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Schemi storici e schemi ideali

Schemi storici e schemi ideali

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 259-298

 

 

 

 

242. Se in quest’ultimo capitolo si costruiscono, traendoli dalla esperienza storica, schemi concreti di interpretazione dei fatti finanziari, non si afferma perciò che essi siano tutta la realtà e di questa ci diano le leggi. La scienza studia le leggi concrete dei fatti accaduti ovvero le leggi ideali che gli uomini intendono avverare? Il modello di indagine che lo studioso tiene dinnanzi agli occhi vuole raffigurare il reale effimero o l’ideale perenne? Per ora poniamo solo le domande solenni.

 

 

243. Fra gli schemi antichi caratteristico è quello della finanza del «tiranno» greco. Esso è stato eccellentemente analizzato da Andréadés.[1]

 

 

La «tirannia» fu un metodo di governo che ebbe nell’antichità greca luogo normale fra gli altri metodi, principalmente come strumento di reazione contro l’oligarchia. Lo schema della finanza tirannica è la logica conseguenza della necessità propria di quello come di ogni altro metodo di governo di provvedere alla propria conservazione. Di qui i seguenti connotati delle spese pubbliche nello schema della «tirannia».

 

 

1)    Una guardia del corpo numerosa e devota era caratteristica essenziale del sistema; perciò nella tabella «politica» la spesa relativa ha uno dei primi luoghi, con alti indici relativi di importanza. In linguaggio comune, la spesa non è suscettiva di compressione;

 

2)    la spesa della guerra è anch’essa primaria ed ha indici alti. Il tiranno solitamente è un militare e si compiace perciò nell’esercizio della sua professione. Inoltre è necessario che il popolo sia distratto dal rivolgere la sua attenzione alle cose interne e senta vivo il bisogno di un capo imperioso. Lo splendore della vittoria rafforzava d’altronde la posizione del capo. Alcuni storici moderni sostengono che nessuna guerra ingiustificata fu condotta dagli antichi tiranni greci; ma è incontestabile che le guerre furono molte, probabilmente troppe in ragione dei mezzi esistenti e che enormi furono le spese le quali ne seguirono;

 

3)    le spese per i lavori pubblici venivano subito dopo nella graduatoria, con indici di importanza pure assai alti. Il tiranno ricorreva alle opere pubbliche per molte ragioni. Esse soddisfacevano la sua ambizione e la sua vanità. La costruzione dei templi giovava allo spirito teocratico da lui coltivato; le fortezze davano il senso della sicurezza; il culto delle arti belle rialzava il prestigio del tiranno sul popolo; l’occupazione fornita al popolo lo distoglieva, in tempo di pace, dalle cospirazioni e dalle rivoluzioni; le classi medie ed operaie, sostegno massimo del tiranno contro le oligarchie, avevano lavoro; il popolo sopportava i carichi fiscali senza protestare;

 

4)    le spese elencate sinora si riferiscono a beni che il governante considera «pubblici» in grado eminente e con alti indici di importanza, perché egli reputa che la perpetuazione del suo sistema di governo sia preferibile, nell’interesse non solo proprio ma della collettività, al ritorno ai sistemi concorrenti e principalmente a quello oligarchico. Il giudizio può darsi sia stato talvolta erroneo; ma, astrazion fatta dalla incertezza dei criteri in base ai quali si potrebbe constatare l’errore, qui non si vuol dare un giudizio morale o politico dello schema, bensì semplicemente constatarne la logicità. La quale pare, sinora, indubbia. Non ugualmente in tutto logica, dal punto di vista della conservazione del sistema, è il quarto capitolo di spesa ricordato dall’Andréadés e cioè delle spese personali e della corte. Se fossero state tenute entro limiti ragionevoli, queste spese avrebbero potuto conferire allo splendore del governante; ma Andréadés afferma che «nessun tiranno conobbe né la frugalità né la Misura». Entro i limiti in cui è esatta l’affermazione, si può dire che nella tabella «politica» è stato introdotto un fattore di spesa non logico cioè non confacente alla perpetuazione del sistema. Non giova alla polis ossia alla conservazione ed all’incremento della cosa comune, anche guardata coll’occhio del tiranno, creare malcontento ed invidia nel popolo;

 

5)    uguale è il giudizio intorno al quinto capitolo di beni pubblici inserito dal tiranno nella sua tabella «politica». Andréadés così lo descrive: «L’avidità dei tiranni e dei loro fidi, come pure il bisogno di tesorizzare per il caso probabile in cui dovessero abbandonare il potere ed il paese, incitava il tiranno ad ammassar ricchezze». Qui, se logica v’era, era privata e non pubblica. Dal punto di vista della persistenza del sistema, il tesoro attrae i rivali e li spinge ad ogni sforzo per abbattere il tiranno. Chi ammassa tesoro per il caso di fuga confessa di essere debole ed incoraggia all’assalto.

 

 

244. Al quadro dei beni pubblici si contrappone nel sistema tirannico un correlativo quadro dei mezzi atti a procacciarli. Essi erano i seguenti:

 

 

1)    in primo luogo le confische. La lotta del tiranno contro le oligarchie si concludeva con la cacciata degli oligarchi dalla città e con la confisca dei loro beni. Principio essenziale del sistema era l’abbattimento di tutti gli alti papaveri. Gli ottimati dovevano essere resi incapaci a nuocere. La confisca soddisfaceva a siffatta esigenza, contentava l’invidia delle folle e riempiva le pubbliche casse;

 

2)    in secondo luogo le imposte sui cittadini. Andréadés constata che a questo riguardo i tiranni non innovarono sostanzialmente nulla in confronto al sistema tributario usato dai «satrapi» persiani nelle regioni dell’Asia Minore dove erano numerose le città greche. La decima sui prodotti della terra era la principale fra le imposte. Venivano poscia l’imposta sui greggi e sugli armenti, il testatico, la patente per l’esercizio di arti e mestieri; le dogane sulle merci trasportate per mare o per terra, ed i dazi sulle vendite al minuto. Nel complesso, le imposte non diedero luogo a querele rilevanti;

 

3)    «La gravezza delle imposte – dice Andréadés – era insignificante se la si paragona a quella delle “estorsioni” alle quali il tiranno ricorreva per far fronte alle spese». Tra le estorsioni deve essere ricordata la fabbrica di moneta falsa.

 

 

Le tre caratteristiche dello schema tributario sono convenienti al tipo del governo tirannico. Sorto in antagonismo cogli oligarchi il tiranno li deve abbattere anche economicamente. Poggiato sovratutto sulle classi medie e sul popolo, egli è moderato nella esazione delle imposte le quali toccano la generalità dei cittadini. Ma, pressato dall’altezza delle spese, egli deve ricorrere a metodi palliati, come l’abbassamento del titolo e del peso delle monete, per procacciarsi entrate bastevoli, senza che il popolo subito ne abbia consapevolezza; e compiere estorsioni particolari, le quali lasciano indifferenti la massa non colpita.

 

 

245. Il sistema era, tuttavia, nell’insieme instabile. Gli storici antichi sostengono che parecchi tiranni, tipici Dionigi di Siracusa e Cipselo di Corinto abbiano assorbito la ricchezza dei cittadini, il primo in dieci ed il secondo in cinque anni. Ma Cipselo comandava ai cittadini di rifare ogni anno col lavoro quel decimo della fortuna privata che egli confiscava; sicché alla fine del decennio i corinzi avrebbero dovuto serbare intatta la loro fortuna. Il consiglio, fosse o non seguito, dimostra che il tiranno incontrava limiti alle sue esazioni. Anche quelle del grande Dionigi non pare fossero confiscatrici; ché egli non poteva rivolgere ad uso pubblico le case e le terre dei cittadini e le fonti fanno supporre che egli si contentasse di appropriarsi del denaro contante che essi possedevano. Questo pretendeva fino all’ultimo obolo; e quanto più i cittadini levavano alte grida, tanto più egli persisteva nel chiedere, aggiungendo alla prima una seconda una terza ed una quarta taglia; sinché all’annuncio della quinta i segugi gli riferirono che i siracusani ridevano e scherzavano sulle pubbliche piazze. «Ora – disse – conviene far pausa; ché, se i cittadini ridono di noi, ad essi non deve restare proprio nulla. Altrimenti continuerebbero a lamentarsi». Neppure Dionigi poteva obbligare i cittadini a lavorare per dare a lui l’intiero frutto del loro lavoro; come testimonia l’insuccesso della taglia sul bestiame. Il quale o non fu più allevato; o, se già nato e cresciuto, era ammazzato anzi tempo; ed, essendo stato posto limite al macello privato, era sacrificato agli dei, i quali si contentavano dell’odore degli intestini bruciati, abbandonando ai mortali le carni.

 

 

La finanza tirannica doveva al tempo stesso ubbidire a due esigenze contrastanti. La prima è ricordata da Platone quando nella Repubblica, nota che i tiranni dovevano con le taglie mantenere i popoli in povertà, affinché, costretti a pensare continuamente a procacciarsi il cibo, essi non avessero tempo a complottare. La seconda è quella di avere i grandi mezzi occorrenti alla politica di grandezza, di conquista e di fasto; mezzi che possono essere forniti solo da popoli industriosi e ricchi.

 

 

I grandi fondatori delle dinastie tiranniche vedevano chiaramente la necessità di promuovere insieme la ricchezza pubblica e quella privata; laddove i discendenti inetti od imbelli, impoverendo coi balzelli il popolo, conducevano la città alla rovina e minavano il potere proprio. 246. Altro schema caratteristico dell’antichità è quello della finanza della città periclea. Non tutti i connotati che si leggono nella esposizione di Andréadés (pp. 29-39 e 40-92) possono essere fatti risalire esclusivamente al tempo di Pericle; ma questo tempo con la sua caratteristica di democrazia guidata da un capo di genio è quello nel quale essi hanno avuto il loro massimo sviluppo od almeno il germe iniziale.

 

 

Nella tabella «politica» della città periclea avevano luogo cospicuo:

 

 

1)    le spese per la polizia, alla quale si provvedeva con l’opera in parte gratuita e in parte remunerata di cittadini e con quella, sempre costosa, di schiavi pubblici;

 

2)    quelle per la costruzione ed il mantenimento della cinta fortificata la quale aveva trasformato Atene quasi in un’isola inaccessibile;

 

3)    le spese militari propriamente dette. Minime quando il cittadino – soldato doveva provvedere al proprio mantenimento ed alle proprie armi e le altre spese erano coperte dal bottino di guerra, crebbero al tempo di Pericle quando si dovette far appello a cittadini poveri, provvedendoli di armi e di cavalli; e si dovettero mantenere i marinai della flotta. Da una media di 300 talenti in tempo di pace (verso il 240 a. C.) si sale, secondo Andréadés, a 1300 talenti all’anno in tempo di guerra; enorme spesa se si fa uguale il talento a circa 35.000 lire antebelliche e si pensa alla piccolezza degli stati greci;

 

4)    le spese diplomatiche, saltuarie bensì, ma non irrilevanti, se vi si comprendono le spese segrete;

 

5)    le spese per la istruzione, che prendevano sovratutto la forma indiretta di apprestamento di opere d’arte e di spettacoli drammatici, che i cittadini dovevano essere in grado di apprezzare;

 

6)    le spese di culto: cerimonie religiose (pompe, sacrifici, festini, lampadoforie), giuochi, navi sacre;

 

7)    le spese per lavori pubblici, i quali consistevano sovratutto nell’abbellimento della città con templi e statue. Le spese di Pericle non sono mai state proporzionalmente emulate, neppure nei tempi moderni. Andréadés le calcola da 6000 ad 8000 talenti, (da 200 a 300 milioni circa di lire antebelliche) suppergiù da sei ad otto volte l’ammontare delle entrate ordinarie annue dello stato. Pericle attribuiva un alto grado di importanza alle opere intese «ad adornare la città al par di donna fastosa» perché pensava che da esse sarebbe derivata «gloria eterna» alla sua città. Il patriottismo dei cittadini, l’opportunità di dar lavoro ai reduci dalle guerre, i quali non potevano o non volevano ritornare alla campagna, il desiderio di addestrare il popolo alle arti contribuirono, insieme coll’ambizione di tessere un serto di gloria attorno al capo di Atene, a dare alla spesa per i lavori pubblici un alto grado di importanza. Non buono fu il risultato di abituare il popolo all’idea di aver diritto di vivere a spese dello stato;

 

8)    la provvista di frumento a buon mercato alla popolazione. La preoccupazione di garantire al popolo il principale dei suoi mezzi di sussistenza fu sempre vivissima nell’antichità, ed inspirò in Atene la politica dell’emigrazione (cleruchie), delle egemonie militari in paesi produttori di cereali, dei vincoli alle esportazioni; e sovratutto delle distribuzioni gratuite od a sottocosto di razioni di frumento;

 

9)    le spese sociali: come il mantenimento dei cittadini eccellenti nel Pritaneo, la erezione di statue o la iscrizione lapidaria di decreti onorifici, il mantenimento degli orfani di guerra sino ai 18 anni e loro dotazione con un’armatura completa alla maggiore età, il mantenimento dei mutilati di guerra e dei cittadini invalidi. Fu un capitolo importante di spesa, indice dell’alto senso civico della città periclea;

 

10)  i salari politici: Atene ammise sempre la remunerazione degli impiegati pubblici propriamente detti, i quali coprivano uffici puramente esecutivi, detti yperesíai. Gli yperéti erano numerosi e mediocremente pagati, in gran parte liberti e persino schiavi. Agli investiti di uffici propriamente detti (arkai), i quali avevano la rappresentanza del popolo o demos si cominciò tardi a pagare un salario. Pericle introdusse probabilmente il salario di oboli per seduta ai 500 senatori; e certamente quello di 2, cresciuti poi da Cleone a 3, oboli per seduta ai giudici, moltiplicati a poco a poco sino a 6000, quasi il quinto del numero totale dei cittadini. Il «simbolo», fissato da ultimo in 3 oboli per seduta, versato a tutti i cittadini partecipanti all’assemblea, non fu opera di Pericle; ma meno di mezzo secolo era bastato per passare dalla gratuità degli uffici pubblici alla remunerazione universale di tutti i cittadini. Se il principio della remunerazione poteva essere giustificato per gli uffici, i quali richiedevano una effettiva prestazione d’opera, il compenso per la semplice partecipazione alle assemblee senatoriale, giudiziaria e sovratutto politica fu accolto da Pericle per consentire di fatto al popolo l’esercizio del potere che era privilegio dei ceti medi ed alti. Il metodo che avrebbe prodotto effetti vantaggiosi di educazione politica, se tenuto entro limiti stretti, degenerò col predominio dei demagoghi, alimentò il proposito nei cittadini ateniesi di vivere a spese degli alleati; li abituò all’ozio; mise il diritto al salario al disopra del diritto della città alla propria salvezza; ridusse la città alla balia dei poveri, ai quali la partecipazione alle assemblee fruttava i mezzi di vita, laddove ai cittadini dei ceti medi ed alti quel salario riusciva indifferente. Aristotele nella Costituzione di Atene offre un quadro di parassitismo politico e finanziario: 6000 giurati, 1600 arcieri, 1200 cavalieri, 500 membri del consiglio, 500 guardiani del porto, 50 guardie notturne, 700 funzionari in città ed altrettanti fuori; in tutto più di 20.000 cittadini mantenuti a spese del pubblico erario. Le città alleate e suddite e gli ateniesi indipendenti dovevano provvedere i mezzi per far vivere questa burocrazia imponente e crescente;

 

11)  il «teorico». Istituito in origine per consentire ai poveri il pagamento del diritto di entrata al teatro di Dionisio o per sovvenire i bisognosi durante la guerra del Peloponneso, si trasformò ben presto in distribuzione gratuita del denaro pubblico ai cittadini. Tutti gli avanzi di bilancio dovettero essere in tal modo distribuiti, senza riguardo ai bisogni, al valore, al lavoro ed all’età dei cittadini. Poiché il concetto di «avanzo» è elastico, i cittadini, i quali deliberavano sulle spese pubbliche, finirono per considerare primissima tra le spese quella della distribuzione del théoricon, a scapito delle opere pubbliche, della difesa o della costituzione del tesoro per provvedere alle esigenze straordinarie della città. Quando il disamore al lavoro, la corruzione pubblica, il demagogismo giunsero agli estremi, Demostene, dipingendo eloquentemente il quadro dei pericoli i quali sovrastavano alla città, riuscì a far approvare il versamento degli avanzi nella cassa di guerra. Era però troppo tardi. Filippo di Macedonia stava per distruggere la libertà delle città greche.

 

 

247. Di fronte alle spese, il quadro delle entrate:

 

 

1)    quelle demaniali innanzitutto, da case terreni schiavi. Il demanio si arricchiva per donazioni confische bottino sul nemico e scemava per distribuzioni al pubblico e per vendita a sollievo di spese straordinarie. Ad Atene il cespite più importante di entrate demaniali erano le miniere d’argento del Laurio, il cui reddito netto per lo stato nel periodo di massima produttività delle miniere oscillò fra 50 e 100 talenti all’anno. Durante la guerra del Peloponneso, gli schiavi abbandonando le miniere si unirono agli spartiati per combattere la città dominante;

 

2)    le entrate giudiziarie, importanti per Atene, città egemonica, nella quale si concludevano litigi più importanti sorti nelle città alleate;

 

3)    le pene pecuniarie, distinte in ammende (timémata), inspirate nei delitti politici al principio che gli uomini di stato dovessero, anche se eminenti e probi, subire le conseguenze materiali dell’insuccesso della loro politica; ed in confische (demioprata), accessorio di pene più gravi, come condanna a morte, a schiavitù, a bando. In Atene, dove i sentimenti umanitari erano più diffusi, l’ostracismo non portava con sé la confisca dei beni;

 

4)    le imposte dirette erano considerate incompatibili con la libertà e con la qualità di cittadino. Solo gli stranieri, le cortigiane e gli schiavi vi erano sottoposti. Gli stranieri permanentemente domiciliati nella città pagavano il «métoikion», a guisa di compenso per i privilegi di cui essi godevano nella città. Era un pesante uniforme testatico, a cui si aggiungevano particolari tributi, ad es. per il diritto di lavorare sul mercato. Anche le cortigiane erano soggette ad un tributo fisso. Più incerta era la situazione degli schiavi e dei liberti;

 

5)    le liturgie ordinarie, le quali sostituivano, per i cittadini, le imposte da cui erano immuni. Distinte in varie sottospecie, come le «coregie» destinate a coprire le spese dei giuochi drammatici e musicali e delle danze, le «gimnasiarchie» a copertura dei giuochi atletici, l’«estiasi», a sopperimento delle spese delle pubbliche cene a carattere religioso delle tribù, poggiavano sul concetto che ad ogni spesa si dovesse provvedere con una particolare entrata all’uopo stabilita e sovratutto facevano affidamento sull’ambizione tradizionale nei ricchi greci di fare buon uso della propria ricchezza e sul desiderio di rendersi popolari con generose largizioni ad incoraggiamento di feste religiose, giochi e spettacoli. La liturgia era dunque in origine e rimase sempre in principio una oblazione spontanea. Lo spirito di emulazione tra i ricchi, la brama di cattivarsi il favore del popolo innanzi alle elezioni inducevano non di rado i ricchi greci ad eccedere, nelle pubbliche largizioni, i limiti considerati normali dall’opinione generale. Testimonianza di volta in volta di patriottico amore alla cosa pubblica e della sua degenerazione demagogica, le liturgie non sempre bastavano a coprire la spesa, sovratutto se questa assumeva dimensioni insolite. All’oblazione spontanea sottentrava la coazione morale. Si compilavano liste dei ricchi messi a contributo; problema sempre arduo, a causa del piccolo numero dei chiamati e della gravezza del contributo. Soccorre qui l’istituto forse più originale della finanza ateniese: l’antidosi.

 

 

Il cittadino chiamato ad offrire la liturgia poteva designare un altro cittadino, che egli avesse creduto più atto a sopportare il peso della spesa desiderata. Il designato in seconda poteva rifiutarsi; ma in tal caso era obbligato a permutare il proprio col patrimonio del primo designato, il quale doveva prelevare l’ammontare della liturgia sul nuovo patrimonio così acquistato. Il sistema era ingegnoso, poiché nessun designato in primo luogo avrebbe avuto convenienza ad indicar altri, se la fortuna di questi non fosse davvero stata maggiore della propria. Il sistema, suscitatore di atti emulativi e talora ricattatori, non doveva però essere di piana applicazione, se a poco a poco si riduce a mera forma, e la decisione è, nel quarto secolo a. C., rimessa al giudizio dei magistrati;

 

6)    dazi doganali, che per l’Attica erano del 2% del valore della merce introdotta od esportata o in transito. Nelle città alleate, il dazio fu cresciuto, in un certo momento, al 5% per sostituire l’invisa imposta sugli alleati. La generalità della tariffa dimostra che il dazio non aveva scopi protezionistici e non era incompatibile con il fiorire del commercio internazionale del porto del Pireo. Il dazio si elevava al 10% solo per il transito attraverso al Bosforo;

 

7)    le imposte interne di consumo: diritti percetti sulle vendite al minuto nelle piazze; sulle vendite all’incanto, su quelle di immobili, sulle merci al momento del passaggio attraverso le porte della città; diritto di porto, di pesca, di pedaggio negli stretti ecc.;

 

8)    l’imposta sugli alleati. Si direbbe un vero tributo (foros) pagato dal vassallo a vantaggio del conquistatore; ma durante l’epoca periclea fu un contributo versato dalle città alleate in cifra fissa (460 talenti) per sopperire alle spese comuni della confederazione ateniese. La moderazione del tributo e la sua equa ripartizione persuasero gli alleati a consentire che il provento fosse destinato a coprire non solo le spese delle guerre nazionali ma anche quelle dei grandi monumenti pubblici di Atene, che tornavano a gloria di tutta la Grecia.

 

 

Morto Pericle, l’imposta, più che raddoppiata, provocò, sotto Cleone, grave malcontento tra gli alleati. Dopo l’insuccesso della spedizione siciliana, il foros fu trasformato nel dazio doganale del 5% all’entrata ed all’uscita delle merci nelle città alleate, metodo più elastico e adatto alle mutevoli fortune economiche dei singoli luoghi. Durante la seconda confederazione ateniese, si ritornò all’imposta in cifra determinata, detta syntaxis, fissata dall’assemblea degli alleati e destinata esclusivamente a fini comuni. Il ritorno successivo al foros provocò la rivolta degli alleati e la fine dell’egemonia ateniese;

 

 

9)    le cleruchie, od imposta sugli ateniesi stabiliti nel territorio degli alleati. Ne è incerta la portata e persino la esistenza. In ogni caso, l’emigrazione dei cittadini ateniesi e la loro dotazione con terre situate nel territorio degli alleati liberavano Atene dall’onere del mantenimento di buon numero di poveri;

 

10)  al novero delle entrate straordinarie appartengono le ultime che ancora si devono elencare. E prima l’«argirologia», ossia le indennità o taglie pagate dai vinti. Esse discendevano dal principio che il corpo ed i beni dei vinti appartenessero ai vincitori; poiché il principio era religioso, un decimo del bottino era destinato agli dei. I generali erano scelti non solo per le loro virtù militari, ma anche per l’attitudine a procacciarsi tributi dai vinti. La finanza parassitica ebbe grande importanza in tutto il mondo antico;

 

11)  il tesoro; necessario in tempi nei quali di fatto era sconosciuto o pochissimo usato il ricorso al debito pubblico. Nell’età periclea, si pensò a rendere sacro il tesoro, dedicandolo alla cassa di Minerva, dalla quale poteva essere ritirato, a titolo di mero prestito, solo in circostanze di pericolo gravissimo. Dicesi che l’ammontare fosse giunto a 6000 talenti; e che 1000 fossero consacrati in modo particolarissimo, sotto pena di morte per chiunque avesse proposto di usarlo altrimenti che per sovvenire all’ultimo pericolo della città. Col declino della città, anche il tesoro venne meno;

 

12)  la trierarchia era una particolare specie di liturgia. Il triarca era il comandante della nave; e dall’ufficio suo discendeva l’obbligo di mantenimento di essa, di anticipo del soldo e vitto dell’equipaggio, il cui rimborso era lento ed incerto, di supplemento al soldo ed al vitto. Il peso della trierarchia era attenuato dall’esenzione da ogni altra liturgia, dall’immunità da nuove trierarchie se non trascorso un certo lasso di tempo e dal ricorso eventuale all’antidosi. A poco a poco l’ufficio di comando fu distaccato dall’obbligo finanziario. Si compilarono liste dei triarchi; ma gli iscritti furono appena 700 od 800 su 10.000 ricchi (357-6 a. C. sotto Periandro). Demostene, con lunga campagna oratoria, riuscì a rendere più equa la distribuzione dell’onere. L’istituto ebbe qualche momento felice, quando l’emulazione tra i comandanti delle navi fece sopportare volontariamente oneri superiori alle loro forze, ed un cliente di Lisia si vanta di essere stato, nei nove anni dal 410 al 402, otto volte corego, con un dispendio di 15.000 dramme e sette volte triarca con un sacrificio di 6 talenti; ma poi la invidia politica lo guastò;

 

13)  le epidoseis erano, come le liturgie, una donazione volontaria; ma ne differivano perché erano precedute da un voto solenne ed erano destinate a sopperire ad esigenze straordinarie. Lo spirito patriottico degli ateniesi era nell’età periclea così alto che, se il voto dell’assemblea fissava un minimo ed un massimo ognuno si sforzava di arrivare colla propria offerta al massimo;

 

14)  l’eisfora, od imposta diretta straordinaria, deliberata solo per la copertura di spese di guerra o altrimenti gravi od urgenti e distribuita su tutta la fortuna, mobiliare ed immobiliare, dei cittadini. Pare che essa sia una istituzione post-periclea del tempo democratico e quasi demagogico di Cleone, quando il tesoro pubblico essendo esaurito, fu necessario ricorrere agli estremi rimedi. La materia imponibile, detta timéma, era repartita in symmorie quasi uguali tra di loro; e dentro ogni symmoria, il riparto si operava secondo un «diagramma» nel quale era iscritta la fortuna di ogni symmorita. In questo stadio del riparto, doveva aver luogo un certo controllo vicendevole.

 

 

La eisfora pare fosse proporzionale alla fortuna; ma quando le difficoltà dell’esazione si fecero sentire, l’onere del versamento dell’importo totale fu attribuito ai 300 più ricchi ateniesi, col diritto di rivalsa sugli altri contribuenti. Di fatto, poiché era opinione comune tra gli ateniesi che i ricchi dovessero pagare prima che gli altri, ed in questa opinione anch’essi, per vanità od ambizione o alto sentire, consentivano, non sempre i grandi riuscivano o si curavano di farsi rimborsare dai minori cittadini. Costoro, uomini liberi, invidiosi, potenti nelle assemblee, non di rado sicofanti denunciatori, incutevano timore; sicché i ricchi, minacciati nella vita e negli averi, si adattavano ad accollarsi l’onere delle imposte altrui. L’eisfora era tenuta per più oppressiva della liturgia. In questa il sacrificio pecuniario era compensato spesso dall’onore: il corega durante le feste quasi diventava persona sacra; il triarca comandava la nave. Il contribuente all’eisfora nulla riceveva, se non l’onere di far parte di una classe sempre minore in numero di ottimati, soggetti all’obbligo del tributo e paurosi di coloro da cui avrebbero dovuto farselo in parte rimborsare.

 

 

Il popolo inclinava a pretendere confische; ed i tribunali, più terribili quasi dell’assemblea politica, infliggevano, su accusa di demagoghi e sicofanti, ammende e confische, incomparabilmente più arbitrarie delle imposte. Il ricco, esposto alle calunnie di oratori e di demagoghi, spesso ricattatori, non poteva far assegnamento sulla imparzialità dei tribunali, sfavorevolmente disposti contro una persona agiata la quale non avesse, con la sua prontezza ad offrire spontaneamente, dato prove evidenti del suo patriottismo.

 

 

248. Il quadro della finanza della città greca nelle grandi linee è compiuto. In esso si possono, idealmente, distinguere due sottotipi.

 

 

249. Il primo può dirsi pericleo in senso proprio ed è esempio davvero stupendo della finanza propria dello stato, nel quale la coscienza politica è giunta al suo massimo fiore. Nella tabella «politica» dei fini pubblici desiderati dai cittadini periclei emergono per importanza la sicurezza, la giustizia, la difesa nazionale, la assistenza ai vecchi, ai poveri meritevoli, ai reduci, i grandi lavori pubblici intesi alla gloria eterna della città, i salari agli uomini i quali dedicano tempo e ingegno alla cosa pubblica. Nel quadro delle entrate, hanno peso notevole le imposte sui consumi, in cui è insito un certo elemento di volontarietà, i contributi delle città alleate, deliberati dall’assemblea di esse a pro della cosa comune, le imposte sui non cittadini e le liturgie ordinarie e straordinarie. In queste il senso civico del cittadino ateniese raggiunge altissima espressione; i ricchi vanno a gara nel sobbarcarsi a singole spese, da cui sperano onore a sé e gloria e potenza alla città. Non tutto è volontario nella liturgia; ché la offerta volontaria è stimolata dalla emulazione per i generosi e dal disprezzo del popolo per gli avari.

 

 

La città tocca il fastigio più alto non a causa della finanza da essa condotta, ma la finanza periclea è nel tempo stesso condizione effetto ed indice della città giunta a perfezione politica.

 

 

250. Ma l’equilibrio così istituito fra potenza politica, gloria artistica filosofica e letteraria e finanza chiaramente consentita da tutti, poveri e ricchi, è delicatissimo. Laddove Cimone, ricco e splendido, aveva divelte le siepi dei suoi campi affinché i cittadini potessero coglierne liberamente le frutta ed ogni giorno convitava i bisognosi a pasto frugale ma sufficiente, Pericle, non potendo gareggiare col rivale, ricorse al denaro pubblico per conseguire il favore popolare. Poiché gli scopi perseguiti erano vantaggiosi alla cosa pubblica e Pericle conteneva la spesa entro limiti ragionevoli, la città continuò a prosperare. Ma, già nell’epoca periclea si avvertono i germi di degenerazione e questi si accentuano a mano a mano che la democrazia guidata dagli uomini migliori si muta in demagogia capitanata da meri ambiziosi e guasta da sicofanti. Invece che dall’ambizione e dall’emulazione, i ricchi sono spinti a donare le loro ricchezze alla città dalla paura propria e dall’invidia altrui.

 

 

Nella finanza post-periclea, ai lavori pubblici splendidi, al tesoreggiamento rivolto a tutelare l’avvenire della città, alla cura vigile della difesa, si sostituiscono a poco a poco nei primi posti della graduatoria dei fini pubblici le distribuzioni di frumento a tutti i cittadini, il salario pagato a tutti coloro i quali intervengono nelle assemblee, la distribuzione gratuita degli avanzi di bilancio. Il povero diventa sempre più esigente e pone il proprio ozio a spese altrui al disopra degli interessi cittadini. Nelle entrate, le liturgie perdono sempre più il carattere volontario ed al luogo dell’emulazione e del timore della pubblica disistima sottentra il timore dell’accusa calunniosa da parte di sicofanti armati del diritto di proporre morte e confisca a tribunali popolati di gente mediocre invidiosa. Le imposte straordinarie acquistano gran peso e ne sono fatti responsabili i più ricchi, timorosi di rivalersi sui mediocri, prevalenti nelle assemblee. Agli alleati, invece di contributi liberamente discussi, si impongono forti tributi, rassomiglianti alle argirologie estorte ai popoli vinti. Atene si avvia verso la decadenza, quando le moltitudini schiamazzanti nel foro presumono di potere vivere oziosamente a carico dei ricchi e dei sudditi. Quando la finanza, invece di essere costruita in modo da far sì che i ricchi diventino sempre più ricchi ed i poveri sempre meno poveri e che la rilevanza dei ricchi scemi proporzionatamente a quella dei mediocri e degli umili, è rivolta ad impoverire i ricchi, i poveri vieppiù immiseriscono e sovratutto perdono l’amore al lavoro ed alla città.

 

 

Quando il ricco del Simposio di Senofonte può affermare ai banchettanti di essere giunto a stimare la povertà, alla quale fu ridotto, al disopra di ogni bene; perché, ricco, viveva in continua ansia per i beni e la vita; ed oggi, povero, vive sicuro, non avendo nulla da perdere e sperando di acquistar qualcosa; perché, ricco, pagava imposte alla città; ed oggi, povero, la città, mantenendolo, paga imposte a lui; quando discorsi cosiffatti traducono, anche in parte, lo stato d’animo dei ceti medi, la città decade.

 

 

Sopravvivono nei secoli i monumenti dell’età periclea, ma la città di Pericle è morta per sempre.

 

 

251. La esemplificazione potrebbe prolungarsi. Celebre è il confronto tra gli schemi opposti della finanza borbonica e di quella cavourriana il quale fu istituito nel 1857, con ardente passione politica, da Antonio Scialoia esule in Piemonte e, per dovere d’ufficio, negato da Agostino Magliano, segretario nel ministero napoletano delle finanze.[2] Spoglio di quella passione, il contrasto si può riassumere così:

 

 

  • la finanza borbonica escludeva e quella cavourriana invocava la pubblicità. Non basta la buona onesta gestione del pubblico denaro, di cui i borboni si vantavano; importa che la onestà e la bontà siano sottoposte alla prova della pubblica critica;

 

  • la finanza borbonica preferiva i tributi sui consumi, che erano inavvertiti ed era aliena dai tributi sui redditi, i quali rischiavano di scontentare i ceti medi commerciali e professionali, per abito proclivi alla critica; la finanza cavourriana non temeva di chiamare a contributo palese quei ceti, i quali avevano luogo nel governo e partecipavano alle deliberazioni sulle spese e sulle entrate;

 

  • la finanza borbonica provvedeva alle opere pubbliche atte a dare incremento all’economia del paese entro i limiti dell’aumento spontaneo delle entrate al disopra delle esigenze delle spese ordinarie, sì da far credere che l’opera fosse dovuta a generosità del sovrano; la finanza cavourriana non temeva di anticipare con prestiti l’incremento del gettito tributario e lo provocava con opere di ferrovie, di canali, di navigazione atte a crescere la produttività del lavoro nazionale;

 

  • la finanza borbonica si vantava di assicurare ai suoi popoli un minimo di gravezza di imposta; la finanza cavourriana non temeva di crescere l’ammontare assoluto dell’onere tributario, quando, per il crescere della prosperità nazionale, il margine assoluto di reddito rimasto a disposizione dei cittadini anche esso cresceva.

 

 

252. Lo stesso schema per opposizione di principii opposti si legge, ed in seguito alla medesima esperienza, nelle pagine che Francesco Ferrara aveva consacrato alla pubblica finanza e che solo ora sono venute alla luce. Anche egli, esule dalle carceri borboniche e successore di Antonio Scialoia nella cattedra economica di Torino, è tratto a confrontare la gravezza delle imposte piemontesi e la tenuità di quelle napoletane.[3]

 

 

Io vedo il Piemonte sopraffatto dalle enormità degli aggravi che sta per subire, come conseguenza di una grande impresa fallita [la guerra d’indipendenza del 1848-49]; lo vedo rassegnato e tranquillo, convinto che si tratta di una necessità ineluttabile. Non so, ripeto, se ai tempi dell’assolutismo questo medesimo popolo avrebbe mostrato un’uguale impassibilità; ma so che sarebbe impossibile far pagare con uguale rassegnazione una metà di tanti pesi al popolo di Napoli e di Sicilia, dove un solo uomo è giudice, arbitro, esecutore dei sacrifici ai quali la nazione può essere chiamata (p. 748).

 

 

Che cosa gli uomini sono pronti a pagare a titolo di imposta?

 

 

L’imposta, nel suo puro significato, non sarebbe né un sacrificio propriamente detto, né una violenza esercitata su chi la paga da un potere superiore; sarebbe piuttosto il prezzo, ed un tenuissimo prezzo, di tutti i grandi vantaggi che a ciascheduno di noi lo stato sociale, lo stato organizzato presenta. Divisi l’uno dall’altro, o appena materialmente accozzati, come furono e sono i selvaggi, saremmo, riguardo alla società organizzata, ciò che è l’animale riguardo all’uomo. Lo stato sociale ci difende dalle aggressioni individuali e generali, interne ed esterne, ci assicura il possesso dei beni, ci sviluppa l’intelligenza, ci raffina il cuore, ci dirige le azioni; e dopo aver vegliato su ciascheduno di noi, dal nostro primo vagito sino all’estremo respiro, ci dà l’ultimo e forse il più caro di tutti i conforti, ci concilia coll’idea della morte, assicurandoci che custodirà colla medesima sollecitudine i beni che abbiamo accumulato ai nostri figliuoli e farà rispettare i loro diritti come ha fatto pe’ nostri. Questa immensa utilità di cui l’abitudine ci fa dimenticare l’alta importanza, è frutto di una serie di combinazioni, le quali costituiscono anche esse un travaglio umano, un travaglio che ha un valore, un travaglio che deve essere retribuito. È frutto delle leggi e della loro esecuzione; esige uomini che le pensino, le sanciscano, le facciano rispettare e ubbidire; esige mezzi di coercizione e di facilitazione; armi, truppe, prigioni, tribunali da un lato; strade, edifici, istituzioni, scuole, soccorsi, da un altro; e ciascheduno di questi mezzi, non è creazione spontanea della natura, è opera dell’ingegno e della mano dell’uomo, è travaglio che niuno farebbe se non gli si offrisse un compenso, se non divenisse per lui ciò che è per ogni altro, mezzo di sussistenza e d’industria. Chi può offrire questo compenso? Chiunque ne goda, cioè la società tutta intiera, cioè ciascheduno di noi. Noi che dall’insieme della combinazione sociale ricaviamo sicurezza personale e reale, mezzi di sapere e d’industria, considerazione e soccorsi; noi che invece di vegliare alla custodia della nostra capacità e delle nostre famiglie, riposiamo tranquillamente la notte, lavoriamo il giorno e produciamo i nostri mezzi di vivere; noi abbiamo, non già il dovere, ma il vantaggio di staccare una frazione dei nostri beni e cederla in compenso di chi lavora per noi, di chi fa e fa eseguire le leggi; di chi veglia dietro le nostre porte, di chi offre la scuola ai nostri figli, la strada a chi viaggia, la chiesa a chi prega, l’asilo a chi è povero, l’ospedale a chi è infermo. Eccovi l’idea dell’imposta nella sua purità. Nulla di più legittimo anzi di più volontario. È un contratto fra la maggioranza della società, e quella parte degli uomini che, o per le loro speciali abilità, o per motivi che qui non interessa discutere, rappresentano l’autorità costituita, il governo. È una frazione de’ nostri valori che diamo in cambio delle utilità inerenti allo stato organizzato; e se riflettiamo che, per ciascheduno di noi, il valore è minimo, l’utilità immensa, l’idea del sacrificio quasi sparisce, l’imposta non è più che una delle nostre spese necessarie e meglio calcolate. Lo stesso vocabolo imposta, colla nozione che vi è implicata, di costringimento, di obbligo, di violenza, ci sembra male adoperato e preferiremmo chiamarla non più che semplice contribuzione (I, 551-53).

 

 

Lo schema ideale, nel quale gli uomini quasi volontariamente accettano l’imposta coattiva come premessa necessaria al raggiungimento del fine comune, non sempre si attua. Essa non è sempre «contribuzione»; talvolta diventa taglia pagata ai Ferdinandi spergiuri:

 

 

Al contadino siciliano si dà ad intendere che egli paghi [l’imposta] soltanto per averne in cambio giustizia, mezzi di lavoro, protezione; e invece ne ottiene bastonate, esili, assassini, miseria (I, 553).

 

 

Non solo sotto i Borboni, ma anche negli stati costituzionali l’imposta può essere volta a malo uso.

 

 

Come mai in un governo temperato, un cattivo ministero [può] far ligie al suo volere le camere? trovare deputati e giornali che ne coprano e difendano le colpe e l’incapacità? l’imposta racchiude e spiega tutto l’enigma. L’imposta è la grande sorgente di tutto ciò che un governo corrotto possa speculare in danno de’ popoli; l’imposta mantiene la spia, incoraggia il partito, detta gli articoli dei giornali (I, 553).

 

 

253. In fondo agli schemi i quali sono stati analizzati fin qui, vi ha un pensiero comune: come la tabella mengeriana è premessa accettata della teoria del prezzo dei beni privati perché essa «registra» i gusti degli uomini e la loro relativa importanza, così, tra le tante, ha maggiori titoli all’accettazione come premessa per la teoria dell’imposta quella tabella «politica» la quale meglio delle altre sia frutto della volontà dei cittadini.

 

 

S’intende che vi può essere una volontà, come quella della città post periclea o del governo dei Borboni la quale, anche col mezzo di imposte a tipo di taglia, porta lo stato alla rovina; e vi può essere una volontà, come quella della città periclea o dello stato cavourriano che, grazie ad imposte-contribuzioni, procaccia gloria eterna al tempo ed al luogo in cui si manifestò.

 

 

Il teorico dell’imposta registra quelle due volontà e costruisce le teorie della imposta-taglia e dell’imposta-contribuzione. Lo storico inserisce i due schemi opposti nel quadro delle cause che condussero lo stato alla rovina od alla grandezza.

 

 

Come quella volontà si manifesti è incertissimo. Lo studio, che dovrebbe essere storico e perciò applicato concretamente a dati momenti e tempi, è appena iniziato. Forse il solo saggio notabile insieme per la potenza teorica e la concretezza storica è quello, già citato, di Maffeo Pantaleoni, il quale teorizza la formazione della volontà finanziaria nell’Italia del 1883. Quello schema, conforme alla realtà d’allora, non avrebbe avuto valore cinquant’anni prima e non sarebbe valido ora. Resta un modello per gli investigatori di ogni tempo.

 

 

254. Accanto a questi che si riferiscono ad esperienze storiche passate, merita ricordo lo schema wickselliano di registrazione della volontà dei cittadini rispetto alle pubbliche spese ed entrate[4] sia perché fu composto da un economista di prim’ordine, sia perché dichiara con suggestiva ingenuità quali condizioni dovrebbero essere soddisfatte nei moderni regimi rappresentativi affinché la domanda dei servizi pubblici potesse essere assimilata a quella dei beni e servizi privati.

 

 

Il Wicksell constata:

 

 

  • che le deliberazioni di maggioranza semplice dei parlamenti contemporanei non danno alcun affidamento di registrare la volontà comune o generale dei cittadini. La tirannia di una eccezionale maggioranza parlamentare non è meno «odiosa» di quella delle antiche oligarchie. Egli scriveva in un tempo (1896) in cui la maggioranza spettava ancora, in gran parte, alle classi alte e ricche, le quali sceglievano tipi e grandezza di spesa e tipi di imposte conformi ai proprii interessi e perciò intendeva proporre un metodo che impedisse sovratutto le manifestazioni di egoismo di quelle classi. Ma affermava che l’applicazione di quel metodo era anche nell’interesse delle medesime classi alte e ricche. Il loro predominio politico non poteva durare eterno; ed era opportuno che anche le classi lavoratrici, giungendo al potere, avessero già trovato operante un metodo, il quale, come prima avrebbe tutelato gli umili contro le sopraffazioni dei grandi, così dopo avrebbe difeso i grandi contro gli umili;

 

  • che nessuna spesa pubblica può essere veramente considerata utile alla collettività se non «sia riconosciuta come tale da tutte le classi sociali senza eccezione». Pare al Wicksell palesemente ingiusto «obbligare a partecipare al costo di determinate misure non solo chi non trae da esse alcun vantaggio, bensì addirittura chi ne risente un danno immediato»;

 

  • che la volontà di compiere la spesa non può essere considerata seria se nel tempo medesimo in cui essa è deliberata, non si deliberi altresì intorno al metodo da seguire per la ripartizione sui cittadini del relativo costo. La deliberazione della spesa non può essere dunque scissa dalla deliberazione contemporanea della correlativa entrata; il che soltanto, secondo il Wicksell, rende inoltre possibile quella «unanimità e spontaneità» delle decisioni la quale è la sola garanzia che la spesa sia voluta dall’universale;

 

  • che, nello stesso modo come la deliberazione della sola spesa per sé, astrazion fatta dall’entrata, non è cosa seria, così la deliberazione della spesa a condizione che essa sia coperta da «quella» entrata e non da altre, è praticamente impossibile. Attorno ad una spesa, per quanto bene accetta, non si forma maggioranza, anche semplice, quando la maggioranza sia costretta a collegare la spesa con una data imposta, la quale può essere invisa ai più. Sono però talmente numerose e varie le combinazioni le quali si possono fare di tale e tale spesa con tale e tale entrata, che, se davvero una spesa risponde ad un interesse collettivo, si può essere certi del suo accoglimento.

 

 

Esistono centinaia di modi di ripartire fra le varie classi sociali i costi di una progettata spesa pubblica: dal semplice testatico alle tasse abbastanza simili sulla farina, sul sale, sulle bevande spiritose, ecc., sino all’imposta progressiva sui redditi, sul patrimonio o di successione e sino anche alle imposte indirette di lusso. Sarà quindi sempre possibile teoricamente, ed in modo approssimativo anche praticamente, giungere ad una tale ripartizione dei costi che la spesa relativa, non appena ad essa corrisponda un’utilità superiore ai costi, venga riconosciuta conveniente da tutti i partiti e venga perciò approvata all’unanimità. Se ciò non fosse possibile in alcun caso, si avrebbe così una prova a posteriori, l’unica possibile, che l’attività pubblica in questione arrecherebbe alla collettività un utile non corrispondente al sacrificio necessario, e che essa dovrebbe quindi, razionalmente, essere respinta (p. 95).

 

 

255. La unanimità della decisione, contemporanea per ogni data spesa e per la corrispondente entrata, è l’unico criterio che possa avvicinare la tabella «politica» a quella mengeriana. Se «tutti» sono concordi nel ritenere che la spesa di 1 miliardo di lire per il raggiungimento di un dato fine pubblico è la migliore destinazione, fra le tante private e pubbliche possibili, di quel miliardo è se «tutti» sono parimenti concordi nel ritenere che quella tale imposta, la quale arrecherà ad ognuno un dato onere ben conosciuto e determinato, è il miglior modo di ripartire quel costo, fa d’uopo riconoscere che la tabella «politica» non differisce davvero in nulla dalla tabella mengeriana. Qualunque sia l’imposta scelta, sia pure di testatico o, all’opposto, progressiva in modo da avocare allo stato il 100% del reddito al disopra di un dato livello; se essa è voluta da «tutti», è certo che essa è accettata anche da coloro a cui apparentemente riesce dannosa; ed è perciò certo che anche costoro reputano essere il sacrificio sopportato minore del vantaggio ottenuto dalla pubblica spesa. Il che è precisamente quel che accade per i beni privati. Se un bibliofilo spende l’ultimo migliaio di lire rimastogli per acquistare il libro raro desiderato, chi parla di «avocazione» al libro dell’intiera fortuna del bibliofilo? Contento lui, contenti tutti. Così se il cittadino sacrifica volontariamente sull’altare della patria l’ultimo soldo, chi parla di confisca? Il sacrificio fu voluto da lui e ciò basta.

 

 

256. Caratteristica dell’unanimità e della contemporaneità (fra spese ed entrate singole contrapposte) è l’assenza, per i beni pubblici, così come pacificamente accade per i beni privati, di ogni paragone fra cittadino e cittadino. Non occorre fare il confronto fra i vantaggi differenziali (vantaggio della spesa pubblica meno costo dell’imposta) ottenuti dai singoli; non occorre alcuna condizione di uguaglianza o proporzionalità fra essi. Nessun uomo, quando fa un acquisto, decide di non comprare solo perché, comprando, egli sarebbe avvantaggiato di meno dell’amico o del vicino. Ognuno bada a sé; e compra, se gli conviene. Se poi all’amico o vicino conviene ancor di più che a lui, tanto meglio per l’amico o il vicino. Fanno eccezione alla regola solo i contadini piccoli proprietari, i quali volentieri rinunciano al proprio vantaggio di 1000, purché il vicino non lucri 100; ma tutti sono d’accordo nel dire che un siffatto modo emulativo di ragionare è proprio di ceti peculiari e tende ad obliterarsi persino tra i contadini a mano a mano che si affina la loro capacità raziocinativa economica.

 

 

257. Il sistema wickselliano incontra per fermo, nel pensiero medesimo dell’autore, talune difficoltà rilevanti nella sua applicazione. La prima è la impossibilità in cui si trovano i cittadini, salvo che nei più piccoli cantoni svizzeri, di deliberare direttamente sulla cosa pubblica. La deliberazione avviene sempre a mezzo di delegati, scelti nelle maniere più svariate. Chi garantisce che la volontà dei cittadini sia fedelmente riflessa dalla deliberazione dei delegati? La difficoltà, tuttavia, perde quasi tutto il suo vigore, se si pensa che le deliberazioni debbano essere unanimi. Fra i delegati vi è certamente qualcuno il quale rappresenta i desideri e le volontà delle minoranze più piccole. Per legittima ambizione di potere, per interesse elettorale o proprio, sempre vi ha taluno pronto a farsi innanzi a tutelare l’interesse o le aspirazioni di gruppi minimi di cittadini; sicché, nel do ut des delle deliberazioni collettive, qualunque interesse ha modo di farsi sentire.

 

 

258. La seconda è la impossibilità delle deliberazioni unanimi. Sarebbe, viene spontanea l’obbiezione, un risuscitare il liberum veto del nobile polacco, il quale condusse a rovina la Polonia.

 

 

Il Wicksell ammette perciò che l’unanimità debba intendersi in senso relativo come maggioranza speciale dei due terzi, dei quattro quinti od anche se si vuole, dei nove decimi dei delegati. Una votazione avvenuta a maggioranza così alta è in sostanza uguale alla unanimità. È suggestivo seguire il Wicksell nella esposizione del sistema:

 

 

Ogni proposta di nuova attività dello stato o di ampliamento di attività esistenti proveniente dal governo o da una frazione parlamentare dovrebbe essere costituzionalmente accompagnata da una o più proposte alternative circa la ripartizione dei costi relativi. Le altre frazioni parlamentari dovrebbero quindi introdurre i loro eventuali emendamenti sia per quel che riguarda la spesa da approvarsi, sia per quel che concerne i mezzi destinati a coprirla.

 

Si dovrebbe quindi procedere alla votazione sui singoli emendamenti in parte concordati ed in parte no, all’incirca nel modo seguente:

 

 

Proposta di nuova attività statale

Tipo di imposta correlativo

 

Votazione

 

a

 

b

Proposta principale A

 

c+d

 

e

 

f

 

 

a

Emendamenti A’

e

 

g

 

 

b

Emendamenti A’’

h

i+k

 

ecc.

 

 

Qualora con una di queste votazioni si sia raggiunta la maggioranza necessaria, dei tre quarti, cinque sesti o addirittura nove decimi dei votanti, la vittoria toccherebbe alla relativa combinazione (ad esempio proposta principale A con imposta e, ovvero emendamento A’’ con imposta i+k); se in parecchie di quelle votazioni si ottenesse la maggioranza necessaria, si potrà decidere fra di esse semplicemente ad esempio tenendo conto della maggioranza relativa di voti; se infine nessuna delle votazioni raggiungesse la maggioranza necessaria, si dovrebbe considerare come respinta per questa volta la proposta in questione (p. 68).

 

 

La riduzione od abolizione di talune spese e relative entrate seguirebbe nel medesimo modo. Una piccola minoranza dei delegati, suppongasi un decimo, avrebbe diritto di richiedere la abolizione dell’entrata e perciò della spesa relativa, e toccherebbe alla maggioranza speciale, quando voglia conservare la spesa, mettersi d’accordo nell’approvare un’altra corrispondente entrata.

 

 

259. Il metodo della contemporaneità delle deliberazioni – spesa e relativa copertura – agevola la distribuzione dell’onere di particolari spese a carico di quelle regioni o di quelle classi che dalla spesa traggono particolare beneficio. Se una minoranza di un decimo ha il diritto di mettere nel nulla spesa ed imposta, nessuna regione e nessuna classe ha ragione di sentirsi lesa da essa quando sia approvata. Se tale si sentisse, non avrebbe che da respingere la proposta. E perché la maggioranza dovrebbe rifiutare il consenso ad una imposta che il gruppo interessato è pronto a pagare?

 

 

260. Potrebbe dubitarsi che l’obbligo della contemporaneità delle deliberazioni relative all’entrata ed alla spesa faccia rivivere il sistema dei bilanci speciali, contro il principio fondamentale del bilancio unico prevalente nelle legislazioni moderne. In verità, è pacifico che tutte le spese statali debbano essere soddisfatte dall’unica cassa generale del tesoro e tutte le entrate debbano affluire alla stessa cassa. La creazione di bilanci speciali, grazie a cui determinate entrate affluiscono a pro di un bilancio particolare destinato a sovvenire a particolari spese, dà luogo ad un dilemma dannoso. Se le entrate sono inferiori alla spesa necessaria, il servizio è insufficientemente alimentato e soffre, con danno della cosa pubblica. Se le entrate superano le spese, gli amministratori del bilancio speciale credono di avere diritto ed interesse a spendere tutto ciò che affluisce alla loro cassa. Il denaro pubblico è sprecato, nel momento medesimo in che altri servizi sono insufficientemente dotati. Il controllo sulle entrate e spese è affievolito a causa dell’esistenza di particolari nascondigli, nei quali si accumulano piccoli tesori, che i gestori hanno interesse a sottrarre all’attenzione pubblica. Alla regola aurea che tutto arriva e tutto parte dall’unica cassa del tesoro debbono essere fatte perciò pochissime eccezioni, giustificate da particolari fortissime ragioni.

 

 

Lo schema wickselliano non turba tuttavia l’attuazione del principio del bilancio unico. La votazione simultanea delle entrate e delle spese ha valore puramente costituzionale. Di fatto, il grosso delle entrate e delle spese di ogni stato è eredità del passato e non è argomento di discussione. Non vi sono dubbi, ad esempio, sulla necessità di far fronte al servizio degli interessi e degli ammortamenti contrattuali del debito pubblico. Nessun partito, nessun gruppo si assume la responsabilità di far perdere la faccia allo stato. Lo stesso si dica per il grosso delle spese per la difesa, per la giustizia, per la sicurezza, per l’igiene, per l’istruzione, per le strade, ecc. ecc. Le discussioni ed i dubbi in realtà sorgono al margine: per le nuove spese che taluno vuole introdurre, per le vecchie spese che il tempo ha obliterato e della cui necessità pochi ormai hanno consapevolezza.

 

 

Solo in questo momento ha valore il principio della contemporaneità. Il gruppo il quale propone la nuova spesa, ha l’obbligo di proporre, nel tempo stesso, l’inasprimento di qualche vecchio o la istituzione di qualche nuovo tributo. Il gruppo, il quale male soffre una vecchia imposta, ha l’obbligo di proporre altresì l’abolizione del servizio che originariamente o per deliberazione successiva di carattere costituzionale era stato collegato con quella imposta. Solo in tal modo le deliberazioni hanno carattere di serietà.

 

 

Quando spesa ed imposta siano tuttavia state approvate, il legame tra esse rimane sospeso, sino al momento di una eventuale proposta di cessazione del servizio od abolizione del tributo. Il provento dell’imposta non è assegnato al servizio particolare, ma affluisce nella cassa generale; e questa provvede alle spese del servizio; sia o non bastevole ad esse il provento dell’imposta. Né ciò può far sorgere il pericolo che una spesa sia votata a cuor leggero contrapponendovi una imposta nominale di nessun conto; ché l’onere del servizio dovrà pur essere coperto con altre imposte o con l’uso del maggior gettito delle imposte esistenti; e rimarrà sempre in facoltà di una piccola minoranza di pretendere l’abolizione delle altre imposte o l’attenuazione delle aliquote dell’imposta a gettito cresciuto. Se la maggioranza dei quattro quinti o dei nove decimi delibererà di conservare lo statu quo, ciò vorrà dire che questo è da essa reputato meno dannoso della cessazione del servizio, il quale dovrebbe in caso contrario necessariamente venir meno.

 

 

Fuor dei due momenti iniziale e terminale il collegamento fra entrate e spese vien meno; e la regola del bilancio unico impera sovrana.

 

 

261. Il vero pericolo insito nel sistema della quasi unanimità è l’ostruzionismo. Una piccola minoranza, di un quinto o di un decimo dei delegati, potrebbe impedire il funzionamento dello stato; se ad essa non fossero fatte concessioni forse esorbitanti. Il diritto di veto della minoranza può essere arma perniciosa di ricatto in mano a minoranze prive di scrupoli. Il Wicksell non si turba perciò di soverchio:

 

 

Gli ostruzionismi sono l’arma della disperazione, le vendette meschine di minoranze i cui diritti sono calpestati (p. 128).

 

 

Qui si va alla radice del giudizio intorno allo schema wickselliano. Esso non può presumere di raffigurare la realtà di un momento storico. Sebbene nel pensiero del suo ideatore, esso fosse una proposta di perfezionamento delle costituzioni democratico-rappresentative esistenti nel suo tempo, pare tuttavia contrario all’esperienza storica supporre che un sistema di governo rappresentativo, sia a suffragio ristretto che universale, possa operare alla condizione posta da Wicksell: nessuna spesa e nessuna imposta potersi approvare se non con alta maggioranza speciale. Per potere affermare siffatta possibilità farebbe d’uopo avere osservato qualche luogo o tempo nel quale lo schema sia stato applicato con risultati favorevoli. Poiché siffatta esperienza non è nota, dobbiamo classificare lo schema tra quelli utopistici. Esso merita studio, come ogni altra «utopia», solo in quanto riassuma, in forma schematica, qualche aspetto della esperienza storica.

 

 

262. Lo schema wickselliano può essere considerato, in primo luogo, come l’astrazione teorica di un fatto storicamente reale: la consapevole delegazione della potestà tributaria ad un capo scelto da uomini giunti ad un alto grado di perfezionamento intellettuale e morale.

 

 

Rimanendo sempre nel campo della esperienza storica passata si ebbero nella storia del mondo epoche od attimi felici: l’Atene di Pericle, la città fiorentina in taluni momenti del duecento e del trecento, la Francia di Enrico IV e di Bonaparte primo console, l’Inghilterra di Beaconsfield e di Gladstone, il Piemonte del decennio cavourriano. In quelle epoche il consiglio decisivo spettò alla valentior pars della società; a quelle che Federico Le Play chiamò le autorità sociali e Platone definì nelle Leggi:

 

 

Vi sono sempre in mezzo alle moltitudini alcuni uomini divini, non molti invero, la cui consuetudine è d’un valore inestimabile; essi nascono non più negli stati ben ordinati che negli altri e chi vive negli stati bene ordinati, deve, per terra e per mare, mettersi continuamente sulle tracce di questi uomini incorrotti, in parte per raffermare quanto vi è di buono nelle istituzioni del proprio paese, in parte per correggerle, se v’è qualche difetto. Giacché senza queste osservazioni e ricerche… la perfezione dello stato non è mai durevole (trad. di A. Cassarà, libro XII, V, pp. 398-99; nella collezione dei «Filosofi antichi e medioevali» del Laterza).

 

 

In quelle epoche, per consiglio dei saggi, il comando spettò all’uomo od ai pochi uomini, che colla condotta privata, con l’altezza dell’ingegno, con le opere di pensiero o di azione compiute erano di esempio e di guida alla folla. In quell’attimo la città non sopraffece l’individuo e non lo considerò strumento nelle sue mani per fini posti fuori dell’umanità e l’individuo non suppose di essere estraneo al consorzio dei suoi cittadini, ma vivendo nella città esaltò se stesso e gli altri.

 

 

In quell’attimo gli ottimati dirigenti non furono i plutocrati od i demagoghi, i politicanti parlamentari od i cortigiani servili. Accadde, miracolosamente, ossia per il combinarsi di circostanze svariatissime che solo l’occhio sperimentato dello storico può precisare, che in quell’attimo gli ottimati furono i migliori, fossero essi scelti, come Sully, da un re assoluto, designati, come Bonaparte primo console, dalla vittoria militare, o come Cavour venuti fuori dalle urne elettorali; i migliori, ossia coloro che per conoscenza degli uomini, per esperienza di vita, per altezza d’ingegno, per attitudine al comando ed all’azione potevano guidare la nazione.

 

 

Quegli ottimati non erano quasi mai concordi nei particolari dell’azione, nella scelta dei mezzi per raggiungere il fine. Erano concordi solo nel fine, che era la grandezza della loro patria, raggiunta per mezzo della elevazione degli individui componenti la società. Non concepivano più grande e glorioso lo stato, se migliori non erano i cittadini. Essi erano stati scelti ed erano giunti al sommo del potere perché i cittadini, se non ancora erano fatti buoni, sentivano l’aspirazione al meglio ed istintivamente od ammaestrati da durissime esperienze scartavano i cattivi consiglieri e si affidavano ai buoni.

 

 

Si affidavano, il che voleva dire che ponevano i loro averi e le loro vite in mano ai capi che avevano scelto, sicuri che dalla prontezza della loro volontà di sacrificio sarebbe derivato più tardi vantaggio forse a sé e certamente ai loro figli.

 

 

263. In quegli attimi, v’era unanimità nella deliberazione delle spese e delle entrate pubbliche. Se il meccanismo wickselliano fosse stato legge costituzionale durante quegli attimi, non vi sarebbe stato traccia di ostruzionismo. Ogni volta, per ogni capitolo di spesa e per ogni tipo di imposta si sarebbe trovata la combinazione atta a raggiungere l’unanimità del suffragio. Ciò non sarebbe tuttavia accaduto perché fosse scritto nelle tavole costituzionali, sibbene perché tale era la volontà meditata della valentior pars e questa era seguita dal consenso unanime dei cittadini.

 

 

264. Lo schema utopico wickselliano è, in secondo luogo, l’astrazione teorica di un altro fatto storico, rarissimo, ma non ignoto del tutto. Se per qualche generazione, gli uomini si elevano intellettualmente e moralmente, se non si formano gruppi plutocratici o demagogici corruttori, se qualche dura esperienza ha dimostrato la inutilità delle sopraffazioni di ceti o di classi, se le forze dei ceti sociali sono tra loro equilibrate ed i ceti medi consentono l’ascesa del popolo e fanno da argine al prepotere dei plutocrati, accade, è accaduto che si sia diffusa nel paese l’atmosfera del «compromesso».

 

 

265. Parla il rappresentante ottantenne della terza generazione di una dinastia di economisti e filosofi, la quale ha illustrato la capitale del calvinismo, e cioè la sede di una un tempo intollerantissima tra le religioni protestanti:

 

 

Giovane, ho fatto anch’io le fucilate nel cortile e sulle scale del palazzo di città. Poi, ci siamo rassegnati a non vincere ed a tollerarci a vicenda. Il risultato della nostra vita di compromesso è che noi ginevrini paghiamo imposte forse ignote, per altezza, in altre parti del mondo. Sono contribuente a Ginevra, e, a due passi di qui nella Savoia francese; e pago, proporzionatamente ai redditi rispettivi, tre volte più di imposta a Ginevra che in Savoia. Eppure di pagar tanto di più sono contento. So perché pago. Vedo i servizi che mi sono resi. Ho discusso, direttamente o per mezzo dei miei rappresentanti, soldo per soldo ogni aumento di spesa ed ogni aumento di imposta. Così, dappertutto, nei nostri cantoni. Un mio allievo, ticinese, mi raccontava che nel suo villaggio discussero per anni intorno all’erezione di un’umile fontana pubblica di acqua. Alla fine tutti erano persuasi. Anche coloro che non son persuasi, accedono, dopo la deliberazione della maggioranza, all’opinione altrui e la fanno propria. La «accessione» della minoranza all’opinione della maggioranza è la vera sanzione della spesa pubblica. Sono convinto che solo così le spese pubbliche sono tempestive ed utili alla collettività.

 

 

266. Così parlava il saggio. Dalle sue parole riterrò solo quella di «accessione». Lo schema wickselliano può passare dal terreno dell’utopia in quello della realtà operante quando una combinazione eccezionale di circostanze storiche ha creato l’atmosfera del compromesso e dell’accessione. Compromesso, che vuol dire persuasione a poco a poco divenuta generale che nessuno dei ceti sociali, dei gruppi economici, delle correnti di pensiero ha tanta forza di vincere del tutto gli altri; sicché, nella discussione dei contrastanti punti di vista, della scelta da farsi tra fini e mezzi, ogni gruppo è indotto ad abbandonare la parte più caduca della propria tesi ed a ridursi all’ultima trincea del nucleo essenziale di essa, il quale non può essere abbandonato senza rinunciare alla propria ragion d’essere. All’ultimo, prevale la maggioranza. Ma la maggioranza sa che la sua vittoria non sarebbe durevole se essa non fosse seguita dalla accessione della minoranza. Avvenga con o senza votazione formale, la decisione è di compromesso solo quando è seguita dalla accessione; quando cioè la minoranza, a compromesso avvenuto, fa propria la tesi della maggioranza, nel senso di dare opera alla sua attuazione con la stessa lealtà e la medesima fede come se la tesi fosse sempre stata sua.

 

 

Perché vi sia accessione, è necessario che la maggioranza non spieghi tutta la forza di cui è capace; fa d’uopo si arresti cioè al punto nel quale la vittoria del proprio ideale, la consecuzione del proprio fine vorrebbe dire distruzione e rovina o anche solo gravissimo nocumento per il vinto. Se la maggioranza è capace di così trattenersi sulla via del trionfo sui concittadini, il suo trionfo è compiuto, perché si trasforma nel volere concorde di tutti, vincitori e vinti.

 

 

267. In questo quadro storico muore l’imposta e nasce la «contribuzione»che avevano vagheggiato i fisiocrati[5] e Francesco Ferrara. È necessario dire che l’orgoglio col quale il saggio di Ginevra mi parlava delle altissime contribuzioni da lui pagate, e quello col quale Antonio Scialoia additava ai napoletani quelle, pur alte, consapevolmente pagate dai piemontesi del tempo di Cavour sono fatti rari nella storia?

 

 

268. Wicksell poneva un meccanismo costituzionale nel luogo dove deve essere collocata l’esperienza storica. Per sé, il meccanismo costituzionale è il nulla. L’ho ricordato solo per chiarire come sia eterna nei teorici la aspirazione ad estendere il dominio della tabella mengeriana dal campo della vita privata a quello della vita pubblica. Il paradosso supremo della imposta e cioè la inapplicabilità della tabella mengeriana alla finanza e la necessità di trovare ad essa un surrogato sono alla radice degli schemi «politici» dell’imposta. La maggior parte degli schemi che si possono astrarre dalla esperienza storica sembrano dar ragione a coloro i quali, come Marx, li proclamano frutto esclusivo degli interessi della classe economicamente dominante o, come Pareto, derivazioni pseudo logiche messe avanti dai gruppi politici governanti. Ebbero però esistenza storica anche gli schemi della città periclea, del decennio cavourriano, della finanza di compromesso con accessione. Bastano queste esperienze per dare, in materia tributaria, diritto di cittadinanza a schemi proprii in apparenza della città ideale. Sono essi, tuttavia, meri schemi di «utopie» sogni chimerici di quel che «dovrebbe essere» o leggi storiche della realtà che «è» e vive ed opera? Pure qui, nell’umile campo dei tributi, si rinnova l’eterna contesa fra l’essere e il dover essere, fra il reale e l’ideale, fra quel che si vede si tocca e pesa su di noi e la meta invisibile diuturnamente forse vanamente perseguita alla quale l’animo nostro aspira. V’ha taluno il quale nel mondo vede solo oppressi ed oppressori, classi soggette e classi dominatrici; e crolla tristemente il capo a sentir parlare della ragione come della regolatrice delle cose umane. Ognuno di noi è costretto talvolta dall’esperienza vissuta e contemplata a far propria la trista disperata conclusione. Nelle teorie messe innanzi a spiegare il perché degli accadimenti umani, e, nel campo nostro tributario, il perché delle imposte esistenti, siamo spesso forzati a vedere solo strumenti pseudo-logici utili a coonestare il fatto bruto dell’imposta prelevata a carico dei dominati a vantaggio dei dominatori. Poiché le imposte sono, in ogni tempo e luogo, quelle che sono, queste soltanto, si pensa, importa studiare, di queste analizzare il meccanismo, di queste conoscere le ragioni d’essere e gli scopi a cui servono. Importa conoscere i sentimenti ed i ragionamenti i quali furono alle radici delle imposte che furono e sono, non di quelle che possono essere costrutte sulla base della pura logica. Può darsi che i ragionamenti addotti dai legislatori a spiegare questa o quella imposta esistente siano pseudo-ragionamenti, può darsi che in fondo alla «formula politica» (Mosca) od alla «derivazione» (Pareto) addotta nei documenti legislativi a spiegare quell’imposta si trovi il nulla logico, può darsi che formule e derivazioni siano mere «illusioni» (Puviani). Che monta? La «scienza» si occupa delle imposte «che sono» non di quelle «che mai non Furono», scruta le leggi dei «fatti» non delle «utopie»; vuol giungere alla conoscenza delle origini e delle variazioni degli istituti che esisterono nel passato ed esistono oggi, non di quelli che sono scritti sulla carta dei loici. Poiché la finanza periclea ebbe realmente vita, essa deve essere studiata, uno tra i mille e mille fatti empirici dei quali gli annali umani conservano il ricordo; ma poiché le finanze di Dionigi il grande e di Cleone il demagogo occupano negli annali medesimi ben più lungo e ripetuto corso di tempo, le leggi delle finanze di Dionigi e di Cleone, della finanza monopolistica (De Viti) e di quella demagogica, debbono essere studiate con ben maggior attenzione di quelle delle finanze di Pericle, del capo scelto dalla volontà unanime e spontanea del popolo. Quella è la realtà quotidiana di tutti i tempi e di tutti i luoghi, questa è la realtà dell’attimo fuggente. La «scienza» deve pesare i fatti secondo la loro importanza effettiva e dare ad ognuno di essi il luogo che essi in verità hanno avuto ed hanno nella storia degli uomini: una pagina a Pericle ed un volume a Dionigi ed a Cleone.

 

 

269. Ebbene no. Questa è falsa storia ed è falsa teoria. I fatti accaduti non si misurano in ragion del tempo da essi occupato, dello spazio a cui si estesero, dei popoli che ne furono attori o spettatori. Vi è tal fatto che vale milioni di altri fatti di uguale e maggiore dimensione nel tempo e nello spazio. Tra la breve predicazione di Cristo ed il lungo ed agli occhi dei contemporanei fortunato e glorioso reggimento di Filippo II o di Luigi XIV vi è l’abisso. Quella predicazione mutò veramente le sorti del mondo, fece gli uomini diversi da quel che erano; quei gloriosi reggimenti a malapena riuscirono ad increspare le lievi onde della storia di una parte d’Europa. Potenti ed umili, sapienti e semplici, raffinati e primitivi, buoni e malvagi ricordano e ricorderanno nei secoli la parola di Cristo, laddove di Filippo II e di Luigi XIV leggono gli scolari nei libri di testo e discorrono dottamente gli storici, ma forse col tempo non discorreranno neppur più. I massacri di settembre, gli ultimi giorni di Maria Antonietta, la fuga di Varennes, gli affogamenti di Nantes, il mistero di Luigi XVII e di Naundorff hanno fornito e forniranno materia inesausta a libri eruditi commoventi appassionanti alla Lenotre; ma lo storico indugerà nei secoli a studiare il movimento di idee e le trasformazioni sociali che condussero alla dichiarazione dei diritti dell’uomo. Noi leggiamo con interesse vivo in Le Pesant de Boisguillebert, in Vauban, in Pompeo Neri le notizie particolari delle disuguaglianze nel reparto delle imposte a pro dei potenti, dei nobili, del clero, delle città contro i deboli, i plebei, i contadini; ma perché quelle notizie non sono mera cronaca delizia degli eruditi e gioia degli amatori di tempi perduti? perché Boisguillebert e Vauban e Neri le innalzarono a ragion di critica contro gli ordinamenti effimeri della decadente monarchia francese e della Lombardia spagnuola, perché sotto i colpi del loro ragionamento quegli ordinamenti, che pure erano un fatto, vennero meno ed al loro luogo trionfò l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini dinnanzi all’imposta.

 

 

270. Esiste dunque una gerarchia nei fatti accaduti; e non è né storico né teorico chi non la sa vedere. La gerarchia esiste anche in quell’umilissima categoria di fatti accaduti che si dicono di imposte e di finanze. Anche essi, sebbene attinenti al «vil metallo» hanno una propria varia dignità. Lo storico e il teorico non sono liberi di dare ad ogni imposta, ad ogni sistema di finanza, ad ogni schema di provvista dei mezzi necessari alla cosa pubblica lo stesso peso. Fa d’uopo cercare attraverso la rude corteccia del fatto bruto, dell’imposta empiricamente esistente in ogni tempo ed in ogni paese il nocciolo essenziale, l’idea informatrice, la meta ultima. Se noi, per un istante, chiamiamo «periclea» la finanza ideale, e «quotidiana» quella corrente di fatto nei diversi tempi e luoghi, dico che lo storico il teorico deve sovratutto avere lo sguardo rivolto alla finanza periclea.

 

 

La finanza «quotidiana» è la finanza a cui gli uomini debbono diversamente ubbidire nei diversi luoghi e tempi. Debbono ubbidire perché l’ordine politico e la convivenza sociale sarebbero distrutti se gli uomini non ubbidissero con pienezza di ossequio alle leggi vigenti. Essa è un fatto, degno di studio e di meditazione. Giustamente i trattatisti ne indagano le leggi empiriche, riconnettendola ai miti, alle formule, alle derivazioni invalse nella comune opinione del tempo ed interpretandola in base all’ordinamento generale del diritto pubblico e privato. Ma essa, la finanza «quotidiana» è un fatto apparente, precario, transeunte. È materia bruta alla quale non può essere data vita perenne da meri miti, formule, derivazioni, opinioni invalse e costruzioni giuridiche.

 

 

Accanto ad essa, la finanza «periclea» sembra priva di sostanza, sogno utopistico; ed è invece la realtà vera. Nel cuore degli uomini essa è la sola viva. Di fronte all’altra, essa è giudice ed esecutrice delle alte opere di giustizia. L’imposta «quotidiana» deve presentarsi alla sbarra del tribunale della «contribuzione» fisiocratica e ferrariana (cfr. sopra paragrafi 252 e 267); e lì deve rassegnarsi ad essere giudicata. Gli uomini, quando ragionano dell’imposta «quotidiana» e discutono se essi debbono conservarla o riformarla o mutarla, hanno fisso dinnanzi agli occhi della mente l’ideale pericleo. Anche se essi sono in apparenza mossi a riformare o distruggere da un altro mito tributario, in verità così fanno perché sono rosi dal dubbio logico. Il demone della ragione turba il loro senso di ubbidienza agli ordini correnti e li persuade a confrontare il fatto quotidianamente sofferto e l’ideale intravisto; ed essi, riconoscendo il fatto calante in confronto all’ideale, lo vogliono mutato ed alla lunga lo mutano.

 

 

Il mutamento ha luogo attraverso tentativi faticosi di avvicinarsi a quell’ideale di finanza periclea che già aveva fornito le armi logiche per negare il fatto bruto esistente. La nuova realtà la quale verrà fuori dal contrasto tra la finanza «quotidiana» e quella «periclea» non sarà in tutto questa, forse sarà da essa diversa e lontana. Talvolta accade che, al termine del conflitto, la nuova realtà sia inferiore a quella abbattuta, inferiore perché più lontana dall’ideale pericleo. Ma questa resta la meta alla quale gli uomini, attraverso sforzi ripetuti, non di rado vani, tendono. Essa è dunque, nel tempo stesso, strumento di critica perenne contro la finanza quotidiana e meta verso la quale gli uomini camminano.

 

 

271. Lo sforzo di attuare la finanza periclea, la ottima imposta, si applica, oltreché agli istituti fondamentali, a quelli peculiari dell’ordinamento finanziario. Lo storico di grande marca studia le cause finanziarie della decadenza dell’impero romano, della rivolta delle tredici colonie americane contro l’Inghilterra o della rivoluzione francese. Il modesto storico della finanza si attarda con predilezione nell’indagare perché l’imposta a superficie si sia a poco a poco trasformata in imposta a decima e questa in quella sul prodotto netto; vi si attarda perché vede in siffatte mutazioni l’idea corrodere invincibilmente il fatto antico e mutarlo nel fatto nuovo. L’imposta primitiva di lire dieci, suppongasi, per ogni jugero o giornata o campo fu accettata dagli uomini finché essi pascolavano o coltivavano jugeri gli uni simili agli altri, i migliori tra i pascoli o tra i campi esistenti. L’intelletto umano vedeva il fatto razionale nel fatto bruto e ad esso si inchinava. Quando, moltiplicandosi gli uomini sulla terra, dovettero essere pascolati o coltivati terreni inferiori, la ragione reputò iniquo che i terreni cattivi dovessero pagare 10 lire per ogni jugero al pari dei buoni; e reputò ancora più iniquo, che in conseguenza di siffatto modo di pagare tributo, talun privato si locupletasse senza vantaggio della cosa pubblica. Infatti se tutti gli jugeri pagano 10 lire; ma il peggior jugero che deve essere messo a cultura per soddisfare il bisogno di cibo della popolazione frutta 5 sacchi, ecco il costo del frumento prodotto sullo jugero peggiore crescere, a causa dell’imposta, di 2 lire a sacco; e, poiché nessun sacco di frumento può essere sul mercato venduto a prezzo diverso da quello di ogni altro sacco, ecco il prezzo di tutto il frumento, tratto dai terreni buoni, da quelli mediocri e da quelli cattivi, crescere di 2 lire a sacco. Epperciò il proprietario del buon terreno dai suoi 20 sacchi cava 40 lire di più, e quello del terreno mediocre dai suoi 10 sacchi 20 lire di più; ma poiché tutti, buoni mediocri e cattivi, versano allo stato ugualmente 10 lire, il proprietario del terreno buono resta con un guadagno di 30 lire e quello del terreno mediocre di 10 lire. Laddove il proprietario del terreno cattivo versa quanto riscuote e nulla guadagna. Perché? chiede l’uomo ragionante. Perché lo stato deve ricevere solo 10 e 10 e 10 lire; ed i consumatori del frumento prodotto nei 3 campi debbono pagare, a causa dell’imposta, 40 e 20 e 10 lire di più di prima? Perché le differenze di 30 e 10 lire debbono essere serbate dai proprietari dei terreni migliori e mediocri? Quale pubblico servigio hanno essi reso alla comunità per meritare tanto guiderdone?

 

 

Poiché dinnanzi al tribunale della ragione la risposta non viene od è reputata calante, il fatto «imposta a superficie» cessa di essere un fatto. Al luogo suo, sottentra, fatto nuovo, l’imposta a decima. Ogni jugero pagò in ragione del proprio prodotto: il terreno buono che produceva 20 sacchi di frumento fornì allo stato 2 sacchi; il mediocre, producendone 10, diede 1 sacco e quel cattivo che ne produceva 5, diede mezzo sacco solo.

 

 

Finché la ragione fu appagata, il sistema durò. Ma venne il giorno, in che un coltivatore meditante pensò di arare più profondamente il campo o di ammendarlo con marne o di arricchirlo con concimi forestieri o, spianatolo, di irrigarlo. Il terreno che fruttava 10, rese 30 sacchi. Ma le opere assoldate e le altre spese necessarie alla cultura invece di assorbire 2 sacchi su 10 ne assorbirono 15 su 30. Al coltivatore convenne tuttavia migliorare perché invece di 8 restò con 15 sacchi di prodotto netto. A questo punto, il metodo tenuto dallo stato nel prelevare l’imposta parve però a lui di nuovo iniquo. Prima, quando tutti lavoravano con l’aratro a chiodo e si contentavano, per migliorarla, di lasciar riposare la terra per un anno o due, il costo proporzionale del produrre sia 20, che 10 che 5 sacchi sulle tre qualità di terreno era moderato ed uniforme. In una società agricola patriarcale, anzi, un costo quasi non esisteva. Il prodotto era, per la famiglia lavoratrice, lordo e netto nel tempo stesso, tutto essendo remunerazione del lavoro prestato dalla famiglia. Quando, coll’intensificarsi delle culture, fu d’uopo ricorrere ad opere estranee alla famiglia, ecco il produttore tardigrado ottenere solo 10, ma, come si disse, spendere anche solo 2; e l’avventuroso spendere 15 per ottenere 30. Il primo seguita a dare allo stato 1 sacco su 10, laddove il secondo ne deve dare 3 su 30. Ma il primo, in verità, dà in tal modo 1 sugli 8 sacchi che gli restano netti da spese ossia il 12,50%, ed il secondo dà sui 15 a lui restanti, il 20%. Ecco premiato l’infingardo e punito il diligente ed intraprendente.

 

 

Di nuovo, la disuguaglianza ed il danno non sanno giustificar se stessi quando sono tradotti dinnanzi al tribunale della ragione; e nuovamente perciò il fatto «imposta a decima» cessando di essere un fatto, diventa un’ombra nel mondo che fu; ed al luogo suo sottentra il fatto nuovo «imposta sul prodotto netto».

 

 

Le trasmutazioni non sono chiuse a questo punto; anzi seguono continue e varie e ricche. I tipi più diversi di imposte: personali e reali, ad aliquota costante o progressiva, sul reddito o sul capitale, periodiche o saltuarie, sui vivi e sui morti, sui consumi e sui guadagni, sulla generazione presente e su quelle avvenire, sui redditi normali o su quelli di eccezione si combattono e si alternano. Ogni istituto od ogni metodo tributario ha tuttavia vita precaria; anzi non è propriamente in se stesso vivo, traendo speranza di continuità solo dalla propria conformità a ragione. Nessuno di essi è sicuro di sé, se non sappia rendere conto di sé all’unico giudice che in siffatta materia avvinghia e manda ed ha nome «ragione».

 

 

272. Perciò dico che il vero oggetto della «scienza» finanziaria non è il fatto precario dell’ieri o dell’oggi o del domani, ma è l’ideale che la ragione umana contempla quando guarda ai fatti correnti. Il fatto quotidiano è l’ombra che passa, l’ideale è la sola realtà eterna. Perciò dico ancora che la vera realtà non è la finanza quotidiana, ma l’ideale finanza periclea. La finanza quotidiana è la cianfrusaglia dell’aneddottame cronachistico, è la delizia dell’erudito, è la materia molle delle comparazioni fra stati e tempi diversi, è il terriccio fecondo nel quale germinano doviziose le «nuove» generalizzazioni utili alla conquista delle cattedre universitarie. La diremo dunque sola e vera realtà, solo e vero «fatto» degno di studio? Ohibò! Fatto vero quello che oggi è e domani muore, quel che ad un urto della fantasia del politico di genio o del ragionamento implacabile dell’uomo di studio cade a terra in frantumi! Se così piace, ammettiamo la esistenza di entrambi i fatti: sia della finanza quotidiana come della finanza periclea; ma a gran distanza l’uno dall’altro. Il primo è ombra di realtà che par viva; il secondo è la sola realtà vivente. Il primo è materia bruta caduca, il secondo è spirito perenne. La finanza quotidiana è un composito di «imposte» che gli uomini «debbono» pagare; la finanza periclea è la «contribuzione» di cui gli uomini dicono: «voglio» pagarla.

 

 

A far pagare coattivamente imposte son buoni i reggitori qualunque. Ma il capo scelto dalla valentior pars dei cittadini, l’uomo divino di Platone intende elevare i mortali dalla città terrena alla città divina, dove la parola «imposta» è sconosciuta, perché tutti sanno la ragione ed il valore del sacrificio offerto sull’altare della cosa comune.

 

 



[1] Il quale l’aggiunge ai tre tipi della finanza regia, satrapica e cittadina analizzati nelle «Economiche» del pseudo-Aristotile. Vedi la larga esposizione che dei risultati ottenuti da Andréadés fa Athanase I. Sbarounis in André M. Andréadés, fondateur de la science des finances en Grèce, Paris 1936, pp. 27-29. Cfr. anche i capitoli dal quarto al sesto del libro di Charles J. Bullock, Politics, Finances and Consequences. A study of the relations between Politics and Finance in the Ancient World, Mass., Cambridge 1939; ed i capitoli sesto e settimo del libro terzo della Storia dei greci dalle origini alla fine del secolo V di Gaetano De Sanctis, Firenze 1939.

[2] Un riassunto del dibattito si può leggere in una nota: «Di una controversia tra Scialoia e Magliani intorno ai bilanci napoletano e sardo», nel quaderno del marzo 1939 della «Rivista di storia economica», pp. 78 sgg.;dove è ricordata anche la bibliografia. Il segretario Magliano è, col nome di Magliani, meglio conosciuto come ministro delle finanze durante parecchi ministeri Depretis dal 1877 al 1887.

[3] Francesco Ferrara, Lezioni di economia politica. Opera pubblicata per iniziativa dell’Istituto di politica economica e finanziaria della R. Università di Roma, e cioè per merito di Alberto De Stefani (Bologna 1934-35). Il trattato della finanza è contenuto nel vol. I, pp. 551-765. Lo schema che ci interessa è tratteggiato a pp. 747-49,551-54, e fu con larghi estratti riassunto nel mio Francesco Ferrara ritorna, in Nuovi saggi, Einaudi, Torino 1937, pp. 398 sgg., e di nuovo in Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche. Edizioni di storia e letteratura, Roma 1953, pp. 27 sgg.

