riconosciuto la necessità, per ottenere credito essi, di tenere alto il credito dello Stato. E niente fa prevedere che le cose abbiano ad andare diversamente in avvenire.

 

 

Inoltre, è vero che i titoli di Stato siano in mano esclusivamente di gente ricca? No. Dappertutto, le rendite di Stato tendono a distribuirsi nei portafogli della media e piccola borghesia, degli artigiani, dei piccoli proprietari, dei contadini. In Francia vi sono parecchi milioni di detentori di titoli di debito pubblico; ed anche in Italia la cifra del milione deve essere superata di non poco. Bisogna, così fare ogni sforzo per popolarizzare e diffondere i titoli del prestito nazionale, alla pari della proprietà edilizia e rustica. I popoli solidi, dove i rivolgimenti sociali sono lenti e graduali e perciò benefici, sono quelli in cui la proprietà è frazionata e diffusa. Quanto maggiore sarà il numero dei sottoscrittori, tanto più diventerà impossibile ed assurdo un mancamento di fede da parte dello Stato alle fatte promesse.

(28[1] gennaio 1918).

 

 

America ed Inghilterra hanno imprestato all’Italia fino al momento attuale più di 11 miliardi di lire. C’è bisogno ancora, dicono taluni, con tutti questi miliardi, che gli italiani imprestino altri denari allo Stato? Non è forse questo abbastanza largamente provveduto?

 

 

Niente affatto. I prestiti degli alleati, che adesso sono concessi con una larghezza degna di nota, sono appena sufficienti a pagare il grano, il carbone, i metalli necessari per la resistenza nazionale. Il solo grano che dovremo far venire dal di fuori nei cinque mesi dal marzo al luglio, ci costerà da 2 a 2½ miliardi di lire. Con che cosa pagarlo se Inghilterra e Stati Uniti non ci anticipano le somme occorrenti?

 

 

Ma, oltre alle spese da farsi all’estero, il governo deve fare, e per somme di gran lunga superiori, cospicue spese all’interno. Fino a questo momento ben 22 miliardi sono stati spesi all’interno per la guerra. Occorre che i cittadini italiani risparmino per potere imprestare allo Stato le somme occorrenti. Se non lo fanno, lo Stato è costretto a stampare biglietti, il che significa rialzo dei prezzi. I cittadini spenderanno ugualmente i loro redditi; ma, invece di spenderli per un impiego fruttifero del 5.78%, li spenderanno per pagare tutte le cose necessarie alla vita a prezzi doppi e tripli di quelli odierni, che sono già così alti.

(29[2] gennaio 1918).

 

 

Che cosa importa a me che gli altri sottoscrivano? Così pensano e dicono molti, i quali attendono ai propri affari e non si curano d’altro.

 

 

In realtà, interessa invece molto che anche gli altri sottoscrivano. Il titolo acquista così un più largo mercato e diventa più facilmente negoziabile, con maggiori probabilità di rialzo di prezzo. Inoltre molti diventano interessati alla difesa dello Stato contro il nemico esterno e contro i pericoli di sommovvimenti interni sociali. Le rivoluzioni sono tanto meno probabili, quanto più si contano numerosi, a milioni, i proprietari di terreni, di case, di aziende, di titoli di Stato. Dove, come in Russia, vi sono pochi latifondisti e molti contadini privi di terra, ivi l’equilibrio sociale è instabile. Se invece i proprietari rustici ed i possessori di titoli di debito pubblico sono milioni e forse decine di milioni, come ora in Francia, le rivoluzioni, che del resto da tempo ivi non avvengono più, hanno carattere puramente politico ed appena appena scalfiscono la superficie del paese. Ecco perché tutti hanno interesse che i sottoscrittori siano molte centinaia di migliaia.

(31[3] gennaio 1918).

