La cooperazione e l’educazione nell’agricoltura
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 15/01/1897

La cooperazione e l’educazione nell’agricoltura

«Credito e cooperazione», 15 gennaio 1897, pp. 13-15

 

 

 

È stata pubblicata recentemente la relazione del Comitato extraparlamentare, costituito dall’onorevole Orazio Plunkett allo scopo di indicare mezzi più opportuni per sollevare l’Irlanda dalla dolorosa condizione in cui si dibatte da secoli; per la sua origine volontaria composto di membri tratti da tutti i partiti, il Comitato è riuscito a conclusioni singolarmente pratiche ed immediatamente applicabili col concorso dello Stato e dall’iniziativa privata. È opportuno esaminare brevemente le proposte del Recess Committee, specialmente perché le condizioni dell’Irlanda si avvicinano a quelle delle due grandi isole italiane, diverse sotto molteplici aspetti dalla verde Erinni, ma con essa accomunate dalla miseria degli abitanti e dalla poca produttività del suolo. La Commissione irlandese non ha creduto di limitarsi all’esame dei provvedimenti di carattere legislativo e sociale, i quali formano un titolo di vanto per l’amministrazione inglese negli ultimi periodi; ma studiando con cura le esperienze compiute nei paesi continentali dell’Europa, ha cercato di applicare all’Irlanda quei sistemi che aveano dato così largo frutto presso le altre nazioni, come la Danimarca, il Wurttemberg, la Francia, l’Italia, la Germania.

 

 

La potenzialità produttiva dell’Irlanda è molto superiore alla produzione attuale; i prodotti agricoli potrebbero essere almeno raddoppiati. Il tabacco, la canapa ed il lino potrebbero, quando più diffusa fosse l’istruzione, offrire largo campo alla operosità dei coltivatori. In nessun paese le condizioni naturali sono più favorevoli alla industria del burro che nell’Irlanda; in passato il burro irlandese era quotato al prezzo massimo sui mercati nazionali; ora è caduto in basso, non a causa di una deteriorazione nella qualità del burro irlandese, ma per i miglioramenti apportati al burro continentale per mezzo delle macchine centrifughe adottate dai coltivatori associati nelle latterie cooperative. Il valore totale del burro importato nel Regno Unito nel 1894 raggiungeva l’enorme cifra di 310 milioni di lire italiane, di cui l’Inghilterra è tributaria verso la Danimarca, la Francia e le colonie. Se i metodi moderni di coltivazione fossero adottati, e ridotto il costo di produzione, il burro irlandese non temerebbe concorrenza. Nel 1894 furono importati nel Regno Unito 250 milioni di lire di prosciutto e lardo. L’Irlanda è situata altrettanto favorevolmente per la produzione del lardo come per quella del burro, ed il prosciutto irlandese era una volta altrettanto famoso di quello danese. L’industria, nonostante, declina, principalmente perché le associazioni di coltivatori danesi hanno migliorato la qualità dei loro prodotti coll’adozione di nuovi metodi di allevamento e con la trasformazione cooperativa dei prodotti industriali.

 

 

In altri campi dell’industria agricola, il coltivatore irlandese, se più educato ed istruito, potrebbe vantaggiosamente lottare col produttore estero; si pensi solo che nell’Inghilterra s’importarono per quasi 100 milioni di uova, 95 milioni di vegetali e 150 milioni di frutta, di cui solo la metà riguarda gli aranci, i limoni, l’uva ed altre frutta peculiari ai climi caldi. Le industrie domestiche, in un paese come l’Irlanda, dove la enorme maggioranza della popolazione si dedica all’agricoltura, ed è obbligata ad oziare durante i lunghi mesi d’inverno, sarebbero nuova ed abbondante fonte di benessere e di ricchezza. Avuto riguardo all’incremento che hanno avuto le piccole industrie domestiche in alcuni paesi della Germania e dell’Austria, non è ardimentoso l’asserire che nessun piccolo coltivatore e nessuna famiglia di operai troverebbe ostacoli nel guadagnare da 500 a 700 lire all’anno, pur aumentando nello stesso tempo l’attrattiva della vita giornaliera, occupando il tempo prima speso nell’ozio nei lunghi inverni con una occupazione attraente e profondamente improntata ai sentimenti più puri della cooperazione famigliare.

