Dare il buon esempio

Tratto da:

Prediche

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/08/1919

Dare il buon esempio

«Corriere della Sera» 27 agosto 1919

Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 167-172

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 219-223

 

 

 

 

La circolare dell’on. Nitti ai prefetti per inculcare agli italiani le virtù del risparmio e del lavoro ha un’intima virtù persuasiva, la quale non abbisogna di commenti. Tanto meno questi commenti sono necessari in un giornale che, da anni, fin dall’inizio della guerra, ha sempre predicato quel vangelo, forse non senza meraviglia di quelli tra i suoi lettori, i quali non si persuadono che le verità semplici ed elementari non diventano carne della propria carne, forza attiva ed operante, se non sono ripetute ogni giorno per anni fino alla noia, fino alla esasperazione. Anche l’on. Nitti si ripete, perché sa che se i buoni sono facili a persuadere, i fiacchi, gli abitudinari, i renitenti debbono essere scossi, esasperati e costretti a riflettere ed a vergognarsi.

 

 

Voglia però l’on. Nitti consentirmi di aggiungere – non perché egli non lo sappia, ma perché parmi non tutti i frutti del suo insegnamento siano stati colti dai suoi colleghi e, più ancora che da questi, dai funzionari dei ministeri – che, insieme alla figura della ripetizione giova assai a persuadere il pubblico il buon esempio. Predicare eccellentemente, come fa il primo ministro italiano, è buona cosa; dare il buon esempio è tre volte ottima cosa.

 

 

Disse l’on. Nitti che il governo americano non vuole più, come governo, fornire credito all’Europa e che i privati americani lo forniranno solo quando noi dimostreremo di volere risparmiare, produrre, garantire la sicurezza e di non destinare i denari ricevuti a prestito a nuovi armamenti. Questo è un monito grave, il quale dovrebbe essere attentamente ascoltato dai nostri ministri militari. Sembrano più frequenti gli invii di classi in congedo e pare che per la metà del mese sarà compiuto il congedamento della classe del 1893. Col prossimo richiamo della classe del 1900, saranno sette classi mantenute sotto le armi. Sono davvero tutte necessarie? Sovratutto è necessario mantenere in servizio tutti gli ufficiali e sottufficiali di classi già congedate che ancora pesano sul bilancio dello stato? Il sottosegretariato alle armi e munizioni oramai si può considerare sciolto; ma il ministero della guerra ha fatto altrettanto per sfollare gli uffici da lui dipendenti? A sentire le lettere inquiete di ufficiali, i quali sono ansiosi di ritornare al lavoro abbandonato da anni, con loro gravissimo danno economico, parrebbe di no.

 

 

«Pur tenendo conto – mi scrive un ufficiale – di tutte le occupazioni nostre al confine, in Asia ed in altre località e delle vere esigenze del servizio territoriale, il numero degli ufficiali alle armi è enormemente sproporzionato alle necessità reali. Per persuadersene basta informarsi del numero stragrande di ufficiali occupatissimi a non far niente presso i depositi territoriali (a… una sessantina circa di ufficiali stanno facendo la cura intensiva del sonno), presso i comandi di grandi unità territoriali e mobilitati, presso i depositi di mitraglieri, presso i governatorati, le commissioni ed uffici svariatissimi e copiosissimi… Conclusione: non si potrebbero congedare tutti gli ufficiali fino alla classe ’95 o ’96, i quali siano in grado di dimostrare sul serio che, appena mandati a casa, troverebbero subito lavoro?».

 

 

Queste osservazioni mi paiono calzanti. Esse sono suffragate da lettere di sottufficiali, i quali si lagnano di essere dichiarati «insostituibili» e perciò mantenuti in servizio solo perché è comodo a taluni ufficiali superiori e subalterni mantenere in vita un ufficio che potrebbe essere eliminato o grandemente ridotto e quindi hanno bisogno di far comparire quell’ufficio in forza ed operoso per continuo movimento di carte più o meno interessanti.

 

 

I ministri militari debbono por mente alla necessità di dare il buon esempio. Ogni soldato, ogni ufficiale trattenuto sotto le armi oltre il necessario è un consumatore di troppo, un produttore di meno. Quando è in giuoco la salvezza del paese, fa d’uopo sopportare ogni sacrificio; ma quando il fine della difesa nazionale è conseguito, è errore grave, colpa inescusabile togliere uomini produttivi ai campi, alle industrie, ai commerci.

 

 