[4] Knut Wicksell, Finanztheoretische Untersuchungen, Jena 1896. Il secondo saggio: Ueber ein neues Prinzip der gerechten Besteuerung e principalmente i paragrafi IV, V, VI ed VIII interessano l’argomento trattato nel testo. Il saggio è tradotto per intiero nella «Nuova collana di economisti stranieri e italiani», vol. IX, pp. 68 – 129.

[5] Cfr. per una esposizione di quella che ritengo essere la sostanza della teoria fisiocratica dell’imposta, ben diversa dalla caricatura di essa che i fisiocrati medesimi divulgarono col nome di imposta unica sulla terra, il mio saggio Contributi fisiocratici alla teoria dell’ottima imposta, in «Atti della reale accademia delle scienze di Torino», vol. LXVII, 1931-32, rielaborata in The Physiocratic Theory of Taxation, in Economic Essays in Honour of Gustav Cassell (London 1933), pp. 129-42. Ristampato nella edizione del 1940 degli Scritti di economia e finanza, edizione del 1941, Einaudi, Torino, saggio ottavo, pp. 332-61.

Il supremo paradosso tributario

Il supremo paradosso tributario

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 236-258

 

 

 

 

219. Chi ricordi lo schema usato nel capitolo sesto (par. 153, p. 155) per sgonfiare il pallone dei sommi principii utilitaristici, può credere che io abbia voluto altresì negare valore ad un altro schema, detto comunemente tabella di Menger; e può credere perciò che io abbia voluto con quei ragionamenti dichiarare illogica l’applicazione alla pubblica finanza di uno schema pur reputato universalmente utile strumento nella interpretazione dei fatti economici. In verità, se la tabella di Menger è strumento assai meno fecondo per il finanziere di quanto non sia per l’economista, esso non è tuttavia inutile e sovratutto è profondamente diverso dallo schema posto a fondamento dei confutati sommi principii utilitaristici.

 

 

Se chiamiamo benthamiana[1] quella della distribuzione ugualitaria dell’imposta, le due tabelle possono essere messe l’una accanto all’altra:

 

 

I. Tabella Benthamiana

o schema della distribuzione ugualitaria dell’imposta

in una società di tre contribuenti

 

 

X

1

IX

2

2

VIII

3

3

3

VII

4

4

4

VI

5

5

5

V

6

6

6

IV

7

7

7

III

8

8

8

II

9

9

9

I

10

10

10

Tizio

Caio

Sempro

nio

 

 

I numeri romani indicano le successive dosi uguali di ricchezza possedute da ogni contribuente; i numeri arabici i gradi di importanza attribuiti ad ogni dose.

 

 

220. Dimostrai già che lo schema I è frutto della ragion raziocinante del dottrinario. Volendo repartire la imposta in una data maniera, da lui reputata ottima, costui suppone che: 1) i contribuenti della immaginaria società siano tutti modellati su di un uomo medio e 2) attribuiscano alla prima dose di ricchezza da egli posseduta ugual grado di importanza, ad es. 10; 3) il grado 10 di Tizio sia uguale al grado 10 di Caio e a quello, pur 10, di Sempronio; 4) essi attribuiscano alla seconda dose di ricchezza ugual grado di importanza, ad es. 9; e che il 9 dell’uno sia uguale al 9 dell’altro; 5) e così via dicendo sino ad esaurimento di tutta la ricchezza posseduta dai tre consorti.

 

 

Confortato da questa bella architettura, il dottrinario utilitarista procede a costruire il suo schema di distribuzione dell’imposta.

 

 

Ma è schema che il vento disperde, perché: 1) la scala dei gradi di importanza delle dosi successive di ricchezza varia da uomo a uomo ed è bizzarramente varia; 2) i gradi di importanza sono meri indici comparativi validi per ogni uomo, ma non paragonabili da uomo a uomo, ed il 10 di Tizio non solo non è uguale al 10 di Caio, ma, non esistendo alcun strumento adatto a paragonare la relativa sensibilità di Tizio con quella di Caio o di Sempronio, nessuno può dire di quanto sia maggiore o minore; 3) se anche nel metodo di ripartizione dell’imposta in base al sacrificio «proporzionale» non è necessario far confronti fra individuo ed individuo, è necessario però ricorrere alla confessione del contribuente all’orecchio del procuratore alle imposte. Poiché nessuno immagina che siffatte confessioni auricolari siano fededegne, l’imposta cede il luogo alla oblazione volontaria, insufficiente a provvedere alle esigenze degli stati moderni (cfr. sopra par. 162).

 

 

221. Lo schema II (tabella mengeriana) è invece dedotto dall’osservazione. Esso non si riferisce ad una collettività di individui, ma ad un individuo solo. La tabella mengeriana vuole soltanto raffigurare il modo di operare di un uomo il quale, nell’intervallo di tempo considerato, abbia la disponibilità di un certo numero di unità di numerario (moneta o generica potenza d’acquisto). Suppongasi che ogni dose od unità (I, II, III ecc.) di ognuno dei beni desiderati (A, B, C ecc.) sia rappresentata da un quadratino e possa acquistarsi sul mercato con una unità di numerario. Perché lo schema sia senz’altro evidente[2] basta immaginare che ognuno dei beni A, B, C ecc., desiderati dall’uomo possa essere frazionato in unità abbastanza piccole da essere acquistabili con la unità di numerario. Spesso non è così; ma sono varii gli espedienti con i quali il fatto reale può essere avvicinato al fatto ipotetico. Si può ingrossare alquanto l’unità del numerario, pensando in biglietti da 100 o 10 lire invece che in dischi da 1 lira o da 1 soldo. Se l’acquisto di una casa è cosa troppo grossa per contanti, la si può frazionare nel tempo in opportune annualità o mensilità; od addirittura la comune degli uomini fa a meno di acquistare la casa, e si contenta di affittarla, pagando il canone di fitto a semestri, a trimestri, a mese, a settimane e puranco, stando all’albergo, a giorni. Si può allungare il tempo considerato, e pensare, invece che alla distribuzione della spesa giornaliera, a quella della spesa mensile od annua o forsanco decennale.

 

 

II. Tabella mengeriana

o schema della distribuzione della ricchezza

posseduta da un individuo

 

 

X

 

1

 

IX

 

2

1

 

VIII

 

3

2

1

   

VII

 

4

3

2

1

VI

 

5

4

3

2

1

   

V

 

6

5

4

3

2

1

IV

 

7

6

5

4

3

2

1

 

II

 

8

7

6

5

4

3

2

1

 

II

 

9

8

7

6

5

4

3

2

1

 

I

 

10

9

8

7

6

5

4

3

2

1

A

B

C

D

E

F

G

H

I

L

 

 

Ognuno compie quella distribuzione del numerario posseduto oggi o previsto disponibile per domani o per un tempo avvenire che a lui medesimo sembri offrire il soddisfacimento migliore dei suoi desideri, quelli effettivi, che egli sa o prevede di poter soddisfare col numerario posseduto oggi o previsto disponibile per l’avvenire.

 

 

I beni che si presentano all’occhio dell’uomo nell’unità di tempo da lui preferita sono beni presenti o beni futuri. L’uomo cioè può destinare parte del suo numerario al soddisfacimento, con beni presenti, di bisogni presenti (pane, vino, casa, vestito, libro ecc.); e parte al soddisfacimento di beni futuri. In questo secondo caso si dice che egli risparmia, ossia, direttamente o mediatamente, acquista beni strumentali (materie prime, macchine, campo, albero, ecc.) che si trasformeranno in un bene diretto consumabile in un tempo futuro. L’uomo è libero di fare del proprio numerario la distribuzione da lui ritenuta più opportuna. La distribuzione scelta da Tizio sarà dunque, poco o molto, diversa da quella di Caio; e questa da quella di Sempronio.

 

 

La tabella mengeriana non contraddice affatto la varietà dei gusti individuali; non mira a dare uniformità a ridurre a tipi medi le svariatissime distribuzioni operate dagli uomini. Le accetta tali quali sono. Essa non dice neppure che A sia, per tutti, il bene «pane»; e B sia, per tutti, il bene «vestito» ecc. ecc. Anche qui, essa accetta le incarnazioni effettive deliberate dai singoli uomini delle lettere dell’alfabeto nei beni più svariati: A, che per Tizio è «pane», per Caio può chiamarsi «vino», per Sempronio «bicicletta» e per Mevio un’edizione rara di Ariosto o di D’Annunzio. V’ha chi rinuncia a mangiare, pur di acquistare il libro prediletto ovvero andare in loggione a sentir musica di Verdi o di Wagner. Ciascuno ha i suoi gusti, e buon pro gli facciano. Il mondo è bello perché è vario. La tabella di Menger, impassibile, registra tutto.

 

 

222. Codesta ragionevolissima tabella dice soltanto: se l’uomo è razionale, – ma basta possegga, per meritare quella lode, un minimo di buon senso – non accadrà mai che egli, possedendo, ad esempio, una sola unità di numerario, acquisti una prima dose del bene B, quando potrebbe acquistare una prima dose del bene A. Il nostro uomo rifiuta di comportarsi illogicamente, perché egli stesso, proprio lui e non altri, attribuisce alla prima dose del bene B un grado di importanza 9, laddove attribuisce il grado di importanza 10 alla prima dose del bene A. Anche il bambino, al quale, a torto od a ragione, piace più il cavallo di legno che il soldatino, condotto dalla mamma nella bottega dei giocattoli, destina la sua liretta a comprare il cavallo di legno e rinuncia al soldatino. Nello stesso momento e nella stessa bottega, un secondo bambino acquista il soldatino e disprezza il cavallo di legno.

 

 

Se il nostro uomo invece di una possiede due unità di numerario, si troverà un po’ imbarazzato. Ché, dopo acquistata con la prima unità di numerario una prima unità di A col grado di importanza 10, egli, provvisto oramai di una sola unità di numerario, si trova come l’asino di Buridano dinnanzi ad una seconda unità di A e ad una prima unità di B, le quali hanno per lui una importanza pari ed uguale a 9. Come l’asino imbrocca una via piuttostoché l’altra se a correre alla cieca lo spinga la puntura di un tafano, così l’uomo si decide sulla base di qualche imponderabile. Se egli possegga 3 unità di numerario, non occorre il tafano o l’imponderabile la seconda e la terza unità di numerario saranno destinate ad acquistare una seconda dose di A ed una prima di B. Qui viene in scena il teorema più importante della tabella mengeriana: essere uguale l’importanza finale o marginale delle ultime dosi dei beni acquistati dall’uomo a mezzo del numerario posseduto nell’intervallo di tempo considerato. Uguale s’intende per quell’uomo ed a giudizio suo. Se egli possiede 10 unità di numerario, non accade che egli le impieghi tutte ad acquistare 50 unità del bene A. Se egli, dopo la quarta, continuasse sulla stessa via, acquisterebbe dosi di A che hanno per lui gradi di importanza misurati dagli indici 6, 5, 4, 3, 2, 1, laddove con quelle 6 unità di numerario potrebbe acquistare 3 unità di B fornite rispettivamente di 9, 8, 7; 2 unità di C fornite di 8 e 7 ed 1 unità di D fornita di 7 gradi di importanza, tutte dunque capaci di soddisfare desideri più importanti di quelli che sarebbero soddisfatti persistendo nell’acquistare dosi di A. Egli dunque distribuirà le 10 unità di numerario, così da acquistare 4 unità di A, 3 di B, 2 di C ed i di D. Al margine, le unità acquistate hanno tutte il grado di importanza 7. Col trasgredire la regola dell’uguale utilità od importanza marginale, egli commetterebbe errore di buon senso: rinuncerebbe a qualcosa che ai suoi occhi vale 7 per avere cosa che, medesimamente ai suoi occhi, vale 6.

 

 

223. Ciò non vuol dire che l’uomo non sia soggetto ad errore. Può darsi che egli valuti 7 ciò che tutti attorno a lui, con unanimità commovente, valutano 2 od 1 o zero od a cui magari danno valore negativo. La tabella di Menger non si occupa di ciò. Essa esclude solo l’errore soggettivo: comprare il bene valutato dall’acquirente 2 invece del bene da lui stesso valutato 7. La tabella non esclude la sciocchezza in genere, ma solo la sciocchezza reputata tale da chi la commette. Anzi, la tabella non esclude, a rigore, neppure questa. L’uomo può, consapevolmente, acquistare un bene a cui egli attribuisce un grado di importanza 2 invece di un bene a cui, pure egli, attribuisce il grado 7. Vorrà dire che egli, così operando, vuole avere la soddisfazione di far vedere a tutti che egli è capace di commettere sciocchezze (buttare denari dalla finestra per vedere le baruffe dei passanti, non accettare il resto di un biglietto da 50 dal vetturino al quale si devono pagare 8 lire e simili). Egli cioè vuole in cotal modo bizzarro acquistare, insieme col bene principale, qualche altro bene complementare da lui desiderato : fama di denaroso o di stravagante o di generoso, ecc. ecc.

 

 

224. Notisi che fra i beni desiderati vi è il numerario medesimo, del quale un certo numero di unità è desiderato per se stesso ed è comprato (comprare è sinonimo di non barattare o di tenere in tasca) come un qualsiasi altro bene. Si tiene poco denaro in tasca, il minimo possibile, in tempi normali; molto in tempo di crisi o guerre o rivoluzioni. Sotto forma di depositi a risparmio ed in conto corrente, di biglietti o moneta metallica, a seconda della maggiore o minore fiducia di cambiare ogni specie di numerario nella moneta propriamente detta, universalmente accettata, che è quella d’oro.

 

 

225. Le spiegazioni date intorno alla tabella mengeriana sono di quella specie elementarissima che si legge o dovrebbe leggersi in ogni testo di economia. Non parve inutile darle, perché non son persuaso che sempre ed anche da reputati scrittori si sia fatta la dovuta distinzione fra la tabella benthamiana e quella mengeriana. Qualche volta si ha l’aria di credere che la prima discenda logicamente dalla seconda. Non si potrebbe invece immaginare niente di più diametralmente opposto. La tabella mengeriana non si impaccia nel dar giudizi sulla razionalità o moralità delle azioni degli uomini. Essa vien dopo che gli uomini hanno fatto quel che la fantasia, il demone nascosto, i bisogni immaginari o reali, gli istinti, gli affetti hanno ordinato ad essi di fare; e registra. Registrando, constata che anche i matti hanno preferenze – pazzesche, forse, ma preferenze – ed osserva che essi preferiscono un creduto più ad un creduto meno e distribuiscono la ricchezza posseduta in modo che al margine siano uguali i gradi di importanza delle ultime dosi di tutti i beni acquistati.

 

 

La tabella benthamiana non registra invece le libere scelte di ogni uomo singolarmente considerato. Essa è il risultato di almanaccamenti di certi dottrinari i quali hanno pensato che gli uomini siano uguali gli uni agli altri o riducibili a marionette tutte uguali; che essi appetiscano la ricchezza in ugual modo decrescente; che gli appetiti degli uni siano uguali a quelli degli altri; e così via almanaccando hanno dedotto regole dette giuste intorno alla ripartizione dei tributi. Sui quali almanaccamenti non c’è altro da fare che sputarci sopra.

 

 

226. La tabella mengeriana non ci dice nulla intorno alle imposte? Ecco. In una primissima approssimazione,[3] essa ci dice che i beni pubblici sono da noverarsi fra i beni in generale. Nella gamma dei beni A, B, C, D, ecc. che sino all’ennesimo si presentano dinnanzi agli occhi dell’uomo come desiderabili, ci sono anche i beni pubblici, quei certi beni che l’uomo sa, per esperienza sua o per istinto storico, dover essere od essere conveniente acquistare per mezzo dello stato: sicurezza, difesa nazionale, giustizia, sanità, istruzione, avanzamento sociale ed economico, potenza, ecc. ecc. Questi beni, siano diretti o, come altri vuole, strumentali o condizionali, sono dall’uomo classificati al pari degli altri beni secondo il grado di importanza di ognuna delle successive dosi di essi. E così classificati, ubbidiscono alla legge comune. Il numerario posseduto in ogni unità di tempo dall’uomo si distribuisce su di essi nella stessa maniera usata per gli altri beni, detti privati. Anch’essi al par dei beni privati, sono presenti e futuri. Gli uomini destinano una parte del numerario posseduto ad acquistare giustizia o sicurezza od istruzione nel momento presente ed una parte a costruire porti, a bonificare paludi, a piantar foreste che daranno frutto tra dieci o cinquant’anni. Gli uomini hanno i servizi pubblici che desiderano e apprezzano. Se essi sono ignoranti ed egoisti, vivono come bestie in uno stato debole; se sono antiveggenti e solidali, toccano alte mete di convivenza politica e sociale.

 

 

227. Senonché il quadro di prima approssimazione della pubblica finanza dedotto dalla tabella mengeriana dura un attimo e subito si dissolve. Mi sono indugiato a bella posta in una spiegazione elementare della tabella mengeriana per mettere bene in chiaro che essa meramente «registra» i fatti accaduti, le azioni compiute dai singoli uomini, così come le vollero compiere gli uomini esistenti, forniti, come sono, di virtù, vizi, passioni, istinti, conoscenze ed ignoranze.

 

 

228. Ora, purtoppo, tra i vizi degli uomini, principalissimo è la mancanza di memoria. Finta mancanza di finti tonti. Perciò la tabella di Menger si applica male ai beni pubblici. Il grosso – non tutto, ma il grosso basta a rovinare il tutto, – dei beni pubblici ha una curiosa caratteristica: che essi debbono essere forniti dallo stato prima che il relativo bisogno sia sentito dagli uomini. Lo stato non può attendere ad apprestare esercito armi munizioni navi da guerra velivoli militari il momento in che il nemico sia in casa ed abbia già occupato parte del territorio nazionale. Sarebbe troppo tardi. Lo stato non può attendere ad organizzare polizia carabinieri giudici carceri e carcerieri che malandrini grassatori e ladruncoli infestino strade e case. Di nuovo, sarebbe troppo tardi. Lo stato non può attendere ad organizzare servizi di pubblica sanità che gli acquedotti mal tenuti abbiano diffuso le febbri da tifo, che il colera e la peste bubbonica abbiano invaso città e campagne. Sarebbe troppo tardi. Lo stato deve fare tutte queste cose, adempiere bene a questi ed altri numerosi uffici innanzi che i cittadini ne sentano la privazione. Anzi, lo stato adempie meglio al suo ufficio, è universalmente lodato e reputato vicino alla perfezione sua, quanto più riesce ad attutire a mortificare nel cuore, nell’animo degli uomini la sensazione del possibile pericolo alla loro pace e sicurezza e al loro benessere. Se l’esercito è così saldo che i cittadini si sentono sicuri entro le proprie frontiere, se la polizia è così vigile che essi si dimenticano di chiudere, di notte o quando vanno a passeggio, la porta di casa, se la magistratura è così sapiente che ai litiganti temerari vien meno la voglia di adire i tribunali, allora si dice che lo stato è perfettamente organizzato.

 

 

In quel punto, però, gli uomini farebbero, se non ci si ponesse rimedio, i finti tonti. Sanno bene od intuiscono che fra i beni desiderati A, B, C… n vi sono i beni pubblici; sanno ed intuiscono che essi sono costosi e convenienti ad acquistarsi. Ma, poiché essi ne godono già, poiché lo stato, per la ragione medesima della sua esistenza, deve fornir quei servizi in modo che essi non abbiano mai la sensazione della loro privazione; perché pagare? Perché far domanda volontaria e disporsi a pagare il prezzo di ciò che si possiede già? Forseché, se non si ha appetito, se anzi si è sazi, si spendono denari per acquistar cibo? Se il guardaroba è ben fornito, perché arricchire il sarto?

 

 

229. Questo è il paradosso ultimo e massimo della pubblica finanza. Esistono beni pubblici, ai quali gli uomini prodigano attestazioni di apprezzamento altissimo; quei beni sono graditi quanto più efficacemente sono forniti; ma poiché la perfezione consiste nel far dimenticare agli uomini che essi potrebbero essere privi di quei beni, così gli uomini non ne fanno domanda. Quei beni si cancellano dalla loro memoria e quindi anche dalla tabella mengeriana.

 

 

230. Oltreché finti tonti, gli uomini sono, in materia di oneri pubblici, stranamente fiduciosi nella coscienza altrui. Se capitano a riflettere che qualcosa bisognerebbe pur pagare per acquistar beni pubblici, subito pensano che altri avrà memoria più buona ed attiva. I beni pubblici hanno, insieme a quella della mortificazione, un’altra curiosa caratteristica: essi non possono essere forniti all’un cittadino senza essere ipso facto forniti a tutti gli altri cittadini. Se ci si potesse saziare col guardar gli altri a mangiare, basterebbe incaricare a turno qualcuno di mangiar sulla pubblica piazza. Trattorie e panetterie sarebbero deserte di clienti. Invece si sa che solo chi ha pane mangia e si sazia. Gli altri, se vogliono togliersi l’appetito, devono rassegnarsi e cacciar fuori di tasca la moneta occorrente a comprare il pane. Invece, se per miracolo vivono in una società politica molti o pochi cittadini così antiveggenti da decidersi a dare volontariamente allo stato i mezzi per l’acquisto dei beni pubblici, ecco che la difesa, la sicurezza, la giustizia, ecc. ecc. sono senz’altro fornite dallo stato a tutti i paganti ed i non paganti. Lo stato non può chiudere le porte di casa allo straniero solo a pro dei cittadini paganti, lasciandole spalancate per i non paganti; non può mettere in guardina ladri ed assassini solo per coloro che abbiano pagato il prezzo della sicurezza, aprendo ad essi l’uscio della galera quando si tratti di derubare ed assassinare i dimentichi. Lo stato deve difendere il territorio nazionale per tutti, deve dar sicurezza e giustizia ed igiene e viabilità e tante altre cose a tutti, senza badare se i cittadini abbiano o no pagato.

 

 

231. Se dunque il cittadino smemorato può per giunta anche far affidamento sulla memoria altrui, il vuoto assoluto si fa attorno ai beni pubblici. Ognuno, sicuro di goderli, anzi già sazio di essi e speranzoso che qualcun altro pagherà, si dimentica di pagare. Gli uomini tributano allo stato salamelecchi senza fine per ringraziarlo dei preziosi suoi servizi, ma denari punti.

 

 

La tabella mengeriana, premessa logica per la spiegazione dei prezzi dei beni privati, non serve di fatto a nulla per la spiegazione dei prezzi dei beni pubblici. Su per i trattati di economica noi impariamo le leggi regolatrici dei prezzi del pane, del vino e degli altri mille e mille beni privati. Noi chiamiamo «razionali» quelle leggi, perché poste alcune premesse (tabella mengeriana, ipotesi di concorrenza o di monopolio o di concorrenza limitata) è possibile dedurre col ragionamento quali prezzi si formeranno sul mercato per i beni diretti, per i beni strumentali, per i beni capitali. Per i beni pubblici, invece, buio perfetto. Poiché la domanda non agisce, non esiste per i beni pubblici un mercato, non si formano prezzi. Lo stato deve agire «d’autorità»; deve, esso, stabilire il numero delle unità di beni pubblici che ogni cittadino sarà obbligato ad acquistare, il prezzo unitario e l’importo complessivo dell’acquisto. L’importo dicesi imposta.

 

 

232. L’imposta non è il termine finale di un meccanismo messo in moto dalle azioni volontarie degli uomini, come accade per i prezzi dei beni privati. È il punto di partenza fissato dallo stato per farsi consegnare anticipatamente i mezzi necessari a provvedere ai servizi pubblici che è suo compito fornire in guisa da risparmiare ai cittadini persino l’ombra di ogni apprensione al riguardo.

 

 

I prezzi dei beni privati sono determinati sul mercato, indipendentemente dalla volontà dei singoli compratori e venditori. Persino il monopolista perfetto innanzi di fissare il prezzo della merce da lui venduta, deve calcolare quale sarà la reazione dei consumatori. Non è in poter suo fissare prezzo e quantità consumata. Determinata l’una, e questa è data dai gusti dei consumatori e dall’ostacolo (privazione di moneta) da essi incontrato, è determinato l’altro. Lo stato invece determina l’importo totale che il contribuente è chiamato a pagare e l’importo od imposta è il risultato della moltiplicazione del fattore «numero delle unità di beni pubblici acquistandi dal contribuente» per il fattore «prezzo unitario di ogni unità»; ed ambi i fattori sono determinati «d’autorità» dallo stato.

 

 

233. Con qual criterio lo stato determina i due fattori? Alla domanda la tabella mengeriana non dà risposta se non in un aere rarefattissimo di puro ragionamento. Se fosse possibile supporre una società di uomini razionali, consapevoli dell’importanza dei beni pubblici presenti e futuri, capaci di rappresentare vivamente dinnanzi alla propria mente il quadro delle conseguenze le quali deriverebbero dalla privazione dei beni pubblici, consapevoli tutti della necessità di fare domanda attiva di essi senza fare alcun affidamento sulla probabilità che altri, in loro luogo, vi provveda, gli uomini farebbero, direttamente nelle comunità politiche minime a democrazia diretta, od a mezzo di proprii delegati nelle comunità più ampie, domanda di beni pubblici sufficiente a coprire il costo della loro fornitura. In quella società di uomini razionali, i servizi pubblici sarebbero probabilmente forniti in misura e varietà grandemente maggiore di quella osservata laddove l’imposta è opera di coazione. Anche in essa l’imposta sarebbe coattivamente distribuita; ma la coazione sarebbe il frutto della concorde libera volontà di tutti. In quella società ideale, sulla tabella di Menger si vedrebbero, accanto ai beni privati, disporsi, nella mente dei cittadini, i beni pubblici presenti e futuri. La ricchezza posseduta dai cittadini sarebbe distribuita equabilmente fra tutti i beni in misura da osservare la legge della uguaglianza dei gradi finali di utilità.

 

 

Gli utopisti da Platone a Tommaso Moro e a Roberto Owen hanno descritto società di uomini perfetti, nelle quali gli uomini volontariamente distribuiscono la loro ricchezza così da soddisfare con la pienezza consentita dai mezzi disponibili tanto i bisogni privati che quelli pubblici.

 

 

Poiché non bisogna disperare dell’avvenire dell’umanità, possiamo augurare che il regno dei cieli si attui in terra. Frattanto constatiamo di essere lontanissimi dall’applicazione spontanea della tabella mengeriana ai beni pubblici.

 

 

234. La sanzione del paradosso ultimo tributario è la coazione. Contro agli uomini smemorati e fiduciosi nell’altrui civismo vale l’imposta. Qualcuno deve costringere d’autorità il cittadino a destinare una parte del numerario disponibile in ogni unità di tempo all’acquisto dei beni pubblici.

 

 

Chiamiamo «stato» questo qualcuno fornito del potere di coazione; e chiediamo: in base a quali regole lo stato determina l’imposta?

 

 

Si riconosca innanzitutto che il problema è straordinariamente arduo. La tabella mengeriana registra ogni sorta di gusti, da quelli comunemente reputati razionali ai più stravaganti e pazzeschi.

 

 

Qui, per i beni pubblici, lo stato

 

 

  • deve sostituire il proprio giudizio sulla convenienza dei beni pubblici al giudizio dei singoli interessati;

 

  • deve dare un giudizio comparativo non solo sui gradi di importanza per ogni cittadino delle successive dosi dai numerosissimi beni pubblici immaginabili, ma anche sui gradi di importanza attribuiti dai cittadini alle successive dosi degli ancor più numerosi beni privati; distinti, ambe le specie, in presenti e futuri;

 

  • deve dare il giudizio sovramenzionato nonostante la insensibilità della grande massa dei cittadini rispetto ai beni pubblici ed alla contemporanea ipersensibilità rispetto ai beni privati;

 

  • deve dare il giudizio nonostante che molti cittadini reputino positivamente dannosi certi beni pubblici che lo stato deve pure ad essi fornire. Lo stato deve dare e far pagare la difesa nazionale anche agli internazionalisti, i quali vorrebbero abolire le frontiere; deve dare e far pagare i beni della sicurezza pubblica e della giustizia anche ai signori ladri ed assassini, il cui mestiere sta nell’offendere sicurezza e giustizia; deve dare servizi di igiene a chi si diletta di vivere in luride tane e ride della pulizia ed odia l’acqua; deve fornire servizi di istruzione a chi ha in sommo pregio l’ignoranza;

 

  • deve dare un giudizio di importanza relativa frammezzo al contrasto vociferante di classi, di ceti, di gruppi accaniti a dichiarare che quei tali beni pubblici tornano vantaggiosi solo a classi, a ceti, a gruppi diversi dal proprio e devono essere fatti pagare solo a quelli che ne godono; od addirittura affermano che certi beni pubblici vantaggiosi a sé devono essere fatti pagare esclusivamente o principalmente ad altri.

 

 

Il paradosso tributario assume a questo punto un aspetto suggestivo: la solita tabella mengeriana chiamata a registrare le decisioni volontarie dei consumatori rispetto ai beni privati, dovrebbe dallo stato essere arricchita con altre colonne ed altre categorie, nelle quali dovrebbero essere registrate le decisioni latenti, non espresse, spesso negative e frequentemente contrastanti dei contribuenti rispetto ai beni pubblici. Che senso ha una tabella mista di «registrazioni» di fatti conformi all’esperienza e di fatti contrastanti con essa? Come distribuire il numerario posseduto dai cittadini in conformità alla legge dell’uguaglianza dei gradi finali di utilità, quando fa d’uopo nel tempo stesso destinare numerario a comprare beni privati fino alla dose avente un grado di utilità nove e beni pubblici per dosi la cui utilità può dall’interessato essere considerata nulla o negativa?

 

 

235. Dal paradosso si esce costruendo una tabella, nella quale certi uomini, i quali compongono l’entità chiamata «stato», registrano quelle che «dovrebbero essere», secondo il giudizio dello «stato» le decisioni «razionali» dei cittadini rispetto ai beni pubblici e questa tabella sovrappongono, o meglio incastrano dentro la nota tabella mengeriana della distribuzione del numerario disponibile fra beni privati.

 

 

Si sostituisce cioè il «dover essere» di un archetipo all’«è» dell’esperienza; si trasforma in un precetto quello che per i beni privati è una legge empirica. Con tutti gli inconvenienti di siffatte sostituzioni. Abbiamo veduto un esempio clamoroso di sostituzione del dato di ragione al dato di esperienza quando abbiamo analizzato il nulla della tabella benthamiana o di distribuzione ugualitaria dell’imposta. Eppure lo schema ugualitario è il solo sinora offerto all’ammirazione del pubblico il quale discenda da superbo lignaggio. Bentham, il grande filosofo utilitarista, lo tenne a battesimo; e grandi pensatori, come il secondo Mill, Edgeworth, Cohen Stuart lo perfezionarono. Se uomini insigni, ragionando, riuscirono a così misero risultato, che cosa dire degli altri schemi e schemini e schemetti venuti fuori da intelligenze di second’ordine?

 

 

Si capisce dunque come altri disperato abbia abbandonato la partita ed abbia giudicato che su questa via non si fa opera di scienza. Che cosa sia nella soggetta materia opera di scienza è tuttavia assai difficile definire. Parrebbe che lo studioso, il quale non vuole, al par degli utilitaristi, sostituire il suo giudizio a quello degli uomini, debba astenersi di ogni indagine intorno a «ciò che dovrebbe essere». La ricerca del «dover essere» sarebbe ufficio del moralista, non dello scienziato. Il finanziere dovrebbe emulare l’economista, il quale non ha voluto nella tabella mengeriana costruire nessun schema di distribuzione «razionale» della ricchezza, ma si è limitato a enunciare talune leggi empiriche della sua distribuzione di fatto. Anche il finanziere si deve limitare a constatare le distribuzioni «di fatto» della ricchezza tra beni privati e beni pubblici. E poiché le distribuzioni di fatto furono in passato e sono oggi svariatissime, il finanziere indagherà quali circostanze hanno influito a determinare l’una distribuzione piuttostoché l’altra.

 

 

Perché, per parlare linguaggio piano, oggi basta destinare alla spesa pubblica il 10% e domani occorre dare il 20 o il 40% del reddito nazionale? Perché ieri erano esenti dal tributo i nobili e gli ecclesiastici e oggi si tende ad esentare l’operaio?

 

 

Perché ieri erano preferite le gabelle sui consumi ed oggi sono predilette quelle sui redditi e sui patrimoni?

 

 

Perché si alternano le imposte a tipo reale ad aliquota costante e quelle personali ad aliquota variabile crescente o decrescente?

 

 

Perché oggi i redditi normali e domani i sopraredditi?

 

 

Perché le imposte successorie hanno diversa importanza nei diversi tempi e paesi?

 

 

Perché talvolta si inacerbiscono le imposte e talaltra si ricorre a prestiti pubblici o ad emissioni cartacee?

 

 

Su quali argomenti si fondano le scelte fatte? o, meglio, con quali argomenti si cerca di persuadere il contribuente ed il non contribuente che la scelta fatta risponde, meglio di ogni altra, a certe esigenze dette di ragione, di interesse nazionale, di convenienza per i presenti ed i futuri?

 

 

Quale peso hanno nelle argomentazioni addotte la logica e il sentimento? Le «illusioni» di Amilcare Puviani[4] ed i «miti» e le «derivazioni» di Vilfredo Pareto quale parte hanno, in confronto agli argomenti logici, nella determinazione del quantum e del modo della destinazione della ricchezza a fini pubblici?

 

 

237. Nello sterminato campo del sapere umano, tutti i tipi di indagine hanno diritto di cittadinanza. Cercare le ragioni di «quel che è» è ricerca scientifica, sebbene di genere diverso, del cercare se, posta la premessa a o quella b (vedi sopra cap. IV, par. 97), sia o non sia colpevole di doppio la tassazione del risparmio; o se, esistendo sul mercato una certa massa di titoli di debito pubblico, si commetta o non errore di doppio conteggio col tenerne conto nell’inventario della ricchezza nazionale (cap. V, paragrafi 143 sgg.); o se sia più giovevole al promuovimento della ricchezza l’assumere il reddito normale o quello effettivo come base di valutazione del reddito (cap. X, paragrafi 201 sgg.); o se la tassazione dell’incremento di valore delle aree fabbricabili faccia doppio con la tassazione del reddito che si ricaverà poi dall’area fabbricata (cap. III, paragrafi 55 sgg.). Questi, che ho ricordato e tutti gli altri che ho discusso nei capitoli precedenti, sono problemi di pura logica. Non è affatto inutile discuterli e risolverli su quella base. L’uomo politico ed il finanziere pratico traggono sempre vantaggio dal conoscere le conclusioni della pura logica. Quanto all’accettarle o meno, è un altro paio di maniche. L’economista, il cui mestiere è solo ragionar logicamente, non pretende vedere accolte le sue conclusioni. L’uomo politico può avere mille ragioni per non accettarle. Ad esempio, dopo aver tassato il reddito delle aree fabbricate (e quindi il valor capitale e l’incremento del valor capitale delle aree fabbricabili) con un’imposta del 20%, il politico può ritener necessario di tassare con un altro 20% l’aumento di valore delle aree fabbricabili. La necessità discende:

 

 

a)    dal bisogno dell’erario di un’entrata supplementare;

 

b)    dall’essere gli aumenti delle aree fabbricabili materia di tassazione accetta all’universale dei cittadini, eccezione fatta dei pochi colpiti;

 

c)    dall’essere l’universale convinto trattarsi di una materia imponibile la quale altrimenti sfuggirebbe alla tassazione;

 

d)    dall’essere agevole costruire un ragionamento in base al quale si dimostra che quell’incremento è ottenuto senza sforzo dal proprietario per l’operare di fattori sociali (incremento della popolazione cittadina, dei traffici, ecc.)

 

 

Diremo a la spiegazione finanziaria del tributo; b la spiegazione psicologico-sociale; c quella pseudo-logica; e d quella di giustizia. Il politico contrappone il peso di a, b, c, d, congiuntamente o separatamente considerate, al ragionamento di doppio proposto dall’economista; e trova questo calante ai fini della decisione che egli deve prendere. L’imposta sull’incremento di valore delle aree fabbricabili entra nel novero delle imposte vigenti in quel dato paese.

 

 

Discende forse da ciò che il ragionamento dell’economista, il quale conclude al doppio sia anch’esso calante? A taluno basta anche meno per concludere che un ragionamento od una teoria è «infondata». A me basta ancor meno per concludere che il cervello di costui è spappolato. Come mai può diventare erronea la conclusione di un ragionamento astratto solo perché un politico non l’accetta e non la fa diventare base del suo operare? La conclusione resta quello che è: vera o sbagliata a seconda della bontà del ragionamento condotto. Se vera, la sua verità rimane salda anche se mille uomini politici la respingano e nessuno la faccia propria. Se erronea, l’accoglimento favorevole dei legislatori unanimi di tutti i paesi e di tutti i tempi non ha forza di trasformarla in vera.

 

 

Altra, ed anch’essa interessante scientificamente, è la ricerca delle ragioni z, v, s, rn le quali hanno fatto sì che questo o quel legislatore o tutti i legislatori accolsero conclusioni opposte a quella che il ragionamento dimostrava, ad ipotesi, vera. Ma, badisi, l’avere precisato quelle ragioni z, v, s, rn non autorizza l’indagatore a concludere che la conclusione accolta dall’uomo politico sia fornita dell’attributo di «conformità alla logica», quale aveva, per ipotesi, la conclusione opposta, da lui respinta. Non può a essere a e contemporaneamente non a. Se una certa imposta, fatta una certa premessa, è un doppio, resta un doppio anche se codificata da mille legislatori.

 

 

Le due conclusioni si muovono in campo diverso.

 

 

La conclusione dell’economista, come sono quelle raggiunte nei capitoli precedenti, si muove nel campo della logica. Possono essere erronee perché la premessa fu mal posta od il ragionamento mal condotto; non mai perché esse non siano state applicate dai politici. All’economista basta averle fatte presenti al politico. Il suo ufficio di chierico camminante della verità per il momento è conchiuso.

 

 

Per il momento; ché quando il politico avrà fatto la sua scelta, accogliendo o respingendo in tutto od in parte, le conclusioni dell’economista; quando, fatta la scelta, il politico avrà costrutto un certo sistema tributario, e questo avrà operato per tempo bastevole, l’economista rientrerà in campo per indagare gli effetti delle scelte fatte.

 

 

Qui, nuovamente, ci muoviamo in un campo di indagine avente valore logico. Il trattato degli effetti delle imposte risponde al quesito teoretico: data una certa tassa, data una certa imposta, dato un certo prestito, dati cioè certi istituti tributari configurati in tale o tale modo, quali sono le variazioni nell’equilibrio economico generale le quali sono collegate coll’introduzione o coll’abolizione di quegli istituti?

 

 

L’ultima indagine in sostanza si confonde colla prima. Nella prima, più astratta, l’economista configura certe ipotesi semplici di imposta e ci ragiona sopra; nell’ultima egli lavora sulla più ricca e complicata esperienza degli istituti tributari esistenti e ritorna a ragionarvi sopra. Le conclusioni della prima indagine astratta rimangono vere anche se non siano accolte dal legislatore; le conclusioni della seconda rimangono, se ben ragionate, vere anche se il legislatore, avvertito che talun istituto da lui creato produce effetti che, secondo il vocabolario concordemente accettato, debbono definirsi dannosi, persiste nel mantenere quell’istituto. Non è meraviglia se questi due capitoli dei quali il primo può dirsi di analisi logica del concetto dei varii tributi immaginabili, ed il secondo di analisi degli effetti dei medesimi tributi attuati, piacciono agli economisti. Essi sono capitoli di economia pura; e qualcuno è giustamente collocato tra i gioielli di questa bellissima tra le scienze. Gli economisti non aspirano, quando analizzano concetti o indagano effetti di tributi, all’ammirazione ed al seguito immediati dei giuristi, dei politici, dei finanzieri. Sono certi di non lavorare invano; ché la logica, se logica v’ha, ha una sua virtù incoercibile. Non è vero che sia inutile gittare margaritas ante porcos. Le perle, se sono vere, col tempo saranno ritrovate e splenderanno ad adornamento perpetuo del corpo immacolato della scienza.

 

 

Chi fa l’indagine intermedia, del perché gli istituti tributari siano quelli che sono, del perché i politici li abbiano costrutti poco o molto diversi da quelli che sarebbero conformi alle conclusioni dell’analisi logica del concetto e degli effetti condotta dagli economisti?

 

 

Qui c’è un po’ di baruffa fra talune schiere, differenti sovratutto per temperamento, di rispettabili studiosi.

 

 

Non parlo dei giuristi, il compito dei quali è nettamente diverso da quello dell’economista o del ricercatore dei perché. Il giurista parte dal tributo quale è regolato nelle leggi vigenti. Tuttalpiù – ma non è necessario – risale ai principii informatori della legge, quali furono dichiarati dal legislatore medesimo. In caso di dubbio, parla la legge medesima. Il giurista la interpreta, per quel che essa dice, al lume della logica giuridica propriamente detta. Il giurista la critica, non però sulla base di ragionamenti politici od economici o sociologici, bensì ed esclusivamente sulla base della imperfezione interna della legge tributaria, delle sue contraddizioni o del contrasto di essa con altre leggi ugualmente vigenti. L’opera del giurista, che sia veramente tale, può essere, come fu ed è in altri campi, feconda di frutti stupendi anche nel campo tributario.

 

 

La baruffa, di cui parlo, ha luogo tra gli indagatori del perché delle decisioni assunte dal politico e poscia tradotte nelle leggi. Si dice che un tale sistema tributario è quello che è:

 

 

a)    per ragioni di indole politica. Il politico, ossia il governante – uomo singolo o gruppo politico o parlamento o una delle tante mescolanze empiriche riscontrabili nella storia di governo dell’uno, dei pochi o dei molti – vuole ottenere certi fini di potenza, di cultura, di benessere, di innalzamento di questa o quell’altra classe. Il sistema tributario si informa ai fini del politico;

 

b)    per ragioni di indole sociologica. Il politico non è arbitro dei fini da lui voluti. Egli ubbidisce ad interessi sentimenti ed idee dei ceti e delle classi le quali sono dominanti nel paese. Altra è la finanza dei paesi nei quali prevalgono le classi proprietarie, altra quella dei paesi in cui sono prevalenti i ceti industriali e mercantili; e tutte differiscono da quella dei paesi in cui tendono a prevalere classi più ampie dei lavoratori; ed anche qui occorrerà distinguere fra i gruppi dei contadini, con o senza terra, degli artigiani, dei lavoratori della grande industria, degli impiegati, ecc. ecc. Solo un’analisi compiuta sociologica ci può consentire una spiegazione ugualmente compiuta del sistema tributario vigente in un paese. Solo un’analisi degli avvicendamenti storici dei ceti dirigenti spiega le vicende della politica tributaria. I nuovi ceti, i quali giungano al potere, trasformano, insieme con gli altri, anche gli istituti tributari in conformità dei nuovi miti e dei nuovi ideali a cui essi hanno dovuto la loro ascesa.

 

 

Tutto ciò può essere molto bello, quando non sia di maniera. Dico può essere, perché sinora la disputa non è andata più in là del capitolo introduttivo, nel quale si espone quel che si desidererebbe fare e si butta giù alla brava uno schizzo delle variazioni dei fini politici e delle ragioni sociologiche di quelle variazioni le quali hanno operato sulle variazioni degli istituti tributari.

 

 

240. Umilmente dico che lo scrittore, se non ha fatto un quadro di maniera, ha compiuto opera di storico. Nessun fatto si ripete tale quale, nessun istituto tributario di un tempo di un paese è uguale ad un altro qualsiasi istituto tributario di altro tempo e di altro paese. Chi ha spiegato il sistema tributario del decennio cavourriano in Piemonte, dicasi 1850-59, e le sue variazioni, ha spiegato quel sistema e quelle variazioni nel Piemonte del 1850-59 e non il sistema tributario borbonico o toscano o pontificio dello stesso tempo; e non il sistema contemporaneo del terzo Napoleone in Francia o quello di poco prima di Roberto Peel in Inghilterra. Chi pensi a quel che non sappiamo di ognuno di quei sistemi rabbrividisce quando sia improvvisamente posto innanzi alla oltracotanza di chi, impavido, scopre analogie e differenze, uniformità e difformità, leggi evolutive di quel che non si conosce o si conosce assai mediocremente.

 

 

Anche colui il quale scriverà la storia del sistema tributario in Piemonte durante il decennio cavourriano dovrà forzatamente dai moltissimi fatti astrarre quelli che a lui, guidato da certe idee generali, sembreranno più significativi o rilevanti, dovrà scegliere, tra i tanti fatti, antecedenti e susseguenti, quelli che a lui parranno legati assieme da relazioni di causa ed effetto o di interdipendenza. Nessuna storia è compiuta e compiutamente probante; ma quale differenza fra il quadro vivo concreto parlante di uomini e di idee e di ceti e di interessi operanti in un decennio e in un paese alle scialbe generalizzazioni di fatti e di legami astratti dalle storie di tutti i tempi e di tutti i paesi!

 

 

241. Tuttavia, poiché tanti peccano, mi decido a peccar anch’io. Poiché tanti costruiscono schemi atti a spiegare i sistemi e gli istituti tributari, costruirò schemi anch’io.

 

 

Per schemi tributari intendo le tabelle di distribuzione della ricchezza posseduta dagli individui che si può immaginare potrebbero essere dedotte dai principali tipi immaginabili di stato (vedi sopra par. 235). Poiché la tabella mengeriana non serve, quali tipi principali di tabelle hanno costruito gli «stati» – ossia gli uomini deliberanti come «stato» – in luogo di essa, utilizzabile per i beni pubblici? Chiamerò d’ora innanzi tabelle «politiche» i tipi creati dagli stati in sostituzione di quelle che sarebbero costruite dagli uomini se essi fossero perfettamente consapevoli dell’importanza dei fini pubblici; politiche perché attinenti alla polis, alla città, alla cosa pubblica. Quali siano i principali tipi di tabelle politiche è domanda che, oltre a Pantaleoni, aveva posto De Viti[5] in un celebre saggio.

 

 

Amendue sono partiti da una astrazione. Hanno supposto l’esistenza di questo o di quel tipo di stato: De Viti ha pensato il tipo di stato monopolistico, in cui il governante pensa al vantaggio di sé e della classe di cui egli è a capo e guarda al vantaggio della classe governata solo entro lo stretto limite della necessità di non suscitare reazioni atte a danneggiare se stesso e la classe governante; – ed il tipo dello stato cooperativo, in cui il governante è il delegato dei governati e cerca di interpretare, nel modo migliore a lui possibile, il desiderio e gli interessi della maggioranza dei governati.

 

 

Pantaleoni ha assunto come punto di partenza il governo del tempo nel quale scriveva, col parlamento quale era, col governo e coi ministri quali egli conosceva, primo tra essi Agostino Magliani ministro delle finanze ed ha indagato come di fatto si costruivano i bilanci, si equilibravano entrate e spese, si sceglievano le spese da fare e si scartavano le altre, si deliberavano imposte.

 

 

Tutti tre gli schemi: quello monopolistico e quello cooperativo di De Viti, quello parlamentaristico di Pantaleoni sono consaputamente schemi, astrazioni, però utili alla interpretazione dei fatti che possono rientrare in quegli schemi. Nessuno schema è capace di fornire leggi generali, valide per tutti i tempi e tutti i paesi. Tutti tre sono utili a fornire un filo conduttore, uno strumento per ordinare classificare semplificare ed orientarsi frammezzo alla complicazione dei fatti reali. Nessuno schema può avere pretese più alte. Arnese provvisorio di interpretazione e di orientamento è soggetto ad essere abbandonato e ripreso a seconda dei fatti che si tratta di interpretare e di ordinare. Metto le mani avanti e dichiaro che i miei schemi non hanno alcuna pretesa di dettare qualsiasi legge generale degli istituti tributari. Offro qualche provvisorio e parziale strumento di interpretazione di taluni tipi di sistemi tributari. Nessun inconveniente nascerà se, ove non giovi, lo schema sia buttato. Ho tratto dalla storia antica greca e da quella del risorgimento italiano i fatti da ridurre a schema. Invece di costruire astrazioni della mente, ho cercato riassumere i tratti, che a me parvero caratteristici, di talune esperienze storiche finite. È vero che esse non hanno attinenza con esperienze presenti. Ma, volendo solo offrire modelli di indagine, era necessario riferirsi ad esperienze ben chiuse.

 

 



[1] Si fa così un po’ di torto a Geremia Bentham; ché questi vide subito (cfr. sopra, la nota al par. 168, p. 169) l’assurdità delle deduzioni che si potevano ricavare dal suo ragionamento. Ma poiché il ragionamento è suo e, se non andiamo al di là dell’individuo singolo, si chiarì fecondo, così pare corretto intitolare la tabella al suo nome.

[2] I trattatisti provvedono a rendere rigorosa la dimostrazione parlando di uguaglianza dell’utilità marginale ponderata, ossia dividendo la unità di ogni bene, comunque essa sia conformata, grossa o piccola, per il numero delle unità di numerario occorrenti per acquistare quella unità. L’uguaglianza dell’utilità marginale si riferisce al quoziente di siffatta divisione. Gli espedienti descritti nel testo hanno per iscopo di rendere l’operazione più evidente a primo tratto.

[3] Fondamentali sono qui i saggi di Maffeo Pantaleoni intitolati Contributi alla teoria del riparto delle spese pubbliche, in «Rassegna Italiana» del 25 ottobre 1883 e Teoria della pressione tributaria, Roma 1887, ambi ripubblicati in Scritti vari di economia, prima serie, Sandron, Palermo 1904, ed ora in Studi di finanza e di statistica, Zanichelli, Bologna 1938.

[4] Amilcare Puviani, Teoria della illusione finanziaria, Sandron, Palermo 1903.

[5] I saggi di Pantaleoni sono citati sopra in nota al par. 226; quello di Antonio De Viti De Marco, Il carattere teorico dell’economia finanziaria (Roma 1888) fu poscia rielaborato e nelle parti essenziali si legge nel capitolo primo del libro primo dei Principi di economia finanziaria, Einaudi, Torino 1939.

La scienza italiana e la imposta ottima

La scienza italiana e la imposta ottima

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 210-235

 

 

 

 

200. Giustizia e sicurezza furono congiunte insieme, ad attuare l’imposta adatta alla città terrena, in Italia nel secolo XVIII. Narrai altrove[1] la storia di quell’invenzione ed i suoi risultati. Volle Maria Teresa, padrona dello stato di Milano, porre termine ai disordini derivanti dai privilegi e dagli arbitrii invalsi durante il dominio spagnuolo (cfr. sopra paragrafi 195-98).

 

 

Fu incaricato nel 1718 il napoletano Don Vincenzo De Miro di presiedere una prima giunta del censimento (catasto) e nel 1739 il toscano Pompeo Neri di sopravegliare alla seconda, e dopo il 1748 di curare l’attuazione del catasto. Questi insigni uomini non indugiarono in ragionamenti sottili di giustizia perfetta, ma commisero «a quattro dei più accreditati ingegneri di proporre un metodo, acciò tale operazione restasse eseguita con tutta la giustizia, e con tutti i riflessi convenienti alla generale uguaglianza, che per lo scopo del censimento si doveva stabilire». Ingegneri stimatori pratici, non dottrinari, ebbero il carico di fissare i criteri con cui I’imposta doveva essere ripartita, ed ingegneri e pratici guardando attorno a sé, applicando criteri di stima usati forse da secoli, videro con occhi chiari il punto di incontro della perequazione verso lo stato, della sicurezza dei contribuenti e della prosperità pubblica.

 

 

Se si volesse riassumere in una definizione il contenuto del concetto di rendita imponibile osservato dagli stimatori milanesi, non si saprebbe trovarne altra migliore di quella del codice: Hoc fructuum nomine continetur quod justis sumptibus deductis superest (VII-51-1). Dal pensiero degli stimatori milanesi è assente qualunque accenno a distinzioni del reddito in varie parti od a derivazioni indipendenti di queste parti del reddito da certe forze produttive del terreno (ad esempio, dal terreno per sé; dai capitali fissi, dal capitale circolante o dal lavoro). Lo stimatore conosce solo i «frutti» del suolo o la «cavata» o la «rendita», che sono tutte parole sinonime, usate ad indicare il prodotto lordo della terra. Dal prodotto lordo devono essere dedotte «tutte» le spese, nessuna esclusa. Come il prodotto deve essere calcolato nella sua interezza, così le spese devono essere valutate in modo da rendere la cavata netta «del tutto pura». Le spese possono essere di lavorazione, di semente, di riparazione agli edifici, di perdite per infortunii.

 

 

La cavata netta, o rendita imponibile o parte dominicale si identifica con quella porzione di frutto che di netto va al padrone, dedotte cioè dalla cavata lorda «la parte colonica» e le altre spese che sopra furono indicate. Lo stimatore concepisce cioè il frutto lordo del fondo diviso in due parti, di cui una sono le spese, principale fra esse la quota colonica, ed il resto quod superest è la parte dominicale che va al padrone ed è oggetto della imposta fondiaria. Ancor oggi l’articolo 2 della legge 1 marzo 1886 dichiara che «rendita imponibile è quella parte del prodotto totale del fondo che rimane al proprietario netta dalle spese e perdite eventuali».

 

 

Tutti i calcoli sulla cavata o rendita lorda, sulle spese e sull’«ordine» del lavorerio, ossia sui metodi di conduzione, se a mezzadria (colonato) o ad affitto o ad economia, sui prezzi da usarsi per le varie specie di terreni e di frutti, devono essere condotti secondo «ciò che venga costumato in ogni sito», osservando «in tutto il costume del paese», seguendo «la pratica comunemente dalli stimatori ricevuta e regolata nel modo più mite e più benigno e più favorevole al paese».

 

 

quali istruzioni furono dappoi sapientemente riassunte nell’art. 2 della nostra legge fondamentale, secondo cui i fondi devono essere «considerati in uno stato di ordinaria e duratura coltivazione, secondo gli usi e le consuetudini locali», né si deve tener conto «di una straordinaria diligenza o trascuranza». Le quali ultime non sarebbero invero conformi a quel «costume del paese» a cui deve lo stimatore riferirsi sempre nei suoi calcoli di prodotti e spese.

 

 

Semplici norme, dettate con parole ingenue. Seguire il costume del paese, le pratiche comunemente ricevute, osservare lo stato di ordinaria e duratura coltivazione, non tener conto di straordinaria diligenza o trascuranza sono precetti che istintivamente, per illuminazione proveniente dalla visione chiara della realtà, abiurarono l’errore massimo della finanza dottrinaria, la quale misura il diritto dello stato secondo il merito altrui. Gli italiani che redassero le norme del catasto milanese videro che lo stato doveva in ogni modo ricevere la sua quota del prodotto comune; riceverla negli anni buoni e negli anni cattivi, perché la macchina statale non può mai interrompere il suo operare continuo; epperciò l’imposta non deve essere basata nel reddito effettivo variabile di ogni anno ma sul medio reddito di un bastevole lasso di anni. Videro che lo stato non poteva abbandonare le sue sorti alla mercé dei risultati ottenuti dai singoli contribuenti, abili o nulli, laboriosi o poltroni; videro che esso non doveva premiare i ritardatari e multare gli intraprendenti e giunsero naturalmente ovviamente alla grande idea dell’ordinarietà, del reddito medio, conforme agli usi del paese.

 

 

201. Traggo dalla memoria già ricordata su La terra e l’imposta alcune pagine nelle quali riassumevo i frutti ottenuti dalla attuazione dell’idea che gli economisti chiamati dai reggitori dello Stato di Milano a riordinare le imposte avevano rinvenuta nella pratica estimativa secolare ed avevano fatta propria. Dopo aver descritto la miseria del contado di Lodi dove «crudeli appaltatori erano arbitri della roba e delle persone: un povero bracciante pagava fino a 20 scudi di annua taglia; i piccoli proprietari, non bastando loro i frutti a pagare la metà delle gravezze, abbandonavano i poderi o li vitaliziavano a potenti privilegiati, che non pagavano tasse e non temevano tribunali», Carlo Cattaneo scolpisce il rivolgimento operatosi in brevi anni colle seguenti parole lapidarie:[2]

 

 

Il nuovo governo chiama successivamente a cooperare alla grande rinnovazione della Lombardia le belle e generose intelligenze di Pompeo Neri, di Gianrinaldo Carli, di Cesare Beccaria, di Pietro Verri.

 

 

Si stabilì un nuovo censimento, che mirava a collocare l’imposta sul valore fondamentale del terreno, anziché sul variabile annuo reddito, e sulla personale condizione dei possessori. Il nuovo catasto, decretato nel 1718, ritardato con infiniti artifizii da molte magistrature e da molte classi privilegiate, ottenne il sacro vigore di editto perpetuo all’1 gennaio 1760. Il suo principale effetto fu di pesare sull’inerzia ed alleviare l’industria; poiché, ferma stante la proporzione della tassa all’estimo una volta pronunciato, le migliorie successive rimangono esenti; e il fondo, quanto meglio è coltivato, viene a pagare una tanto minor quota del frutto. Non passarono dieci anni, che vasti tratti sterili si videro coperti di ubertose messi. Alla fine del secolo il valor venale fondiario dell’agro lodigiano era già raddoppiato!

 

 

Prima che da Carlo Cattaneo, i mirabili effetti del censimento milanese erano stati messi in luce da Gianrinaldo Carli, il quale, giunto alla chiusa del classico rendiconto dell’opera compiuta da lui e dai suoi antecessori, sotto il titolo di Conseguenze felici così scrive:[3]

 

 

Ma si ottenne ancora di più, cioè un incoraggiamento grandissimo per l’agricoltura, il che ordinariamente sfugge dall’occhio degli osservatori comuni. Questo incoraggiamento consiste non solo nella sicurezza della giustizia, nel pagamento della vera e reale quotizzazione del tributo, ma altresì nella provvida agevolezza per cui i miglioramenti delle terre, sia per nuova coltura delle incolte, sia per nuove piantagioni di gelsi ed altre utili piante, sono esenti da ogni aumento di censo, cosicché quel terreno, che è stato posto in estimo come incolto e però aggravato da minima tenue porzione di carico, divenendo colto e fruttifero seguita a pagare senza aumento alcuno il medesimo carico di prima. All’incontro que’ terreni i quali al tempo della stima si sono ritrovati colti, se mai per incuria o per negligenza divengono di peggiore condizione, rimangono senza diminuzione alcuna sotto il medesimo tributo. Così con una operazione sola si punisce l’inerzia e si premia l’industria; il che è stato sempre presso i politici un problema di difficile soluzione. Quanto abbia prodotto di bene questo sistema è incredibile. Nel solo Lodigiano a’ tempi della generale stima si son trovate incolte pertiche circa 23.000, ed ora non ve ne saranno cento. Infatti nel 1733 si numerarono, secondo la relazione del notaio Masera, caselli, ossiano bergamine ove il formaggio si fabbrica, num. 197; nel 1767 se ne sono contate num. 236, ognuna delle quali comprende vacche circa 120, fabbrica forme grandi formaggio 290 circa. Sicché di quel tempo in qua sono aumentati caselli num. 39 nel Lodigiano, ossiano vacche num. 4680, e formaggi num. 11.310, i quali nella provincia formano un ingresso intorno a Lire 848.250. Così in tutte le città le case sono raddoppiate, perché anche in questa classe l’alzamento ed ingrandimento non porta aumento di tassa.

 

 

Poiché la ripetizione giova, quando il medesimo concetto sia nuovamente esposto da penne sovrane, riprodurrò ancora due brani che si leggono in opere giustamente celeberrime di Carlo Cattaneo. Nell’introduzione al saggio famoso presentato agli scienziati italiani convenuti a congresso a Milano nel 1844, il Cattaneo noverò il nuovo catasto tra i fattori precipui del rifiorimento economico lombardo:[4]

 

 

S’intraprese il censo di tutti i beni, dietro un principio che poche nazioni finora hanno compreso. Si estimò in una moneta ideale, chiamata scudo, il valor comparativo d’ogni proprietà. Gli ulteriori aumenti di valore che l’industria del proprietario venisse operando, non dovevano più considerarsi nell’imposta; la quale era sempre a ripartirsi sulla cifra invariabile dello scudato. Ora, la famiglia che duplica il frutto de’ suoi beni, pagando tuttavia la stessa proporzione d’imposte, alleggerisce d’una metà il peso, in paragone alla famiglia inoperosa, che paga lo stesso carico, e ricava tuttora il minor frutto. Questo premio universale e perpetuo, concesso all’industria, stimolò le famiglie a continui miglioramenti. Tornò più lucroso raddoppiare colle fatiche e coi risparmi l’ubertà d’un campo, che posseder due campi, e coltivarli debolmente. Quindi il continuo interesse ad aumentare il pregio dei beni fece sì che col corso del tempo e coll’assidua cura il piccolo podere pareggiò in frutto il più grande; finché a poco a poco tutto il paese si rese capace d’alimentare due famiglie su quello spazio che in altri paesi ne alimenta una sola. Qual sapienza e fecondità in questo principio, al paragone di quelle barbare tasse che presso culte nazioni si commisurano ai frutti della terra e agli affitti delle case, epperò riescono vere multe proporzionali, inflitte all’attività del possessore!

 

 

Più ampiamente, lo stesso Cattaneo, nelle lettere in cui trasse argomento dall’esperienza lombarda per proporre riforme utili a sollievo dell’Irlanda, così additava allo studio degli stranieri il memorando canone di tassazione scoperto dai censitori milanesi:[5]

 

 

Il censo è quella descrizione generale del paese, nella quale ogni campo è designato nelle sue dimensioni e nella sua forma, e classificato giusta la condizione nella quale era al tempo in cui fu censito e il valore che allora aveva. E un’istituzione che influì oltremodo nel miglioramento perenne delle terre, perché provocò un indefinito investimento di capitali. In altri paesi la tassa fondiaria e le altre imposte su le proprietà (Land-tax) per lo più sono assestate sul reddito presente effettivo del podere, e crescono o diminuiscono col reddito. Questa proporzione degli aggravi alla ricchezza, ossia alla forza di sopportarli, sembra un atto di giustizia; ed è un errore d’economia.

 

 

Infatti: se il lavoro delle terre altamente coltivate corrisponde alla quantità del capitale investito; se il capitale in tal modo investito produce ben tenue interesse, cioè un tenue aumento di reddito; se all’aumento di reddito corre dietro un’imposta proporzionale: è assai facile che l’interesse tenue diventi tenuissimo, diventi nullo. Mancherà dunque nel proprietario ogni spinta ad aggiungere altri capitali, e la tassa proporzionale nell’improvvida e ignara sua giustizia arresterà il miglioramento. Questa profonda verità fu avvertita nello scorso secolo dai grandi economisti, che, ignoti all’Europa, reggevano le oscure sorti del nostro paese. Essi vollero adunque che nel censo fosse numerato e contrassegnato ogni campo, secondo il suo valore, ossia col numero degli scudi che esso valeva. La tassa fondiaria si riparte ancora oggidì sopra l’estimo allora stabilito. Quindi la provincia di Milano essendo estimata circa 24 milioni di scudi e quella di Cremona 14, le tasse si distribuiscono fra queste due province nella proporzione di 24 a 14. In ciascuna provincia poi e in ciascun comune ogni campo vi contribuisce in ragione del numero degli scudi a cui fu estimato. Ciò vale anche per le sovrimposte comunali (parish rates), che servono a sostenere in parte le spese delle strade, delle scuole, del medico, ecc. In un comune che ha per esempio l’estimo di venti mila scudi, se si mettesse una sovrimposta di due mila lire, risulterebbe nella proporzione di un centesimo per ogni scudo; e un campo estimato 70 scudi pagherebbe 70 centesimi, e così discorrendo. Due campi d’eguale superficie, ch’erano d’egual valore al tempo in cui furono censiti, cioè un secolo fa, sostengono una parte d’imposta fra loro eguale, benché l’uno d’essi siasi nel frattempo migliorato e dia reddito maggiore. Così l’aumento industriale del reddito rimane franco d’imposta. Quindi ognuno è spinto ad aumentare il reddito anche col più tenue impiego del capitale.

 

 

Aggiunger parole a queste pagine memorande di uomini davvero grandi sarebbe irriverente. Al pari di coloro che, ignoti all’Europa, reggevano le oscure sorti della Lombardia, i reggitori degli stati moderni debbono ricordare ognora che l’imposta sui sovraredditi (rendite positive e negative) non solo è una impossibilità tecnica, ma sarebbe una sciagura economica.

 

 

Debbono anche ricordare che la ordinarietà del reddito da assoggettarsi all’imposta non vuol dire catasto «perpetuo». Su ciò i moderni legislatori si discostano dalle affermazioni dei creatori del catasto milanese; bastando, a conseguire i benefici effetti della ordinarietà «un intervallo più o meno lungo di tempo e che giova sia determinato da principio». Così il Messedaglia, il quale poi seguita:[6]

 

 

Si tratta di un reddito di lenta e travagliata formazione; i capitali impiegati in imprese agricole non rendono generalmente che a lontane scadenze, e importa in sommo grado di poter misurare fin da principio i carichi da cui possono andarne gravati; importa ad ogni modo che gli aumenti eventuali di carico non vengan che tardi, e quando il maggior reddito sia per essere definitivamente conseguito e consolidato.

 

 

Vi è un interesse maggiore di economia nazionale di corrispondere a cosifatta esigenza, di lasciar respirare l’agricoltura, di non turbarla o versarla con estimi ripetuti a troppo brevi intervalli, di promuoverne i miglioramenti col premio di una temporanea immunità. I possibili deterioramenti si verificano, alla loro volta, in via ordinaria, alquanto a rilento, e possono perciò consentire, senza eccessiva sofferenza, una revisione a qualche distanza di tempo, purché questa non sia eccessiva.

 

 

Per altra parte, ogni operazione, anche di semplice revisione o rettifica generale di un catasto, è affare lungo, dispendioso, difficile, che s’incontra in ostacoli di ogni guisa, e ingenera perturbazioni che interessa di provocare il meno frequentemente che sia possibile: e ne abbiamo noi stessi la dimostrazione questo momento.

 

 

Il modo medesimo e la norma secondo cui si procede in un catasto alla determinazione della materia imponibile, non si accordan bene che col concetto di una ragionevole stabilità, e ne sono la naturale conseguenza. Si cerca un reddito relativamente costante, calcolato bensì sullo stato attuale, ma per un adeguato, che comprenda in termini di alquanta larghezza tutte le ordinarie vicende della coltivazione. I due concetti vanno perciò necessariamente connessi, e l’uno è il naturale correlativo dell’altro.

 

 

Bensì è stata già fatta l’osservazione che oggi si è assai meno inchinevoli ad una troppo lunga durata degli estimi, e propensi invece ad abbreviare i termini prestabiliti per la loro revisione periodica. Vi si ravvisa il vantaggio di proporzionar meglio l’imposta, in un’epoca sopratutto come la nostra, dove le mutazioni sono comparativamente forti anche a non lungo intervallo di tempo, e di moderare le resistenze che possono altrimenti conseguire da troppo inveterati interessi o rapporti. Anche ad altre epoche noi non abbiamo presente alcun caso in cui la stabilità del catasto sia stata espressamente garentita per la perpetuità.Si faceva calcolo di un termine assai lungo e non prestabilito, che poteva anche protrarre indefinitamente l’eventualità di una revisione; ma non si andava più in là.

 

 

Il lungo intervallo di tempo tra una lustrazione e l’altra, ché a tanto si riduce la «perpetuità» degli estimi agrari, è cagione di un altro benefico effetto. L’agricoltore, stimolato dall’esenzione dei sopraredditi oltre l’ordinario reddito catastale per i rimanenti anni a correre del trentennio, migliora la tecnica agricola, cresce la produttività dei campi. Gli sperimenti di novità, prima isolati, si moltiplicano. In capo al trentennio la terra è trasformata; e son diversi i metodi culturali, i prodotti, gli uomini. Quel che era prodotto «ordinario» al momento della lustrazione precedente è divenuto l’infimo ricavo degli agricoltori più ignoranti o meno capaci. L’agricoltore medio, buon padre di famiglia si trova spinto più in su nella scala della produttività; ed il prodotto «ordinario» è ora uguale a quello che trent’anni prima era il sogno degli sperimentatori più ardimentosi. Ecco d’un tratto la finanza raccogliere il frutto della sapiente sua prudenza nel perseguire i redditi eccezionali. Ecco dimostrato che l’adeguare l’imposta ai frutti effettivi non è solo, come esclamava Carlo Cattaneo, un barbaro errore economico, ma è anche un gravissimo errore finanziario.

 

 

202. La scoperta degli economisti italiani del ’700 si riassume in due idee semplici: oggetto dell’imposta sono i frutti che ogni anno nascono crescono e maturano nel fluire perenne del fiume della produzione; non i frutti effettivi che ogni uomo ottiene in ragione delle sue singolari attitudini e fatiche, bensì quelli che egli può ragionevolmente ottenere, nel luogo in cui egli vive e col sussidio delle istituzioni politiche, giuridiche e culturali le quali rendono possibile la sua vita economica, quando egli applichi una media intelligenza ed una ordinaria volontà di lavoro agli strumenti produttivi da lui posseduti. Non le astrazioni contabili, non i risultati di misteriose bilance intese a pesare numeri inconfrontabili perché separati dal trascorrere del tempo, forniscono la base all’imposta; bensì la realtà della vita che ad ogni istante fa perennemente giungere dinanzi agli occhi dello spettatore, il quale si collochi nel punto che divide simbolicamente la produzione dal consumo, nuovi beni e nuovi servizi. Ma lo stato non assume questi beni e questi servizi per quel che sono caso per caso per ogni individuo contribuente. Indagare quel che l’individuo di fatto produce di anno in anno è opera invidiosa e pericolosa. Invidiosa perché spinge l’individuo a guardare il vicino ed a spiare ed emulare la attitudine di costui a frodare; pericolosa perché spegne ed attenua la fiamma che induce l’uomo ad affaticarsi ed a progredire. Perché lo stato dovrebbe curarsi di sapere quel che l’uomo in effetto produce, giovandosi dei servizi che lo stato gli ha reso, dell’ambiente di giustizia, di libertà, di cultura e di elevazione spirituale che lo stato ha creato? Lo stato ha creato per tutti ugualmente; e chiede a tutti, in ragione di quel che esso ha dato.

 

 

203. Il problema posto dagli scienziati italiani della seconda metà del ’700 non toccava la ripartizione dell’imposta. Quegli uomini avevano certamente convinzioni precise in argomento. Lottavano contro l’arbitrio dei grandi e dei privilegiati, i quali tentavano ogni via per rigettare l’onere dell’imposta sui deboli e sui plebei; epperciò chiedevano l’uguaglianza oggettiva del tributo. Paghino le cose per quel che valgono, per quel che fruttano, senza riguardo alla persona che le possiede: nobili e plebei, ecclesiastici e secolari, tutti siano chiamati a pagare imposta in ragione delle cose possedute. Fu la grande conquista del secolo dei lumi; e se ne diede poi il merito agli uomini della rivoluzione francese, i quali la estesero all’Europa. Ma gli uomini di governo di Vittorio Amedeo II e quelli di Maria Teresa avevano già attuata l’idea in Piemonte ed in Lombardia.

 

 

La battaglia contro i privilegi era tuttavia cosa diversa da quella contro l’incertezza; e l’una va tenuta nettamente distinta dall’altra. Nel secolo XIX i privilegi assunsero altri nomi e la distribuzione dell’imposta ebbe tendenza a diventar nuovamente personale. Nel presente capitolo non si discorre di distribuzione dell’imposta bensì di accertamento e valutazione della materia imponibile. La scoperta italiana del «reddito normale» riguarda esclusivamente il problema di accertamento e valutazione della materia imponibile. Si può aver risoluto il problema di valutazione nel senso voluto da Vincenzo De Miro, da Pompeo Neri, da Gianrinaldo Carli e da Carlo Cattaneo, si può cioè abbracciare il partito di accertare e valutare i redditi «normali» invece di quelli «effettivi»; e si può nel tempo stesso distribuire, su questa base, l’imposta con criteri di personalità e non di realità, sul patrimonio e non sul reddito, con aliquote a base variabile crescente e non a base costante.

 

 

204. Il sacerdote della giustizia tributaria afferma che la proposizione: «l’imposta produce effetti definibili come buoni quando essa è ragionata in funzione del reddito normale delle cose possedute dal contribuente» è strumento inventato dai ricchi e dai loro giannizzeri per combattere la progressività dell’imposta.

 

 

A proposito d’altro, ho già protestato (par. 192) contro le illazioni le quali si volessero dalle tesi sostenute in questo saggio ricavare contro la progressività o la personalità dell’imposta. Poiché in quel punto ero occupato a dimostrare la vacuità di certe proposizioni le quali paiono vive e sono ombre sperdute nel limbo, non occorreva dir altro. Qui la posta è più grossa. Odio il mestiere del progettista; e perciò mi sono limitato, dopo tanto scrollare di falsi idoli, a porre una piccola modestissima tesi, teoretica e normativa nel tempo stesso: teoretica perché dice che l’imposta repartita in un certo modo, in funzione del reddito medio o normale o ordinario del gruppo o categoria di contribuenti produce effetti convenzionalmente definibili come desiderabili (incremento di reddito per i contribuenti e di materia imponibile per lo stato), laddove l’imposta repartita in un certo altro modo, in funzione del reddito effettivo variabile dell’individuo produce effetti convenzionalmente definibili come non desiderabili (vessazioni per i contribuenti, scoraggiamento di questi, remora all’incremento sostanziale o forse anche riduzione della materia imponibile); ma nel tempo stesso normativa perché l’uomo di stato può trarre da essa una norma di azione, diversa a seconda che egli voglia ottenere gli effetti detti desiderabili ovvero quelli definiti non desiderabili.

 

 

Bisogna riconoscere però che se la proposizione in discorso, oltre a raggiungere gli effetti desiderabili segnalati dal ragionamento e dall’esperienza, avesse altresì l’effetto di servire ai ricchi e disservire i poveri ed i mediocri, scemerebbe assai il suo valore normativo. L’uomo di stato potrebbe riconoscere che il concetto del reddito normale di categoria è preferibile a quello del reddito effettivo individuale se si desidera incoraggiare l’incremento dei redditi individuali, piccoli e grossi; ma potrebbe rimanere dubbioso intorno alla convenienza di accoglierlo quando egli voglia far servire l’imposta allo scopo di scemare le disuguaglianze esistenti fra ricchi e poveri o anche sia semplicemente persuaso, per qualsiasi ragione, della giustizia e convenienza di tassare più i ricchi che i poveri.

 

 

205. Il dubbio non avrebbe ragion d’essere. L’uomo di stato il quale si sia persuaso della preferibilità del concetto del reddito medio di categoria su quello del reddito effettivo individuale, non deve lasciarsi sopraffare dallo scrupolo di far cosa dannosa ai poveri ed ai mediocri. I problemi sono diversi. Ripeto che qui discuto esclusivamente il problema dell’accertamento della materia imponibile non l’altro, ben diverso, della ripartizione dell’imposta sulla medesima materia imponibile. Siano i soliti Tizio, Caio e Sempronio, forniti dei seguenti redditi e tassabili secondo i seguenti due criteri:

 

 

      Tizio Caio Sempronio Totale

 

Secondo il criterio del reddito effettivo individuale

 

 

Redditi

da

terreni

40

60

350

450

»

»

fabbricati

25

40

210

275

»

»

industrie e commerci

55

100

155

»

»

professioni

120

200

520

1080

520

1400

Secondo il criterio del reddito medio di categoria

Redditi

da

terreni

30

90

300

420

»

»

fabbricati

20

60

200

280

»

»

industrie e commerci

50

150

200

»

»

professioni

100

300

500

1000

500

1400

 

 

Ho costruito i due schemi in modo da mettere innanzi tutto in chiaro che il diverso metro di valutazione non influisce sul gettito dell’imposta a pro dell’erario. La base imponibile è, in ambi i casi, uguale a 1400 unità. Non v’ha ragione plausibile perché, qualunque sia la scala delle aliquote adottata, il rendimento dell’imposta varii apprezzabilmente a seconda del sistema di valutazione scelto.

 

 

Il criterio del reddito medio di categoria ha bensì, vuolsi notare subito per eliminare una critica irrilevante, la tendenza ad attardarsi nel tempo. Può darsi cioè che, se si accertano valori medi si corra un po’ meno nelle valutazioni di quanto si farebbe accertando immediatamente i valori effettivi. Dico che il vizio del ritardo è momentaneo; ché, se il sistema produce l’effetto suo logico e necessario di spingere all’aumento i redditi, l’erario si rivarrà del ritardo al momento della prima revisione.

 

 

Suppongasi tuttavia il peggio; e che per inettitudine della finanza a seguire le variazioni dei valori medi – ma perché supporre inettitudine solo rispetto ai valori medi e non anche a quelli effettivi? – questi si indugino costantemente al disotto dei valori effettivi. E che perciò? Il sistema è fondato sulla normalità delle valutazioni rispetto agli individui contribuenti e sulla loro temporanea costanza nel tempo, non sulla invariabilità delle aliquote. Se il criterio del reddito medio fornisse – facciasi un’ipotesi esagerata – una base imponibile di sole 700 unità invece delle 1400 unità fornite dal criterio del reddito effettivo, basterebbe applicare nel primo caso aliquota doppia di quella che si applicherebbe nel secondo. I proprietari di terreni in Italia sono tassati, ove si tenga conto dei centesimi addizionali comunali e provinciali, con aliquote le quali per lo più giungono al 100% della rendita imponibile e spesso la superano. Né essi hanno, per ciò, ragione di lagnarsi né si lagnano, salvoché per ignoranza. Le valutazioni della base imponibile non hanno lo scopo di scoprire la verità assoluta rispetto ai redditi. Questa è ricerca, oltreché vuota di contenuto, di mera curiosità estetica. Esse hanno invece per iscopo di accertare indici comparativi utili alla ripartizione del tributo. Che agli indici si diano per Tizio, Caio e Sempronio valori 100, 300 e 1000 come nello schema, ovvero i valori 10, 30 e 100, ovvero ancora 1000, 3000, e 10000 è perfettamente indifferente alla costruzione di un buon sistema tributario. Importa, se tale è il fabbisogno dello stato, ripartire equamente 400 lire d’imposta; non importa affatto ripartirle su una base imponibile totale di 1400 o 140 o 14000 unità.

 

 

Teoricamente si potrebbe persino rinunciare all’uso dell’unità monetaria lira o franco o sterlina ed usare numeri astratti, come ottimamente si faceva nei vecchi catasti. L’uso di numeri astratti aventi valore puramente comparativo avrebbe l’inestimabile vantaggio di evitare il ricorso ad unità monetarie soggette, nei tempi odierni e chissà per quanto tempo ancora, a variazioni imprevedibili.

 

 

Oggi, ripartendo il tributo su lire effettive si ottengono gettiti in eccesso o in difetto ogni qualvolta l’unità monetaria muti. Il legislatore aveva stabilito in 6000 lire o franchi un certo minimo di esenzione quando ogni lira equivaleva a 0,3 grammi di oro fino? Se il peso della lira è ridotto a 0,1 od a 0,05 grammi, ecco l’esenzione scemare di importanza reale e, pur restando sempre fissata in 6000 lire o franchi nominali, ridursi in realtà ad una cifra corrispondente a 2000 od a 1000 delle lire o dei franchi che in origine il legislatore aveva avuto in mente. Col metodo dei numeri astratti, concepibile però solo quando si apprezzino valori medi, le incongruenze oggidì frequenti sono eliminate.

 

 

206. Se dagli effetti per l’erario passiamo a quelli riguardanti i contributi, il sistema della tassazione in ragione del reddito medio di categoria che cosa dice? Caio possiede mezzi produttivi i quali in complesso sono tre volte più fecondi, in mani ordinarie, di quelli di Tizio; epperciò il suo reddito è assunto come triplo. Sempronio ha mezzi, di capitale e lavoro, decupli di quelli di Tizio ed il suo reddito è assunto come decuplo. Queste tre: 100, 300 e 1000 sono la base imponibile più conveniente, dal punto di vista del vantaggio privato e pubblico, per la ripartizione dell’imposta. Accade poi che Tizio e Sempronio, in proporzioni diverse, cavino dai mezzi posseduti più di quanto ne trarrebbe il contribuente normale, laddove Caio, poltrone od incapace, sta al disotto del normale. E v’ha chi sostiene che oggetto imponibile debbano essere le quantità 120, 200 e 1080. Chi ciò sostiene, invoca non il vantaggio dei singoli e del tutto, ma una misteriosa dea detta giustizia tributaria. Sul punto ho oramai disputato abbastanza per non dovervi tornar sopra.

 

 

Sia chiaro però che, fatta la scelta tra le due soluzioni, resta impregiudicata la questione della ripartizione dell’imposta.

 

 

V’ha chi preferisce il riparto con aliquota costante? Costui tasserà col 10%, ad esempio, medesimamente 120, 200 e 1080 (redditi effettivi) ovvero 100, 300 e 1000 (redditi medi), nell’insieme o nelle parti singole o un po’ nell’insieme ed un po’ nelle parti singole.

 

 

V’ha chi vuole il riparto con aliquota moderatamente progressiva? Ed egli tasserà, ad esempio, col 5% il 120 (effettivo) o il 100 (medio) di Tizio, col 7% il 200 od il 300 di Caio, col 9% il 1080 od il 1000 di Sempronio.

 

 

Se altri preferisca la progressione rapida, può gravare col 5% il 120 od il 100 di Tizio, col 10% il 200 od il 300 di Caio e col 20% il 1080 od il 1000 di Sempronio.

 

 

Ognuno, studioso o progettista o uomo di governo, può sbizzarrirsi a piacimento colla scala delle aliquote, con la tassazione separata o riunita, qualunque sia il metodo scelto per la valutazione della base imponibile. Trattasi di due scopi diversi da raggiungere: una buona scelta della base imponibile ha per iscopo e per effetto di spingere all’insù quei redditi che poi il tassatore colpirà a seconda dei suoi gusti in materia di riparto. Qualunque siano codesti gusti, sembra in ogni caso preferibile spingere innanzitutto la massa dei redditi all’insù, creare forze le quali elevino il contribuente medio e preparino la elevazione, in un momento successivo, della base imponibile.

 

 

V’ha chi vuol far servire lo strumento dell’imposta a combattere la grande proprietà e la grande impresa commerciale? Nessuno vieta a lui di essere un uomo di cattivo gusto e di far ragionamenti economici da bottegaio; ed, essendo bottegaio di cattivo gusto, di usare l’arma della progressività dell’imposta rispetto ai soli redditi i quali, malauguratamente per essi, hanno attirato la sua attenzione. Costui, ad esempio, si attaccherà ai terreni e colpirà i Tizii col 5, i Caii col 10 ed i Sempronii col 20%. Sarebbe strano che, in sede di discussione scientifica, si pretendesse di vietare agli invasati di attuare, quando afferrino il potere, le loro idee più o meno bislacche. Qui mi limito ad augurare che, nel regno degli ugualitari, i legislatori preferiscano tassare i terreni, con le aliquote che verranno loro in mente, piuttosto su 30, 90 e 300 che su 40, 60 e 350. Abbandono, non potendo farne a meno, in loro mano l’arma onnipotente dell’aliquota. La gente frenetica della giustizia ha, con essa, mezzo per battere sulla testa preferita di turco dei piccoli, dei medi o dei grandi, senza uopo di impacciarsi anche a mettere a sacco ed a fuoco la tecnica delle valutazioni e degli accertamenti.

 

 

Ho detto sopra (capo settimo) le ragioni dell’abbandono. Finora non esiste una teoria seria della proporzionalità o della progressività; non esistono regole scientifiche ossia logiche per dimostrare che una qualunque scala di aliquote sia più bella o più brutta di una qualunque altra. Vale, in siffatta materia, più un’oncia di prudenza e di buon senso che tonnellate di carta stampata. Gli uomini riuniti nei consigli chiamati a decidere le scale delle imposte siano saggi e prudenti, guardino all’insieme dei tributi e non ad uno solo, conoscano la ripartizione dei redditi nel luogo e nel tempo considerati, valutino adeguatamente le ripercussioni dei trasporti forzati di ricchezza dall’uno all’altro gruppo sociale, tendano all’elevazione dei più evitando il danno dei meno e del tutto!, ecco il pochissimo che si può dire a nome della scienza delle imposte. È certamente poco; ma qual colpa ha essa se la psicologia non sa fornirle i ponti di passaggio tra l’uno e l’altro essere senziente, e se la scienza politica è tuttora nell’infanzia?

 

 

207. Supponiamo dimostrata la proposizione teoretica che l’imposta produca effetti definibili come buoni quando sia ragionata in funzione del reddito normale delle cose possedute dal contribuente. Sia perciò accettata la norma la quale comanda a colui il quale possiede copia maggiore di strumenti produttivi, terre più ampie e bene situate, case più ambite, macchine e stabilimenti meglio costrutti o più potenti, di pagare di più di colui che è meno dotato; ma se due uomini posseggono strumenti produttivi uguali comanda altresì che essi debbano solvere uguale imposta, anche se l’uno ne cavò un frutto di 10 e l’altro di 20. Qual colpa ha lo stato dello scarso successo del primo e qual merito di quello notabile del secondo? Lo stato diede a tutti, per quanto toccava ai suoi compiti, uguali agevolezze; ed amendue debbono pagare ugualmente su quindici, se tale è il frutto che il contribuente ordinario può prudentemente essere reputato capace di cavare dai mezzi da lui posseduti.

