Il dovere di risparmiare

Tratto da:

Prediche

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/07/1919

Il dovere di risparmiare

«Corriere della Sera» 7 luglio 1919

Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 161-165

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 215-219

 

 

 

 

Le agitazioni e gli episodi che si riproducono nelle città d’Italia non sono una novità nella storia delle agitazioni annonarie. È sempre la medesima, la vecchia psicologia delle folle, che immagina di poter ribassare i prezzi devastando, sciupando, facendo baldoria per qualche giorno e gridando: «È tutta colpa del governo se non c’è l’abbondanza e se i prezzi non sono bassi!».

 

 

Noi non diciamo che il governo sia mondo di colpa, sebbene una delle sue colpe principali sia quella di aver ceduto in passato e di cedere ora alle richieste tumultuose, decretando calmieri, requisizioni, sequestri, processi. Noi non diciamo che siano mondi di colpa i negozianti, a cui abbiamo ripetutamente rivolti inviti e ammonimenti. Ma non sappiamo vedere in che maniera lo sfondamento dei negozi e la dispersione della merce immagazzinata possa incoraggiare i commercianti a rinnovare le loro provviste.

 

 

I tumulti odierni e i provvedimenti improvvisati presi dal governo, da prefetti e da sindaci, sono un assai brutto prodromo per i giorni che verranno; essi organizzano la carestia e la fame a breve scadenza. È impossibile che d’un tratto governo e municipi possano sostituirsi all’opera di migliaia e migliaia di privati che attendevano fin qui al rifornimento alimentare delle città. Se noi non sappiamo porre freno ai nostri impulsi, se non sappiamo mettere un limite alle manifestazioni della nostra collera, comunque questa possa essere giustificata, noi arrischiamo di apparecchiare a noi stessi, a brevissima scadenza, giorni di grave privazione, a cui sarà impossibile portare rimedio.

 

 

Sappiamo bene che l’ufficio dell’ammonitore è sgradito e penoso. Ma poiché siamo convinti che occorre innanzi tutto attendere ai propri doveri, crediamo necessario insistere su taluni punti di buon senso nella speranza di contribuire a incanalare l’effervescenza pubblica verso una meta pratica e raggiungibile.

 

 

I prezzi devono diminuire. Su questo punto siamo d’accordo. Ma è bene ricordare che sarebbe assurdo e ingiusto che oggi diminuissero fino al livello di prima della guerra. A noi è capitato di sentire, in una dimostrazione contro un vinaio, il grido: «il vino a una lira al fiasco!» (da 2 litri!) Ora questo è il prezzo a cui il vino si vendeva un tempo. Parecchi ribassi decretati del 50, del 60% condurrebbero a questo risultato. Coloro che li vogliono e li impongono sono abitanti della città che spesso lucrano 15 o 20 lire al giorno, i cui salari sono doppi e tripli, in moneta, in confronto dell’anteguerra. Non sono gli impiegati, i cui salari sono cresciuti solo del 50% e hanno da tempo rinunciato al vino, alla frutta ed a molte altre cose. Orbene, noi vorremmo che i cittadini riflettessero al torto che essi, senza avvedersene, vogliono in tal modo recare ai contadini, a quelli che vivono del ricavo della vendita dei prodotti agrari. Costoro producono uova e pollame e verdura, non per il gusto di produrre, ma per cavarne il denaro necessario a comperare vestiti, scarpe, aratri, concimi chimici, ecc. ecc. Ma se gli operai tessitori, calzolai, metallurgici, chimici, vogliono i salari alti, come sarà possibile che i contadini possano comperare a buon mercato le cose di cui hanno bisogno? Che giustizia sarebbe questa, per cui gli agricoltori dovessero vendere la loro roba al prezzo vecchio basso e comprare le cose di cui hanno bisogno a prezzi alti? Moderazione ci vuole da ambo le parti; trovare una via di mezzo tra gli esorbitanti prezzi di oggi e quelli bassi di un tempo; ma pretendere le paghe alte e volere la roba a buon mercato è una contradizione in termini e sarebbe anche una ingiustizia.