 

 

Quali i mezzi per opporsi alla decadenza industriale ed agricola dell’Irlanda ed imprimere nuova vita nella sua illanguidita economia nazionale? L’esperienza delle altre nazioni indica la strada da seguire.

 

 

Malgrado che le circostanze delle varie nazioni continentali siano profondamente diverse, gli stessi principi fondamentali sono da esse adottati allo scopo di promuovere l’agricoltura. Tre grandi principi sono comuni a tutte le nazioni e si possono riassumere in tre parole: organizzazione cooperativa, rappresentanza ed educazione. L’organizzazione delle classi agricole in società cooperative, associazioni e clubs ha per scopo di promuovere l’avanzamento dei vari rami della loro industria. La rappresentanza dell’opinione delle classi coltivatrici giova ad imprimere un conveniente indirizzo all’intervento dello Stato a favore dell’agricoltura e la educazione dei contadini dà loro in mano un’arma potente nella lotta commerciale coll’estero.

 

 

Tali principi la Commissione intende eziandio applicare all’Irlanda.

 

 

La necessità di una organizzazione potente è il principale frutto dello studio dei metodi adoperati sul continente. Gli agricoltori si sono organizzati, per la protezione ed il progresso della loro industria, in varie forme principalmente cooperative. Nel continente oramai è riconosciuto come principio indiscusso, in primo luogo che l’azione indipendente dei privati per mezzo della cooperazione è più importante che non l’azione dello Stato; ed in secondo luogo che l’assistenza dello Stato riesce veramente efficace solo quando esiste un sistema di organizzazioni locali delle classi industriali atto a cooperare col Governo. Tutti i tentativi del Governo centrale di operare per mezzo d’individui disorganizzati sono vani e più atti a far male che bene.

 

 

Le considerazioni della Commissione irlandese devono essere profondamente meditate nell’Italia, dove si è fin troppo inclini a invocare l’aiuto del Governo sempre ed in ogni occasione, e dove lo splendido esempio dell’opera larga e feconda delle associazioni cooperative d’ogni genere nel nostro stesso paese è ciecamente trascurato dai legislatori e dai progettisti che si propongono di venire in aiuto delle isole sfortunatamente troppo simili all’Irlanda, ossia la Sicilia e la Sardegna. Leggasi il seguente brano della relazione e vedasi come esso sia applicabile anche all’Italia:

 

 

«Gli effetti dell’organizzazione sul carattere hanno una maggior importanza dei suoi vantaggi economici. Essa inspira l’amore dell’indipendenza e la mutua fiducia fra il popolo; acuisce la sua intelligenza, rende le sue abitudini ordinate, e li rende adatti a nuove concezioni e a trarre partito dalle proprie risorse. Quando l’organizzazione non si diffonde di pari passo fra la popolazione, l’aiuto dello Stato può varcare i confini propri e può diventare pericoloso. Lo spreco sconsiderato del denaro pubblico induce la popolazione a rivolgersi sempre più al Governo, indebolisce la loro iniziativa, demoralizza gl’impiegati ed il pubblico collo sperpero e colla corruzione, e tende a piombare il paese in una condizione peggiore di prima».

 

 