 

 

208. La fecondità di quest’idea semplice, epperciò respinta dai moderni legislatori oltremontani che Carlo Cattaneo chiamava barbari, non è limitata al reddito del proprietario della terra. Nel ricordato saggio su La terra e l’imposta ho dimostrato che l’idea giovava a risolvere il groviglio della tassazione delle varie specie di redditi derivanti dalla terra: dominicale del proprietario, industriale dell’affittuario, del colono, del proprietario conduttore o coltivatore delle terre proprie, manuale del bracciante obbligato od avventizio. Se 100 è il frutto che ogni anno esce dalla terra, 100 e non più e non meno è il valore della somma dei redditi dei diversi partecipanti alla produzione, purché ogni reddito sia valutato contemporaneamente ad ogni altro reddito e col medesimo criterio. Altrimenti il totale sarà 50 ovvero 200, con offesa al buon senso ed alla logica. La distinzione fra prodotto lordo e redditi netti è un altro dei vani fantasmi i quali hanno turbato la mente del legislatore tributario, e l’hanno condotto ad errori funesti di somma e di sottrazione. Tutto il prodotto è composto di redditi netti di qualcuno. Quel che è reddito per Tizio è spesa per Caio; e il reddito di Caio è spesa per Tizio. Non di rado i legislatori hanno, oggi, inventato metodi differenti per valutare i diversi redditi netti nascenti dallo stesso ceppo di prodotto lordo; e di qui sono nati la confusione delle lingue e l’accavallamento dei tributi terrieri l’uno all’altro sovrapposti. Fa d’uopo ritornare alla fresca fonte del luminoso settecento, del gran secolo della ragione e delle idee chiare; e riaffermare che tutto e solo quel che nasce dalla terra è tassabile, che tutto deve essere valutato con ugual criterio e che il buon senso comanda di dare allo stato una parte del frutto che la terra dà in ugual misura a tutti coloro che la coltivano con diligenza ordinaria secondo i metodi consigliati dall’uso del tempo.

 

 

209. La fecondità dell’idea non è limitata alla terra. Altrove[7] ho anche discusso il problema dell’applicazione del concetto dell’ordinarietà alla tassazione dei redditi industriali commerciali e professionali.

 

 

Prima che dai dottrinari e dai legislatori, il problema è stato in questo campo affrontato e spesso risoluto dai pratici, contribuenti e procuratori alle imposte. Costoro si sono trovati di fronte al comando del legislatore, il quale ordinava di accertare per ogni contribuente, singolarmente considerato, l’uno indipendentemente dall’altro, ad ogni volgere di anno o di biennio o di quadriennio, il reddito vero effettivamente ottenuto. Si deve accertare il vero effettivo individuale di Tizio, sia 100 o 150 o 200, senza preoccuparsi del quantum di tassazione per Caio. Lo stesso sistema adoperandosi per Caio e per Sempronio e Mevio, e tassandosi tutti sul vero, giustizia è resa a tutti.

 

 

Il principio del vero effettivo individuale conduce logicamente a guardare piuttosto le differenze che le somiglianze, il particolare piuttostoché il generale. Il problema non è: quanto possono guadagnare in media i negozianti che hanno bottega nella tal via ed hanno tale giro di affari? Ma invece: quanto guadagna o quanto perde di fatto il negoziante A o il negoziante B o quello C? L’indagine deve quindi insistere non tanto sulle cause per cui da un dato giro d’affari deve risultare un dato reddito, quanto sulle cause per cui da quel dato giro d’affari, da quella data situazione, da quei coefficienti di produzione – tutte cose per fermo preliminarmente utilissime ad appurarsi – Tizio con intelligenza ed abilità è riuscito a ricavare un reddito netto di 100, Caio con intelligenza ed abilità minori un reddito di 50 e Sempronio, avventato od inesperto, ne trasse una perdita di 30.

 

 

210. Contro l’ideale del reddito vero effettivo individuale, scritto nella legge e accettato dalla dottrina, quella che si chiama comunemente «pratica» e che è l’insieme delle consuetudini di fatto osservate, delle norme seguite negli uffici finanziari ha condotto a poco a poco, non so se in molti o pochi casi, ad un risultato opposto, non scritto, non legalizzato, lamentato spesso, subito per lo più con rassegnazione per la difficoltà di fare meglio: ed è il metodo del vero presuntivo medio.

 

 

I funzionari delle imposte, trovatisi innanzi alle difficoltà concrete degli accertamenti, si sono persuasi presto che la ricerca del vero effettivo individuale poneva un ideale assai alto, tanto alto da non poterlo per lo più attuare. Nessuna nozione è così elastica, così difficile ad essere precisata come quella del reddito netto effettivo. Se il concetto del reddito è controverso nella dottrina, sì da aver dato luogo ad una letteratura amplissima ognora crescente, tanto più è controverso l’appuramento concreto del reddito effettivo delle imprese od economie individuali. L’impiegato che riceve in una data unità di tempo 100 lire di stipendio, il capitalista che riceve 5 lire di interesse sul capitale dato a mutuo possono credere che in tutti gli altri casi l’appuramento del reddito sia ugualmente agevole; ed a prescindere che anche per essi esistono problemi di epurazione, certo è che per i commercianti, gli industriali, i professionisti la bisogna è di una complicazione assai maggiore: quale valore daremo ai rischi, alle quote di deperimento e di ammortamento, alle esistenze di inventario, ecc. ecc.? Quale valore alle registrazioni dei libri di commercio e, dove questi non esistono, alle allegazioni degli interessati? C’è in fondo al concetto del reddito vero effettivo individuale, un pericolo, di cui i funzionari delle imposte avvertono immediatamente la portata gravissima per la finanza: il pericolo degli accertamenti di perdite. Se si vogliono appurare i redditi positivi individuali, giocoforza è ammettere che in certi casi e sovratutto in certi anni o periodi, i redditi siano stati negativi, ossia si siano verificate perdite. Quante volte, i funzionari non si saranno sentiti dai contribuenti muovere questa obiezione: noi saremmo ben disposti a pagare a fin d’anno sul reddito che nell’anno abbiamo di fatto ottenuto, purché l’accertamento di quell’anno non faccia testo per l’anno seguente e se il nuovo esercizio si chiuderà in perdita, questa sia riconosciuta? Il funzionario vede subito l’abisso dietro a queste parole, pur ragionevoli, anzi sacrosante, per chi parta dall’ideale di tassare tutto e solo il reddito effettivo. Vede l’abisso della moltiplicazione dei casi di perdita, non appena si apra uno spiraglio alla loro ammissione. Raccontano le storie che, in non so qual contrada, una legge fiscale ammise un giorno come motivo di esenzione da una imposta la stupidità o cretinismo. Improvvisamente, fioccarono sul tavolo dei funzionari esterrefatti, a migliaia, i certificati medici di cretinismo e le anticamere non bastarono a contenere la folla delle facce stupide che venivano a reclamare l’esenzione dall’imposta! Così, se sul serio si vuol cercare il vero effettivo individuale, il funzionario teme che la massa dei contribuenti, composta di gente media, faccia il tentativo di confondersi nella minoranza dei veri inetti o disgraziati. Perciò i funzionari riparano nella trincea del «medio», nella difesa inespugnabile del non poter ammettere che un professionista, il quale ha studio aperto, che un negoziante il quale ha bottega su via non guadagni almeno quel tanto che ogni persona media deve essere in grado di guadagnare in quella professione o in quel commercio. Se un contribuente non è capace di lucrare almeno il 5 o il 10% sul suo giro d’affari, se non è in grado di far rendere almeno 10.000 lire nette una bottega per cui paga un fitto di 5.000 lire, se non è in grado di cavare dal suo lavoro o dal suo capitale o da amendue almeno quel tanto che basti a far vivere la famiglia secondo la sua posizione sociale, perché continua egli a fare quel mestiere? Perché non chiude bottega e non mette un punto fermo alle perdite, acconciandosi a fare l’impiegato al soldo altrui, come fa lui, funzionario delle imposte?[8]

 

 

211. Logiche riflessioni, inspirate a buon senso ed al giusto desiderio di salvaguardare le ragioni del tesoro, che troppo pericolo correrebbe se dovesse subire l’alea delle disgrazie, vere o configurate, dei contribuenti. Di qui, il ripiegamento di fatto di ambe le parti, amministrazione e contribuenti, sulla posizione del reddito presuntivo medio. Quasi senza avvedersene, nella generalità dei casi, tra finanza e contribuenti, la discussione viene portata non su ciò che è, ma su ciò che deve essere. Il reddito effettivo individuale viene tacitamente lasciato in disparte come un mero concetto scritto da non occuparsene troppo; e si discute sul giro degli affari e sulla percentuale media di utile netto sul giro degli affari in questo o quel commercio. Si fanno concordati o si viene ad intese, fra ispettori superiori e rappresentanze dei contribuenti sul reddito medio per bacinella, per fuso, per telaio, per tale o tale altra unità di coefficiente di produzione usata in questa o quella industria. Il contribuente si adatta a pagare anche quando perde, perché, quando guadagna, non è tassato sulle punte individuali, di un anno o della sua ditta, ma sul medio reddito che le imprese della sua categoria sono reputate fornire. Anche i proprietari di fabbricati non sono sempre tassati sul reddito minore o maggiore ottenuto nei rapporti coi singoli inquilini, ma piuttosto in rapporto al reddito normale che fabbricati così e così, vecchi o nuovi, posti a mezzogiorno o a mezzanotte su questa o quella via, dotati di tali altri comodi, ecc. ecc., devono dare. Le discussioni sono ridotte al minimo; nasce una norma generalmente seguita, che risparmia attriti ed esagerazioni in un senso o in un altro. La finanza fa affidamento su un provento meno oscillante e gradatamente crescente; il contribuente si sente più tranquillo nel dare incremento alla sua impresa per il tempo per cui l’accertamento, fondato su criteri medi, è destinato a durare.

 

 

212. Qui si tocca una delle differenze fondamentali tra i due sistemi. Facciamo per il momento astrazione dalle applicazioni concrete; e supponiamoli amendue applicati in pieno, senza reciproche contaminazioni. Il metodo che tassa il reddito effettivo individuale non può, se vuole tassare il vero, dar remora al contribuente. Quando il reddito è 100 deve tassare 100; e se, essendoci una perdita di 50, deve astenersi dal tassare ed anzi dovrebbe concedere una detrazione corrispondente nell’anno successivo, deve però tassare 150 o 200, quando il reddito balza a 150 od a 200. Perciò il contribuente vive in continua inquietudine ed è trattenuto dal mettere in evidenza e talvolta impiegare capitali se teme che da ciò gli possa derivare un aumento di imposta. Sa che l’aumento è certo; mentre dubita sul condono immediato della imposta in caso di perdita.

 

 

Il metodo del reddito presuntivo normale rimedia alla difficoltà. In esso è implicita la deduzione delle perdite, perché non si tassano le punte eccezionali ed individuali dei redditi. Con esso la finanza non ha urgenza di revisioni annue, perché, se possono di anno in anno mutare le condizioni particolari dei singoli contribuenti, non muta altrettanto rapidamente il rendimento medio di una branca di industria o di commercio. Con esso, la finanza non è danneggiata, ma anzi trae grande vantaggio dall’attendere a tassare alla fine di un più lungo periodo l’aumento di reddito verificatosi dopo una revisione. Il farsi piccolo prima del concordato e, subito dopo, impiegare nuovi capitali e nuove iniziative nella propria impresa, così da godere per quattro anni (adotto, a scopo di esemplificazione, l’intervallo tra due revisioni un tempo usato in Italia) indisturbato l’aumento di reddito, è la conseguenza necessaria del metodo del reddito presuntivo medio. Necessaria e, nel tutt’insieme, assai più vantaggiosa alla finanza che ai contribuenti. Rari sono infatti i casi di imprese temporanee le quali durino solo per i quattro anni per cui la finanza non può variare l’imponibile e poi si squaglino.

 

 

Normalmente l’impresa dura anche oltre, sicché la finanza, alla fine del quadriennio, può elevare l’imponibile, ed elevarlo tanto più sicuramente in quanto è già trascorso il periodo iniziale di prova e di lanciamento dei nuovi capitali investiti.

 

 

213. Che i pratici, contribuenti e procuratori alle imposte, siano per tentativi giunti alle medesime conclusioni alle quali erano arrivati i grandi economisti italiani del ’700 fa onore non piccolo alla agilità mentale con la quale essi hanno saputo interpretare il comandamento letterale della legge tributaria. Essi hanno, attenendosi alle presunzioni ed ai criteri del reddito medio o normale di gruppo o categoria, scelto la via buona; ma poiché la lettera della legge assume a base della tassazione il concetto del reddito effettivo individuale, dal dissidio fra il comando letterale del legislatore e la applicazione pratica di esso sono purtroppo sorti compromessi eccezioni derivazioni contingenti e discordi. È cosa sostanzialmente saggia derivare, come si fa, il reddito imponibile dal numero dei fusi, delle bacinelle e dei telai, dal valore locativo, dal giro degli affari; ma poiché ciò si fa per applicazioni particolari, con criteri contingenti e variabili da industria ad industria e da luogo a luogo, le sperequazioni sono inevitabili; né possono essere rimediate dalle conferenze periodiche degli ispettori superiori alle imposte. In quel dato caso singolo, anche se la norma direbbe di accertare 100, ma soccorrono dati certi sul reddito effettivo, si accerta 120; in quell’altro, visti gli stessi dati certi, si accerta 70. Di qui sperequazione, poiché ognuno dei due sistemi, del reddito individuale effettivo e del reddito normale di categoria, può funzionare, a condizione che sia sempre in tutti i casi applicato lo stesso criterio; non a volta a volta quello del reddito medio o quello del reddito effettivo a seconda che l’uno o l’altro meglio giovi alla finanza o sia difeso con abilità dallo scaltrito contribuente.

 

 

214. Dal contrasto fra la lettera della legge e la pratica amministrativa non si esce se non trasformando gradatamente e prudentemente in legge quella che è opera dell’amministratore. Importa all’uopo che teorici legislatori e pratici, costretti a scegliere fra i diversi criteri di distribuzione delle imposte, si liberino del ridicolo senso, da cui si sentono oppressi, di rispetto umano di fronte alla boria dei dottrinari. Avrei scritto invano il presente saggio, se esso non fosse riuscito a dimostrare che dietro a quella boria c’è il vuoto. Il ministro alle finanze, il procuratore alle imposte, il contribuente debbono guarire dalla malattia del «complesso di inferiorità» da cui essi invincibilmente sono afflitti in cospetto dei sacri principii della scienza delle imposte. Non esistono sacri principii in materia di imposte. Non esiste il «vero» reddito; non esiste la «vera» giustizia; non esiste il «vero» principio di tassazione. Chi afferma l’esistenza di questi sublimi «veri» in una materia così concreta, così grossamente contingente è un contastorie. Esistono solo la logica, il buon senso, la analisi dei risultati che derivano dalla applicazione dell’uno e dell’altro dei tanti veri che si fanno concorrenza per attirare su di sé l’attenzione dei legislatori.

 

 

215. Non ho voluto offrire al legislatore la ricetta di nessun principio di giustizia per se stesso più vero di altri principii. Affermo soltanto che il «vero» detto reddito ordinario, è fecondo di risultati migliori dell’altro «vero» detto reddito «individuale effettivo». Dico che esso soddisfa meglio alla condizione di dare allo stato quel che spetta allo stato, laddove il «vero» detto reddito «individuale effettivo» dà allo stato quel che è proprio del contribuente o viceversa. Soddisfar «meglio» non vuol dire soddisfare «in tutto». Poiché non conosciamo il criterio perfetto per dare allo stato quel che è dello stato è giuocoforza contentarci di quel criterio il quale meno, di gran lunga meno dei suoi concorrenti, offende il buon senso. Dico che i pratici, contribuenti e procuratori alle imposte, dopo aver fatto i dovuti salamelecchi al «vero» dottrinario del reddito individuale effettivo, si attaccano al «vero», segnalato dalle necessità e dal buon senso, del reddito medio ordinario. Dico che essi non debbono vergognarsi affatto di avere infilato la buona via e, smettendola coi salamelecchi, debbono sentirsi orgogliosi di averla trovata. Aggiungo che essi non dovrebbero essere lasciati soli lungo l’arduo cammino. Teorici e legislatori debbono sforzarsi di andare a fondo delle ragioni per le quali la strada seguita in concreto è diversa da quella insegnata dalla cosidetta dottrina e dalla lettera della legge. Io sono convinto che la strada seguita in pratica conduce alla verità ragionevole, che in queste cose è quella che concilia, meglio che si possa, il vantaggio dell’erario e quello dell’economia pubblica. Sono convinto che su quella strada è possibile giungere, ad esempio, alla unificazione dell’imposta sui redditi di ricchezza mobile degli industriali e dei commercianti e di quei suoi figli spuri che si chiamano, a seconda dei paesi, imposte sul giro degli affari o sugli scambi e sono contraffazioni mal riuscite delle imposte sui redditi industriali e commerciali, doppioni purtroppo oggi resi necessari dalla insufficienza dell’imposta madre. Poiché l’imposta di ricchezza mobile tende a colpire il giro degli affari e poiché la tassa scambi è anche un’imposta sul giro degli affari, perché non guardar in faccia alla realtà e, buttando dalla finestra le vane stupide parole di redditi netti, di redditi veri, analizzare il contenuto effettivo delle imposte quali sono state foggiate oramai da una lunga fruttuosa esperienza? Le imposte quali sono state costrutte dai contribuenti, dai funzionari e dai magistrati perfezionano i principii che settanta anni fa furono posti da legislatori sapienti e prudenti, ed ancora oggi riassunti, senza tener conto del concreto accrescimento avvenuto, nei trattati dei dottrinari. Una legge d’imposta è dapprincipio uno strumento affidato ai contribuenti affinché essi possano lottare invidiosamente l’uno contro l’altro. Tocca all’esecutore della legge strappare a poco a poco all’imposta il virus dell’invidia, adeguando tutti dinnanzi alla necessità della cosa pubblica.

 

 

216. Perché non strappare fin dall’inizio delle leggi tributarie il maledetto vizio originario dell’invidia reciproca tra contribuente e contribuente, vizio espresso nella assurda ricerca della «verità» tributaria assoluta immacolata immanente e sostituirvi l’ossequio alla «verità» pratica la quale tenta di far pagare ad ognuno quel che egli deve allo stato in ragione dell’opera compiuta dallo stato per creare l’ambiente giuridico e collettivo, entro al quale ognuno è chiamato a lavorare? Invece di guardarsi intorno per confrontare il maggior carico comparativo proprio con quello, asserito minore, altrui, ognuno guardi a sé ed allo stato; ognuno vegga se, dati gli strumenti di lavoro e di capitale da lui posseduti, egli abbia contribuito la quota, stabilita con uguaglianza universale, del prodotto che egli normalmente fu messo in grado di ricavare dalle cose sue sotto l’egida dello stato.

 

 

217. Questo dissero in sostanza Don Vincenzo De Miro, Pompeo Neri, Gianrinaldo Carli e Carlo Cattaneo: voi, o contribuenti, non dovete pagare l’imposta per quel che valete. A questa stregua, nessuno di voi dichiarerà il proprio valore e tutti affermeranno che il valore altrui è maggiore del proprio. Voi, invece, dovete pagare in ragione del valore degli strumenti di capitale e di lavoro che son vostri. Capitale e lavoro a nulla varrebbero senza il conforto dell’opera di protezione e di elevazione compiuta dallo stato. Perciò lo stato ha diritto di pretendere una quota del prodotto che dalle cose vostre si può normalmente, nelle condizioni esistenti di luogo e di tempo, ottenere. La quota prelevata dallo stato non è tolta a voi, perché senza di lui voi non avreste nulla. Ma quel di più che col vostro ingegno, colla vostra fatica, colle vostre rinunce voi otterrete in confronto al presunto prodotto ordinario, sarà tutto vostro. Vostro fino al giorno in cui, grazie al perfezionamento, vostro e dello stato insieme, il prodotto ordinario ed il fabbisogno dello stato non siano medesimamente cresciuti e da un gradino più alto si possano prendere le mosse verso una meta più luminosa.

 

 

218. Noi chierici della scienza, mancheremmo al nostro dovere se ci stancassimo dall’additare al disprezzo degli uomini pensanti il virus dell’invidia tributaria ed alla loro osservanza il principio del dovere verso lo stato, il quale servendoci ci innalza.

 

 

Mancheremmo al nostro dovere se ci stancassimo dal guardar dentro alle vanità le quali si sono travestite da teoremi scientifici. La lunga analisi dei fantasmi, dei miti, dei paradossi e della superbia dottrinaria in materia d’imposte richiede un atto di umiltà. Rendiamo omaggio alla scienza astenendoci dal pronunciarne il nome invano.

 

 

Riconosciamo di non possedere il metro invariabile della giustizia tributaria, al quale l’umanità debba inchinarsi. Lo cerchiamo da secoli; ma non l’abbiamo ancora trovato. Dinnanzi alla maestà dello stato non invochiamo a gran voce giustizia per trarne pretesto a confronti invidiosi. Nessuno voglia essere da meno e di più del vicino e dell’amico posto nelle stesse condizioni. Rendiamo a Cesare quel che è di Cesare, diamo allo stato quel che ad esso è dovuto in ragione di ciò che ha creato a nostro favore. L’invidia non ci spinga a dire: non posso perché, pur possedendo gli stessi mezzi, non riuscii come il vicino come l’amico. Lo stato mi aiutò ad alzarmi in piedi ed a camminare; epperciò, non perché io abbia saputo camminare molto o poco, gli debbo tributo.

 

 



[1] In La terra e l’imposta, nel primo quaderno degli «Annali di economia» dell’Università commerciale Bocconi di Milano 1924. Ivi è ricordata la bibliografia essenziale. Si aggiunga qui che la relazione Messedaglia, allora praticamente irreperibile, è stata oggi rimessa a disposizione degli studiosi a cura del nipote Luigi Messedaglia col titolo Angelo Messedaglia, Il catasto e la perequazione, Cappelli, Bologna 1936. Lo scritto La terra e l’imposta fu ristampato, coll’aggiunta di una Appendice (pp. 201-306), nel vol. II della serie prima di una prima raccolta, in tre volumi delle «Opere», Einaudi, Torino 1942, raccolta oggi sostituita dalla presente.

[2] In Notizia economica sulla provincia di Lodi e Crema, estratta in gran parte dalle memorie postume del colonnello Brunetti, in «Il Politecnico», vol. 1, 1839, pp. 153-55. La notizia oggi è ripubblicata in Saggi di economia rurale di Carlo Cattaneo, Einaudi, Torino 1939, pp. 85-114.

[3] In Relazione del censimento dello Stato di Milano, nella raccolta di Scrittori classici italiani di economia politica del barone Custodi, parte moderna, vol. XIV, 1804, pp. 315 sgg.

[4] In Notizie naturali e civili su la Lombardia, Milano 1844, Introduzione, p. XCV; ristampata nel vol. IV delle Opere edite ed inedite di C. C. raccolte da Agostino Bertani, p. 267. Il brano è riprodotto nei citati Saggi di economia rurale, p. 34.

[5] Di alcune istituzioni agrarie dell’Alta Italia applicabili a sollievo dell’Irlanda, lettere a Roberto Campbell regio vice console in Milano. Lettera quarta dell’1 marzo 1847, in Opere citate, vol. IV, pp. 334 sgg. Le lettere sono ripubblicate per intero nei Saggi di economia rurale cit., pp. 133-204. Il brano riprodotto nel testo si legge a pp. 183-84.

[6] Relazione della commissione… sul disegno di legge «Riordinamento della imposta fondiaria». Atti parlamentari, leg. XV, prima sessione, doc. n. 54-A, p. 173.

[7] In Ancora la sperequazione e le evasioni nell’imposta di ricchezza mobile, in «La Riforma Sociale» del gennaio-febbraio 1929, e di nuovo in Saggi, pp. 168 sgg.

[8] In un articolo riprodotto da l’«Informazione industriale» ne «Il giornale dei ragionieri» del 31 gennaio 1928 l’avv. Luigi Sertorio riporta «Il ricordo di un caso specifico» in cui il funzionario avrebbe allegato al contribuente «che se anche l’azienda è in perdita, non è questo motivo convincente per escludere che l’imposta di ricchezza mobile debba pagarsi, perché non è giusto creare ad un dato contribuente una condizione industriale più favorevole di quella dei suoi concorrenti che pagano l’imposta di ricchezza mobile». Il Sertorio riferisce il ricordo a guisa di critica. Si vedrà subito, per le cose dette nel testo, che l’allegazione del funzionario ha un fondamento dottrinale di grande peso.

Sì, se da imposta si fa taglia

Sì, se da imposta si fa taglia

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 202-209

 

 

 

 

193. L’imposta ottima, alla quale i legislatori aspirano, sappiamo già essere quella che non grava, che non pesa, che non preleva nulla, anzi cresce la ricchezza dei contribuenti. E questa non si può chiamare imposta. Inversamente, è vera imposta quella che sul serio grava preleva taglieggia; quella prelevata dallo stato che porta via assai e poco restituisce ai cittadini. E questa la chiameremo «taglia».

 

 

194. Nei tempi moderni gli uomini quasi non conoscono più che cosa sia la vera taglia. Bisogna risalire agli scrittori del decimosettimo e del decimottavo secolo per leggere qualche pagina viva su di essa.

 

 

Un secolo innanzi alla rivoluzione La Bruyère descriveva il contadino francese:

 

 

Si veggono, sparsi per la campagna, neri, lividi e bruciati dal sole taluni animali salvatici, maschi e femmine, asserviti alla gleba che essi frugano e rimuovono con invincibile ostinazione. Costoro hanno quasi una voce articolata e, quando si alzano in piedi, dimostrano una faccia umana, ed in verità sono uomini. Durante la notte si ricoverano in tane ove vivono di pane nero, d’acqua e di radici. Poiché essi scansano agli altri uomini la fatica di seminare, di arare e di mietere per vivere, costoro meritano di non mancare di quel pane che hanno seminato.

 

 

Delle cause le quali avevano persuaso Saint-Simon a dire del più gran re d’Europa che egli era anche il re des gueux, una è messa in risalto da Alessio di Tocqueville : l’incertezza arbitraria dell’imposta.

 

 

L’esattore a cui tocca la mala ventura di ripartire la taglia fra i contribuenti del suo comune è nel tempo stesso tiranno e martire. Poiché egli è responsabile con tutta la fortuna per il versamento della somma assegnata al comune, ognuno schiva il carico ruinoso e tutti sono chiamati a forza a sostenerlo a turno. «L’ufficio – afferma Turgot – è cagione di disperazione e quasi sempre di rovina per coloro ai quali è affidato; tutte le famiglie agiate del villaggio sono così ridotte ad una ad una alla miseria». Ridotto egli alla rovina, tiene in pugno la rovina di tutti. «La preferenza per i suoi parenti – diceva nel 1772 l’assemblea provinciale dell’alta Guienna – per gli amici e per i vicini, l’odio, la sete di vendetta contro i nemici, il bisogno di un protettore, la paura di recar dispiacere a un cittadino agiato che fornisce lavoro, lottano nel suo cuore col sentimento della giustizia». Il terrore toglie all’esattore ogni senso di pietà. In talune parrocchie l’esattore non va in giro se non accompagnato da soldati e da uscieri. Nessun contribuente tuttavia paga se prima i soldati non hanno preso stanza a casa sua. Il contadino aspettando, come l’asino, di essere battuto prima di pagare, è politico fino. «Per fuggire alle imposte violente ed arbitrarie, il contadino francese, in pieno secolo XVIII, agisce come l’ebreo del medio evo. Egli si fa vedere in apparenza miserabile, anche se per avventura non lo sia in realtà. L’agiatezza esteriore a gran ragione lo impaurisce. La società d’agricoltura del Maine narra nel rapporto per il 1761 di avere accarezzato per un momento l’idea di distribuire bestiame a titolo di premio ed incoraggiamento. Ne fu dissuasa dal pensiero delle conseguenze dolorose che una bassa gelosia avrebbe potuto attirare a danno dei premiati, soggetti a vessazioni di cresciute imposte negli anni seguenti».[1]

 

 

Il contribuente, temendo di vedersi domani cresciuta l’imposta, ove pagasse puntualmente, preferisce sopportare la spesa dell’esecuzione forzata piuttostoché farsi vedere in grado di pagare.

 

 

Ognuno, – esclama l’assemblea provinciale del Berry – teme di mettere in vista le proprie ricchezze; si rinuncia a mobilio, a vestiti, a cibo ed a tutto ciò che è soggetto alla vista altrui». Il signor di Choiseul Gouffier voleva far coprire a proprie spese con tegole le case dei suoi contadini esposte ad incendio. Costoro lo ringraziarono per la bontà, supplicandolo però di lasciare nel loro stato le capanne, ché, se fossero state coperte di tegole invece di paglia, gli esattori avrebbero cresciuto la taglia. Se io guadagnassi di più, esclama un contadino, lavorerei a profitto dell’esattore.[2]

 

 

Le Pesant de Boisguilbert un secolo prima della rivoluzione aveva veduto nettamente le cause del male. La rovina della Francia è sovratutto dovuta

 

 

alla incertezza della taglia, la cui tariffa, essendo in tutto arbitraria, vanta questa sola certezza: che più si è poveri, più si paga… Il minor danno della taglia, è, per il popolo, dover pagare qualcosa al re; la sua perfezione è tanta da ruinare nel tempo stesso chi, schiacciato dal peso, cade e chi riesce a schivarla… Il numero dei tagliabili diminuisce ogni giorno; ed oggi bisogna pagare in trenta quel che ieri si sopportava in sessanta… Poiché importa scansare qualsiasi mostra di ricchezza; non si osa, per paura di pagare il doppio d’imposta, possedere, anche quando si potrebbe, il necessario bestiame, senza il quale non si ingrassano i terreni, come pur si vorrebbe da chi sa essere gli ingrassi l’anima dell’agricoltura e della cerealicoltura.[3]

 

 

195. L’arbitrio aveva prodotto i medesimi effetti in Italia. Leggiamo le pagine solenni della Relazione dello stato, in cui si trova l’opera del censimento [catasto] universale del Ducato di Milano nel mese di maggio dell’anno 1750, il documento di maggior sapienza che la storia della finanza vanti in Italia e fuori d’Italia.

 

 

Contro il detto del legislatore romano:

 

 

Is vero, qui agrum in alia civitate habet, in ea civitate profiteri debet, in qua ager est; agri enim tributum in ea civitate debet levare, in cuius territorio possidetur,

 

 

ossia contro la regola di universale tassazione delle cose nel luogo dove erano situate, le classi privilegiate condussero lunga guerra, vittoriosa per esse, disastrosa alla cosa pubblica.

 

 

Dalla legge del territorio, legge chiara e immutabile, non si può recedere senza cadere in mille assurdità, e in un mare di incertezze; poiché volendo descrivere e censire i beni, non secondo la regola del sito, dove sempre sono stati e in eterno staranno, ma secondo qualunque altra regola fondata nelle qualità personali del possessore, ogni regola resta turbata dalle variazioni giornaliere, che seguono in queste qualità personali e nel passaggio dei beni da un nome all’altro, sicché il catasto resta sempre vacillante e si privano le comunità di quel naturale patrimonio, da cui nei loro bisogni devono ricevere aiuto (p. 30).

 

 

196. Litigi infiniti sorsero in Lombardia tra il 1559 ed il 1718 a causa dell’arbitrio proprio del criterio dell’imposta personale: cittadini contro rurali, rurali contro cittadini, città le quali, colla pretesa di tassare i cittadini per tutto il loro reddito, da qualunque fonte ricavato, rubavano, per quel che tocca l’imposta, la terra ai villaggi; comuni rurali i quali per resistere alle conseguenze dello spopolamento, a sua volta dovuto alle imposte vessatorie ed arbitrarie, fingevano subietti immaginari di imposta ed, attraverso a quelli, si accanivano contro i subietti vivi e veri. Ignoro se nella letteratura finanziaria si legga una pagina che possa paragonarsi a questa, classica, che Pompeo Neri dettò nella relazione del censimento milanese:

 

 

Siccome tali pratiche arbitrarie [nel riparto delle imposte sui beni, sulle persone e sulle bocche, che allora distinguevansi variamente le une dalle altre] hanno per lo più inclinato all’aggravio delle persone, talché in qualche luogo, parte per il rigore delle tasse e parte per altre disgrazie è seguita la spopolazione, così per rimediare alla mancanza, che facevano i fuggitivi fu inventato un rimedio, che certamente non ha mai servito a popolare verun paese, e questo fu d’immaginare, che dove le persone non erano vi dovessero essere, e che quelle pertiche di terreno, che servivano ordinariamente al lavoro e mantenimento di una testa, cioè di un capo di famiglia, dovessero costituire una simil testa, che fu detta Testa morta, obbligata a pagare quel che nell’annue comunali imposte tocca a pagare a una testa viva e a due bocche vive. E di tal pagamento della testa morta furono incaricati i padroni del terreno, che oltre al trovarselo derelitto dagli agricoltori, se lo trovarono fecondato di questa nuova gabella, la quale fu creduto, che dovesse incitare i padroni a tener conto con maggior cura degli agricoltori, e che dovesse rimediare all’avarizia di alcuni, che per evitare la tassa personale facevano lavorare i proprii terreni a sua mano per mezzo di lavoranti forestieri; ma quando gli agricoltori abbandonano il terreno, o per incursioni militari, o per esorbitanza di tasse, come è seguito più volte in questo dominio, l’esperienza ci ha fatto conoscere, che il paese non si ripopola a forza di teste morte, e che senza dar loro un modo di vivere, le teste vive non tornano più (pp. 45-46).

 

 

197. L’arbitrio guastava, durante il dominio spagnuolo, tutto il sistema d’imposta. Il principe urgeva lo stato, lo stato si rivolgeva alle province e queste ai comuni. Purché la somma chiesta fosse versata all’erario, nessuno curavasi di vegliare ai modi della ripartizione e del pagamento.

 

 

Il metodo oscuro e disuguale di ripartire… somministra agli amministratori delle comunità una occasione di nascondere nelle imposte la verità delle somme convenienti al preciso bisogno, poiché i comunisti non potendo sapere con notizie certe la quantità del loro contingente, non si possono accorgere se siano sopraccaricati e bisogna che corrano ciecamente la fede dei loro amministratori… L’obbligazione solidale, che ha la comunità di corrispondere per i non solventi, il che non può fare senza sovrimporre per loro sopra i solventi, dà loro il pretesto di fare tali soprimposte a loro talento, pretesto, che non può essere disturbato dai contribuenti, perché sanno lamentarsi che il carico è grave, ma non sanno mai fare il conto perché sia ingiusto, e non può essere disturbato dai superiori, a cui si porta il denaro perché la giustificazione del gravame è troppo difficile, e perché a chi porta il denaro si stima un atto di prudenza e di giustizia l’accordare tutte le agevolezze, per metterlo assieme senza difficoltà (pp. 72-73).

 

 

Contingenti, solidarietà, ripartizione fatta dagli interessati sono parole le quali ritornano di moda. Chi le riaffaccia ricorda le ombre che le accompagnarono nel passato? Il procuratore alle imposte, funzionario di stato, è forse un imperfetto sostituto del magistrato. In lui, accanto all’animo del giudice, vive il vecchio animo del rappresentante del fisco regio, il quale non solo difende il suo patrimonio contro gli assalitori, ma lo vuole ad ogni costo e con ogni mezzo crescere a danno del privato. In fondo all’animo fiscale vive però la consapevolezza dell’interesse pubblico e nasce il germe dell’imparzialità con la quale il giudice attribuisce il suo allo stato ed al privato. Importa rafforzare i germi buoni e farli crescere; importa attribuire la definizione ultima di tutti i litigi tributari, di fatto e di diritto, al magistrato indipendente, ed importa che egli, non avendo nulla da temere né da sperare dagli uomini e sapendo di dover solo rendere conto dell’opera propria alla coscienza ed a Dio, si senta e sia davvero indipendente. Attribuire ai confratelli, ai consorti, sia pure riuniti in associazione, il compito, – gelosamente riservato al padre, al capo, al re e da questi delegato al magistrato che, pur incarnandoli, è tenuto ad ubbidire ai loro comandi solo quando siano tradotti nel verbo della legge – di ripartire le imposte, sarebbe un ritornare indietro di centinaia d’anni, un abbandonare le bilance della giustizia in mano ai forti ed agli astuti, con inenarrabile iattura dei deboli e degli onesti.

 

 

198. Don Vincenzo De Miro, presidente della prima giunta del censimento scelse a caso ottanta comuni, dieci per ciascuna delle otto province dello stato e calcolò quanto ammontasse il gravame delle imposte «regie» supponendo che per tre quarti cadesse sui fondi e per un quarto sulle persone.

 

 

Disuguaglianze meravigliose furono osservate. Lo scudo di valor capitale dei terreni e degli altri beni catastati apparve soggetto a balzello variabilissimo nella stessa provincia e più tra province diverse. Fu constatato che nel contado di Milano i terreni del comune meno tassato pagavano in media solo 8 denari e 5 punti per scudo, laddove quelli del comune più tassato pagavano 2 soldi, 5 denari e 3 punti, il che vuol dire quattro volte tanto; che nel contado di Cremona il minimo carico era di 6 denari e 5 punti ed il massimo di 4 soldi, 7 denari e 9 punti, con un divario di più che da 1 ad 8; e che nell’intiero stato milanese il comune meno tassato tra gli ottanta scelti a caso pagava solo 1 denaro e 9 punti, laddove quello più tassato soggiaceva ad un carico di 13 soldi 5 denari e 1 punto per scudo di estimo, più che 92 volte il carico minimo.

 

 

Disuguaglianze non minori si osservarono nel «carico personale», le quali si possono riassumere dicendo che la testa media del comune meno tassato pagava 13 soldi, 11 denari ed 1 punto, laddove la testa media del comune più tassato soggiaceva ad un onere di 36 lire e 9 punti, più di 51 volte tanto.

 

 

Prudentemente, il presidente De Miro osserva: «Le sproporzioni e disuguaglianze osservate in detti ottanta comuni hanno luogo anche in tutti gli altri dello stato, e ve ne saranno molti, nei quali si darà più grave sbilancio di quello si è notato nei suddetti» (p. 49). Come potrebbero le disuguaglianze essere minori, se si tenta di riassumere la descrizione che con animo indignato di giureconsulto il De Miro tracciò del disordine e dell’oscurità di quei metodi di riparto dei tributi?

 

 

Bocche e teste, bocche e mezze bocche, metà e quarti di testa di femmine, di muti e di storpiati, teste vive morte e finte, teste di massari e teste d’ottava colonica, teste diversificate in ragion della santa comunione o del matrimonio, teste di famigli, di capi di casa, di ammogliati, di uomini sciolti, di vedove, pertiche civili ecclesiastiche e forensi, punti di pertiche, di uomini e di fuochi; ecco il linguaggio che nei gridari milanesi si usava ad attuare la «giusta» ripartizione delle imposte. Fatti i conti e ridotti i risultati ad unità semplici di misura, testa d’uomo o scudo d’estimo, accadde che Don Vincenzo De Miro riscontrasse diversità da 1 a 51 sulle teste e da 1 a 92 sugli scudi d’estimo. Siamo davvero sicuri che nei perfezionatissimi sistemi personali di distribuzione delle imposte acclamati nei tempi moderni non si sia giunti, sempre in ossequio alla dea giustizia, a disuguaglianze di gran lunga più gravi e meno spiegabili di quelle che stupivano il giureconsulto del ’700?

 

 

199. Perciò il grido di tutti gli scrittori di finanza nei secoli XVII e XVIII più che giustizia era certezza. Si voleva giustizia sovratutto ad assicurare i popoli contro il danno dell’arbitrio. Quando dettava la sua seconda massima:

 

 

L’imposta che ognuno deve pagare dovrebbe essere certa e non arbitraria. Il tempo del pagamento, il modo del pagamento, l’ammontare dovuto, tutto dovrebbe essere chiaro e semplice sia per ogni contribuente, come per qualsiasi altra persona. Là dove così non si opera, ognuno il quale sia soggetto all’imposta è posto nella balia più o meno stretta dell’esattore, il quale può gravar la mano sui contribuenti sgraditi ovvero estorcere, colla minaccia dell’aggravio, qualche regalo o mancia a proprio vantaggio. La incertezza dell’imposta incoraggia la insolenza e favorisce la corruzione di una categoria di uomini, la quale è impopolare per se medesima, anche quando i suoi membri non siano né insolenti né corrotti. La certezza dell’ammontare che ognuno è chiamato a pagare è affare di così grande importanza in materia di imposta che un grado assai considerevole di disuguaglianza sembra essere, ove si giudichi secondo l’esperienza universale dei popoli, un danno di pochissimo conto in confronto ad un piccolissimo grado di incertezza (Wealth of Nations V, II, II, II).

 

 

Lapidariamente, come soleva, Adamo Smith riassumeva in breve sentenza la esperienza dei secoli. Il secolo XIX e più forse il secolo XX dimenticarono quell’insegnamento e corsero dietro al mito della giustizia assoluta. Per gran tratto del cammino giustizia e sicurezza non contrastano l’una l’altra ed anzi l’una giova all’altra, potendosi riscuotere più agevolmente con minore opposizione del contribuente l’imposta equa che quella iniqua. Giunge tuttavia il momento in che la ricerca della giustizia, affinandosi, passa il segno e diventa incompatibile con la certezza. La giustizia nella distribuzione dell’imposta si misura con la bilancia grossolana dell’occhio e della mano, non con quella delicata dell’orafo. Quando il legislatore tenta di adoperare bilance sottili, bisogna ricordargli la conclusione solenne smithiana: «un grado assai considerevole di disuguaglianza sembra essere, ove si giudichi secondo l’esperienza universale dei popoli, un danno di pochissimo conto in paragone con un piccolissimo grado di incertezza». L’incertezza distrugge la materia imponibile. Il comando: pereat mundus, sed fiat justitia non giova qui dove si tratta di far giustizia allo scopo di serbare in vita, coll’imposta, la città terrena.

 

 



[1] Taine, L’ancien regime et la revolution, pp. 192 sgg.

[2] Ibid., pp. 464 sgg.

[3] La France ruinée sous le règne de Louis XIV. Par Qui et Comment. Avec

les moyens de la retablir en peu de tems. A Cologne 1696.

Esiste l’imposta?

Esiste l’imposta?

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 192-201

 

 

 

 

183. La domanda può parere paradossale e non è. Dissi già che debito pubblico (paragrafi 134 e 135) ed imposta (paragrafi 15-18) talvolta paiono vivi e son morti. Sono le vendette della realtà contro la boria dei giustizieri. Questi vorrebbero che gli uomini soffrissero l’imposta e continuamente paragonassero i sacrifici dell’uno ai sacrifici dell’altro e sommassero sacrificio a sacrificio e proporzionassero sacrificio a piacere; o vorrebbero che l’imposta portasse via ogni anno una parte, costante o variabile, di una certa misteriosa entità di bilancio chiamata saldo utili. La realtà si ride dei piani dei giustizieri e li scompiglia di continuo. Non appena il dottrinario ha immaginato un sistema, in base al quale tutti coloro i quali si trovano in una data situazione debbono pagare, ad esempio, 1.000 lire di imposta su 5.000 lire di reddito, ecco che inesorabilmente, giorno per giorno, l’ala del tempo cancella l’opera del dotto legiferatore. Tizio paga, per qualche anno, le 1.000 lire sulle 5.000 lire di reddito della casa e ne soffre, come il giustiziere voleva. Come per tutti i dolori umani, anche il dolore dell’imposta col tempo si attenua, e l’abitudine lo fa parere minore. Giunge il momento nel quale Tizio vende la casa e se ne va con dio provveduto delle 80.000 lire, prezzo di mercato al 5% di una casa che rende nette 4.000. Egli ha sofferto l’amputazione di 20.000 lire sulle 100.000 che la casa avrebbe potuto valere se l’imposta non fosse mai esistita. Forse, se il tempo non ha ancora attutito il ricordo dei redditi e dei prezzi che furono, egli è il solo il quale oramai soffra la imposta delle 1.000 lire. Ma a lui che ha venduto nessuno pensa quando si parla dell’imposta di 1.000 lire gravante sulla casa. Egli è un camminante, perso nella nebbia dell’orizzonte, il quale va verso altre imposte, dimentico di questa che lo ha addolorato in passato. L’acquirente soffre dolore quando paga il tributo annuo delle 1.000 lire? No, perché egli riceve il 5%, 4.000 lire annue di reddito, dal capitale di 80.000 lire investito nella casa. L’imposta c’è, il tesoro dello stato la incassa e nessuno sente il dolore. Benvenuto Griziotti in un suo scritto ha trovato una immagine luminosa per enunciare il fatto: l’imposta è simile ad un raggio il quale colpisce oggi la pupilla del nostro occhio e par vivo; ma viene da una stella lontanissima morta da secoli. Il raggio ha camminato nel firmamento per anni e per secoli e finalmente è giunto a noi e ci fa vedere come fosse viva la stella che invece è spenta. Così è di certe imposte. Paiono vive: gli uomini compiono il rito di pagarle e di riscuoterle, ma chi le soffrì forse è morto da anni o da secoli e più non sente. E nessuno soffre in vece sua. Gli scrittori hanno detto «ammortizzate» queste imposte le quali hanno cagionato una perdita od ammortamento di valore capitale nella cosa colpita. Non so la derivazione linguistica della parola «ammortamento»; ma dico che per caso gli scrittori hanno scelto la parola espressiva. L’imposta ammortizzata è l’imposta morta nel cuore degli uomini, la quale non desta più in esso nessuna sensazione di dolore e di rimpianto. Molte imposte sono morte.

 

 

184. Il paradosso dell’imposta morta irritò i giustizieri. Parve un’offesa alla giustizia. Bisogna abolire le imposte che non sono più sentite dagli uomini viventi. Un’imposta la quale ad ogni istante non fa sentire all’uomo il dolore della condanna divina: lavorerai col sudore della fronte per pagare imposta, non adempie alla sua missione. Importa creare un sistema in virtù del quale il dolore dell’imposta sia necessariamente perpetuo e lancinante. Confesso di non riuscire ad entrare in così perfetto stato di satiriasi tributaria. Il paradosso dell’imposta morta mi ha indotto invece a pensare se non forse il dominio della parola vuota di senso non abbia pesato ancor più gravemente di quanto finora ho messo in luce. Che forse ci siamo lasciati trascinare dal vuoto suon delle parole? Imposta fa nascere l’idea di qualcosa che è messo sopra e pesa. Imposta sul reddito o sul capitale par sia cosa che logicamente grava, decurta, diminuisce reddito o capitale o tutte due insieme.

 

 

185. Gli economisti ebbero nel secolo scorso il torto di aggravare la propensione ad interpretare la parola «imposta» nel senso di peso o di dolore con la malaugurata collocazione che essi fecero, per ragioni di euritmia architettonica, della discussione delle imposte nella quarta parte dei loro trattati. Produzione, distribuzione, circolazione e consumazione della ricchezza: ecco la classica quadripartizione del dramma economico messa in onore da Gian Battista Say. I primi tre atti del dramma erano gli atti creativi: gli uomini faticando commerciando distribuendo creano ricchezza. Nell’ultimo atto si assisteva alla distruzione di ciò che s’era creato. Gli economisti di quel tempo non avendo scoperto le leggi dell’utilità e del marginalismo e non avendo ancora imparato a rovesciare l’ordine delle nozioni, erano disperati. Avendo un po’ di scrupolo a riempir le pagine del trattato della consumazione con insegnamenti cavati dai trattati del buon governo della famiglia di Agnolo Pandolfini (o Leon Battista Alberti?), essi non sapevano davvero cosa ficcare nella quarta parte. Non c’era euritmia nell’architettura dell’edificio scientifico. Tre ali del palazzo erano alte e ricche; ma la quarta? Vennero in soccorso le imposte. Poiché i consumi privati offrivano poca materia, si discorse ampiamente dei consumi pubblici. Le imposte furono così idealmente legate all’idea di consumo, di distruzione. Nel sistema del dramma economico quadripartito, gli uomini producevano trasportavano commerciavano distribuivano la ricchezza. Poi, veniva il diluvio. Il consumo distruggeva; e nell’atto di consumo aveva luogo una lotta internecina fra gli uomini i quali pretendevano di consumare tutto quel che avevano prodotto e lo stato il quale voleva portarne via loro una parte per provvedere ai consumi pubblici.

 

 

Due idee-forza si sprigionarono da questa architettura accademica: che l’imposta sia distruzione e che essa sia distruzione di quel che altri, l’uomo privato, ha creato.

 

 

186. L’architettura trattatistica di Gian battista Say è tramontata. Nessun trattato moderno di economia è costrutto su quel tipo. Durano le idee-forza nate da quello che era un mero spediente di esposizione scolastica della scienza.

 

 

Se rimonto ai miei ricordi di gioventù, fra il 1890 ed il 1900, balza viva l’immagine di modi di parlare, rassomiglianti a questi tributari, allora comunemente usati. Diceva allora l’industriale: «io, che do pane a cento, a mille operai…»; ed il suo modo di parlare sembrava ovvio ai più e parevano «ingrati» gli operai i quali dimostravano malcontento verso i loro benefattori. Oggi l’industriale forse pensa ancora, talvolta, così nell’intimissimo foro della sua coscienza; ma non osa più manifestare apertamente il suo pensiero; né questo parrebbe ragionevole agli ascoltatori. Né l’operaio fa vivere il datore di lavoro, né questi l’operaio; nessuno fa l’elemosina all’altro. Ognuno vive dei frutti del proprio lavoro e della propria creazione. Il lavoro di amendue è fecondato dalla collaborazione reciproca; ma dal collaborare amendue traggono vantaggio. Dire che l’operaio è mantenuto dall’industriale è altrettanto grottesco quanto dire che il fornaio mantiene il cliente, perché gli fornisce il pane. Come v’è equivalenza fra pane e moneta, così v’è equivalenza tra lavoro prestato e salario. Amendue devono essere l’uno all’altro grati, perché l’unione ha consentito all’operaio di produrre un salario più alto e all’imprenditore un profitto più vistoso.

 

 

Costo e compenso sono due facce del medesimo fenomeno. L’amministratore di un giornale del tempo innanzi al 1900 si lamentava ogni giorno del costo crescente della carta consumata dalle rotative. Tutti noi si rideva, perché quello era l’indice della fortuna crescente del giornale. Il girar dei rotoli di carta era, per lui, un atto di distruzione, per noi era la premessa della creazione.

 

 

187. Così è l’imposta. È falso e grottesco dire che essa significhi distruzione. Essa è il mezzo con cui lo stato crea valori nuovi: di sicurezza, di giustizia, di difesa e grandezza nazionale, di cultura, di sanità del corpo, di unità degli uomini viventi sul territorio della patria. Mercé l’imposta lo stato crea l’ambiente giuridico e politico nel quale gli uomini possono lavorare organizzare inventare produrre. Che cosa sarebbero gli uomini se non fosse lo stato? Miserabili selvaggi, vaganti sulla terra, senza difesa contro le belve feroci, malsicuri del cibo e della vita, gli uni contro gli altri armati. Non perciò si afferma che tutto il prodotto sociale, tutto il reddito nazionale sia di spettanza dello stato. Si afferma soltanto che esiste una distribuzione del reddito nazionale annuo che è l’ottima fra tutte: una distribuzione grazie alla quale lo stato riceve l’imposta, il lavoratore il salario, il risparmiatore l’interesse, l’imprenditore il profitto, e il proprietario la rendita; ed ognuno riceve quel che è suo, quel che fu creato da lui, quel che è necessario egli abbia affinché la sua partecipazione all’opera comune sia la massima e la più efficace.

 

 

188. Nella distribuzione ideale, lo stato ideale o perfetto non grava perciò su nessuno. Riceve il suo, tutto il suo, tutto e nulla più del suo. L’idea che l’imposta sia un prelievo su qualche cosa che l’uomo creò è radicalmente profondamente erronea. Uomo e stato, o, per parlar concretamente, l’uomo operante nelle varie maniere a lui offerte, come individuo singolo, come associato liberamente con altri (associazioni e società) e come associato coattivamente con tutti gli altri (stato) producono insieme, attraverso un complicatissimo meccanismo, un flusso perenne di nuovi beni. Quel flusso diminuirebbe se facesse difetto una qualunque delle maniere di operare umano: quella individuale, quella collettiva volontaria o quella collettiva coattiva. Gli individui ed i corpi i quali partecipano alla produzione del flusso dei nuovi beni hanno diritto di partecipare al godimento del flusso e di ricavarne i mezzi per rinnovare continuamente i loro sforzi e quindi il flusso e quindi la partecipazione al godimento di esso.

 

 

Mercier de La Rivière aveva già scritto:

 

 

a gran malincuore do alle entrate pubbliche il nome di imposta: parola la quale è sempre presa in mala parte, la quale annuncia un gravame da sopportare; laddove l’entrata pubblica al contrario… non ha nulla di affliggente; e risalendo alle sue origini si vede che essa è il frutto della sua utilità. (L’ordre naturel et essentiel des sociétés politiques, 1767, II, 40).

 

 

E Dupont de Nemours:

 

 

[nella sua forma perfetta] l’entrata pubblica massima possibile, ogni giorno crescente, è la più vantaggiosa possibile a tutti i membri della società; e non è onerosa ad alcuno, non costa niente ad alcuno, non è pagata da alcuno e non preleva nulla dalla proprietà di chicchessia. (De l’origine et des progrès d’une science nouvelle, 1768, ediz. 1910, 28).

 

 

Parole dimenticate, che erano state rinnovate da chi scrive,[1] innanzi di aver meditato sulle pagine dei fisiocrati; e dalle quali importa trarre l’ultima illazione logica.

 

 

189. La quale è la condanna definitiva dei tentativi che sono stati fatti da tanti e con tanto scarso successo per scoprire la regola perfetta assoluta immarcescibile dell’imposta «giusta» sulla base del «vero» «dolore» sentito dagli uomini nel pagar tributo.

 

 

Utilitaristi e contabilisti – sono le due grandi branche in cui si dividono le innumerevoli sette dei giustizieri tributari – invano si sono affaticati a cercare l’imposta perfetta. Entrati in un vicolo cieco, non potevano trovare la via d’uscita.

 

 

Quando l’operaio chiede il salario che a lui sembra «giusto» dice forse: la misura della giustizia è per me il guadagno del principale? Se questi guadagna molto, il mio salario deve essere alto, se poco basso; se egli perde, io devo rassegnarmi a lavorare per niente? C’è, in lui, viva l’idea che il salario debba aumentare se l’industria prospera: ma sotto quest’idea e più radicata di essa, c’è un’altra che il salario gli deve essere dato perché egli lavora e in proporzione al merito del suo lavoro. Ognuno è la misura di se stesso. Salari, interessi, profitti sono la remunerazione del lavoro, del capitale, della funzione imprenditrice; e sono commisurati al valore dell’apporto del lavoro, del capitale e dell’impresa. A nessuno viene in mente l’idea irragionevole di pagare l’operaio in funzione del valore dell’apporto del capitalista, questi in funzione del valore dell’apporto del lavoratore e l’imprenditore in funzione del valore dell’apporto degli altri due e del proprietario degli agenti naturali della produzione. Si discute sul modo di misurare il valore dei diversi apporti; ma nessuno ha tentato di rimescolare le carte proponendo di remunerare l’un fattore in proporzione del valore dell’apporto di qualcuno degli altri fattori.

 

 

Eppure, l’idea, che se fosse enunciata nelle faccende ordinarie della vita parrebbe grottesca e risibile, è accolta come oro in barra quando gli uomini cominciano a discorrere e a farneticare delle cose di stato. Invece di pagare lo stato per quel che lo stato fa, per il valore del suo apporto alla cosa comune, si ritiene naturale, ovvio di pagarlo in ragione di quel che fanno gli altri; non in ragione della perfezione maggiore o minore dell’opera sua, ma in ragione del successo maggiore o minore dell’opera altrui. Al poltrone ed all’incapace l’imposta deve chieder poco perché, poveretto lui, non ha voluto o non è stato in grado di produr molto; all’operoso ed al valente l’imposta deve chieder molto perché volle e poté produrre molto. Questo è capovolgimento del buon senso. Che cosa si direbbe del fornaio, il quale regalasse il pane a tutti i pezzenti che si presentassero nella sua bottega, lo facesse pagare 50 centesimi al chilogrammo ai malvestiti o provveduti di certificato di povertà e 5 lire ai ricchi? Si sarebbe d’accordo nel riconoscere che il fornaio è uscito matto e finirà decotto all’ospizio di carità. Il buon pane è, se gli uomini non sragionano, pagato come buon pane da tutti, allo stesso prezzo. Persino nelle città e negli stati assediati l’uso è di razionare il pane, per farlo durare a lungo, ma di venderlo, a qualità uguali, a prezzo uguale. Così lo stato fornisce beni morali e spirituali di grandissimo pregio per tutti coloro i quali si trovano in situazione opportuna per trarne partito. Qual colpa ha lo stato se Tizio e Caio, provveduti degli stessi mezzi economici, sanno trarre partito diversamente dall’opera ugualmente fornita a favor di amendue dallo stato? Perché, se l’uno guadagna e l’altro perde, lo stato deve far pagare il primo e lasciar immune il secondo? Codesta non è condotta illogica incomprensibile? Lo stato ha fatto il dover suo, ha adempiuto il suo ufficio quando ha creato l’ambiente di pace, di giustizia, di istituti sociali coordinatori, di cultura entro il quale i due possono utilizzare i mezzi che essi posseggono in ugual misura. La logica ed il buon senso impongono che lo stato faccia pagare ad amendue ugualmente i proprii servigi. Il successo o l’insuccesso delle imprese dei due contribuenti non lo riguarda. Perdano o guadagnino, perdano molto o guadagnino assai, questo è fatto che non lo tocca. Come l’operaio vuole essere ugualmente pagato, a lavoro uguale, dai due imprenditori, come il risparmiatore esige uguali interessi se ha ad amendue mutuato ugual capitale, così lo stato, che ha reso uguali servigi, vuole essere pagato ugualmente.

 

 

190. Badisi che l’uguaglianza del salario, dell’interesse, dell’imposta a parità di opera prestata dall’operaio, dal risparmiatore e dallo stato è condizione necessaria di ordine, di progresso e di prosperità sociale.

 

 

Se l’imprenditore dovesse pagar salari alti quando guadagna e bassi quando perde, se dovesse pagare il 10% sul capitale preso a mutuo in caso di successo ed avesse diritto a non restituire il capitale in caso di perdita, vedremmo prossimo il caos e la rovina della società. Perché sforzarsi ad essere intraprendenti e prudenti, laboriosi ed attenti se chi riesce dovesse vedere crescere a proprio danno salari ed interessi ad annullare il compenso dovuto al merito? Quale sanzione percuoterebbe l’inetto e pigro, se quanto più egli perde e fa male tanto più gli scemino i costi di salario, di interesse, e, perché no, di materie prime?

 

 

Orbene, quella condotta che nelle faccende comuni della vita appare a primo tratto pazzesca e rovinosa, diventa inesplicabilmente giusta ovvia indiscutibile quando si passa alle faccende di stato. Lo stato deve, insegnano a gara utilitaristi e contabilisti, farsi pagare i proprii servigi in ragione del reddito e del capitale altrui, deve cercare di commisurare le imposte ai godimenti, ai benefici di cui gli altri fruiscono. Sempre si guarda a quel che fanno, a quel che godono, a quel che soffrono gli altri, non mai a quel che dà lo stato. Dall’insana norma di condotta derivano, come si avrebbero per i privati, conseguenze funeste. Lo stato, il quale agisca a norma di questa dottrina, premia gli ignavi, gli inetti, i caduti, perseguita i laboriosi, i capaci, i saliti.

 

 

191. Le società non sono ancora andate alla deriva, perché i legislatori e gli amministratori della finanza pubblica sono stati di fatto più sapienti dei dottrinari giustizieri. Hanno prestato ossequio di parole ai principii sommi della giustizia inventati da costoro; hanno recitato le preghiere di rito dinnanzi all’altare dell’uguaglianza di sacrificio, della proporzionalità costante o crescente al reddito o al capitale; e poi hanno operato come potevano, come dettava l’istinto della necessità di governare, di fronteggiare le spese e di non rendere malcontenti o troppo reattivi i contribuenti. Per quanto incerta ed oscillante, l’opera dei legislatori val di più dell’insegnamento dei giustizieri.

 

 

Bisogna decidersi a fare un passo avanti: a sfrattare i mali consiglieri della cosidetta giustizia tributaria dal tempio dello stato. Bisogna avere il coraggio di dire che le cosidette norme supreme del sacrificio, con le logiche illazioni della proporzionalità al reddito della personalità e della globalità, sono scatoloni vuoti, parole prive di buon senso, prive anzi di qualsiasi significato logico. Bisogna prendere a frustate i sacerdoti del nulla che par verbo.

 

 

192. I sacerdoti grideranno che io voglio che le imposte siano pagate nella stessa misura numerica monetaria da ricchi e da poveri e che io voglio risuscitare il testatico. Falso. In tutto ciò che è stato scritto in queste pagine non v’è parola che autorizzi siffatta interpretazione.

 

 

Si disse e si dimostrò soltanto:

 

 

  • che l’imposta non può razionalmente essere ripartita applicando uno qualunque dei principii del sacrificio, perché non si può applicare un principio di cui è ignoto il significato (cfr. paragrafi 159-62);

 

  • che l’imposta non può razionalmente essere applicata in proporzione al reddito «effettivo» dei singoli contribuenti, perché una tale ripartizione del tributo è illogica e perniciosa (cfr. paragrafi 187-89).

 

 

Nelle proposizioni ora enunciate non v’ha parola che possa far supporre che l’imposta debba essere uguale per ricchi e per poveri. L’imposta ripartita secondo le regole anzidette non può pretendere di esser razionale. Essa tutt’al più può vantarsi di seguire i dettami della ragion raziocinante, che vuol dire sragionante. Se, usando modestia, invece di affermarsi la sola razionale confesserà di essere un espediente consigliato dal buon senso, dal sentimento di solidarietà fra classe e classe, dal canone dell’economicità e simili diventerà espediente non dissimile da altri espedienti, rivaleggianti con essa su piede di uguaglianza, epperciò degna di esame sereno. Prima, giù la boria.

 

 



[1] In Osservazioni critiche intorno alla teoria dell’ammortamento dell’imposta e teoria delle variazioni nei redditi e nei valori capitali susseguenti all’imposta, in «Atti della reale accademia delle scienze di Torino», vol. 54, 1918-19, cap. II, par. 6; ora in «Opere», serie I, vol. I, secondo dei Saggi sul risparmio e l’imposta.

E quella della ricerca contabilistica della base imponibile

E quella della ricerca contabilistica della base imponibile

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 172-191

 

 

 

 

171. Accanto ai cercatori della «giustizia», fondata su principii «razionali», della giustizia applicabile con formule sicure, vi sono, ugualmente importuni, i cercatori della «verità». La lotta tributaria è descritta come una lotta della verità contro la bugia, della schiettezza contro la frode. Ed è lotta santa, se condotta da uomini di buon senso; invidiosa distruttrice se guidata da fanatici persuasi di possedere la chiave della verità assoluta.

 

 

Quid est veritas? interrogava Pilato (Joannes 18, 38). Chiediamo anche noi: che cosa è la verità rispetto all’imposta?, e rispondiamo umilmente: nescio.

 

 

172. Non sempre l’ignoranza nostra è invincibile. Pesare e noverare quintali di caffè che entrano nello stato, numero di sigari o pacchetti di sigarette vendute al fumatore, quintali di zucchero immessi dalle fabbriche nel consumo sono operazioni tecniche le quali vertono su quantità fisiche, composte di unità ben definite e sommabili. È più difficile stimare il prezzo delle cose mobili od immobili, dei titoli o valori i quali cadono in un contratto od in una donazione o successione; ma non è impresa assurda. Trattasi di fatti riferiti ad un momento certo nel tempo, accaduti indipendentemente dal giudizio dello stimatore e che questi deve limitarsi ad accertare nella misura del loro accadimento. Quella casa, posta nel tal luogo, venduta in quel giorno fu negoziata per tale somma. Astrazion fatta dall’uso che dalla conoscenza della verità si voglia fare, le difficoltà le quali si frappongono a quella conoscenza sono empiriche, di fatto, sormontabili con la consueta approssimazione ritenuta bastevole nelle umane cose.

 

 

173. Purtroppo, la conoscenza della verità di fatto è bastevole solo per imposte, sui consumi e sugli affari, che i sacerdoti della giustizia tributaria «tollerano» come dolorose necessità fiscali, a cui giova rassegnarsi a cagione dei bisogni crescenti degli stati moderni. Poiché – gemono i sacerdoti – le esigenze pubbliche impongono la conservazione di imponenti gruppi di imposte le quali, per la medesima natura del loro oggetto – atti di consumo ed atti di scambio – non possono essere ripartite equamente e colpiscono, checché si faccia e si rimedi, proporzionatamente più i poveri che i ricchi, fa d’uopo con somma cura osservare che le imposte giuste, le sole giuste, sui redditi sui patrimoni sulle successioni, siano fondate sull’accertamento della verità vera, della verità piena ed assoluta.

 

 

È universale, non propria ad alcun paese, la lagnanza: se tutti dichiarassero il vero, quanto più miti potrebbero essere le imposte e quanto più largo il provento per l’erario! Nessuno eleva siffatta lagnanza rispetto ai dazi di dogana, alle imposte sulla fabbricazione dello zucchero, dello spirito, del gas luce, a quelle di consumo sulle carni e sul vino. Il contrabbando o la frode sono qui meri fatti empirici, che il perfezionamento della tecnica di investigazione gradatamente tende a ridurre al minimo.

 

 

La lagnanza diventa alta non sui fatti, ma sulle idee, non su quel che è, ma su quel che dovrebbe essere. Ha scarsa importanza agli occhi di costoro conoscere di un podere la composizione agrologica, la divisione in seminativo vigneto oliveto, il grado tenuto dalle diverse particelle nella gerarchia della produzione, ed il loro contributo alla produzione totale dell’impresa agraria; tutte nozioni le quali consentono di valutare egregiamente la attitudine comparativa del podere a pagar tributo. Quel che monta è conoscere il reddito «vero», i] reddito «effettivo» ottenuto da questo o da quell’agricoltore. L’imposta non può attardarsi alle cose esteriori; essa deve mirare alla conoscenza della verità assoluta. Non monta conoscere, di una fabbrica, tutti gli indici delle produttività: forza motrice, area dei saloni di lavoro e dei magazzini, numero e qualifiche degli operai e degli impiegati, quantità dei combustibili e delle materie gregge. Tutto ciò è nulla, se manca la conoscenza precisa del reddito netto, realmente ottenuto in quella unità di tempo, da quell’imprenditore.

 

 

Quel che si vede, quel che si manifesta agli occhi, quel che gli uomini dimostrano apertamente di possedere o di godere perché lo consumano o ne fanno oggetto di contrattazione, non è la verità vera, sostanziale, quella che gli amatori della giustizia tributaria vogliono conoscere. Al di là dei segni esteriori, costoro cercano la verità profonda, la verità compiuta. L’anima di un sistema tributario «giusto» non sta nelle imposte sui segni consumi od atti, che sono legato di epoche barbare; sta nelle imposte sul reddito e sul patrimonio con le quali si mira a far contribuire il cittadino alle spese pubbliche in proporzione alla sua sostanziale capacità a pagare. Finché non si sia conosciuto il reddito, tutto il reddito, finché non si siano accertati e tassati i redditi occulti, come dei titoli al portatore, o incerti, come quelli professionali o commerciali, o saltuari come quelli speculativi, finché oltre i redditi non siano accertati e colpiti i guadagni dovuti al caso, alla fortuna, alle circostanze sociali, gli incrementi patrimoniali i quali maturano in virtù del mero passare del tempo, noi non avremo conosciuto la verità e non avremo instaurato il regno della giustizia nella imposta. Al di là degli espedienti dei segni delle approssimazioni importa perseguire la verità, la conoscenza della quale soltanto consente di attuare la giustizia.

 

 

174. Quid est veritas? Purtroppo, l’ideale che i seguitatori dell’imposta giusta perseguono è un fantasma, un mito procreato da una assai rozza varietà della ragion ragionante, quella contabilistica. Non vorrei, adoperando quest’aggettivo, dir cosa spiacevole ad un rispettabile e necessario ed utilissimo ceto di professionisti. Il contabile o ragioniere, il quale redige bilanci secondo le regole additate dalla disciplina sua, materiata di secolare esperienza e di raffinati ragionamenti, non deduce da essi illazioni estranee al suo campo proprio; che è di rendersi ragione delle variazioni verificatesi durante un dato intervallo di tempo nelle attività e nelle passività della sua impresa. Il contabile, di cui io discorro, è colui il quale dagli accertamenti eseguiti trae conclusioni ultra vires intorno al significato delle cifre accertate. Non solo possono essere, come si dirà subito, compilati, per la stessa impresa e per lo stesso intervallo di tempo, bilanci diversi, e tutti ugualmente veri, a seconda degli scopi ai quali si mira; ma i risultati ottenuti debbono altresì essere interpretati diversamente, e sempre in modo ugualmente vero, a seconda degli usi – liquidazione dei rapporti tra i soci durante la vita dell’impresa o al momento della liquidazione, o tra coeredi o tra proprietari e finanza – ai quali quei risultati debbono servire.

 

 

Il contabile veramente perito dell’arte sua, conosce i trabocchetti senza numero che si presentano sulla sua via e li supera tenendo conto delle circostanze varie di ognuno di essi. Il contabile dottrinario, invece, ha attribuito alle parole da lui usate di capitale, saldo utili ecc. un significato univoco e dalla definizione data trae illazioni certe. Quando perciò qui di seguito parlerò male del «contabile», le critiche debbono intendersi rivolte non al contabile raziocinante secundum quid, al «ragioniere» che «ragionando» giustifica il proprio titolo, bensì soltanto al contabile «dottrinario», meglio direi «definitorio».

 

 

La varietà «definitoria» non è particolare al ceto dei «contabili», sì bene universale. In ogni campo scientifico v’ha colui, il quale avendo data una definizione, che è sempre arbitraria, immagina di poter ricavare da essa deduzioni sostanziali, dimenticando che le definizioni sono meri strumenti rivolti alla scoperta della verità; e che se con una data definizione la verità non si scopre, fa d’uopo mutare non il fatto definito, che è quel che è, ma la definizione data del fatto.

 

 

Adunque il contabile «ragioniere» redige inventari riferiti a dati momenti nel tempo e compila conti di profitti e perdite negli intervalli i quali corrono fra quei momenti. Se l’intervallo è l’anno e se l’anno economico, al pari di quello solare, è chiuso fra il 1 gennaio e il 31 dicembre, queste sono le date dei due inventari di principio e di fine d’anno ed i dodici mesi dal 1 gennaio al 31 dicembre sono l’intervallo durante il quale accadono le variazioni registrate nel conto profitti e perdite. Riducendo i fatti all’essenziale, i tre documenti fondamentali potrebbero essere riassunti così:

 

 

 

 

Inventario al I° gennaio

 

 
  Attività

 

 

Passività

 

Totale attività

50000000

A terzi

20000000

 

50000000

A capitali e riserve

30000000

50000000

   

Conto profitti e perdite dell’anno

 

  Perdite

 

 

Profitti

Spese diverse

25000000

  Incassi per merci vendute e sopravvenienze diverse

30000000

Utile

5000000

30000000

 

50000000

   

Inventario al 31 dicembre

   
  Attività

Passività

 
Totale attività

57000000

A terzi    

22000000

    A capitale      
    –       e riserve  

30000000

 
    Saldo utile  

5000000

 
 

 

 

A pareggio  

35000000

35000000

 

57000000

     

57000000

 

 

Il contabile ragioniere si contenta di concludere che i tre documenti da lui compilati sono necessari alla retta intelligenza dei fatti accaduti durante l’anno e sono utilissimi a guidare per l’avvenire il gestore dell’impresa.

 

 

Il contabile definitorio è non solo fermamente convinto che nei tre documenti si riassuma la vita dell’impresa durante l’anno considerato; egli sa anche che la cifra di salda utili, che egli ritrova uguale in milioni di lire in due dei suoi tre conti parificati, è il vero «reddito», è il criterio incontrovertibile in base al quale si deve calcolare il debito d’imposta dell’impresa o dei suoi azionisti. Perciò egli, volendo mettere in chiaro il quantum su cui cade il debito d’imposta, e vivendo in uno stato nel quale, in conformità alle regole della giustizia fondata sulla conoscenza della realtà, l’imposta viene prelevata a fine anno sui risultati precisi dell’esercizio chiuso, non ha incluso le imposte nelle spese diverse dell’anno. Il saldo utili, in 5 milioni di lire, dovrà essere diviso fra gli aventi diritto, secondo il comando della legge e le deliberazioni dell’assemblea degli azionisti. Così:

 

 

Allo stato per imposte

Lire

1.000.000

Agli azionisti

»

2.500.000

Agli amministratori, ai dirigenti ed ai fondi di previdenza fra impiegati e operai

»

500.000

A fondo riserva

»

1.000.000

 

Lire

5.000.000

 

 

175. Tutte le operazioni di stima sono state compiute correttamente, secondo scienza e prudenza. I valori d’inventario all’1 gennaio erano quali risultavano dalla contabilità per le partite certe (debiti a fornitori, obbligazioni, azionisti, riserva, depositi in banca e titoli) e da stime prudenziali per le partite opinabili (immobili, macchinario, scorte, magazzino). Nel conto profitti e perdite gli incassi per merci vendute, le perdite per fallimenti, le erogazioni per materie prime, lavorazioni e spese generali risultano dalla registrazione di fatti accaduti. Le quote di deperimento degli immobili e del macchinario sono quelle che l’esperienza di lunghi anni consigliò ad amministratori avveduti. Nell’inventario a fine d’anno le valutazioni delle attività tengono conto delle quote di deperimento, dei nuovi investimenti e della consistenza reale delle scorte e del magazzino valutati con la necessaria prudente oculatezza. Nessun azionista o funzionario delle imposte, sia pure di occhio linceo, riuscirebbe a scovrire il più piccolo neo nei documenti; esemplati al millesimo sui libri sociali, registranti in modo inappuntabile la verità conosciuta da uomini ossequenti al dovere verso lo stato, gli azionisti, i collaboratori e l’avvenire dell’impresa.

 

 

176. So bene che, immaginando un così perfetto amministratore, capace a registrare la verità vera univoca, ho immaginato un portento, il quale sa quel che a nessuno fu è e sarà mai possibile conoscere. Se il demagogo fa il suo mestiere quando eccita le moltitudini, repugnanti a pagar tributo, contro i ricchi o capitalisti o proprietari o professionisti supposti meglio provveduti ed accusati di falso in bilancio per non pagar l’imposta dovuta; perché il chierico economista dimentica tanto volentieri che il teorema fondamentale in materia fu da Pantaleoni così formulato: «Il fine o lo scopo o l’ufficio, che dir si voglia, in vista del quale un bilancio viene redatto, è quello che unicamente ed intieramente attribuisce un significato alle valutazioni che ne costituiscono l’attivo ed il passivo»?.[1]

 

 

Non esiste la verità sola univoca rispetto al saldo utili di un bilancio. Perché il contabile aveva indicato in 5 milioni di lire l’utile dell’esercizio dell’anno? Perché aveva scritto in 30 milioni la cifra dei profitti ed in 25 quella delle spese. Le spese così si componevano:

 

 

Salari, stipendi

Lire

12.000.000

Materie prime, carbone, elettricità

»

7.000.000

Spese generali diverse, comprese le spese di manutenzione e riparazione degli impianti

»

3.000.000

Crediti inesigibili, fallimenti, ecc.

»

500.000

Quote di ricostituzione degli impianti: edifici, macchinari, strumenti, ecc.

»

2.000.000

Ammortamento finanziario del capitale

»

500.000

 

Lire

25000000

 

 

Le cifre sono esemplificative e mutano per ogni impresa. Alcune di esse, particolarmente le prime tre, possono essere, così come furono accertate, considerate bastevolmente conformi a verità che il perito calcola secondo scienza e coscienza. Si tratta di fatti accaduti e debitamente a loro luogo registrati: tante buste paga distribuite a fine settimana o quindicina, tante tonnellate di carbone acquistate nell’anno e risultanti da fatture, tante bollette dell’impresa fornitrice dell’energia elettrica. Sulle cifre non cade dubbio. Sicura è anche la cifra che talvolta si deve scrivere per l’ammortamento finanziario del capitale, in aggiunta a quella per la ricostituzione e la conservazione in perfetto stato dei valori in cui il capitale fu investito. L’aggiunta si deve fare quando l’impresa esercita, ad esempio, un acquedotto, un gasometro, una tramvia con le clausole della consegna, al termine della concessione, degli impianti all’ente concedente, per es. il comune, senza compenso alcuno. In questo caso gli azionisti debbono essere, entro quel termine, rimborsati per il capitale investito; e ciò indipendentemente dall’obbligo di riconsegnare al comune gli impianti in perfetto stato. Qui è noto l’importo del capitale investito dagli azionisti; è noto il termine della concessione, è convenuto il saggio di interesse ed è certa l’annualità.

 

 

È altrettanto sicura la iscrizione di perdite per crediti inesigibili, per fallimenti, naufragio insolvenze di ogni sorta? Il contabile non può registrare solo fatti accaduti; deve anche prevedere. Se una cambiale del cliente non è scaduta ed è scritta per 100.000 lire; ma egli sa che il cliente è male in gambe e prevede che la cambiale sarà protestata, è lecito a lui scrivere imperturbabilmente 100.000 lire? Scriverà 70.000 o 40 o 20.000 manderà tutto l’importo a perdite? Il suo buon giudizio è sovrano in materia e può essere fallace. Il che vuol dire che, invece di 500.000 lire per crediti inesigibili ecc ., si potrebbe scrivere 300.000 o 700.000 lire e queste altre cifre potrebbero essere ugualmente reputate conformi a realtà.

 

 

Il contabile ha scritto 2 milioni di lire a titolo di accantonamento necessario per la ricostituzione degli edifici, degli impianti, dei macchinari, degli utensili e di tutto ciò che è il capitale vivo dell’impresa. L’accantonamento deve farsi, perché ogni cosa muore, per logorio fisico e per logorio economico. L’edificio, oggi modernissimo, dopo 20 anni o 50 od alla più lunga dopo 100 anni, è antiquato e conviene, anche se le mura stanno in piedi, abbatterlo per ricostruirlo nuovo fiammante. La macchina di nuovissima invenzione potrebbe resistere 20 anni al mero logorio fisico; ma, se dopo 10 anni un’altra macchina è messa sul mercato e riduce notabilmente i costi, chi esiterà a buttare la vecchia macchina tra i ferravecchi? anche se in apparenza ancora sanissima e perfetta? L’accantonamento che si dovrà fare per ricostituire il valore dell’edificio entro 20 anni invece che entro 100 anni è assai più alto: 4% invece di quasi zero. Accantoneremo il 5 ovvero il 10% per riavere il capitale investito entro 20 od entro 10 anni? Il risultato sulle cifre da scrivere nel conto spese varia a seconda l’ipotesi preferita dal contabile: 1 o 2 o 3 milioni di lire.

 

 

Ma più variano quelle cifre a seconda delle ipotesi sul quantum da ricostituire. Si devono ricostituire i valori di costo o quelli di ricostruzione? Un impianto è costato 100 milioni di lire e si presume la sua durata sia di venti anni? Basterà iscrivere tra le spese 5 milioni all’anno per venti anni a titolo di quota di ricostruzione? Alla fine dei vent’anni avremo in mano 100 milioni di lire; bastevoli se l’impianto, equivalente anche se diverso, costerà, rifatto, fra 20 anni gli stessi 100 milioni di lire. Se, invece, per la svalutazione dell’unità monetaria, l’impianto dovesse costare 1 miliardo, ecco l’impresa avere perso 900 milioni del patrimonio, forse tutto. Eppure, il contabile nello stabilire la quota di ricostituzione degli impianti aveva assunto le regole sacrosante della scienza contabilistica, almeno di quella setta contabile la quale si ostina ancora adesso a ritenere che i costi da ammortizzare siano quelli originari e non quelli di ricostruzione.

 

 

Nella colonna delle attività, l’inventario al 31 dicembre ci dà un totale di 57 milioni di lire, perché, fra le attività, figurano 10 milioni di scorte di materie prime, materie in lavorazione, combustibili e provviste diverse, tutte diligentemente valutate ai prezzi correnti al 31 dicembre, data di chiusura dei conti. Nessun appunto si può muovere al contabile; essendo ben ragionevole che le scorte siano valutate ai prezzi correnti nel giorno di chiusura del bilancio. Se, inoltre, il contabile ha fra le spese calcolato una quota di rischio per l’eventualità di dover vendere i prodotti finiti ad un prezzo diverso e minore di quello corrente al 31 dicembre, la sua coscienza è in una botte di ferro. Basta la precauzione? Perché il contabile, invece che il 31 dicembre, non ha scelto la data del 30 aprile che è quella della presentazione del bilancio all’assemblea degli azionisti e non si è fondato sui prezzi correnti alla data più vicina a quella dell’assemblea? Se la tendenza dei prezzi era al ribasso, la prudenza non avrebbe forse consigliato di tener conto della tendenza per non rischiare di calcolare utili maggiori di quelli probabili? O non sarebbe stato anzi più prudente, iscrivere quei prezzi che prudenzialmente si può presumere saranno ricavati a suo tempo dalla vendita dei prodotti finiti, sotto detrazione ovviamente dei costi di trasformazione della materia prima?

 

 

I risultati del conto profitti e perdite possono variare dalla notte al giorno, in conseguenza della diversità di apprezzamento delle diverse partite di bilancio. Il saldo utile di 5 milioni di lire può crescere a 12 milioni o trasformarsi in una perdita di 10 milioni; pur rimanendo sempre nel campo, che è quello proprio della materia tributaria, di una impresa viva, operante. Utili maggiori o minori ovvero perdite sono tutti veri. Non esiste una verità sicura in materia opinabile.

 

 

Se noi supponiamo di trovarci dinnanzi ad una impresa in liquidazione, il contabile sarà forse costretto ad usare criteri di vendita coatta, con probabilità di perdite. Quali criteri adotteremo nella formazione di un bilancio per divisione familiare? Qui conta l’equità, non la esattezza delle valutazioni. Se i valori sono uniformemente valutati in modo assai prudente e forse inferiore a quelli di mercato, che monta? Perché tutti i valori sono ugualmente attenuati, nessuno dei consorti può lagnarsi. Avremo valori diversi da quelli di rendiconto agli azionisti ed alle finanze; e da quelli di liquidazione; ma ugualmente veri.

 

 

Tutte queste valutazioni sono vere, ciascuna appropriatamente al fine che si vuole raggiungere costruendo il bilancio. Il demagogo sconciamente vociferante contro la falsità dei bilanci «costruiti dai contribuenti allo scopo di frodare la finanza» si è mai posto l’unico problema che in sede di accertamento dei redditi è lecito porre: quali sono i criteri i quali dovrebbero essere adottati per costruire bilanci al fine di determinare l’ammontare dell’imposta dovuta allo stato? Probabilmente, se il quesito fosse posto, dovrebbe essere risoluto nel senso che la costruzione dei bilanci e la determinazione del saldo utili nel modo tenuto consuetamente siano un fuor d’opera, che non interessa menomamente lo stato (cfr. par. 189).

 

 

177. Il teorema di Pantaleoni deve essere integrato da un corollario: qualunque sia il fine al quale è ordinato il bilancio, il risultato al quale si arriva rispetto al «saldo utili» ha valore meramente formale. Il «saldo» è una cifra astratta, utile a conoscersi a certi scopi, ad esempio di pareggiamento dei conti, di controllo sulla gestione, di guida al futuro indirizzo di essa. Il contabile ragioniere non pretende lavar la testa ai cani, ossia insegnare al principale la maniera ottima di usare i saldi da lui calcolati. Egli non dice: quel saldo è «reddito» e lo puoi spender tutto; od è «riserva» e lo devi conservare. L’anno venturo, egli terrà conto dei fatti nuovi sopravvenuti, di condotta spendereccia o risparmiatrice del principale, e, rammostrandogli il nuovo saldo, offrirà l’ottimo e il solo commento che a lui sia consentito e doveroso fornire. Il contabile definitorio invece si accanisce a dire che quel saldo è il «vero» utile; e che, perciò, economicamente, esso ha questo e quel significato. Corre obbligo di dire che il significato economico della cifra del saldo utili è invece grandemente incerto.