Risparmiare è necessario oggi quasi altrettanto come il produrre. Sono ben lieto che finalmente il governo si sia deciso a porre fine alla politica del buttare dalla finestra ogni anno 2 miliardi e mezzo, che mi si dice stiano per diventare 3 e mezzo per mantenere artificialmente basso il prezzo del pane, a meno di 80 centesimi il chilogrammo. Noi non sappiamo quanto costi il frumento estero al governo, e solo dalle cifre di perdita annunciate dagli on. Nitti e Murialdi siamo indotti a dubitare che il prezzo oscilli tra 150 e 170 lire il quintale. Se fosse instaurata la libertà del commercio dei grani, il pane costerebbe più di 1,50 il chilogrammo ed i produttori interni di frumento vedrebbero raddoppiare e forse più il prezzo del frumento, che oggi è abbastanza remunerativo a 75 lire. Consentir ciò sarebbe pericoloso; e perciò si può ammettere che il governo mantenga ancora per un anno il monopolio del commercio del grano, allo scopo di fare una media fra le 150 lire pagate all’estero e le 75 lire pagate all’interno. Ma fare una media, vuol dire vendere a 100-120 lire – dico cifre approssimate in difetto di quelle precise non note – non già vendere ad 80 per il gusto di perdere circa 3 miliardi di lire all’anno. Un governo, il quale inculca il dovere di produrre, non deve dare il cattivo esempio di produrre in perdita; ché gli insegnamenti di coloro i quali fanno male i propri affari non sono ascoltati di solito con molta reverenza. La perdita è subita per ragioni politiche, dicesi; ma parmi dicasi a torto, ché gli italiani sono troppo intelligenti per capire che lo stato non può perdere miliardi per dare pane a sotto costo, se non facendo pagare altrettanti miliardi di imposte ai medesimi italiani. Poiché pagare si deve, è meglio pagare apertamente nella sua sede naturale, senza correre il rischio di far sprecare farine buone a buon mercato come alimento agli animali da ingrasso, i quali prima si contentavano di crusca e farinette. Tutt’al più, si faccia una lista rigorosa di coloro che, essendo nullatenenti od avendo un reddito inferiore al minimo soggetto ad imposta diretta (3,50 lire al giorno, secondo il diritto vigente), possono trovarsi nella impossibilità di pagare il pane al prezzo vero di costo; e si conceda a questi soli, non molti oramai in Italia, una tessera per il pane a prezzo ridotto. Quando le esortazioni non servono, lo stato deve ricorrere alla forza. È suo dovere ed è suo compito preciso. Lo stato si distingue da una qualsiasi associazione libera perché può dare ordini e farli eseguire colla forza. Se lo stato crede, ed a ragione, che il lusso sia un delitto ed il risparmio un dovere, imponga l’osservanza della sua credenza con i mezzi coercitivi i quali sono a sua disposizione.

 

 

È dubbio se di essi tragga partito a sufficienza. Dicesi da molti che a centinaia di migliaia entrino in Italia pacchi postali contenenti mercerie fini, pizzi di gran lusso, velluti, cappelli, piume ornamentali ed ogni sorta di cianfrusaglie desiderate dalle signore vanitose e dagli uomini perditempo. Io sono e continuo ad essere fautore della libertà di commercio, e vorrei che i divieti di importazione fossero ridotti ai soli oggetti di lusso, che nelle condizioni attuali della bilancia commerciale noi non possiamo comperare. Non vorrei che fosse frastornato il commercio estero condotto per mezzo dei pacchi postali, divenuti uno degli strumenti più comodi e indispensabili per ovviare alle negligenze ed alle difficoltà dei trasporti ferroviari. Ma non sembrami impossibile compilare una lista precisa di oggetti di lusso, la cui importazione sia affatto proibita, stabilendo premi per i doganieri che confischino le merci vietate, insieme a multe rigorose per ogni caso di ritardo nell’inoltro delle merci ammesse. Non si deve imporre alcun vincolo ed alcun ostacolo in genere ai pacchi postali, ma evitare che merci di lusso vietate entrino col pretesto dei pacchi postali. Le grandi dogane conoscono benissimo speditori e destinatari di questa merce inutile e poche lezioni energiche basterebbero a dimostrare che il governo è deciso ad applicare coi fatti i suoi insegnamenti.

 

 

Se i divieti non bastano, ci sono le tasse. Cinematografi, gioielli, profumerie sono troppo poco tassati, meno del 50 per cento del loro valore. Quando lo zucchero è tassato a più del 200 per cento, il sale al 400 per cento ed altre derrate necessarie con percentuali fortissime, come si può esitare a crescere la tassazione sulle inutilità sovra menzionate ed a tassarne altre ancora? Sta bene tassare i patrimoni ed i redditi; ma sta ancor meglio tassare i consumi non di prima necessità. Chi ha costituito un patrimonio o produce un reddito, osserva certamente il primo precetto dell’on. Nitti: produrre, molto probabilmente osserva anche il secondo: risparmiare. Quindi la tassazione dei patrimoni e dei redditi risponde talvolta a necessità politiche, quasi sempre a ragioni di giustizia tributaria; ma può essere assai pericolosa economicamente, col recidere i nervi di quei motivi di produrre e di risparmiare che sono le più grandi necessità del momento presente. Quelle imposte hanno dunque insieme col diritto, anche il rovescio della medaglia. Le imposte, invece, sui consumi non necessari non hanno rovescio. Esse sono le ottime. È magnifica quella sul tabacco; sarà fecondissima quella sul vino, specie se collegata con una forte tassazione delle licenze per spacci di bevande alcooliche, progressiva in ragione composta dello spaccio lordo, del fitto dei locali e del reddito netto. Ma non bisogna trascurare quelle minori sui singoli consumi di lusso. Chi spende oggi inutilmente per fini che non siano la conservazione delle proprie energie fisiche ed il perfezionamento delle proprie attitudini intellettuali e morali; chi spende per spendere, per sfarzo, per far vedere la propria superiorità sugli altri, colui è nemico della patria e va perseguitato con le imposte, come se fosse un cane rabbioso.

 

 

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