L’ 8 febbraio 1848 Carlo Alberto annunciava lo statuto. Un secolo dopo

Tratto da:

Gazzetta del popolo

Data di pubblicazione: 08/02/1948

L’ 8 febbraio 1848 Carlo Alberto annunciava lo statuto. Un secolo dopo

«Gazzetta del popolo», 8 febbraio 1948

 

 

 

Cent’anni fa, l’otto febbraio 1848, Carlo Alberto annunciava il proposito di largire ai suoi popoli lo statuto, il quale fu poi di fatto proclamato il 4 di marzo ed accompagnò prima gli stati sardi e poi l’Italia unita, attraverso la buona e la avversa fortuna, sino ad oggi.

 

 

Governo parlamentare

 

La virtù principale di quel documento fu la sua attitudine ad essere interpretato a norma delle esigenze fondamentali delle generazioni le quali si succedettero dal 1848 in poi. Carlo Alberto ed i suoi consiglieri volevano creare un governo costituzionale rappresentativo, nel quale alle due camere spettasse solo il potere legislativo e neppure quello tutto intero, perché esso era «esercitato collettivamente dal re e dalle due camere» e «solo» al re era attribuito il diritto di sanzionare le leggi e di promulgarle; laddove il potere esecutivo era unicamente esercitato dal re, a mezzo dei suoi ministri. «Ministri» e non «ministero»; ché lo statuto ignorava la figura del presidente del consiglio ed i ministri erano responsabili come singoli e non come corpo. Si supponeva che, continuando il passato, i ministri dovessero essere uomini di fiducia del sovrano, da lui potessero essere mutati ad uno ad uno e potessero forse continuare ad essere manovrati gli uni contro agli altri. Invece la finzione del governo costituzionale rappresentativo veniva quasi subito meno; e di anno in anno si affermò sempre meglio la sostanza del governo parlamentare, nel quale i ministri, raggruppati in un corpo ministeriale, sono designati dal parlamento, sono sovratutto responsabili verso di esso e cadono e si formano in seguito ai voti di sfiducia o di fiducia delle due camere.

 

 

Un pò per volta, accanto ed al disopra delle figure dei ministri, si affermava quella del presidente del consiglio; e questi di fatto diveniva il personaggio più importante (dello stato, colui al quale il parlamento dava o negava fiducia ed il quale era perciò il vero creatore dei suoi colleghi. Nasceva, sebbene il nome fosse per lungo tempo legalmente inesistente, il presidente del consiglio, diveniva il primus inter pares e finiva con l’essere il capo, dalla cui volontà dipendevano la scelta e la sorte dei ministri.

 

 

Parve dapprima che la camera dei deputati non dovesse avere poteri maggiori di quelli del senato, salvo il diritto di discutere «prima» le leggi di imposizione dei tributi o di approvazione dei bilanci e dei conti dello stato; ma a poco a poco la camera elettiva acquistò preponderanza nella designazione dei ministeri; sicché coloro che ambivano alla carica di presidente del consiglio od anche di ministro reputarono pericoloso un passaggio alla camera alta; ed il colpo finale alla parità di fatto del senato si ebbe quando Agostino Depretis, presidente dei consiglio, sconfitto su un argomento di rilievo nella camera dei senatori, alzandosi col gesto a lui consueto del lisciarsi la bianca barba pronunciò la sentenza: «il senato non fa crisi»; colla quale sentenza al senato fu di fatto tolta la potestà di abbattere e creare ministeri e questa passò tutta alla camera elettiva.

 

 

Evoluzione dello statuto

 

Prescriveva lo statuto che i senatori fossero «nominati a vita dal re»; e non si diceva alcunché di proposte che al re dovessero essere fatte in proposito né dai singoli ministri né da un allora inesistente presidente del consiglio. Non passò gran tempo che i senatori furono proposti al re dal presidente del consiglio, il quale forse «sentiva» in proposito quelli tra i colleghi che a lui piacesse di ascoltare; né accadde che il re rifiutasse di accogliere le proposte del suo primo ministro od intervenisse nelle nomine fuorché con rare «segnalazioni» al presidente di nomi di fedeli servitori della corona. Cosicché anche il senato diventò di fatto elettivo; sia pure in terzo o quarto grado: gli elettori eleggendo i deputati alla camera bassa, questi designando al re il presidente del consiglio e costui proponendo al re i nomi dei senatori. La durata vitalizia del mandato aveva il solo effetto di far sì che i senatori fossero in terzo o quarto grado eletti non dagli elettori iscritti nelle liste nel momento in cui aveva luogo l’ultima elezione generale, ma, quasi per stratificazioni geologiche, dalle successive schiere di elettori che avessero contribuito, formando in passato la camera elettiva, a designare i presidenti del consiglio in carica all’epoca delle ripetute «infornate», come si usavano chiamare i gruppi di senatori di tempo in tempo insigniti del laticlavio. Ingiungeva lo statuto che le funzioni di senatore e di deputato non dovessero dar luogo ad alcuna retribuzione od indennità; ma dopo la prima grande guerra le camere votarono a se stesse ed il re sanzionò una indennità prima sotto la forma di diaria e poi di assegno annuo.