 

 

178. Il principio sul quale è fondato il calcolo del saldo utili deve invero esser negato sotto due aspetti.

 

 

Già dissi (cfr. 83) che in primo luogo la divisione del tempo in intervalli finiti, ad es., l’anno dall’1 gennaio al 31 dicembre, è un artificio. Necessario, ma artificio. Supporre che la vita di una impresa possa essere spezzata in esercizi finiti annui è supporre l’assurdo. Non si può sapere se una impresa ha fornito ai suoi proprietari profitti ovvero perdite se non quando essa è morta e tutte le sue attività sono state liquidate. Paragonando allora gli incassi e le spese, ridotti a valori attuali ad un dato momento, potremo giudicare dell’esito dell’impresa. Finché essa rimane in vita ed opera, il giudizio è provvisorio. Andrà ingoiata la riserva da perdite future? Basterà a fronteggiarla?

 

 

Nel dividere il tempo in intervalli annui e nel redigere conti riferiti distintamente ad ognuno di quegli intervalli, i contabili obbediscono alla necessità (già illustrata nel citato 83) di orientarsi, di avere una norma per l’avvenire, di sapere se il successo arride o non all’impresa, di non sentire, nell’atto di prelevare fondi a fini di spesa privata, rimorso di aver recato nocumento alla vita di essa. Se anche, per ipotesi inverosimile, il possessore dell’impresa potesse astenersi da prelievi sino alla liquidazione finale, non potrebbe astenersene lo stato, le cui spese sono continue nel tempo e debbono essere continuamente fronteggiate da entrate ugualmente distinte nel tempo.

 

 

Ma dalla necessità in cui gli uomini sono di dividere il tempo in intervalli finiti non discende la razionalità della frantumazione e dei calcoli che su questa si istituiscono. Trattasi di meri espedienti empirici, che i contabili definitorii, solo perché necessari, pretenderebbero di trasformare in regole di ragione, atte, esse soltanto, ad attuare la giustizia tributaria. Se l’un espediente sia da preferirsi all’altro è materia opinabile, da discutersi secondo opportunità contingenti, senza ostentazione di stupida boria dell’uno verso l’altro spediente. Non esiste «il» criterio che solo possa dichiararsi razionale, solo atto a servir di metro alla giustizia. Degnasi taluno di guardare, con sopportazione ad altri criteri, diversi da quello del saldo di bilancio, di determinazione del reddito delle persone, come ad esempio il criterio dell’indice della spesa, o del reddito normale od ordinario, quasiché soltanto questi fossero spedienti, tollerabili per benevola sopportazione in confronto a quello contabile. Se gli uni sono frutto di qualche artificio logico, altrettanto deve dirsi dell’altro; e forse più.

 

 

179. Il criterio del saldo di bilancio non patisce soltanto per il vizio della divisione del tempo continuo in intervalli finiti artificiosi,  ma più per il paragone che per giungere al risultato finale detto «saldo utili» esso istituisce fra quantità riferite a momenti temporali diversi. Anche qui, non si nega la necessità dell’artificio; ma si chiede la confessione dell’essere quello artificio e per giunta artificio, il quale nulla ci dice intorno al significato economico dell’importo, così ottenuto, del saldo utili.

 

 

Il contabile, il quale, redigendo, a distanza di un anno l’uno, dall’altro, due inventari, constata che il patrimonio netto sociale, il quale era all’1 gennaio di 30 milioni di lire, al 31 dicembre è divenuto di 35 milioni di lire (30 capitale e riserve, preesistenti all’1 gennaio e 5 utili lucrati nell’anno) è tratto a concludere: il reddito dell’anno fu di 5 milioni di lire. Conclusione rafforzata da quella identica del conto profitti e perdite.

 

 

Si obliteri quest’ultimo conto, il quale, registrando fatti accaduti nell’anno, mette in rilievo una differenza, detta saldo utili, tra incassi ed erogazioni. Che la differenza sia davvero un saldo utili non risulta, nell’opinione dei contabili, dal conto intermedio (detto dei profitti e perdite), ma esclusivamente dalla coincidenza dei risultati di questo conto intermedio e dell’inventario di fine anno paragonato con quello ad inizio d’anno. I 5 milioni di utile del conto profitti e perdite sono uguali alla differenza in più fra l’attivo netto sociale al 1° gennaio di 30 e l’attivo netto al 31 dicembre di 5 milioni di lire. Che 5 sia la differenza aritmetica fra 30 e 35 è certo; ma è certissimo altresì che quella operazione di paragone fra 1 gennaio e 31 dicembre ha senso puramente formale aritmetico, perché i termini di essa sono comparabili solo numericamente. I 30 milioni sono una quantità numerica di lire riferite all’1 gennaio; laddove i 35 sono un’altra quantità numerica di lire riferite al 31 dicembre. Le unità componenti quelle due masse non sono ad una ad una equivalenti perché riferite a tempi diversi. Non si può dire che l’una unità sia maggiore dell’altra, sì come è impossibile dire che un cavallo sia maggiore di un cammello. Esse non possono essere sommate o sottratte o moltiplicate o divise l’una all’, o dall’, o per l’altra. L’inventario al 31 dicembre reca in sé un vizio insanabile. Al passivo scrive:

 

 

A terzi

Lire

22.000.000

A capitale e riserve

Lire

30.000.000

Saldo a pareggio

»

5.000.000

A pareggio

»

35.000.000

»

35.000.000

 

Lire

57.000.000

 

 

La appostazione di 22 milioni di lire per debiti a terzi è logica perché quei debiti sono riferiti al 31 dicembre. Ma che senso ha scrivere a capitale e riserve 30 milioni di lire quando questa spesa è una cifra valutativa riferita all’1 gennaio, anzi trasportata di peso, senza alcuna variante, dall’1 gennaio al 31 dicembre? È logico immaginare che le cose le quali valevano 30 a una data valgano le stesse 30 a un anno data?

 

 

Non dico che i contabili possano, nel compilare inventari, adottare un espediente diverso. Dico che, si tratta di un mero spediente e non di un principio di ragione; ed aggiungo che dall’uso di meri spedienti non si può dedurre argomento di boria o di superiorità qualsiasi verso i tanti altri espedienti, i quali possono essere immaginati od adoperati nel calcolare redditi. Gli uomini, per necessità di intendersi reciprocamente nel discorrere sono costretti a porre definizioni e premesse; e fanno benissimo. I contabili fanno benissimo, per cavarsela nel calcolare i «saldi a Pareggio» nell’inventario di fine anno, a porre la premessa di valutare capitale e riserva nella stessa cifra del principio d’anno. Non elevino però questa premessa arbitraria definitoria a principio di ragione; ché il salto sarebbe mortale. La cifra di «saldo a pareggio» al 31 dicembre non dimostra, col fatto della sua stessa presenza, di essere il «vero» reddito. È un numero, che pareggia i conti. Nient’altro. Che cosa voglia dire quel numero è un altro discorso.

 

 

180. In realtà il contabile al 31 dicembre conosce questi quattro soli fatti certi:

 

 

1)    che le attività dell’impresa possono a quella data correttamente essere valutate in 5 milioni di lire;

 

2)    che le passività dell’impresa verso terzi sono alla stessa data valutabili in 22 milioni di lire;

 

3)    che la differenza a saldo fra attività e passività è perciò al medesimo 31 dicembre valutabile in 35 milioni di lire;

 

4)    che siffatta differenza è di proprietà dei padroni dell’impresa.

 

 

Il resto: che i 35 milioni si dividano in 30 milioni capitali e riserve e in 5 milioni utile è un arzigogolo definitorio del contabile; ma non ha alcuna caratteristica delle verità di ragione.

 

 

Per paragonare i 30 milioni e i 35 milioni riferiti a momenti diversi separati dall’intervallo di un anno gli uomini ricorrono all’espediente del riporto dal principio alla fine o dello sconto dalla fine al principio dell’anno dei 30 o dei 35 milioni mercé l’applicazione di un saggio di interesse o di sconto (vedi sopra par. 89).

 

 

Il saggio di interesse comunemente usato per il riporto è quello corrente sul mercato per impieghi di capitale della medesima specie.

 

 

Se noi supponiamo che il saggio di interesse corrente sia il 5%, noi sappiamo che:

 

 

35 milioni al 31 dicembre = 30 al 1° gennaio + 1,50 interesse di riporto al 5% dei 30 al 31 dicembre + 3,50 saldo differenziale al 31 dicembre.

 

 

Ma poiché noi possiamo invece assumere ad arbitrio un qualunque altro saggio di interesse, ove suppongasi che sia corrente quello effettivamente guadagnato nell’impresa, che è del 16 2/3% avremo:

 

 

35 milioni al 31 dicembre = 30 al 1° gennaio + 5 interesse di riporto al 16 2/3 % dei 30 al 31 dicembre.

 

 

Il segno di uguaglianza (=) posto nell’una e nell’altra proposizione significa che la quantità 35 milioni di lire al 31 dicembre è equivalente, nell’uno e nell’altro modo di calcolo, a 30 milioni all’1 gennaio, più gli 1,50+3,50 ovvero i 5 aggiuntisi durante l’anno ai 30.

 

 

Razionalmente, ossia sulla mera base del ragionamento fin qui condotto, noi sappiamo soltanto che le due quantità 35 alla fine dell’anno e 30 al principio + 5 differenza sono equivalenti. La quale proposizione dice quel che dice e nulla di più. Ossia dice, ripetasi, che le due quantità separate dal segno = sono equivalenti; e non dice affatto, sino a prova contraria, che le 1,50+3,50 ovvero le 5 siano il reddito delle 30. La natura di reddito nelle 5 lire (o nei 5 milioni di lire del bilancio) non è cioè dichiarata dalla impostazione delle cifre nel bilancio o dall’equivalenza in seguito dichiarata. Quella natura di reddito è il risultato di un’altra operazione mentale che, sulla base dei risultati sinora raggiunti, noi facciamo e che prende la seguente forma: facciamo la convenzione di chiamare «reddito» o «perdita» il «saldo» necessario ad aggiungersi col segno più o col segno meno per rendere equivalenti due quantità numeriche riferite l’una al principio e l’altra alla fine dell’anno.[2]

 

 

181. Questa è una mera definizione, la quale non ha in se stessa alcuna virtù probante. Le definizioni, dirò ancora una volta, non provano nulla. Sono utili, se chiariscono le idee, dannose se le imbrogliano. Può darsi che la definizione ora data del reddito, una delle tante, sia stata più dannosa che utile, in conseguenza della curiosa affezione contratta per essa dai contabili definitori e dai giustizieri. Se, invece di lasciarci sopraffare dalla passione amorosa, noi guardiamo a quella definizione del reddito come ad un mero spediente usato per comodità di conteggio, subito vediamo che essa non è «il» criterio infallibile della giustizia tributaria.

 

 

Il ragionamento:

 

 

a)    l’imposta deve essere distribuita secondo giustizia;

 

b)    la ripartizione secondo giustizia significa proporzionalità al reddito dei contribuenti;

 

c)    reddito è la differenza fra gli attivi netti iniziale e terminale del contribuente nel periodo considerato;

 

d)    la giustizia vuole dunque che l’imposta sia proporzionale alla differenza così definita:

 

 

si compone di un assioma a), evidente solo perché nessuno a priori si dichiara contrario alla giustizia, anche quando non si conosce in che questa consista, di una deduzione d), valida entro i limiti della validità delle proposizioni precedenti, di una definizione c) e di un mistero b). Perché la giustizia voglia la proporzionalità al reddito dei contribuenti, è un mistero, del quale, a somiglianza di altri misteri, i quali hanno parimenti a proprio favore il consenso dei popoli, varie sono le facce: sono tutti o alcuni i contribuenti quelli di cui il reddito deve essere considerato? la proporzionalità è costante, crescente o decrescente? Gli elementi componenti il reddito sono omogenei? Come poi sia accaduto che una definizione (c) sia diventata il segnacolo in vessillo della verità in argomento di definizione del reddito; e che tutti gli altri espedienti che, con ostinazione degna di miglior successo, i legislatori la consuetudine l’uso immemorabile hanno messo innanzi: la quantità dei beni consumati, gli indici del godimento, il tenor di vita, il flusso normale di frutti derivanti dalle cose materiali ed immateriali, siano stati guardati con degnazione dai sacerdoti della giustizia, pesati con sospetto e rigettati perché calanti in cospetto dell’archetipo assunto dal contabile ad immagine dell’unica verità, questo è in verità il mistero vero e maggiore della cosidetta teoria della giustizia tributaria.

 

 

Posti dinnanzi ad alquante definizioni del reddito:

 

 

a)    reddito è quella ricchezza che in un dato intervallo di tempo entra, netta da spese, nella economia del contribuente, in aggiunta al capitale posseduto dal contribuente medesimo all’inizio di quel medesimo intervallo di tempo;

 

b)    reddito è quella ricchezza che, netta da spese, in un dato intervallo di tempo, il contribuente distacca a guisa di frutto naturale o civile, dalle cose da lui possedute: terreni, case, imprese, professioni, impieghi, mutui ecc.;

 

c)    reddito è quella ricchezza che, in un dato intervallo di tempo, il contribuente effettivamente, consumandola, gode: quasi tutti gli scrittori hanno guardato alle definizioni b) e c) partendo dalla premessa che la definizione vera fosse quella a). Dio perdona agli innocenti e li ammette più volentieri dei ragionatori nel regno dei cieli. Non v’ha dubbio però che qui ci troviamo dinnanzi ad un caso di pia innocenza inetta ad intuire che nessuna delle tre sopra elencate e nessuna delle altre definizioni che potrebbero essere immaginate ha in sé la virtù di provare la propria verità. Le definizioni sono convenzioni che gli uomini fanno tra di loro allo scopo di intendersi nel discorrere. Sono espedienti, utili come l’alfabeto, le regole grammaticali o sintattiche. A certi scopi scientifici può essere utile definire il reddito in un certo modo; per altri scopi in un secondo modo; e così in tanti modi. Solo la fecondità della definizione adottata, la ragionevolezza delle illazioni che se ne traggono, la bontà dei risultati ottenuti possono consigliare ad usare ora piuttosto l’una e ora piuttosto l’altra delle definizioni. Ogni definizione sta nuda in cospetto del tribunale della ragione. Nessuna può pretendere di scomunicare le altre.

 

 

182. La definizione contabilistica (quella α del par. 82 ed a del par. precedente) ha un privilegio sovra le altre: di essere stata accettata come la prima, l’unica, come quella che si impone per la sua evidenza alla coscienza umana. Un privilegio così grande è proprio solo degli assiomi e dei miti. La definizione α non è un assioma. L’assioma si impone per la sua evidenza all’uomo, posto dalla conformazione stessa del suo cervello nella impossibilità di negarlo; ed invece la definizione à è reputata vera solo perché siamo abituati a ripeterla senza renderci conto del suo contenuto meramente definitorio. Essa è dunque il mito.

 

 

Forse, anche le altre definizioni sono un mito. Pare di no, perché coloro che le usano hanno l’aria di vergognarsene. In ogni caso la definizione à, nella gara dei miti, ha vinto la prova. Essa è il mito dei miti, il mito sacro, i cui fedeli si esaltano nella contemplazione di cifre cabalistiche scritte in certi evangeli detti «bilanci». Sembrerebbe incredibile, se non fosse vero.

 

 

Durante il secolo XIX e in questo primo terzo del secolo XX gli uomini hanno adorato il mito, hanno combattuto per esso; hanno sperimentato e costrutto. Hanno anche condannato al rogo i contravventori. Anche nell’umile campo delle imposte non la ragione, ma il mito guida gli uomini. I miti, creati dagli eroi che guidano i popoli lungo la via del destino, persuadono gli uomini ad agire perché tratti dal profondo dell’animo umano. Fanno appello al sentimento, alla fede, al dovere, all’eroismo, all’amore, al mistero. Ma che gli uomini siano mossi ad agire da un mito contabile, da un numero astratto adottato per la sua comodità avrebbe dell’incredibile se quel mito non fosse lo strumento di un sentimento profondamente radicato nell’uomo: l’invidia.

 

 

«Chi sta sopra di me non paga il dovuto» è la reazione spontanea dell’uomo all’imposta. Nessuno confessa di non voler pagare. Tutti dichiarano di voler pagare se altri paghi il dovuto. Homines, esclamava già Tommaso Hobbes, [non tantum] onus ipsum, quam inaequalitatem graviter ferre solent. Maxima enim ambitione de immunitate certatur et in eo certamine minus felices magis felicibus tanquam victi invident. Pagare e frodare non contano, se taluno paga di meno o froda di più. Se l’imposta è però sull’atto singolo di consumo o di scambio l’invidia non può operare. Manca il termine di confronto fra uomo e uomo. Il confronto è fra cose: chilogrammo e chilogrammo di zucchero o spirito, sigaro o sigaretta, caffè o cicoria. Manca la materia sentimentale del discutere del pretendersi gravato in confronto agli altri. Tutti i contratti di compra-vendita di case sono simiglianti l’uno all’altro; e non v’ha modo di attaccarsi all’essere la casa piccola in confronto all’altra vasta per pretendere di pagare imposta minore per ogni 100 lire di valore. La casa è morta, non parla; le pietre ed i mattoni e la calce di cui è composta non reagiscono contro l’imposta più alta. La casa diventa viva e reattiva solo se la si vede attraverso l’uomo che la possiede.

 

 

Il campo uguale all’altro campo non reagisce se è tassato in ugual misura; reagisce invece quando l’uno essendo posseduto dal ricco e l’altro dal povero, al povero balena l’idea che il suo campo, tuttoché ugualmente produttivo, debba sopportare minor imposta di quello del vicino ricco, che egli invidia e i cui beni vorrebbe fare suoi. In quel momento il contadino si muta istintivamente in filosofo utilitarista ammantato in un paludamento contabile. L’invidia, che non può far muovere le cose, muove gli uomini che posseggono le cose, inventa il sistema personale di distribuzione delle imposte e crea il mito contabilistico del reddito, anima della finanza moderna. Forse non è dimostrabile la razionalità del tassare il campo il tabacco il vino la vettura il palco a teatro; ma è certamente arbitraria, perché avente origini puramente definitorie, la tassazione del saldo di bilancio assunto ad unico criterio di reddito. Naturalmente, siccome a pro della tassazione delle cose mute esiste il beneficio del dubbio, laddove è certa l’arbitrarietà della tassazione del saldo di bilancio, gli uomini proclamano sola razionale quest’ultima. Ed anche questa è proprietà caratteristica del mito.

 

 



[1] Maffeo Pantaleoni, Alcune osservazioni sulle attribuzioni di valori in assenza di formazione di prezzi di mercato, in Scritti varii di economia, serie seconda, Sandron, Palermo 1909, pp. 86 sgg; ed ora in Teoremi di economia, Laterza, Bari 1925, vol. II, pp. 201 sgg.

[2] La infondatezza del preteso primato del concetto contabilistico del reddito non discende dalla eterogeneità delle lire disponibili in tempi diversi, ma dalla natura meramente definitoria della qualifica di reddito data ai saldi di bilancio necessari a rendere equivalenti gli importi monetari di principio e di fine d’anno. Sui concetti di eterogeneità, uguaglianza ed equivalenza, cfr. Ulisse Gobbi, Equivalenza economica, omogeneità, uguaglianza, in «Scritti varii di economia», Giuffrè, Milano 1934, pp. 282 sgg. ed Osservazioni sul confronto dei valori nel tempo, in «Rivista italiana di scienze commerciali», n. 3 del 1938, pp. 2-9 sgg.

La vuota boria dei sommi principii utilitaristici dell’imposta

La vuota boria dei sommi principii utilitaristici dell’imposta

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 154-171

 

 

 

 

152. Alla radice dell’idea della giustizia tributaria sta la seguente massima dell’oratore che nel consiglio grande di Firenze parlò in difesa della imposizione della decima scalata[1] proposta all’epoca della guerra di Pisa.

 

 

Quella gravezza s’ha a chiamare eguale, che grava tanto el povero quanto el ricco; perché, e quando uno povero paga in comune una decima delle entrate sue ed uno ricco paga una decima, ancora che la decima del ricco getti più che quella del povero, pure molto più si disordina el povero di pagare la sua decima, che el ricco la sua. Però la egualità di una gravezza non consiste in questo, che ciascuno paghi per rata tanto l’uno quanto l’altro, ma che el pagamento sia di sorte, che tanto si incommodi l’uno quanto l’altro.

 

 

«L’incommodo»di Francesco Guicciardini ebbe nome di «sacrificio» da Geremia Bentham, capo degli utilitaristi; ed all’idea dell’incommodo risalgono le spiegazioni che in varie forme si danno dell’imposta moderna. Alla radice di questa sta il concetto di un sacrificio a cui il cittadino è chiamato a pro dello stato. La bontà o giustizia dell’imposta non è saggiata dal confronto fra le quantità di moneta pagata dai cittadini; ma dal confronto fra l’incommodo o sacrificio o pena o dolore sofferto dai cittadini in conseguenza del pagamento di date quantità di moneta. Non perché ciascuno paghi 1000 lire, o il 20% del proprio reddito o l’1% del patrimonio dovrà dirsi giusta l’imposta; ma perché la somma pagata, qualunque sia, cagiona ad ognuno un sacrificio od incomodo che sia uguale e proporzionale a quello di ognun altro. Lo stato, per fermo, non incassa sacrifici, bensì moneta. Ma il criterio di decidere sul giusto quantum di moneta da prestare è l’incomodo che quella prestazione monetaria reca al cittadino.

 

 

L’introspettivo psicologico è la premessa del concreto esteriore monetario.

 

 

153. Attraverso Bentham, Edgeworth, Cohen Stuart ed altri insigni la teoria dell’oratore fiorentino ha assunto una forma la quale potrebbe essere divulgata così:

 

 

Schema I

 

 

VI

5

V

6

6

IV

7

7

7

III

8

8

8

II

9

9

9

I

10

10

10

Tizio

Caio

Sempro

nio

 

 

Sia la consueta società perfetta di tre individui Tizio Caio e Sempronio, provveduti rispettivamente di 6, 5 e 4 unità di ricchezza. Siano le unità di ricchezza, per ipotesi, tutte fisicamente uguali l’una all’altra o, con qualche espediente, configurate in modo da essere dagli uomini fatte uguali alle unità di un bene di paragone o numerario. Ognuno attribuisce alle successive unità di ricchezza un pregio di utilità decrescente, che nel diagramma è indicato con i numeri astratti 10, 9, 8, 7, 6 e 5.

 

 

154. L’imposta può essere prelevata sulle tre dramatis personae, a norma di tre differenti significazioni che possono attribuirsi al concetto del sacrificio.

 

 

155. Il sacrificio può essere uguale; il che significa dovere ognuno dei tre contribuenti pagare tal somma monetaria d’imposta, qualunque sia, la quale cagioni ad ognuno di essi un sacrificio uguale a quello sofferto da ognun altro. Se, pagando una – evidentemente l’ultima o VI – dose fisica o monetaria di ricchezza, Tizio subisce perdita misurata, in termini di sacrificio, col numero 5, Caio deve pagare cinque sesti della sua V unità, perché così anche il suo sacrificio sarà misurato con 5 e Sempronio deve pagare cinque settimi della sua IV unità, allo scopo sempre di misurare col numero 5 la perdita da lui sofferta. La verità del principio dell’uguaglianza è assiomatica. In una società di uomini uguali, chi oserebbe sostenere la disuguaglianza della imposta?

 

 

156. Il sacrificio può essere minimo; il che significa dovere ognuno dei tre contribuenti pagare tal somma monetaria di imposta, qualunque sia, la quale cagioni alla collettività dei tre un minimo di sacrificio. Se il fabbisogno dello stato e di una unità fisica o monetaria di ricchezza, quell’una unità deve essere tutta prelevata su Tizio. Quale altro metodo farebbe, invero, subire alla collettività un sacrificio minore di 5? Se il fabbisogno dello stato fosse di 3 unità, 2 (la V e la VI) dovrebbero essere offerte da Tizio, ed I (la V) da Caio. Il sacrificio della collettività sarebbe di 5 + 6 + 6 = 17; ed ogni altra distribuzione dell’imposta darebbe luogo ad una somma di sacrificio maggiore. Anche il principio del sacrificio minimo è assiomatico. Se lo stato deve toccare una meta, ottenere un vantaggio pubblico, compiere l’ufficio suo, perché la società dovrebbe all’uopo sostenere un sacrificio maggiore del minimo pensabile? È conforme alla logica che se un risultato può essere ottenuto con un sacrificio totale 17 (5 + 6 sopportati da Tizio, 6 da Caio) non debba ottenersi con un sacrificio totale 18 (5 sopportato da Tizio, 6 da Caio e 7 da Sempronio) o con qualunque altro sacrificio totale maggiore di 17.

 

 

Il principio del sacrificio minimo va più innanzi. Poiché l’opera dello stato, nella mente degli utilitaristi, è intesa a procacciare la massima felicità possibile del massimo numero possibile dei componenti la società – ed anche siffatta proposizione è per essi assiomatica, per la impossibilità di asserire il contrario – l’imposta non è esaurita coll’esaurirsi del fabbisogno proprio dello stato. Se anche, per ipotesi, il fabbisogno fosse già od altrimenti coperto, si dovrebbe tuttavia nello schema 1 prelevare o continuare a prelevare da Tizio la VI unità di ricchezza cagionandogli un incommodo uguale a 5, per darla a Sempronio, il quale da questa, per lui V, unità ricaverebbe un commodo uguale a 6. La felicità od il commodo collettivo per tal modo crescerebbe di una unità, obbedendo all’imperativo della massima felicitazione collettiva. Se le fortune sono meglio differenziate, cosicché invece dello schema [1] si abbia lo schema [2], il teorema del sacrificio minimo dice che bisogna togliere a Tizio le ultime tre dosi di ricchezza che per lui hanno l’indice di utilità 5, 4 e 3 per darne una a Caio, a cui si fa acquistare 6 e due a Sempronio a cui si fa acquistare 7 e 6. La felicità o commodo totale della collettività dei tre passa da 52+34+27=113 a 40+40+40=120. Il massimo commodo sociale si raggiunge quando l’utilità o commodo marginale della ultima (per tutti ora la V) dose di ricchezza posseduta è uguale per tutti i componenti la società, ad esempio è misurata dall’indice 6.

 

 

Schema II

 

 

VIII

3

VII

4

VI

5

V

6

6

6

IV

7

7

7

III

8

8

8

II

9

9

9

I

10

10

10

Tizio

Caio

Sempro

nio

 

 

A questo punto cessa la ragione dello stato di prelevare e redistribuire.

 

 

Il principio del sacrificio minimo dicesi perciò anche del livellamento delle fortune o del taglio delle teste degli alti papaveri.

 

 

157. Il sacrificio può essere proporzionale; il che significa dovere ognuno dei tre contribuenti pagare tale somma monetaria, qualunque essa sia, la quale cagioni ad ognuno di essi un sacrificio il quale sia l’identica proporzione della felicità che essi prima traevano dal possesso della ricchezza.

 

 

Sia che la felicità di Tizio sia misurata (schema 1) coll’indice 45 (10+9+8+7+6+5 quella di Caio con 40 e quella di Sempronio con 34 ovvero che la felicità di Tizio sia misurata (sempre nello schema 1) coll’indice 30 (5 indice della utilità della ultima unità di ricchezza posseduta moltiplicato per il numero, 6, delle unità possedute) quello di Caio con 30 (6×5) e quello di Sempronio con 28 (7×4), ognuno paghi tanta moneta quanto occorre perché il sacrificio di ognuno sia uguale, ad esempio, ad un decimo della felicità che avrebbe goduto in assenza dell’imposta. Anche il principio del sacrificio proporzionale è assiomatico, per la impossibilità di asserire il contrario. Su qual fondamento logico poggiare la pretesa che l’uno debba perdere la decima, l’altro la quinta ed il terzo la ventesima parte della propria felicità?

 

 

158. I tre principii, ugualmente assiomatici ad un primo sguardo, sono tuttavia significativi? La domanda non è impertinente. Solo l’analisi può dichiarare se una proposizione, la quale sembra per se stessa evidente, abbia un contenuto. I tre principii del sacrificio avrebbero invero un senso logico soltanto se noi potessimo supporre:

 

 

1)    che le unità di beni o di moneta considerate siano finite e le une alle altre uguali e fungibili o sostituibili. Noi saremmo grandemente imbarazzati se ci trovassimo dinnanzi ad una miscellanea di beni diversi: case mobilio vivande vestiti terreni navi azioni. Pur trattandosi di mera difficoltà concreta è bene che il calcolo delle unità sia compiuto su unità monetarie, ad esempio lire, tutte uguali le une alle altre e bastevolmente piccole per poter approssimativamente affermare che ogni particella della medesima unità.

 

2)    Che ogni individuo sia in grado di misurare i commodi delle varie dosi o unità delle proprie ricchezze e l’incommodo dell’esserne privati dall’imposta.

 

3)    Che per ogni individuo e a partire da un certo punto, l’unità delle successive doti di ricchezza sia decrescente, cosicché il commodo prestato da una lira, sia minore del commodo prestato dalla lira immediatamente precedente (99a) e maggiore di quello della lira (101a).

 

4)    Che si possa postulare la esistenza di uno strumento introspettivo, il quale fotografi le reazioni psicologiche quantitative di ogni uomo di fronte all’acquisto o alla privazione delle successive unità di ricchezza.

 

 

Schema III

 

VI

5

V

6

10

IV

7

15

1

III

8

25

4

II

9

20

7

I

10

5

12

Tizio Caio Sempro

nio

 

 

 

Non si può escludere la possibilità di individui così conformati: Tizio, uomo regolo e medio, Caio, eccitabile ai godimenti solo a partire da un certo punto e facilmente stanco, poi, della immaginata felicità, Sempronio, dai pochi bisogni e privo di sensibilità al vantaggio dell’acquisto di nuove dosi di ricchezza. Coll’aiuto dello psicoscopio, lo stato potrebbe agevolmente repartire l’imposta monetaria, in guisa da soddisfare ai requisiti dei tre principii del sacrificio uguale, minimo o proporzionale. Non rifaccio i calcoli, che si riducono a meri esercizi di aritmetica elementare.

 

 

Poiché le premesse concorrenti del sacrificio uguale o minimo o proporzionale sono tutte e tre, per ragionamento ab absurdo, assiomatiche:

 

 

  • se fossero note le curve della utilità della ricchezza per i singoli;

 

  • sarebbe possibile calcolare, per ognuno dei componenti la società, l’imposta che egli dovrebbe pagare soddisfacendo alla condizione che ogni contribuente subisca un sacrificio uguale o proporzionale o la collettività dei contribuenti un sacrificio minimo.

 

 

Noi potremmo chiamare razionale l’imposta così costruita, perché fondata su assiomi (a), su constatazioni di fatto (b) e su deduzioni logicamente ineccepibili da a e da b.

 

 

159. Condizione necessaria per la costruzione di questo tipo di imposta razionale è l’esistenza del sopralodato psicoscopio.

 

 

Lo psicoscopio non esiste, né lo possiamo sostituire con il metodo della confessione auricolare al procuratore alle imposte. Essendo incontrollabile, per la sua indole interna, se non dinnanzi al tribunale di Dio, la confessione dinnanzi al tribunale degli uomini non avrebbe alcun valore. È necessario perciò che lo stato sostituisca una sua valutazione a quella dei singoli. Ma dovendo lo stato essere imparziale, la sua valutazione non può essere arbitrariamente diversa da uomo a uomo. Lo stato deve necessariamente assumere un uomo medio, fornito di medie ordinarie comuni reazioni psicologiche di fronte all’acquisto od alla perdita delle successive dosi di ricchezza. Dovrebbe essere ed è di fatto immaginato un qualche schema, del tipo dello schema 1, nel quale si faccia l’ipotesi che la curva della decrescenza dell’utilità delle successive dosi di ricchezza sia di una data forma e questa sia uniforme per tutti i componenti la società.

 

 

Il tipo dell’imposta così costruita è del tutto diverso da quello che sopra fu detto razionale. Restano ferme, è vero, le tre premesse assiomatiche della ripartizione dell’imposta a norma del principio del sacrificio uguale ovvero minimo ovvero proporzionale. Ma, in luogo della conoscenza delle curve effettive della utilità delle successive dosi di ricchezza per i singoli componenti la società, noi conosciamo una curva inventata dal legislatore, una curva che il legislatore suppone propria di una astrazione detta uomo medio. C’è chi si contenta e, ragionando filato, giunge a costruire tipi di imposta i quali sono presentati al colto pubblico e all’inclita guarnigione come l’incarnazione della giustizia tributaria. In verità si è compiuto solo una elegante esercitazione scolastica, forse utile a mettere in evidenza l’attitudine del discente a scoprire e dello studente ad imparare le proprietà di certe curve dal punto di vista della geometria e del calcolo.

 

 

La sostanza economica dell’esercizio, sia detto con sopportazione, è zero. Allo stato attuale delle conoscenze, nessuno è riuscito a varcare il ponte fra le valutazioni individuali, disformi una dall’altra ed inconoscibili, della curva dell’utilità della ricchezza e la uniforme valutazione statale.

 

 

Stringi, stringi, che cosa è quest’ultima? La convinzione che ogni singolo studioso si è formato intorno a quel che egli crede sia la sensibilità dell’uomo medio rispetto alle dosi successive di ricchezza. Sono sentimenti, sono passioni, sono sogni, sono strumenti di lotta dei poveri contro i ricchi, dei lavoratori contro i capitalisti, dei prodighi contro gli avari. Sentimenti, passioni, sogni, strumenti di lotte sociali sono oggetto degnissimo di studio per lo storico. Fondare su di essi una teoria della ripartizione dell’imposta è per il teorico un fondarla apertamente sull’arbitrio.

 

 

Il problema dell’imposta si riduce al seguente: quale è l’imposta la quale soddisfa alla condizione di essere dedotta logicamente da quella curva della decrescenza della utilità delle successive dosi della ricchezza che sia posta uniformemente per tutti i cittadini dal legislatore? Poiché il legislatore può scegliere ad arbitrio fra un numero indefinito di curve tanto val dire che il problema comporta infinite soluzioni, ossia è solubile solo quando si parta dalla premessa che è vera quella soluzione la quale sia voluta dal legislatore.

 

 

Se le cose stanno così, a che la solenne costruzione derivata dal sommo principio utilitaristico? Questo darsi l’aria di grandi scienziati, spregiatori dei volgari pasticci sentimentali e costruttori di edifici logici derivati con lusso di equazioni da assiomi indiscutibili non è, per caso, polvere negli occhi della buona gente? Guardando in fondo, si vede che la costruzione poggia tutta sulla scelta arbitraria fatta dal legislatore, e per lui dallo studioso, di un criterio qualunque di distribuzione dell’imposta consigliata dal buon cuore, dall’opportunità politica, dalla prevalenza di certi sentimenti o di certi interessi. Non è meglio confessare che la signora scienza non ha nulla a che fare con l’applicazione del sommo principio utilitaristico alla distribuzione della imposta; e che si tratta di mere esercitazioni di calcolo più o meno sublime?

 

 

Non escludo affatto che con l’andar degli anni – siamo per ora lontanissimi da un qualsiasi avvicinamento alla meta – si possa costruire un qualche strumento il quale indirettamente si avvicini al miracoloso auspicato psicoscopio. Coll’esame di un numero sufficiente di bilanci di famiglia, distinti per classi di reddito, di professione, di origine sociale, di dimora, in rapporto alle variazioni dei prezzi, potrà forse qualche futuro ufficio statistico costruire indici misuratori, soggetti a revisioni continue, delle reazioni psicologiche alle variazioni della ricchezza. Non oso porre le esigenze della fantastica impresa. Mi contento di affermare che per ora dentro ai tre principii c’è il vuoto assoluto.

 

 

160. Se poi si discorra dei soli due principii, del sacrificio uguale e del sacrificio minimo, che sono anche, come è naturale, quelli maggiormente di moda, alla assurdità già osservata un’altra se ne aggiunge, notissima e distruttrice. Ambi i principii richieggono invero si possa affermare la proposizione: essere un dato sacrificio di Tizio uguale maggiore o minore di un dato sacrificio di Caio o di Sempronio, nell’un caso per potere far sì che il sacrificio dell’uno sia uguale a quello dell’altro e nel secondo caso perché la somma dei sacrifici di tutti sia un minimo. Ossia, i due principii richieggono che si possano paragonare i dolori ed i piaceri sentiti dall’un uomo ai dolori ed ai piaceri sentiti dall’altro uomo. Hic Rhodus, hic salta. Non esiste il ponte di passaggio dalla coscienza di uno a quella di un altro uomo. Tizio, nell’intimo foro della sua coscienza, stima che la I unità della ricchezza gli dia una soddisfazione come 10 e la II come 9. E così fanno Caio e Sempronio (schema I). Ciò vuole semplicemente dire che ognuno dei tre, per conto suo ed, aggiungasi, per miracolo, stima la II dose uguale a nove decimi della I. Ma 10 e 9 sono due valutazioni individuali, due numeri astratti che servono a raffrontare, distintamente per ognuno dei due contribuenti, due sensazioni successive. Potrebbero essere 20 e 18, 40 e 36 ed il rapporto rimarrebbe uguale. Il 10 di Tizio è però uguale al 10 di Caio? Nessuno lo sa; e nessuno potrà mai saperlo, sino all’invenzione dello psicoscopio, il quale sia capace di registrare con la medesima unità di misura le reazioni individuali disgiunte e contemporanee di tutti i componenti la società. Perciò i due principii del sacrificio uguale e minimo sono due giochetti buoni per costringere gli scolari a fare esercizi inutili di sedicente edonimetria tributaria. Mera perdita di tempo, buona per fare venire, in nome della scienza, la pelle d’oca ai papaveri dalla testa alta.

 

 

161. Per conto mio, non ho nessun bisogno di ricorrere all’argomento della pelle d’oca per buttare dalla finestra i due principii derivati dal canone supremo dell’utilitarismo. Basta pienamente l’argomento razionale del salto logico. Quando un ragionamento è illogico, non ha senso seguitare a sfaccettarlo, a trarne partito, e a dire che no e che sì e che la coscienza politica di qua e la coscienza collettiva di là ecc. ecc … Non ha senso e basta. Non ha senso dire che il sacrificio 10 di Tizio e il sacrificio 10 di Caio sono uguali; perché nessuno al mondo sa in che cosa consiste quella uguaglianza. Non ha senso dire che il sacrificio di Tizio della VI, VII e VIII unità essendo di 5+4+3=12 unità (schema II) è un minimo per la società dei tre contribuenti e quindi deve essere scelto, perché nessuno al mondo sa se quel sacrificio sia, per la lodata società dei tre, un minimo o qualcosa di diverso dal minimo. I sacrifici di Tizio, Caio e Sempronio, riferendosi ad esseri senzienti diversi, non sono commensurabili e quindi non sono addizionabili. Se siano più o meno grossi, grossi tanto o tant’altro noi non sappiamo e nessuno sa. Non c’è altro da dire. Se qualcuno ha qualcosa da dire, si faccia avanti e dica il fatto suo in modo chiaro, comprensibile a noi miserabili contribuenti che prima di pagare consapevolmente – a pagare senza sapere il perché non c’è bisogno di essere aiutati da professori di scienza delle finanze; basta l’avviso dell’esattore, con le comminatorie delle multe per ritardato pagamento, pignoramento mobiliare ed esecuzione forzata immobiliare – desideriamo capire le ragioni che ci si raccontano. Coloro che in questa faccenda piana parlano calcolo infinitesimale o infilzano frasi su coscienze politiche, punti di vista superiori collettivi ecc. vivono in un mondo troppo sublimato perché noi si possa attingere alle loro vette. Per noi uomini ordinari, sino a prova contraria la spiegazione razionale dei principii dell’uguale e del minimo sacrificio non esiste, ed esiste invece la presunzione del loro nulla logico.

 

 

162. Il principio del sacrificio proporzionale non soffre invece di salto logico. Non è illogico dire che Tizio, Caio e Sempronio debbano pagare, ciascuno di essi, tanta imposta quanta equivale ad un decimo della propria felicità. Qui non si fanno paragoni somme e sottrazioni. Ognuno dei nostri tre eroi sta esposto, per conto suo, ai colpi dell’imposta. Ognuno dà un decimo di se stesso; e poiché ognuno conosce se stesso e per conoscersi non ha bisogno di conoscere altrui, l’operazione è logica.

 

 

Con una piccola riserva, già fatta, che qui ripeto ad nauseam per ficcarla nella testa di coloro che ci scivolano sopra, senza avvedersi o facendo finta di non avvedersi della portata sua grandissima. Ognuno conosce se stesso e può dichiarare quale è la somma di imposta che, pagata da lui, gli cagiona un sacrificio o incommodo uguale ad un decimo della felicità o commodo procuratogli dalla ricchezza da lui posseduta. Dichiarerà ognuno quel che potrebbe?

 

 

Chi suppone di sì, accetta di trasformare il sistema delle imposte in un sistema di oblazioni volontarie. Il dilemma è preciso: o si crede senza discutere nella verità delle confessioni dei contribuenti ed abbiamo un sistema di oblazioni volontarie; o si discutono e il principio del sacrificio proporzionale va colle gambe all’aria. Nessun ministro delle finanze passato presente o futuro ha accettato od accetterà mai il primo corno del dilemma. Sulle oblazioni volontarie nessuno stato vive. Se non si vuole che tutti si facciano piccoli e dolenti e che le entrate dello stato cadano dalle decine di miliardi alle unità di milioni, è necessario discutere la confessione del contribuente. Se si discute, si sostituisce all’apprezzamento individuale dei commodi ed incommodi, che è il solo reale, un apprezzamento medio statale, irreale e privo di significato. Bisogna che lo stato dica: suppongo che i cittadini non abbiano la sensibilità che hanno in effetto per le successive dosi della ricchezza; ma una sensibilità media, da me configurata. La prima dose di ricchezza avrà per essi tutti l’indice di utilità 10 o 100; la seconda 9 o 99, la terza 8 o 98 e così via. E poi porterò via ad essi quel tanto di ricchezza che dia luogo ad un prelievo di utilità che sia un decimo dell’utilità quale fu da me calcolata. Ben so che l’utilità da me calcolata non è quella che i contribuenti sentono; che il decimo da essi immaginato non è il decimo; ma come fare, se gli uomini non confessano il vero?

 

 

163. Come fare? Piantarla lì con tutti questi ghirigori di pseudo-ragionamenti con cui, volendo persuadere gli uomini a lasciarsi portar via tot lire, ci si sente l’obbligo di imbrogliar loro la testa con parole solenni di utilità, sacrificio, uguaglianza, proporzionalità. Gratta gratta e sotto c’è il vuoto.

 

 

C’è il retore che vuole épater le bourgeois e farlo restare a bocca aperta.

 

 

164. Per ora il vile borghese ha ragione di restare terrorizzato dalle illazioni che dai principii utilitaristici si possono ricavare. Se, come ragionano gli utilitaristi,

 

 

a)    scopo della legislazione è la massima felicità del numero massimo possibile dei componenti la collettività;

 

b)    se la utilità delle dosi successive di ricchezza è decrescente;

 

c)    se si deve supporre, per ragioni di minimo arbitrio, che la scala della decrescenza è decrescente in modo uniforme per tutti: 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, …;

 

d)    se l’indice di utilità apposto dai componenti la collettività alle successive dosi di ricchezza consente di far paragoni fra uomo e uomo, è logicamente incontestabile che lo stato deve portar via a chi le possiede le dosi di ricchezza le quali hanno una utilità più bassa per darle a chi, ricevendole, ne ricava una utilità maggiore, e che il processo deve continuare fino a che l’utilità marginale della ricchezza sia uguale per tutti. A questo punto non conviene seguitare perché, se la utilità marginale è per tutti 6, a togliere ancora una dose a Tizio gli si fa perdere 6, laddove a darla a Caio gli si fa guadagnare solo 5.

 

 

Non importa qui discutere se la premessa a sia accettabile; e con quali riserve – specie sul punto d’inizio della decrescenza – possa accettarsi la b. Il punto decisivo è che la c è un’ipotesi intieramente disforme dalla realtà (la scala della decrescenza non è uniforme bensì variabile e variabile secondo regole non conosciute o conosciute in modo così imperfetto da non consentire alcuna misurazione), e che la d non ha senso (il piacere o dolore di Tizio è un affar suo individuale non paragonabile al piacere o dolore di Caio).

 

 

Il vile borghese può fare a meno di farsi venire la pelle d’oca; ché la teoria utilitaristica dell’imposta è, per ora, una vecchia baracca crollante. Chi vivrà vedrà se qualcuno riuscirà a cavarne qualche costrutto.

 

 

165. Per ora il costrutto migliore che se ne può cavare è negativo: bisogna farla finita con principii che si danno l’aria di guardare tutto il mondo dall’alto in basso, come se tutto ciò che non si avvicina alla loro «sommità» sia vile empirismo, roba superata, vecchiume rancido. Abbasso la boria dell’imposta personale progressiva globale totale complessiva eccetera eccetera! La progressività la personalità la globalità la totalità la complessività sono derivazioni teoriche dai «sommi» principii utilitaristici. Senza di questi non se ne può dare una spiegazione razionale; epperciò al par di questi sono, oltreché orrende parole in lingua italiana, roba qualunque, che vale né più né meno, forse meno che più degli opposti canoni della proporzionalità, della realtà, della particolarità. Meri spedienti da usarsi con la cautela e il fiuto dell’uomo di stato il quale deve tener conto di mille e mille circostanze contingenti non teorizzabili. Naturalmente, l’uomo di stato invocando quei canoni farà appello alle grandi parole, ai sommi principii e farà bene, ché si tratta di convincere i restii a pagare. Ma noi, che siamo semplici studiosi, non possiamo lasciarci imporre dalle parole piene di vuoto e dobbiamo assumerle per quel che sono: roba qualunque, buona o cattiva a seconda dell’uso che se ne fa.

 

 

166. Direi, data la voga che dal 1870 in poi hanno preso le parole di progressività personalità globalità complessività totalità, occorre piuttosto aver l’occhio fisso ai malanni che ne possono derivare che non all’uso eventualmente buono che se ne può fare.

 

 

Dove è il limite all’operare logico del principio del minimo di sacrificio? Se prudenza e buon senso non soccorrono, il limite si tocca solo quando si sono livellate le fortune. Se Tizio ha 100 e Caio 50, Caio, utilitarista, conoscitore per istinto della teoria della decrescenza dei gradi di utilità della ricchezza, rifiuta di pagare sinché Tizio non è stato spogliato di tutto il supero oltre i 50 posseduti da lui. Forseché le unità fra 51 e 100 non hanno, tutte, una utilità progressivamente minore di quella posseduta dalle unità fra 1 e 50? Paghi dunque Tizio fino a livellarsi a lui, ché il sacrificio sociale sarà il minimo. Paghi anche se lo stato non ha urgenza di entrate, perché il togliere unità a Tizio cagiona a costui un danno minore del vantaggio che avrebbe Caio ricevendole. Una società, in cui ognuno dei due ha 75 unità, gode di una massa totale di felicità maggiore di quella in cui l’uno ha 100 e l’altro 50.

 

 

C’è un solo piccolo inconveniente all’operare del congegno. Chi obbliga Tizio a produrre 100 quando sa che il supero oltre 75 gli verrà inesorabilmente portato via dalla logica del principio del sacrificio minimo? Conseguenza necessaria del principio è togliere lo stimolo a produrre ricchezza oltre la media che si prevede destinata a rimanere in possesso del produttore. Se l’imposta livellatrice riduce i redditi di 100 a 75 e porta quelli di 50 a 75, Tizio produce solo più 75 e Caio resta con i suoi 50, perché i 25 destinati a lui sono sfumati.

 

 

Ma il virus infernale del principio del sacrificio minimo non ha finito di agire. Se i due posseggono 75 e 50 unità, conviene, a massimizzare la felicità collettiva, togliere 12,50 a Tizio e darli a Caio, cosicché ognuno abbia 62,50. Ma Tizio riduce allora nuovamente la produzione a 62,50, ché sarebbe a lui inutile produrre di più. E così via distribuendo e riducendo giunge, per differenze sempre più piccole, il momento in cui amendue producono le stesse 50 unità. In quel punto, Caio, il quale si era illuso di rigettare tutta l’imposta su Tizio, si avvede che la deve pagare anch’egli nella stessa misura. Non forse ha egli la stessa ricchezza?

 

 

167. Al punto critico si giunge presto se l’imposta livellatrice si applica ai redditi di lavoro, perché il lavoratore manuale ed intellettuale subito capisce la inutilità di continuare a lavorare quando il frutto ulteriore della sua fatica sia avocato dall’imposta allo stato. Ma vi si giunge ugualmente per i redditi di capitale. Solo il volgo crede che i denari bisogni prenderli dove ci sono. Residuo bruto di brute credenze adoratrici dell’oro. Tutto il capitale, terre case macchine strade ponti ferrovie, muore se continuamente non lo si rinnova. Tutto il capitale del mondo è nuovo. Anche San Pietro di Roma si ricrea di ora in ora. Se non lo si ricreasse sarebbe da gran tempo un mucchio di rovine. Supporre che un qualunque capitale concreto duri in media vent’anni è probabilmente ipotesi dettata da accesa ottimistica fantasia. Ci deve essere qualcuno che ricrea il capitale. Se non è lo stato, se cioè non viviamo in una organizzazione comunista in cui la funzione del produrre risparmio è un ufficio pubblico – ma allora è anche inutile discorrere di imposte – se il compito del risparmiare è compito di privati, importa che il risparmiatore speri qualcosa dall’atto suo. Può egli contentarsi di poco; ed in tempi di sicurezza nell’avvenire, di libere iniziative, di tranquillo possesso si contenta di pochissimo. Ma il nulla, ma l’avocazione completa al di là di un certo punto stronca il motivo del risparmiare. La produzione del risparmio, caratteristica dei tempi e dei popoli civili, ha termine.

 

 

168. Sento abbaiare:[2] «e quale pazzo mai spinse la progressività ad estremi così assurdi? La progressività è principio ragionevole il quale vuole soltanto far gravare l’imposta un po’ di più sui ricchi un po’ meno sui mediocri e ancor meno sui meschini; ma non intende espropriare i ricchi, né togliere, in nessuno stadio della ricchezza, l’incitamento al lavoratore ed al risparmiatore a lavorare ed a risparmiare. Negare l’imposta progressiva solo perché ad un pazzo sragionante può venire in mente di mutarla in confisca livellatrice è sofisma inammissibile».

 

 

169. Sia chiaro che:

 

 

1)    il solo ragionamento condotto a spiegazione della progressività è proprio quello del pazzo sragionante. Tiriamo via le premesse dell’utilità decrescente della ricchezza, e dell’uguaglianza, del minimo e delle proporzionalità del sacrificio d’imposta e manca alla progressività qualunque base razionale;

 

2)    e questa non esiste perché quei tali principii del sacrificio sono di significato ignoto.

 

 

L’abbaiamento può finire in un mugolio. La tesi qui sostenuta è che la progressività dell’imposta, il che vuol dire considerazione del reddito o del capitale intero globale complessivo posseduto dal contribuente in relazione alle sue condizioni personali di famiglia, di celibato, di malattia, di età, di condizione sociale, di natura di reddito può essere una bella o una brutta concezione. Personalità e progressività sono due cose qualunque, né belle né brutte, inesistenti teoricamente. Sono manifestazioni di sentimenti. Buoni, ossia tali da rafforzare la compagine sociale, se si tratta del senso di solidarietà che spinge quei che possono a pagare di più per il bene comune. Pessimi, ossia tali da distruggere la società, se l’invidia spinge il povero a spogliare con la progressiva colui che sta al di sopra. Anche la realità e la proporzionalità dell’imposta sono la espressione di sentimenti, sovratutto di quello della certezza. L’imposta la quale colpisce le cose per sé, ugualmente in rapporto al loro frutto o valore, assicura gli uomini contro arbitrii e privilegi; e può incoraggiarli grandemente a risparmiare ed a lavorare.

 

 

170. L’uomo di stato è chiamato a pesare e confrontare sentimenti ed azioni; e ad attuare quella combinazione di personalità e di realità, di progressività e di proporzionalità che nel suo giudizio è atta a produrre quel migliore risultato che a lui pare desiderabile. Francesco Guicciardini già ammoniva il lodatore della decima scalata od imposta progressiva che «se si fussi ricordato che [il] magistrato fu trovato per conservare la libertà e la pace della città e la quiete di ognuno, non per essere autore di discordie e di leggi ed ordini pestiferi, avrebbe forse raffrenato più la lingua sua» (loc. cit., p. 208).

 

 

Raffrenino gli studiosi moderni l’istinto che li spinge a rammostrare all’uomo di stato le vie della «vera» giustizia tributaria. La smettano con la boria di scoprire ed insegnare i principii «scientifici» della distribuzione «giusta» dell’imposta. La signora «scienza» ha perso troppo tempo nel correre dietro al vuoto idolo dell’uguaglianza di sacrificio. Più presto ci persuaderemo che la giustizia tributaria non è materia di «alta» scienza ma di accurati modesti ragionamenti intorno agli effetti concreti dei diversi tipi possibili di imposta sulla condotta umana e meglio sarà.

 

 



[1] Decima scalata era parola la quale significava «che chi aveva cinque ducati o manco di decima, pagassi una decima (10%); chi aveva dieci ducati di decima pagassi una decima ed un quarto (12,50%); chi n’aveva quindici, pagassi una decima e mezza (15%); e così successivamente per ogni cinque ducati che l’uomo aveva di decima, si moltiplicava uno quarto più (250% in più), non potendo però passare, per uno, tre decime (30%)». Cfr. Francesco Guicciardini, Dialoghi e discorsi del reggimento di Firenze, Discorsi III e IV su la decima scalata, pp.196-98, Laterza, Bari 1932.

[2] Così abbaiarono alle calcagna di De Viti il quale nei Principi di economia finanziaria (Einaudi, Torino 1934, pp. 165 sg.) aveva dimostrato la natura autofaga della imposta progressiva. Ed avrebbero potuto abbaiare alle calcagna di Bentham perché, dopo avere nitidamente posto i principii della decrescenza della utilità delle successive dosi della ricchezza:

 

 

  1. «Caeteris paribus, ad ogni particella di beni – ricchezza corrisponde una dose di felicità;

 

  1. «Per quel che tocca la ricchezza, se due persone hanno fortune disuguali, colui che ha più ricchezza deve dal legislatore reputarsi goda maggior felicità;

 

  1. «Ma la quantità della felicità non cresce in modo proporzionale al crescere della ricchezza; diecimila volte la quantità dei beni – ricchezza non vuol dire diecimila volte la quantità di felicità; potendosi dubitare persino che il possesso di diecimila volte la quantità di beni – ricchezza raddoppi in generale la felicità;

 

  1. «L’efficacia dei beni-ricchezza nel cagionare felicità scema a mano a mano che aumenta la differenza fra la ricchezza dell’uno in confronto a quella dell’altro; in altre parole la quantità di felicità provocata da una dose di ricchezza (ogni dose essendo di grandezza costante) scema a mano a mano aumenta il numero delle dosi; la seconda cagionando minor felicità della prima, la terza della seconda e così via»;

 

 

ed, avendone discusso sottilmente a lungo le logiche illazioni, aver concluso che:

 

 

«nell’ipotesi dell’entrata in vigore di una nuova costituzione fondata sul principio della massima felicitazione del maggior numero dei cittadini, sarebbe, in punto di ragione, bastevolmente dimostrata la norma per cui i beni-ricchezza debbono essere sottratti ai più ricchi e trasferiti ai meno ricchi, sinché le fortune di tutti siano diventate uguali, od almeno così poco diverse dalla perfetta uguaglianza, da non valer la pena di calcolare le differenze»;

 

 

dalla gravità della conclusione era subito tratto a tener conto di fattori non considerati in prima approssimazione ed a soggiungere che:

 

 

«alla massimizzazione della felicità sottentrerebbe l’universale annichilamento in primo luogo della felicità ed in secondo luogo della esistenza medesima. L’annichilamento della felicità deriverebbe dalla universalità dell’allarme e dal trascorrere dell’allarme in certezza; l’annichilamento della esistenza dalla certezza di non godere i frutti del proprio lavoro e quindi del venir meno di ogni spinta a lavorare».

 

 

Sicché il Bentham così chiudeva il discorso:

 

 

«Il piano di distribuzione dei beni-ricchezza che è più favorevole alla sussistenza universale e quindi alla massimizzazione della felicità è perciò quello in virtù del quale mentre la fortuna del più ricco, e cioè di colui il quale è collocato al sommo della scala sociale, è la massima, il numero dei gradini fra la fortuna del meno ricco e quella del più ricco è pure massimo, il che vuol dire che la ricchezza deve essere distribuita con gradazione regolare e quasi insensibile».

 

 

I brani sovrariportati, nei quali è riassunta la teoria iniziale e finale di colui il quale è considerato il creatore della teoria dell’imposta progressiva livellatrice, si leggono a carte 228 a 230 dei Pannomial Fragments di Jeremy Bentham nel vol. III dei Works (Edinburgh 1843), curati dal suo esecutore testamentario John Bowring su manoscritti forse databili dal 1831. Nel peculiare linguaggio del Bentham, «pannomial» significa «riassuntiva completa compilazione di leggi».

 

 

I brani riprodotti nella presente nota si leggono ora, in uguale testo, a carte 113-16 del primo volume dei tre in cui W. Stark ha raccolto in una nuova edizione critica dalle stampe precedenti e più da manoscritti inediti tutti gli scritti economici del Bentham (Jeremy Bentham’s Economic Writings, Burt Franklin, New York 1952-54). I brani non fanno più parte, come nell’edizione Bowring, dei Pannomial Fragments ma di un’opera parimenti inedita The Philosophy of Economic Science.

 

 

Il Bentham scrisse molto su finanze ed imposte; e molto fu tormentato dal contrasto e anzi dalla incompatibilità fra i suoi due ideali: la sicurezza che vuol dire libertà e l’uguaglianza. A lui parve di aver trovato una soluzione al problema della imposta, che egli considerava «il male» per definizione con il ritorno al sistema medievale dell’escheat o, all’incirca, devoluzione allo stato dei patrimoni, nel caso di estinzione della linea diretta. Grazie all’edizione critica dello Stark, oggi il pensiero economico del Bentham può essere fatto oggetto di serio studio.

Esistono vere esenzioni d’imposta?

Esistono vere esenzioni d’imposta?

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 90-114

 

 

 

 

78. La pratica tributaria è piena di trabocchetti verbali. Forse, dopo quella del doppio d’imposta, la parola più equivoca è esenzione. Non fu forse scritto in un testo legislativo che il sovraprezzo delle azioni era esente da imposta sui redditi? Ciò che non fu mai reddito può forse logicamente essere soggetto ad un tributo il quale ha assunto il reddito ad oggetto suo specifico?

 

 

La società emette una prima serie di 10000 azioni da 1000 lire l’una per procacciarsi il capitale iniziale di 10 milioni di lire necessario all’impresa. Per merito o fortuna – ma il cervello di chi non ha merito non crea fortuna, né gli occhi suoi la vedono – le cose sociali prosperano, sicché il dividendo distribuito agli azionisti cresce da zero nei primi anni a 30, a 50 ed a 120 lire. A questo punto, previsioni fondate persuadono dirigenti ed azionisti che il dividendo di 120 lire possa considerarsi consolidato, sicché esso si capitalizza ad un saggio di interesse, il 6%, un po’ più alto di quello del 4 o 5% corrente per impieghi di tutta sicurezza ed un po’ più basso di quello usato per impieghi industriali. La fondata previsione di costanza nel reddito futuro e la speranza di un possibile aumento, consigliano quel saggio di capitalizzazione ed il mercato lo fa suo. A 2000 lire l’una la valutazione delle 10000 azioni diventa di 20 milioni di lire, che nei libri sociali è in parte contabilizzata al passivo in 10 milioni di lire capitale nominale versato e in 4 milioni di lire riserva scritta[1] e in parte non è scritta ma potrebbe dar luogo ad una partita di 6 milioni di lire intitolata «valore dell’avviamento sociale».

 

 

79. L’uomo della strada a questo punto può dire: la finanza, la quale ha già tassato i distribuiti ed i 4 milioni di riserva scritta[2] a mano a mano che essi maturavano, e non può tassare i 10 milioni versati, perché questi sono capitale, tassi i 6 milioni di «valore dell’avviamento sociale»perché questi sono un vero incremento patrimoniale, che ognuno dei soci può intascare vendendo l’azione al prezzo di 2000 lire, di cui 1000 capitale intassabile e 400 riserva già tassata. Può essere alquanto complicato accertare il guadagno: ma è difficoltà pratica, non di principio.

 

 

Noi sappiamo che il ragionamento dell’uomo della strada è sbagliato, perché la tassazione degli incrementi patrimoniali dà luogo ad un doppio di tassazione non spiegabile logicamente (cfr. sopra paragrafi 33 sgg.). La finanza non si attenta invero a tassare gli incrementi di valore delle azioni vecchie dal valore 1400 intassabile o già tassato al valore 2000; ma si appiglia al peggiore dei partiti: attendere che la società ritenga opportuno aumentare il capitale da 10 a 20 milioni di lire, emettendo nel pubblico 10000 nuove azioni. La società non può, in questo caso, vendere al pubblico ossia a terzi le nuove 10000 azioni al prezzo di 1000 lire. Le nuove azioni, non essendo per nulla diverse dalle vecchie, vanterebbero uguali diritti sul patrimonio sociale, composto di 10 milioni capitale vecchio, 4 milioni riserve, 6 milioni valor dell’avviamento e 10 milioni capitale nuovo, totale 30 milioni che divisi per le 20000 azioni darebbero un quoziente di 1500 lire. I vecchi azionisti, i quali possedevano un patrimonio uguale a 2000 lire per azione, se lo vedrebbero ridotto a 1500; i nuovi, versando 1000 lire, ipso facto diventerebbero padroni di una quota sociale di 1500 lire. Non può immaginarsi che i vecchi azionisti si acconcino a regalare altrui metà delle riserve e dell’avviamento accumulato per rinuncia e merito proprio. Se i nuovi azionisti vogliono entrare a far parte di una società, di cui le quote di capitale valgono 2000 lire, paghino anch’essi 2000 lire di cui 1000 a titolo di capitale e 1000 a titolo di sovraprezzo atto a compensare, con uguale apporto, il valore delle riserve e dell’avviamento che è l’apporto dei vecchi.

 

 

Qui, la finanza italiana gridò: le 1000 lire di sovraprezzo sono un reddito e perciò deve essere tassato! Reddito di chi? Non dei vecchi azionisti, i quali riescono al più, con siffatto avvedimento di conguaglio, a conservare intatto il patrimonio, che già possedevano, di 2000 lire. Non dei nuovi, i quali versando 2000 lire ricevono un’azione, la quale dà diritto ad una quota di ugual valore del totale patrimonio sociale: 10 milioni capitale vecchio +4 milioni riserve +6 milioni avviamento +10 milioni capitale nuovo+10 milioni sovraprezzo, che messi in monte fanno 40 milioni, i quali divisi per 20000 azioni, dan luogo ad un quoziente di 2000 lire. Non della società la quale non è, dal punto di vista patrimoniale, nulla più di uno strumento giuridico-tecnico-economico per gerire gli apporti dei soci.

 

 

80. La finanza si persuase che sotto al sovraprezzo non v’era reddito, quando vide che i vecchi azionisti, fatti accorti del pericolo di perdere, a causa dell’imposta scorretta, parte dei proprii conferimenti di denaro, di risparmio e di merito, si decisero a non consentir più a terzi di sottoscrivere alle nuove azioni; ma, volendo aumentare il capitale da 10000 a 20000 azioni, se le ripartirono esclusivamente fra di sé al prezzo di 1000 senza sovraprezzo. Perdevano così 500 lire sulle vecchie che discendevano da 2000 a 1500, ma guadagnavano 500 lire sulle nuove che crescevano subito dalle 1000 versate a 1500. Come prima, essi non guadagnavano né perdevano; ma, non essendo nato sovraprezzo, mancava la materia della tassazione. A questo punto, la finanza si decise a dichiarare esenti da imposta i sovraprezzi delle azioni di nuova emissione.

 

 

I commentatori ripetono che il legislatore esentò non perché riconoscesse di avere immaginato un reddito in fatto inesistente, ma perché, per contingenze momentanee, desiderò «favorire» le società, «incoraggiare» l’incremento dell’impresa e simili. Parole vuote di senso, le quali spiegano la odierna repugnanza dei giuristi a dar peso alle motivazioni «scritte» nei preamboli o nei lavori preparatori alle leggi. Sebbene essi diano alla loro repugnanza spiegazione più sottile, io dico in parole volgari che preamboli e motivazioni vanno assunti con le molle perché non di rado i legislatori non sanno il perché razionale delle loro azioni od hanno interesse a non pregiudicarsi enunciando principii. Epperciò caso per caso scelgono un pretesto. Nel caso presente il pretesto[3] fu la voglia di render favore ed incoraggiamento alle società, il motivo razionale era la inesistenza della materia imponibile.

 

 

81. La parola esenzione ha le braccia larghe come la misericordia di Dio. Chiamasi esenzione quella concessa agli interessi dei titoli di debito pubblico e chiamerebbesi esenzione quella che fosse concessa, secondo le vedute sopra esposte, (cfr. sopra paragrafi 13 sgg.) agli stipendi dei pubblici impiegati; sebbene ambe le esenzioni si possano spiegare solo colla previsione di pagare interessi e stipendi netti minori di quelli che farebbero altrimenti carico all’erario. Chiamasi esenzione persino quella accordata alle somme mandate a riserva matematica delle imprese di assicurazione sulla vita, sebbene a nessuno possa venire in mente di considerare come reddito dell’impresa quella che non è affatto reddito dell’impresa, bensì somma accantonata per far fronte al pagamento futuro delle somme dovute agli assicurati in caso di morte o di sopravvivenza.

 

 

Chiamasi esenzione quella concessa ai redditi delle società di mutuo soccorso, sebbene sia chiaro che le quote versate dai soci di quelle società, come di qualsiasi altra associazione di cultura, di divertimento, di assistenza, siano conferimenti di capitale; e sebbene sia ugualmente chiaro che il frutto di quelle quote, eventualmente accantonate per fronteggiare eventi sfavorevoli nella vita dei soci, diventi reddito solo quando prenda la figura di pensioni o sussidi ai soci, nel quale caso, esso è pienamente tassabile. Sicché l’esenzione vuoI dire semplicemente volontà di non tassare due volte il medesimo reddito, una volta quando è prodotto presso la società ed una seconda volta quando è distribuito ai soci bisognosi malati o vecchi od alle loro famiglie per sovvenire alle spese di sepoltura.

 

 

Chiamasi esenzione quella concessa alle case rurali, escluse dalla tassazione sia sui fabbricati come sui fondi rustici; quasiché la casa rurale fosse nulla più di uno strumento o coefficiente di produzione del fondo rustico, e quasiché essa desse un reddito autonomo, separato da quello del fondo. Dell’incremento che la casa dà alla produzione agricola si tiene già necessario conto negli estimi fondiari, poiché ogni particella catastale si considera istrutta, ossia provveduta di strade, di piantagioni, di canali di scolo e di irrigazione e di costruzioni secondo gli usi e le consuetudini locali. Nelle zone agrarie sprovvedute di case rustiche le spese di produzione risultano necessariamente più elevate per maggiori spese di trasporto degli uomini, degli animali da lavoro, delle sementi, dei concimi, dei prodotti agricoli da e al mercato, di quanto non accada nelle zone dove le case rustiche sono frequenti e insistenti su ogni fondo rustico, anche piccolo. Così e non altrimenti la cassa rustica cresce il reddito del fondo. Tassarlo sarebbe vera duplicazione; ed è improprio attribuire l’attributo di esenzione a quella che è mera esclusione per mancanza di materia imponibile. Improprio e pericoloso in questo e in tutti i casi consimili; poiché consente rimanga o sorga l’idea trattarsi qui di vera esenzione e cioè di favore e privilegio e cioè, ancora, di istituto tollerato, in sé dannabile e destinato a scomparire alla prima occasione propizia.

 

 

82. Se sia o non sia esenzione propria quella accordata in Italia per 25 anni alle case nuove è problema più complesso la cui risoluzione è connessa con quella data al problema più generale della cosidetta esenzione del risparmio. Ci troviamo qui di nuovo dinnanzi al quesito: chi sceglie, dinnanzi al tribunale della ragione, le premesse del ragionamento, quando queste non posseggono l’evidenza intuitiva dell’assioma? Poiché il giudice infallibile, in quel tribunale, non esiste, limitiamoci a riconoscere che le premesse sono in sostanza le due dianzi già poste (cfr. paragrafi 34 e 36):

 

 

  • reddito tassabile con una imposta x (ad es. 20% del reddito) in ogni intervallo di tempo (anno finanziario) è quella ricchezza che in quell’intervallo di tempo entra nella economia del contribuente, netta da spese di produzione, in aggiunta al patrimonio posseduto dal contribuente medesimo all’inizio di quel medesimo intervallo di tempo (premessa α);

 

  • reddito tassabile ecc. ecc. è ecc. ecc. (tutto come sopra) a condizione che in quell’intervallo di tempo il contribuente non subisca un danno superiore a quel qualunque sia x scelto dal legislatore come misura del sacrificio imposto al contribuente (premessa β).

 

 

83. Espongo il problema in questi termini allo scopo di affermare subito che il legislatore è libero di assumere una qualunque delle due premesse. La premessa à si potrebbe chiamare anche la premessa intuitiva del buon senso, se buon senso ed intuizione vogliono dire adattamento alle abitudini mentali e al modo di pensare proprio degli uomini in generale. Gli uomini sono abituati a dividere il tempo a fette, chiamate anni ed a dire che reddito è quella ricchezza ecc. ecc. come è detto sopra. La mezzanotte avanti all’1 gennaio e la mezzanotte dopo il 31 dicembre sono paraocchi che gli uomini si sono messi per non essere disturbati, nel camminare e nel decidersi, dal ricordo di quel che è successo prima e dalla previsione di quel che succederà dopo, e per potere far i conti senza troppi dubbi e troppe inquietudini.

 

 

Gli uomini hanno mille ragioni di mettersi i paraocchi; ogni tanto, se si vuole procedere innanzi, bisogna fermarsi, riflettere al passato, calcolare se le cose sono andate bene o male e perciò avere un punto di riferimento, un prima e un poi per sapere quel che è successo nel frattempo. L’abitudine, essendo sensata, è divenuta siffattamente sangue del sangue degli uomini, che questi, anche se sono economisti o finanzieri illustri, si inquietano quando taluno li tira per la coda della giacca e dice: badate che l’abitudine, ragionata a certi fini, non è una verità di fede; è un semplice strumento di condotta, mero espediente utile ad orizzontarsi nel tempo che è senza termine né di inizio né di fine. Si inquietano e ripetono: reddito è quella ricchezza ecc. e chiunque dice il contrario, sia scomunicato. Di fronte alla quale conclusione non c’è rimedio od obbiezione. Se il legislatore vuole adottare la premessa α, nessuno glielo può impedire. È soluzione comoda, che si raccomanda al consenso universale, perché adatta all’abitudine universale di concepire il tempo diviso ad anni.

 

 

84. È lecito però di immaginare che esista un legislatore il quale alla definizione corrente a aggiunga la condizione contenuta nella premessa β? E lecito immaginare che vi sia un legislatore, il quale avendo deciso di far subire a tutti i suoi contribuenti il sacrificio d’imposta x (suppongasi x uguale al 20% del reddito) non vuole che in qualche inavvertito misterioso modo, per uno dei soliti tiri logici di cui è fecondo il calcolo economico, qualcuno dei contribuenti subisca un sacrificio ? L’ipotesi che esista un legislatore il quale non voglia far subire a qualcuno dei contribuenti la perdita  quando sua volontà precisa è che tutti subiscano solo la perdita x è forse bizzarra, non è certamente insulsa. Quindi è premessa lecita del ragionamento. O meglio di un raccontino, a cui tanti anni addietro, visto che altri economisti si erano dimenticati di ricordare il nome dell’autore, io ho dato il nome di teorema dell’esenzione del risparmio di Giovanni Stuart Mill. Gravemente errai ad aggiungere la parola esenzione. L’avevo fatto innocentemente, solo per mettere in chiaro che il teorema imponeva fosse scritta una norma che, in conformità alle abitudini verbali d’allora e d’oggi, sarebbe stata detta nei testi legislativi di «esenzione». Mal me ne incolse; ché tutti gli sfaccendati cominciarono a gridare: perché esentare il risparmio, perché dare un privilegio a coloro i quali possono e vogliano risparmiare? Ed assai altre parole incomprensibili in aggiunta. Faccio umilmente atto di contrizione e dico che il teorema di Mill deve essere propriamente chiamato della doppia vista del risparmio.

 

 

85. Dice il raccontino o teorema:

 

 

Tizio ha nell’anno considerato un reddito di 20000 lire. Suppongasi, per semplicità, che egli ne consumi la metà e risparmi l’altra metà. Suppongasi che l’imposta sia del 10%. Sulle 10000 lire consumate, Tizio paga 1000 lire d’imposta; e tutto finisce lì. Non ci sono code o strascichi. Sulle 10000 lire risparmiate egli comincia a pagare le solite 1000 lire d’imposta, che riducono il risparmio disponibile a 9000 lire. Impiegate al 5%, quelle 9000 danno luogo ad un reddito di 450 lire all’anno in perpetuo. Queste sono decurtate, dalla solita imposta del 10%, di 45 lire all’anno. Quindi il contribuente che ha già pagato subito 1000 lire, pagando di nuovo una imposta annua perpetua di 45 lire, è come se pagasse altre 900 lire d’imposta.

 

 

La differenza di trattamento è chiara: sulle 10000 lire consumate o godute, lo stato preleva 1000 lire; sulle 10000 lire risparmiate il prelievo è . Se l’aliquota dell’imposta fosse, come in taluni paesi è agevolmente per talune classi di alti redditi, per esempio di 1 milione di lire, del 50%, le 500000 lire consumate pagherebbero 250000 lire in tutto, laddove le 500000 lire risparmiate comincerebbero a pagare subito 250000 lire e poi le 12500 lire all’anno, reddito al 5% delle residue 250000 lire, pagherebbero ancora 6250 lire d’imposta annua, uguali oggi a 125000 lire. In tutto la parte risparmiata pagherebbe 375000 lire invece di 250000.

 

 

Quindi, ove non si voglia far subire al risparmio un trattamento differenziale, occorre escluderlo, perché non tassabile – esentarlo secondo l’impropria terminologia corrente – dal pagamento dell’imposta o prima o dopo, o quando è 10000 lire o quando è il reddito annuo, 500, di 10000 lire.

 

 

Se invero lo escludiamo subito, Tizio paga, per la parte consumata, 1000 10000. Per la parte risparmiata dapprima non paga nulla ed è in grado perciò di investire tutte le 10000 lire. Queste gli fruttano 500 lire all’anno, sulle quali egli paga 50 lire d’imposta in perpetuo. Ma pagare 50 lire annue in perpetuo equivale a pagare 1000 lire oggi, ossia precisamente quanto ha pagato sulla quota consumata.

 

 

86.[4] Siano: 

Rc

la quota consumata nell’anno del reddito ottenuto nell’anno medesimo; 

Rr

la quota risparmiata nell’anno del reddito ottenuto nell’anno medesimo; 

a

il numero (reciproco dell’aliquota dell’imposta) per cui deve essere diviso il reddito R per ottenere l’ammontare dell’imposta; 
 

 

 

 

la serie infinita dei redditi ottenuti, negli anni successivi a quello considerato, dall’investimento della quota risparmiata del reddito già depurato dall’imposta

 

 

 

 

 

la serie infinita dei redditi ottenuti, negli anni successivi a quello considerato, dall’investimento della quota risparmiata del reddito non depurata, perché esclusa, dall’imposta.

 

 

 

Sia

 

La quantità

 

 

 

 

 

con n tendente all’infinito ossia la serie infinita dei redditi annui derivanti dall’investimento di scontata al momento attuale ha il valore  ovvero . Ognuno di questi valori può essere indifferentemente scritto invece dell’altro.

 

 

Partendo dalle sovraindicate definizioni, nel sistema α l’imposta sulla quota consumata del reddito è

 

 

 

 

 

l’imposta sulla quota risparmiata del reddito è:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dunque

 

 

Dunque nel sistema α non è osservato il canone dell’uguaglianza.

 

 

Perché, dato il canone della uguaglianza, fosse corretto che , occorrerebbe potere scrivere:

 

 

 

 

 

Ma questa disuguaglianza non si può scrivere perché la quantità

 

 

 

 

 

non ha senso, essendoché il secondo membro non è aggiuntivo ma alternativo al primo.

 

 

Poiché, invece, per definizione:

 

 

 

e poiché:

 

 

 

 

 

essendo, per ipotesi, a costante, abbiamo:

 

 

 

 

 

la quale equazione può essere chiamata ell’uguaglianza del’imposta e si osserva nel sistema β.

 

 

87. Attraverso ad un rigiro di parole, la sola obbiezione sostanziale al ragionamento ora fatto è la seguente.

 

 

Non vi è dubbio che, nel sistema α, l’imposta 1000 sulla parte consumata, 10000 lire, del reddito è minore dell’imposta (valore attuale della serie infinita di lire annue) sulla parte risparmiata, 10000 lire, del reddito; ma la diversità non viola il canone dell’uguaglianza perché anche le due parti o quote del reddito sono disuguali.

 

 

La quota consumata del reddito è semplicemente 10000 lire e quindi l’imposta è corretto sia

 

 

Invece la quota risparmiata dal reddito è 10000 lire oggi, più 450 lire all’anno in perpetuo, equivalenti a 9000 lire subito, con un totale di 19000 lire.

 

 

Quindi l’imposta sulla quota risparmiata deve essere:

 

 

 

 

 

O sui valori attuali:

 

 

 

 

Nel caso del reddito consumato vi è un reddito solo (10000 lire) e quindi vi deve essere un’imposta sola: 1000 lire.

 

 

Nel caso del reddito risparmiato vi sono due specie di redditi: 10000 lire oggi ed una serie infinita di 450 lire all’anno in avvenire, equivalenti a 9000 lire oggi. Epperciò vi devono essere due specie di imposte: 1000 lire oggi sul reddito di 10000 d’oggi; ed una serie infinita di 45 lire all’anno in avvenire, sui redditi di 450 lire all’anno avvenire, equivalenti a 900 lire in oggi.

 

 

Che cosa v’ha di strano che le imposte siano parecchie quando i redditi sono parecchi? L’imposta sul consumato è una sola, perché il reddito si consuma una volta sola; l’imposta sul risparmiato si ripete all’infinito, perché dopo il primo reddito padre 10000 ci sono i figliuoletti redditi 450 all’infinito.

 

 

88. Quel che è strana sul serio è l’allucinazione di chi vede doppio nei redditi e dalla sua doppia vista trae argomento per moltiplicare le imposte.[5] Riduciamo l’esempio alla sua nudità scheletrica: 100 lire di reddito risparmiato oggi e 5 lire di redditi futuri del risparmio 100 divenuto capitale. Chi dice che il risparmiatore ha prima le 100 e poi le 5 all’anno ogni anno, dice che le  sono diverse ed aggiuntive, che il risparmiatore possiede e gode ambe le quantità. Pura allucinazione, ripeto. Certamente il risparmiatore non gode le due quantità. I due godimenti sono «alternativi» e non «aggiuntivi». L’uno esclude l’altro. Chi gode le 100 lire, non può godere la serie delle 5 lire. Chi vuoI godersi la serie delle 5 lire deve rinunciare a godere le 100 lire.

 

 

Possiede egli forse due quantità?

 

 

Tizio nell’anno I ha guadagnato 100 lire. Alla fine dell’anno I egli possiede 100 lire e le risparmia. Nell’anno II egli guadagna il frutto 5. Alla fine dell’anno II egli possiede . La somma  è logica, se riferita alla fine dell’anno II, trattandosi di due quantità 100 e 5, amendue esistenti nel medesimo istante, fine dell’anno II. In quell’istante, Tizio possiede 105 lire e ne può fare quell’uso che egli reputa migliore: godersele, ossia consumarle; risparmiarle; o fare un po’ l’una e un po’ l’altra cosa. Ma non è lecito dire che Tizio possiede 100 lire alla fine dell’anno I e 5 lire alla fine dell’anno II e dire che le due quantità si sommano o sono aggiuntive l’una all’altra, perché si direbbe, così parlando, cosa senza senso. Non ha significato sommare quantità riferite a due tempi diversi. Tenti il signor Tizio di possedere sul serio ossia di godere le 100 lire alla fine del I anno; e si accorgerà se alla fine del II anno avrà le altre 5 lire. Sberleffi sì, ma lire punte!

 

 

89. La verità, che ha senso, è tutta diversa; Tizio ha rinunciato alla fine del tempo I al possesso di 100 per avere il possesso di 105 alla fine del tempo II. I due possessi sono alternativi ed equivalenti:

 

 

 

 

I due possessi sono equivalenti perché l’atto di risparmio è un atto di scambio. Si scambia 100 attuale con 105 futuro; e lo scambio avviene fra questi due beni sul mercato, come per qualunque altro scambio, fra equivalenti. Se l’equivalenza, al rapporto di 100 attuale contro 105 futuro, non ci fosse, il rapporto sarebbe diverso: di 100 presenti contro 104 o 106 futuri. Se il saggio di interesse fosse zero, l’equivalenza sarebbe fra 100 attuali e 100 future. Ad equilibrio raggiunto, il fatto dello scambio avvenuto prova che vi fu equivalenza fra le quantità scambiate.

 

 

L’imposta può indifferentemente colpire 100 alla fine del tempo I ovvero 105 alla fine del tempo II. Come sono equivalenti le quantità imponibili, così sarebbero equivalenti le due imposte. Con la terminologia usata non si vuol dire né che sia «giusto» che 100 lire oggi equivalgano a 105 lire fra un anno, né che le 100 lire oggi partoriscano o producano in un anno 5 lire. Non so che cosa sia giusto in tema di parti economici e non so nemmeno se esistano codesti parti. Constato unicamente il fatto che il mercato considera equivalenti quelle due quantità 100 oggi e 105 fra un anno, senza traccia di più o di meno.

 

 

90. Coloro i quali ingenuamente suppongono di tassare tutto e solo il reddito proponendo di tassare 100 alla fine del I tempo e 5 alla fine del II tempo, che cosa fanno? Prelevano, al 10%, 10 alla fine del I tempo e 0,50 alla fine del II tempo e dicono; la quantità  non è forse il decimo delle 105 che il contribuente possiede alla fine del II tempo? Si dimentica così che Tizio se volle possedere 105, dovette aspettare un anno e rinunciare per un anno a godere, a palpare, a guardare le sue 100 lire. Che cosa è possesso, se non guardare palpare e godere? Aspettino anch’essi un anno, i signori tassatori, a prelevare l’imposta e nessuno si querelerà di lesa uguaglianza tributaria[6] quando prelevino poi 10,5. Ma non si può prelevare 10 oggi e 0,5 alla fine di un anno e dire di essere in regola. Per sommare le 10 d’oggi con le 0,5 di un anno dopo, è necessario aggiungere alle 10 prelevate oggi l’interesse medesimo del 5%, riportandole così in 10,5 alla fine dell’anno. Che se alla fine dell’anno si torna a prelevare 0,5 (o meglio 0,45 poiché il reddito delle  imposta fu solo 4,50) d’imposta, il totale fa 10,95, il che è più del 10% che si voleva prelevare sulle 105 lire del possesso della fine dell’anno II.

 

 

91. In questa faccenda si assiste veramente al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Bisogna tassare 100 e poi 5 e 5 e 5 all’infinito perché si tratta di redditi diversi? Se sono diversi si dovrebbe poterli valutare paragonare e quindi sommare. Una serie di redditi di 5 lire annue all’infinito equivale, al saggio di sconto del 5%, e su ciò non cade ombra di dubbio, a 100 lire attuali. Dire che Tizio ha oggi un reddito di 100 lire e poi una serie infinita di redditi di 5 lire annue equivale a dire che Tizio ha o possiede 100 lire ed il valore attuale in 100 lire di quella tal serie infinita ecc. ecc. Dunque Tizio possederebbe .Dunque, ancora, basterebbe decidersi oggi a risparmiare 100 lire perché di punto in bianco le 100 diventassero 200 lire? Non è questa pura allucinazione manicomiale?

 

 

Prendasi in mano un titolo di stato chiamato rendita perpetua 3,50%. Esso è composto di una parte centrale, che possiamo chiamare capitale e di due strisce laterali, frazionate in cedolette semestrali del valore di 3,50 lire annue. Le striscie laterali essendo, quando siano esaurite, perpetuamente rinnovabili, sono la immagine cartacea di una serie infinita di redditi. Chiameremo frutti le due strisce laterali.

 

 

Pongasi che Tizio, uscendo di senno, immagini che il capitale sia un possesso (o un godimento) diverso, a se stante, dai frutti. Dona altrui le strisce laterali e il diritto alla loro perpetua rinnovazione. Resta egli forse con possesso qualsiasi? Mai no. Il suo pezzo di carta centrale, come ché ben pitturato, vale zero, è un possesso zero, perché separato dal possesso delle strisce di cedolette. Le cedolette ossia gli interessi annui non sono un’altra cosa, diversa dalla cosa detta capitale. Sono la stessa cosa; sono la sostanza medesima del capitale, senza di cui questo – possesso, godimento, toccamento, contemplazione ecc. ecc. – non esiste.