 

 

Si possono riconoscere gli uomini amanti della patria da coloro i quali sono tiepidi od addirittura favorevoli al nemico dal loro atteggiamento verso il prestito. Coloro che parlano a denti stretti del nuovo consolidato, che mormorano intorno alla solvibilità dello Stato vogliono di fatto, se non nelle espresse intenzioni, che il tesoro sia costretto ad emettere altra carta-moneta per la condotta della guerra. Sanno che, così facendo, prezzi di tutte le cose aumentano e si rendono malcontenti gli impiegati a stipendio fisso, i percettori di fitti di terreni o case con contratti lunghi o con divieto di aumento, i creditori di interessi o canoni fissi.

 

 

Essi vogliono la diffusione del malcontento, perché vogliono fiaccare la resistenza morale del paese. Perciò essi mormorano contro il prestito.

 

 

Perciò essi devono essere energicamente confutati da tutti coloro i quali amano l’Italia.

(16[4] febbraio 1918).

 

 

Bisogna – si dice – che il governo venda a sottocosto, per ridurre il costo della vita. Finché si parla di vendere al costo, si dice una cosa ragionevole, perché si dice di vendere ad un prezzo che rimuneri le fatiche di chi ha prodotto, di chi ha trasportato, immagazzinato, trasformato, conservato, ecc. ecc. Ma cosa vuol dire vendere sotto costo? Il governo non ha mica un pozzo di San Patrizio, da cui cavare miracolosamente i mezzi onde colmare le perdite subite nel vendere a sotto costo. Sappiamo che il governo italiano perde 200 milioni di lire al mese, 2.400 all’anno per far vendere il pane e le paste alimentari al disotto del costo. Di dove li piglia? Facendo debiti o mettendo imposte. Ed anche i debiti d’oggi vogliono dire maggiori imposte di domani. In un paese a mediocrissime fortune come l’Italia, dove la ricchezza posseduta dai ricchi, da coloro che hanno più di un milione, non basterebbe forse, «anche se tutta confiscata» alle spese che lo Stato sopporta oggi in un solo anno – e, dopo confiscata, non si potrebbe di nuovo colpirla – le imposte per forza cadono su tutti. Quindi tutti paghiamo la perdita subita dallo Stato nel vendere il pane a sotto costo. Ed è perciò una illusione credere che si possa avere qualcosa al disotto del costo. Tutto ciò che si può ottenere è di pagare la differenza in un’altra maniera. Il che è infantile, e può essere dannoso, se, come è certo, le imposte sono più fastidiose a pagarsi della parte di costo che si è creduto di risparmiare.

(24 luglio 1919).

 

 

Chi vuole che il governo venda pane, carne, uova, panni, scarpe ad un prezzo inferiore al costo, vuole che il governo si indebiti. Pagare il costo intiero è necessario; e se la vendita lascia una perdita, quella perdita non può essere colmata altrimenti che con debiti. Ma il governo deve già far debiti per centinaia di milioni di lire al mese per la liquidazione della guerra. Tutti i risparmi veri, effettivi del paese sono assorbiti da questi prestiti che il governo fa con buoni del tesoro e dagli investimenti che si devono fare per gli impianti industriali, i miglioramenti agricoli, ecc. ecc. A qual fonte attingerà il governo i mezzi per fare gli ulteriori debiti necessari a colmare la perdita delle vendite a sotto costo? Alla stampa di biglietti. Altra via non c’è. I biglietti, che sono già cresciuti da 3.500 a 14.000 milioni di lire, cresceranno ancor di più, a 15.000, a 26.000, a 20.000 milioni. Crescendo in quantità, sviliranno ognora più. La lira varrà sempre meno; ossia comprerà sempre meno merci; ossia ancora i prezzi aumenteranno ancora di più. Così succede in Russia ed in Ungheria. Perciò chi vuole che il rincaro della vita si inasprisca, chi vuole che le uova si vendano ad 1 lira, a 2 lire, a cinque lire l’una, chieda pure ora che il governo venda le uova a sotto costo. Ma chi non vuole il miserabile effetto, non deve volere la causa.

(28 luglio 1919).

 



[1] Con il titolo Nessun rischio. [ndr]

[2] Con il titolo Bisogna spender meno. [ndr]

[3] Con il titolo Per l’equilibrio sociale. [ndr]

[4] Con il titolo I disfattisti ed il prestito. [ndr]

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