 

 

Comandava lo statuto che i cittadini dovessero contribuire «indistintamente» e cioè senza privilegi di ceto, ai carichi dello stato, nella «proporzione» dei loro averi. Ma non passò gran tempo che l’imposta successoria fu ordinata in maniera «crescente» secondo il grado di parentela col defunto e secondo l’ammontare della quota ereditaria; e fin dalla sua nascita (1864) la maggiore imposta sui redditi detta di ricchezza mobile, consentì esenzioni per i redditi minimi ed attenuazioni di tributo sui redditi intermedi. Il criterio di progressività, così introdotto, fece poi gran strada nell’imposta complementare sul reddito complessivo, nell’imposta comunale di famiglia ed in quelle patrimoniali; nessuno reputando che a ciò facesse ostacolo la lettera diversa dell’art. 25 dello statuto.

 

 

La attribuzione di una indennità ai membri del parlamento trasse motivo dal numero crescente degli elettori, i cui delegati appartenendo sempre più a ceti viventi di puro lavoro male avrebbero potuto assolvere il loro compito se avessero dovuto provvedere al proprio (sostentamento ed a quello della famiglia, esercitando, insieme con l’ufficio legislativo, un mestiere od una professione; e l’introduzione del concetto di progressività era parimente connesso con la preponderanza sempre maggiore nel parlamento di rappresentanti di ceti forniti di redditi o di patrimoni modesti.

 

 

Lo statuto annunciato l’8 febbraio 1848 non pose dunque alcun impedimento alle mutazioni dei sistemi di governo e dei principii informatori della legislazione civile e sociale nel nostro paese. Era uno schema, del quale sempre meglio poteva dirsi quel che si enuncia a massima lode della costituzione inglese: «the british constitution was never written; it simply did grow»; la costituzione britannica non fu mai scritta; essa si formò e crebbe, così … semplicemente. Lo statuto albertino invece era, sì, stato scritto e promulgato in quell’alba fiduciosa del governo libero in Italia; ma essendo considerata una legge uguale ad ogni altra legge, nessun limite era stato posto alle sue mutazioni future, che furono perciò numerose e profonde. Quando esso l’1 gennaio 1948 fu sostituito dalla vigente costituzione, lo statuto era divenuto, per opera di re, di parlamenti e di governi, qualcosa di profondamente diverso dalla carta elargita da Carlo Alberto.

 

 

Aveva esso garantito il bene supremo che è la libertà degli uomini contro la tirannia dei governanti? Il triste sperimento sofferto dagli italiani tra il 28 ottobre del 1922 ed il 25 luglio del 1943 – e più in qua, variamente, sino al 2 aprile 1945 nelle ragioni ancora signoreggiate dai fascisti – ci fa dubbiosi della altitudine dello statuto del 1848 a dare agli uomini il godimento certo della libertà; e, purtroppo, il dubbio trae fondamento da motivi ben più profondi e duraturi di quelli e comunemente addotti a spiegare l’oscuro ventennio fascista. Il pericolo della tirannia incombe sempre su di noi, nonostante le più rigide garanzie introdotte nella nuova costituzione dai suoi eruditi e sospettosi compilatori. Invero la libertà degli uomini non si erige sul fragile edificio di parole scritte. Essa è radicata soltanto nella coscienza morale dei cittadini; e dove i cittadini non sono risoluti a difenderla ad ogni costo, e massimamente a costo della vita, vano è sperare che essa possa essere garantita da documenti solenni.

 

 

Libertà e tirannia

 

Saremmo tuttavia vittime di una grave illusione se pensassimo che al trionfo della coscienza morale non giovino o non facciano ostacolo i tipi di civiltà in mezzo ai quali gli uomini sono chiamati a svolgere la loro vita quotidiana, l’uomo invero può sentirsi libero ed operare liberamente sol quando egli sia economicamente indipendente o, pur essendo costretto ad allogarsi a servigio altrui, possa rivolgersi ai molti per ottenere lavoro o non gli sia vietato di cercare da sé la propria via; ma egli libero non è se egli dipenda da uno solo; se una sola sia la fonte del pane per lui e per la sua famiglia.

 

 

L’uomo eroe è libero pur se ridotto in carcere per reato di pensiero; è libero in mezzo alle torture morali e fisiche. Ma la libertà non è voluta solo per gli eroi e per i filosofi; e le carte costituzionali sono chiamate a garantire libertà anche ai più degli uomini soggetti alle tentazioni della carne e dello spirito. La grande maggioranza degli uomini del corpo frale e dall’anima debole dove troverà rifugio dall’oppressione di chi si sia impadronito della macchina dello stato, della quale nessuna altra macchina è meglio atta a frantumare ed annullare la volontà umana? Quando l’8 febbraio del 1848 i torinesi esultavano al proclama del sovrano sabaudo, una voce si era già alzata ammonitrice dei pericoli ai quali andava incontro l’umanità. Alessio di Tocqueville, analizzando nel gran libro su La democratie en Amerique le ragioni della libertà della quale godevano i cittadini degli Stati Uniti, da un decennio si era già chiesto angosciato: potranno gli americani serbare la libertà e potranno gli europei durevolmente conquistarla? Alla sua risposta dubitativa e dolorosa faceva eco vent’anni dopo da Basilea uno dei maggiori storici del secolo decimonono: Jacopo Burckhardt. Ambi tremavano, pur non osando presagirla neppure a se stessi, dinnanzi ai sicuri preannunci di un’ora nella quale libertà e civiltà erano destinate a venir meno. Purtroppo le esperienze odierne, alle quali siamo costretti ad assistere con raccapriccio, hanno cresciuto forza ai tristi vaticini dei due veggenti.