 

 

La penna esita a scrivere queste che sono verità banalissime volgarissime evidentissime che soltanto gente ipnotizzata dalla assiomaticità indiscutibile della premessa a rifiuta di vedere.

 

 

Che cosa è l’albero fruttifero senza frutta? L’albero vale perché dà frutti, ed i frutti sono tutto il valore dell’albero. Diventi l’albero sterile; e diventerà mera legna da bruciare, dedotte le spese dello spiantarlo spaccarlo e portarlo a casa.

 

 

92. C’è chi – ma sono le risorse della disperazione – non potendo negare che il risparmio è nei suoi frutti, che le 100 lire d’oggi non si possono godere e possedere se si vogliono godere o possedere le 5 e 5 e 5 ecc. ecc. lire del domani dice: esiste però, all’atto del risparmio, un piacere del risparmio, diverso ed aggiuntivo al vantaggio dell’interesse. Ammettasi pure che l’albero stia nei frutti, che la casa sia la stessa cosa dei suoi fitti, che la cartella sia un tutt’uno coi fogli di cedolette, che il 100 d’oggi sia equivalente al 105 del domani; ma accanto ai frutti naturali o civili, c’è nel possesso del capitale qualcosa di più: il piacere dell’avaro nel contemplare palpeggiare e far rotolare i marenghi, il piacere del proprietario di stare nella casa propria, la amorosa passione del contadino per la terra, la mania del collezionista per le monete, i francobolli, i libri rari, la contemplazione dei dipinti della quadreria da parte dell’amatore. Sia vero che i frutti siano la stessa cosa del capitale ed il capitale la stessa cosa dei frutti, sicché tassando l’uno si tassi contemporaneamente l’altro ed a tassar amendue si tassi ripetutamente la stessa cosa; ma il tintinnio dei marenghi d’oro, il senso degli avi e dei figli nella casa propria, il sapore del pane casalingo fabbricato col frumento nato sulla terra cento volte arata e contemplata, la gioia del possesso del pezzo unico o del quadro di autore, tutto ciò non si tassa tassando i frutti naturali e civili, e se si vuol tassare, come si deve per uguaglianza di trattamento, fa d’uopo raggiungerlo attraverso il capitale, ossia attraverso il reddito, innanzi che esso sia investito (risparmiato) in tesori aurei, in case, in terre, in libri, in quadri.

 

 

93. Il problema a questo punto non è di principio ma di applicazione. Si afferma che 100 lire oggi sono equivalenti a 100 lire fra un anno, più interessi, più una quantità non valutabile monetariamente di soddisfazioni diverse.

 

 

94. Chiamando  l’ammontare del reddito risparmiato oggi,  il medesimo ammontare fra un anno,  l’ammontare dell’interesse o frutto naturale o civile dell’anno, ed l’ammontare, in qualche modo valutato in denaro, delle altre soddisfazioni ricevute dal proprietario durante l’anno si ha:

 

 

 

 

 

Si ammette che si debba tassare  ovvero ; ma si osserva che, ove si scelga la tassazione del secondo membro  non basti tassare , ma occorre tassare .

 

 

95. Non ho obbiezione di principio, in base al canone della uguaglianza, all’imposta sul tintinnio dei marenghi per l’avaro, sui valori di affezione per l’amatore della casa avita e della terra ereditata e per lunghi anni covata collo sguardo, sulla contemplazione dei libri, delle collezioni di francobolli e delle quadrerie. Constato che l’imposta su queste entità impalpabili ed imponderabili, sarebbe di ardua odiosa e grottesca applicazione.

 

 

96. Demolito il concetto del duplo nel risparmio e nei frutti del risparmio, resta dimostrato che la tassazione del risparmio offende la premessa β del legislatore ossia la condizione posta, se fu posta, dal legislatore a se stesso di non cagionare al contribuente un danno maggiore di quello da lui voluto.

 

 

97. Siccome non ho intenzione di ridiscutere il problema della doppia tassazione del risparmio, così non sento il bisogno di perseguirlo attraverso il groviglio di argomentazioni, per nove decimi inutili, in cui esso si è arenato a scopo di esercitazione accademica. Coloro, ad esempio, i quali si preoccupano della possibilità che in un mondo di avari, lo stato perda quasi tutta la sua materia imponibile, o che in un mondo di evasori legali, gli uomini si compiacciano a risparmiare per non pagare imposte, o che in un mondo di azzardosi il risparmio vada perduto e perciò si perda l’imposta su di esso e anche sui frutti suoi non venuti alla luce, possono attaccarsi a due soluzioni: 1) alla premessa α secondo cui lo stato si mette i soliti paraocchi contabili. Purché sia noto che così si fa, colla complicità non solo di certi contabili ai quali mettersi paraocchi è congenito, ma di giuristi economisti e finanzieri, niente di male. Ognuno è libero di fare le leggi che crede, a condizione di non pretendere che la legge fondata sulla premessa a sia anche fondata sulla premessa β. La sola cosa che a me dà noia non è la tassazione del risparmio, ma la pretesa che, col tassarlo, non si faccia comparire due volte dinnanzi allo schermo dell’imposta la stessa cosa; 2) alla affermazione della impossibilità o difficoltà pratica di accogliere il principio della esclusione del risparmio, ovvero, alternatamente, a scelta, dei frutti del risparmio dall’imposta. Su questo terreno delle difficoltà, gli oppositori della esclusione (cosidetta esenzione) del risparmio possono scorrazzare a piacimento. Essi dovrebbero però avere la finezza di non immaginare di avere ragionato un problema quando a malapena hanno girato attorno alle sue difficoltà, e sovratutto non dovrebbero supporre sfacciatamente di avere essi scoperte le difficoltà medesime. Esse erano state tutte enunciate dallo Stuart Mill prima e da chi ne sviluppò il teorema poscia; ma a costoro non cadeva certamente in mente di confondere grossolanamente il ragionamento di principio con lo studio delle applicazioni concrete del principio. La fecondità di un principio non si misura dalla immediatezza delle applicazioni; ma talvolta e più dalla gravità dei contrasti che esso suscita, i quali mettono in luce altri principii od altri punti di vista dei quali pure occorre tener conto. Del che appunto si passa subito a discorrere, in conformità ai canoni elementari non si dice neppure della logica ma della bene ordinata costruzione di un qualunque componimento letterario. Forse anzi il peccato più grave dei critici del teorema della esclusione del risparmio dall’imposta non è l’offesa alla logica. Ai legislatori e quindi agli espositori delle teorie legislative in materia di imposta non è necessaria la logica; basta la chiarezza nel dare o spiegare le norme legislative, qualunque siano. Il confondere principii ed applicazione, ragionamento e sentimento, il ragionare su una premessa ed immaginare di restare attaccati ad un’altra, non è neppure difetto di logica (scomoderemmo per troppo poco una dottrina così austera), è semplicemente difetto di ordine nello stendere il componimento scolastico.

 

 

98. Un teorema logico non deve necessariamente tradursi in norma scritta obbligatoria. Il legislatore ha l’obbligo di tener conto di altre verità, di altri teoremi, e delle contingenti variabilissime difficoltà le quali contrastano l’attuazione piena di un qualunque principio teorico. L’ostacolo principale è quello della natura invincibilmente fraudolenta dell’uomo contribuente. Se un legislatore ingenuo dicesse: tu che hai un reddito di 20000 lire e ne risparmi 2000 sarai tassato su 18000; non varrebbe fosse richiesta la dimostrazione dell’avvenuto risparmio. Ben saprebbero i contribuenti inventare dimostrazioni plausibili ed ineccepibili di aver risparmiato non 2000 ma 5000 o 10000 lire. Invece del caro vita, i contribuenti discorrerebbero sorridenti con i funzionari delle imposte di sapienti accorgimenti usati dalla moglie per ottenere pietanze succulente e nutrienti con poca spesa, della benevolenza del padron di casa, delle ineffabili delizie dei risparmiatori, e delle agevolezze di buoni impieghi senza rischio. Per tener testa ai contribuenti, negli uffici delle imposte si dovrebbero impiantare libri mastri minuziosi sulle quotidiane variazioni delle fortune, degli investimenti e dei risparmi dei contribuenti. Poiché la finanza non è fatta per dar lavoro ai contabili, bensì miliardi all’erario, è chiaro che non si può discorrere di sancire in una legge la norma: «il risparmio od i suoi frutti sono esenti dall’imposta».

 

 

99. Perché dunque, perdere tempo a discorrere? Potrei rispondere: per lo stesso motivo per il quale nei libri di scienza economica si pongono problemi aventi un addentellato ancora più remoto con il concreto, con la cosidetta vita pratica. Noi non possiamo prevedere se un teorema non possa oggi o domani dimostrarsi fecondo. Bisogna correre una certa alea nel porre problemi e fermare teoremi. Spesso si tratta di teoremi veri, ma stupidi. La loro utilità è limitata a quella non spregevole a cui soddisfano i temi di esercizio scolastico in genere: costringere la mente dello scolaro a compiere un ragionamento corretto. Compito noioso sempre, spesso stupido; non però inutile.

 

 

Fra i tanti teoremi veri, ma noiosi e stupidi, spunta fuori qualche volta il teorema fecondo appassionante. Il teorema che, a pena di doppia vista, il risparmio debba essere escluso dall’imposta, pare appassionante, se ha suscitato tanto consumo di inchiostro. Poiché l’inchiostro potrebbe tuttavia essere stato sprecato, è più importante il connotato della fecondità. L’essersi ficcati in testa il teorema della esclusione del risparmio dall’imposta giova sicuramente a dare una spiegazione razionale a certi fatti i quali altrimenti parrebbero inesplicabili.

 

 

100. So bene che taluno tiene in non cale le spiegazioni razionali dei fatti finanziari. Giova ripetere. Quando costui legge, ad esempio, che il legislatore di un dato paese ha esentato dalla imposta i redditi delle società di mutuo soccorso e, compulsando relazioni, discussioni parlamentari, articoli di giornale, voti e ordini del giorno di associazioni e simili, ha creduto di constatare che il legislatore è venuto in quella determinazione di esentare ecc. ecc., perché animato da benevolenza verso le classi operaie o perché persuaso dalla crescente pressione elettorale delle classi medesime o desideroso di favorire la formazione di abitudini di previdenza attraverso ad associazioni volontarie, quel taluno è contento e non cerca altro. Quella è la spiegazione dell’esenzione, da elaborarsi in apposita teoria. Nessun dubbio trattarsi di esenzione. Non è stata quella la ragion del decidere del legislatore?

 

 

Vive però talun altro, al quale tutto ciò pare al più raccontino storico, del solito tipo a sfondo economico sociologico, a schemi noti, marionette di filantropia, patronato, lotta di classi, combinazioni, derivazioni ecc. ecc. che hanno, a seconda delle scuole, trasformato lo scrivere storie in noiosi esercizi scolastici a rime obbligate. Costui parte dal principio che una norma di legge è quella che è, ed ognuno ha diritto di analizzarla con la sua testa per valutarne e conoscerne il contenuto.

 

 

Lavori preparativi, opinioni di coloro che vollero o combatterono la norma sono dati rispettabili, di cui si deve tener conto, nei lieti in cui essi hanno un significato definibile. Se, analizzata, la cosidetta esenzione delle società di mutuo soccorso si rivela non essere affatto una esenzione, ma una esclusione dall’imposta per mancanza di materia imponibile, fa d’uopo riconoscere trattarsi di esclusione e non di esenzione e spiegare la esclusione con la mancanza della materia imponibile. I motivi dei lavori preparativi, le spiegazioni del legislatore rimangono eventuale materia di studio per le diverse specie di storici delle illusioni tributarie, per i ricercatori dei fatti rilevanti nella vicenda delle cose umane ed anche per gli avvocati di parte i quali non possono azzardarsi a cercare le ragioni vere delle norme dinnanzi a magistrati propensi a contentarsi di ragioni all’incirca, più semplici ad afferrarsi e già usate altra volta con successo.

 

 

101. Fioriscono istituti che il legislatore ha spiegato a se stesso con qualcuno o con parecchi di quei pretesti di cui è feconda la storia tributaria. C’è forse bisogno che il legislatore faccia il ragionamento dell’esclusione dall’imposta, per vizio di doppia vista, del risparmio, quando vuole spiegare a se stesso:

 

 

  • le imposte sui consumi;

 

  • le esenzioni delle case nuove;

 

  • » » dei nuovi impianti;

 

  • » » delle migliorie in genere;

 

  • le esenzioni delle somme mandate a riserva;

 

  • » » dei premi di assicurazione sulla vita;

 

  • le diversificazioni del reddito rispetto all’imposta; e simiglianti istituti che affiorano permanentemente e sporadicamente nel fiorito giardino tributario?

 

 

No, non occorre affatto che il legislatore ragioni secondo le regole della logica le quali comandano di preferire la ragione semplice a quella complicata, la ragione prima a quella derivata, la generale alla particolare, la propria ai sinonimi, la ragione nuda a quella sentimentale; né occorre affatto che ragionino logicamente i suoi sistematori e teorizzatori. Se l’uno o gli altri, anzi, facessero il ragionamento semplice: l’imposta non c’è perché non esiste materia imponibile, andrebbero incontro a due difficoltà forse insuperabili. In primo luogo quella di fare apprezzare la premessa b a chi è persuaso istintivamente, dalle proprie abitudini mentali, a ritenere vera la premessa a, quella tale del paraocchi; ed in secondo luogo quella di credere che gli uomini possano essere persuasi da un mero ragionamento astratto inteso a dimostrare che la premessa a consente e la b esclude il doppio di vista.

 

 

Per conto mio, quando discorro all’uomo della strada e gli voglio spiegare perché le imposte sui consumi ecc. ecc. (voglio dire i casi elencati sopra) sono faccende che vanno abbastanza bene, non mi attento a partire dal teorema della doppia vista, dalle premesse a e b e relativi ragionamenti. Dopo cinque minuti, l’uomo della strada sbadiglierebbe, perderebbe il filo del discorso e se ne andrebbe persuaso che gli economisti sono una nuova razza di filosofi squinternati.

 

 

No, faccio quel che fanno legislatori e commentatori: infilo la prima storiella (se non erro Pareto le chiama derivazioni) che mi viene in mente e con essa l’uomo della strada se ne va con dio soddisfatto. Gli racconto, a cagion d’esempio, esser opportuno esentar le case, per incoraggiare le costruzioni quando di case c’è per qualche ragione penuria; essere bene incoraggiare, con premi tributari, i nuovi impianti o le migliorie quando industria od agricoltura languono; doversi promuovere, esentando le riserve, il fortificarsi delle società e l’onestà nei conti, ovvero lo spirito di previdenza coll’esentare i premi di assicurazione; essere comodo tassare i consumi perché i contribuenti non si accorgono di pagare tributo e pagano a pezzi e bocconi, quando hanno i denari, conservando l’illusione di pagare volontariamente. Non dirò, come dice o diceva il legislatore inglese, che si diversifichi a favore dei redditi di lavoro in confronto a quelli di capitale, perché i redditi di lavoro sono guadagnati e gli altri no, perché la storiella mi ripugnerebbe; ma dirò, per sbarazzarmi del curioso, che i guadagni di lavoro sono più faticosi o sono temporanei ed occorre ricostituirli. Il che, appartenendo alle verità d’osservazione, è vero apprensibile e soddisfacente.

 

 

Ma le sono storielle, da raccontare a scopo di tener buono e mandare via soddisfatto l’uditorio. L’interprete di una norma scritta non ha bisogno di persuadere se stesso e gli altri con pizzicotti sentimentali. Fra le tante argomentazioni le quali si presentano alla mente per spiegare un fatto esiste una gerarchia: alla argomentazione particolare è preferibile la generale, alla contingente quella permanente, ai conforti di vantaggio, di comodità, di opportunità fa d’uopo anteporre il convincimento tratto dalla ragione; al bric-à-brac del caso per caso buono per fare il solletico all’epidermide delle persone sensibili, la deduzione da una regola fondamentale assunta come guida. Quella che ho chiamato premessa b non sarà un portento, né una verità di fede, né un assioma. Può essere perfezionata. L’ho messa innanzi come un criterio provvisorio per orientarsi nel classificare i fatti. Ci sono i fatti che soddisfano alla condizione della premessa b; e quelli che vi contraddicono. Non dico che i fatti contraddicenti debbano essere scomunicati. Agli occhi di taluno possono anche sembrare più belli o simpatici o preferibili. Importa solo affermare che sono diversi da quelli che vi si conformano.

 

 

102. Dirò perciò:

 

 

  • che le imposte sui consumi hanno la proprietà di non soffrire del peccato di doppia vista, perché un oggetto, ad es. un sigaro o un bicchiere di vino, non può essere consumato e perciò tassato due volte;

 

  • che la esclusione dall’imposta dei redditi delle case nuove, dei nuovi impianti, delle migliorie in genere soddisfa alla condizione la quale richiede, se si vuole evitare la doppia vista, non siano tassate le 100000 lire di redditi risparmiate nell’anno I e poi di nuovo il reddito delle case, degli impianti industriali e delle migliorie agricole in che furono investite le 100000 lire. Se il periodo di esclusione dall’imposta è abbastanza lungo (25 anni per le case nuove secondo i provvedimenti detti eccezionali del dopoguerra e 30 anni per le migliorie secondo l’implicita norma del catasto Messedaglia del 1886) esso quasi si confonde con la esenzione perpetua ed evita il doppio quasi in tutto. È un guaio non piccolo che per la impossibilità quasi certa di fare entrare nella testa del pubblico grosso il teorema di Mill sia necessario ricorrere alla piccola commedia dell’incoraggiamento che lo stato deve dare a destra e a sinistra alle iniziative benemerite. Smorfie fra auguri. Importa che il legislatore ubbidisca, consapevolmente o non, al comando di non doppiare, ossia di non scoraggiare. Non esenzione ma esclusione dal campo tributario di quel che non esiste;

 

  • che le somme mandate a riserva dalle società anonime od i premi di assicurazione sulla vita non sono tassabili, perché la loro tassazione farebbe doppio con quella dei redditi che la società ricaverà dalle somme mandate a riserva ossia risparmiate o che l’assicurato ed i suoi eredi ricaveranno dai capitali assicurati e riscossi quando l’evento si verifichi;

 

  • che le diversificazioni del reddito rispetto all’imposta, in virtù di cui il reddito di lavoro paga meno del reddito di capitale sono un espediente per trattare un po’ meglio il reddito che non esiste da quello che esiste. L’espediente è per fermo grossolanissimo e difettosissimo; e, per farlo accettare, c’è inoltre, bisogno di dire che il professionista deve essere trattato meglio del capitalista, perché il primo può diventar malato vecchio inabile al lavoro e deve provvedere alla vedova ed ai figli, laddove, il capitalista nei limiti del capitale posseduto a tutto ciò, per definizione dell’esser suo capitalistico, già provvide. È conveniente ed è onesto usare versioni plausibili e semplici e virtuose della nuda verità essenziale: che il professionista il quale guadagna 100 e mette da parte 30, oggi gode e possiede solo 70. Le altre 30 né le gode né le possiede oggi perché vi ha rinunciato in scambio della promessa di ricevere qualcosa in avvenire, quando ne avrà maggior bisogno, per es. una pensione annua vitalizia di 10 lire a partire dal 65esimo anno di età. Egli non ha 100 oggi, più dieci lire all’anno domani (65esimo anno); ma ha 70 oggi e 10 annue domani. Tassarlo oggi su 100 e di nuovo domani su 10 annue è, entro il limite di 30 lire in oggi, commettere errore di doppia vista. Per la teoria dell’imposta, ciò basta. Non occorre altro. Per il buon pubblico, che perde il latino in cose semplicissime, come beni presenti e beni futuri, sconto di valori futuri a valori attuali, occorre confortare il ragionamento astratto con esempi, argomentazioni concrete, esortazioni, commozione di affetti ecc. ecc. È ragionevole e umano che la commozione di affetti tenga gran luogo nei motivi delle leggi. Il legislatore è uomo tra uomini; e se li vuol governare a fin di bene, occorre far vibrare le corde all’uopo opportune. Non confondiamo però l’arte del persuadere con la logica del convincimento, che soltanto interessa noi! Può essere opportuno abbreviare il discorso parlando di esenzione; ma, dove non esiste la materia imponibile, quel modo di parlare, in sede logica, è improprio.

 

 

103. In verità, io credo che vere e proprie esenzioni ragionate non esistano. Se si può dimostrare che esse hanno un fondamento, esse possono essere ricondotte sempre all’altro concetto della «esclusione» per inesistenza di materia imponibile.

 

 

Le vere esenzioni sono poche e sono privilegi.

 

 

La principale, rimasta nella legislazione moderna, è quella dovuta alla maestà della corona. Il sovrano, fonte della legge, tutore supremo dell’ordine nazionale, non è assoggettabile all’imposta. Qui non si fa un ragionamento. Si constata una impossibilità morale fra l’assegnare una dotazione alla corona, affinché essa compia l’ufficio suo nello stato, e lo sminuirla subito coll’imposta. La dotazione fu fissata nella somma data, perché quella e non altra fu reputata propria all’ufficio.[7]

 

 

Un tempo, nobiltà e clero avevano parte nell’esercizio della sovranità. Il nobile difendeva lo stato con la spada, il sacerdote con la preghiera, il plebeo con il denaro. Quando il fatto rispondeva alla massima, l’imposta sul nobile e sul sacerdote sarebbe stata un doppio coll’onere del servizio pubblico reso da costoro. Mutati gli ordini sociali, nobili e sacerdoti, non adempirono più, come tali, ad uffici di stato. La esclusione dell’imposta era divenuta tra il XVII e il XVIII secolo una vera esenzione ossia immunità o privilegio. E perciò fu abolita.

 

 

Sarebbe un privilegio la esenzione che oggi fosse concessa ai proletari od agli operai come tali. Essi possono chiedere con ragione l’esclusione dall’imposta in quanto cadono in talune categorie caratterizzate in modo generale da mancanza di reddito imponibile. Il contribuente può pretendere l’esclusione dall’obbligo di imposta non perché egli sia proletario od operaio; ma perché il suo reddito è inferiore alle 2000 lire e alle 6000 lire; ed in Italia si giudica che coloro i quali posseggono redditi inferiori a quegli ammontari non debbono pagare rispettivamente imposta sui redditi di ricchezza mobile od imposta complementare sul reddito, perché si reputa che il reddito sia siffattamente basso che, se fosse tassato, cadrebbe al disotto dell’indispensabile alla vita. Né lo stato può tassare se la tassazione ha per effetto di distruggere la vita, che è invece ufficio dello stato perfezionare ed esaltare. Si ritiene anche che i percettori di redditi minimi abbiano già soddisfatto largamente al loro debito tributario pagando imposte sui consumi. L’argomentazione essenziale è una sola: esiste materia imponibile? Fu già assoggettata ad imposta nella misura voluta per tutti? Se la materia imponibile non c’è o fu già tassata, non si devono largire privilegi o favori; ma riconoscere l’esclusione. Esenzione è parola che dovrebbe essere bandita dal vocabolario tributario.

 

 


[1] Si suppone che non esista riserva nascosta in aggiunta a quella palese scritta. L’ipotesi non cambia nulla al ragionamento, ché una riserva nascosta, se esistesse, avrebbe la stessa natura logica della partita «valore dell’avviamento».

[2] La tassazione di questi 4 milioni mandati a riserva costituisce doppio di tassazione. Finché restano nella cassa della società, non sono reddito di nessuno. Gli azionisti, veri padroni dell’impresa, hanno la scelta fra conservare i milioni nella riserva sociale e goderne i soli frutti; ovvero milioni e rinunciare ai frutti. Non possono avere e godere nel tempo stesso riserva e frutti. Eppure i legislatori di tutti i paesi unanimi tassano riserva e frutti della riserva. Il grosso problema è un caso specifico del genere tassazione del risparmio e dei frutti di esso (cfr. paragrafi 82 sgg.).

[3] Su questa piatta tecnica interpretativa insisto, più malignamente, sotto nei paragrafi 100-1.

[4] Il par. 86, come pure quello 94 seguente, meramente abbrevia quel che è detto nel testo e può dal lettore essere saltato senza che il filo del discorso sia rotto.

[5] Naturalmente, ragiono di doppia vista rispetta agli uomini contribuenti. Le cose non vedono e non sentono; epperciò, se discorriamo di imposte sulle cose e sui frutti o prodotti delle cose, possiamo, con opportuni avvedimenti, moltiplicare le imposte senza mai incorrere nella taccia di doppio. Diedi esempio di ciò sopra (paragrafi 25-30), discorrendo delle imposte sul reddito del fondo e di nuovo sul reddito del mutuo ipotecario garantito dal fondo. Chi, dopo essere espressamente o tacitamente partito dalla premessa – né par possibile immaginarne altra – che le imposte siano pagate dagli uomini, scivola inavvertitamente a negare che esista doppio quando l’imposta colpisce il prodotto 100 del fondo nell’anno primo e poi di nuovo il prodotto 10 ottenuto nell’anno secondo dall’investimento del 100 dell’anno precedente, sposta il problema e vorrebbe applicare agli uomini concetti proprii delle cose. Sull’errore di non vedere il doppio quando si ragioni di cose e dei loro prodotti, cfr. del resto i capitoli secondo e terzo del mio Contributo alla ricerca dell’«ottima imposta». (Ristampato ora nella serie I, vol. I delle Opere).

[6] La parola «uguaglianza tributaria» è adoperata qui nel senso, comunemente usato in questa materia. Qui, dove si parla di uguaglianza oggettiva riferita a lire, si intende osservato il canone dell’uguaglianza quando le quantità di lire pagate nei due casi sono equivalenti. Quindi il segno di uguaglianza nel testo è assunto nel senso di equivalenza.

[7] Oggi sono esenti da imposta l’assegno personale del presidente della repubblica e le indennità dei deputati e dei senatori. Entro quali limiti l’argomentazione propria della dotazione al sovrano sia applicabile ai redditi ora indicati può essere materia di elegante indagine (Nota 1957).

Il mito dei sovrappiù

Il mito dei sovrappiù

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 61-89

 

 

 

 

44. In sede di discussione logica il solo problema è: vi è ragion di tassare le eccedenze di reddito di più dei redditi – base? Discutendo il problema così posto, discuteremo senz’altro anche l’altro problema: vi è ragione di tassare le eccedenze di capitale di più dei capitali base? Se tassando il reddito si tassa il capitale, resta escluso che l’una tassazione sia concettualmente diversa dall’altra e che si possa discutere dell’una tassazione come qualche cosa che può esistere in assenza dell’altra. Credere sul serio di riuscire, tassando il capitale od i suoi incrementi, a colpire qualcosa che non sia stato raggiunto o non possa raggiungersi con la tassazione del reddito o degli incrementi di reddito è pura illusione di doppia vista. Il legislatore il quale voglia prelevare il 20% del reddito ha parecchie vie aperte dinnanzi a sé:

 

 

  • tassare il solo reddito col 20%. Riducendo il reddito da 5 a 4, egli avrà nel tempo stesso tassato i capitale nella stessa misura, riducendolo, ove il saggio di interesse sia del 5%, e cioè il moltiplico o denaro sia 20, da 100 ad 80;

 

  • tassare il solo capitale col 20%. Riducendolo da 100 ad 80 avrà nel tempo stesso ridotto il reddito da 5 a 4;

 

  • tassare il reddito col 10% e in aggiunta il capitale coll’11,11%. La prima tassazione riduce il reddito da 5 a 4,50; e quindi il capitale da 100 a 90. La seconda riduce il capitale da 90 a 80 e quindi il reddito da 4,50 a 4;

 

  • combinare in altre svariate maniere la tassazione sul reddito con quella sul capitale, in guisa che l’imposta totale riduca serre l’uno e l’altro del 20%.

 

 

Ma il legislatore non può dire: voglio tassare reddito e capitale col 20%, in modo che i contribuenti perdano tutto e solo il 20% nel complesso dell’uno e dell’altro; epperciò tasso separatamente il reddito col 20% e il capitale col 20%. Ciò dicendo, dice cosa insensata, la quale conduce ad un risultato non voluto. L’imposta sul reddito riduce il reddito da 5 a 4 e quindi il capitale da 100 ad 80. L’imposta aggiuntiva del 20% sul capitale, che dal mercato è oramai valutato 80, lo riduce a 64 e riduce perciò il reddito a 3,20. Il legislatore voleva ridurre il reddito e il capitale rispettivamente da 5 e 100 a 4 ed 80 ed invece li riduce balordamente a 3,20 ed a 64. Poiché fa d’uopo teoricamente escludere nel legislatore la attitudine alla bugia ed all’ipocrisia (vedi sopra par. 32), giuocoforza è concludere che il doppio di imposta è tutt’uno col balordo d’imposta.

 

 

45. Se non si vuole il balordo, occorre partire dal presupposto che la tassazione del reddito significa tassazione sul capitale e viceversa. L’una è l’altra.

 

 

La scelta tra le due tassazioni o il contemperamento fra l’una e l’altra non è un problema di principio, ma di metodo, di opportunità, di precedenti storici.

 

 

46. Discorrendo in generale, ritengo preferibile l’imposta sui redditi (siano redditi-base, o normali, od incrementi di redditi, o redditi non guadagnati o di congiuntura) all’imposta sui relativi capitali (capitali base, incrementi di capitali, arricchimenti ecc.). Qualunque sia il nome o la specie, la degnità o la indegnità, la necessità o la inutilità, il merito o il demerito del reddito, esso presenta, per quanto riguarda l’attitudine a patire imposta, taluni vantaggi notabili in confronto dei corrispondenti capitali ugualmente degni o indegni, necessari o inutili, meritati o rubati.

 

 

47. Il reddito è fatto primo concreto misurabile accertabile, il capitale è frutto di un calcolo, proiezione che il mercato o l’attuario fa del futuro nel presente. Nel constatare i fatti, è inevitabile un minimum di errori; ma è inutile crescere per pura libido tributaria le cagioni di errore. La tassazione sul capitale ha talune prerogative rispetto all’attuazione del principio della esclusione del risparmio dall’imposta, le quali furono da me altra volta esposte.[1] Ma quell’attuazione suppone l’attitudine negli organi amministrativi finanziari a seguire le variazioni dei prezzi capitali delle terre, delle case, delle azioni ed obbligazioni ed a far variare l’aliquota dell’imposta patrimoniale nello stesso senso delle variazioni del saggio dell’interesse. La quale ipotesi sembrando in concreto lontana della realtà, il vantaggio del metodo – che sarebbe di far variare l’ammontare dell’imposta automaticamente in rapporto al maggiore o minore contributo del capitale puro alla formazione del reddito e di eliminare, pure automaticamente, la tassazione delle quote di rischio – pare anch’esso di arduo raggiungimento.

 

 

48. Il reddito può essere analizzato, frazionato a piacere. Il legislatore che sia punto dalla tarantola del differenziare può moltiplicare all’infinito le qualità del reddito: di lavoro o di capitale o misti; misti con diverse dosature dei componenti: piccoli o grossi, normali o ultranormali.

 

 

Quanto più si differenzia, tanto più è facile commettere errori e cadere nell’arbitrio. Gli errori sono tuttavia conoscibili e, forse, eliminabili. Non è assurda speranza, tassando i redditi, quella di riuscire a tener conto, entro certi limiti, della possibilità di traslazione del tributo dal contribuente legalmente colpito al contribuente di fatto inciso; ed aggiustare in corrispondenza la tassazione.

 

 

49. La tassazione dei capitali pone altri problemi sottili, praticamente insolubili. Quali relazioni esistono in realtà fra redditi e valori capitali? Nessuno è riuscito sinora a trovare una spiegazione soddisfacente, che non sia un gioco di parole, della imposta sui trasferimenti a titolo oneroso, tipica fra le imposte sui capitali. Dove c’è il guadagno delle due parti, quando la premessa logica del trasferimento è la uguaglianza di valore fra bene ceduto e prezzo pagato? Il guadagno è psicologico, da valutazione individuale interna. Come si misurano i guadagni psicologici? ed è opera di buon senso tassarli? ossia tassare le speranze di immaginazione? Si vuol tassare il capitale a scatti, invece che regolarmente ogni anno? Quale probabilità vi ha che gli scatti si verifichino nei singoli casi con regolarità tollerabile? e non nascano diseguaglianze stridenti da contribuente a contribuente? Questa è critica efficacissima altresì contro le imposte successorie, altra branca illustre della tassazione dei capitali.[2]

 

 

50. L’imposta sui redditi segue la base imponibile a mano a mano che questa si produce. Il contribuente paga l’imposta sul frutto dei terreni o delle case o delle industrie o delle professioni colla stessa moneta che egli ricava dalla vendita di quei frutti e nella stessa unità di tempo. Non esistono divergenze fra il metro con cui si misurano i redditi e il metro con cui si misurano le imposte. Quel metro invero non è una lunghezza assoluta, ma una percentuale. Se l’aliquota è del 10% del reddito e lo svilimento della moneta rialza prezzi e redditi, si paga il 10% di 11000 invece che di 10000 lire; se il rincaro della moneta ribassa prezzi e redditi, si paga il 10% di 9000 invece che di 10000 lire. Vi può essere bensì un ritardo nell’adeguare le valutazioni fiscali alla realtà di 11000 o 9000 lire; ma è ritardo momentaneo, inevitabile in qualunque sistema tributario. Per un anno, forse per due, il contribuente paga ancora su 10 quando il reddito è già salito ad 11 mila lire. Non vi è sperequazione fra contribuenti; bensì, per tutti, minorazione del carico tributario.

 

 

51. Il vizio è più grave nelle imposte sui capitali. Oltreché a quella delle variazioni monetarie, il gettito delle imposte è soggetto ad altre influenze. Invariato il reddito in 5000 lire, l’imposta sul reddito lo colpisce in misura costante. Ma se il saggio dell’interesse ribassa dal 5 al 4% o rialza dal 5 al 6%, ecco i valori capitali del reddito invariato salire da 100000 a 125000 o ribassare ad 83,333 lire. Salvo ad arrampicarsi sugli specchi, v’ha qualche ragione perché l’imposta, all’1%, muti, fermo rimanendo il reddito in 5000 lire, da 1000 a 1250 od a 833,33 lire, solo perché essa fu ragionata in rapporto al capitale? Se l’imposta colpisce gli incrementi od eccedenze di reddito, essa cadrà sull’eccesso eventuale 1000, oltre le 5000 lire supposte normali, ove il reddito sia cresciuto a 6000. Il concetto sarà discusso in seguito; ma c’è in esso quel che i giuristi chiamano il fumus boni juris. Le 1000 lire in più, a metro monetario invariato, sono un qualche cosa di tangibile, di sostanziale. Ma se, a reddito invariato 5000, il valore capitale, a cagion del ribasso nel saggio dell’interesse dal 5 al 4%, sale da 100000 a 125000 lire, che cosa sono quelle 25000 se non fumo? Il contribuente sensato non ardisce spenderle, per non distruggere quel che egli aveva. Normalmente quell’incremento che, di solito, appunto perciò, ha dimensioni minori, è il segnale annunziatore della riduzione futura del suo reddito da 5000 a 4000 per l’abbondanza di risparmio nuovo contento di frutto minore. Che significato ha la tassazione di un qualcosa che non è destinato a durare ed è foriero di futuri disgusti di minor reddito?

 

 

52. Più frequentemente che non quelle sui redditi, le imposte sui capitali presuppongono un confronto fra valori accertati in epoche diverse. Imposte di miglioria, imposte sugli aumenti di valore di aree fabbricabili, imposte sull’eccesso del patrimonio posseduto ad una data in confronto a quello posseduto in data anteriore, imposte sull’eccesso del patrimonio abbandonato in punto di morte in confronto a quello ereditato dal defunto medesimo; tutto ciò implica confronti di valori in tempi diversi. Nove volte su dieci trattasi di confronti fra quantità eterogenee. Il milione di unità monetarie del 1939 non è cosa diversa dalle 100000 unità del 1914; anzi il milione d’oggi ha una potenza d’acquisto minore delle 100000 di un tempo; eppure paiono cose diverse e talun legislatore propose di infierire contro la differenza come fosse vero incremento. Ossequienti, i giuristi delle corti supreme sentenziarono che un dollaro è pur sempre un dollaro; sicché guadagna chi è fatto passare dai pochi dollari lunghi ai molti corti.

 

 

53. La tassazione sui capitali ha campo più ristretto di quella sui redditi, poiché lascia fuori tutti i redditi ai quali non corrisponde alcun capitale valutato come tale dal mercato; principalissimi i redditi di lavoro, i quali in ogni paese sono la quota maggiore del reddito nazionale e, non essendo l’uomo negoziabile, non sarebbero tassabili se si tassassero solo i valori capitali. Il metodo di tassazione dei redditi, se non vieta al legislatore di sbizzarrirsi a suo piacimento nella tassazione delle varie qualità di reddito, ha il pregio di alimentare un po’ meno l’ingenua illusione alla quale egli soccombe quando, avendo immaginato un nuovo nome di imposta, crede di avere scoperto una nuova materia imponibile. La gravezza espropriatrice dell’imposta successoria italiana tra il 1918 ed il 1922 e quella attuale dell’imposta successoria britannica sono in notabile misura dovute all’illusione che nella quota o nell’asse ereditari vi sia una materia d’imposta a sé stante e si possa quindi senza pericolo spingersi all’insù nel tassare; laddove unica, sebbene di forme cangianti, è la fonte dell’imposta, ossia il flusso corrente continuo del reddito. Giova, per la chiarezza e la onestà tributaria, usare un solo metro per la misura del tributo; sicché ognuno possa far la somma della gravezza subita. Nuoce la moltiplicazione dei nomi delle imposte sul reddito; ma più nuoce la ulteriore moltiplicazione di nomi d’imposte sul reddito e sul capitale, ognun nome dotato di proprie caratteristiche e criteri di misura; sicché al contribuente riesca fastidiosa l’addizione delle varie imposte, ed al legislatore più agevole crescere il peso tributario serbando l’aria distratta innocente di chi mantiene, per ogni nome d’imposta, moderate le aliquote.

 

 

54. La rinuncia al metodo di tassazione dei capitali è in paragone peccato venialissimo. Non esistendo quasi capitale al quale non corrisponda un reddito, ove si tassino i redditi non v’ha quasi capitale il quale sfugga alla tassazione. Pare che soltanto i capitali privi di reddito monetario possono fruire di immunità. Val la pena di creare una macchina costosa d’imposta soltanto per tassare le collezioni di quadri, di oggetti d’arte, di libri, i luoghi di delizie, i parchi, i castelli e le ville e simili beni di consumo durevole, improduttivi di reddito monetario e fecondi di spese di conservazione di importo non inferiore al valore della soddisfazione ordinaria che la comune degli uomini ricava dal loro possesso? La tecnica tributaria ha inventato, per tassare siffatte cose, l’ottimo espediente della finzione di un reddito uguale a quello offerto dall’uso migliore alternativo che ordinariamente possa farsi del terreno o dell’edificio così sottratto ad utilizzazione economica. Tassare un di più vorrebbe dire tassare quelli che si chiamano valori d’affezione, «imponderabili» fatti di ricordi, di sentimenti, di comandamenti tramandati dagli avi. Soltanto la ragion ragionante ugualitaria può reputare convenga creare uno strumento costoso più dello sperabile provento allo scopo di distruggere idiotamente quei valori spirituali che sopravvivono, con vantaggio definitivo della collettività, nelle abitudini patrimoniali di una piccola aristocrazia di tradizionalisti e di uomini colti. Di tassare siffatti valori capitali privi di reddito non si usa invero decentemente parlare; ed anzi i più dei legislatori si affrettano ad esentare dall’imposta od a valutare con benignità particolare collezioni d’arte, suppellettili librarie e monumenti storici quando la sorte vuole che essi cadano sotto il martello dell’imposta.

 

 

55. La pretesa necessità di tassare capitali privi di reddito è addotta, con baccano fastidioso, a proposito d’altro. Il caso più rimarchevole, forse il solo concretamente notabile è quello delle aree fabbricabili. Pochi altri casi, economicamente assai meno importanti, possono in parte essere assimilati a questo più visivo. Come tassare, si domanda, l’area fabbricabile la quale di anno in anno cresce di valore, se non si tassano i capitali? L’area non dà reddito, salvo il minimo reddito proprio del terreno usato a scopi agricoli. Ai margini della città, il terreno agricolo passa gradatamente da un valore di 2 lire al mq (20000 lire all’ettaro, massimo valore, per ipotesi, del terreno agricolo e già tassato come tale) a 5, a 10, a 100, a 1000 lire al mq. In lire svalutate le cifre salgono a 10000, a 100000, a 1000000; ma, per non dare fastidio agli occhi, non le scrivo; ed il ragionamento corre ugualmente. A mano a mano che la fabbricazione protende tentacoli nella campagna, l’area vede scemare la sua capacità di reddito agricolo. Quando il valore giunge alle 100 lire, l’area non fa più parte di un podere coltivabile; è un terreno nudo chiuso fra edifici e cantieri, praticamente ridotto a campo di gioco per i ragazzi del vicinato. Per coltivarlo bisognerebbe cingerlo di mura o di alti reticolati ed il costo supererebbe il probabile reddito. Non perciò, si dice, l’area cessa di dar reddito. Il reddito consiste nell’aumento di valore da 2 a 5, a 10, a 100, a 1000 lire al mq. Si tiene l’area per ottenere quello speciale frutto che dicesi incremento di valore capitale dell’area. Se non si colpisce questo, un guadagno, certamente esistente, sfuggirebbe al tributo.

 

 

56. Al solito, siamo dinnanzi ad un caso di doppia vista. Perché l’area edilizia passa dal valore due al valore 1000 per mq? Perché il proprietario vede profilarsi nel futuro un reddito annuo tratto dalla utilizzazione edilizia dell’area. Se un reddito edilizio non fosse, fra 10, 20 o 30 anni, previsto, l’area non sarebbe edilizia ed avrebbe il puro valore agricolo. Se noi supponiamo che il passaggio dallo stadio agricolo allo stadio edilizio avvenga con velocità gradatamente ridotta ed il saggio dell’interesse corrente per impieghi analoghi del risparmio sia del 5% conviene evidentemente conservare l’area allo stato nudo finché, tale rimanendo, il valore dell’area cresce ogni anno almeno del 5% in confronto al valore acquistato alla fine dell’anno precedente. Il momento nel quale l’incremento di valore diventa ed è preveduto rimanere, ad anno, minore del 5% è quello della perfetta maturità dell’area. Fino a quel momento l’impiego di capitale sotto forma di area nuda era preferibile a qualunque altro impiego, perché fruttifero almeno del 5%. Da quel momento in poi è preferibile la fabbricazione perché il capitale area, trasformato coll’aggiunta del capitale casa, frutta per ipotesi il 5%, laddove serbato nudo frutterebbe soltanto, a cagion d’esempio, il 4,75%. Sarebbe antieconomico costruire sia prima che dopo.

 

 

Se noi supponiamo che l’area passi dal valore 2 al valore 1000, ciò vuol dire, ad esempio, che il capitale è stato impiegato all’interesse composto medio del 10% per arrotondati 33 anni. Il saggio di incremento, altissimo nei primi anni, si è gradatamente attenuato sino a toccare nel 330 anno, anno di indifferenza, il 5%. Prevedendosi per il 34esimo anno un saggio di incremento minore del 5%, vien decisa la fabbricazione. Supponiamo, ad evitare complicazioni superflue di calcolo, che la fabbricazione sia decisa ed attuata ad un attimo; cosicché la casa costruita, del costo di 4000 lire per mq (casa centrale, di -o piani ad uso misto di abitazione, uffici e negozi) sia produttiva di reddito al I° gennaio del 34° anno.

 

 

Essa, per mq, produce due redditi:

 

 

a)    il 5% sulle 4000 lire di costo di costruzione della casa: 200 lire. Se un’imposta del 5% lo colpisce e se il saggio corrente di interesse è del 5%, è chiaro che il costruttore, il quale nel momento decisivo possiede il capitale sotto forma liquida, non si deciderà ad investirlo nella costruzione se i fitti non aumentano da 200 a 250 lire in modo che, prelevando dalle 250 il tributo del 20 % in 50 lire, restino nette lire 200 al costruttore per ogni 4000 lire impiegate;

 

b)    il 5% sulle 1000 lire di valore dell’area: 50 lire. Se un’imposta del 20% lo colpisce, e se il saggio corrente di interesse è del 5%, il proprietario dell’area è sprovveduto di rimedio e deve rassegnarsi a vedere falcidiato il reddito da 50 a 40 e perciò anche il valor capitale da 1000 ad 800. Gli converrebbe forse, a scopo di reazione, tener l’area vuota, che è la sola alternativa offertagli? Pare di no; ché 40 lire annue di reddito per mq sono sempre una quantità maggiore di zero, reddito dell’area vuota.

 

 

La riduzione, all’alba del 34° anno, del reddito netto dell’area da 50 a 40 e del valor capitale da 1000 ad 800 reagirà all’indietro; ché il proprietario dell’area non può valutare ugualmente al momento zero quel che dopo 33 anni vale solo 800 e quel che invece vale 1000.

 

 

Il valore attuale (al momento zero) di un mq di area fabbrica bile, il quale alla fine del 330 anno varrebbe 1000 se non esistesse l’imposta e vale 800 a causa di un’imposta del 20%, è razionalmente calcolabile soltanto se si suppone che il mercato preveda esattamente i due valori futuri 1000 e 800 e li sconti al saggio corrente di frutto del 5%. In questo caso i valori attuali sono 62,50 in assenza e 50 in presenza dell’imposta. Il valore 2 è il valore agricolo; ma la concorrenza fra speculatori previdenti fa subito balzare il prezzo da 2 a 62,50 od a 50, sicché ai nuovi prezzi l’investimento in aree edilizie frutti il saggio sufficiente del 5%.

 

 

57. Non occorre quindi tassare I’incremento di valore da 2 a 1000 per ridurre del 20% il guadagno dello speculatore in aree fabbricabili. L’imposta del 20% prelevabile a partire dal 34esimo anno sul reddito annuo di 50 lire dell’area è sufficiente all’uopo.

 

 

 

In assenza di imposta

 

Supposta l’imposta del 20%

 

Reddito

Valor capitale

Reddito

Valor capitale

 

Momento zero

62,50

50

Principio del 34° anno

50

1000

40

800

 

 

L’imposta annua del 20% sul reddito perpetuo di 50 lire all’anno a partire dal 34esimo anno riduce nel tempo stesso il valor capitale futuro da 1000 ad 800 e per ripercussione quello presente da 62,50 a 50. Se si aggiungesse a quella imposta un’altra pure del 20% sull’aumento di valore da 50 ad 800, si riducerebbe ulteriormente, il guadagno da 800 – 50 = 750 a 600. Ossia la perdita del contribuente non sarebbe quella voluta dal legislatore, che è del 20%, da 1000 ad 800, ma, per il gioco della doppia vista, l’altra da 1000 prima ad 800 e poi a 600, ossia del 40%. Tutto può statuire il legislatore; ma il presupposto della sua azione è un ragionamento, non il quia nominor leo. Quale sia il ragionamento in virtù del quale un 20 deve diventare un 40% o qualsiasi altra proporzione diversa da quella voluta espressamente dal legislatore rimane un mistero.

 

 

58. Siamo così ricondotti dai doppi di vista delle tassazioni degli incrementi di capitale al quesito veramente fondamentale già posto: vi è ragion di tassare le eccedenze di reddito più dei redditi base?

 

 

Ancora una volta, prima di affrontare il problema essenziale, siamo costretti a girargli attorno per vederlo nettamente fuor dei miraggi che non più la doppia vista ma la fata morgana fa sorgere dinanzi agli occhi del camminante nel deserto.

 

 

59. Vi sono innanzi tutto le eccedenze «apparenti» di reddito. Tipiche quelle da svalutazione. Se il metro monetario si riduce della metà o dei due terzi, quel che era 100 col metro lungo 100 centesimi diventa 200 se il metro si scorcia a 50 centesimi, 300 se a 33,33 centesimi. Ecco create eccedenze oltre il 100 definito normale, di 100 o 200 avocabili, secondo la parola inventata in Italia nel 1920, all’erario. Una finanza ragionata, la quale intenda colpire guadagni realmente ottenuti, non può fondarsi su variazioni nominalistiche.

 

 

A tassare le eccedenze «apparenti»  di reddito occorre fare altro ragionamento: col metro monetario lungo 100 centesimi, i redditi dei gruppi A, B, C di contribuenti erano 1000, 1000 e 1000, ed in totale 3000 unità. Dopo lo scorciamento a 50, i redditi, espressi nella nuova unità di misura, non aumentarono tutti a 2000; ma, per la loro diversa natura, l’uno fisso e gli altri diversamente variabili, divennero 1000, 2000 e 3000 ed in totale 6000 unità. Il reddito totale di tre gruppi raddoppiò; ma il totale fu distribuito variamente fra i tre gruppi: il gruppo A rimanendo fermo, quello B raddoppiando e quello C triplicando. Il gruppo A, percettore di redditi a prezzi in cifra fissa, rimase invariato; il gruppo B, i cui prezzi di vendita raddoppiarono, passò a 2000; il gruppo C, i cui prezzi aumentarono più della media, giunse a 3000. Poiché B e C «guadagnano» 1000 e 2000 oltre il reddito base 1000, siano tassati. Ragion vuole che, guardando alla realtà, si riconosca che, misurati con l’antico metro, i nuovi redditi equivalgono a 500, 1000 e 1500. Quindi A perse 500, B rimase allo stesso punto e solo C guadagnò effettivamente 500; epperciò solo queste 500 unità di C, se tassabili per altre ragioni come sovrareddito (vedi sotto), dovrebbero essere colpite.

 

 

Chi voglia tassare le 1000 unità nuove di B e le 2000 pure nuove di C perché eccedenti le 1000 vecchie deve partire da altra premessa: poiché A, rimanendo a reddito costante 1000, in realtà perdette 500 delle 1000 unità vecchie, si consideri «guadagno» per ogni contribuente quel che ognuno di essi «conservò»oltre il minimo rimasto al gruppo più danneggiato di contribuenti. Poiché A, B e C possedevano ognuno 1000 unità vecchie e posseggono ora 1000, 2000 e 3000 unità nuove equivalenti a 500, 1000 e 2500 unità vecchie, sia considerato guadagno quel che ognuno conservò, oltre le 500 unità vecchie conservate dal più sfortunato. B non avendole perdute, si suppone abbia «guadagnato» 500 vecchie (1000 nuove); C si suppone abbia guadagnato 1000 vecchie (2000 nuove) non perché le abbia guadagnate tutte, ma perché riuscì a «non perderne» 500 ed a veramente lucrarne 500.

 

 

Il ragionamento è testimonianza elegantissima della fecondità della logica egualitaria. Perché soltanto le «non perdite» dovute a variazione monetaria dovrebbero essere assunte come guadagno? Sono ben numerose le ragioni per le quali gli uomini sono sfortunati nelle loro esperienze economiche! Guadagno è tutta l’eccedenza di reddito o di patrimonio che i contribuenti conservano in confronto all’imprenditore il quale senza sua colpa – e chi mai, confessando di essere in colpa, non attribuirà la propria sventura al fato, alla concorrenza estera, alla crisi mondiale ecc. ecc.? – perdette l’intiero capitale investito, al professionista il quale non riuscì a trovar clienti, al lavoratore perennemente disoccupato.

 

 

Al limite della pazzia tributaria raziocinante, il buon senso si riafferma. Tutto ciò che supera la perdita, è eccedenza di reddito. Quindi non esiste più reddito. Tutto è eccedenza. Il problema della tassazione delle eccedenze di reddito sfuma per mancanza di oggetto. Non si può distinguere, tutto essendo eccedenza, fra le varie altitudini del reddito. Il che torna a dire che tutto il reddito deve essere trattato alla stessa stregua, come se tutto fosse reddito normale e niente fosse eccedenza.

 

 

60. Vi sono in secondo luogo eccedenze «necessarie». Il concetto di «eccedenza» è avvolto in una invincibile incertezza; ma un connotato pare sicuramente suo: che l’eccedenza del reddito oltre il normale non sia richiesta per la continuazione dello sforzo umano, dell’atto del risparmio, della produzione. Se un salario di 10 lire al giorno per un determinato genere di lavoro è giudicato necessario per indurre quell’operaio a lavorare, 10 lire sono il normale e solo l’eccesso oltre le 10 lire è un sovrareddito. Se un profitto (interesse sul capitale investito più compenso d’intrapresa) dell’8% è definito normale ossia necessario per indurre capitali ed imprenditori all’investimento industriale – assumo per minore arbitrio la definizione del legislatore italiano del tempo di guerra – reddito tassabile è solo il supero oltre l’8%. E così via. Il linguaggio adoperato è orripilante per le orecchie anche mediocremente raffinate dell’economista; ma se questo è il linguaggio corrente nella finanza non mia è la colpa. Che cosa è il necessario? Pare ovvio che un salario o un interesse o un profitto possono essere detti necessari se soddisfino alla condizione di invitare al lavoro, al risparmio, all’impresa quel tanto di lavoratori, di risparmiatori o di imprenditori che occorre per rispondere alle richieste dei consumatori, quelle tali richieste che esistono dati i prezzi correnti quali sono.

 

 

Può darsi che il 5% sia il saggio corrente di interesse bastevole a provocare quella fabbricazione di risparmio che il mercato chiede. Ma può anche darsi che un frutto di 1 milione per ogni 10 lire investite sia insufficiente a provocare il desiderato investimento in biglietti da 10 lire, se l’investimento ha nome biglietti di lotteria. Se il banditore della lotteria vuol vendere biglietti per l’ammontare di 10 milioni di lire, può darsi occorra promettere un primo premio di 2 milioni, due secondi premi da 1 milione e dieci premi di consolazione da 100000 lire l’uno. il banditore guadagna, lorde di spese di pubblicità e di gestione, 5 milioni di lire. Il premio di 2 milioni è un guadagno percentualmente altissimo per il vincitore in confronto al capitale investito di 10 lire. L’esperienza può tuttavia avere dimostrato che, se si offrono premi minori, non conviene esercitare l’impresa della lotteria. Il guadagno di 2 milioni di lire non è dunque altrettanto «necessario» quanto il salario di 10 lire giornaliere al manovale?

 

 

61. Di questo tipo sono molte industrie e professioni. Il ritrovamento di un filone d’oro meraviglioso, che rende il 1000 per 1 in un anno è condizione necessaria per l’esercizio di quella pazza industria che chiamasi aurifera, pazza perché, ad eccezione di un caso unico nella storia del mondo, è, tenuto conto del tempo fatica e rischi corsi dal complesso degli avventurieri mossi alla ricerca dell’oro, in media passiva.

 

 

Il caso unico nella storia del mondo è quello delle miniere del Transwaal dove fu possibile creare un’industria solida di giacimenti auriferi estesi su vasta superficie e mineralizzati sino a notevole profondità. Fu dimostrato, con accuratissime indagini, dal professore S. H. Frankel, dell’università di Witwatersland (cfr. Return to capital invested in the Witwatersland Gold Mining Industry 1877-1932, in «The Economic Journal», marzo 1935) che il reddito medio netto delle miniere d’oro del Transwaal dal 1887 al 1932 fu del 10,5%, supponendo che gli scopritori delle miniere, coloro che, scopertele, le misero in valore conducendole sino al punto di essere consegnate mature alle società esercenti, fossero, per tutto ringraziamento, messi fuor della porta senza un soldo di compenso. Se invece si suppone che agli iniziatori si sia dato un compenso proporzionato, secondo le ordinarie valutazioni del mercato, al pregio dell’opera loro, il rendimento netto scema al 3,8 od al 4,9%, secondo le varie ipotesi attuariali del calcolo.

 

 

Dicesi «unico» il caso del Transwaal perché dappertutto altrove l’oro si trovò e si trova nelle alluvioni od in piccoli filoni occasionali.[3] Non si tratta di industria ma di avventura; nel correre dietro alla quale le migliaia di cercatori muoiono di stenti o si ammazzano a vicenda, pochissimi arricchiscono e le centinaia di migliaia, disperati, si danno all’agricoltura, alla pastorizia od al commercio. Il popolamento di terreni vuoti, e non l’oro, è il vero grande reddito fornito dalle miniere d’oro. Il miraggio dell’oro spinse i disperati e gli avventurieri d’Europa fin nell’Australia e nella California. Non trovarono l’oro; ma popolarono quelle regioni e fecero sorgere nuovi stati.

 

 

Il ragionamento è vero in molti altri campi della vita, meno strani della ricerca dell’oro. Sinché sia mutato, più di quanto lentissimamente oggi non accada, il movente delle azioni dell’uomo, è necessario che talun avvocato di grido o medico o chirurgo o scrittore o pittore od architetto od artista famoso ottenga compensi altissimi, se si vuole che il mercato possa scegliere fra un numero sufficientemente grande di aspiranti a professioni, incapaci ad offrire nulla più che remunerazioni in media troppo modeste ai loro cultori. Il grosso compenso dei pochi fortunati è miraggio necessario per provocare un afflusso bastevole di giovani valorosi a compiti troppo aleatori per fare appello alla gente amante del quieto modesto vivere.

 

 

62. L’eccedenza deriva dal possesso di brevetti, da protezioni doganali, da leggi di limitazione a nuovi impianti industriali o negozi o pubblici esercizi? Ma il legislatore volle quei brevetti, quelle protezioni e quelle limitazioni non a scopo di arricchimento di privilegiati, ma di pubblico vantaggio. Reputò cioè necessari quegli istituti allo scopo di promuovere le invenzioni industriali, il fiorire di industrie nuove od urgenti alla difesa nazionale o di prevenire crisi dovute a concorrenza reputata irrazionale. Il legislatore non può nel tempo stesso volere la causa e negare gli eventuali effetti, che sarebbero le eccedenze di reddito, anch’esse volute per ottenere ed affrettare il raggiungimento del fine. Si può dubitare che il mezzo scelto sia adatto ad ottenere l’effetto; ma se il legislatore non dubitò e non dubita e vuole ottenere l’effetto con quel mezzo, deve rassegnarsi al connotato inseparabile dell’eccedenza di reddito; non può illudersi di tassare questa e ottenere, ciononostante, i risultati desiderati.

 

 

63. L’eccedenza deriva dallo sfruttamento da parte dei privati di circostanze volute dallo stato per ragioni non economiche, per esempio una guerra? Facciasi astrazione dal caso più generale in fatto: i sopraprofitti di guerra dovuti a variazioni del metro monetario, la cui tassazione era, come si disse sopra, irrazionale. Per la quota residua, che sia eccedenza effettiva, quale è la via da scegliere? Evitare che i sopraprofitti di guerra nascano o tassarli dopo creati? La tendenza prevalente nel dopoguerra è di preparare in pace metodi di mobilitazione industriale che tolgano agli imprenditori possibilità di guadagnare sopraprofitti dovuti alla guerra. Si ottiene così un risultato morale altissimo durante la guerra e si tronca alla radice ogni stimolo negli industriali a provocar guerra per ignobile scopo privato di arricchimento, la guerra dovendo essere determinata esclusivamente da ragioni supreme nazionali. La scelta fra il tassare e il reprimere non è dubbia: lo stato tassatore si fa quasi complice di guadagni immorali; laddove lo stato repressore rivendica esclusivamente a sé la condotta della guerra.

 

 

64. Fuor di questi casi, in cui la tassazione delle eccedenze di reddito cade su fantasmi, o su quantità necessarie alla produzione o su lucri intassabili perché considerati immorali e degni di soppressione, resta il campo variopinto dei redditi detti di monopolio e di quasi monopolio, di rendite e quasi rendite. Inchiniamoci reverenti dinnanzi ai grandi nomi di Gossen e di Walras; ma riconosciamo che essi furono vittime di un’illusione. Il finanziere, il quale si lasciasse attrarre dall’insidioso terreno fiorito, vedrebbe affondare la pubblica finanza nel risucchio inesorabile del nulla.

 

 

65. Che cosa è il sovrappiù, la rendita, il reddito di monopolio? Quale è il metro atto a misurare il normale al quale si deve raffrontare la realtà, per sapere se e di quanto essa lo superi? Accertare una quantità determinata, detta reddito, avente una certa parentela o rassomiglianza con fatti reali è impresa difficile; ma quanto più difficile è definire ed accertare la «differenza» fra un fatto concreto o quasi concreto, reale o simile al reale quale è la quantità di reddito netto entrata nell’economia del contribuente in un dato intervallo di tempo, l’anno finanziario, ed una astrazione, ossia la quantità di reddito che in determinata ipotesi teorica «avrebbe dovuto» entrare nella medesima economia!

 

 

Badisi che il «normale» del quale qui si discorre è altra cosa al «normale», che sarà la materia del capitolo decimo. In questo, il concetto del «normale»  si identifica con quello del «medio» od «ordinario», di quel reddito cioè che è in media ottenuto in un dato tempo, in una data regione agricola, in un dato tipo di conduzione, secondo i comuni metodi agrari dell’agricoltore ordinario il quale non si discosta né in bene né in male dal tipo dominante nel paese. Il reddito normale, così inteso, è un fatto comunemente osservato ed accertabile. Esso ha un contenuto concreto, non poggia su distinzioni fra reddito e rendita. Sono da questo punto di vista, ugualmente normali il reddito 100 del terreno cattivo, quello di 150 del terreno mediocre e quello di 300 del terreno ottimo. L’agricoltore ordinario può con metodi ordinari coltivare tutte tre le specie dei terreni.

 

 

Il concetto di «normale»dal quale partono i tassatori dei sovrappiù, è tutt’altro. Esso è un concetto astratto, definito sulla base dell’ipotesi teorica della piena concorrenza. I connotati sono noti:

 

 

  • i beni esistenti sul mercato siano ripartiti fra più possessori in modo tale che la quantità posseduta da ognuno di essi sia piccola rispetto alla quantità totale;

 

  • l’azione dell’un possessore di beni non influisca apprezzabilmente sull’azione dell’altro ed ognuno sia disposto ad offrire nei limiti della sua convenienza la massima quantità possibile del bene posseduto per non essere eliminato nello scambio dai concorrenti;

 

  • le unità del bene posseduto siano le une alle altre uguali e fungibili;

 

  • le unità dei beni abbiano dimensioni tali che l’aggiunta di una unità non produca una variazione apprezzabile sul mercato;

 

  • non esistano ostacoli alla mobilità dei fattori produttivi e dei beni prodotti;

 

  • non esistano ostacoli alla moltiplicazione delle unità di beni a costi costanti;

 

  • non esistano ostacoli alla libertà di contrattazione e di ricontrattazione di ogni contraente con qualsiasi altro contraente.

 

 

Tanto val dire che la piena o libera concorrenza è un archetipo ideale fabbricato dagli economisti a scopo di analisi. Feconda analisi; ma incapace a dar lume a quei poveri diavoli che si chiamano funzionari delle imposte o contribuenti, i quali nell’ipotesi più favorevole conoscono i fatti accaduti nella loro umile veste effettiva, che è una veste scombiccherata irrazionale lontanissima dalla semplicità astratta. Quale è il bene, il quale, se seguitiamo ad aumentarne la produzione, non incontri, ad un momento dato, l’ostacolo della impossibilità per l’imprenditore di procurarsi ulteriori dosi di qualcuno dei fattori produttivi a costo costante? A quel punto, la limitazione del fattore si fa sentire e la nuova unità invece del costo di concorrenza x può essere ottenuta solo al costo x + y. Ecco che, per la legge di indifferenza, il prezzo di tutte le unità precedenti del medesimo fattore, che sono costate x, si sposta verso x + y ed ecco nata la rendita differenziale y. Nel mondo reale, la limitazione, l’ostacolo, il frazionamento in unità non piccolissime, la impossibilità di muoversi senza attrito sono la regola. Il mondo reale è un mondo di monopoli o monopoloidi. Non esiste forse nessun reddito al quale si possa guardare come al campione della normalità logicamente e ciò astrattamente intesa di reddito di concorrenza. Questo è una fictio logica; i redditi reali sono tutti redditi monopolistici, attivi o passivi (questi conosciuti più comunemente col nome di perdite), al disotto o al disopra della linea immaginaria tracciata in base all’ipotesi di concorrenza. Come prendere a base di un sistema di tassazione un concetto, del quale non si ha e non si avrà probabilmente mai alcuna esperienza concreta?

 

 

66. I fautori della tassazione delle eccedenze e dei sovrappiù hanno appuntato perciò il loro sguardo su due redditi di monopolio acclamati per le dimensioni particolarmente vistose: la cosiddetta rendita della terra ed i guadagni dei grandi consorzi od organismi monopolistici.

 

 

Alla terra, alle sue qualità naturali ed indistruttibili, hanno guardato i fisiocrati ed i riformatori che, al seguito di Enrico George, si ostinano a denunciare nel monopolio della terra il grande unico ostacolo alla scomparsa della miseria. Ma, nonostante l’aiuto potente dei Gossen e dei Walras, la voce degli avocatori della rendita terriera allo stato è divenuta sempre più fioca. Oggi nessuno crede che da quella fonte possano ricavarsi non che i miliardi neppure le centinaia di milioni necessari a far vivere uno stato moderno. I giardini del mondo, ed in Italia noi vantiamo le marcite lombarde, i roseti della Liguria e gli agrumeti della Conca d’oro, sono una faticosa creazione dell’uomo, non un dono della natura. La natura donò all’uomo paludi boschi rocce e sabbie; e l’uomo le trasformò, attraverso secoli di lavoro, in giardini. Se oggi si volesse andare alla cerca di una rendita nei più bei terreni d’Italia, con tutta probabilità si dovrebbe accertare che il reddito netto è inferiore al frutto che al saggio d’interesse corrente si dovrebbe ottenere dai capitali che oggi dovrebbero essere razionalmente impiegati per recare quel terreno dalla condizione originaria di palude o di roccia allo stato attuale di meraviglia della tecnica agricola. Sottorendita, non rendita è la realtà, spiegabile soltanto con l’amore appassionato dell’uomo verso la terra, con la pietà verso il fondo avito, con il prepotere di sentimenti posti fuori dell’economia. Aggiungeremo ai redditi economici, i redditi sentimentali, i ricordi del passato, la pietà degli avi e la speranza dei nepoti per creare un sovrareddito tassabile? Facciamo sosta, ché siamo arrivati al margine della pura follia tassatrice.[4]

 

 

67. Dalla nebbia che avvolge il concetto del sovrareddito non si salva il caso, addotto ad esempio tipico di gratuità, delle rendite fondiarie edilizie. Avendo sulla coscienza qualche peccato di gioventù, ben presto implicitamente confessato ed analizzato,[5] non scaglio pietre contro nessuno. Il racconto tante volte letto del fondatore della dinastia dei Vanderbilt, il quale compra per pochi barili di liquori la rocciosa isola di Manhattan e, addormentatosi, dopo tanti anni lui od i suoi figli si veggono padroni del suolo sul quale è stata edificata la città di New York e, senza far nulla, sono diventati miliardari, è suggestivo ma è di maniera. Furono in molti a scoprire le virtù del terreno su cui poi sorse New York e furono pionieri. Anche oggi, sotto i nostri occhi, in tutte le città d’Italia sono operosi gli avventurieri o pionieri dell’industria edilizia. Se essa non è frastornata da limitazioni e vincoli nei canoni di affitto e da diritti di insistenza di inquilini, è una industria la quale sta contenta a remunerazioni poco diverse e per lo più inferiori a quelle sperabili da titoli pubblici di tutto riposo. Se ne contenta perché spera nell’incremento della rendita di posizione e quindi del valore capitale dell’area edilizia. Quell’1 o 2% di cui in media, sì o no, forse aumenta annualmente il valor capitale dell’area è dunque gratuito? o non è, almeno in parte, l’integrazione necessaria del compenso altrimenti troppo modesto di un’industria in se stessa povera? Ognuno ricorda i casi delle zone favorite dalla moda, dalla fortuna e dalle condizioni favorevoli opportunamente sfruttate; ma si dimenticano i disinganni di coloro che costruirono in altre zone e lungo le vie le quali apparivano propizie e poi di fatto non si chiarirono tali.

 

 

68. L’imposta è strumento grossolano per raggiungere in questo caso tipico il fine suo vero che è di dare a Cesare quel che Cesare creò. Essa cade con furia differenziata sui risultati positivi delle iniziative dei pionieri fortunati dimenticando che l’insuccesso è compagno e condizione della fortuna. L’ente pubblico può, se crede, farsi pioniere in luogo dei privati; e con ben maggiori probabilità di riuscita. Sono in sua potestà la costruzione dei piani regolatori, e più la assegnazione delle aree fabbricabili poste attorno alle città a zona di abitazioni signorili civili operaie industriali e commerciali; ed, ancora, la limitazione delle altezze e degli spazi liberi per strade e giardini. L’ente pubblico può espropriare ai prezzi correnti le aree utili allo sviluppo edilizio della città, senza offesa al diritto di proprietà di nessuno; e può, ideando un piano di città bella al luogo dei consueti disordinati affastellamenti di case qualunque insieme mescolate a casaccio, creare valori nuovi, che sarebbero suoi perché da esso creati. L’imposta sulle cosidette rendite edilizie è un alibi costruito dalla pigrizia di amministratori pubblici privi dell’immaginazione necessaria a creare quelle rendite che essi invidiosamente vorrebbero carpire senza sforzo a chi ha saputo intuirle e sollecitarle.

 

 

69. Guadagni di monopolio delle imprese di cosidetti servizi pubblici, dei grandi consorzi trusts sindacati empori magazzini e simili giganti? Concetti vaghi che, analizzati, rivelano la loro inconsistenza. Se è vero che i giganti lucrano guadagni giganteschi, quale la causa? Oggi è fuor di moda ricordare verità elementari. Un tempo, quando la gente non si pasceva di parole vaghe: il mondo che va verso i giganti, verso le concentrazioni, il capitalismo divorato dal supercapitalismo, la morte della concorrenza uccisa dagli accordi, dai consorzi, gli economisti avevano ancora l’abitudine di analizzare le cause della gigantomania, del consorzialismo, del monopolismo, del supercapitalismo; e quasi sempre, giunti al termine dell’indagine, forte sospettavano che non il fato, il quale, secondo la novissima filosofia economica della storia, pare trascinare le turbe umane a superare oramai tramontati ideali, ma qualcosa di più semplice, di più umano spiegasse il prevalere, quando prevalevano, dei giganti monopolistici. In fondo al gigante, essi vedevano quasi sempre un qualche accorgimento umano: un dazio doganale alla frontiera, un privilegio legale negli appalti, un divieto, legale o di fatto, al sorgere di concorrenti, una sovvenzione governativa, un premio dato agli uni e negato agli altri. Oggi, agli antichi fattori gigantomachi e monopolofili si sono aggiunti i dazi variabili senza vincolo di tariffe convenzionate, i contingentamenti, le limitazioni legali al sorgere di nuove imprese, la sicurezza del salvataggio offerto ai grossi e negato ai piccoli, la dipendenza di tutte le imprese private in tutti i paesi del mondo dalla autorizzazione, dal permesso, dalla licenza del potere politico centrale. Solo i grossi, solo coloro i quali, per avere toccata una certa dimensione, possono sopportare il costo di una organizzazione posta a Washington, a Londra, a Parigi, a Berlino, a Roma od a Ottawa, solo costoro superano gli ostacoli frapposti dai contingentamenti, dai dazi variabili, dalle limitazioni, dalle licenze, dai premi e dai salvataggi e ne traggono profitto. La plutocrazia grossa e gigantesca trionfa a danno dei piccoli e dei medi imprenditori liberi; ma il suo è un trionfo dovuto all’artificio. Siano tolti i contingentamenti i dazi i premi le licenze ed i salvataggi, e l’edificio del colossale del monopolismo e del consorzialismo crolla.

 

 

Lasciato a sé, il gigante economico ha i piedi d’argilla. Non esiste alcun fato misterioso, alcun superamento storico che lo faccia vivere. Vivono di forza propria solo quei giganti dietro i quali sta un uomo o un gruppo d’uomini. Durano una generazione, forse due; e poi si afflosciano. Finché durano, guadagnano più dei concorrenti perché sanno lavorare a costi più bassi. Esistono i genii organizzatori e guadagnano i milioni e le centinaia di milioni. Guadagnano con vantaggio altrui, sono pochi e passano come meteore. Il genio organizzatore non trapassa nei figli, nei generi e negli impiegati fatti soci. Giova, finché, ripeto, il movente dell’operare economico non sia mutato, togliere coll’imposta differenziata a questi pochi il guadagno di eccezione che essi temporaneamente lucrano? No; poiché è vero che quel lucro è ottenuto col vendere a più basso, non a più alto, prezzo dei concorrenti. Se si vuole accaparrare quel lucro a vantaggio della collettività non bisogna adoperare l’imposta, strumento stupidamente repressivo, ma l’emulazione gli onori la lode. Giova creare l’atmosfera nella quale il ricco giudichi se stesso disonorato e sia dall’opinione pubblica considerato con spregio se non consacri in vita e in morte parte rilevante dei suoi redditi a scopi di pubblica utilità: a fondare e dotare scuole ospedali parchi stadi. Nei secoli più splendenti della Atene di Pericle e della Roma repubblicana ed imperiale il cittadino, il quale desiderava onori o fama o amore, impiegava parte della sua fortuna a vantaggio pubblico. Non dobbiamo forse alla munificenza privata molti dei maggiori monumenti ereditati dall’antichità?

 

 

Queste sono eccezioni. La regola è il gigante il quale lavora a costi alti e vive di latrocinio pubblico. Guadagna assai sfruttando artifici da lui provocati. Neanche qui l’imposta è strumento adatto ad eliminare il soprareddito. Salderebbe meglio le catene al piede della gente inarticolata che il gigante ha ridotto in suo servaggio. Farebbe lo stato complice del latrocinio. Se è vero che i redditi privilegiati monopolistici esistono, il mezzo adatto a distruggerli è la eliminazione dei privilegi, dei vincoli, degli artifici, voluti o tollerati dal legislatore, i quali ne sono la fonte. Se quei guadagni sono considerati un male dal legislatore, l’abolizione delle norme che hanno favorito il sorgere del male o la statuizione di norme per l’assenza delle quali sorge il male sarà sempre più agevole ed efficace che non il reprimere con imposte il male già effettuato. Il gigante privilegiato possiede mille mezzi per mettere in salvo parte del bottino.

 

 

70. Più complesso è il problema dei monopoli i quali nascono da quella che in mancanza di miglior formulario chiameremo la «natura delle cose»: ferrovie, tranvie, imprese di pubblica illuminazione, di acqua potabile, di produzione di energia elettrica e simili cosidetti servizi pubblici. Il problema è più complesso perché il grado e l’esistenza medesima del monopolio è spesso contestabile: si pensi al crollo del monopolio delle ferrovie dinnanzi all’avvento dell’automobilismo, ed agli sforzi che in tutti i paesi si vanno facendo, oltre quel che è richiesto dall’uguaglianza di trattamento fra ferrovie e trasporti automobilistici rispetto all’uso della strada ferrata, per puntellare con artifici legislativi il barcollante monopolio ferroviario. Se poi sia vero che un monopolio o monopoloide esista, il problema che si tratta di risolvere non è quello di far partecipare lo stato ai suoi profitti; ma di ordinare norme atte ad eliminare i profitti monopolistici, instaurando un regime di prezzi pubblici che si avvicini il più possibile a quello che sarebbe, se potesse esistere, un regime di prezzi di piena concorrenza. Il problema è di ardua soluzione ed al più si può sperare di giungere ad una approssimazione più o meno grossolana. Ma non ha senso imbrogliare le carte facendo partecipare lo stato ai guadagni monopolistici e togliere così stimolo all’unico sforzo che val la pena di tentare a tutela del consumatore.

 

 

71. Fatte le quali eliminazioni, nessuno può immaginare che la tassazione del sovrappiù possa alimentare in guisa autonoma la finanza di uno stato moderno. Briciole, di cui importa tener conto, perché lo stato non può abbandonare nulla di quel che è suo; ma briciole.

 

 

Se il concetto del sovrappiù deve prendere forma corporea, io non saprei immaginarlo se non sotto due forme: il sovrappiù oltre il previsto ed il sovrappiù oltre un minimo. Del primo si può dire che è impalpabile, del secondo che è indefinibile.

 

 

72. Tutto ciò che è previsto, cessa ipso facto di essere un sovrappiù. I piani di Gossen e di Walras di tassazione delle rendite fondiarie, si fondavano sul concetto che esistesse una forza ineluttabile la quale tendesse ad aumentare le rendite della terra dall’attuale livello x a livelli ognora più alti x + y e poi x + y + z, ecc. ecc. Gli uomini conoscono il livello presente x e prevedono l’aggiunta y. Di queste lo stato non si può appropriare. Chi oggi possiede quelle rendite, le ha pagate a pieno prezzo. Egli non si trova in una situazione la quale menomamente differisca da quella di chi ha acquistato sul mercato, invece di rendite sovrappiù, redditi normalissimi ordinarissimi minimissimi. Appena l’uomo conosce o prevede un reddito, minimo o sovrappiù che sia, esso diventa un minimo. Esso è negoziato e passa sul mercato di mano in mano, in guisa che l’acquirente ottiene dal suo possesso, in confronto al capitale speso, nulla più del frutto normale di mercato. Tizio ha pagato 1000 lire al mq tanto l’area che gli frutta 50 lire all’anno quanto la costruzione elevata sull’area stessa che gli frutta ugualmente 50 lire annue. Per lui i due redditi sono ugualmente costosi. Tassar l’uno e non l’altro, o più l’uno che l’altro urterebbe il buon senso e il senso di giustizia.

 

 

Il piano di Walras è tutto fondato sulla terza quantità z, ossia sull’imprevisto. Lo stato espropria le terre ad un prezzo uguale alla capitalizzazione al saggio corrente d’interesse dei redditi presenti x e dei redditi futuri previsti y. Se il reddito rimanesse al livello x + y, lo stato perderebbe. Rimarrebbero a suo carico le spese di gestione, in eccesso su quelle private, del patrimonio acquistato. Ma vi è lo z non previsto, che lo stato non ha pagato. Quando lo z viene fuori, a poco a poco lo stato acquista un reddito libero, il quale prima copre le spese proprie di gestione e poi consente di ammortizzare il capitale impiegato nell’acquisto dei redditi x ed y. Quando l’ammortamento sia chiuso, tutto il reddito x + y + z diventa libero e può essere destinato a provvedere alle spese pubbliche propriamente dette. Comincia allora l’era del millennio tributario, durante la quale nessuno paga imposte, perché a tutto provvide il colpo di genio, che ha fatto passare all’erario i redditi futuri (z) imprevisti.

 

 

73. Taluno, preoccupato della grossa macchina la quale dovrebbe essere costrutta per espropriare e gestire l’intiero demanio terriero (agrario ed edilizio) nazionale, sostituirebbe all’espropriazione con compenso per i fattori x e y, la avocazione allo stato, con l’imposta, del solo elemento z.

 

 

Il metodo è davvero meno complicato? L’imprevisto non è la differenza fra l’attuale ed il futuro; bensì fra il totale reddito futuro e quell’ammontare che nei successivi anni avvenire sarà uguale alla somma dei seguenti elementi:

 

 

a)    il reddito (x) attualmente esistente, prima dell’imposta, tradotto nell’equivalente di potenza d’acquisto dei successivi anni avvenire. Se il reddito attuale è 50 lire e se questo è l’ammontare che non è sovrappiù e non è quindi imponibile dall’imposta di cui si discorre, non basta in avvenire sottrarre 50 lire, ma fa d’uopo sottrarre quella qualunque somma la quale nei successivi anni sia l’equivalente delle soddisfazioni che oggi gli uomini possono procurarsi con 50 lire. Basta enunciare l’esigenza, perché si veda la impossibilità concreta della sua traduzione logica in termini monetari. Che cosa è un equivalente quando gli uomini i quali dovrebbero paragonare monete, potenze d’acquisto e soddisfazioni sono diversi e, col trascorrere degli anni, diventano sempre più dissimili?

 

b)    il reddito futuro (y) attualmente previsto è già capitalizzato nel prezzo capitale attuale. Oltre agli insolubili problemi sovra posti, dovrebbe essere risoluto quello di sapere se il prezzo attuale 1000 si riferisca alle sole 50 lire del reddito attuale od anche a qualcosa d’altro. Ossia: quale saggio di interesse fu adoperato per capitalizzare i redditi attuali? Alto o basso per tener conto di rischi o speranze presunte? Che cosa vuol dire alto e basso e qual è l’archetipo saggio a cui occorra paragonare i saggi effettivi?

 

c)    il reddito degli investimenti compiuti dopo il momento iniziale nella terra: migliorie agricole e costruzioni edilizie. Chi pensa, senza rabbrividire, alla contabilità che sarebbe necessario di impiantare per tener conto degli investimenti e relativi deperimenti od ammortamenti?

 

 

Puro abracadabra, sollazzo intellettuale di progettisti finanziari, con cui l’uomo di governo sensato e preoccupato di portar denari e non chiacchiere all’erario non può volere aver nulla da spartire. Meglio l’avventura dell’espropriazione e conseguente gestione statale di tutta la terra del paese piuttosto che una tassazione che instaurerebbe l’arbitrio più sfrenato quando, per lassitudine degli esecutori, non si convertisse in una burletta. L’avventura finirebbe ben presto, come sono finite avventure di questo tipo, in un atto di forza dei proprietari espropriati ridivenuti proprietari soggetti solo all’onere del pagamento di un fitto, col tempo divenuto riscattabile a guisa di un canone enfiteutico. Meglio l’atto di forza che il rischio dell’arbitrio tributario.

 

 

74. Resta il sovrappiù oltre un minimo. Dissi già che non si sa che cosa sia il minimo; ossia non si può sapere quando ad una qualunque quantità, grossa o piccola, faccia difetto l’attributo del necessario, che è aggettivo sinonimo a quello di minimo.

 

 

Il concetto di un minimo intassabile, al disopra di cui comincerebbe il sovrappiù, non è però soltanto indefinibile e quindi inservibile. Vi ha di più. I concetti indefinibili, quando sono fatti strumenti di governo economico, creano rovine e distruzioni.

 

 

75. Il legislatore, quando durante la guerra ha dovuto definire il minimo, è stato costretto a cercare una formula semplice chiara. L’imposta non può essere prelevata con formule nebulose complicate. Bisogna trovare una linea netta di distinzione fra quel che rimane al contribuente e quel che spetta allo stato.

 

 

I legislatori, con commovente unanimità, decisero che il sovraprofitto tassabile od avocabile fosse l’eccedenza oltre una percentuale, suppongasi 18%, del capitale investito.

 

 

Taluni aggiunsero che se l’impresa era preesistente alla guerra, fosse considerato ordinario o minimo intassabile il già guadagnato prima. L’aggiunta, che recò con sé talvolta diaboliche complicazioni, può essere trascurata nell’analisi di un sistema permanente di tassazione sui sovrappiù, perché nessuna impresa è perpetua. Ogni cosa vecchia è destinata a scomparire, se giorno per giorno non è ricostruita.

 

 

In capo ad x anni tutto il capitale investito è nuovo e può essere trattato alla stessa stregua dall’imposta.

 

 

76. Lasciamo da parte le complicazioni, anch’esse diaboliche, della definizione del capitale investito, sebbene capaci di mandare a picco qualunque sistema concreto di imposta; perché è bene andar subito al nocciolo del problema e badare solo a questo.[6]

 

 

Il nocciolo è che definire sovrappiù l’eccedenza oltre l’8% del capitale investito è andar contro non solo ad una fondamentale legge economica ma ad una fondamentale legge cosmica. Vuol dire essere falso che gli uomini debbono ottenere il massimo risultato con un dato sforzo o compiere il minimo sforzo per ottenere un dato risultato e vero che invece gli uomini debbono agire in modo da compiere il massimo sforzo per ottenere il risultato voluto od ottenere il risultato minimo con lo sforzo dato.

 

 

L’imposta la quale esenta colui il quale guadagna solo l’8% e colpisce colui il quale guadagna di più, portandogli via tutto o parte dei sovrappiù, dice all’uomo: tu fai male ad organizzare con sapienza tecnica, con abilità commerciale, con esperienza di uomini la tua impresa, ottenendo un massimo profitto dal capitale che hai investito. Hai operato male ad ottenere 10, 16 o 20 dalle tue 100 lire. Importa invece che tu non ottenga più di 8; e se non puoi, perché il tuo genio organizzatore, la tua capacità tecnica e commerciale ti fanno guadagnare contro voglia 10, 16, 20 tu devi sforzarti ed io creo interesse a che tu ti sforzi ad aumentare il capitale investito da 100 a 125 a 200 od a 250 affinché il 10, il 16 ed il 20 guadagnato che, paragonato a 100, darebbe luogo a percentuali del 10, del 16 o del 20%, ossia a sovrappiù tassabili del 2, dell’8 e del 12%, paragonato invece a 125, a 200 od a 250 non superi l’8% che è il minimo intassabile.