 

 

Un lettore, a proposito di questa contradizione, scrive osservando che è ben difficile impedire l’aumento dei prezzi quando la prima spinta viene dai consumatori stessi, che possono e vogliono spendere di più e insistono per avere la roba, anche a costo di pagarla cara. Osservazione giustissima, molte volte ripetuta durante la guerra, la cui attualità non è venuta meno.

 

 

La prima spinta all’aumento dei prezzi viene dalla domanda di coloro che hanno denaro, molto denaro in mano e lo vogliono spendere. Si spende di più. Le automobili sono salite a prezzi fantastici, di 50.000 lire l’una; le pensioni negli alberghi di montagna sono andate a 40 e 50 lire al giorno, perché c’è gente arricchita a cui non par vero spendere e spandere, comprare, consumare a piacimento ciò che gli altri non possono avere. Costoro non sono quasi mai industriali, gente che realmente dirige e lavora e non ha tempo di fare vano sfoggio delle proprie ricchezze. Sono fortunati, sono mediatori, sono gente grossolana e volgare che vuol far colpo sugli altri. La spinta all’aumento delle derrate alimentari è però data non da questi pochi, ma dai molti che nelle città guadagnano salari alti e vogliono godersi tutto e subito il frutto del proprio lavoro. Da per tutto il centro del consumo del pollame, delle carni, delle frutta e delle verdure fresche si è spostato dai quartieri dove abita la media borghesia ai quartieri popolari. È la volta nostra, pare che si dica, di godere delle buone cose della terra; epperciò le vogliono avere con larghezza, senza risparmio.

 

 

Ora noi diciamo a tutti costoro, nuovi ricchi e masse elevatesi nel benessere; come è possibile, se la domanda cresce e tutti offrono biglietti per avere roba, che la roba diminuisca di prezzo? I prezzi cresceranno ancora e chi ne andrà di mezzo saranno i modesti redditieri, gli impiegati a stipendio fisso, il cui guadagno non è cresciuto in proporzione al crescere del guadagno degli altri. Costoro, che hanno dignità di vita e di modi, non gridano per le strade; ma fanno assai amare riflessioni intorno ai tumulti inscenati da coloro i cui guadagni monetari sono cresciuti durante la guerra.

 

 

No; la pace non ha fatto venir meno il dovere imprescindibile dei nuovi ricchi e di coloro i cui guadagni sono cresciuti, di risparmiare, di non spendere tutto ciò che guadagnano. Ognuno risparmi nel modo che ritiene più conveniente. L’essenziale è che non tutti i biglietti ricevuti come profitto o paga siano spesi ove appena ciò sia possibile. Vi sono molti i quali hanno grosse famiglie da mantenere e i cui mezzi sono ristretti; costoro non hanno obbligo di risparmiare. Ma tutti gli altri l’hanno, e serio e urgente. Chi acquista l’automobile oggi, il vestito o le gioie, senza necessità, colui non fa il proprio dovere. Né fa il proprio dovere colui che beve due bicchieri di vino quando uno solo basterebbe, e non è frugale nel mangiare, o spreca in qualsiasi modo il denaro. Non fa il proprio dovere, perché acquistando cose inutili per sé le porta via e le fa crescere di prezzo a danno di coloro che sono di mezzi più ristretti. L’incettatore non è solo uno che ammassa la roba; è anche colui che ne consuma troppa. Dei due, il solo dannoso è il secondo; perché è il solo che sul serio rarefà la merce. Il primo, se vuol lucrare, dovrà pure un giorno vendere e far ribassare i prezzi.

 

 

È dovere risparmiare, perché solo così i biglietti, che sono troppi, possono tornare alle casse dello stato che li può bruciare e distruggere. Finché ci saranno in giro molti biglietti, ve ne saranno molti per aver merci e i prezzi saranno alti. Se ognuno che può risparmierà, i biglietti torneranno alle banche e di qui allo stato, ed essendocene meno a disposizione dei consumatori, i prezzi dovranno ribassare per forza. Non guardiamo troppo al governo; non diciamo «governo ladro!» ogni volta che piove. Ognuno faccia il proprio esame di coscienza. Ognuno dica: Ho fatto tutto il mio dovere, riducendo i miei consumi al minimo possibile?

 

 

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