 

 

Quesito terribile

 

Né Tocqueville prima del 1848 né Burckhardt poco dopo avevano trovato una risposta al terribile quesito che essi si erano posto: sarà possibile conservare alla libertà morale la possibilità concreta di manifestarsi con azioni pubbliche all’infuori del segreto della coscienza morale interna dell’individuo, alla libertà politica di proteggere gli uomini contro la tirannia dei più ed alla libertà economica di offrire l’ambiente atto a far fruttificare la libertà morale e la libertà politica? Sarà possibile – la domanda, ricordiamolo, era fatta più di dieci anni innanzi al 1848 – agli uomini rimanere liberi in un mondo nel quale fatalmente inesorabilmente i governanti siano destinati ad essere eletti a suffragio universale maschile e femminile diretto e segreto? Sarà possibile serbar libertà, quando ogni giorno più i governanti eletti dalle moltitudini saranno portati a mettere l’uguaglianza accanto, anzi al disopra della libertà? I prognostici erano nel 1848 e sono oggi infausti. Il punto di equilibrio fra i due principii della libertà e della uguaglianza rarissimamente fu trovato e serbato nei secoli; sicché la loro coesistenza fu mai sempre un miracolo passeggero. Quel miracolo, insieme a tanti altri, balenò di quando in quando nel secolo dal 1814 al 1914; ma ora l’equilibrio è rotto e l’Europa appare già volta a seguire la via la quale condusse alla rovina ed alla morte l’impero romano. Il quale non cadde, no, per l’urto dei barbari né per il trionfo del cristianesimo; ma perché gli imperatori sempre più credettero di assicurarsi il potere, applicando il taglio delle teste dei papaveri raccomandato da Tarquinio il superbo e garantendo alle moltitudini panem et circenses. Il trionfo del principio della uguaglianza, trionfo al quale non si può assegnare alcuna altra meta se non l’uguagliamento pieno dei redditi e delle ricchezze dei mortali, consacra la sconfitta del principio della libertà. Uguaglianza piena o quasi piena non può darsi se non laddove un organo centrale, una forza unica statale, controlla pienamente la produzione e la distribuzione dei beni e dei servigi. Ma il controllo statale a scopo di uguaglianza economica vuol dire sottomissione progressiva di tutti gli uomini agli ordini che vengono dall’alto. Ai tredici milioni di proprietari agricoli esistenti oggi in Italia, ai milioni di industriali, di commercianti, di professionisti daremo un ordine, una gerarchia, un programma affinché l’intiera struttura economica e sociale sia volta al massimo benessere sociale ed alla minima disuguaglianza tra uomo e uomo. Ma tutto ciò non può darsi senza sacrificio della libertà, che è incompatibile con l’esistenza di una burocrazia centrale la quale reputi se stessa strumento del fine supremo della uguaglianza fra gli uomini. Tutto ciò non può darsi senza l’instaurazione di una tirannia più feroce di quelle ferocissime di cui le storie sono piene.

 

 

Vigilare nella notte

 

L’impero romano cadde dinnanzi all’urto del cristianesimo e dei barbari solo perché esso era divenuto incapace ci resistere. I cadaveri, i fossili non resistono agli uomini vivi. Quando, in ubbidienza al principio dell’uguaglianza, la vita economica e sociale tende sempre più ad essere diretta dalla burocrazia centrale, anche se questa è un areopago di sapienti, anche se questa dice di essere portatrice di un’era nuova di uguaglianza, nel corpo sociale umano non circola più il sangue. Le membra si irrigidiscono, si ossificano, si pietrificano. L’impero romano cadde assai più per l’obbligo di solidarietà nel pagamento dei tributi e nell’osservanza delle leggi annonarie imposto dai decurioni agli amministratori locali, obbligo che riduceva le classi dirigenti ad organi burocratici del governo imperiale, per la regolamentazione corporativa che incasellava gli uomini ed i loro figli in corpi chiusi ed ostacolava i movimenti degli uomini dall’alto al basso e dal basso in alto, assai più di quanto non fosse indebolito dal difetto di armi e di armati. Le armi cadono spontaneamente di mano agli uomini civili, quando essi devono, per agire, attendere l’ordine dall’alto.

 

 

Lo statuto del 1848 non aveva per se stesso l’attitudine a trovare il punto di equilibrio fra libertà ed uguaglianza: e visse sino a quando il moto inesorabile verso la uguaglianza economica non varcò il punto oltre il quale la vittoria dell’uguaglianza significa sconfitta della libertà.

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