 

 

77. Pare uno scherzo; ma in tutto il mondo, i legislatori, divenuti d’un tratto inetti al ragionamento, pretesero mutare nel tempo della guerra ultima le leggi del cosmo e predicarono, colla virtù del comando tributario, la dottrina del massimo sforzo, dell’investimento per l’investimento, dello spreco di capitali. Forse è difficile rintracciare negli annali tributari un esempio di norma così entusiasticamente approvata e così follemente distruttiva. La fine della guerra segnò, per avventura, il tramonto dell’imposta; non la fine dei danni da essa prodotti. Risalgono a quell’epoca le dilapidazioni del reddito – sovrappiù in stipendi e paghe che montarono la testa a dirigenti ed operai, creando nei primi la psicologia dell’arrembaggio alle rapide fortune e nei secondi la mala contentezza propria di chi vede inopinatamente crescere i proprii guadagni e, mentre prima era contento del poco, ora paragona invidiosamente il proprio di più col maggior di più altrui. Perché non dilapidare quel sovrappiù che sarebbe altrimenti stato prelevato dal tributo? Risalgono a quell’epoca gli investimenti dei guadagni di guerra in impianti superflui, in doppioni, in allargamenti, che furono tanta parte nella lunga crisi che venne di poi. Perché non investire in doppioni, in impianti nuovi quando in tal modo si abbassava la proporzione percentuale del reddito al capitale investito e si sottraeva reddito al tributo?

 

 

I risultati economicamente e socialmente spaventevoli dell’imposta sui sopraprofitti di guerra spiegano le tendenze odierne, a cui sopra si accennò, le quali mirano a sopprimere, non a tassare, i guadagni di guerra, e dimostrano come non si possano impunemente violare le leggi fondamentali dell’operare umano. Al comandamento divino: tu ti procurerai il pane col sudore della fronte, non si può aggiungere: tu devi ad arte lavorare in modo sia abbondante il sudore della tua fronte e che il pane che tu guadagnerai con esso sia scarso e cattivo.

 

 

Dio, che è buono, non può aver dato all’uomo comando così inutilmente malvagio.

 

 

Il legislatore, il quale deve tradurre in norme obbligatorie la parola di Dio, non può prendere a guida un principio che è un’offesa all’invincibile tendenza degli uomini al loro perfezionamento. Non può dire: se tu sei pecora e secondo l’uso delle pecore fai quel che le altre fanno, non ti tasserò. Se tu ambisci e cerchi di sollevarti dal volgo e non riesci, non ti tasserò. Ma se tu ti sollevi e voli, farò quanto mi sarà possibile per raggiungerti a colpi d’imposta e farti ricadere nel fango comune.

 

 



[1] Nel saggio Intorno al concetto di reddito imponibile e di un sistema d’imposte sul reddito consumato, in Memorie della reale accademia delle scienze di Torino, serie II, tomo LXIII (cap. IX, prova seconda);

ristampato come saggio primo nel volume Saggi sul risparmio e l’imposta, in queste Opere, serie I, vol. I.

[2] Vedi la critica che dell’imposta successoria ha efficacemente scritto Mauro Fasiani in Problemi tributari inglesi, in «Annali di economia», Università Bocconi, Milano, vol.X, n. 2, par. 10.

[3] Oggi si afferma l’esistenza di un secondo caso, negli Urali russi. Che cosa accada in verità in Russia, noi non sappiamo; essendo ignote le basi dei calcoli di costi e di convenienza di quei singolari tipi di imprenditori che sono i comunisti.

[4] La municipalisation du sol dans les grandes villes, in «Devenir Social» del gennaio-febbraio 1898.

[5] L’imposta sulle aree edilizie, in «La Riforma Sociale», 1900, p. 757 e Questioni intorno all’imposta sulle aree edilizie, ibid., 1900, p.890.

[6] Sui problemi concreti nascenti dall’applicazione dell’imposta sui sopraprofitti di guerra discorsi a lungo nel cap. IV (pp. 129-230) di un mio libro La guerra e il sistema tributario italiano che fa parte della serie italiana della «Storia economica e sociale della guerra mondiale», Laterza, Bari 1927.

Il mito dei doppi d’imposta

Il mito dei doppi d’imposta

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 38-60

 

 

 

 

19. I doppi di imposta: ecco, dopo quella dei fantasmi, un’altra ossessionante comparsa propria della scena finanziaria. Così ossessionante, che i più la vedono dove essa in realtà non esiste.

 

 

20. È forse un doppio d’imposta l’essere chiamati a pagare all’erario dello stato prima l’imposta sui terreni e poi quella complementare sul reddito, e poi ancora i balzelli sui beni di consumo acquistati con lo stesso reddito? Mai no, perché il legislatore ha piena ragione di prelevare 100 lire ad un sol colpo, ovvero spezzettarne il pagamento in tre o n quote, chiamando l’una imposta sul reddito dei terreni, l’altra imposta complementare sul reddito e la terza, o l’insieme delle terze, imposte sui diversi beni di consumo tabacchi sale pane gas luce caffè spiriti vetture ecc. ecc. acquistati dal contribuente. Qui non v’ha doppio; bensì mero frazionamento fra parecchi titoli di prelievo di un unico carico di imposta, frazionamento voluto per comodità della finanza ed a più agevole allettamento a pagare del contribuente. Colui, il quale si inquieterebbe se gli si chiedesse 100 sol perché egli è proprietario di fondo rustico, meglio si contenta se per tal ragione gli si chieggono solo 30 lire, laddove altre 20 gli son chieste perché ha un dato reddito complessivo da spendere e 50 perché le ha spese nel rifornirsi di tali e tali altri beni. Per questi ultimi egli ha persino l’illusione che, se avesse voluto, egli avrebbe potuto astenersi dal consumo e quindi dall’imposta.

 

 

21. Non è parimenti un doppio il pagare, per lo stesso titolo, ad esempio di possesso di terreni, imposta allo stato, alla provincia, al comune, al consorzio irrigatorio o stradale, all’associazione sindacale, all’istituto di assicurazione per gli infortuni agricoli ecc. ecc. È forse un doppio provvedere, con lo stesso reddito, ai ricevuti dal fornaio, dal macellaio, dal sarto, dal calzolaio, dal padron di casa e via senza fine dicendo? Per la stessa ragione, non è un doppio provvedere a pagare, con quell’unico reddito, con il quale si acquistano a decine od a centinaia i desiderati beni privati, anche i servigi diversi delle varie qualità di enti pubblici, i quali hanno diritto d’imposta. Lo stato provvede alle vie di grande comunicazione; la provincia a quelle intercomunali, il comune a quelle estese al territorio comunale, il consorzio alla piccola strada vicinale. Perché non si dovrebbe pagare tributo ai quattro enti?

 

 

22. Taluno si lamenta di doppi interstatali. Ma, ragionando in logica pura, perché Tizio il quale possiede beni in Argentina e ne consuma il reddito in Italia, non dovrebbe pagar imposta in ambi i paesi? Lo stato argentino non rende forse servizio a lui come proprietario di beni e lo stato italiano di nuovo a lui come residente?

 

 

23. La parola «doppio» è qui usata impropriamente. In verità, i contribuenti non si lamentano del «doppio», bensì del «troppo». Essi talvolta sentono di pagare più di quanto gli enti tassatori danno a lui come singolo e come membro della collettività; e, per manco di analisi, protestano contro i molti che lo spogliano. Potrebbe essere uno solo l’ente tassatore, e la querela sarebbe valida se il tributo fosse eccessivo. Non importa se il 100 sia frazionato in tre o quattro o più quote singole; importa assai se il 100 sia moderato od eccessivo. Il problema vero è di valutazione comparativa delle spese ed entrate pubbliche distintamente per ciascun ente tassatore e nel loro complesso, non di conteggio del numero degli appelli diversi fatti alla borsa del contribuente. Il conteggio degli appelli ha importanza notabile; non razionale, ma empirica. E più agevole eccedere, quando, invece di domandare al contribuente una somma data, 100, in unica soluzione, gli si chieggono, a varii titoli, da enti diversi ed in momenti diversi, parecchie quantità minori, 10, 20, 15 e così via. Accade che il totale ecceda agevolmente il 100 e diventi eccessivo.

 

 

24. La ricerca del vero doppio è assai più sottile ed è un lavorio logico fondato sull’accettazione di determinate premesse. Il doppio esiste o non esiste a seconda della fatta premessa.

 

 

25. Suppongasi che l’imposta debba essere pagata dalla «cosa», da tutte le «cose» produttive di reddito, senza riguardo alla persona del possessore della cosa ovverosia del percettore del reddito. Sia un fondo rustico, fecondo di un reddito netto di 5000 lire, su cui l’imposta del 20% preleva 1000 lire. Sia un capitale di 50000 lire dato a mutuo al 4%, con ipoteca sul fondo rustico di dianzi e fruttifero di un reddito di 2000 lire, su cui, al 20%, cade imposta di 400 lire. Poiché, secondo la premessa fatta, l’imposta è pagata dalla cosa, qui non v’ha doppio. Il fondo rustico frutta, sì o no, 5000 lire nette? Dalla «cosa» fondo non nasce forse il frutto annuo di 5000 lire? Non è quel nascimento un fatto oggettivo, visibile anche cogli occhi del corpo? Sì. Epperciò l’imposta di 1000 lire è dovuta. Il mutuo non è anch’esso una «cosa» produttiva di un frutto civile di 2000 lire nette all’anno? Può dubitarsi che quel frutto di interesse non sorga da quella causa produttrice «mutuo»? No. Quindi, al 20%, l’imposta 400 è anch’essa fuor d’ogni dubbio dovuta.

 

 

26. Suppongasi ora che l’imposta sia dovuta dalla persona del possessore della cosa: da Tizio proprietario del fondo rustico e da Caio proprietario del capitale fornito a mutuo a Tizio. Mutata la premessa, mutano le conseguenze. La terra paga imposta per quel che frutta, 5000 lire; Tizio paga su quel che ha, che sono 5000 tratte dalla terra meno 2000 interesse dovuto al capitalista suo creditore. Sarebbe assurdo che egli fosse chiamato a pagare sulle 2000 lire, le quali gli scivolano, in fuga, tra le dita senza recargli alcun giovamento. Al 20% l’imposta dovuta sulle 3000 lire sue è di 600 lire. Caio riceve e gode 2000 lire di interesse e su queste, al 20%, è ovvio debba pagare 400 lire.

 

 

27. La differenza fra i due sistemi, l’uno dei quali nei trattati di pubblica finanza è invalsa l’abitudine di dire «reale» e l’altro «personale», può essere riassunta così:

 

 

 

 

A

Sistema

reale

 

 

Reddito

 netto

Aliquota

Gettito

 Della

 imposta

Fondo rustico

5000

20%

1000

Mutuo

2000

7000

20%

400

1400

 

        Sistema personale  
 

Reddito

netto

 

B

Ad aliquota

invariata

   

C

A gettito invariato

 
   

%

 

Gettito
della
imposta

%

 

Gettito
della
imposta

Tizio, proprietario del fondo rustico

 

3000

20

600

28

840

Caio, capitalista mutuante

2000

5000

 

20

400

1000

28

560

1400

 

D

Sistema reale, modificato coll’eliminazione della finzione

 di un «nuovo» reddito di mutuo

 

 

Reddito netto

 

Aliquota

Gettito

della
imposta

Reddito rimasto al proprietario

3000

28%

840

Reddito trasferito, gravato della relativa imposta, al mutuante

2000

28%

560

Reddito totale del fondo

5000

28%

1400

 

 

Mantenendo costante l’aliquota del 20% il gettito dell’imposta si riduce nel sistema personale a 1000 lire. Volendo conservare il gettito in 1400 lire si deve aumentare l’aliquota al 28%. Se per maggiore chiarezza, si fa il confronto tra i due sistemi A e C a gettito uguale, si vede che la differenza consiste in una diversa distribuzione del peso dell’imposta. A parità di incasso dell’erario in 1400 lire, è preferibile attribuirne 1000 al fondo e 400 al mutuo ovvero 840 al proprietario rustico e 560 al capitalista mutuante?

 

 

28. La ragione del decidere si trova guardando in faccia alla realtà. Un «sistema», sia detto reale ovvero personale, è una definizione, un’ipotesi, uno strumento di analisi della realtà. Definizioni, ipotesi, strumenti sono preziosi per la ricerca della verità; ma non devono imporsi alla nostra mente in guisa da farci arrivare a conclusioni assurde.

 

 

Perché la conclusione a cui giunge il sistema «personale»ci appare, quasi per evidenza, preferibile? Perché esso non urta contro la osservazione semplice della realtà. Noi sappiamo che Tizio riceve bensì 5000 lire di reddito, ma di queste 2000 sono subito date via, sicché egli rimane con 3000. Tassarlo su 5000 perché l’oggetto tassato è il fondo rustico, significa far passare la «definizione», il «sistema» al di sopra della realtà, del fatto oggettivo quale è. Ripugna tassare prima 5000 reddito terriero e poi anche 2000 reddito del mutuo, perché ciò fa quasi supporre che nella realtà esista un reddito totale di 7000 lire, laddove noi sappiamo che quel reddito non esiste, che quella operazione di addizione  è assurda, perché l’uno degli addendi, 2000, è parte dell’altro, è cavato fuori dall’altro.

 

 

Giuocoforza è riconoscere che, se si vuole adottare, per qualche ottima ragione che qui non occorre esaminare, il sistema «reale», importa far sì che il «sistema» adottato non porti all’errore, all’incongruenza logica sostanziale. Analizzando, si scopre che la cosa mutuo ha ragione di possedere, a certi fini, una autonomia necessaria «a quei fini» non ha la virtù di mutare la fisionomia propria, una figura giuridica autonoma; ma che la «realtà». L’autonomia della cosa mutuo giova a far passare 2000, delle 5000 lire fruttate al netto dal fondo rustico, dal possesso e godimento di Tizio al possesso e godimento di Caio; ma non serve a creare, accanto al reddito terriero di 5000 lire, un nuovo addizionale reddito di 2000 del mutuo. La creazione, necessaria, della figura giuridica della «cosa» mutuo giova a spezzare il totale effettivo reddito di 5000 in due parti 3000 spettanti al proprietario e 2000 al creditore; ma non serve alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il reddito era di 5000 prima e resta di 5000 dopo il mutuo. La somma 5000 + 2000 = 7000 non si può scrivere, perché illecita.[1] Il risultato dell’operazione ne dimostra la illogicità. Con quale argomentazione, all’infuori di quella del sic volo sic jubeo, si può spiegare nel sistema reale una divisione del totale fabbisogno statale di 1400 lire nelle due quote: 1000 gravanti su chi ha 3000 e 400 su chi ha 2000 lire? La virtù della formula la forme prime le fond trova un limite nell’offesa al senso comune. Non possiamo fare della «realtà» dell’imposta un feticcio da porre sugli altari. È uno strumento, utile nei limiti suoi proprii.

 

 

Se si vuole conservare il sistema reale – ed io sono per la sua conservazione – nulla vieta (sistema D) di far pagare l’imposta, tutta intiera, al fondo rustico in 1400 lire; dando diritto al proprietario di esso di rivalersi sul creditore del mutuo per la quota parte (560 lire), spettante al mutuo proporzionatamente all’importanza rispettiva in cui il reddito del mutuante e quello residuo a favore del proprietario entrano a comporre l’unico reddito totale di 5000 lire. Questa cifra – 5000 lire – è la realtà infrangibile della quale ogni sistema, qualunque siano la sua definizione e la sua logica formale, deve tener conto. La logica formale definitoria deve piegarsi dinnanzi alla realtà.

 

 

29. A questo punto possiamo spiegarci in che consista veramente e solamente il doppio d’imposta. Il doppio non sorge quando si paga due volte sullo stesso reddito, o a due enti diversi. Qui, forse, c’è il troppo. Il doppio sorge quando le mort saisit le vif, quando la forme prime le fond, quando la logica formale si sovrappone alla logica sostanziale, quando il legislatore si lascia trascinare dalla logica apparente di una definizione, di un sistema, di uno strumento ad immaginare la esistenza di un qualche cosa che non esiste nella realtà o, se esiste, ha dimensioni minori di quelle immaginate. Il troppo può essere imposto dalla necessità ed essere consaputamente ragionatamente voluto. Il doppio è figlio dell’errore. Anche l’errore può essere voluto; ma è voluto finché non si scopre essere errore. Il legislatore può immaginare che le 2000 lire reddito del mutuo siano una quantità addizionabile alle 5000 reddito del fondo rustico, per ottenere una materia imponibile totale 7000 ma non può mai fare che le 7000 lire esistano sul serio. Finché il legislatore dice: intendo prelevare 1400 invece di 1000 lire sulle 5000 lire di reddito totale esistente, dice cosa che è in poter suo ordinare. Così facendo, egli eleva l’aliquota dell’imposta dal 20 al 28%. Ma non è in poter suo dire: Voglio incassare 1400 lire e mantener l’aliquota al 20%; perché egli non può far sì che il 20% di 5000 sia 1400 lire, né che le 5000 si convertano in 7000 lire. Se vuole mantenere l’aliquota del 20%, il gettito totale dell’imposta in lire 1400 e configurare un reddito totale di 7000 lire, il risultato ottenuto sarà soltanto di prelevare 1000 lire sulle 3000 residuate al proprietario del fondo rustico (aliquota reale 33 e 1/3 %) e 400 lire sulle 2000 passate al creditore (aliquota reale 20%).

 

 

Forse, invece di doppio d’imposta, si potrebbe parlare di un incongruo od illogico d’imposta; ma l’uso della parola «doppio» è anche appropriato perché giova a far vedere che a base dell’errore sta un gioco visivo per cui lo stesso reddito, la stessa cosa, mutato aspetto, compare dinnanzi agli occhi del legislatore due o più volte, facendogli scambiare un fantasma giuridico per una realtà sostanziale.

 

 

30. Quando il legislatore vede doppio, il contribuente cerca di creare la nebbia intorno a sé. Quale è la ragione per la quale la categoria A dell’imposta sui redditi di ricchezza mobile[2] è la meno produttiva fra le categorie in cui si divide quella colonna maestra del nostro ordinamento tributario? Si sono moltiplicate le esenzioni a favore degli interessi delle cartelle di credito fondiario ed agrario, di assai obbligazioni emesse da società industriali, di mutui concessi ad enti e per scopi svariatissimi. Formalmente, i motivi dell’esenzione sono particolari ad ogni caso; sostanzialmente si riconosce di fatto quel che non si vuole ammettere in diritto, essere cioè vano irrito e dannoso pretendere di tassare sotto la forma propria di interessi di mutuo quel che è già tassato sott’altra forma, incluso in qualche altro reddito, a cui non si concede la corrispondente detrazione. Se il doppio non esiste, o non è facile scoprirlo, come per i titoli di debito pubblico, statale e locale, si esenta, perché (cfr. sopra par. 5) la tassazione sarebbe cagione alla pubblica finanza, di più grave danno o di minor beneficio dell’esenzione.

 

 

L’esenzione è uno spediente col quale si eliminano doppi e fantasmi tributari. Se esenzione non v’ha, il contribuente si nasconde: preferisce il mutuo cambiario, il chirografario non registrato all’ipotecario pubblico. Esiste formalmente la frode fiscale; ma ad eliminarla non converrebbe che prima il legislatore eliminasse i doppi, che i contribuenti sentono anche quando non sanno chiaramente rendersene ragione? A che titolo paga quel piccolo ammontare (piccolo in confronto alla gran massa degli interessi esenti o non tassati) di interessi la quale cade entro le maglie della tassazione? Anche a chi non voglia tentare una analisi della traslazione dell’imposta sugli interessi dei capitali, appare evidente che la imposta limitata alla minor parte degli interessi esistenti è un qualcosa la cui parentela con una imposta la quale veramente colpisca ed incida sui percettori degli interessi è assai vaga. Colpisce costoro o non piuttosto penalizza i debitori? In che misura il saggio di interesse dei capitali nuovi si risente della tassazione che si verifica solo per accidente o per sfortuna? Quei debitori, di solito disgraziati incapaci di ricorrere a forniture di capitali esenti da tributo, sono le persone più atte a sopportare un carico differenziale di imposta? Val la pena risolvere così sottili quesiti per ridare linfa vitale a quello che oramai e divenuto un ramo secco dell’albero tributario? Non forse la A è meritevole della stessa sorte che abbiamo augurato alla categoria D dei pubblici impiegati, ossia il taglio netto del ramo secco?

 

 

31. Talvolta il doppio di imposta è grossolano ed a tutti apparente; talvolta è sottile e nascosto. Forse il doppio più grossolano è quello della ricomparsa dello stesso reddito prima sotto specie di reddito della società commerciale (categoria B della italiana imposta di ricchezza mobile) e poi di reddito degli azionisti della stessa società.

 

 

Naturalmente, non è un doppio il tassare il reddito della società coll’imposta di ricchezza mobile e poi il reddito degli azionisti coll’imposta complementare sul reddito. Qui sono due imposte diverse ed ognuna di esse tassa una sola volta lo stesso reddito, la prima sotto una specie e l’altra sotto un’altra.

 

 

Non è, parimenti, un doppio tassare prima il reddito della società e poi, di nuovo, quella parte del reddito che sia distribuito alle azioni al portatore. Ché questa seconda non è vera imposta, bensì espediente immaginato allo scopo di persuadere gli azionisti ad iscrivere le proprie azioni al nome; cosa che il legislatore può giudicare vantaggiosa alla finanza per il più facile accertamento dei redditi e dei patrimoni ai fini, in Italia, delle due imposte personali dette complementare sul reddito o di successione. Il fine voluto dal legislatore sarebbe raggiunto quando tutti i titoli fossero iscritti al nome e non esistessero più titoli al portatore sui quali la seconda imposta potesse cadere.[3]

 

 

Non è, anche, un doppio tassare prima il reddito della società e poi, a volta a volta, la quota di esso distribuita agli azionisti al disopra di un certo livello di dividendo definito «normale» (Italia e Germania), ovvero la quota mandata a riserva (Stati Uniti). Nel primo caso il legislatore vuole persuadere gli amministratori a crescere le riserve, nel secondo a tenerle basse. Qui non giova discutere il perché di cosiffatte contrastanti ideologie economiche; basti contrastare che se gli amministratori seguono il consiglio del legislatore, mandando nel primo caso tutto l’utile eccedente il normale a riserva, ovvero, nel caso opposto, distribuendolo tutto, senza mandare nulla a riserva, essi non pagano la seconda imposta.

 

 

L’imposta sui redditi dei titoli al portatore, se si esentino i titoli nominativi, quella sui dividendi eccedenti, se si esentino gli utili mandati a riserva e quella sugli utili mandati a riserva, se si esentino gli utili distribuiti, non sono imposte propriamente dette del tipo ordinario intese a fornire entrate all’erario pubblico; sono imposte multe od imposte premio, le quali vogliono incitare gli uomini a fare o non fare qualcosa, senza preoccupazione di un qualsiasi provento per l’erario, anzi con il dichiarato e tacito scopo di non fruttar nulla al fisco.

 

 

Il doppio vi sarebbe – ed in talun paese c’è – se la stessa imposta tassasse prima il milione di reddito della società e poi lo stesso milione diviso in quote di 50 lire l’una distribuite ai portatori di ognuna delle 20000 azioni della società; argomentando unicamente dal fatto che la società commerciale è una persona distinta dalle persone dei soci; e che quindi prima la persona società riceve il reddito e poi ne fa quell’uso che più le aggrada, fra cui si novera talvolta la distribuzione ad altre persone dette azionisti, fornite perciò anch’esse di reddito tassabile. La goffaggine dell’argomentazione sarebbe troppo grossa, essendo chiaro che la creazione di una persona detta «società commerciale» può essere legittima a certi fini, ma non ha in sé la virtù di trasformare in due milioni il reddito che, si creino quante persone si vogliano, è di un solo milione. Si può tassare un milione due volte, ma non si può pretendere, con un colpo di bacchetta magica, che i milioni diventino due. Perciò alla troppo goffa argomentazione della sufficienza della creazione di una o due o più persone a legittimare una o due o più tassazioni supplementari, se ne sostituisce di solito un’altra: che il produrre milioni di reddito sia una faccenda non so se più comoda o più fina, certo più passibile di imposta quando è affare di certe persone giuridiche dette società commerciali che non quando è affar di privati. Badisi che non si dice né si vuole o si può dire che la società fabbrichi, a parità di sforzi o di capitali o di altro indice assunto a norma del merito, più facilmente milioni del privato, poiché l’argomento complicherebbe stranamente il problema. Il legislatore può avere già ammesso, per motivi buoni o cattivi, che, se 1 milione deve essere tassato col 20%, 2 milioni debbono essere tassati col 40%. L’ha ammesso, eventualmente, per tutti i contribuenti, privati o società commerciali. Qui si aggiunge, in più, ed è il solo punto da esaminare, che se due contribuenti, industriale singolo e società commerciale, hanno ambedue lucrato un milione, il milione del privato deve essere tassato come uno ed invece il milione della società deve essere tassato come due. Il pretesto addotto – il milione unico passa attraverso due persone distinte, società e azionista – è pacificamente ammesso essere un errore di doppia vista; pur si afferma che, al disotto del miraggio del doppio, esiste un vero: il milione è guadagnato più agevolmente dalla società che dal singolo.

 

 

32. Come si dimostri tal immaginato vero è ignoto. L’osservazione di buon senso parrebbe portare alla conclusione opposta: che cioè un industriale privato, non imbrogliato da consigli di amministrazione, pareri di colleghi, necessità e pubblicità di bilanci o rendiconti, sia, a parità di mezzi, in grado di guadagnar di più di una società. Se le società guadagnano di più, ciò accade perché sono più grosse, perché accolgono maggior massa di mezzi, perché, essendo più grosse, dominano meglio il mercato e riescono più facilmente ad avvicinarsi a posizioni di monopolio. Ciò tocca il confronto fra i due milioni e l’un milione, non fra l’uno e l’uno, ed a ciò il legislatore, per ipotesi, ha già, bene o male, provveduto, tassando più i due milioni che l’uno, e, tassando già i due più che l’uno, non può far differenza fra il grosso singolo ed il grosso società, se ambedue guadagnano due invece che uno. Se, con ugual capitale o mezzi in genere, taluno guadagna due invece di uno, potrà tal fatto autorizzare talun legislatore a tassare maggiormente il guadagno eccedente, ma non si capisce perché, se il maggior guadagno esiste, esso debba essere tassato solo presso la società e non presso il singolo.[4]

 

 

Che ci siano al mondo paesi, ostrogoti od americani, dove cotali fattacci accadano e dove i soliti azzeccagarbugli abbiano inventato una qualche loro giustificazione non monta. Non basta dire che la società è passibile in se stessa, per la sua dichiarata indole di società, di imposta maggiore di quella propria dei privati, i quali lucrano altrettanto. Non basta dire che la società per azioni ha nel mondo moderno, di alto o di basso, di imperversante o di decadente capitalismo, acquistato siffatta importanza da renderla particolarmente atta a pagare imposte. Tutte queste sono chiacchiere, forse «politiche» se con questo aggettivo vogliamo significare concetti che non si sanno o non si osano manifestare apertamente. Noi chierici abbiamo il dovere intellettuale di sollevare il velo e chiedere: che cosa sta sotto al garbuglio? Qualche volta mera invidia bottegaia verso la grande impresa societaria. Tal altra, astuzia di finanziere che vorrebbe gravare su tutti col 40% e, non osando, infligge un secondo 20% su coloro che possono essere denunciati alla folla come l’incarnazione del capitalismo, la sanguisuga del popolo. Quando si vuol portar via a taluno il doppio dell’ordinario, è facile procacciarsi il plauso dei non colpiti, inventando etichette di infamia per gli spogliati.

 

 

Se si vuol mondare l’imposta sui dividendi dalla taccia di doppio, uopo è che il legislatore francamente dica: a me le società per azioni dispiacciono e piacciono invece le imprese individuali. Perciò tasso il reddito delle prime al doppio di quello delle seconde. L’eccesso dell’imposta nel primo caso diventa imposta multa contro le società anonime e premio a favore delle imprese individuali.

 

 

Ma affermare o lasciar credere che il reddito 100 è passibile di imposta doppia (più alta) solo perché prodotto da una società per azioni invece che da un imprenditore singolo è commettere reato di doppio. Il doppio è connesso con la bugia (uno è uguale a due) o con l’ipocrisia (vedo il due sotto la specie dell’uno). Al chierico non è lecito essere consapevolmente bugiardo od ipocrita.

 

 

Comunque la si rivolti, la tassazione del reddito della società ed, inoltre, degli azionisti è un doppio grossolano, se contemporaneamente l’industriale singolo, a capo di impresa provveduta di uguali mezzi e feconda di ugual reddito è tassato una volta sola. Il doppio esiste non perché il legislatore non possa tassare, se crede, due volte, ma perché esso non tassa due volte tutti coloro i quali si trovano in quella medesima situazione, in virtù di cui uno dei tanti è tassato due volte.

 

 

33. Talvolta, il doppio di imposta non ha origini così tonte. Sottile è la specie del doppio che nasce dalla distinzione fra capitale e reddito. Mevio, negoziante, Inizia l’impresa con 100000 lire. Dapprima il reddito è negativo, sicché per qualche anno Mevio vive consumando parte del fondo iniziale delle 100000 lire; ed anche questa parte, logicamente dal punto di vista suo, è compresa nel capitale dell’impresa. Come questa potrebbe costituirsi e durare, se il fondatore non potesse vivere? Poi, il reddito nasce ed a poco a poco cresce: da 3000 va a 5000, a 6000, a 10000, a 20000 lire. L’imposta (nel sistema italiano di ricchezza mobile, di cat. B) colpisce annualmente le 3000 e poi le 5000 e così via sino alle 20000 lire; e le decurta del 20%. Contemporaneamente Mevio capitalizza il reddito e negli inventari di fine anno calcola quale sarebbe il valor capitale dell’impresa se egli si decidesse a venderla. All’uopo egli usa un saggio di interesse, più alto, ad ipotesi, di quello del 5% che è, in quel tempo e luogo, usato per capitalizzare redditi di capitale puro. Nel caso suo, il reddito è invero frutto di capitale ed insieme di lavoro. Non converrebbe a lui impiegare capitale e lavoro se il frutto fosse quello soltanto ricavabile dal mero impiego di capitale. Suppongasi perciò che il saggio di interesse adoperato per la capitalizzazione del reddito sia del 10%, uguale al moltiplicatore, un tempo dicevasi al denaro dieci. Il calcolo fatto nei tempi successivi dà i seguenti risultati:

 

 

 

Valor capitale dell’impresa al denaro dieci calcolato alla fine di ogni intervallo di tempo sulla base del reddito netto

Intervalli di tempo

Reddito netto durante l’intervallo di tempo contro indicato

Imposta del 20%

sul reddito

Reddito netto depurato dall’imposta

 

depurato dall’imposta

(colonna d)

lordo

di imposta

(colonna b)

a

b

c

d

e

f

I

zero

II

3000

600

2400

24000

30000

III

5000

1000

4000

40000

50000

IV

10000

2000

8000

80000

100000

V

12500

2500

10000

100000

125000

VI

15000

3000

12000

120000

150000

VII

20000

4000

16000

160000

200000

VIII

25000

5000

20000

200000

250000

IX

20000

4000

16000

160000

200000

X

15000

3000

12000

120000

150000

XI

30000

6000

24000

240000

300000

XII

40000

8000

32000

320000

400000

 

 

I tempi considerati possono non essere consecutivi; e sono un intervallo, che qui implicitamente si suppone essere l’anno. I valori capitali sono calcolati alla fine di ogni intervallo, fatta l’ipotesi che il contribuente immagini, come per lo più fanno gli uomini, che l’ultimo reddito conseguito sia destinato a durare in perpetuo. Il calcolo di capitalizzazione è fondato sull’uso del denaro dieci, il quale comprende, oltre all’interesse del capitale e al salario dell’imprenditore, la opportuna quota di rischio.

 

 

Mevio si sforzerà di non vendere l’impresa prima del tempo V, perché egli non vuole liquidare in perdita; e spera, dall’avvio crescente degli affari, di potere, aspettando, ottenere un profitto. Nonostante temporanee crisi, l’impresa prospera. Al tempo XII, Mevio, ancora nel pieno vigore delle forze fisiche ed intellettuali, ma già avanzato negli anni, preferisce non correre il rischio della vecchiaia e della decadenza e vende. Il reddito, netto da tributo, dell’impresa, essendo di lire 32000, egli può alienarla al prezzo capitale di 320000 lire. In confronto delle 100000 spese, Mevio consegue un lucro di 220000 lire.

 

 

Sono le 220000 lire un lucro tassabile alla pari della serie (colonna b) dei redditi crescenti, con qualche passeggero indietreggiamento, da 3000 a 40000 conseguiti da Mevio nei tempi successivi dal I al XII?

 

 

34. La risposta, come molte in finanza, dipende dalla premessa posta dal legislatore.

 

 

Può darsi che questi si preoccupi esclusivamente di constatare quel che esce dall’impresa in ogni successivo intervallo di tempo, ed entra nell’economia del contribuente in aggiunta al rimborso del capitale iniziale versato dall’impresa.

 

 

Se questa è la premessa, è indubitato che Mevio dal momento iniziale a quello terminale incassò redditi netti periodici di 3000, 5000 ecc. sino all’ultimo di 40000 lire; ed alla fine incassò nuovamente lire 320000, deducendo dalle quali le 100000 iniziali investite, risultano guadagnate lire 220000 nette. Perciò è chiaro che, data la fatta premessa, l’imposta deve dapprima colpire, in ogni intervallo di tempo i redditi periodici di 3000, 5000, …sino a 40000 e poi al termine dell’impresa di Mevio le lire 220000 di buona uscita.

 

 

La più parte degli scrittori non dubita che questa sia la sola premessa possibile. Per quanto ho potuto capire, il fondamento della credenza, agli occhi di quegli scrittori inoppugnabile, è unicamente quello stesso che sta a base dell’accettazione delle verità assiomatiche, l’evidenza intuitiva. La credenza appare siffattamente ovvia ed universalmente ammessa che il negarla sembra cosa assurda e contraria all’ordine naturale del mondo.

 

 

35. Esiste tuttavia una qualche differenza fra l’assioma tributario e quelli che comunemente sono accettati come assiomi. La verità che la retta sia la linea più breve congiungente due punti è un assioma sul serio perché realmente gli uomini non saprebbero, comunque ragionassero, concepire la verità del contrario. Invece la premessa che lo stato debba prelevare imposta su tutte le somme le quali entrano nette nell’economia del contribuente in aggiunta al rimborso del capitale investito è una pura affermazione non provata e non provabile. Non basta dire che siffatta norma è giusta od è reputata giusta dai legislatori di tutti o molti tempi o paesi. Si recita così un atto di fede nella parola scritta, nella voce pubblica, nella parola del legislatore. Non si prova nulla. Non affermo che quella premessa sia erronea; ché tutte le premesse di ragionamento sono lecite se ragionate poi correttamente. Affermo che quella non è la sola premessa lecita.

 

 

36. Taluno potrebbe invero partire dalla premessa che l’imposta, voluta dal legislatore nella misura del 20% di ciò che entra nell’economia del contribuente al di là del rimborso del capitale investito, non produca al contribuente un danno superiore al 20%. Badisi che la misura del 20% non ha nulla di sacro. Potrebbe essere del 10 o del 30, a seconda del fabbisogno pubblico calcolato dal legislatore. La premessa dice solo che, qualunque sia la misura del sacrificio fissata dal legislatore, il sacrificio non sia poi, in virtù di qualche misterioso congegno od accadimento, maggiore o minore. Pare, con sopportazione degli scrittori aderenti all’opinione corrente, che anche questa sia una premessa lecita. Sembra anzi assiomatico ammettere che se il legislatore vuole bianco non voglia invece nero; se vuole 20 non voglia 30.

 

 

37. Orbene, è certo che la soluzione corrente viola la premessa. Non si discute dell’imposta (col. c) la quale colpisce i redditi ottenuti negli intervalli successivi di tempo (col. b). Essa è, ineccepibilmente, riscossa nella misura del 20% voluta dal legislatore. Ma l’imposta, di 44000 lire riscossa sul guadagno finale di 220000 lire, differenza fra la buona uscita di 320000 lire e il capitale investito di 100000 lire? Aritmeticamente, 44000 lire sono il 20% di 220000 lire. Mevio non subisce tuttavia, per fatto dell’imposta, un danno assai maggiore?

 

 

Guardisi all’ultimo rigo delle due ultime colonne. La buona uscita è di fatto di 320000 lire perché il mercato capitalizza al 10% (denaro o moltiplico io) il reddito di 32000 lire già depurato dall’imposta annua periodica. Se, però, l’imposta annua del 20% non esistesse, Mevio non solo otterrebbe un reddito di 40000 invece di quello di 32000 lire, ma potrebbe vendere l’impresa al prezzo di 400000 lire (col. f) invece che a quello di 320000 lire (col. e). Quindi l’imposta, cosidetta del 20% e voluta dal legislatore nella misura del 20%, in verità arreca a Mevio, rispetto all’eventuale guadagno di buona uscita, un danno assai maggiore. Così:

 

 

Valor capitale dell’impresa alla fine dell’intervallo di tempo XII che sarebbe stato ottenuto se non fosse esistita l’imposta del 20% sui redditi annui

Lire 400000

 

Valore capitale effettivamente ottenuto nel medesimo momento, esistendo la sovradetta imposta

320000

 

Danno subito dal contribuente a causa dell’imposta

 80000

 

Imposta del 20% pagata sulla differenza fra il

prezzo di buona uscita ed il capitale investito

44000

Totale danno del contribuente

124000

 

 

 

Qualunque siano i termini ai quali si voglia raffrontare il danno di 124000 lire subito dal contribuente, siano le 220000 effettivamente guadagnate o le 300000 (400000 prezzo di vendita in caso di assenza di imposta, meno le solite 100000 investite), la percentuale del gravame non è quella del 20% voluta dal legislatore, ma un’altra: del 56,36% se il ragguaglio si fa sulle 220000, o del 41,33%, se il ragguaglio si fa sulle 300000 lire. Perché il 56,36% o il 41,33% od una qualunque altra proporzione a scelta invece del 20% voluto dal legislatore?

 

 

38. Il perché non esiste, non essendoci perché atti a spiegare fatti incongrui. Ma la spiegazione dell’incongruenza è ovvia. Coloro i quali pongono la premessa corrente cadono nell’errore di credere che reddito e capitale siano non solo entità formalmente«distinte», che è premessa lecita del discorrere chiaramente, ma inoltre diverse ed «aggiuntive» l’una all’altra, che è affermazione arbitraria e grottesca. Perché esisterebbe, alla fine del tempo XII, un capitale di lire 400000 se non ci fosse imposta e perché, data l’imposta esiste invece un capitale di 320000 lire? La risposta è nota: in assenza di imposta, dinnanzi agli occhi del possessore e dell’eventuale acquirente dell’impresa si profilerebbe una serie infinita di redditi annui di 400000, ed invece, data l’imposta, la serie è soltanto di 32000 lire all’anno. Le due cose, capitale e reddito, non sono soltanto l’una in funzione dell’altra, ma sono due facce della stessa cosa, sono la medesima cosa riguardata da due punti di vista diversi. Se badiamo alle 40000 od alle 32000 lire annue future noi diciamo di vedere «reddito»; se accorciamo quelle visioni del futuro e le concentriamo, per così dire, nel momento presente, noi diciamo di vedere «capitale». Ma vediamo sempre la medesima cosa. L’imposta di 8000 lire annue che colpisce le 40000 e le riduce a 32000 lire annue colpisce nel medesimo istante il capitale; scorciando il reddito da 40000 a 32000, scorcia il capitale da 400000 a 320000. L’imposta che colpisca l’un nome della cosa colpisce ipso facto l’altro nome della stessa cosa. Un’imposta del 20% sul reddito è anche un’imposta del 20% sul capitale; e viceversa un’imposta sul capitale è un’uguale imposta sul reddito. Immaginare di poter stabilire un’imposta sul reddito o sul capitale senza che essa sia (dicesi sia e non si ripercota) altresì un’imposta sul capitale o sul reddito è illusione infantile.

 

 

39. Rispetto grandemente coloro che ritengono essere le 320000 lire capitali una entità diversa dalle lire 40000 reddito; ma sarebbe bene che essi chiarissero in che cosa consiste l’affermata diversità, e come quella eventuale diversità basti a spiegare le due tassazioni separate ed aggiuntive. Frattanto resta vero che capitale e reddito sono due entità o concetti forniti delle seguenti curiose proprietà : – se l’una scompare o varia, l’altra scompare o varia nello stesso senso;[5] – l’una non può essere goduta senza rinunciare al godimento dell’altra. Se si vuole godere il reddito, non si può anche ed inoltre godere il capitale; se si vuol godere il capitale non si può altresì godere il reddito; – l’una non può essere falcidiata dall’imposta senza che automaticamente l’altra non sia altresì falcidiata.

 

 

Dinanzi alle quali constatazioni di fatto non è stato possibile a coloro che sostengono doversi, dopo la riduzione delle 400000 a 320000, tassare ancora quel che nelle 320000 vi è in aggiunta alle 100000 investite, continuare a ripetere assiomaticamente: «dio ha comandato che dovesse esser tassato tutto ciò che in ogni successivo momento entra di nuovo nell’economia del contribuente»; perché anche i pappagalli, i quali non siano resi ottusi dalla predicazione secolare delle medesime parole senza senso, hanno la vaga impressione che dei comandamenti divini occorra nella piatta materia finanziaria rendersi conto. Gli ordini di dio o del legislatore entrano nel cuore degli uomini colla persuasione dell’evidenza o della ragione. Come sperare, tuttavia, ragionamenti dai cocoriti i quali da trent’anni mi rinfacciano, ogni volta che tiro fuori questa faccenda dei veri doppi d’imposta, l’offesa a dio il quale ordinò che base sola unica immarcescibile perpetua dell’imposta sia quanto, in ogni successivo intervallo di tempo, entra nell’economia del contribuente in aggiunta al capitale iniziale versato? Verrebbe la voglia di scalpellare il cranio dei ripetitori per vedere come è fatto un cervello inetto a capire che qualunque premessa definizione proposizione (come dire?) è arbitraria provvisoria valida solo nei limiti della sua utilità ragionarci sopra ed a trarne conseguenze. È o non è vero che dall’una definizione nascono gravami di tributo differenti per redditi che il legislatore ha voluto trattare ugualmente? E vero o non è vero che dall’altra definizione tali disuguaglianze non nascono? E vero o non è vero che il dibattito non è tra definizioni, che sarebbe stupidissimo dibattito, ma se si voglia o non quel tale risultato di diversità di peso?

 

 

40. Taluno, che vede l’assurdità del trincerarsi dietro una definizione, prende il toro per le corna e dice: «sì, la tassazione degli incrementi di capitale (col. e) dà luogo ad un maggior onere (56,36 ovvero 41,33% ovvero qualche altra proporzione percentuale) subito dal contribuente in confronto al 20% che il legislatore deliberò in generale. L’errore però non sta nel maggior onere, ma nel non dire apertamente che per l’appunto esso è voluto o dovrebbe essere voluto dal legislatore».

 

 

Questa è una tesi logica. Il legislatore ha piena podestà di tassare l’un reddito col 20% e l’altro col 40 o col 60 od anche col 100%. Si aggiunga solo che i legislatori saggi usano dar ragione di siffatto loro diverso comportamento. Nel caso presente, a spiegare la maggior tassazione, malauguratamente nascosta e che giustamente si vuole fatta palese, si adduce una proprietà che avrebbero gli incrementi [di capitale] in confronto ai redditi e sarebbe la propensione maggiore degli «incrementi»a patire imposta in confronto dei «redditi». Ho messo le parole «di capitale» fra parentesi quadre ad indicare che l’accento deve mettersi sul concetto «incremento», che sarebbe il genere, più che su quello «di capitale», che sarebbe un semplice qualificativo del genere. Esisterebbe cioè negli incrementi una qualche proprietà, una specie di magnetismo che li spingerebbe, quasi attratti da una forza irresistibile, ad abbracciare con maggiore affetto l’imposta, di guisa che il peso di un 40% sull’incremento equivarrebbe, a cagion d’esempio, a mala pena ad un peso del 20% sul reddito.

 

 

41. In che cosa consista la proprietà magnetica filo-tributaria del puro incremento è per altro alquanto misterioso, ove si paragoni, come si deve, il puro incremento di capitale (eccesso oltre l’investito) al puro reddito.

 

 

Non può trattarsi di una maggiore facilità o minor merito di guadagnar incrementi di capitale che non di reddito. Capitale e reddito sono due fratelli siamesi, due facce del medesimo fatto. Se è facile che il capitale passi da 100000 a 400000 ciò accade soltanto perché e purché sia ugualmente facile che il reddito passi da 10000 a 40000. Non si può affermare che occorra, a cagion di presunta maggiore agevolezza di guadagno, tassare più del normale l’incremento di capitale da 100000 a 400000, senza affermare nel tempo stesso la ragionevolezza di tassare altresì nella stessa maggior misura dei normale l’incremento di reddito da 10000 a 40000. Come dimostrare che, se i redditi ed i loro incrementi (col. b) sono tassabili col 20% (col. c), i relativi incrementi di capitale (col. e od f) non più facili o più difficili ad ottenersi degli incrementi di reddito debbono essere tassati con aliquota percentuale due o tre volte maggiore? Nessuno, che io sappia, ha dato una risposta, decentemente presentabile e comprensibile, al quesito.

 

 

42. Per la stessa ragione non può trattarsi – ma è solo un altro modo di esprimere lo stesso concetto – di una maggiore imprevedibilità dell’incremento, sicché questo sia come un bolide piovuto dal cielo, un qualcosa che lo stato può occupare senza danno, perché il contribuente non se l’aspettava, e, non facendovi assegnamento, non sente vivo il dolore della sua privazione a cagion dell’imposta.

 

 

Di nuovo, l’incremento di capitale è la conseguenza dell’incremento di reddito. Il primo è impreveduto se e nella stessa misura in cui non è preveduto il secondo. Se il contribuente prevede l’incremento di reddito da 10000 a 40000, prevede ipso facto l’incremento di capitale da 100000 a 400000. Quindi se si giudica che il «preveduto» o «prevedibile» sia un fattore differenziale d’imposta, l’imposta deve essere maggiore del normale 20% tanto per l’incremento di reddito quanto per l’incremento di capitale. 43. Gira e rigira, la tassazione dei guadagni od incrementi è un qualcosa di più in confronto alla tassazione normale e di esso non si vede ragione per i soli incrementi di capitale. Se il qualcosa di più è ragionevole, è tale per ambedue: reddito e capitale; ed anche in tal caso il qualcosa di più deve essere applicato soltanto sull’uno ovvero sull’altro, non su ambedue, o, se si vuole distribuirlo un po’ sull’uno e un po’ sull’altro, occorre che la somma dei due oneri sia uguale al prefissato «qualcosa».

 

 

Suppongasi vero che, se il reddito – base o reddito – normale, ad ipotesi 20000 lire, è tassabile col 20%, le eccedenze sulla base o sul normale debbano essere tassate col 40%. Ecco senz’altro colpite altresì col 20 e col 40% le proiezioni attuali dei redditi futuri a cui si dà il nome di capitale.

 

 

 

Reddito netto prima dell’imposta

 

Aliquota dell’imposta

 

Ammontare dell’imposta

 

Reddito netto depurato dell’imposta

 

 

 

Valore capitale corrispondente, al denaro dieci, al reddito netto

 

Perdita di valore capitale conseguente all’imposta sul reddito

prima dell’imposta

depurato dall’imposta

Reddito base

20000

20%

4000

16000

200000

160000

40000

Eccedenza

20000

 

40%

8000

12000

200000

120000

80000

Reddito totale

40000

12000

28000

400000

280000

120000

 

 

L’imposta del 20% sulle prime 20000 lire di reddito e quella del 40% sulle ulteriori 20000, supposte od immaginate più facili o più impreviste ad ottenersi delle prime, più manna o più bolide piovuti dal cielo dove si confezionerebbero i redditi, produce nel tempo stesso automaticamente due effetti inscindibili: riduzione dei redditi normali da 20000 a 16000 e dei redditi eccedenza od incrementi di reddito da 20000 a 12000 e riduzione dei capitali corrispondenti da 200000 rispettivamente a 160000 e a 120000 lire. Il contribuente, pagando 4000 e 8000 all’anno d’imposta su due ammontari identici di reddito, distinti per la sola circostanza del venire l’uno prima e l’altro dopo, soffre perciò anche, senza uopo di nessun altro pagamento, la perdita di 40000 e 80000 lire sui due corrispondenti identici valori capitali. Come potrebbe essere diversamente se i valori capitali altro non sono se non la capitalizzazione al momento attuale dei redditi futuri?

 

 

Non occorre affatto tassare in aggiunta il contribuente sulle 120000 di incremento netto di capitale corrispondente all’eccedenza netta di 12000 lire sul reddito-base per fargli entrare nella testa l’idea che gli incrementi di capitale meritano di essere tassati di più dei capitali. Quell’idea è già penetrata, purtroppo per lui, nel vivo della sua tasca. Quella che gli sarebbe, ora, inculcata sarebbe un’altra diversa idea: dopo avere già sofferto, a causa della sua abilità ad acchiappare la manna nel deserto o della sua incapacità a prevedere il futuro, un 40% invece che un 20% di imposta, egli meriti di pagare un altro aggiuntivo 20 o 40% su quel che gli resta di incremento di capitale. Egli chinerà la testa, sapendo che, se chiedesse ragione della disgrazia che gli tocca, la risposta potrebbe essere solo: quia nominor leo. Risposta perentoria nel mondo reale, non in quello delle dispute teoriche.

 



[1] Perciò nella tabellina del testo quella cifra fu scritta in corsivo e tra parentesi quadre.

[2] Poiché non è necessario che le persone colte conoscano il significato delle lettere dell’alfabeto nel gergo fiscale, giova notare, sebbene si tratti di cosa notissima, che la lettera A indica i redditi di capitale puro (interessi di mutui, pubblici e privati), la B i redditi misti di capitale e lavoro (redditi industriali e commerciali ottenuti da società e da privati), la C1 i redditi incerti e variabili di lavoro (onorati e compensi di esercenti professioni liberali), la C2 i redditi in cifra determinata di lavoro (stipendi, assegni e pensioni di impiegati privati), la D i medesimi redditi di lavoro di impiegati pubblici.

[3] Nel testo si parla di un istituto-imposta sul reddito dei titoli al portatore – il quale aveva per iscopo di persuadere i possessori di azioni di iscriverle al nome, nel qual caso l’imposta non era dovuta. Era sistema ottimo, oggi venuto meno, per l’abolizione delle azioni al portatore [Nota del 1958].

[4] Dicesi «potrà» per ragioni di ipotesi, che qui non si vuol né discutere, né ammettere, ma solo accennare per rigor di distinzione logica di concetti distinti.

[5] Ovviamente la proposizione ora affermata non diventa erronea solo perché mutando qualche altra circostanza, per esempio il saggio di capitalizzazione, alla variazione dell’una cosa in un senso corrisponde una variazione nello stesso senso ma con intensità diversa o addirittura in senso diverso dell’altra cosa. Bisognerebbe poter dimostrare che la variazione di quell’altra circostanza e logicamente legata e in qual modo con la causa di variazione del reddito o del capitale – imposta – che nel caso specifico si considera.

Il mito del contribuente che paga fino all’ultimo centesimo

Il mito del contribuente che paga fino all’ultimo centesimo

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 21-37

 

 

 

 

1. Don Chisciotte combatteva contro i mulini a vento. Chi in realtà non paga imposta grida sovra ogni altro perché egli è convinto di pagare più che ogni altro. I bilanci degli stati moderni sono aduggiati da miti, dietro ai quali c’è il vuoto.

 

 

Potentissimo fra i miti tributari contemporanei è quello dell’imposta pagata fino all’ultimo centesimo dall’impiegato pubblico. Ho riflettuto a lungo sul pro e sul contro dell’imposta sul reddito dell’impiegato; ed ho concluso che il pro è calante di peso. Giova, per la sua nitidezza, cominciare da quest’ombra feconda di rancori.

 

 

2. Nessun reddito, dice il canone dell’uguaglianza, – unico canone conosciuto in materia d’imposta, per l’assurdità propria dell’ammettere disuguaglianza deve andar esente da imposta. Quindi lo stipendio dell’impiegato, essendo reddito, deve pagare imposta al par di ogni altro reddito della medesima specie. Offenderebbe la giustizia, creerebbe una classe privilegiata chi mandasse esenti gli impiegati dall’imposta che tutti pagano. Perché il privilegio? Se ogni altro reddito simile paga l’8%, ed anche quello dell’impiegato paghi il medesimo 8%. Importa che l’impiegato non si senta estraneo alla vita dello stato, importa che, pagando tributo, egli sappia per esperienza che per lui lo stato non significa solo il vantaggio dello stipendio, non è solo una vacca da mungere, ma è l’ente collettivo al cui mantenimento bisogna provvedere con sacrificio proprio. Quand’anche l’imposta fosse per lui pura forma, importa che l’impiegato sappia ad ogni fin di mese che egli avrebbe ragion di riscuotere stipendio di 100 lire se l’imposta di 8 non glielo decurtasse a 92. Quella cifra e quella sottrazione sono, per lui e per gli altri, il simbolo della sua partecipazione alla vita collettiva. Questo è il peso che grava sulla bilancia del sì ed è peso, il cui valore morale è certo altissimo.

 

 

3. Valore puramente morale, ché il valore economico dell’imposta per l’erario pubblico è nullo, anzi, sia pure per importo trascurabile, negativo. Trattasi di mera partita di giro, il cui ufficio è esclusivamente di moltiplicare le scritturazioni sui pubblici libri contabili. Invece di scrivere e pagare gli stipendi in lire 92 nette, occorre scrivere 100, configurare una ritenuta di imposta di 8 e, dopo congrua scritturazione ripetuta per milioni di partite, pagare 92. Il rigiro di scritture non inganna nessuno. Nessun impiegato, in nessun momento della carriera, all’inizio, nel suo progresso, entrando in quiescenza, presta la minima attenzione alla cifra lorda dello stipendio; tutti occupandosi solo del netto. Il simbolo dell’imposta pagata disturba per le frazioni di lira a cui dà origine.

 

 

4. Il valore economico dell’imposta sull’impiegato è tuttavia, si afferma da taluno, effettivo per quanto tocca l’avvenire. E indifferente ricevere 100 meno 8, uguale a 92, ovvero 92; non è indifferente sapere che l’8 d’imposta può crescere a 10 o diminuire a 6. Lo stato può aver ragione di volersi riservare il diritto di far partecipare gli impiegati all’onere cresciuto od al vantaggio della diminuzione delle pubbliche spese in funzione del reddito nazionale. Quando tutti gli altri contribuenti debbono sottostare ad un sacrificio maggiore, perché non gli impiegati?

 

 

5. Allo scopo di valutare con esattezza il peso economico dell’alea di aumento o diminuzione dell’imposta nell’avvenire, si avverta che quel peso fu spesso ritenuto calante nel caso analogo degli interessi del debito pubblico. Anche qui si presentò il quesito: 5 lordo meno 1 d’imposta, uguale a 4 interesse netto per ogni 100 lire nominali del capitale del debito statale, ovvero 4 netto da qualunque imposta presente e futura? In Italia e, nella più parte dei casi, in Francia si concluse per il 4 immune da tributo, sovratutto, si osservi, perché l’immunità garantisce il sottoscrittore dal rischio di aumento futuro di imposta. Se il sottoscrittore è disposto a pagare 100 lire un 4% perpetuo, netto da qualunque imposta, non è altrettanto propenso a pagare ugual somma per un 5% lordo di imposta. Oggi l’imposta è del 20% del reddito e diffalca 1 lira dal reddito lasciando un resto uguale a quello ottenuto nell’altro caso. Ma il risparmiatore, il quale ha il coltello per il manico, perché il suo risparmio ha tuttora forma liquida di denaro, dubita che il 20% rimanga costante. Chi dubita, non pensa che l’aliquota possa diminuire al 18%; teme, ed è persuaso a temere dall’esperienza passata, che l’imposta cresca al 22%. Chi teme, esagera il pericolo temuto. Il rischio di aumento che, secondo la probabilità storica, dovrebbe in quel paese e in quel tempo essere limitato ad un 2%, è dall’immaginazione cresciuto al 4%. Si sconta, invece del 20% attuale e del 22% possibile, un 24% immaginario; e si capitalizza, suppongasi al 4%, in 95 lire il reddito di 5 meno 1,20 imposta immaginaria, ossia 3,80 nette previste. Lo stato, il quale oggi ha la scelta fra il vendere a 100 un 4% netto od a 95 un 5 lordo che, dedotta 1 lira di imposta attuale, importa un onere effettivo di 4 lire, sceglie il 4 netto. Il maggior prezzo capitale di 5 lire riscosso subito lo indennizza largamente per la rinuncia ipotetica al diritto di aumentare l’imposta in un caso di necessità futura e incerta che forse non si verificherà mai. Del resto lo stato non assume, di fatto, impegni eterni. Scadono i debiti a tempo, si convertono, alla prima occasione favorevole e legalmente utilizzabile, i prestiti perpetui. Nel momento della novazione, lo stato, nel fissare le condizioni del prestito, tien conto del diverso, maggiore o minore, onere di imposta e fissa il saggio di interesse in modo da trarre nuovamente vantaggio dall’offerta di un titolo netto invece che di un titolo lordo. In argomento di debito pubblico, il vantaggio economico «per l’erario pubblico» è dunque il fattore dominante della decisione. Lo stato non si attarda a riflettere se da un punto di vista morale o politico giovi dare l’impressione che anche i portatori dei titoli di debito pubblico paghino l’imposta. Lo stato sa che quella è una impressione contabile, la quale non ha nessun rapporto con la realtà; e passa sopra all’impressione, preoccupato solamente di fare il «proprio» vantaggio.

 

 

Il «gran tesoriere» o ministro delle finanze non geme sotto l’incubo dei miliardi di lire di titoli di debito pubblico immuni dal tributo. Dissimile da quel granduca di Toscana, del quale si favoleggia dicesse: sì il granducato è mio, ma la terra è dei preti e frati e monache, che non pagano imposte!, il moderno tesoriere dello stato s’è fatto pagare in anticipo il prezzo dell’immunità largita; e si farà pagare opportuni nuovi acconti di prezzo ad ogni volta il contratto di mutuo, giunto a scadenza, sarà novato. Esiste forse un comandamento divino, il quale obblighi ad esigere il balzello ad ogni anno piuttostoché decupla somma ad ogni dieci anni?

 

 

6. Perché lo stesso ragionamento non deve applicarsi allo stipendio degli impiegati pubblici? La scelta non potrebbe essere fra il pagare 100 lordo meno 8 d’imposta uguale a 92 nette ed il pagare 90 nette da qualsiasi imposta presente e futura? Gli impiegati non preferirebbero forse, a gran maggioranza, un 90 assicurato contro qualsiasi variazione di imposta ad un 92 incerto? Né lo stato sarebbe legato al 90 in perpetuo. Mutando notevolmente l’onere del tributo, lo stato potrebbe, ferme rimanendo le condizioni pattuite per i vecchi impiegati, fissare per i «nuovi» lo stipendio netto in 88 od in 92 lire. Poiché il fato degli impiegati è quello di morire, ancor prima che alla vita, all’impiego, la variazione, anche se riferita soltanto ai «nuovi» finirebbe a poco a poco con l’estendersi a tutti. Perché l’immunità dall’imposta non dovrebbe essere feconda, nel caso degli impiegati, del medesimo vantaggio per il pubblico erario che è sua caratteristica per il debito pubblico? L’immunità agirebbe sull’immaginazione con potenza maggiore del suo valore reale. Non è forse risaputo quanta virtù possedesse in passato, quando essa era un raro privilegio, la prospettiva della pensione, a procacciare allo stato servitori fedeli laboriosi capaci e contenti di stipendio inferiore ai guadagni possibili nelle attività private? Oggi il miraggio della pensione opera meno, perché sta diventando universale, grazie alle leggi sociali di previdenza per la invalidità e la vecchiaia. L’immunità dell’imposta sarebbe un ottimo sostituto di quel miraggio e sarebbe feconda per lo stato di non minore risparmio di spesa.

 

 

7. Sarebbe feconda altresì di un vantaggio morale, non suscettibile, come ogni altro fatto morale, di misura quantitativa, di peso non però piccolo; ed è il mancato stimolo all’invidia. Dove lo stipendio dell’impiegato è tassato, il suo è il metro della giustizia tributaria. Poiché egli è tassato sull’intiero reddito e neppure un centesimo del suo reddito sfugge al tributo, ogni altro contribuente è frodatore se il suo reddito non sia tassato altresì sull’intiero reddito e questo non è misurato con i medesimi criteri con cui sono misurati gli stipendi.

 

 

Non monta osservare che una parte soltanto dei redditi nasce ed entra, al par dello stipendio dell’impiegato, nella economia dei contribuenti in cifra fissa, determinata in quantità certa legalmente dovuta, laddove la gran massa dei redditi sorge ed entra in quantità variabili ed incerte, mal note allo stesso contribuente; e quindi ragionevolmente diversi debbono essere i criteri di misurazione.

 

 

Non monta, ché gli impiegati hanno sempre pronti ragionamenti atti a dimostrare che i loro redditi sono più belli, ossia più agevolmente accertabili, di ogni altro. Se si tratta di redditi anch’essi certi, come gli interessi dei capitali dati a mutuo, eccoli osservare che gli interessi, accertati con sicurezza, dei mutui ipotecari o delle obbligazioni ecc., sono una quantità trascurabile in confronto agli interessi dei mutui chirografari o cambiari non registrati, i quali sfuggono all’accertamento. Addosso perciò a chi paga per fargli subire il fio delle colpe del frodatore! Non vale constatare che, oggi, gli impiegati privati non possono nascondere gratificazioni, mance, indennità, e che è praticamente impossibile l’accordo illecito a danno del fisco, fra datori di lavoro ed impiegati. Corre negli uffici pubblici la leggenda che l’impiegato privato non paghi ed è leggenda divenuta dogma incrollabile.

 

 

Se si tratta di redditi incerti e variabili di industriali e commercianti, oggi tassati in Italia col 14% dal solo stato e col 20% circa in complesso dallo stato, dagli enti locali e dagli altri enti aventi diritto di imposizione, o di professionisti tassati col 12% dal solo stato e col 16% almeno in complesso, l’invidia produce risultati assai più perversi. Poiché, come si disse dianzi, il solo canone universalmente ammesso e pacifico di tassazione è il canone di uguaglianza, le tre aliquote diverse di tassazione dell’8% sugli impiegati pubblici, del 16% sui professionisti e del 20% sugli industriali si conformano evidentemente a quel canone solo se si ammetta che, laddove si tassino gli industriali sull’intiero reddito, i professionisti meritino di essere tassati sui quattro quinti di esso e gli impiegati pubblici su due quinti. Un rapporto di tassabilità come fra 100 ed 80 fra redditi industriali e professionali pare approssimativamente corretto. Ambi sono incerti e variabili, ambi dipendono dalla vita e dalla capacità di lavoro del contribuente. Ma l’uno, quello dell’industriale, vive anche oltre la vita produttiva di lui, sia pure di vita ridotta e destinata a spegnersi ben presto se non lo conforti nuovo lavoro di altro contribuente. Ma il figlio, la vedova, l’erede dell’industriale può, liquidando l’impresa, trarne un capitale capace di produrre un reddito, più scarso bensì, talvolta assai più scarso, ma perpetuo. Laddove il reddito del professionista muore con lui e, salvo casi rari, la cessione dell’avviamento non ha quasi importanza. Queste son le ragioni, persuasive al buon senso ed all’opinione media, le quali dicono che, se si vogliono tassare tutte le cento lire del reddito dell’industriale, è corretto tassare solo 80 lire sulle 100 del reddito del professionista, ovvero, il che fa lo stesso, se si tassano col 20% le 100 lire del primo, fa d’uopo tassare soltanto col 16% le 100 lire del secondo.

 

 

8. Sono ugualmente persuasive le ragioni le quali dicono che, se è corretto tassare col 16% il reddito del professionista, si deve in ossequio al canone dell’eguaglianza, tassare coll’8% lo stipendio dell’impiegato pubblico? Limitiamo il confronto a queste due categorie; che avendo ammessa la correttezza del rapporto da 100 ad 80 fra industriali e professionisti, ove si ammetta per corretta la proporzione da 2 ad 1 fra la capacità di pagare dei redditi professionali e di quelli impiegatizi, risulterebbe dimostrata anche la correttezza del rapporto istituito fra impiegati ed industriali.

 

 

Dire che il guadagno del professionista merita di essere tassato col 16% e lo stipendio dell’impiegato pubblico coll’8% equivale a dire, secondo il canone dell’uguaglianza, il quale impone che due redditi uguali debbono essere tassati ugualmente, che se il reddito del professionista è tassato col 16% sull’intero suo ammontare, il reddito dell’impiegato deve essere tassato del pari col 16% sulla metà del suo ammontare.

 

 

Risponde la norma al comando del buon senso applicato all’osservazione dei fatti reali? Non pare, ove si parta dalla premessa, logicamente necessaria, che qui si confrontano unicamente redditi uguali. Si paragonano cioè tra loro due redditi di 500 o due di 1000 o due di 3000 lire al mese; non un reddito di 500 di impiegato con altro di 3000 di professionista. Paragonare 500 con 3000 significa discutere non della specie del reddito ma del suo ammontare. E di ciò si può discutere, qualunque sia la specie del reddito, ma non ha importanza per il problema qui esaminato. Se i redditi dei professionisti sono in generale più vistosi saranno colpiti con aliquota più elevata nella sede (in Italia la complementare) scelta a colpire di più i redditi grossi dei minuti. Non perciò è lecito confondere il più grosso col diverso.

 

 

9. A parità di ammontare, i due redditi come si distinguono dunque l’uno dall’altro?

 

 

 

Reddito di impiegato

Reddito professionale

 

È legalmente dovuto fin dall’inizio. È sperato.

 

È in somma certa. È in somma incerta.

 

È in somma fissa. È in somma variabile.

 

È dovuto durante i congedi di vacanza periodici. Non è accumulabile, se non in parte, durante i congedi contro descritti.

 

Dà luogo a pagamenti totali durante le malattie brevi o parziali e durante più lunghi periodi di aspettativa per ragioni di salute.

 

 

Non dà luogo ad alcun pagamento in tempo di malattia o di assenza per ragioni di salute.

 

Dà luogo ad un trattamento di pensione.

 

Non esiste diritto a pensione.

 

La pensione è parzialmente riversibile alla vedova ed ai figli. Non esistendo pensione non esiste riversibilità.

 

 

 

Il reddito dell’impiegato, a parità di ammontare, vale di più di quello del professionista. Se l’impiegato può ragionevolmente spendere tutte le sue 100 lire, il professionista che facesse altrettanto, si comporterebbe imprudentemente. Le sue 100 lire sono godibili solo in parte. Quale sia questa parte è impossibile dire con certezza. Approssimativamente, si potrebbe dire che il professionista è al sicuro se si limita a spendere la metà, è imprudente se spende più dei tre quarti del suo reddito. Il resto non è reddito, è accantonamento per bisogni futuri, simile al contributo del 6% che l’impiegato pubblico versa in Italia al fondo pensioni e su cui pacificamente non cade imposta. Perciò, ancora, la logica vorrebbe che se l’impiegato è tassato su 100, il professionista debba, all’incirca, essere tassato soltanto su 60, ovvero che se l’impiegato deve una imposta dell’8% il professionista ne debba una del 5%. S’intende, dell’8 e del 5% rispettivamente «in complesso» allo stato, province, comuni ed altri enti tassatori, poiché impiegati e professionisti si giovano ugualmente, in quanto tali, dei servigi di tutti gli enti centrali, locali e di categoria. Invece del 5%, i professionisti pagano suppergiù il 16%, più del triplo.

 

 

10. Se si chiede la ragione della discrepanza fra il ragionamento e la realtà, si odono risposte vaghe incerte. Poiché non si può arguire dal fatto nudo che gli uni sono impiegati e gli altri professionisti, ché tanto varrebbe arguire dal fatto che gli uni sono simpatici e gli altri antipatici, gli uni hanno i capelli neri laddove gli altri li hanno biondi, si sussurra vagamente che il maggior peso comparativo – più del triplo – gravante sui professionisti, è la difesa dell’erario contro la frode fiscale. I professionisti occultano gran parte, si dice, del loro reddito; epperciò se basterebbe far loro pagare un 5%, ove pagassero su 100, fa d’uopo invece paghino il 16%, poiché essi si industriano a pagare solo su 30 lire ogni 100 del loro vero reddito. L’argomentazione, in verità, non è esposta in siffatta aperta maniera; ché sarebbe troppo indecente. Coloro che la sussurrano, non osano affermare che il legislatore compia un atto di giustizia (16 invece di 5) allo scopo di ovviare alle conseguenze di una frode (denuncia da parte di contribuenti professionisti di 30 invece di 100). Se frode esiste, lo stato non può abbassarsi quasi a legittimarla dicendo: «so che voi frodate; prendo atto della frode e la elimino tassandovi con peso triplo del giusto». Il legislatore, il quale usasse linguaggio tanto grossolano, inviterebbe senz’altro anche i contribuenti onesti alla frode. Né il legislatore ha mai così parlato.

 

 

II. I difensori dell’aliquota tripla di quella corretta girano perciò la posizione ed affermano che, nei riguardi del professionista, i funzionari della finanza tengono conto di fatto delle caratteristiche precarie incerte terminabili del reddito del professionista e lo valutano al di sotto della realtà. Non si tratta di frode, ma di equità. Si sa che il professionista ha reddito incerto variabile, il quale cessa durante le ferie e le malattie, scema e scompare in vecchiaia e non dà luogo a pensioni riversibili. Perciò i funzionari sono equi e abbassano il reddito imponibile al disotto di 100. Chi oserebbe tuttavia affermare che essi lo abbassino da 100 a 30 circa, quanto sarebbe necessario perché l’aliquota legale del 16% diventasse di fatto del 5%, quale dovrebbe, per il canone dell’uguaglianza, essere? Corrono esagerazioni grossolane intorno all’occultamento o, come altri dice, al benigno apprezzamento dei redditi professionali. Salvo casi eccezionali, i quali non possono erigersi a norma di giudizio, le due quantità del reddito effettivo e del reddito accertato si sono a poco a poco avvicinate singolarmente; e non sarebbe da far meraviglia che in anni di depressione nei redditi, le cifre accertate siano rimaste non di rado «al di sopra» delle cifre vere. Accanto a qualche mezza dozzina di professionisti principi nelle grandi città, rispetto ai quali una certa benignità di trattamento può darsi sia fatto reale, per la grande maggioranza vale il vecchio proverbio: denari e santità metà della metà. Salvoché nelle chiacchiere delle botteghe di caffè, dove si compilano dagli sfaccendati le liste dei pingui redditi altrui, la media dei redditi professionali accertati non sta troppo al di sotto della media dei redditi effettivi.

 

 

12. Il punto essenziale è che, sia pure ridottissima di fatto in confronto all’immaginazione, ogni benignità di fatto negli accertamenti è inammissibile. Due metodi possono essere adottati dal legislatore per tassare equamente l’impiegato ed il professionista, se egli sia persuaso che, per le caratteristiche inferiori del suo reddito, il professionista debba pagare una imposta uguale ai cinque ottavi di quella pagata dall’impiegato:

 

 

 

Primo metodo: imponibile uguale ed aliquota differenziata:

 

  Impiegato Professionista

 

Reddito effettivo

100

100

Reddito imponibile

100

100

Aliquota %

8

5

Imposta pagata, lire

8

5

 

Secondo metodo: imponibile ridotto ed aliquota uguale:

Reddito effettivo

100

100

Reddito imponibile

100

62,50

Aliquota %

8

8

Imposta pagata, lire

8

5

 

 

 

Il primo metodo fu adottato dal legislatore italiano del 1923, il secondo da quello del 1864. Ambi sono corretti, e producono effetti uguali, purché alternativi. Scelto l’un metodo dal legislatore, esso deve essere applicato con rigidità; e non innalzare l’aliquota sui professionisti dal 5%, che sarebbe dovuta per uguaglianza di peso al 16% per il motivo o pretesto che il reddito imponibile, invece di essere 100, di fatto è 30. Su qual testo di legge si fonda una stima presunta tanto inferiore al vero? In verità, non è esatto affermare che la stima sia 30; essendo probabile che essa oscilli, a seconda dei casi e degli anni, fra un 30 ed un 120, con un centro di gravità empiricamente valutabile a forse 80; cosicché, se queste intuizioni sono vere, il professionista paga dal 12 al 14% del suo reddito effettivo invece del 5 che gli spetterebbe. Sperequazione meno grave di quella da 16 a 5, ma tuttavia fortissima.

 

 

13. Dalla sperequazione vi è una via di uscita: togliere di mezzo l’ingombrante pietra di paragone, ossia l’imposta sugli impiegati. Improduttiva anzi costosa per l’erario, l’imposta sul reddito degli impiegati pubblici eccita l’ira e l’invidia di questi, i quali seguitano a ripetere fastidiosamente noi paghiamo su tutte 100 (e non è vero, poiché pagano su 93 circa, che sono le 100 meno i contributi pensioni e sussidi) e gli altri pagano su 80, su 70, su 60 ecc. ecc. Non v’ha impiegato il quale nell’intimo foro della sua coscienza non sia convinto che gli «altri», tutti gli altri, industriali, agricoltori, professionisti, impiegati privati, operai frodino a man salva e non paghino che su una frazione irrilevante del loro reddito. Ah! se tutti pagassero, non vi sarebbe bisogno di far pagare tanto!; ah! se tutti pagassero, quante spese si potrebbero affrontare!; ah! se tutti pagassero, – come paghiamo noi, si sottintende – i ministri delle finanze non sarebbero travagliati dallo spettro del disavanzo! Il grottesco di tutto ciò è che tutti pagano, in realtà o in apparenza, assai; e, se nessuno pagasse, non si capirebbe donde vengano in Italia i più che 25 miliardi di imposte sacrosantamente ogni anno versati nelle casse statali e locali da un reddito nazionale totale che solo qualche statistico dotato di gran buon cuore estimativo osa spingere sino a 120 miliardi. Tra i fantasmi, di cui «in parte» si compongono quei 25 miliardi, e senza i quali quei 25 miliardi non potrebbero sul serio essere pagati, il più impalpabile di tutti è il fantasma dell’imposta sugli impiegati, mero giro contabile, sotto cui non sta alcuna sostanza.

 

 

Taluno, forse, paventa la tracotanza dell’impiegato fatto immune dal tributo? Dicesi che in qualche paese forestiero la superbia propria dei pochi che, tardi di intelletto ed investiti di una minima particella del potere di coazione, tiranneggiano il pubblico dietro uno sportello ufficiale, sia stata cresciuta dall’immunità tributaria. A me sembra di non dover temere, per tal motivo, incremento di superbia. I più tra gli impiegati ben sanno che il loro ufficio sta nel rendere servizio e non nel recar noia al pubblico; e sui pochi tonti potrà più la preoccupazione di perdere l’immunità, la quale è privilegio, che non il desiderio di menarne vanto, che potrebbe offendere e provocare l’abolizione del privilegio.

 

 

14. Io non so se l’imposta gravi su qualcuno, impiegato o non impiegato. L’idea che l’imposta sia un qualcosa che gravi su qualcuno è un sottilissimo inganno da cui gli uomini sono presi e che li spinge ad assaltarsi l’un l’altro con gran rabbia. In attesa di analizzare (nel capitolo ottavo) le fila di cui l’inganno è tessuto per tutti, sciogliamo uno dei suoi groppi più aggrovigliati, abolendo l’imposta sugli impiegati e rendendo a questi la serenità. Ridotti gli stipendi da 100 lordi a 90 netti,[1] gli impiegati, guardandosi attorno si persuaderebbero facilmente che le loro remunerazioni sono superiori alla media delle remunerazioni private[2] per lavori di ugual pregio e non persevererebbero nell’accanimento di universali immaginarie presunzioni di frode verso i contribuenti. Chi fosse o fosse reputato in condizione di privilegio, anche se il privilegio fosse voluto dall’interesse dello stato, non oserebbe moralmente gridare contro i non privilegiati. Colui che fosse immune da imposta non avrebbe veste per accusare altrui di frode. La equità o perequazione fra i paganti potrebbe essere così meglio osservata, senza interferenze emotive perturbatrici da parte di chi, non pagando, oggi immagina stravagantemente di essere solo a pagare.

 

 

15. Il fantasma dell’imposta sugli stipendi degli impiegati interessa forse più degli altri perché intorbida l’intelletto e l’animo di uomini vivi, esagitandoli contro altri uomini vivi. In altri casi, l’evidenza del fantasma è così chiara, che gli uomini incontrandosi dovrebbero al più ammiccar tra loro come auguri, sorridendo. Eppure il fantasma, se è d’imposta, ha la virtù di esasperare sempre, sovratutto se a torto. A volta a volta, i proprietari di terre, di case, di valori mobiliari montano in furia a cagion del peso d’imposta che li grava. Può darsi che il balzello li schiacci davvero; ma non è raro il caso che esso sia un mero ricordo di cose che furono ed oggi non toccano più gli uomini viventi. Tizio ereditò un fondo rustico, quando fruttava nette 5000 lire, gravate da 1000 lire d’imposta. Nella sua testa e nell’apprezzamento del mercato, il reddito netto non fu mai diverso da 4000 lire nette ed, al saggio di interesse del 5%, il capitale corrispondente non fu mai diverso da 80000 lire. Quand’egli, da rustico fattosi cittadino, si decise a vendere la terra e riscosse il prezzo di 80000 lire, Tizio non pensò ad imposte. Egli ed intorno a lui il mercato, composto di mezzani faccendieri e di aspiranti compratori, contrattarono il prezzo capitale in 80000 lire sulla base del reddito netto di 4000 lire annue. Gli doleva che il padre gli avesse tramandato il fondo gravato di un onere da imposta di 1000 lire annue? Certamente sì; ma non più di quanto gli dolesse che il fondo, in conformità ai sapienti disegni della divina provvidenza, non avesse l’abitudine di ararsi seminarsi curarsi mietersi o vendemmiarsi da sé, sicché convenisse abbandonare al mezzadro la metà del prodotto. Il rincrescimento per queste ed altre disavventure le quali riducevano il reddito del fondo dalle 12000 lorde alle 4000 nette era alquanto attutito dal trascorrere del tempo e dalla lunga consuetudine delle generazioni che avevano assuefatto gli uomini a considerare la vicenda come rispondente all’ordine naturale delle cose. Forse, se, durante il tempo del suo possesso, per il crescere delle imposte da 500 a 1000 lire e l’incremento delle spese di coltivazione da 6000 a 7000 lire, il reddito netto si fosse ridotto da 5500 alle odierne 4000 lire, egli avrebbe sentito più vivace il dolore della perdita recente delle ultime 1500 lire. L’accaduto non poteva, tuttavia, essere posto nel nulla: non gli incrementi di imposta e non le «conquiste» dei coloni. A che pro indugiarsi nei rimpianti del: se non esistesse l’imposta, se i coloni non fossero montati in superbia, se non fosse giunto il flagello della peronospora o della fillossera, se quinci e se quindi, io avrei 8000 o 10000 o 20000 lire di reddito, invece di 4000!? Di fatto son 4000 annue e nulla più, uguali ad un valore capitale attuale di 80000 lire. Tizio, che dalla campagna è andato in città con le 80000 lire da investire, continua a pagare od a sentire l’effetto delle 250 lire di imposta ché pagava suo nonno, delle 250 lire in più che pagò il padre suo e delle 500 lire che si aggiunsero durante la sua vita rustica? Sì o no; ma non più di quanto egli senta e racconti ai figli suoi i ricordi delle tante altre cose belle che allietavano gli antichi in confronto delle tante brutte che angustiano gli sventurati viventi. Continua egli a pagare o a sentire il pagamento delle 20000 lire di capitale che egli avrebbe in più se sulla terra venduta non avesse gravato il sedimento stratificato delle 1000 lire annue di imposta?

 

 

16. L’erario pubblico incassa dunque le 1000 lire; ma è dubbio se qualcuno vi sia al mondo che senta il dolore del pagamento. L’imposta, per il rustico che se ne va in città, è diventata un’ombra, un fantasma, un rimpianto, l’occasione di racconti che si farebbero, se in città vi fossero ancora inverni e focolari, nelle serate d’inverno accanto alla fiamma del focolare, ai figli ansiosi di sapere come era fatto il mondo nella campagna dove vivevano gli avi. Al rustico succeduto nel possesso del fondo quelle 1000 lire di imposta che egli pagherà ogni anno recano un mero affanno di ostentazione. Egli ha pagato il fondo 80000 lire in relazione alle 4000 lire di reddito netto presunto. Se l’imposta non fosse esistita, egli avrebbe pagato 20000 lire in più, in rapporto alle 1000 lire di maggior reddito; così come avrebbe pagato altre 100000 o 200000 lire in aggiunta se, invece di acquistare il fondo in questa trista terra dove vivono mezzadri ed altre fonti di spesa, egli l’avesse fatto suo nel paese di Bengodi, dove il latte scorre nel letto dei fiumi, le fonti dan vino e dagli alberi pendono salsicce cotte. Nel qual regno di Bengodi, del resto, nessuno probabilmente ti pagherebbe nulla per aver terra. Egli non ha ragione di querelarsi delle imposte, più che degli altri flagelli di dio ai quali è abituato e di cui ha tenuto conto nel contrattare il prezzo d’acquisto. Forse col tempo, poiché il rustico è invincibilmente querulo ed a tratti perde la memoria, accadrà che egli si scordi di avere contrattato il fondo al prezzo di 80000 lire ad occhi bene aperti, dopo considerata ogni cosa, e ricominci a dolersi delle 1000 lire di imposta. Dapprima non oserà manifestare il dispiacere, poiché sa che tutti nel vicinato conoscono il prezzo da lui pagato e gli chiederebbero: «Forseché le 4000 lire non ti bastano sul capitale di 80000 lire da te spese?; col pretendere di tenere per te le 1000 lire dovute allo stato non chiedi l’altrui?» Col passar del tempo, accompagnati all’ultima dimora gli ultimi non immemori amici, le lagnanze prenderanno corpo; e, quando morirà, i figli saranno fatti persuasi, dal ricordo delle sue querele, che essi e non altri pagano le 1000 lire di imposta, le quali invece son roba dello stato, non foss’altro perché i proprietari attuali non ne hanno pagato il prezzo.

 

 

17. A porla dal verso dell’inurbato, punge la fitta del pensiero che, se quelle tali imposte non fossero esistite ed egli avesse potuto inurbarsi con 100000 lire in tasca invece di 80000 egli avrebbe potuto acquistare un appartamento del valore di 100000 invece che di 80000 e sarebbe stato lieto di pagare 100000 lire per la stessa ragione per la quale egli avrebbe potuto vendere il fondo a 100000 lire, ossia per l’assenza dell’imposta di 1000 lire all’anno che oggi gli riduce il reddito netto dell’appartamento da 5000 a 4000 lire? Quanti e se! Dimostrano, tutti questi e e se, che le 1000 lire d’imposta sulla terra venduta o sulla casa acquistata sono lire di un genere assai singolare. L’inurbato, se avesse preferito allogarsi in casa altrui, avrebbe dovuto pagare un canone di fitto di 6000 lire all’anno, ché a tal prezzo corrono gli appartamenti del tipo da lui preferito. Se acquista, egli deve rinunciare al reddito di 4000 lire che avrebbe potuto ottenere dall’impiego della somma posseduta, pagare 1000 lire di imposta all’erario e 1000 lire in ragione delle spese di gestione del fabbricato posseduto in condominio.

 

 

Forseché il pagamento dell’imposta di 1000 lire gli arreca dolore? Non certo a causa di un minor reddito del suo capitale; ché nessun altro impiego gli avrebbe dato più di 4000 lire. Non a cagion di un costo troppo alto dell’appartamento; ché il valore corrente del canone sul mercato è 6000 lire ed egli non paga più di tanto. Egli si può lamentare dell’imposta in astratto; potendo darsi che, se imposte non esistessero al mondo, gli appartamenti di quella fatta correrebbero forse sul mercato per 5000 anziché per 6000 lire all’anno; ma correrebbero per 4000 se, in aggiunta, non esistessero spese di condominio e per 3200 se, ancora, il saggio di interesse fosse del 4 anziché del 5%. Cosicché, di nuovo, l’imposta per Tizio, rustico inurbato, si riduce ad un generico rimpianto di non essere venuto al mondo nell’epoca del paradiso terrestre. Dallo stato di umbratile rimpianto l’imposta riacquista corpo a mano a mano che, invecchiando, egli perde la memoria dello stato di piena soddisfazione in cui egli visse quando investì le 80000 in un appartamento fruttifero di un canone lordo di fitto di 6000 e di un reddito netto di 4000 lire. La perdita della memoria economica è talvolta affrettata dal sopravvenire di tempi nuovi nei quali egli avrebbe potuto investire, se li avesse avuti liberi, i suoi denari al 6 od al 7%; e, non amando gli uomini analizzare i fatti spiacevoli, il nostro uomo, per inerzia mentale, trovò comodo dar colpa alla imposta del reddito decurtato da 5000 a 4000 lire. La leggenda o confusione mentale trapassando nei figli, questi si fanno agevolmente persuasi di soffrire solo perché non hanno diritto di trattenersi le 1000 lire, che il loro autore non acquistò mai, perché non ne pagò mai il prezzo. Può dirsi imposta o peso o gravame sostanziale una persuasione fatta di immaginari ricordi e di confusioni di calcolo?