Che cosa si è fatto nell’Irlanda per educare ed organizzare il popolo e renderlo atto a lottare contro i rivali stranieri? La Irish Agricultural organization Society è riuscita a fondare 60 latterie cooperative nei principali distretti ed ha contribuito molto a riconquistare al burro irlandese la supremazia perduta a favore della Danimarca. Parecchie società di compra e di vendita, sul modello dei sindacati agricoli francesi, e banche popolari hanno raggruppato circa 10,000 contadini, e compiono operazioni per 6,250,000 lire all’anno. Ad allargare e rendere più intenso l’iniziato movimento, i commissari fanno parecchie proposte. Il Governo dovrebbe anzitutto nominare professori ambulanti, i quali dovrebbero risiedere nel loro speciale distretto, e diventare compiutamente famigliari con ogni podere e con ogni coltivatore; colla loro scienza, carattere e tatto essi dovrebbero guadagnarsi il rispetto e la fiducia dei contadini, in modo da indurli a consultarli continuamente e seguire il loro avviso; i professori ambulanti dovrebbero promuovere la costituzione di banche rurali, di società di consumo e di acquisto, di campi sperimentali. Il Governo deve unicamente operare a guisa di stimolo continuo; per mezzo di un nuovo ministero di agricoltura ed industria per l’Irlanda, esso può iniziare nuove industrie, premiare con esposizioni le iniziative più ardite, e sovratutto con un largo sistema di educazione tecnica ed agraria elevare il livello delle cognizioni possedute dagli agricoltori. Nella Danimarca, non ultima causa dei progressi dell’industria nazionale è stata la diffusione dell’istruzione non solo elementare, ma anche superiore nel popolo. Il sistema delle estensioni universitarie che ha avuto tanta fortuna in Inghilterra e nell’America, ha preso nella Danimarca un carattere speciale e singolare; ai corsi universitari tenuti in numerosi paesi di campagna, traggono a folla i coltivatori della terra, i quali, dopo aver ascoltato la parola dotta degl’insegnanti, non isdegnano tornare ai rudi lavori quotidiani.

 

 

L’esempio dell’Irlanda dev’essere sprone ed ammonimento all’Italia. Come nell’Irlanda, le passioni politiche e le lotte fra le varie classi sociali sono vivacissime nella Sicilia e nella Sardegna; ed anche qui la cattiva distribuzione della ricchezza agisce come un fattore il quale ritarda ogni soluzione veramente duratura ed efficace.

 

 

Sono notissime le condizioni dolorose del proletariato agricolo siciliano; e se nella Sardegna non esiste un vero e proprio proletariato, la enorme maggioranza della popolazione è costituita da un ceto di proprietari ancora più misero dei proletari. Lo sminuzzamento eccessivo della proprietà è uno dei fenomeni più dolorosi che colpiscono l’osservatore; tutti gli anni migliaia e migliaia di fondi rurali sono posti all’asta per poche lire dal fisco e non trovano compratori nonostante il prezzo vilissimo.

 

 

Il proprietario sardo possiede una capanna umida, senza luce, col focolare in mezzo; fuori del villaggio ha un pezzo di terra che semina e da cui spera ritrarre il pane, se non gli è tolto dalle intemperie, dalle inondazioni, dalle unghie dell’usuraio, dall’ispettore governativo.

 

 

Ora qui è evidente che bisogna porre anzitutto il coltivatore in grado di coltivare il proprio terreno razionalmente e senza il timore di vedersi tolto il frutto delle proprie fatiche; è necessario cioè stimolare, accrescere ed assicurare la produzione. A questo l’opera del Governo si è addimostrata inefficace per lunghi secoli; e le alte grida degl’isolani non riusciranno a convertire in forza benefica ed integratrice quella che finora è riuscita solo a spremere il succo migliore della loro ricchezza. Fortunati i Sardi se riesciranno a far diminuire le gravezze che li opprimono! I rimedi ai propri mali essi li devono cercare nella propria iniziativa individuale e sopratutto nelle organizzazioni locali, di ogni specie; organizzazioni di credito, a cui un sostrato saldo può essere fornito dagli esistenti Monti frumentari, organizzazioni di acquisto, di consumo, ed anche di lavoro. Dove la coltivazione sminuzzata di un ristrettissimo spazio di terreno riesce infeconda, bene può dare provvidi risultati la coltivazione, e principalmente la trasformazione in comune, dei prodotti ottenuti.

 

 

L’istruzione, diffusa per mezzo dei professori ambulanti di agricoltura, persuaderà i coltivatori della necessità urgente di procedere ad una riunione, e ad una ridistribuzione delle particelle di terreno ed al loro concentramento in poderi più ampi, aventi il carattere di vere e proprie unità culturali. L’esperimento è riuscito felicemente in varie località della Germania. Se le popolazioni isolane dell’Italia non oseranno associarsi per trovare un rimedio, se non definitivo almeno temporaneo, ai loro mali, sarà lecito disperare delle loro sorti, e mentre noi dovremo fra alcuni anni salutare il risorgimento economico e sociale dell’Irlanda, saremo costretti a veder cadute in condizione ancora più bassa e disperata quelle che bene si possono chiamare le Irlande italiane.

 

 

 

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