 

 

18. Prendiamo nota del fatto: esiste un vasto campo nel quale l’imposta è ombra, fantasma irritante per chi in apparenza la paga, sa che essa è da lui pagata senza danno e frattanto si irrita di non potersela appropriare mentre passa per le sue mani. Curioso dolore quello di non potersi appropriare la roba d’altri; e siffatto da mettere in una luce insospettata il dolore che gli uomini affermano di sentire quando pagano imposte venerande come quelle sui terreni e sulle case o moderne come quelle sugli interessi e dividendi dei titoli pubblici e privati. Chi paga l’imposta quando non si conosce nessun uomo vivo che ne sia danneggiato ed un calcolo edonimetrico per uomini morti appare alquanto più difficile di quelli che con tanto scarso successo si istituiscono intorno agli uomini vivi?

 

 



[1] O ad 84 od 83 per eliminare l’altro fantasma, che non interessa il nostro problema, della ritenuta del tesoro per il servizio delle pensioni e dei sussidi di quiescenza o morte. Anche questo è un fantasma contabile, il quale cresce, senza costrutto, le cifre dei nostri bilanci.

[2] Perché nessuno statistico ha tentato di fare un calcolo, anche approssimativo, del modo in cui il totale reddito nazionale (ad ipotesi, 120 miliardi di lire annue) si distribuisce fra questi italiani, i quali traggono redditi dai bilanci pubblici e gli altri che li traggono dai bilanci privati? Il calcolo sarebbe certo spaventevolmente intricato; ma anche grandemente istruttivo. Uno scandaglio compiuto, anni or sono, da Maffeo Pantaleoni (La curva dei redditi degli impiegati dello stato, in «L’Economista», Firenze, 18 gennaio 1914) conforterebbe l’impressione di chi scrive essere il quoziente medio spettante a chi vive sui bilanci pubblici superiore al quoziente spettante a chi trae i proprii redditi da fonti private. L’impressione o voce corrente è notoriamente diversa; ma non sarebbe la prima volta che la voce pubblica è difforme dalla realtà.

Introduzione – Miti e paradossi della giustizia tributaria

Introduzione

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 10-20

 

 

 

 

Sono stato a lungo incerto intorno al titolo che più appropriatamente avrei dovuto dare a questo saggio. Non sarebbe stato del tutto malvagio un titolo che dicesse: In difesa dello stato contro i dottrinari; ché invero in tutto il mondo conosciuto la confraternita dei dottrinari sta diventando il pericolo «numero uno» per la pubblica finanza. Gli amministratori pubblici, coloro i quali, ministri delle finanze o direttori dei grandi servigi fiscali, governano la finanza degli stati contemporanei, debbono difendere accanitamente i sistemi vigenti, che bene o male funzionano e gittano miliardi, contro la mania riformatrice dei dottrinari che, andando in cerca della giustizia e non contenti della giustizia semplice grossa, che è la sola concretamente possibile, vogliono la giustizia perfetta, che è complicata e distrugge dieci per incassare uno.

 

 

I dottrinari sono quella certa gente la quale continuamente perlustra le leggi correnti nei paesi forestieri per segnalare al governo del proprio paese le imposte nuove, non conosciute in patria e, reputando sorpassato quel che è paesano ed antico, hanno sempre in bocca l’oltremontano ed il moderno. Rispetto assai la legislazione comparata, a condizione che chi se ne fa paladino conosca la legge nazionale, sappia le vicende e le ragioni della sua formazione e sia curioso della norma forestiera sovratutto e per lo più soltanto per riuscire a conoscere perché quella norma è adatta al paese in cui nacque e richiederebbe invece modificazioni profonde se la si volesse introdurre nel nostro. Il dottrinario è colui che, appena scorge un istituto, il quale gli paia buono, scritto nelle leggi russe o neozelandesi o peruviane, subito freme: osiamo noi rimanere indietro sulla via del progresso fiscale in confronto a popoli venuti al mondo tanto tempo dopo di noi? Il dottrinario legge in un libro qualunque o immagina egli stesso una scala nuova delle aliquote dell’imposta sul reddito, che gli par più bella e più razionale di quella vigente, meglio suffragata da una lunga dimostrazione in simboli algebrici ed illico pretenderebbe che il ministro delle finanze la facesse sua.

 

 

I dottrinari sono una delle sette piaghe d’Egitto ed, in punto di perniciosità pubblica, vengono dopo soltanto a quell’altra pestilenza detta in lingua italiana dei «periti» e più conosciuta nel linguaggio internazionale ginevrino sotto il nome di «esperti». Dottrinari e periti sono congiunti strettissimi, perché afflitti dal medesimo vizio mentale, che è la convinzione di essere chiamati da dio a risolvere «problemi»: il problema dell’imposta sul reddito o quello dell’imposta sui redditi o incrementi o guadagni di fortuna (conosciuti nel solito barbaro linguaggio moderno sotto il nome di guadagni di congiuntura o incrementi o redditi non guadagnati), il problema dell’oro, quello delle materie prime, o della svendita del vino francese o della seta italiana o del cotone e dei porci nord – americani. Per ogni qualsiasi problema, dottrinari e periti hanno pronto un infallibile rimedio. Il quale è, necessariamente, un impiastro su gamba di legno; ché non esistono «problemi», ma un problema solo, ad aspetti cangianti e numerosi, nessuno dei quali può essere mutato senza che tutti gli altri aspetti del mondo economico e sociale mutino in senso che, se è forse prevedibile al ragionamento, è offensivo alla «sapienza» del dottrinario ed alla «perizia» dell’esperto. Il dottrinario, avendo accarezzato col pensiero la sua bella imposta nuova, la quale «deve» colpire tale e tanta materia imponibile sinora sfuggita al dovere tributario, la deve colpire a tot per cento, ben graduato da tot coll’indice uno a tot coll’indice dieci, e «deve» fruttare mezzo miliardo, si indigna nel vedere che il nuovo giocattolo rende solo cento milioni, o, se frutta il previsto, un’altra vecchia imposta frutta seicento milioni di meno. I dati e calcoli non sono forse precisi ed inoppugnabili? Può darsi. Il sapiente uomo si era dimenticato soltanto che l’uomo contribuente è uno e che se può in complesso pagare100 non si può indurlo a pagare 120 con il pretesto che il 20 di più dovrebbe essere soluto con un’imposta dal nome nuovissimo.

 

 

Non ho scelto tuttavia di parlar male nel titolo dei dottrinari per non far supporre che volessi dir male dei professori. Se nella nostra confraternita si è talvolta intrufolato qualche dottrinario, fa d’uopo rivendicarci perlomeno un merito: quello di essere accessibili al dubbio. Anche se fummo, in un qualche momento della vita, sicuri di noi, anche se per un istante abbiamo formulato un nostro progetto, piccolo o grosso, di riforma tributaria, abbiamo poi finito per dubitare. Non si fa impunemente lezione e non si scrivono indarno libri e articoli. Giunge il momento in che quella la quale ci era parsa dapprima verità indiscutibile chiara intuitiva assume un contorno sfumato. L’interrogazione che si legge negli occhi dello studente non persuaso, la difficoltà improvvisa di mettere in carta il pensiero che avevamo esposto dinanzi con piena fiducia pongono nel nostro spirito il germe del dubbio. Il ripensare che facciamo intorno ai teoremi che ieri ci erano parsi veri ci insegna la modestia e ci persuade a non dar consigli a ministri, a direttori generali ossia a gente che, se anche ieri non sapeva niente delle cose al cui governo è stata preposta, oggi è costretta a tener conto della tradizione ricevuta dal passato, codificata nella norma di legge, divenuta azione viva nella pratica quotidiana amministrativa, ed insieme delle esigenze concrete della realtà, che gli studiosi non possono scoprire od inventar da sé. Divenuti modesti, i professori conoscono di aver un solo privilegio in confronto degli amministratori della cosa pubblica: il disinteresse intellettuale, che mette in grado di applicare lo strumento della logica, che essi forse coll’uso hanno raffinato, alla critica degli ordinamenti esistenti e di quelli che si offrono a sostituirli, per raggiungere tale o tale altro fine.

 

 

Poiché, col trascorrere degli anni, mi parve che l’uso di quello strumento mi conducesse ad attribuire un pregio singolare, sempre più alto, agli istituti fondamentali del sistema tributario italiano, ho pensato anche per un momento di dare al libro il titolo: In difesa o in lode della tradizione italiana. Ed in verità nel penultimo capitolo ricordo le memorande parole che Carlo Cattaneo, economista e patriota, scrisse nell’epoca del risorgimento in lode dei principii tributari che taluni grandi economisti italiani esposero a mezzo il settecento e che anche oggi ritengo superiori ai principii a torto umilmente ricevuti da una dottrina adorna di paludamenti cosiddetti scientifici. Finii per non accogliere quel titolo sia perché a quella lode ho consacrato soltanto le poche pagine di un capitolo, sia perché non intendo attrupparmi nella folla di coloro che nei paesi più diversi attendono alla inelegante fatica di rivendicare primati nazionalistici, come se la verità conoscesse confini territoriali e non fosse il frutto della collaborazione degli spiriti liberi di ogni tempo e luogo. Il titolo mi parve, inoltre, non accettabile, perché avrebbe fatto supporre che il libro volesse, commettendo il peccato medesimo di problemismo e di progettismo rimproverato ai dottrinari, presentare qualche soluzione concreta a problemi particolari, laddove invece esso intende dimostrare il vuoto, la illogicità, l’equivoco che si annidano in principii accettati, in frasi correnti, in dimostrazioni od affermazioni tramandate da un libro all’altro per inerzia mentale, per ossequio non ragionato a sentimenti a miti ad ombre pallide di cose che mai non furono o sono oggi morte.

 

 

La finanza cosiddetta moderna, la finanza, per intenderci, dell’imposta generale progressiva sul reddito totale o globale o complessivo, la finanza dell’imposta successoria pure progressiva a norma della fortuna del defunto o degli eredi o della quota ereditaria, la finanza alla quale i dottrinari del mondo universo vorrebbero far inchinare tutti gli istituti tributari, anche quelli che più vi ripugnano, è fondata, ricordiamolo, sul principio della massima felicitazione del massimo numero possibile degli uomini componenti la collettività. Se essa non si richiama a quel principio, resta senza capo. C’è un balbettio, ci sono parole sconnesse, si odono mozioni di affetto. Manca il ragionamento. Dal capo non si va alla coda. Anzi non c’è né capo né coda.

 

 

Orbene, havvi una verità sicura; ed è che al principio utilitario è impossibile assegnare oggi, in argomento di imposta, un significato(vedi il capitolo sesto). Un manipolo di dotti cerca da anni di scoprirlo. Ammiro quegli sforzi e li dichiaro degni di uomini veramente dotti. Ma non ammiro nient’affatto i dottrinari che si affrettano, innanzi che il significato sia scoperto, a sbandierare a destra ed a sinistra il sommo principio utilitario, a cavarne comandamenti precisi di fabbricare il sistema tributario così o cosà e ad insolentire tutti coloro che non si affrettano a buttare a mare le vecchie imposte per adottare quelle nuovissime fondate su parole che sinora sono il nulla assoluto.

 

 

Quando sapremo che cosa il sommo principio utilitario vuol dire, ragioneremo e dedurremo. Per ora, credo lecito insolentire a mia volta i dottrinari suoi adepti. Nel libro le insolenze contro i dottrinari, distinti nelle due categorie dei giustizieri (utilitaristi consapevoli o non) e degli aritmetici non sono poche. E sono volute e ripetute. Non ho trovato mezzo migliore per rifare il verso ai pappagalli, i quali ripetono le consuete frasi fatte, senza curarsi di analizzarne il significato, anzi senza chiedere a se stessi se le parole che essi ritualmente pronunciano abbiano un senso qualsiasi. Allo scopo di mettermi nello stato di grazia antidottrinaristica, ho chiuso, mentre scrivevo ed anzi qualche tempo innanzi di mettermi a scrivere, tutti i libri della scienza finanziaria, interdicendomi di consultarli per citazioni e riferimenti, eccetto quando intendevo ricordare qualche nome a titolo d’onore. Il dottrinario da me insolentito non è perciò nessuno in modo particolare; è un composito da me fabbricato ad arte dell’uomo colpevole di tutte quelle che a me paiono perversioni intellettuali nel campo della finanza. Non appartiene all’Italia più che alla Francia od all’Inghilterra o alla Germania. È il cittadino del mondo, il quale talvolta ha letto troppo ed ha letto male, talaltra non ha letto nulla ed espone le idee che gli sono venute in mente per rigenerare l’umanità fiscale; è un composito di professore, di uomo della strada, di riformatore, di demagogo; è colui che non ha pace se non fa scendere la giustizia sulla nostra miserabile terra afflitta da tante imposte antiquate fruste sperequate; è l’incudine, innocente nella sua ingenua aspirazione verso il perfezionamento universale, sulla quale è piacevole battere col martello della critica.

 

 

La fabbricazione del fantoccio dottrinario oggetto delle premeditate insolenze del libro non è in verità impresa difficile. Basta guardare in fondo alla nostra coscienza. Chi non si è sentito talvolta un impulso irresistibile a rompere la testa all’avversario per avere pronta ragione in una disputa? I freni mentali che l’abitudine del discutere ha educato in ogni studioso spengono subito la fiammata intollerante. Chi non si è sentito dottrinario in qualche momento della vita? Chi non ha formulato un bel progetto per risolvere questo o quel problema urgente?[1] Di nuovo, il freno della critica, lentamente perfezionato, consiglia a dubitare, a riflettere alle ripercussioni del rimedio proposto; ed il progetto sfuma od assume altra forma.

 

 

La tentazione che ci spinge al dottrinarismo talvolta è fortissima. Nella realtà della vita spesso la scelta non è fra il bene ed il male; ma fra il male maggiore ed il male minore. Quando lo studioso ha superato la prima ripugnanza verso il male minore, egli scivola irresistibilmente lungo la china del dottrinarismo puro. Lo studioso, il quale si persuade che, se un dato congegno, in sé cattivo, non approdi, altri congegni peggiori saranno escogitati ed attuati, finisce per dare opera zelantissima alla costruzione di quell’istituto che, nel profondo della sua coscienza, non può approvare.

 

 

Bisogna riconoscere che, nonostante la umana assoluzione dei più, siamo qui di fronte ad un caso di trahison des clercs. Lavorare su premesse altrui, per allontanare il male maggiore, può essere, anzi è, doveroso per l’uomo politico; è illecito per il chierico della scienza. L’uomo politico ha la responsabilità dell’operare che è sempre una scelta fra parecchie soluzioni, una risultante di molti fattori. Il chierico ha la responsabilità del pensare e deve unicamente pensare la verità. All’uomo politico spetta attuare o non le conclusioni del ragionamento. Il chierico assolverà il politico anche se questi, tenuto conto di contingenze di fatto, di contrasti tra forze opposte, non ha attuato in tutto il vero. Ma, chierico, egli deve assolvere esclusivamente all’ufficio suo che è di pensare rettamente, nei limiti delle sue forze intellettuali, ed esporre i risultati genuini della sua meditazione.

 

 

Al chierico – e per chierico intendo colui il quale ha assunto, senza che da nessuno fosse costretto, il compito di addottrinare altrui colla parola o collo scritto – non è lecito esporre verità condizionata, subordinata ad un dato punto di vista. Non è lecito discorrere di imposta straordinaria patrimoniale, partendo dalla premessa che la sua istituzione debba considerarsi un postulato dell’indagine, perché il governo del tempo, ad esempio quello del 1920-21, l’aveva dichiarata necessaria. Per il chierico non esiste nessuna premessa necessaria, né questa né l’opposta del ministro italiano del 1924, che nell’aula del Senato dichiarò «stupidissima» quell’imposta. L’abolizione dei titoli al portatore, proposta in Italia nel 1920 o l’obbligo del libretto delle cedole (carnet des coupons) messo innanzi in Francia, ambi per evitare le evasioni dei titoli al portatore, non sono premesse necessarie per il chierico della scienza. Il «punto di vista» che altrimenti si dice «opportunità o necessità politica del momento» non esiste per il chierico. Non già perché non sia fattore importantissimo di avvenimenti e perciò degnissimo di studio, ma perché esso, così formulato, non si sa che cosa sia. O noi siamo in grado di dare al punto di vista, alla ragion politica, alla conformità al regime vigente in un paese un contenuto preciso, siamo cioè capaci di elencare con parole precise i fini che si vogliono raggiungere con una data imposta, per esempio quella straordinaria patrimoniale e descrivere la struttura che a questa si vuol dare, ed il chierico potrà in primo luogo studiare se quel fine o quei fini si possano raggiungere e, se possibili, siano desiderabili e per quali persone, gruppi di persone o ceti sociali siano desiderabili; in seguito indagare se lo strumento scelto  (imposta) si possa creare e, se costrutto nei varii modi possibili, esso sia mezzo adatto od il più adatto a raggiungere il fine od i fini voluti; e finalmente ricercare quali risultati coincidenti o contradditori col fine postulato sia probabile derivino dalla sua attuazione. O noi non siamo in grado di così definire e precisare mezzi e fini e ci limitiamo ad affermare che la coscienza popolare, le correnti politiche ed ideali dominanti, i tempi nuovi o moderni, il sistema politico vigente vogliono quel mezzo e quei fini; e dinnanzi all’atto di fede il chierico si inchina e si ritira. Egli ha qualcosa da dire dinnanzi al tribunale della ragione; deve tacere dinnanzi al comandamento imposto dalla fede.

 

 

Il politico non ha interesse a chiedere la collaborazione dei chierici se non entro i limiti logici proprii del loro ufficio di studiosi. A lui non servono i ripetitori, sibbene giovano moltissimo critici, i quali, senza giudicarle, chiariscono, definiscono, riducono al nucleo essenziale le premesse che i politici pongono alla propria azione e ragionano logicamente intorno alle illazioni che se ne possono trarre ed ai risultati che ne possono derivare. Al politico il quale agisce giova la collaborazione dello studioso il quale constata le diverse vie che si possono seguire per raggiungere un fine (ad esempio imposta a od imposta b o c ecc.), ne esamina il diverso contenuto e tenta di prevederne i differenti risultati. Questa collaborazione serve al politico il quale ha differenti fini dinnanzi agli occhi e desidera conoscere i risultati probabili dei diversi mezzi all’uopo a lui offerti. Non giova invece la collaborazione offerta dal dottrinario il quale all’imposta a dà il nomignolo di liberale o reazionaria o democratica o socialistica o corporativa e senz’altro la condanna o la esalta a seconda del nomignolo appiccicato. Questa è pura confusione di lingue. L’imposta a è l’imposta a e nient’altro. Essa produrrà effetti non in funzione dell’aggettivo o nomignolo con cui ci compiacciamo di qualificarla, ma esclusivamente in ragione di quella che è la sua materia imponibile (reddito dei terreni o dei fabbricati o reddito totale definito così e così o unità di peso di zucchero o di frumento od unità in numero di sigarette e simili), di quelli che sono i contribuenti soggetti dell’imposta (persone fisiche o persone giuridiche o tutte due insieme o negozianti importatori o industriali fabbricanti), di quella che è la misura e la scala della sua quantità (tariffa o aliquota costante o variabile e come variabile), di quelli che sono i metodi di accertamento (per dichiarazione, con giuramento, per valutazione d’ufficio individua o per classi ecc.). Se si conoscono questi ed altri connotati precisi si può compiere l’esame critico dell’imposta offerta all’uomo politico. Se no, il chierico non ha niente da dire; e può tranquillamente abbandonare il campo alla boria ariosa e sufficiente del dottrinario.

 

 

La differenza fra il dottrinario e lo studioso puro e semplice è notissima nelle scienze da tempo costituite, le quali sono riuscite ad esporre postulati e teoremi sicuri; è bastevolmente nota nella scienza economica, la quale vanta circa due secoli di esistenza; è ancora contestata nella scienza finanziaria, che pure risale, come raccolta di notizie e di regole, più indietro nel tempo della sua maggior consorella. Nella nostra scienza non si seppe ancora uscire fuor del campo delle regole, dei consigli, dei servizi resi ai governanti. Essa è tuttora il territorio di caccia preferito dal dottrinario, il quale è fecondissimo e felicissimo in partorir progetti consigli regole. Finché rimanga a coltivar scienza finanziaria chi è persuaso che le premesse del discorso siano norme che il ricercatore deve, senza discutere, accettare dal politico, la scienza non può essere elaborata e da essa il politico non può ricavare alcun costrutto. I consigli utili, le regole feconde possono esclusivamente essere date dallo studioso il quale non si propone di dare alcun consiglio e di suggerire alcuna regola. La scienza non ha e non può avere fini pratici. Appena essa tenta di proporseli, isterilisce. Lo studioso è un venturiero, il quale va alla ricerca della verità. La premessa, il punto di vista, l’ideale sono per lui meri strumenti provvisori di lavoro. Se, adoperando uno di quegli strumenti, egli riesce a ricavarne illazioni importanti, continua a servirsene. Se no, lo butta via e ricorre ad un altro strumento, per saggiarne la qualità e la fecondità. Nessun principio tributario è sacro ed inviolabile dinanzi al tribunale della ragione. Tutti sono chiamati a dar ragione di sé e, se trovati calanti, restituiti al nulla dal quale provengono.

 

 

Tre quarti del saggio sono destinati a misurare e trovar calanti certi solenni cosidetti principii di giustizia tributaria. Per lo più codesti principii sono meri sofismi. Frequentissimo è il sofisma dello scambio fra mezzo e fine.

 

 

Si voglia tassare un gruppo di contribuenti con un’imposta sul reddito ad aliquota variabile crescente dal minimo dell’1% al massimo del 10%. Questo è il fine da raggiungere.

 

 

I mezzi adottati per raggiungere il fine possono essere diversi. Il primo, che si dice dell’imposta progressiva sul reddito globale del contribuente, chiama a raccolta i contribuenti stessi e li invita a dichiarare, prima negli addendi singoli e poi nel totale, il loro reddito. Si scopre ben presto o si crede di scoprire che parecchi o molti contribuenti non dichiarano tutti gli addendi ed in particolare modo tacciono del reddito ricavato dai titoli al portatore. Il dottrinario giustiziere si indigna e, con minaccia di severe sanzioni, escogita norme severissime: obbligo di giuramento, schedario nazionale, investigazioni di polizia, divieto alle banche e casse di pagamento delle cedole di interessi e dividendi a chi non si presenti munito di libretto da ostendersi agli uffici delle imposte.

 

 

Vi ha un secondo metodo, che talun osservatore o studioso non afflitto da satiriasi tributaria si ostina a reputare meno fastidioso per il contribuente e più redditizio per lo stato. Vi ha chi crede vantaggioso tenere i titoli nella forma al portatore? Li tenga e si vada con dio, assolto da ogni obbligo di dichiararli agli effetti dell’imposta complementare progressiva sul reddito globale ecc. ecc. Ma stato province comuni società ed ogni altro ente il quale abbia emesso titoli al portatore, trattengano all’atto del pagamento degli interessi e dividendi un’imposta surrogatoria alla sullodata sul reddito complessivo ecc. ecc. in misura uguale al massimo dell’aliquota: 10%. Anzi, a controbilanciare il danno eventuale che l’erario potrebbe soffrire per i pochissimi posti nei gradi più alti, i quali dovrebbero, se denunciassero tutto il reddito, pagare, a cagion d’esempio, il 10% ed invece, col denunciare soltanto parte, cadono, anche per la parte del reddito non proveniente da titoli al portatore, in classi soggette all’aliquota inferiore dell’8% e riescono forse a non pagare o a non far pagare ai loro figli od eredi certe minori imposte, pure personali, come l’imposta sui celibi e quella di successione, le cedole siano colpite da una trattenuta del 15%.

 

 

Niun dubbio che il secondo sistema è vantaggioso a tutti: all’erario, il quale riscuote certissimamente su tutti i titoli al portatore, senza la minimissima possibilità di frode, il 15%, ossia più del massimo che riscuoterebbe da taluni pochissimi contribuenti; ed ai contribuenti i quali, in compenso del più cospicuo, astrattamente indebito, tributo assolto, hanno il vantaggio di possedere il titolo nella forma al portatore, preferita per la comodità di vendere, di far denari con riporti ed anticipazioni e per il vantaggio di non far sapere alla moglie, ai figli, ai parenti, ai curiosi i fatti proprii. Mai no! inorridisce il giustiziere tributario. Scopo di un buon ordinamento tributario non è di far pagare le imposte col massimo rendimento per lo stato e col minimo fastidio dei contribuenti. Una imposta non è «moderna», non sente i tempi nuovi alla moda mondiale, se non è congegnata in maniera da far riempire al contribuente grandi moduli, da fargli correre ad ogni momento il rischio di pagare qualche multa, da rendergli infelice la vita con minuti fastidi e con la privazione delle comodità che egli si è procurato attraverso a lunga esperienza e che non fanno male a nessuno. Tra l’esigere 15 senza noie, con una mera trattenuta, senza entrare nei segreti della vita di nessuno, e l’esigere 5 e forse meno a prezzo di fastidi indicibili, la scelta non è dubbia. Il giustiziere dottrinario preferisce il 5. Scopo dell’imposta non è di procacciar fondi all’erario, bensì di recar noia al contribuente. Se questi offre 15 pur di essere lasciato tranquillo, gatta ci cova. Perché costui non vuol farti sapere i fatti suoi, tutti i fatti suoi? Certo, ragiona il giustiziere fronte popolare francese, costui appartiene alle 200 famiglie che ieri erano annidate nella Banca di Francia ed oggi cospirano al discredito dello stato ed alla rovina del franco.

 

 

Dinanzi a codesti energumeni della giustizia tributaria, i legislatori e gli studiosi hanno talvolta la debolezza di compiere qualche rituale genuflessione. Pure tenendosi fermi al 10 al 15 sicuro, l’uomo di governo sente talvolta il bisogno di dire: «La teoria vorrebbe …, la giustizia esigerebbe… che tutti i contribuenti fossero obbligati sotto pena di multe gravissime – talun ossessionato socialista o comunista è disposto ad andare sino al carcere ed alla fucilazione – a pagare il dovuto 5% dopo veridica dichiarazione, anche del reddito dei titoli al portatore. Per semplicità, dati i bisogni dell’erario, ci contentiamo di far pagare il 15% senza dichiarazione, intercettando l’imposta all’origine, prima che il reddito raggiunga il contribuente. Chiediamo umile venia per tanto delitto, che, appena i tempi volgeranno tranquilli, cercheremo di non più commettere».

 

 

È necessario dire chiaramente che la scienza la teoria la giustizia non richieggono nulla di quanto pretendono i dottrinari? Gli uomini di governo facciano tranquillamente gli sberleffi a codeste scienza teoria giustizia piene di vento. Nessuna scienza, nessuna teoria e nessuna giustizia comandano di compiere atti senza senso. Alla geenna, i dottrinari che si innamorano di una imposta, la complicano, la perfezionano, la sfaccettano, la cesellano e finiscono a persuadersi che sia scienza quella certa cosa che serve a creare gingilli fragilissimi invece che a semplificare strumenti concreti di tassazione. Alla geenna, i dottrinari i quali costruiscono od accettano dai contabili una definizione del reddito la quale ha significato meramente aritmetico e su questa base, di cui non si conosce (vedi il capitolo settimo) il contenuto sostanziale, additano al disprezzo pubblico i frodatori dell’imposta; laddove basterebbe mutare la definizione del reddito, perché i pretesi frodatori diventassero cittadini ossequentissimi alla legge. Il quesito vero posto all’uomo politico è: le definizioni a quale scopo sono create? Intendono essi a moltiplicare il numero dei frodatori, a creare occasioni e stimoli a malfare, ovvero ad eliminare attriti, conducendo gli uomini a pagare volenterosamente quel che devono pagare? Poiché il legislatore è arbitro di scegliere la definizione che a lui meglio piaccia, poiché nessuna legge umana o divina gli comanda di seguire l’una via piuttosto che l’altra, poiché dinanzi al tribunale della ragione l’una definizione val l’altra ed anzi la definizione aritmetica (cfr. il capitolo settimo) ha valore meramente aritmetico, nullo ai fini tributari e la definizione inventata da certi italiani nel secolo XVIII (vedi il capitolo decimo) o quella elaborata dagli inglesi durante il secolo XIX sono state create a bella posta a fini tributari, par lecito conchiudere che il legislatore possa scegliere, facendo le fiche ai dottrinari, la seconda o la terza definizione piuttosto che la prima, senza che la signora «scienza» vi possa trovare nulla a ridire.

 

 

La signora «scienza» delle finanze ha un solo dovere: quello di cercare la spiegazione logica degli istituti tributari. Quando lo storico ha indagato le origini di una imposta ed ha precisato le forze politiche fiscali e sociali che condussero alla sua istituzione, entrano in campo due personaggi: il giurista e l’economista. Il giurista ricostruisce la norma vigente; ne interpreta il comando alla luce dei principii generali di diritto e della mente del legislatore. Egli interpreta questa mente, in parte fondandosi sulle ragioni addotte dal legislatore; ma se queste ragioni contrastano con il chiaro significato proprio della specifica norma scritta e delle altre norme alle quali nel sistema essa deve essere coordinata, egli la interpreta secondo le regole della ermeneutica giuridica, partendo dalla premessa che quella norma vive in un sistema, per quanto è possibile, armonico e coerente. Il giurista interpreta, non critica il legislatore. Il giurista parte dalla premessa che la sola causa dell’imposta è la legge. Il cittadino è obbligato a pagare imposta non perché lo stato abbia reso o non reso servizi, ma perché tale è il comando della legge. Il cittadino non può arrogarsi il diritto di rifiutare il pagamento dell’imposta perché lo stato, a parer suo, invece che servizi, gli ha reso disservizi. Paghi e non fiati. Quando la legge esiste, ci vuol poco a capire che il contribuente non ha d’uopo di cercare altro; egli paga perché tale è l’ordine del legislatore.

 

 

L’economista invece non ha limiti alla sua curiosità. Il suo mestiere «specifico» è quello di indagare il perché della legge. Del resto, neppure il giurista limita il suo ufficio a quello dell’interprete. Interpretando, eccita il legislatore a modificare le norme vigenti, quando esse siano imperfettamente formulate o contrastino con altre norme, pure vigenti, le quali paiano preminenti. La preminenza è determinata talvolta dalla circostanza che il legislatore ha formulato «nuove» norme le quali contrastano con le «antiche»; sicché ambe non possono operare al tempo stesso. Mettendo in luce il conflitto, il giurista costringe il legislatore a meglio dichiarare la sua mente, sia revocando la norma nuova, se questa fu dovuta a circostanze contingenti, sia modificandola per adattarla al sistema antico, sia riformando via via questo per rinnovarlo. Anche nel diritto tributario, il giurista, interpretando, crea o stimola a creare un nuovo diritto. L’economista, tuttavia, non è sottoposto ai vincoli proprii del giurista. La mente, la volontà del legislatore non ha valore per lui se essa non sia razionale; se cioè lo strumento creato dalla norma legislativa non sia adatto a raggiungere il fine voluto; se lo strumento creato a dare 100 allo stato reca al contribuente il danno di 150; se lo strumento creato per colpire Tizio in realtà cade su Caio. Le motivazioni, le spiegazioni, le norme medesime non sono testi da interpretare; sono meri fatti da spiegare, di cui si ricerca la connessione con altri fatti e con gli effetti prodotti. Agli occhi dell’economista non basta si dica con aria compunta: così vuole la norma di legge. Se quella volontà è razionale, le norme scritte in seguito a quella manifestazione di volontà devono essere analizzabili e le definizioni, le premesse ed i comandamenti che in quelle norme sono contenuti devono potersi ridurre a proposizioni rigorose.

 

 

Il rigore della proposizione non balza fuori sempre nitido dalle pagine degli economisti, specie di quelli i quali attendono allo studio della pubblica finanza, perché essi, antichi e moderni, si fanno non di rado trascinare dalla passione ad esporre teorie sotto forma di consigli. La tentazione che spinge a dire: l’imposta deve essere congegnata così o cosà è spesso troppo forte perché tutti sappiano resistervi. Consiglio un po’ di carità cristiana quando ci si imbatte in pseudo-consigli. È vero che la scienza non ha per compito di formulare precetti di condotta, di dire ciò che si deve fare. Essa spiega i fatti, ragiona da premesse, connette gli effetti alle cause, deduce i probabili effetti dalle premesse poste, osserva le interdipendenze dei fenomeni; e lascia poi che gli uomini gli statisti facciano a lor talento, paga di constatare che se operano in un dato modo nasce un dato effetto e se operano in altro modo nasce effetto diverso. Il dottrinario, come dissi sopra, si distingue dallo studioso appunto perché egli è sempre occupato a formulare progetti ed a dar consigli; laddove lo studioso predilige la ricerca degli effetti delle azioni umane. Tuttavia la boria con la quale cotal verit… divulgatissima è ripetuta mi è sommamente antipatica. Cominciò, purtroppo, Pareto, che era un grande scienziato, a trattare con sussiego gli economisti detti letterari, i quali imperfettamente avevano posto in linguaggio volgare quei teoremi che altri, fra cui Walras e lui stesso, riesposero poi rigorosamente e perfezionarono; o, discorrendo, usavano la terminologia normativa invece di quella teoretica. Pur ammirando coloro i quali, quasi distaccati dal mondo, sanno conservare la terminologia rigorosa o teoretica dal principio alla fine dei loro saggi o libri, considero ingiusto, anzi indecente, il disprezzo facile con cui taluno di loro guarda ai poveri diavoli – talvolta questi poveri diavoli si chiamano Galiani o Smith o Ricardo o Ferrara! – i quali non sapevano di matematica od, appassionandosi alle cose terrene, uomini tra uomini, trascorrevano dal linguaggio puro teoretico a quello normativo e davano consigli, offrivano ricette di buona condotta agli uomini e tracciavano programmi di azione. Giù la boria! Quel che monta non è la veste con la quale una verità è espressa, ma la verità medesima. Spesso basta sostituire un modo, un tempo, un aggettivo e la proposizione da normativa diventa teoretica. Si leggano le seguenti proposizioni:

 

 

Normative

Teoretiche

 

Tesi A:

 

 
Il legislatore deve promuovere i contratti a termine perché essi assicurano ai produttori prezzi costanti.

 

I contratti a termine sulle merci

hanno per effetto una maggiore

costanza dei prezzi nel tempo.

 

 

Tesi B:

 

 
Il legislatore deve mettere in galera gli speculatori a termine come nemici dei produttori. I contratti a termine sulle merci

hanno per effetto di ribassare i

prezzi.

 

 

 

La disputa veramente feconda dal punto di vista scientifico non è quella tra formulazione teoretica e formulazione normativa. Qualunque studente, che sia stato soggetto ad un tirocinio anche mediocremente rigoroso, è capace di meritarsi un bel voto svolgendo, come esercizio di scuola, il tema della versione dall’una all’altra formulazione. La seconda è intuitivamente preferibile alla prima, perché aiuta a pensar bene. Tutto ciò però non deve farci dimenticare che il vero dissidio, quello sostanziale, quello che interessa scientificamente non è fra il normativo e il teoretico, che è forma, ma fra le due tesi A e B. Quale delle due tesi è vera, ossia atta a spiegare la connessione fra contratti a termine e prezzi delle merci? Od è vera una terza tesi C, quella che, se non ricordo male, l’amico Bresciani-Turroni confortò, anni fa, con riprove statistiche sapientemente raccolte e interpretate, essere per ora non dimostrata la connessione esistente fra i contratti a termine ed i prezzi delle merci, od almeno non dimostrato il rapporto fra le variazioni dell’un fatto e quelle dell’altro fatto? Qui è il terreno fecondo della disputa, non l’altro, delle frasi che adopereremo per formulare la verità dimostrata. Useremo ad ogni volta la terminologia più conveniente a seconda dello scopo che ci proporremo: se vorremo, ad esempio, battere sul testone di un professore incaponito nel difendere la tesi B, per ipotesi dimostrata falsa, adopreremo la veste teoretica; se ci toccherà combattere un demagogo ansioso di mandare in galera i suoi nemici, adopreremo la veste normativa. Saremo in ambi i casi sul terreno scientifico; s’intende ove prima si sia dimostrata la verità della tesi A. Se qualcuno darà, adoperando la forma normativa, la dimostrazione rigorosa della verità della proposizione A, noi faremo a lui tanto di cappello; e tratteremo da pirata presuntuoso colui che, venuto dopo, si limitò a tradurre con gran cipiglio in linguaggio teoretico la già nota dimostrazione; e, per accattar dolosamente dai semplici fama di scopritore, cominciò col dire vituperi contro chi, giunto prima a formular la verità, fu reo del delitto capitale di scrivere in linguaggio normativo.

 

 

Importa, qualunque sia il linguaggio, che l’indagine chiarisca il significato delle parole adoperate e delle definizioni date, deduca rigorosamente dalle premesse poste le illazioni di cui esse sono feconde, dimostri quali effetti derivino da determinate cause. Quel che il ricercatore mosso dal puro culto della scienza odia è l’indistinto, il confuso, l’emotivo, l’imponderabile. Che sono, anche essi, oggetto degnissimo di studio; ma si deve sapere che sono l’indistinto, il confuso, l’imponderabile. Segnalabile, fra le parole di questo tipo, è la coppia «capacita contributiva» la quale tiene così gran posto nei trattati di finanza. Quella coppia di parole sfugge tra le dita, sguscia inafferrabile e ricompare ad ogni volta inaspettata e persecutoria. Il significato varia a seconda dei tempi, dei luoghi, degIi scrittori, delle pagine differenti del medesimo libro. Con essa si spiega tutto; si fa entrare nel od uscire dal concetto di reddito o di capitale tutto ciò che si vuole. L’economista, il quale non sarebbe tale, se non fosse loico, odia perciò quelle come tante altre parole prive di senso; e volentieri le abbandona allo psicologo, al politico ed allo storico. Chiedo venia sin d’ora per quei peccati che, involontariamente, trascinatodall’andazzo di tanti, commetterò nel seguito del libro usando inavvedutamente parole le quali paiono corpo e sono ombra vana.

 

 



[1]Dottrinario a cagion d’esempio, poteva essere definito l’autore del presente volume quando scriveva, tra il 1900 ed il 1901, articoli raccolti in opuscolo col titolo Per la giustizia tributaria (Torino 1901). Il contenuto – imposta sul reddito concepita come strumento per abolire asfissianti dazi protezionistici e per dare elasticità al bilancio – rientra, oggi come ieri, nel quadro della buona finanza. Il titolo scritto sul frontespizio non comporta definizione, la quale non sia dottrinaria.

Prefazione – Miti e paradossi della giustizia tributaria

Prefazione

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 1-9

 

 

 

 

Rileggendomi dopo tanti anni, confesso di essermi divertito.

 

 

Non mi sembrò di leggere pagine di quelle scritture in fondo noiose le quali formano il succo delle trattazioni intorno all’imposta; e poiché, come è naturale, mi volli spiegare i mancati sbadigli, credetti di aver trovato la risposta giusta: il libro è un trattato dell’imposta, ma non se ne dà l’aria e forse non lo è. Che cosa è un trattato, nelle nostre discipline? Dico nelle nostre, perché sono persuaso che in molte altre discipline e principalmente in quelle matematiche, fisiche, naturali, tecniche, giuridiche fa d’uopo che lo studente abbia modo di conoscere lo stato della scienza in un certo momento e l’insegnante dia modo agli uditori di apprendere anche le nozioni che la brevità del tempo non ha consentito di approfondire nella scuola. Nelle nostre discipline e massimamente in quelle umanistiche – e tra esse orgogliosamente colloco quelle economiche – quale significato ha il trattato, il manuale, il compendio? salvo quello, in tutto volgare e talvolta contennendo, di aiuto mnemonico alla formazione dello sputo con il quale certe nozioni sono dal giovane appiccicate alla memoria per il solo giorno degli esami? Gran voga hanno, all’uopo, i compendi dei compendi, le sinossi, le tabelle con graffe e sottograffe, grazie a cui il giovane riesce a mettersi in testa «tutta la materia» per quella sola mattinata degli esami.

 

 

Gran nemica dei buoni studi la superstizione della materia! A cominciar dal liceo, ne siamo ossessionati, discenti e docenti; ed è ossessione che a poco a poco scema l’agilità mentale e la attitudine alla simpatia degli insegnanti verso gli scolari e li riduce, senza avvedersene, dopo dieci anni, a monotoni ripetitori di nozioni tante volte esposte, le quali un po’ per giorno, inavvertitamente, perdono quel che c’era in esse di vivo e ne rimane la foglia secca arida al tatto ed all’intelletto. Dai Principii di Pantaleoni, dove ogni parola è un concetto, è uno stimolo, è una illuminazione si passa ai Sunti di Cossa, dove tutto è perfetto, dove le parole sono pesate con la bilancia dell’orafo, ma sono tutte insipide e, se falla la memoria, è impossibile ricordarle. A distanza di qualche decennio, venuta meno la generazione da cui erano nati, chi si ricorda dei trattati? salvo dei pochi che nacquero perché l’autore aveva bisogno di creare il capolavoro? e questi pochi certamente non avevano dato fondo alla «materia».

 

 

La superstizione della «materia» avvelena la vita accademica molto al di là della scuola ed aggrava il danno di questa. Quante volte, nelle discussioni per la scelta dei concorrenti a cattedre universitarie, non abbiamo, esterrefatti, sentito o letto: il candidato è bravo, è costruttore, espone idee non comuni; ma si è occupato solo di un capitolo, di una parte della materia messa a concorso; od ha dato prova di valentia scientifica in una terra di confine, che non è quella propria della disciplina nostra. Auguri per quando avrà scritto qualcosa per dimostrare che è padrone dei campi principali della disciplina. Frattanto, passi avanti l’uomo ordinario che ha scritto un po’ di tutto. Per lo più, l’argomentazione è mero pretesto per mettere fuori combattimento chi non appartiene al gruppo dominante dei giudici del concorso; e, fortunatamente, non sempre riesce: ché di fronte all’uomo di valore, la compiutezza della ricerca nella intiera materia è messa da parte e prevale l’altro principio del semel abbas, semper abbas; chi ha dimostrato di possedere l’unghia del leone in un campo anche piccolo, anche in terra nullius, leone resta, anche se per avventura non ha dimostrato di aver ficcato l’unghia dappertutto.

 

 

Quante parole per dire che questi miei Miti e paradossi sono, a parer mio, un trattato anzi meglio di un trattato dell’imposta! Migliori, perché meno noiosi, meno sistematici, assai meno compiuti; e perché lasciano nell’ombra la maggior parte degli argomenti solitamente svolti nella disciplina tributaria! Ma, in compenso, discutono taluni dei problemi essenziali; cercano di mettere in chiaro come i più dei principii pacificamente accettati non sono affatto «inconcussi»; anzi non sono nemmeno il principio di veri principii, sono idee qualunque, le quali hanno acquistato diritto di cittadinanza fra studiosi, legislatori e pubblico, per semplice prescrizione ab immemorabile. Tutti credono di sapere che cosa è il reddito e si ergono accusatori contro coloro i quali non denunciano il reddito vero, l’unico, l’immarcescibile reddito; che, viceversa, nessuno sa che cosa veramente sia, perché i redditi «veri» sono tanti quanti sono i fini per i quali si costruisce il bilancio dell’impresa e quante sono le ipotesi, tutte legittime, legittimissime, in base a cui si possono fare le valutazioni delle singole partite attive e passive del bilancio.

 

 

Che cosa è un doppio d’imposta? La più parte di quelli che sono detti doppi non sono tali, se non per l’innocenza di chi ne parla; ed i pochi veri casi di doppio sono raffinati e complicati e per lo più negati dai periti.

 

 

Perché si grida «raca!» alle imposte sui consumi e si lodano quelle sul reddito? Perché si bada ai caratteri secondari dell’istituto, alle sue modalità di applicazione e non alla sostanza.

 

 

Perché la «giustizia» è, per molti, propria esclusivamente della progressività, specie se confiscatrice? Perché si fanno ipotesi indimostrabili sulla possibilità di paragonare, addizionare e sottrarre le sensazioni di due o più uomini e si pongono ipotesi arbitrarie ed uniformi sulla decrescenza delle utilità delle successive dosi di ricchezza possedute da due o più uomini.

 

 

Che cosa è un sovrappiù, un aumento di valore capitale oltre al valore detto originario? È la proiezione al momento presente delle quantità crescenti di reddito le quali fluiranno da una data fonte; quantità le quali sono destinate ad essere colpite dalle imposte normali. La gente frettolosa immagina invece di avere scoperta materia nuovissima di tassazione; e giù imposte sui sovrappiù, che sono doppi di quelle che già si pagano e si pagheranno sui redditi.

 

 

Perché definire «esenzioni» quelle che sono invece mere dichiarazioni di non esistenza del reddito, il quale, non esistendo, non può essere tassato? L’uomo «fiscale» il quale ha abbrancato la preda e vede che questa gli sfugge, preferisce attribuire al suo animo misericordioso la largita franchigia dall’imposta; non volendo riconoscere mai che sua era la malefatta del tassare ingiustamente.

 

 

E così via: nella materia tributaria l’analisi critica deve prendere inizio dalle parole usuali: a partire dalla prima fra tutte, quella medesima di imposta. Alla quale fa d’uopo togliere di dosso la taccia di qualcosa che «pesa», che «grava», che «porta via». L’imposta, se propria di uno stato organizzato per il servizio dei consociati, non pesa, non grava, non porta via nulla; anzi aumenta il reddito, cresce la quantità delle cose buone che gli uomini cittadini hanno o ricevono, cresce il reddito nazionale totale. L’imposta pesa, grava, porta via, diventa taglia se i governi sono tirannici, oppressivi; se, rispettate le forme legali, la somma delle cose è caduta nelle mani del tiranno, di una oligarchia, anche se tiranno ed oligarchia professano di governare in nome dei più e questi «più» sono, per scherno, detti lavoratori o proletari e dichiarati signori delle ricchezze esistenti nel paese.

 

 

Quanto male si usa dire del debito pubblico! Anch’esso pare qualcosa che gravi, che pesi, che schiacci le generazioni presenti e future per colpe commesse dagli uomini del passato, i quali si distrussero a vicenda e mandarono in rovina il paese per le loro manie di rivoluzioni e di guerre; ed invece sovente il debito pubblico è un fantasma, di cui nessuno sente l’onere; è un nugolo di pezzi di carta, i quali circolano senza tregua, e danno luogo a scritturazioni senza fine e senza altro risultato, fuor di quello di occupare gli amanuensi chiamati a scrivere qualcosa sui «gran» libri del debito pubblico.

 

 

Forseché la critica delle parole senza senso, o stortamente adoperate o ingannatrici non è dunque la introduzione necessaria dei trattati sulla materia tributaria? Non è forse l’ironico sorriso opposto alla solennità delle pagine, nelle quali si continuano ad usare parole e concetti, che forse sono ombre che mai non furono, luci vive di mondi morti da millenni?

 

 

Perciò in queste mie «Opere» non collocherò un trattato o principii di scienza finanziaria che pure scrissi tant’anni addietro e colloco invece questi che sono i «prolegomeni» all’ideale trattato che vorrei avere scritto. Poiché di capolavori, tra i «principii» ne viene fuori uno forse ad ogni voltar di secolo, il mio non è certamente, nemmeno per i suoi tempi, il vagheggiato ideale. In qualità di prolegomeni, i «miti e paradossi» giova invece a me sperare tengano un onorevole luogo e siano atti a divertire, insieme con me, altri lettori.

 

 

La presente edizione è praticamente la ristampa della seconda edizione del 1940, la quale a sua volta era esemplata, con l’aggiunta degli ultimi due capitoli, sulla prima del 1938. Una sola non aggiunta, ma amplificazione, allungò alquanto il par. 176, parso, alla nuova lettura, alquanto scarno ad un autore il quale si ostina a credere, forse contro il vero, che il lettore preferisca vedersi spiegato per filo e per segno di ogni argomento la rava e la fava. Non è un’aggiunta, ma il mero ristabilimento del testo genuino, con la indicazione della fonte, la citazione del brano essenziale di Geremia Bentham in materia di progressività (par. 168). Nella edizione precedente, la citazione era chiaramente fatta a memoria.

 

 

Non ci sarebbe stato davvero altro da aggiungere o mutare dopo tant’anni? Non dico un elenco di altri equivoci verbali e di altre parole vuote, da pigliare con le molle. Grosse novità in proposito non mi pare siano comparse sull’orizzonte tributario. Si è seguitato a parlare di riforme tributarie; i soliti giustizieri hanno aggiunto all’arsenale delle armi inutili che l’amministrazione già possiede, taluni articoli vessatori, di cui divenuto famoso quello che porta il numero 17; ma si tratta di aggeggi. Il compianto Vanoni perfezionò il sistema, introducendo e facendo applicare un modulo di dichiarazione, il quale obbliga il contribuente a fare ogni anno l’esame delle proprie entrate ed uscite, con risultati, i quali dovrebbero essere vantaggiosi anche per lui. Tutto sommato, gli antichi miti ed i tradizionali paradossi continuano ad essere venerati nel tempio dedicato ai consueti riti della verità e della giustizia tributaria. I falsi doppi si sono moltiplicati per le aggiunte di centesimi addizionali a pro di vecchi e nuovi enti, ai quali era ed è attribuita la potestà tributaria. Si conosce sempre meno il significato delle cifre scritte nei bilanci e nei rendiconti dello stato, nessuno potendo valutare il valore delle imposte pagate agli enti di assicurazione e di previdenza sociale, agli enti economici forniti della facoltà legale di vendere a prezzi di monopolio merci e servizi, agli enti dotati del privilegio di esercitare l’industria dei giochi d’azzardo o delle lotterie a pro di sedicenti fini pubblici. Nessuno dei doppi di imposta denunciati nelle pagine che seguono è stato abolito; e qualcuno se n’è aggiunto, sotto colore di apprendere redditi di società anonime che la fervida immaginazione dei giustizieri ha supposto spropositatamente essere «nuovi» o forniti di capacità di pagare nuova imposta, oltre a quelle normali.

 

 

L’imposta Giolitti sulle aree fabbricabili, abolita per la sua incapacità a fornire provento apprezzabile all’erario, è stata nuovamente riesumata da chi, in beata innocenza, suppone di riuscire a tassare nell’aumento di valore delle aree fabbricabili un valore non mai prima scoperto e tassato; che è errore grossolano di doppia vista, qui (ai paragrafi 55, 56, 57, 67, 68) ed altrove (passim nei Saggi sul risparmio e l’imposta) ripetutamente denunciato e dimostrato. L’innocenza non è giustificata dall’occasione sua, che fu la mala volontà dell’amministrazione municipale romana a compiere il dover suo di apprestare un buon piano regolatore. Capovolgendo le responsabilità, i demagoghi non osano riconoscere che la speculazione «antisociale» – la quale fa crescere i valori delle aree fabbricabili, fa costruire case immonde, alveare di abitatori infelici, distrugge parchi e giardini necessari alla vita cittadina, fa, al luogo di antiche nobili costruzioni, adatte alla statura dell’uomo, crescere edifici dei dieci piani, rumorosi e fatiscenti innanzi di diventare vetusti – è frutto esclusivo della incapacità dei pubblici amministratori locali e dei loro sorveglianti statali ad imporre norme acconce all’altezza delle case, alla larghezza delle vie, alla distribuzione dei quartieri cittadini, alla sistemazione della rete stradale attorno al centro storico delle città, serbato intatto nel suo tradizionale aspetto.

 

 

Incapaci ad attendere al loro dovere, i demagoghi risuscitano il frusto strumento dell’imposta sulle aree fabbricabili, creata in odio (così correva la terminologia dei tempi quando usavano le parole appropriate) ad una classe particolare di contribuenti già, ad ogni fine, tassabili al pari di ogni altro contribuente.

 

 

L’imposta reprimerà, sì, un tipo di speculazione, quella feconda, vantaggiosa all’interesse pubblico, quella che ritarda la fabbricazione al momento della maturità economica dell’area. L’imposta sedicentemente nuova provoca la fabbricazione anzi tempo delle aree, copre di cemento i giardini superstiti nel centro delle città, crea, colla distruzione apparente di valori, ossia col loro trasferimento da talun proprietario a coloro che approfittano del latrocinio pubblico per innalzare grattacieli e sconcezze edilizie, la possibilità per gli speculatori di ricostruire, a proprio vantaggio, valori, che sono insopprimibili, perché voluti da una domanda di case derivante dal crescere e dall’arricchire della popolazione e sono ingigantiti dalle erronee direzioni date alla edilizia da amministratori imprevidenti. Il legislatore crede di essere partito in guerra contro gli speculatori; ed il risultato dell’opera sua è soltanto quello di sostituire allo speculatore costretto a secondare lo sforzo di saggi amministratori a pro della città soleggiata, bella, bene distribuita, rispettosa del passato e desiderosa di emularlo in avvenire, taluni inverecondi trafficanti, pronti a trarre buon partito dalla mala condotta di amministratori inetti, forse involontariamente, ad indirizzare la città verso un avvenire non indegno del passato. Vano è predicare contro il male, come a lungo tentai di fare nei Saggi sul risparmio e l’imposta (vol. primo di questa serie) e nei presenti Miti e paradossi. Sia consentito tuttavia di dire a giustizieri ed a demagoghi, a dottrinari e ad esperti, che il già scarso rispetto, dimostrato nel testo verso di essi, è purtroppo scemato nei venti anni corsi dalla pubblicazione del mio scritto.

 

 

Se non nel campo infecondo della inventività fiscale, gli studiosi teorici dell’imposta non hanno offerto in tanti anni nuova materia di meditazione intorno ai massimi problemi tributari? La risposta è affermativa ed è ragione di sperare in ulteriori avanzamenti nella ricerca scientifica. Essi hanno compiuto tentativi ragguardevoli proprio nel campo che sta a fondamento della trattazione tributaria. Parecchi e valorosi economisti hanno affrontato il problema del no-bridge, della non confrontabilità delle soddisfazioni sperimentate da persone diverse. Lo stimolo non è venuto dal desiderio di dare un significato a quella che nel testo ho detta tabella benthamiana della distribuzione ugualitaria dell’imposta su due o più contribuenti (par. 219); ma dal desiderio di guardare più in fondo a quello che oggi da molti è reputato il problema primo della teoria e della politica economica: l’economia del benessere. Gli uomini, i politici, i riformatori prima hanno «fatto» politica del benessere; hanno cercato di aumentare la ricchezza o, meglio, il benessere degli uomini, del più degli uomini. Hanno smussato le disuguaglianze sociali; hanno instaurato un sistema di assicurazioni sociali, sugli infortuni, le malattie, la invalidità, la vecchiaia, la disoccupazione; hanno costruito case popolari, hanno distrutto abituri indegni della convivenza umana; hanno rese meno frequenti le crisi; anzi le hanno nell’ultimo quarto di secolo, con una saggia politica di banca e di tesoro, praticamente abolite. La disoccupazione è scomparsa, nei paesi moderni civili. Non è grande il trionfo? Non è legittimo il vanto di avere accresciuta la quantità di quella entità misteriosa, non agevolmente definibile, che si chiama «benessere»; e non si compone della sola «ricchezza» misurabile e sommabile, traducibile mentalmente in moneta. Il «benessere» è diverso ed è qualcosa di più della ricchezza; è un composito di ricchezza, di contento, di buone relazioni sociali, di governo ordinato, di famiglie, anche se piccole, salde, di mancanza di invidia e di odio fra ceto e ceto, al cui posto si afferma la emulazione che eleva i mediocri e non abbassa moralmente i grandi.

 

 

In fondo all’animo dei politici operanti è tuttavia sempre rimasto un’interrogazione: che cosa abbiamo fatto? si può tentare di conoscere se ed in quale misura abbiamo realmente aumentato il benessere dei molti, dei più, di tutti? Se con imposte ad aliquote fortissime sugli alti gradini di reddito, noi abbiamo scemato la ricchezza dei pochi, di quanto è stato ridotto il benessere di questi pochi e quale relazione ha la riduzione con l’aumento del benessere dei più? La domanda rende testimonianza di una coscienza elevata da parte della classe politica la quale, dopo avere operato a vantaggio, a suo parere, della collettività, sente il dovere di porsi il quesito: quanto bene e quanto male ho fatto? Il primo supera e di quanto il secondo? Domande ansiose, alle quali non si dà risposta, sinché di mezzo sta l’ostacolo del no-bridge, la mancanza di un ponte estimativo di comunicazione tra le soddisfazioni, tra i piaceri e le sofferenze di ogni uomo e quelle di ogni altro uomo.

 

 

A costruire il ponte, si sono accinti studiosi insigni e raffinatissimi; e la loro opera, se non ha toccato nè sta per toccare la meta, non è stata vana. Federico Caffè ha raccolto a vantaggio dei lettori italiani (Torino 1956, Edizioni Scientifiche Einaudi) una silloge preziosa di Saggi sulla moderna economia del benessere in cui uomini insigni come A. C. Pigou, N. Kaldor, T. Scitowsky A. Bergson, H. Hotelling, I. R. Hicks, I. M. Little, K. I. Arrow, P. A. Samuelson tentano di giungere alla soluzione del problema, forse il più difficile e il più solenne dell’oggi, delle confrontabilità interpersonali.

 

 

Anche se la soluzione non è in vista, anche se il vigoroso assalto contro il concetto dell’utilità posto a base della scienza economica condotto dal Robbins (An Essay on the Nature and Significance of Economic Science, 1932) sembra serbare intero il suo valore, anche se nella prefazione alla silloge preziosa il Caffè reputa «difficile non condividere l’avviso di M. W. Reder secondo il quale “lo stadio attuale dell’economia del benessere è del tutto insoddisfacente”»; sono d’accordo col curatore della silloge nel condannare l’eccessivo scetticismo che fa propendere taluno a considerare quasi esercizi accademici o scolastici i saggi consacrati allo studio del problema. Forse, l’ostacolo maggiore all’avanzamento verso la scoperta di nuovi veri in questo campo è la virtuosità elegante degli indagatori, i quali si indugianonello scavare a fondo dentro a problemi i quali ad un certo momento per la sottigliezza degli escavatori paiono fin troppo evanescenti. Chi legga il volume, il quale per ora è non solo il più ampio ma anche il più meditato, A Critique of Welfare Economics (1950) del Little non può non formulare il voto che nuovi studiosi, i quali sappiano resistere alla tentazione delle esercitazioni accademiche raffinate, con scambi senza fine di «componimenti» (papers) fra insegnanti, assistenti ed aspiranti assistenti, con inserzioni di esercizi matematici di giovani valorosi estranei a qualunque interesse economico propriamente detto; affrontino il problema del no-bridge con l’aiuto della logica normale e col proposito di dare un contributo alla soluzione di problemi economici propriamente detti su cui essi abbiano a lungo meditato; non si può non formulare il voto che essi ci dicano una parola, se non definitiva, la quale per la natura stessa dei problemi economici o sociali in genere non potrà venire mai, tuttavia illuminante e chiara.

 

 

Per ora, la conclusione che io traggo dallo stato odierno degli studi sul problema del no-bridge è quello della prudenza pratica. Ne quid nimis.

 

 

Questo libro sarebbe stato scritto invano se non desse un contributo a gettare scherno e vilipendio sulla boria dei dottrinari e ad insegnar prudenza ai teorici in materia di imposte. Disprezzo per i giustizieri i quali esaltano l’Inghilterra solo perché vagamente si sono persuasi essa abbia toccato il sommo della giustizia quando ha colpito col 98 o col 99% gli scalini altissimi di redditi e così facendo gli scalini sono, per la loro inutilità per i percettori, presto distrutti; e consigli di prudenza ai teorici i quali stanno doverosamente affaticandosi intorno alla determinazione di una scala di aliquote atta nel tempo stesso a ridurre le altezze massime dei redditi e serbare forte lo stimolo al lavoro ed al risparmio. Sovratutto i teorici, quelli seri, non invasati dallo spirito di una giustizia fondata su premesse dottrinali arbitrarie, siano consigliati a prudenza dal pensiero che l’imposta non è un mero fatto economico. Il rigore dell’analisi economica, il rispetto della logica interna propria di ogni istituto tributario sono la premessa, il punto di partenza; ma la conclusione sul pro e sul contro delle novità ogni giorno offerte sul mercato delle riforme tributarie non può essere soltanto dedotta dal calcolo monetario. Il bene stare di un corpo politico non è fatto solo di beni materiali. Le azioni, i regni, gli imperi crescono o decadono per ragioni sovratutto morali e spirituali. Anche l’imposta è un fattore di stabilità o di decadenza; ed il momento nel quale essa da fomento di stabilità diventa provocatrice di decadenza è decisivo per l’avvenire dello stato. La rovina dell’impero romano d’occidente apparve inevitabile, non quando mancarono le distribuzioni di frumento nella capitale del mondo e non giunsero più nei circhi belve e gladiatori e cristiani in numero bastevole al divertimento della plebe, ma ben prima quando nei municipii delle province gli uomini tremarono di essere chiamati ad assumere la responsabilità, come decurioni, del versamento delle imposte allo stato ed affannosamente cercarono di addirsi a mestieri vili ed infami, pur di sottrarsi all’obbligo del tributo solidale con gli altri cittadini, e alla fine disperatamente chiesero rifugio ai barbari.

 

 

Noi siamo lontani ancora dal punto critico; e giova sperare che l’aspirazione ansiosa degli studiosi verso la creazione di un bene stare sempre migliore dei popoli non si ristringa ad un bene stare materiale, che potrebbe significare e provocare invidia, odio e decadenza, ma sia anche e sovratutto un bene stare morale e spirituale e significhi emulazione di individui, compattezza di famiglie e saldo ordinamento di ceti e di ordini sociali; che sono i sentimenti dai quali nascono gli stati grandi.

La predica della domenica (III)

La predica della domenica (III)

«Corriere della Sera», 5 febbraio 1961

Le prediche della domenica, Einaudi, Torino 1987, pp. 9-11[1]

 

 

 

 

Professori e studenti concordi hanno protestato contro le condizioni nelle quali si svolge la vita universitaria italiana. Se fosse lecito tradurre in termini economici fatti attinenti alla vita spirituale, si potrebbe dire che le università offrono:

 

 

  • lezioni in aule, nelle quali cento studenti possono apprendere e comprendere ed assimilare idee; avvicinare ed interrogare ed obbiettare ad insegnanti; ed invece accade che in talune università e facoltà vi siano corsi con mille iscritti; e le lezioni diventerebbero vociferazioni in pubblico comizio, quando non soccorresse provvidenzialmente l’assenza della più parte degli studenti, in altre faccende occupati o sprovvisti dei mezzi opportuni a frequentare le lezioni;

 

  • esercitazioni e discussioni dinnanzi a gruppi di studenti, in numero non superiore a venti, chiamati a redigere e leggere scritti o relazioni o progetti su problemi posti dall’insegnante;

 

  • biblioteche speciali, laboratori, gabinetti nei quali, ad ogni studente, dovrebbero essere forniti, sul suo tavolo di lavoro, libri e strumenti di ricerche;

 

  • cliniche, nelle quali allo studente fosse assicurata la possibilità di studiare, sotto l’occhio del professore o dell’assistente, il malato. Invece si sa che le biblioteche, i laboratori e le cliniche, che potrebbero essere efficacemente attrezzate per una ventina di studenti, sono disadatte alle esigenze di centinaia di giovani.

 

 

L’università offre cioè un servigio che non può effettivamente fornire se non ad una parte, spesso piccola, degli aspiranti. Lo offre a prezzi ridicolmente bassi in confronto al costo. È ovvio ed è corretto che il prezzo di offerta debba mantenersi inferiore al costo totale del servigio; perché l’università, accanto all’insegnamento utile ad ogni singolo studente, produce un bene generale, che è la formazione di un ceto dirigente di studiosi, professionisti, amministratori, politici, il cui costo deve essere sopportato dalla collettività, a mezzo delle imposte. Se si suppone che il costo totale debba essere diviso, in mancanza di una regola migliore, a giusta metà fra lo studente, il quale gode il vantaggio diretto specifico della formazione professionale, ed i contribuenti i quali debbono essere chiamati a pagare imposte per compensare i benefici generali prodotti dall’università, si deve constatare che le tasse ed i diritti attuali sono ridicolmente inferiori alla metà del costo totale. Cresce così inutilmente il numero di coloro che richiedono il servigio offerto sotto costo; e non è consentito perciò ai consigli universitari di assegnare tante borse di studio quante consentirebbero ai meritevoli di coprire, oltre le tasse, le spese di residenza e di frequenza.

 

 

È moralmente lecito offrire a mille quel servigio che l’università sa di non poter fornire se non a cento? Perché i miliardi, che si chiedono allo stato, non siano perduti, è necessario che l’università abbia il dovere di scegliere quel numero di scolari a cui sa di poter fornire sul serio i suoi servigi, tenendo conto della scuola di provenienza, del profitto risultante dai certificati di studio, dei colloqui (non esami) personali con gli studenti; e nessuno di questi ed altri criteri abbia una valutazione precisata in alcun articolo di regolamento; ma siano il compendio di un giudizio personale di chi gode la fiducia dell’autorità accademica.

 

 

Poiché in Italia gli studenti universitari dagli attuali 150 mila circa dovranno in qualche decennio giungere al milione, sarà d’uopo, senza gonfiamento di quelli esistenti, crescere gradualmente il numero degli istituti universitari dai 20 o 30 attuali a 50 e poi a 70 e poi a cento e più. Né, con un milione di studenti e con cento istituti universitari, crescerà la disoccupazione falsamente detta intellettuale; anzi diminuirà, perché non si è mai visto che il possesso del sapere – cosa ben diversa dal possesso del pezzo di carta – cresca la difficoltà di trovar lavoro.



[1] Col titolo La crescita dell’università [ndr]

Prefazione

Prefazione

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. XIII-XXXV

 

 

Il volume è tutto composto di articoli del tempo di guerra. Scrivevo (p. 281) :

 

 

Di fronte alle necessità della guerra cessa il diritto alla critica. Chi di noi oserebbe lamentarsi di fronte anche alla scomparsa totale del naviglio marittimo dal mercato dei trasporti non bellici quando, per ipotesi, ciò fosse necessario per la vittoria?

 

 

Ebbero perciò gran luogo negli articoli del giornale e nel volume sono solo in minor parte riprodotti, per evitare le assai frequenti, allora necessarie, ripetizioni – gli inviti a sottoscrivere ai prestiti che venivano, gli uni dopo gli altri, emessi a procacciar denaro allo stato.

 

 

Chi, tra i risparmiatori italiani, vorrà più tardi incorrere nel muto rimprovero che i suoi figli gli muoveranno di non aver compiuto ogni sforzo possibile, nell’ora solenne, per fare cosa utile ad essi ed insieme alla patria? (p. 108).

 

 

Ad incoraggiare l’afflusso del denaro nelle casse dello stato, plaudivo alla scoperta, (nel 1916), della forma «al portatore» dei buoni ordinari da sei a dodici mesi (p. 356). Fino allora i buoni ordinari erano tutti nominativi; e parve gran novità avere deliberato che essi potevano essere emessi anche al portatore, anche se «per ora» la novità non era estesa ai buoni più brevi, a tre mesi. Si vide poi che i buoni al portatore erano assai meglio accetti al pubblico dei buoni nominativi, i quali in pratica erano acquistati principalmente dalle banche e da enti e non potevano sorpassare una modesta somma (300 milioni di lire) fissata ogni anno nella legge di bilancio per sopperire alle momentanee esigente di cassa del tesoro. Presto si giunse ai miliardi e divenne, quella dei buoni ordinari, la maniera di sopperimento più importante in guerra ed in pace. A promuovere il risparmio, necessario da un lato per ridurre i consumi secondari o superflui e dall’altro lato a fornire allo stato i mezzi per i consumi bellici, divulgai (p. 370) in Italia, fin dal 1916, il metodo primamente usato in Inghilterra dei buoni o certificati, rimborsabili in qualunque momento a richiesta del risparmiatore, fecondi di frutto progressivamente crescente e retrodatato al momento dell’emissione, sicché il detentore avesse interesse, pur conservando la piena continua disponibilità del denaro, a serbarli in portafoglio per il maggior tempo possibile. I buoni furono, col nome di buoni fruttiferi postali, introdotti presto in Italia ed ebbero successo notabilissimo, sicché oggi sono lo strumento preferito di impiego dei risparmi della piccola e media gente, particolarmente nelle campagne.

 

 

In argomento di prestiti, pur riconoscendo che l’Italia non aveva toccato l’ideale, che sarebbe stato quello di coprire il fabbisogno bellico esclusivamente con il provento di nuove imposte e col ricavo di prestiti – ché in tal caso la spesa bellica sarebbe stata fatta con mezzi antichi, ossia con rinuncia ad altrettanti consumi privati e non sarebbe stato necessario stampare biglietti a vuoto, davo lode (p. 526) ai ministri del tesoro e delle finanze di avere

 

 

stabilito nuove imposte a mano mano che l’onere del bilancio cresceva a cagione dei debiti contratti.

 

 

In tal modo la pratica italiana, sebbene meno austera di quella inglese, la quale con le imposte copriva almeno una parte delle spese belliche, stava ben al disopra delle pratiche seguite in Germania, in Francia e nell’impero austro-ungarico, dove si era rinunciato apertamente a confessare ai cittadini che la guerra non si poteva vincere senza sacrificio (pp. 235 sgg. ). Il dott. Hellferich, ministro germanico delle finanze, nutriva, in verità,

 

 

fiducia di far coprire gran parte delle spese germaniche di guerra con le indennità dei paesi nemici vinti (p. 231).

 

 

La tesi, che era politica, gli consentiva di rinunciare a chiedere ai suoi il sacrificio di nuove imposte; ma la esigenza economica lo costringeva ad emettere prestiti grandiosi i quali erano stati, a parer mio, «un trionfo genuino». Riconoscevo che le accuse mosse a lui

 

 

di aver creato casse di credito pubbliche solo per mutuare biglietti a coloro i quali dovevano diventare i sottoscrittori dei suoi colossali prestiti (p. 229)

 

 

erano ingiuste, e, pur essendo egli nel campo avverso, osservavo che la tecnica seguita da lui nell’emissione dei due primi prestiti era perfetta. La testa di turco contro cui battevo più frequentemente e duramente era il torchio dei biglietti. Fin dal luglio 1915 notavo dolorosamente che (p. 98)

 

 

ancor oggi si incontrano persone, le quali reputano un beneficio le emissioni abbondanti di carta moneta e non sanno capacitarsi del perché gli stati si affannino tanto a contrar prestiti onerosi al 4,50 o 5% quando potrebbero farsi imprestare gratuitamente dai cittadini quante somme volessero, semplicemente stampando biglietti e pagando con essi tutti i propri creditori.

 

 

E snodavo la litania, oggi divulgatissima, degli effetti e dei danni delle emissioni sovrabbondanti di biglietti.

 

 

In quel tempo era divenuta popolare una critica rivolta contro gli alleati ed i neutrali:

 

 

essere uno scandalo che gli svizzeri vogliano lucrare 50 o 55 lire per ogni 100 dei loro franchi; che i francesi guadagnino il 30% e che gli inglesi ci vendano le loro sterline per 36-37 lire nostre invece che per 25 lire. Passi per i neutri, i quali non hanno nessun vincolo verso di noi; ma gli alleati dovrebbero moralmente essere obbligati ad accettare la nostra moneta alla pari e dovrebbero resistere alla tentazione di lucrar il 30 od il 40% a nostre spese.

 

 

La querela era esposta in articoli giornalistici ed in discorsi parlamentari in un tempo in cui per comprare un franco svizzero bastava spendere 1,50 lire italiane e per avere una lira sterlina si davano non più di 36 lire italiane. Non sono sicuro che nella testa di qualcuno in Italia non si nasconda un residuo del sofisma antico, oggi che per avere un franco svizzero occorre dare circa 150 lire italiane e per avere una lira sterlina fa d’uopo spendere 1750 lire italiane: e del pari 625 lire per ottenere quel dollaro, che prima del 1914 si cambiava con 5,25 lire nostre! Non ne sono sicuro, perché il sofisma nasce da un sentimento proprio dell’uomo, il quale attribuisce la responsabilità di un malanno che lo incolga non mai a se stesso, ma ad altri, al parente, all’amico, al collega, al concorrente, all’avversario. Se poi la colpa può essere data allo «straniero» , il ragionamento, anche se sbagliato, diventa senz’altro corretto, anzi incontrovertibile e chi lo smaschera è reo di leso-patriottismo. Nelle pagine del testo (da 433 a 438) il sofisma è a lungo confutato, più a lungo di quanto meritasse la evidenza dell’errore. Chi riscuoteva allora, per merce venduta agli inglesi, le 37 lire italiane invece della pari di 25 lire? Non gli inglesi, i quali pagavano nulla più e nulla meno che la solita lira sterlina; ma i venditori italiani della merce, i quali ricevevano allora 37 ed oggi riceverebbero 1750 lire; ed, apparentemente, «guadagnavano» 12 e guadagnerebbero oggi 1725 lire. Ma è tutta apparenza, ché per la abbondanza di segni monetari circolanti, le 37 lire di allora e le 1750 lire di oggi comprano o comprerebbero né più né meno delle 25 lire di prima del 1914. Il che voleva dire trattarsi di un affare interno, nazionale, fuor di ogni responsabilità straniera, di cui siamo responsabili noi che volemmo o consentimmo o tollerammo che i nostri governanti, per conseguire taluni fini pubblici (vittoria contro il nemico nel 1915-18, ed oggi strade, rimboschimenti, impianti ferroviario-portuali, lotta contro la palude o la malaria) o pseudo-pubblici (ferrovie inutili, palazzi superflui, impiegati esuberanti ecc. ecc.), invece di togliere denari preesistenti ai cittadini sotto forma di imposte o di prestiti, fabbricassero denaro nuovo e così crescessero i cambi esteri e svilissero la moneta nostra. Oggi, che di queste verità elementari tutti sono persuasi ed il pericolo sembra venuto meno, può parere inutile ristampare articoli del tempo in cui il sofisma correva ed il pericolo era attuale e si dimostrò in seguito distruttivo dell’assetto sociale. Ma, sicuro non sono che il sofisma non informi ancora il convincimento di troppi italiani. Il modo di dire, per fermo, rimane; e da esso è breve il passo al modo di pensare.

 

 

Correva nei giornali e nelle relazioni di governo o di commissioni parlamentari una teoria, la quale attribuiva l’aumento progressivo dell’aggio sull’oro e sulle monete straniere al disavanzo della bilancia commerciale. Ed era vero che

 

 

dallo scoppio della guerra europea alla fine di luglio 1917 – scrivevo il 15 dicembre 1917, a p. 456 – le importazioni di merci eccedettero le esportazioni per circa 8 miliardi e mezzo di lire,

 

 

somma suppergiù equivalente – vedi l’avvertenza a p. 792 di questo volume – a 12.750 miliardi di oggi.

 

 

Prima di affermare che la causa dell’aggio, ossia del deprezzamento della lira, sia il disavanzo della bilancia commerciale – ma si intendeva sempre parlare dello sbilancio totale o dei pagamenti – bisognava dimostrare che lo sbilancio esisteva. Orbene, a tacere dei guadagni della marina mercantile italiana, delle rimesse di emigranti e di altre sopravvenienze attive, le quali, anche negli anni di guerra, seguitavano ad arrivare,

 

 

non è forse vero che lo stato italiano ha esportato all’estero per miliardi di lire di titoli di debito? Far debiti all’estero è lo stesso che vendere od esportare all’estero nostri titoli di debito … È probabile che i debiti fatti dall’Italia in Inghilterra e negli Stati uniti siano stati sufficienti per coprire lo sbilancio tra importazioni ed esportazioni. Sì, noi comprammo 8 miliardi e mezzo di lire – carta di più di merci di quante non ne vendemmo all’estero; ma questi 8 miliardi e mezzo li pagammo con i crediti che ci furono aperti all’estero … Se questo è vero, come è possibile affermare che l’alto cambio derivi da una eccedenza che non esiste? … Se il cambio alto potesse concepirsi derivante da questa causa, noi avremmo il cambio alla pari. Un oculato e forte governo del tesoro e degli istituti di emissione – allora si parlava al plurale, perché accanto alla Banca d’Italia, avevano diritto di emettere biglietti anche i Banchi di Napoli e di Sicilia – basterebbe non solo a far scomparire le oscillazioni del cambio, ma l’aggio medesimo al disopra della pari (pp. 456-57).

 

 

Il sofisma assumeva così una forma meno grossolana di quella esaminata dianzi dell’attribuire senz’altro allo «straniero» la colpa di qualche nostra disgrazia; bensì l’altra di attribuirlo alla guerra, allo stato di necessità in cui la guerra ci aveva posto, di dovere fare spese di gran lunga superiori alle normali e di dovere perciò approvvigionarci all’estero in misura superiore alle nostre possibilità di pagamento. Che era un discolparsi apparentemente plausibile. Ma plausibile non era, perché si dimenticava che, in un mondo di uomini ragionanti, cittadini e governanti avrebbero visto che non si conduce guerra grossa, se non ci si sobbarca a grossi sacrifici di imposte nuove e di prestiti offerti mercé il risparmio ossia con la rinuncia a consumi anche ordinari. Ma nessuno, nemmeno nei paesi più ricchi, ebbe il coraggio della rinuncia. Piaceva lasciar credere che la guerra non avrebbe turbato troppo l’assetto normale della economia pubblica e privata; e sebbene noi, come osservai sopra, ci si fosse comportati abbastanza bene, non si ebbe il coraggio di aumentare le imposte come sarebbe stato necessario e si dovette perciò ricorrere, in misura notabile, agli indebitamenti coll’estero. Poiché questi non bastavano, si ebbe ricorso, per fronteggiare le spese interne, al torchio dei biglietti. Che fu la causa vera dell’aggio, del deprezzamento della lira e delle conseguenze politiche e sociali che ne derivarono.

 

 

Il bello si fu che quei debiti verso l’Inghilterra e gli Stati uniti non furono, se non in minima parte, rimborsati. Ma di ciò si discorrerà nel quinto volume, dove sono riprodotti gli articoli scritti a pro della tesi che quei debiti non dovessero essere rimborsati, essendo le spese state sostenute nell’interesse comune. Tesi la quale fu, dopo la vittoria comune, accettata, se non in principio, di fatto dagli alleati.

 

 

Continuava, ché la tradizione era antica, il metodo, opposto a quello seguito nel primo decennio dopo la unificazione e nella rinnovazione del catasto, delle sciabolate tributarie (p. 536), come un giorno le aveva acconciamente definite il Daneo, ministro delle finanze nel gabinetto Salandra. A chi tocca, tocca; pur che si faccia denaro: centesimi di guerra, sugli esenti dal servizio militare, imposta militare, sui canoni enfiteutici, ecc. ecc. Tipico il decreto del 3 febbraio 1918, il quale col pretesto della perequazione, aggiungeva un’altra alla vecchia e tuttora esistente sperequazione della doppia tassazione degli interessi dei debiti ipotecari. Se il proprietario di un fondo rustico tassato coll’imposta (e colle sovrimposte locali) fondiaria sul reddito di 100.000 annue, contrae un mutuo di un milione di lire al 5%, fruttifero di 50.000 lire annue a favore del mutuante, il fisco colpisce presso il proprietario il reddito di 100.000 lire che il fondo o la casa gli dà, e presso il capitalista mutuante gli interessi a suo favore di 50.000 lire; ed il totale reddito tassato è di 150.000 lire. Il doppio di imposta è evidente; ché il reddito è uno solo: quello di 100.000 lire fornito dal fondo. Il fatto che, prima del mutuo tutte le 100.000 lire fossero percepite dal proprietario e, dopo il mutuo, per 50.000 lire da lui e per 50.000 lire dal suo creditore, non produce l’effetto miracoloso della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il reddito rimane in tutto di 100.000 lire (50.000 + 50.000) e non diventa di 150.000 lire per ciò solo che il proprietario dal reddito di 100.000 lire deve prelevarne 50.000 lire e trasmetterle al creditore. Eppure, la sperequazione si perpetua, traendo pretesto dal fatto che l’imposta non colpisce le persone, ma le cose: il fondo e il mutuo. Il fondo dà o non dà un reddito di 100.000 lire? il mutuo non è forse fruttifero di interessi di 50.000 lire? epperciò paghino. Il sofisma è grossolano; perché i redditi sono goduti da persone e non da cose; e nessun arzigogolo può trasformare in 150.000 quello che è un ammontare di 100.000 lire.

 

 

Dal danno si era miracolosamente salvato, sino al 1918, un reddito, per il quale il doppio d’imposta era troppo chiaro per passare inosservato: i canoni enfiteutici. Esiste infatti nel nostro sistema di diritto, un istituto detto della enfiteusi. Sorto nel medio evo, esso sdoppiava la proprietà della terra: il vecchio proprietario pieno diventava proprietario eminente o domino del fondo e lo concedeva ad un coltivatore detto utilista, in compenso di un canone fisso in denaro o in derrate agrarie. Il «domino», rimanendo titolare della proprietà, fissava, ad esempio, il reddito da lui percepito in 1.000 lire all’anno; e l’«utilista», iscritto come colono enfiteuta nei libri catastali, riscuoteva il residuo prodotto del fondo. Il contratto di enfiteusi aveva per iscopo di incoraggiare la messa a cultura di terreni boscosi ed incolti; ché il colono, migliorando, avrebbe goduto di tutto il sovrappiù oltre le 1.000 lire dovute al proprietario. Col passar del tempo e con le migliorie, il sovrappiù era diventato maggiore del canone, e spesso questo, anche a causa della svalutazione della moneta, era divenuto irrilevante. Supponendo che l’enfiteuta incassasse 3.000 lire di reddito netto, accertato in catasto, era chiaro che il reddito era di 3.000 lire in tutto, delle quali 1.000 erano dall’enfiteuta versate al «domino» e 2.000 da lui trattenute. Per antica consuetudine era stipulato sempre che le 1.000 lire erano pagate al netto da pesi e tributi, sicché questi gravavano tutti sulle 2.000 lire dell’enfiteuta. L’immunità era stata convenuta dall’origine, ed era divenuta col trascorrere del tempo, ognora più ovviamente ragionevole, ché tutto l’incremento di reddito, oltre le 1.000 lire, spettava all’utilista. Saltava agli occhi che il reddito era uno solo, di 3.000 lire, ripartito in due parti a due persone, amendue iscritte come proprietarie del fondo, l’una col nome di domino e l’altra con quello di utilista. Epperciò, si era pacificamente sempre tassato il solo reddito delle 3.000 lire accertato in catasto, in conformità all’atto di creazione dell’enfiteusi, al nome dell’utilista. Durante la guerra, all’occhio linceo di un funzionario, occupato nel rintracciare materia nuova imponibile sfuggita all’imposta, parve di aver scoperto nei canoni enfiteutici l’araba fenice del cespite esente dall’imposta; ma la ingiustizia o sperequazione non era vera, ma dedotta dal fatto che, in altro caso, quello degli interessi ipotecari, pacificamente si commetteva la scorrettezza del doppio, tassando 150 quando il reddito totale era solo 100. Se la sperequazione nell’un caso è pacifica, perché non sperequare anche nell’altro caso? Così è della maggior parte delle ingiustizie alle quali si provvede creando imposte nuove: non si tratta di scoprire e tassare un vero reddito nuovo; non già di tassare qualcosa che sia veramente esente; ma solo di colpire quel che è tassato di meno o meno ferocemente di altri redditi o quel che appare esente, laddove invece è già tassato, ma non ancora due volte, al pari di altro disgraziato simigliante cespite. A nulla valsero le critiche mosse (cfr. pp. 533 sgg.) allo sconcio; il quale rimase, sinché, in un momento posteriore alla guerra, esso poté essere tolto.

 

 

La caccia alle ingiustizie ed alle sperequazioni fiscali da abolire è uno dei passatempi favoriti dei riformatori tributari; e già sin d’allora (29 novembre 1915 e qui a p. 272) mettevo in guardia contro le imposte demagogiche, fruttifere di «parole» invece che di «centinaia di milioni e miliardi di lire effettive» di cui ha urgenza il tesoro degli stati; e ricordavo il «famoso» bilancio del 1909 del signor Lloyd George, il quale, avendo fatto approvare un sistema di imposte sulle aree fabbricabili, ne aveva ricavato sino al 31 marzo 1914

 

 

l’unico costrutto di aver costato circa 55 milioni di lire italiane e di aver reso poco più 15 milioni di lire.

 

 

Sicché anche qui, a case calme, l’intiero edificio perequativo fu smantellato e raso a terra.

 

 

Spesseggiarono anche tra noi, le invenzioni infruttifere ed inapplicabili come le imposte sugli esenti dal servizio militare o quella sull’assistenza civile. Le successive chiamate dei riformati rendevano instabili i ruoli delle imposte; e le quote di sei lire si erano palesate quasi tutte inesigibili e causa di dispendio per la finanza invece che di entrata (pp. 529 sgg.). Sinché non fosse stata istituita la imposta complementare sul reddito, proposta dall’on. Meda, vana era la speranza di colpire i redditi esenti. I tentativi erano a vuoto e sempre si ricadeva nel solito risultato di sovratassare i già tassati (pp. 531 sgg.).

 

 

Ero scettico sui risultati delle nuove imposte sui sovraprofitti di guerra (p. 277); e criticavo l’incitamento che l’imposta dava, per l’indole del suo meccanismo, a crescere gli impianti inutili e le spese superflue allo scopo di sottrarre legalmente al tesoro la materia imponibile. In generale tutte le imposte che sovratassano l’eccedente su un reddito definito normale hanno effetti dannosi di spreco di capitali e di lavoro. Recando l’esempio all’estremo – ma è un estremo al quale ci si avvicina progressivamente durante la guerra e fu raggiunto dopo il 1919 con la cosidetta «avocazione» totale dei profitti di guerra – se si tassa con l’imposta normale, suppongasi, del 20% il reddito sino all’8% del capitale investito e con il 100% il supero oltre l’8%, quale mai interesse ha il contribuente a produrre il supero? Anzi, se le contingenze del momento procacciano un supero, egli ha interesse a sprecarlo: ad assoldare operai ed impiegati inutili, a distribuire stipendi ad amici e familiari. Giova procacciarsi clientela di amici e di impiegati, più che non pagare imposte. Ed ha interesse a compiere impianti superflui, pur di crescere la cifra «legale» del capitale investito. Se questo è di 100 milioni, l’imprenditore tiene per sé otto (8% su 100 milioni di capitale) sugli eventuali 20 milioni di reddito conseguito ed il resto deve versarlo all’erario. Se egli perciò cresce l’investimento a 150 milioni, non occorre che i 50 milioni in più di impianti e di scorte fruttino alcunché. Egli può tenere per sé, all’8% 12 milioni, versandone solo 8 invece di 12 allo stato. Se egli riesce a spingere, purtroppo di fatto e non solo per scritturazione contabile, gli investimenti a 200 o 250 milioni di lire, egli può tenere per sé, assoggettati alla sola imposta normale, 16 o 20 milioni rispettivamente e finire di non versare più nulla allo stato. Fu, in misura progressivamente crescente, l’esperienza degli anni dal 1917 al 1920. Il capitale superfluo, per il meccanismo dell’imposta, fruttava, non perché fosse realmente produttivo, ma perché risparmiava, a vantaggio del contribuente, il versamento delle imposte crescenti sull’eccedente. Il danno per la collettività era certo; ma l’imposta confiscatrice era popolare e riscuoteva plauso generale (pp.559, 628); e riscuote ancor oggi, ogni qualvolta il principio, in forme nuove, venga accolto, plauso rinnovato. A nulla giovano, ad impedire gli sprechi, le facce feroci, i giuramenti fiscali, le minaccie di galera; ché l’errore fiscale offre la giustificazione «morale» alle evasioni di difesa ed aggiunge «pretesti» a coonestare le frodi sostanziali.

 

 

Lo stato di guerra diede luogo a speranze, le quali poi si dimostrarono ingiustificate; ché la scarsità dei beni rese inutili talune delle salvaguardie protettive che a poco a poco erano state stabilite a favore delle industrie. Innanzi alla guerra, il produttore di zucchero nazionale era soggetto ad una imposta di fabbricazione di 76,15 lire al quintale per lo zucchero raffinato; e poiché l’importatore avrebbe dovuto pagare 99 lire per quintale, il produttore nazionale godendo di un margine protettivo di lire 22,85, viveva sicuro di dominare intieramente il mercato italiano. La guerra, rialzando i prezzi e provocando con i razionamenti e le distribuzioni ai soldati, un aumento dei consumi, consigliò a ridurre gli ostacoli alla importazione straniera. Il che, alla fine del 1916, si conseguì decretando una sovratassa di guerra sulla produzione nazionale di 17 lire per quintale. Temporaneamente il margine protettivo si riduceva così da 22,85 a 5,85 lire al quintale, in conformità alla norma generale della convenzione di Bruxelles (pp. 374 sgg.). Me ne rallegravo nella speranza che

 

 

al ritorno della pace fosse conservato il regime fiscale fortunatamente consigliato dalle esigenze di guerra …, il margine protettivo di lire 5,85 essendo largamente sufficiente ad una industria, già ricca prima e rafforzatasi vieppiù durante la guerra (p.376).

 

 

Speranza fallace, ché gli zuccherieri seppero poscia riconquistare il perduto privilegio.

 

 

Lo stato di guerra aveva costretto, sin dal 18 ottobre e dal 1 dicembre 1914 a ridurre temporaneamente il dazio sul frumento da 7,50 a 3 lire al quintale; che non erano veramente tali, perché, non consumandosi frumento in granella, ma frumento trasformato in farina da pane e da paste alimentari, il dazio effettivo era quello sulle farine, ridotto solo da 11,50 a 5,25 lire al quintale. Perciò dichiaravo nel gennaio del 1915 necessaria la immediata abolizione di ambo i dazi sul frumento e sulle farine (p. 52). Che fu cosa fatta subito; ma non ebbe effetto, perché ben presto la situazione si invertì ed il governo, con calmieri, requisizioni e tesseramento per il frumento e gli altri cereali inferiori, credette dover mantenere il prezzo del pane ad un livello politico con perdita crescente per l’erario. Le pagine del presente volume sono consacrate spesso al problema del pane (cfr. per i primi anni il gruppo di articoli da p. 45 a p. 82); e sulle forme del pane (unico o di due tipi?) A favore dei due tipi si adduceva che, lasciando ai consumatori completa libertà di scelta tra il tipo ordinario, alla resa dell’8%, di forma grossa e di ottima sostanza, quello un tempo detto «di munizione» perché distribuito ai soldati, calmierato a 50 e poi 65 centesimi al chilogrammo ed i tipi detti fini, sempre alla resa dell’8%, in forme libere ed a prezzi di mercato, il grosso dei consumatori avrebbe preferito il pane grosso, a prezzo politico basso; laddove i più agiati e raffinati abituati a forme più piccole ed apparentemente più allettevoli, avrebbero pagato prezzi più alti e crescenti. Prevalse, sino alla fine della guerra ed ancor dopo, il partito del pane unico; perché, si disse, i poveri ed i lavoratori avrebbero tenuto in dispregio il pane grosso e guardato con odio e invidia i ricchi, i quali meglio forniti di moneta avrebbero consumato i tipi fini e cari. A noi la roba destinata ai porci; ai ricchi quella per i palati fini. Né si può negare che, in un momento nel quale si doveva contare sulla concordia nazionale, la tesi del pane di forma unica non fosse ben ragionata. Non pareva accettabile la proposta del prof. De Viti De Marco (p. 60) di accordare un sussidio ai poveri che non fossero in grado di pagare il prezzo di mercato; ché il pericolo di favoritismi, di falsi poveri iscritti nelle liste delle congregazioni di carità e di costi crescenti di amministrazione del congegno distributivo era chiaro. Il metodo dei due tipi, osservava talun difensore dell’erario, avrebbe chiarito che i più avrebbero preferito consumar pane di forme fini a prezzo libero crescente, abbandonando l’uso del pane grosso ai buongustai, ai ceti impoveriti degli impiegati, dei pensionati, dei redditieri ad interesse fisso e ad una minoranza residua di vecchi veri poveri. La svalutazione della lira provocava un gran tramestio negli ordini sociali, sicché i confini tra poveri agiati e ricchi si mischiavano in maniera confusa e facevano preferire ai governi il principio della parità di trattamento che, astrazion fatta della sua sostanziale applicazione, e pur sempre proprio dello stato, particolarmente quando si vive in una piazza assediata, come era allora l’Italia, dove i capi politici destinati agli approvvigionamenti vivevano in ansia quotidiana di affondamenti di sottomarini e di rivolta di popoli timorosi di restare senza pane.

 

 

L’esperienza del tempo dal 1915 al 1918 crebbe l’antipatia, che già esisteva, verso gli interventi dello stato nelle faccende non sue. Mi era accaduto di dirmi favorevole e addirittura di proporre, non per scemare l’altezza, ma soltanto per ridurre le punte delle oscillazioni dei corsi dei cambi, l’istituzione di un ufficio centrale dei cambi (p.446). Mi ero illuso che ciò potesse farsi senza un apparato amministrativo, per decisione personale di poche persone, sovratutto del ministro del tesoro e del direttore generale della Banca d’Italia, senza «burocrazia» che è parola impropria per riassumere regolamenti, norme e circolari che sono ingredienti necessari per l’azione di un qualsiasi intervento dello stato. Quando poi fu istituito l’Istituto centrale dei cambi, che pur non era diventato quella cosa grossa con più di mille impiegati che divenne durante la seconda guerra, mi persuasi ché la mia, delle poche persone competenti pronte all’azione, agili nella trattazione degli affari, adusate a parlare e decidere per telefono, era una illusione. Ma in quella illusione durai a lungo; e le pagine di questo volume recano traccie numerose di critiche alle commissioni, ai comitati interministeriali incaricati di dare unità di azione ai ministeri chiusi nella fortezza delle competenze, in lotta continua contro le pretese concorrenti dei ministeri affini. Si passi sopra ai pareri dei consigli, delle commissioni; si incarichi, per decidere sui problemi del carbone, del frumento, della marina mercantile, dei prezzi, dei noli, degli approvvigionamenti una persona sola, competente, tratta dai ceti industriali e mercantili, posta al disopra delle beghe dei funzionari governativi, desiderosa di ritornare alle occupazioni sue professionali, ai negozi consueti, e di liquidare al più presto l’istituto o l’organo istituito per provvedere ad una esigenza immediata del tempo bellico; ma poi vidi che il competente, pronto a servire lo stato temporaneamente col salario di una lira all’anno, che si narra sia esistito in altri paesi, non si trovò o non si fece innanzi; e che si moltiplicavano invece gli istituti e gli interventi pronti a frastornare l’attività dei privati e degli enti, i quali di fatto dimostravano di recar vantaggio al pubblico e di saper soddisfare ai bisogni quotidiani della collettività. Manca il pane o la farina in una zona del paese? Ed ecco, nonostante le circolari contrarie del ministro Raineri (p. 468) i prefetti emanare decreti di divieto per le esportazioni di cereali da una provincia all’altra.

 

 

Provincie prive di mulini, le quali supplicano prefetti, ministri, commissari generali ai consumi affinché sia data licenza di importare farine da provincie, dove le farine ridondano ed i mulini sarebbero pronti ad inviarne carri a decine. Ministri e commissari che fanno l’indiano o consigliano di rivolgersi ai consorzi granari locali, i quali hanno provviste irrisorie ed affatto insufficienti ai bisogni locali.

 

 

L’opinione pubblica commossa dalle notizie di esportazioni di derrate alimentari, attraverso la Svizzera, ai paesi nemici, invoca ed ottiene l’emanazione di decreti i quali vietano indiscriminatamente l’esportazione di qualsiasi derrata o merce alla Germania e all’Austria, anche se si tratti di beni i quali non hanno nulla a che fare con la capacità di resistenza bellica; ed il divieto è tassativo quando l’esportazione avrebbe condotto ad un aumento di prezzi a danno dei consumatori nazionali (p. 223). Non v’era dubbio che talune esportazioni, ad esempio del cotone, della lana, del frumento, del riso o di ogni altra derrata o merce atta ad alimentare, equipaggiare od armare soldati e civili dei paesi nemici dovevano essere del tutto vietate. In molti altri casi, tuttavia, di merci di lusso o superflue, la esportazione al nemico avrebbe dovuto invece essere incoraggiata, come quella che avrebbe fornito a noi valuta, utile per importare beni necessari ed impoverito il nemico. Anche se qualche volta fosse stato ridotto il consumo interno, il problema doveva essere risoluto confrontando il danno del prezzo aumentato per i consumatori nazionali ed il vantaggio di potere, colla vendita, acquistare derrate o merci mancanti in Italia e più necessarie alla alimentazione di quelle esportate (p. 225). Ma prevalse la vociferazione contro gli speculatori i quali si arricchivano, esportando, in contrabbando, merci che, anche se indifferenti per la condotta della guerra, erano o parevano in qualche modo abbisognevoli a talun consumatore.

 

 

Talvolta la mania dei divieti tocca l’assurdo.

 

 

Un giorno si legge sui giornali che alla frontiera si arresta un Tizio il quale tentava di esportare in Svizzera cedole di titoli nemici. Un altro giorno si legge un comunicato di colore ufficioso, il quale annuncia gravi pene contro coloro i quali negoziano titoli stranieri nemici. Ed è notorio che la censura militare impedisce l’invio all’estero di titoli nemici (p.639).

 

 

Non giovò osservare che i titoli, particolarmente austriaci, erano stati acquistati da cittadini italiani quando l’Austria era nostra alleata e l’acquisto era lecito. Non giovò dire che la vendita avrebbe procacciato ai venditori italiani un valsente in valuta negoziabile e che in tal modo, contro un’uscita di pezzi di carta inservibili in paese, si sarebbe ottenuta la disponibilità, ad esempio, di franchi svizzeri i quali sarebbero rifluiti sul mercato nostro ed avrebbero consentito di rifornirci di beni economici ben più importanti dei titoli cartacei esportati. Se si fosse preveduto l’avvenire si sarebbe potuto aggiungere che la vendita eseguita per tempo (scrivevo il 24 marzo 1918) avrebbe salvato il possessore italiano della perdita del proprio capitale in conseguenza della svalutazione totale della corona austriaca, seguita alla sconfitta della monarchia austro-ungarica.

 

 

Mutare un andazzo invalso nel mondo politico e nella opinione pubblica era allora ed è oggi impresa disperata; anche se chi tentava correggere taluno degli andazzi più pericolosi poteva parlare da una assai divulgata tribuna. Talché, giunto quasi al termine della guerra (25 luglio 1918), mi cadeva l’animo dinanzi alla onnipotenza dello stato, fatto persona fisica vivente nei suoi funzionari:

 

 

Ministero vuol poi dire pochi commissari e funzionari, la cui presunzione va crescendo di giorno in giorno. Nei ministeri gonfiatissimi di oggi gli italiani si sono scaldati una serpe in seno che darà molto filo da torcere all’industria italiana nel dopo guerra. Sono venuti su alcuni tiranni i quali vogliono spadroneggiare, disciplinare, sorvegliare, indirizzare; e contro di cui sarà assoluta necessità lottare animosamente se si vuole che l’industria non sia rovinata. Ma dovrà essere una lotta a coltello, ben più costosa e dura di quella che dovrà essere combattuta contro la risorta concorrenza germanica, contro il dumping e contro tutti i più famosi spauracchi dell’ante guerra (p. 628).

 

 

Non erano ancora sorti i dittatori economici, onesti, convinti, capaci, ai quali saranno destinate parecchie pagine del volume quinto; ma già l’«industria», che nel mio linguaggio di allora significava i ceti industriali, bancari e commerciali italiani, si difendeva nel modo che poi usò quando venne sul serio il tiranno, «coll’astuzia e colle blandizie» (p. 628). Al luogo della libertà, che poteva essere consentita senza pericolo nei casi nei quali non era in gioco la salvezza del paese dal nemico, si ebbe l’arbitrio ministeriale. Lo stato di guerra giustificava gli abusi; ma il male stava nel consentire diventassero abusi quelli che erano forse il legittimo uso di diritti misconosciuti dalla tirannia ministeriale.

 

 

Alla inframettenza presuntuosa dei funzionari ministeriali forniti di potere sulla condotta politica, economica ed, ahimè !, spirituale dei cittadini fa d’uopo concedere la venia dovuta al prevalere di errori radicati da secoli nella pubblica opinione. Qual meraviglia se prefetti, ministri, deputati invocano e decretano calmieri, requisizioni, in multe e carcere contro i profittatori del mercato nero, divieti di esportazione di beni non necessari a noi e inutili alla condotta della guerra, proibizioni al commercio fra provincie abbondanti e provincie manchevoli, imposte distruttrici su coloro i quali ottengono lucri. eccedenti il livello normale, perché sanno organizzare bene i mezzi produttivi e tenui su coloro i quali guadagnano poco o perdono perché capaci solo a sprecare capitale e lavoro; se parlamenti approvano imposte sulle aree fabbricabili congegnate in modo da costringere a venderle a buon mercato ed a utilizzarle perciò malamente in costruzioni scarsamente redditizie quando l’interesse collettivo avrebbe richiesto che le aree medesime fossero «speculativamente» ossia «razionalmente» serbate vuote in attesa del futuro momento adatto all’ «ottima» utilizzazione; qual meraviglia che peggio non accada, quando l’errore è voluto, imposto dal clamore della opinione pubblica e la tirannia ministeriale detta «burocratica», altro non è se non il braccio secolare il quale esegue la sentenza pronunciata dalla pubblica opinione?

 

 

Il tempo di guerra è terreno particolarmente propizio alla seminazione degli errori. Le pagine di questo volume recano assai critiche alle farneticazioni protezionistiche di coloro che, preoccupati dell’avvento della pace, invocavano proibizioni o dazi altissimi contro le importazioni dai paesi nemici e particolarmente dalla Germania, che dicevasi agguerritissima, pronta ad iniziare subito una lotta distruttiva a danno delle industrie dei paesi alleati, a base di svendite a sotto costo, di pagamenti a lunga scadenza e di premi alla esportazione. Avere essa ammortizzato, cogli utili bellici, gli impianti esistenti, sicché questi lavoravano a costi minimi o nulli per interessi ed ammortamenti. Che è grossa fandonia, la quale è ripetuta (p.625) anche in tempo di pace per i paesi vecchi. Si immagina che certi paesi, detti vecchi, possano muovere concorrenza vittoriosa ad altri detti nuovi o, con parola nuovissima divenuta oggi di moda, sottosviluppati, perché i loro impianti industriali sono oramai nei libri contabili valutati a zero e non costano perciò interessi ed ammortamento. Come se l’esperienza posteriore alle due grandi guerre non avesse dimostrato che gli impianti vecchi, sedicentemente ammortizzati, lavorano ad alto costo e provocano la decadenza delle imprese, i cui dirigenti si addormentano nella falsa credenza dei costi nulli; laddove la fortuna economica degli Stati uniti è «anche» data dalla prontezza con la quale gli impianti vecchi, anche se fisicamente ancor nuovissimi, ammortizzati o non, sono buttati nei ferrivecchi non appena macchinari nuovi, metodi produttivi diversi lavorino a costi minori; e il rifiorimento della Germania e dell’Italia non sia «anche» dovuto alle distruzioni belliche degli impianti vecchi cosidetti ammortizzati ed alla necessità nella quale le imprese si trovarono di rinnovare, con o senza l’aiuto americano, stabilimenti ed impianti in modernissima perfetta maniera; questi, sì, lavoranti a costi bassi. Tant’è ; nell’elenco delle ragioni o pretesti per cui gli industriali nazionali invocano protezione contro le importazioni straniere, sempre figura la voce: «costi bassi stranieri per impianti vecchi ammortizzati» ; laddove la voce dovrebbe essere rovesciata e messa nell’elenco delle disgrazie altrui, con il titolo di “costi alti stranieri per l’uso di antiquati impianti detti ammortizzati».

 

 

Nella state del 1918 si ebbe il primo accenno in Italia di una mutazione nella struttura delle banche commerciali, la quale col tempo provocò poi un’altra mutazione, assai più radicale e pericolosa, di esse in banche di stato. Lamentavamo, innanzi al 1914, che le grandi banche ordinarie italiane, a differenza di quelle inglesi e ad imitazione del modello tedesco, oltre alle operazioni brevi di sconti e di anticipazioni per la fornitura del capitale circolante delle industrie e dei commerci, prendessero troppa parte alla fornitura all’industria del capitale di investimento a lunga scadenza. Dicevasi che le banche in tal modo diventassero padrone dell’industria e tendessero a persuadere i dirigenti di questa ad occuparsi non tanto della produzione a costi decrescenti di beni economici, quanto del promuovere l’aumento del prezzo delle azioni emesse dalle società ed accolte nel portafoglio delle banche in attesa di poterle collocare profittevolmente, a prezzi cresciuti nelle borse, sul mercato dei risparmiatori-investitori. La guerra, arricchendo le imprese dell’industria pesante, fornì ai loro dirigenti i mezzi per dare inizio alla pratica opposta: non più le banche padrone dell’industria; ma i grossi gruppi industriali, intesi ad acquistare le azioni delle banche, così da diventare padroni del pacchetto di maggioranza – e bastava per lo più una maggioranza relativa in un’assemblea di minori azionisti disorganizzati – e pronti a nominare consiglieri ed amministratori delegati ligi ai loro interessi. Il pericolo era grave: che pochi uomini disponessero dei depositi delle banche a vantaggio delle proprie intraprese (pp. 683-87). Per quella volta, il ministro del tesoro Nitti credette di aver risoluto il problema (art. del 2 luglio 1918, pp. 688 sgg.) col persuadere le quattro maggiori banche commerciali – Banca italiana di sconto, Banco di Roma – a stipulare tra di loro un accordo di difesa contro l’assalto dei capi dell’industria pesante. Fin d’allora, la costituzione di un cartello delle banche era veduta con sospetto da chi dettava le presenti cronache (p. 689); e non dovevano passare molti anni perché le immobilizzazioni dei depositi a favore di talune grosse imprese industriali procacciassero dapprima la crisi della Banca italiana di sconto, gli interventi di salvataggio dello stato e poi la nazionalizzazione del sistema bancario italiano.

 

 

L’idea storta che governava i provvedimenti con cui si intendeva risolvere ad uno ad uno i problemi, i quali si presentavano, con urgenza, all’attenzione ed all’ansia dei cittadini, era che in verità esistessero «problemi» economici l’uno distinto dall’altro. L’idea non è morta; anzi rigermina vigorosa ogni volta dalle sue ceneri. Ogni giorno si legge che «un problema è sorto e deve essere risoluto»; quasi esistessero problemi singoli e questi potessero essere risoluti ad uno ad uno. La manifestazione più comica della problematica si ebbe nell’estate del 1918 quando pareva ed era imminente la fine gloriosa per l’Italia e per gli alleati, della guerra e tutti si ponevano il problema: che cosa si farà poi? come costringeremo la Germania ed i suoi accoliti a pagare le indennità sacrosantamente dovute per gli ingiusti danni di rovine e di impoverimento a noi recati ? Come, pur costringendola a pagare indennità sufficienti e perciò grandiose, ne schiacceremo la capacità di concorrenza a nostro danno, le impediremo di vendere a noi i suoi beni a prezzi rotti? Come la necessità di riparare con lo sforzo di tutti all’impoverimento determinato dalle rovine belliche sarà contemperata con le promesse di distribuire buone terre appoderate ed attrezzate ai reduci, e di aumentare il reddito medio delle moltitudini meno provvedute? Il frutto del nobile proposito di risolvere la quadratura del circolo fu la nomina di una mastodontica commissione, presieduta dall’on. Pantano, detta del dopo guerra; che, per cominciare, fu composta di seicento membri (cfr. art. del 16 luglio, del 25 settembre e del 16 novembre, pp. 692-708). Approdò quella commissione, con gran dispendio, ad una relazione dell’on. Pantano, che nessuno lesse e fu presto dimenticata. Non poteva approdare a nulla; perché seicento pareri contrastanti per origine ideologica, per tradizione di partiti o di classi, per interessi economici non formano un’idea, una politica capace di risolvere il problema, che è unico ed inscindibile, dell’avanzamento della nazione.

 

 

Dalla considerazione particolaristica dell’unico problema economico non può non nascere la torre di Babele, con la connessa confusione delle lingue. Il problema vero fondamentale che si trattava di risolvere era questo: vogliamo che prosegua nel dopo guerra l’attuale tendenza bellica, forse inevitabile per necessità assolute di guerra, verso la gestione di stato degli affari economici, verso il dominio della amministrazione o vogliamo il ritorno, sia pure graduale, verso libere maniere di attività private, con interventi statali limitati ai soliti casi ammessi nei tempi ordinari? … Nella commissione nessuno è incaricato di risolvere il problema generale; sicché si avrà una collezione di precetti, così cari al dilettantismo fantasioso dell’on. Pantano, celeberrimo per avere in tasca, come del resto parecchi suoi colleghi di sottopresidenza, piani «completi» ed «organici» e «geniali» per rimediare in quattro e quattr’otto ad ogni malanno dell’Italia e dell’umanità (pp. 695-96).

 

 

Nel giorno della vittoria, chi scrive osa guardare in alto e spera che alla vittoria sul nemico straniero segua la vittoria sul nemico che è in noi:

 

 

Per non cadere nel disfacimento che è la conseguenza fatale dei tentativi di attuare programmi millenari che è il terreno fecondo su cui soltanto i Lenin d’Italia possono sperare di mietere, bisogna anche per il dopo guerra ritornare alle nostre vecchie e grandi tradizioni del risorgimento. Il ritorno a Mazzini ha contribuito, oramai tutti lo vedono, a far vincere a noi la guerra, poiché ha distrutto la compagine statale del nostro nemico. Per vincere il dopo guerra, per emergere più saldi, più forti, più ricchi moralmente e materialmente dalla grande prova civile che ci attende, bisogna ritornare alle audacie del conte di Cavour: alle audacie di chi odia i programmi vuoti, le parole retoriche, le promesse aventi un puro e basso scopo elettorale, alle audacie fredde, ragionate di chi sa la meta a cui vuoi giungere, scarta i mezzi inadeguati e sceglie la via che può essere percorsa senza pericolo di cadere nell’anarchia e nella reazione. Cavour, che la lettura dei suoi scritti rivela essere stato uno dei maggiori economisti d’Italia, non fu l’uomo di un’idea unica. Fece costruire allo stato ferrovie e porti, sussidiare linee di navigazione, impose tasse durissime; ma mentre faceva far molto allo stato dove giudicava l’azione sua vantaggiosa, gli toglieva compiti, come quelli di regolare e proteggere l’industria, di fissare i calmieri del pane, laddove credeva che l’aria libera fosse meglio atta a promuovere lo sviluppo della ricchezza ed il buon mercato della vita. Finiva di abolire le corporazioni d’arti e mestieri; ma fondava una cassa di assicurazione per la vecchiaia degli operai e voleva renderla universale. Così egli condusse il Piemonte dal 1850 al 1860 ad un alto grado di forza economica (pp. 704-5).

 

 

Le pagine qui raccolte hanno dunque, pur nel clima di consenso doveroso all’opera delle autorità politiche e militari nel tempo di guerra, indole sovratutto critica. Troppi furono gli errori inutili, le improvvisazioni, l’ossequio alle pretese irrazionali dei danneggiati dalle esigenze belliche, perché la critica potesse tacere. Spesso si passò il segno nella arrendevolezza verso le richieste di vantaggi momentanei a pro di questo o di quell’altro ceto o città o regione, verso il clamore disordinato contro gli arricchimenti dei provveditori di cose belliche, degli accaparratori e profittatori del mercato nero; troppo si indulse a provvedimenti dettati da buone intenzioni frettolose, ma intesi a conseguire effetti contrari al bene comune; troppi imbrogli demagogici furono aggiunti al sistema tributario vigente, dall’usura del tempo già fatto decadere dalla prima semplicità razionale; sicché il volume ha in gran parte sostanza di critica quotidiana a malefatte di legislazione e di amministrazione. Giova sperare che le sue pagine non appaiano, come non erano nelle intenzioni, di scarso apprezzamento degli uomini di valore i quali, se pur commisero taluni errori economici pratici, servirono validamente e devotamente il paese e condussero la patria alla vittoria. La critica era anch’essa doverosa, se talvolta giovava a smussare le punte degli errori ed a gittare il germe di una diversa condotta, che era assurdo pretendere in tempi fortunosi, per il tempo auspicato della pace.

 

 

Una tregua nell’incessante susseguirsi di problemi incalzanti si può forse scorgere nelle pagine da 138 a 184 nelle quali, in articoli scritti fra il 15 marzo 1915 ed il 5 dicembre 1916, studiai la crisi del carbone e l’ingombro del porto di Genova. Rileggendo quelle pagine, ricordai i giorni nei quali interrogavo facchini del porto, organizzatori operai, capi del consorzio, commercianti in carbone e in cotone, industriali dell’interno desiderosi di materie prime; e cercavo di formarmi un quadro preciso dei grossi problemi dalla cui soluzione, empiricamente cercata giorno per giorno, ora per ora, dipendeva la vita dell’industria e delle popolazioni nella grande pianura padana ai cui confini operava e combatteva l’esercito italiano. Risento ancor oggi il rimpianto non ci sia stato mai nessuno il quale scrivesse il beI libro di economia viva che poteva ed ancora può essere dettato a narrare ed analizzare il congegno vario e ricco e miracoloso del maggior porto italiano. Credo di avere già scritto altrove come a scriverlo dovrebbero collaborare un economista ed un romanziere; un Pantaleoni ed un Balzac. Il Pantaleoni scrisse quel capolavoro che si intitola alla Caduta del Credito mobiliare, nel quale sono narrate, da chi le aveva rivissute, le vicende della grandezza e della decadenza della maggior banca di investimenti del tempo suo; laddove il Balzac, forse per avere, anch’egli, provate le speranze e sofferte le delusioni dello speculare economico, seppe creare tipi di banchieri, di negozianti, di sfaccendati giocatori di borsa, uomini e donne, di geni e di sprovveduti quali nessun economista seppe immaginare e descrivere. Quale stupendo stimolo all’analisi economica il porto di Genova; dove arrivano navi e merci e uomini da ogni paese del mondo e si dipartono merci ed uomini per le fabbriche del Piemonte e della Lombardia; dove a tratto a tratto dominava il padrone della chiatta e riscuoteva taglia su chi doveva scaricare dalla nave e non sapeva dove collocare la merce scaricata, e poi scompariva nei tempi di magra o di servizi abbondanti e bene organizzati; dove si scontrano gli interessi degli importatori di frumento, di carbone e di merci varie con quelli delle industrie consumatrici del nord; dove le calate, i pontili, gli scali ferroviari sono strumenti gli uni agli altri coordinati; dove l’intermediario, il commissionario, l’agente, che maneggia miliardi in uno «scagno» di pochi metri quadrati in un vicolo di basso porto, lavorano attorno alle grandi banche e regolano sulla parola affari colossali in borsa e per la strada; dove le organizzazioni operaie hanno sostituito i «confidenti» di un tempo; e dove il consorzio del porto, la Camera di commercio, il capitano del porto, l’ispettore di pubblica sicurezza, il municipio gestore del punto franco si incontrano, si sovrappongono, si accordano. Nasce nel porto un mercato, un grande mercato, dove si formano i prezzi e dove è possibile analizzare costi, costi veri, i quali, confrontati con i prezzi, danno luogo a perdite ed a guadagni. Auguro che le analisi di costi da me condotte in quel tempo persuadano taluno amante dei fatti economici analizzati nella realtà operante, a scrivere quel libro sul porto di Genova, che da tanti anni immagino ed invoco.

 

 

Ho raccolto nell’ultima parte del volume (pp. 748-90) scritti i quali dal 18 gennaio del 1915 al 16 ottobre 1918 furono dedicati a problemi non economici: la teoria tedesca della decadenza dell’impero britannico, quella inglese dell’equilibrio europeo e sulla necessità che la guerra finisca in una sconfitta della dinastia tedesca. Quest’ultimo iniziò sul «Corriere della sera» la serie degli articoli i quali recavano non la mia firma, ma quella di uno pseudonimo «Junius» e furono poi raccolti dall’editore Laterza in un volumetto dal titolo Lettere politiche di Junius. La sigla era quella stessa che nel Settecento era stata usata per un volume di scritti politici divenuti celebri, anche per la controversia sorta intorno alla persona dell’autore. Adottai per quegli articoli lo pseudonimo e l’uso di indirizzarli, quasi fossero una vera lettera, al «signor direttore» ; e cercai di serbare il segreto intorno alla persona dell’autore, per scemare ai lettori la noia di vedere troppo spesso ripetuto in calce agli articoli il mio nome e per il piacere di ascoltare da amici e conoscenti giudizi critici, che, vista la firma, non sarebbero stati dichiarati in mia presenza.

 

 

Nel gruppo degli articoli politici si inseriscono anche due articoli storici, l’uno sulla conquista del confine naturale delle Alpi occidentali compiuto lungo duecento anni di guerre e di lotte da Casa Savoia e l’altro sulla cavalleria con la quale nel Sei e Settecento si conducevano le guerre in Piemonte confrontate con i casi di barbarie moderne, che parevano già biasimevoli durante la prima guerra mondiale e divennero durante la seconda terrificanti per i trasferimenti forzati di intere popolazioni e per la tentata distruzione del popolo ebraico.

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. XIII-XXXV

 

 

Il volume è tutto composto di articoli del tempo di guerra. Scrivevo (p. 281) :

 

 

Di fronte alle necessità della guerra cessa il diritto alla critica. Chi di noi oserebbe lamentarsi di fronte anche alla scomparsa totale del naviglio marittimo dal mercato dei trasporti non bellici quando, per ipotesi, ciò fosse necessario per la vittoria?

 

 

Ebbero perciò gran luogo negli articoli del giornale e nel volume sono solo in minor parte riprodotti, per evitare le assai frequenti, allora necessarie, ripetizioni – gli inviti a sottoscrivere ai prestiti che venivano, gli uni dopo gli altri, emessi a procacciar denaro allo stato.

 

 

Chi, tra i risparmiatori italiani, vorrà più tardi incorrere nel muto rimprovero che i suoi figli gli muoveranno di non aver compiuto ogni sforzo possibile, nell’ora solenne, per fare cosa utile ad essi ed insieme alla patria? (p. 108).

 

 

Ad incoraggiare l’afflusso del denaro nelle casse dello stato, plaudivo alla scoperta, (nel 1916), della forma «al portatore» dei buoni ordinari da sei a dodici mesi (p. 356). Fino allora i buoni ordinari erano tutti nominativi; e parve gran novità avere deliberato che essi potevano essere emessi anche al portatore, anche se «per ora» la novità non era estesa ai buoni più brevi, a tre mesi. Si vide poi che i buoni al portatore erano assai meglio accetti al pubblico dei buoni nominativi, i quali in pratica erano acquistati principalmente dalle banche e da enti e non potevano sorpassare una modesta somma (300 milioni di lire) fissata ogni anno nella legge di bilancio per sopperire alle momentanee esigente di cassa del tesoro. Presto si giunse ai miliardi e divenne, quella dei buoni ordinari, la maniera di sopperimento più importante in guerra ed in pace. A promuovere il risparmio, necessario da un lato per ridurre i consumi secondari o superflui e dall’altro lato a fornire allo stato i mezzi per i consumi bellici, divulgai (p. 370) in Italia, fin dal 1916, il metodo primamente usato in Inghilterra dei buoni o certificati, rimborsabili in qualunque momento a richiesta del risparmiatore, fecondi di frutto progressivamente crescente e retrodatato al momento dell’emissione, sicché il detentore avesse interesse, pur conservando la piena continua disponibilità del denaro, a serbarli in portafoglio per il maggior tempo possibile. I buoni furono, col nome di buoni fruttiferi postali, introdotti presto in Italia ed ebbero successo notabilissimo, sicché oggi sono lo strumento preferito di impiego dei risparmi della piccola e media gente, particolarmente nelle campagne.

 

 

In argomento di prestiti, pur riconoscendo che l’Italia non aveva toccato l’ideale, che sarebbe stato quello di coprire il fabbisogno bellico esclusivamente con il provento di nuove imposte e col ricavo di prestiti – ché in tal caso la spesa bellica sarebbe stata fatta con mezzi antichi, ossia con rinuncia ad altrettanti consumi privati e non sarebbe stato necessario stampare biglietti a vuoto, davo lode (p. 526) ai ministri del tesoro e delle finanze di avere

 

 

stabilito nuove imposte a mano mano che l’onere del bilancio cresceva a cagione dei debiti contratti.

 

 

In tal modo la pratica italiana, sebbene meno austera di quella inglese, la quale con le imposte copriva almeno una parte delle spese belliche, stava ben al disopra delle pratiche seguite in Germania, in Francia e nell’impero austro-ungarico, dove si era rinunciato apertamente a confessare ai cittadini che la guerra non si poteva vincere senza sacrificio (pp. 235 sgg. ). Il dott. Hellferich, ministro germanico delle finanze, nutriva, in verità,

 

 

fiducia di far coprire gran parte delle spese germaniche di guerra con le indennità dei paesi nemici vinti (p. 231).

 

 

La tesi, che era politica, gli consentiva di rinunciare a chiedere ai suoi il sacrificio di nuove imposte; ma la esigenza economica lo costringeva ad emettere prestiti grandiosi i quali erano stati, a parer mio, «un trionfo genuino». Riconoscevo che le accuse mosse a lui

 

 

di aver creato casse di credito pubbliche solo per mutuare biglietti a coloro i quali dovevano diventare i sottoscrittori dei suoi colossali prestiti (p. 229)

 

 

erano ingiuste, e, pur essendo egli nel campo avverso, osservavo che la tecnica seguita da lui nell’emissione dei due primi prestiti era perfetta. La testa di turco contro cui battevo più frequentemente e duramente era il torchio dei biglietti. Fin dal luglio 1915 notavo dolorosamente che (p. 98)

 

 

ancor oggi si incontrano persone, le quali reputano un beneficio le emissioni abbondanti di carta moneta e non sanno capacitarsi del perché gli stati si affannino tanto a contrar prestiti onerosi al 4,50 o 5% quando potrebbero farsi imprestare gratuitamente dai cittadini quante somme volessero, semplicemente stampando biglietti e pagando con essi tutti i propri creditori.

 

 

E snodavo la litania, oggi divulgatissima, degli effetti e dei danni delle emissioni sovrabbondanti di biglietti.

 

 

In quel tempo era divenuta popolare una critica rivolta contro gli alleati ed i neutrali:

 

 

essere uno scandalo che gli svizzeri vogliano lucrare 50 o 55 lire per ogni 100 dei loro franchi; che i francesi guadagnino il 30% e che gli inglesi ci vendano le loro sterline per 36-37 lire nostre invece che per 25 lire. Passi per i neutri, i quali non hanno nessun vincolo verso di noi; ma gli alleati dovrebbero moralmente essere obbligati ad accettare la nostra moneta alla pari e dovrebbero resistere alla tentazione di lucrar il 30 od il 40% a nostre spese.

 

 

La querela era esposta in articoli giornalistici ed in discorsi parlamentari in un tempo in cui per comprare un franco svizzero bastava spendere 1,50 lire italiane e per avere una lira sterlina si davano non più di 36 lire italiane. Non sono sicuro che nella testa di qualcuno in Italia non si nasconda un residuo del sofisma antico, oggi che per avere un franco svizzero occorre dare circa 150 lire italiane e per avere una lira sterlina fa d’uopo spendere 1750 lire italiane: e del pari 625 lire per ottenere quel dollaro, che prima del 1914 si cambiava con 5,25 lire nostre! Non ne sono sicuro, perché il sofisma nasce da un sentimento proprio dell’uomo, il quale attribuisce la responsabilità di un malanno che lo incolga non mai a se stesso, ma ad altri, al parente, all’amico, al collega, al concorrente, all’avversario. Se poi la colpa può essere data allo «straniero» , il ragionamento, anche se sbagliato, diventa senz’altro corretto, anzi incontrovertibile e chi lo smaschera è reo di leso-patriottismo. Nelle pagine del testo (da 433 a 438) il sofisma è a lungo confutato, più a lungo di quanto meritasse la evidenza dell’errore. Chi riscuoteva allora, per merce venduta agli inglesi, le 37 lire italiane invece della pari di 25 lire? Non gli inglesi, i quali pagavano nulla più e nulla meno che la solita lira sterlina; ma i venditori italiani della merce, i quali ricevevano allora 37 ed oggi riceverebbero 1750 lire; ed, apparentemente, «guadagnavano» 12 e guadagnerebbero oggi 1725 lire. Ma è tutta apparenza, ché per la abbondanza di segni monetari circolanti, le 37 lire di allora e le 1750 lire di oggi comprano o comprerebbero né più né meno delle 25 lire di prima del 1914. Il che voleva dire trattarsi di un affare interno, nazionale, fuor di ogni responsabilità straniera, di cui siamo responsabili noi che volemmo o consentimmo o tollerammo che i nostri governanti, per conseguire taluni fini pubblici (vittoria contro il nemico nel 1915-18, ed oggi strade, rimboschimenti, impianti ferroviario-portuali, lotta contro la palude o la malaria) o pseudo-pubblici (ferrovie inutili, palazzi superflui, impiegati esuberanti ecc. ecc.), invece di togliere denari preesistenti ai cittadini sotto forma di imposte o di prestiti, fabbricassero denaro nuovo e così crescessero i cambi esteri e svilissero la moneta nostra. Oggi, che di queste verità elementari tutti sono persuasi ed il pericolo sembra venuto meno, può parere inutile ristampare articoli del tempo in cui il sofisma correva ed il pericolo era attuale e si dimostrò in seguito distruttivo dell’assetto sociale. Ma, sicuro non sono che il sofisma non informi ancora il convincimento di troppi italiani. Il modo di dire, per fermo, rimane; e da esso è breve il passo al modo di pensare.

 

 

Correva nei giornali e nelle relazioni di governo o di commissioni parlamentari una teoria, la quale attribuiva l’aumento progressivo dell’aggio sull’oro e sulle monete straniere al disavanzo della bilancia commerciale. Ed era vero che

 

 

dallo scoppio della guerra europea alla fine di luglio 1917 – scrivevo il 15 dicembre 1917, a p. 456 – le importazioni di merci eccedettero le esportazioni per circa 8 miliardi e mezzo di lire,

 

 

somma suppergiù equivalente – vedi l’avvertenza a p. 792 di questo volume – a 12.750 miliardi di oggi.

 

 

Prima di affermare che la causa dell’aggio, ossia del deprezzamento della lira, sia il disavanzo della bilancia commerciale – ma si intendeva sempre parlare dello sbilancio totale o dei pagamenti – bisognava dimostrare che lo sbilancio esisteva. Orbene, a tacere dei guadagni della marina mercantile italiana, delle rimesse di emigranti e di altre sopravvenienze attive, le quali, anche negli anni di guerra, seguitavano ad arrivare,

 

 

non è forse vero che lo stato italiano ha esportato all’estero per miliardi di lire di titoli di debito? Far debiti all’estero è lo stesso che vendere od esportare all’estero nostri titoli di debito … È probabile che i debiti fatti dall’Italia in Inghilterra e negli Stati uniti siano stati sufficienti per coprire lo sbilancio tra importazioni ed esportazioni. Sì, noi comprammo 8 miliardi e mezzo di lire – carta di più di merci di quante non ne vendemmo all’estero; ma questi 8 miliardi e mezzo li pagammo con i crediti che ci furono aperti all’estero … Se questo è vero, come è possibile affermare che l’alto cambio derivi da una eccedenza che non esiste? … Se il cambio alto potesse concepirsi derivante da questa causa, noi avremmo il cambio alla pari. Un oculato e forte governo del tesoro e degli istituti di emissione – allora si parlava al plurale, perché accanto alla Banca d’Italia, avevano diritto di emettere biglietti anche i Banchi di Napoli e di Sicilia – basterebbe non solo a far scomparire le oscillazioni del cambio, ma l’aggio medesimo al disopra della pari (pp. 456-57).

 

 

Il sofisma assumeva così una forma meno grossolana di quella esaminata dianzi dell’attribuire senz’altro allo «straniero» la colpa di qualche nostra disgrazia; bensì l’altra di attribuirlo alla guerra, allo stato di necessità in cui la guerra ci aveva posto, di dovere fare spese di gran lunga superiori alle normali e di dovere perciò approvvigionarci all’estero in misura superiore alle nostre possibilità di pagamento. Che era un discolparsi apparentemente plausibile. Ma plausibile non era, perché si dimenticava che, in un mondo di uomini ragionanti, cittadini e governanti avrebbero visto che non si conduce guerra grossa, se non ci si sobbarca a grossi sacrifici di imposte nuove e di prestiti offerti mercé il risparmio ossia con la rinuncia a consumi anche ordinari. Ma nessuno, nemmeno nei paesi più ricchi, ebbe il coraggio della rinuncia. Piaceva lasciar credere che la guerra non avrebbe turbato troppo l’assetto normale della economia pubblica e privata; e sebbene noi, come osservai sopra, ci si fosse comportati abbastanza bene, non si ebbe il coraggio di aumentare le imposte come sarebbe stato necessario e si dovette perciò ricorrere, in misura notabile, agli indebitamenti coll’estero. Poiché questi non bastavano, si ebbe ricorso, per fronteggiare le spese interne, al torchio dei biglietti. Che fu la causa vera dell’aggio, del deprezzamento della lira e delle conseguenze politiche e sociali che ne derivarono.

 

 

Il bello si fu che quei debiti verso l’Inghilterra e gli Stati uniti non furono, se non in minima parte, rimborsati. Ma di ciò si discorrerà nel quinto volume, dove sono riprodotti gli articoli scritti a pro della tesi che quei debiti non dovessero essere rimborsati, essendo le spese state sostenute nell’interesse comune. Tesi la quale fu, dopo la vittoria comune, accettata, se non in principio, di fatto dagli alleati.

 

 

Continuava, ché la tradizione era antica, il metodo, opposto a quello seguito nel primo decennio dopo la unificazione e nella rinnovazione del catasto, delle sciabolate tributarie (p. 536), come un giorno le aveva acconciamente definite il Daneo, ministro delle finanze nel gabinetto Salandra. A chi tocca, tocca; pur che si faccia denaro: centesimi di guerra, sugli esenti dal servizio militare, imposta militare, sui canoni enfiteutici, ecc. ecc. Tipico il decreto del 3 febbraio 1918, il quale col pretesto della perequazione, aggiungeva un’altra alla vecchia e tuttora esistente sperequazione della doppia tassazione degli interessi dei debiti ipotecari. Se il proprietario di un fondo rustico tassato coll’imposta (e colle sovrimposte locali) fondiaria sul reddito di 100.000 annue, contrae un mutuo di un milione di lire al 5%, fruttifero di 50.000 lire annue a favore del mutuante, il fisco colpisce presso il proprietario il reddito di 100.000 lire che il fondo o la casa gli dà, e presso il capitalista mutuante gli interessi a suo favore di 50.000 lire; ed il totale reddito tassato è di 150.000 lire. Il doppio di imposta è evidente; ché il reddito è uno solo: quello di 100.000 lire fornito dal fondo. Il fatto che, prima del mutuo tutte le 100.000 lire fossero percepite dal proprietario e, dopo il mutuo, per 50.000 lire da lui e per 50.000 lire dal suo creditore, non produce l’effetto miracoloso della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il reddito rimane in tutto di 100.000 lire (50.000 + 50.000) e non diventa di 150.000 lire per ciò solo che il proprietario dal reddito di 100.000 lire deve prelevarne 50.000 lire e trasmetterle al creditore. Eppure, la sperequazione si perpetua, traendo pretesto dal fatto che l’imposta non colpisce le persone, ma le cose: il fondo e il mutuo. Il fondo dà o non dà un reddito di 100.000 lire? il mutuo non è forse fruttifero di interessi di 50.000 lire? epperciò paghino. Il sofisma è grossolano; perché i redditi sono goduti da persone e non da cose; e nessun arzigogolo può trasformare in 150.000 quello che è un ammontare di 100.000 lire.

 

 

Dal danno si era miracolosamente salvato, sino al 1918, un reddito, per il quale il doppio d’imposta era troppo chiaro per passare inosservato: i canoni enfiteutici. Esiste infatti nel nostro sistema di diritto, un istituto detto della enfiteusi. Sorto nel medio evo, esso sdoppiava la proprietà della terra: il vecchio proprietario pieno diventava proprietario eminente o domino del fondo e lo concedeva ad un coltivatore detto utilista, in compenso di un canone fisso in denaro o in derrate agrarie. Il «domino», rimanendo titolare della proprietà, fissava, ad esempio, il reddito da lui percepito in 1.000 lire all’anno; e l’«utilista», iscritto come colono enfiteuta nei libri catastali, riscuoteva il residuo prodotto del fondo. Il contratto di enfiteusi aveva per iscopo di incoraggiare la messa a cultura di terreni boscosi ed incolti; ché il colono, migliorando, avrebbe goduto di tutto il sovrappiù oltre le 1.000 lire dovute al proprietario. Col passar del tempo e con le migliorie, il sovrappiù era diventato maggiore del canone, e spesso questo, anche a causa della svalutazione della moneta, era divenuto irrilevante. Supponendo che l’enfiteuta incassasse 3.000 lire di reddito netto, accertato in catasto, era chiaro che il reddito era di 3.000 lire in tutto, delle quali 1.000 erano dall’enfiteuta versate al «domino» e 2.000 da lui trattenute. Per antica consuetudine era stipulato sempre che le 1.000 lire erano pagate al netto da pesi e tributi, sicché questi gravavano tutti sulle 2.000 lire dell’enfiteuta. L’immunità era stata convenuta dall’origine, ed era divenuta col trascorrere del tempo, ognora più ovviamente ragionevole, ché tutto l’incremento di reddito, oltre le 1.000 lire, spettava all’utilista. Saltava agli occhi che il reddito era uno solo, di 3.000 lire, ripartito in due parti a due persone, amendue iscritte come proprietarie del fondo, l’una col nome di domino e l’altra con quello di utilista. Epperciò, si era pacificamente sempre tassato il solo reddito delle 3.000 lire accertato in catasto, in conformità all’atto di creazione dell’enfiteusi, al nome dell’utilista. Durante la guerra, all’occhio linceo di un funzionario, occupato nel rintracciare materia nuova imponibile sfuggita all’imposta, parve di aver scoperto nei canoni enfiteutici l’araba fenice del cespite esente dall’imposta; ma la ingiustizia o sperequazione non era vera, ma dedotta dal fatto che, in altro caso, quello degli interessi ipotecari, pacificamente si commetteva la scorrettezza del doppio, tassando 150 quando il reddito totale era solo 100. Se la sperequazione nell’un caso è pacifica, perché non sperequare anche nell’altro caso? Così è della maggior parte delle ingiustizie alle quali si provvede creando imposte nuove: non si tratta di scoprire e tassare un vero reddito nuovo; non già di tassare qualcosa che sia veramente esente; ma solo di colpire quel che è tassato di meno o meno ferocemente di altri redditi o quel che appare esente, laddove invece è già tassato, ma non ancora due volte, al pari di altro disgraziato simigliante cespite. A nulla valsero le critiche mosse (cfr. pp. 533 sgg.) allo sconcio; il quale rimase, sinché, in un momento posteriore alla guerra, esso poté essere tolto.

 

 

La caccia alle ingiustizie ed alle sperequazioni fiscali da abolire è uno dei passatempi favoriti dei riformatori tributari; e già sin d’allora (29 novembre 1915 e qui a p. 272) mettevo in guardia contro le imposte demagogiche, fruttifere di «parole» invece che di «centinaia di milioni e miliardi di lire effettive» di cui ha urgenza il tesoro degli stati; e ricordavo il «famoso» bilancio del 1909 del signor Lloyd George, il quale, avendo fatto approvare un sistema di imposte sulle aree fabbricabili, ne aveva ricavato sino al 31 marzo 1914

 

 

l’unico costrutto di aver costato circa 55 milioni di lire italiane e di aver reso poco più 15 milioni di lire.

 

 

Sicché anche qui, a case calme, l’intiero edificio perequativo fu smantellato e raso a terra.

 

 

Spesseggiarono anche tra noi, le invenzioni infruttifere ed inapplicabili come le imposte sugli esenti dal servizio militare o quella sull’assistenza civile. Le successive chiamate dei riformati rendevano instabili i ruoli delle imposte; e le quote di sei lire si erano palesate quasi tutte inesigibili e causa di dispendio per la finanza invece che di entrata (pp. 529 sgg.). Sinché non fosse stata istituita la imposta complementare sul reddito, proposta dall’on. Meda, vana era la speranza di colpire i redditi esenti. I tentativi erano a vuoto e sempre si ricadeva nel solito risultato di sovratassare i già tassati (pp. 531 sgg.).

 

 

Ero scettico sui risultati delle nuove imposte sui sovraprofitti di guerra (p. 277); e criticavo l’incitamento che l’imposta dava, per l’indole del suo meccanismo, a crescere gli impianti inutili e le spese superflue allo scopo di sottrarre legalmente al tesoro la materia imponibile. In generale tutte le imposte che sovratassano l’eccedente su un reddito definito normale hanno effetti dannosi di spreco di capitali e di lavoro. Recando l’esempio all’estremo – ma è un estremo al quale ci si avvicina progressivamente durante la guerra e fu raggiunto dopo il 1919 con la cosidetta «avocazione» totale dei profitti di guerra – se si tassa con l’imposta normale, suppongasi, del 20% il reddito sino all’8% del capitale investito e con il 100% il supero oltre l’8%, quale mai interesse ha il contribuente a produrre il supero? Anzi, se le contingenze del momento procacciano un supero, egli ha interesse a sprecarlo: ad assoldare operai ed impiegati inutili, a distribuire stipendi ad amici e familiari. Giova procacciarsi clientela di amici e di impiegati, più che non pagare imposte. Ed ha interesse a compiere impianti superflui, pur di crescere la cifra «legale» del capitale investito. Se questo è di 100 milioni, l’imprenditore tiene per sé otto (8% su 100 milioni di capitale) sugli eventuali 20 milioni di reddito conseguito ed il resto deve versarlo all’erario. Se egli perciò cresce l’investimento a 150 milioni, non occorre che i 50 milioni in più di impianti e di scorte fruttino alcunché. Egli può tenere per sé, all’8% 12 milioni, versandone solo 8 invece di 12 allo stato. Se egli riesce a spingere, purtroppo di fatto e non solo per scritturazione contabile, gli investimenti a 200 o 250 milioni di lire, egli può tenere per sé, assoggettati alla sola imposta normale, 16 o 20 milioni rispettivamente e finire di non versare più nulla allo stato. Fu, in misura progressivamente crescente, l’esperienza degli anni dal 1917 al 1920. Il capitale superfluo, per il meccanismo dell’imposta, fruttava, non perché fosse realmente produttivo, ma perché risparmiava, a vantaggio del contribuente, il versamento delle imposte crescenti sull’eccedente. Il danno per la collettività era certo; ma l’imposta confiscatrice era popolare e riscuoteva plauso generale (pp.559, 628); e riscuote ancor oggi, ogni qualvolta il principio, in forme nuove, venga accolto, plauso rinnovato. A nulla giovano, ad impedire gli sprechi, le facce feroci, i giuramenti fiscali, le minaccie di galera; ché l’errore fiscale offre la giustificazione «morale» alle evasioni di difesa ed aggiunge «pretesti» a coonestare le frodi sostanziali.

 

 

Lo stato di guerra diede luogo a speranze, le quali poi si dimostrarono ingiustificate; ché la scarsità dei beni rese inutili talune delle salvaguardie protettive che a poco a poco erano state stabilite a favore delle industrie. Innanzi alla guerra, il produttore di zucchero nazionale era soggetto ad una imposta di fabbricazione di 76,15 lire al quintale per lo zucchero raffinato; e poiché l’importatore avrebbe dovuto pagare 99 lire per quintale, il produttore nazionale godendo di un margine protettivo di lire 22,85, viveva sicuro di dominare intieramente il mercato italiano. La guerra, rialzando i prezzi e provocando con i razionamenti e le distribuzioni ai soldati, un aumento dei consumi, consigliò a ridurre gli ostacoli alla importazione straniera. Il che, alla fine del 1916, si conseguì decretando una sovratassa di guerra sulla produzione nazionale di 17 lire per quintale. Temporaneamente il margine protettivo si riduceva così da 22,85 a 5,85 lire al quintale, in conformità alla norma generale della convenzione di Bruxelles (pp. 374 sgg.). Me ne rallegravo nella speranza che

 

 

al ritorno della pace fosse conservato il regime fiscale fortunatamente consigliato dalle esigenze di guerra …, il margine protettivo di lire 5,85 essendo largamente sufficiente ad una industria, già ricca prima e rafforzatasi vieppiù durante la guerra (p.376).

 

 

Speranza fallace, ché gli zuccherieri seppero poscia riconquistare il perduto privilegio.

 

 

Lo stato di guerra aveva costretto, sin dal 18 ottobre e dal 1 dicembre 1914 a ridurre temporaneamente il dazio sul frumento da 7,50 a 3 lire al quintale; che non erano veramente tali, perché, non consumandosi frumento in granella, ma frumento trasformato in farina da pane e da paste alimentari, il dazio effettivo era quello sulle farine, ridotto solo da 11,50 a 5,25 lire al quintale. Perciò dichiaravo nel gennaio del 1915 necessaria la immediata abolizione di ambo i dazi sul frumento e sulle farine (p. 52). Che fu cosa fatta subito; ma non ebbe effetto, perché ben presto la situazione si invertì ed il governo, con calmieri, requisizioni e tesseramento per il frumento e gli altri cereali inferiori, credette dover mantenere il prezzo del pane ad un livello politico con perdita crescente per l’erario. Le pagine del presente volume sono consacrate spesso al problema del pane (cfr. per i primi anni il gruppo di articoli da p. 45 a p. 82); e sulle forme del pane (unico o di due tipi?) A favore dei due tipi si adduceva che, lasciando ai consumatori completa libertà di scelta tra il tipo ordinario, alla resa dell’8%, di forma grossa e di ottima sostanza, quello un tempo detto «di munizione» perché distribuito ai soldati, calmierato a 50 e poi 65 centesimi al chilogrammo ed i tipi detti fini, sempre alla resa dell’8%, in forme libere ed a prezzi di mercato, il grosso dei consumatori avrebbe preferito il pane grosso, a prezzo politico basso; laddove i più agiati e raffinati abituati a forme più piccole ed apparentemente più allettevoli, avrebbero pagato prezzi più alti e crescenti. Prevalse, sino alla fine della guerra ed ancor dopo, il partito del pane unico; perché, si disse, i poveri ed i lavoratori avrebbero tenuto in dispregio il pane grosso e guardato con odio e invidia i ricchi, i quali meglio forniti di moneta avrebbero consumato i tipi fini e cari. A noi la roba destinata ai porci; ai ricchi quella per i palati fini. Né si può negare che, in un momento nel quale si doveva contare sulla concordia nazionale, la tesi del pane di forma unica non fosse ben ragionata. Non pareva accettabile la proposta del prof. De Viti De Marco (p. 60) di accordare un sussidio ai poveri che non fossero in grado di pagare il prezzo di mercato; ché il pericolo di favoritismi, di falsi poveri iscritti nelle liste delle congregazioni di carità e di costi crescenti di amministrazione del congegno distributivo era chiaro. Il metodo dei due tipi, osservava talun difensore dell’erario, avrebbe chiarito che i più avrebbero preferito consumar pane di forme fini a prezzo libero crescente, abbandonando l’uso del pane grosso ai buongustai, ai ceti impoveriti degli impiegati, dei pensionati, dei redditieri ad interesse fisso e ad una minoranza residua di vecchi veri poveri. La svalutazione della lira provocava un gran tramestio negli ordini sociali, sicché i confini tra poveri agiati e ricchi si mischiavano in maniera confusa e facevano preferire ai governi il principio della parità di trattamento che, astrazion fatta della sua sostanziale applicazione, e pur sempre proprio dello stato, particolarmente quando si vive in una piazza assediata, come era allora l’Italia, dove i capi politici destinati agli approvvigionamenti vivevano in ansia quotidiana di affondamenti di sottomarini e di rivolta di popoli timorosi di restare senza pane.

 

 

L’esperienza del tempo dal 1915 al 1918 crebbe l’antipatia, che già esisteva, verso gli interventi dello stato nelle faccende non sue. Mi era accaduto di dirmi favorevole e addirittura di proporre, non per scemare l’altezza, ma soltanto per ridurre le punte delle oscillazioni dei corsi dei cambi, l’istituzione di un ufficio centrale dei cambi (p.446). Mi ero illuso che ciò potesse farsi senza un apparato amministrativo, per decisione personale di poche persone, sovratutto del ministro del tesoro e del direttore generale della Banca d’Italia, senza «burocrazia» che è parola impropria per riassumere regolamenti, norme e circolari che sono ingredienti necessari per l’azione di un qualsiasi intervento dello stato. Quando poi fu istituito l’Istituto centrale dei cambi, che pur non era diventato quella cosa grossa con più di mille impiegati che divenne durante la seconda guerra, mi persuasi ché la mia, delle poche persone competenti pronte all’azione, agili nella trattazione degli affari, adusate a parlare e decidere per telefono, era una illusione. Ma in quella illusione durai a lungo; e le pagine di questo volume recano traccie numerose di critiche alle commissioni, ai comitati interministeriali incaricati di dare unità di azione ai ministeri chiusi nella fortezza delle competenze, in lotta continua contro le pretese concorrenti dei ministeri affini. Si passi sopra ai pareri dei consigli, delle commissioni; si incarichi, per decidere sui problemi del carbone, del frumento, della marina mercantile, dei prezzi, dei noli, degli approvvigionamenti una persona sola, competente, tratta dai ceti industriali e mercantili, posta al disopra delle beghe dei funzionari governativi, desiderosa di ritornare alle occupazioni sue professionali, ai negozi consueti, e di liquidare al più presto l’istituto o l’organo istituito per provvedere ad una esigenza immediata del tempo bellico; ma poi vidi che il competente, pronto a servire lo stato temporaneamente col salario di una lira all’anno, che si narra sia esistito in altri paesi, non si trovò o non si fece innanzi; e che si moltiplicavano invece gli istituti e gli interventi pronti a frastornare l’attività dei privati e degli enti, i quali di fatto dimostravano di recar vantaggio al pubblico e di saper soddisfare ai bisogni quotidiani della collettività. Manca il pane o la farina in una zona del paese? Ed ecco, nonostante le circolari contrarie del ministro Raineri (p. 468) i prefetti emanare decreti di divieto per le esportazioni di cereali da una provincia all’altra.

 

 

Provincie prive di mulini, le quali supplicano prefetti, ministri, commissari generali ai consumi affinché sia data licenza di importare farine da provincie, dove le farine ridondano ed i mulini sarebbero pronti ad inviarne carri a decine. Ministri e commissari che fanno l’indiano o consigliano di rivolgersi ai consorzi granari locali, i quali hanno provviste irrisorie ed affatto insufficienti ai bisogni locali.

 

 

L’opinione pubblica commossa dalle notizie di esportazioni di derrate alimentari, attraverso la Svizzera, ai paesi nemici, invoca ed ottiene l’emanazione di decreti i quali vietano indiscriminatamente l’esportazione di qualsiasi derrata o merce alla Germania e all’Austria, anche se si tratti di beni i quali non hanno nulla a che fare con la capacità di resistenza bellica; ed il divieto è tassativo quando l’esportazione avrebbe condotto ad un aumento di prezzi a danno dei consumatori nazionali (p. 223). Non v’era dubbio che talune esportazioni, ad esempio del cotone, della lana, del frumento, del riso o di ogni altra derrata o merce atta ad alimentare, equipaggiare od armare soldati e civili dei paesi nemici dovevano essere del tutto vietate. In molti altri casi, tuttavia, di merci di lusso o superflue, la esportazione al nemico avrebbe dovuto invece essere incoraggiata, come quella che avrebbe fornito a noi valuta, utile per importare beni necessari ed impoverito il nemico. Anche se qualche volta fosse stato ridotto il consumo interno, il problema doveva essere risoluto confrontando il danno del prezzo aumentato per i consumatori nazionali ed il vantaggio di potere, colla vendita, acquistare derrate o merci mancanti in Italia e più necessarie alla alimentazione di quelle esportate (p. 225). Ma prevalse la vociferazione contro gli speculatori i quali si arricchivano, esportando, in contrabbando, merci che, anche se indifferenti per la condotta della guerra, erano o parevano in qualche modo abbisognevoli a talun consumatore.

 

 

Talvolta la mania dei divieti tocca l’assurdo.

 

 

Un giorno si legge sui giornali che alla frontiera si arresta un Tizio il quale tentava di esportare in Svizzera cedole di titoli nemici. Un altro giorno si legge un comunicato di colore ufficioso, il quale annuncia gravi pene contro coloro i quali negoziano titoli stranieri nemici. Ed è notorio che la censura militare impedisce l’invio all’estero di titoli nemici (p.639).

 

 

Non giovò osservare che i titoli, particolarmente austriaci, erano stati acquistati da cittadini italiani quando l’Austria era nostra alleata e l’acquisto era lecito. Non giovò dire che la vendita avrebbe procacciato ai venditori italiani un valsente in valuta negoziabile e che in tal modo, contro un’uscita di pezzi di carta inservibili in paese, si sarebbe ottenuta la disponibilità, ad esempio, di franchi svizzeri i quali sarebbero rifluiti sul mercato nostro ed avrebbero consentito di rifornirci di beni economici ben più importanti dei titoli cartacei esportati. Se si fosse preveduto l’avvenire si sarebbe potuto aggiungere che la vendita eseguita per tempo (scrivevo il 24 marzo 1918) avrebbe salvato il possessore italiano della perdita del proprio capitale in conseguenza della svalutazione totale della corona austriaca, seguita alla sconfitta della monarchia austro-ungarica.

 

 

Mutare un andazzo invalso nel mondo politico e nella opinione pubblica era allora ed è oggi impresa disperata; anche se chi tentava correggere taluno degli andazzi più pericolosi poteva parlare da una assai divulgata tribuna. Talché, giunto quasi al termine della guerra (25 luglio 1918), mi cadeva l’animo dinanzi alla onnipotenza dello stato, fatto persona fisica vivente nei suoi funzionari:

 

 

Ministero vuol poi dire pochi commissari e funzionari, la cui presunzione va crescendo di giorno in giorno. Nei ministeri gonfiatissimi di oggi gli italiani si sono scaldati una serpe in seno che darà molto filo da torcere all’industria italiana nel dopo guerra. Sono venuti su alcuni tiranni i quali vogliono spadroneggiare, disciplinare, sorvegliare, indirizzare; e contro di cui sarà assoluta necessità lottare animosamente se si vuole che l’industria non sia rovinata. Ma dovrà essere una lotta a coltello, ben più costosa e dura di quella che dovrà essere combattuta contro la risorta concorrenza germanica, contro il dumping e contro tutti i più famosi spauracchi dell’ante guerra (p. 628).

 

 

Non erano ancora sorti i dittatori economici, onesti, convinti, capaci, ai quali saranno destinate parecchie pagine del volume quinto; ma già l’«industria», che nel mio linguaggio di allora significava i ceti industriali, bancari e commerciali italiani, si difendeva nel modo che poi usò quando venne sul serio il tiranno, «coll’astuzia e colle blandizie» (p. 628). Al luogo della libertà, che poteva essere consentita senza pericolo nei casi nei quali non era in gioco la salvezza del paese dal nemico, si ebbe l’arbitrio ministeriale. Lo stato di guerra giustificava gli abusi; ma il male stava nel consentire diventassero abusi quelli che erano forse il legittimo uso di diritti misconosciuti dalla tirannia ministeriale.

 

 

Alla inframettenza presuntuosa dei funzionari ministeriali forniti di potere sulla condotta politica, economica ed, ahimè !, spirituale dei cittadini fa d’uopo concedere la venia dovuta al prevalere di errori radicati da secoli nella pubblica opinione. Qual meraviglia se prefetti, ministri, deputati invocano e decretano calmieri, requisizioni, in multe e carcere contro i profittatori del mercato nero, divieti di esportazione di beni non necessari a noi e inutili alla condotta della guerra, proibizioni al commercio fra provincie abbondanti e provincie manchevoli, imposte distruttrici su coloro i quali ottengono lucri. eccedenti il livello normale, perché sanno organizzare bene i mezzi produttivi e tenui su coloro i quali guadagnano poco o perdono perché capaci solo a sprecare capitale e lavoro; se parlamenti approvano imposte sulle aree fabbricabili congegnate in modo da costringere a venderle a buon mercato ed a utilizzarle perciò malamente in costruzioni scarsamente redditizie quando l’interesse collettivo avrebbe richiesto che le aree medesime fossero «speculativamente» ossia «razionalmente» serbate vuote in attesa del futuro momento adatto all’ «ottima» utilizzazione; qual meraviglia che peggio non accada, quando l’errore è voluto, imposto dal clamore della opinione pubblica e la tirannia ministeriale detta «burocratica», altro non è se non il braccio secolare il quale esegue la sentenza pronunciata dalla pubblica opinione?

 

 

Il tempo di guerra è terreno particolarmente propizio alla seminazione degli errori. Le pagine di questo volume recano assai critiche alle farneticazioni protezionistiche di coloro che, preoccupati dell’avvento della pace, invocavano proibizioni o dazi altissimi contro le importazioni dai paesi nemici e particolarmente dalla Germania, che dicevasi agguerritissima, pronta ad iniziare subito una lotta distruttiva a danno delle industrie dei paesi alleati, a base di svendite a sotto costo, di pagamenti a lunga scadenza e di premi alla esportazione. Avere essa ammortizzato, cogli utili bellici, gli impianti esistenti, sicché questi lavoravano a costi minimi o nulli per interessi ed ammortamenti. Che è grossa fandonia, la quale è ripetuta (p.625) anche in tempo di pace per i paesi vecchi. Si immagina che certi paesi, detti vecchi, possano muovere concorrenza vittoriosa ad altri detti nuovi o, con parola nuovissima divenuta oggi di moda, sottosviluppati, perché i loro impianti industriali sono oramai nei libri contabili valutati a zero e non costano perciò interessi ed ammortamento. Come se l’esperienza posteriore alle due grandi guerre non avesse dimostrato che gli impianti vecchi, sedicentemente ammortizzati, lavorano ad alto costo e provocano la decadenza delle imprese, i cui dirigenti si addormentano nella falsa credenza dei costi nulli; laddove la fortuna economica degli Stati uniti è «anche» data dalla prontezza con la quale gli impianti vecchi, anche se fisicamente ancor nuovissimi, ammortizzati o non, sono buttati nei ferrivecchi non appena macchinari nuovi, metodi produttivi diversi lavorino a costi minori; e il rifiorimento della Germania e dell’Italia non sia «anche» dovuto alle distruzioni belliche degli impianti vecchi cosidetti ammortizzati ed alla necessità nella quale le imprese si trovarono di rinnovare, con o senza l’aiuto americano, stabilimenti ed impianti in modernissima perfetta maniera; questi, sì, lavoranti a costi bassi. Tant’è ; nell’elenco delle ragioni o pretesti per cui gli industriali nazionali invocano protezione contro le importazioni straniere, sempre figura la voce: «costi bassi stranieri per impianti vecchi ammortizzati» ; laddove la voce dovrebbe essere rovesciata e messa nell’elenco delle disgrazie altrui, con il titolo di “costi alti stranieri per l’uso di antiquati impianti detti ammortizzati».

 

 

Nella state del 1918 si ebbe il primo accenno in Italia di una mutazione nella struttura delle banche commerciali, la quale col tempo provocò poi un’altra mutazione, assai più radicale e pericolosa, di esse in banche di stato. Lamentavamo, innanzi al 1914, che le grandi banche ordinarie italiane, a differenza di quelle inglesi e ad imitazione del modello tedesco, oltre alle operazioni brevi di sconti e di anticipazioni per la fornitura del capitale circolante delle industrie e dei commerci, prendessero troppa parte alla fornitura all’industria del capitale di investimento a lunga scadenza. Dicevasi che le banche in tal modo diventassero padrone dell’industria e tendessero a persuadere i dirigenti di questa ad occuparsi non tanto della produzione a costi decrescenti di beni economici, quanto del promuovere l’aumento del prezzo delle azioni emesse dalle società ed accolte nel portafoglio delle banche in attesa di poterle collocare profittevolmente, a prezzi cresciuti nelle borse, sul mercato dei risparmiatori-investitori. La guerra, arricchendo le imprese dell’industria pesante, fornì ai loro dirigenti i mezzi per dare inizio alla pratica opposta: non più le banche padrone dell’industria; ma i grossi gruppi industriali, intesi ad acquistare le azioni delle banche, così da diventare padroni del pacchetto di maggioranza – e bastava per lo più una maggioranza relativa in un’assemblea di minori azionisti disorganizzati – e pronti a nominare consiglieri ed amministratori delegati ligi ai loro interessi. Il pericolo era grave: che pochi uomini disponessero dei depositi delle banche a vantaggio delle proprie intraprese (pp. 683-87). Per quella volta, il ministro del tesoro Nitti credette di aver risoluto il problema (art. del 2 luglio 1918, pp. 688 sgg.) col persuadere le quattro maggiori banche commerciali – Banca italiana di sconto, Banco di Roma – a stipulare tra di loro un accordo di difesa contro l’assalto dei capi dell’industria pesante. Fin d’allora, la costituzione di un cartello delle banche era veduta con sospetto da chi dettava le presenti cronache (p. 689); e non dovevano passare molti anni perché le immobilizzazioni dei depositi a favore di talune grosse imprese industriali procacciassero dapprima la crisi della Banca italiana di sconto, gli interventi di salvataggio dello stato e poi la nazionalizzazione del sistema bancario italiano.

 

 

L’idea storta che governava i provvedimenti con cui si intendeva risolvere ad uno ad uno i problemi, i quali si presentavano, con urgenza, all’attenzione ed all’ansia dei cittadini, era che in verità esistessero «problemi» economici l’uno distinto dall’altro. L’idea non è morta; anzi rigermina vigorosa ogni volta dalle sue ceneri. Ogni giorno si legge che «un problema è sorto e deve essere risoluto»; quasi esistessero problemi singoli e questi potessero essere risoluti ad uno ad uno. La manifestazione più comica della problematica si ebbe nell’estate del 1918 quando pareva ed era imminente la fine gloriosa per l’Italia e per gli alleati, della guerra e tutti si ponevano il problema: che cosa si farà poi? come costringeremo la Germania ed i suoi accoliti a pagare le indennità sacrosantamente dovute per gli ingiusti danni di rovine e di impoverimento a noi recati ? Come, pur costringendola a pagare indennità sufficienti e perciò grandiose, ne schiacceremo la capacità di concorrenza a nostro danno, le impediremo di vendere a noi i suoi beni a prezzi rotti? Come la necessità di riparare con lo sforzo di tutti all’impoverimento determinato dalle rovine belliche sarà contemperata con le promesse di distribuire buone terre appoderate ed attrezzate ai reduci, e di aumentare il reddito medio delle moltitudini meno provvedute? Il frutto del nobile proposito di risolvere la quadratura del circolo fu la nomina di una mastodontica commissione, presieduta dall’on. Pantano, detta del dopo guerra; che, per cominciare, fu composta di seicento membri (cfr. art. del 16 luglio, del 25 settembre e del 16 novembre, pp. 692-708). Approdò quella commissione, con gran dispendio, ad una relazione dell’on. Pantano, che nessuno lesse e fu presto dimenticata. Non poteva approdare a nulla; perché seicento pareri contrastanti per origine ideologica, per tradizione di partiti o di classi, per interessi economici non formano un’idea, una politica capace di risolvere il problema, che è unico ed inscindibile, dell’avanzamento della nazione.

 

 

Dalla considerazione particolaristica dell’unico problema economico non può non nascere la torre di Babele, con la connessa confusione delle lingue. Il problema vero fondamentale che si trattava di risolvere era questo: vogliamo che prosegua nel dopo guerra l’attuale tendenza bellica, forse inevitabile per necessità assolute di guerra, verso la gestione di stato degli affari economici, verso il dominio della amministrazione o vogliamo il ritorno, sia pure graduale, verso libere maniere di attività private, con interventi statali limitati ai soliti casi ammessi nei tempi ordinari? … Nella commissione nessuno è incaricato di risolvere il problema generale; sicché si avrà una collezione di precetti, così cari al dilettantismo fantasioso dell’on. Pantano, celeberrimo per avere in tasca, come del resto parecchi suoi colleghi di sottopresidenza, piani «completi» ed «organici» e «geniali» per rimediare in quattro e quattr’otto ad ogni malanno dell’Italia e dell’umanità (pp. 695-96).

 

 

Nel giorno della vittoria, chi scrive osa guardare in alto e spera che alla vittoria sul nemico straniero segua la vittoria sul nemico che è in noi:

 

 

Per non cadere nel disfacimento che è la conseguenza fatale dei tentativi di attuare programmi millenari che è il terreno fecondo su cui soltanto i Lenin d’Italia possono sperare di mietere, bisogna anche per il dopo guerra ritornare alle nostre vecchie e grandi tradizioni del risorgimento. Il ritorno a Mazzini ha contribuito, oramai tutti lo vedono, a far vincere a noi la guerra, poiché ha distrutto la compagine statale del nostro nemico. Per vincere il dopo guerra, per emergere più saldi, più forti, più ricchi moralmente e materialmente dalla grande prova civile che ci attende, bisogna ritornare alle audacie del conte di Cavour: alle audacie di chi odia i programmi vuoti, le parole retoriche, le promesse aventi un puro e basso scopo elettorale, alle audacie fredde, ragionate di chi sa la meta a cui vuoi giungere, scarta i mezzi inadeguati e sceglie la via che può essere percorsa senza pericolo di cadere nell’anarchia e nella reazione. Cavour, che la lettura dei suoi scritti rivela essere stato uno dei maggiori economisti d’Italia, non fu l’uomo di un’idea unica. Fece costruire allo stato ferrovie e porti, sussidiare linee di navigazione, impose tasse durissime; ma mentre faceva far molto allo stato dove giudicava l’azione sua vantaggiosa, gli toglieva compiti, come quelli di regolare e proteggere l’industria, di fissare i calmieri del pane, laddove credeva che l’aria libera fosse meglio atta a promuovere lo sviluppo della ricchezza ed il buon mercato della vita. Finiva di abolire le corporazioni d’arti e mestieri; ma fondava una cassa di assicurazione per la vecchiaia degli operai e voleva renderla universale. Così egli condusse il Piemonte dal 1850 al 1860 ad un alto grado di forza economica (pp. 704-5).

 

 

Le pagine qui raccolte hanno dunque, pur nel clima di consenso doveroso all’opera delle autorità politiche e militari nel tempo di guerra, indole sovratutto critica. Troppi furono gli errori inutili, le improvvisazioni, l’ossequio alle pretese irrazionali dei danneggiati dalle esigenze belliche, perché la critica potesse tacere. Spesso si passò il segno nella arrendevolezza verso le richieste di vantaggi momentanei a pro di questo o di quell’altro ceto o città o regione, verso il clamore disordinato contro gli arricchimenti dei provveditori di cose belliche, degli accaparratori e profittatori del mercato nero; troppo si indulse a provvedimenti dettati da buone intenzioni frettolose, ma intesi a conseguire effetti contrari al bene comune; troppi imbrogli demagogici furono aggiunti al sistema tributario vigente, dall’usura del tempo già fatto decadere dalla prima semplicità razionale; sicché il volume ha in gran parte sostanza di critica quotidiana a malefatte di legislazione e di amministrazione. Giova sperare che le sue pagine non appaiano, come non erano nelle intenzioni, di scarso apprezzamento degli uomini di valore i quali, se pur commisero taluni errori economici pratici, servirono validamente e devotamente il paese e condussero la patria alla vittoria. La critica era anch’essa doverosa, se talvolta giovava a smussare le punte degli errori ed a gittare il germe di una diversa condotta, che era assurdo pretendere in tempi fortunosi, per il tempo auspicato della pace.

 

 

Una tregua nell’incessante susseguirsi di problemi incalzanti si può forse scorgere nelle pagine da 138 a 184 nelle quali, in articoli scritti fra il 15 marzo 1915 ed il 5 dicembre 1916, studiai la crisi del carbone e l’ingombro del porto di Genova. Rileggendo quelle pagine, ricordai i giorni nei quali interrogavo facchini del porto, organizzatori operai, capi del consorzio, commercianti in carbone e in cotone, industriali dell’interno desiderosi di materie prime; e cercavo di formarmi un quadro preciso dei grossi problemi dalla cui soluzione, empiricamente cercata giorno per giorno, ora per ora, dipendeva la vita dell’industria e delle popolazioni nella grande pianura padana ai cui confini operava e combatteva l’esercito italiano. Risento ancor oggi il rimpianto non ci sia stato mai nessuno il quale scrivesse il beI libro di economia viva che poteva ed ancora può essere dettato a narrare ed analizzare il congegno vario e ricco e miracoloso del maggior porto italiano. Credo di avere già scritto altrove come a scriverlo dovrebbero collaborare un economista ed un romanziere; un Pantaleoni ed un Balzac. Il Pantaleoni scrisse quel capolavoro che si intitola alla Caduta del Credito mobiliare, nel quale sono narrate, da chi le aveva rivissute, le vicende della grandezza e della decadenza della maggior banca di investimenti del tempo suo; laddove il Balzac, forse per avere, anch’egli, provate le speranze e sofferte le delusioni dello speculare economico, seppe creare tipi di banchieri, di negozianti, di sfaccendati giocatori di borsa, uomini e donne, di geni e di sprovveduti quali nessun economista seppe immaginare e descrivere. Quale stupendo stimolo all’analisi economica il porto di Genova; dove arrivano navi e merci e uomini da ogni paese del mondo e si dipartono merci ed uomini per le fabbriche del Piemonte e della Lombardia; dove a tratto a tratto dominava il padrone della chiatta e riscuoteva taglia su chi doveva scaricare dalla nave e non sapeva dove collocare la merce scaricata, e poi scompariva nei tempi di magra o di servizi abbondanti e bene organizzati; dove si scontrano gli interessi degli importatori di frumento, di carbone e di merci varie con quelli delle industrie consumatrici del nord; dove le calate, i pontili, gli scali ferroviari sono strumenti gli uni agli altri coordinati; dove l’intermediario, il commissionario, l’agente, che maneggia miliardi in uno «scagno» di pochi metri quadrati in un vicolo di basso porto, lavorano attorno alle grandi banche e regolano sulla parola affari colossali in borsa e per la strada; dove le organizzazioni operaie hanno sostituito i «confidenti» di un tempo; e dove il consorzio del porto, la Camera di commercio, il capitano del porto, l’ispettore di pubblica sicurezza, il municipio gestore del punto franco si incontrano, si sovrappongono, si accordano. Nasce nel porto un mercato, un grande mercato, dove si formano i prezzi e dove è possibile analizzare costi, costi veri, i quali, confrontati con i prezzi, danno luogo a perdite ed a guadagni. Auguro che le analisi di costi da me condotte in quel tempo persuadano taluno amante dei fatti economici analizzati nella realtà operante, a scrivere quel libro sul porto di Genova, che da tanti anni immagino ed invoco.

 

 

Ho raccolto nell’ultima parte del volume (pp. 748-90) scritti i quali dal 18 gennaio del 1915 al 16 ottobre 1918 furono dedicati a problemi non economici: la teoria tedesca della decadenza dell’impero britannico, quella inglese dell’equilibrio europeo e sulla necessità che la guerra finisca in una sconfitta della dinastia tedesca. Quest’ultimo iniziò sul «Corriere della sera» la serie degli articoli i quali recavano non la mia firma, ma quella di uno pseudonimo «Junius» e furono poi raccolti dall’editore Laterza in un volumetto dal titolo Lettere politiche di Junius. La sigla era quella stessa che nel Settecento era stata usata per un volume di scritti politici divenuti celebri, anche per la controversia sorta intorno alla persona dell’autore. Adottai per quegli articoli lo pseudonimo e l’uso di indirizzarli, quasi fossero una vera lettera, al «signor direttore» ; e cercai di serbare il segreto intorno alla persona dell’autore, per scemare ai lettori la noia di vedere troppo spesso ripetuto in calce agli articoli il mio nome e per il piacere di ascoltare da amici e conoscenti giudizi critici, che, vista la firma, non sarebbero stati dichiarati in mia presenza.

 

 

Nel gruppo degli articoli politici si inseriscono anche due articoli storici, l’uno sulla conquista del confine naturale delle Alpi occidentali compiuto lungo duecento anni di guerre e di lotte da Casa Savoia e l’altro sulla cavalleria con la quale nel Sei e Settecento si conducevano le guerre in Piemonte confrontate con i casi di barbarie moderne, che parevano già biasimevoli durante la prima guerra mondiale e divennero durante la seconda terrificanti per i trasferimenti forzati di intere popolazioni e per la tentata distruzione del popolo ebraico.

Prefazione

Prefazione

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. XIII-XXXV

 

 

Il volume è tutto composto di articoli del tempo di guerra. Scrivevo (p. 281) :

 

 

Di fronte alle necessità della guerra cessa il diritto alla critica. Chi di noi oserebbe lamentarsi di fronte anche alla scomparsa totale del naviglio marittimo dal mercato dei trasporti non bellici quando, per ipotesi, ciò fosse necessario per la vittoria?

 

 

Ebbero perciò gran luogo negli articoli del giornale e nel volume sono solo in minor parte riprodotti, per evitare le assai frequenti, allora necessarie, ripetizioni – gli inviti a sottoscrivere ai prestiti che venivano, gli uni dopo gli altri, emessi a procacciar denaro allo stato.

 

 

Chi, tra i risparmiatori italiani, vorrà più tardi incorrere nel muto rimprovero che i suoi figli gli muoveranno di non aver compiuto ogni sforzo possibile, nell’ora solenne, per fare cosa utile ad essi ed insieme alla patria? (p. 108).

 

 

Ad incoraggiare l’afflusso del denaro nelle casse dello stato, plaudivo alla scoperta, (nel 1916), della forma «al portatore» dei buoni ordinari da sei a dodici mesi (p. 356). Fino allora i buoni ordinari erano tutti nominativi; e parve gran novità avere deliberato che essi potevano essere emessi anche al portatore, anche se «per ora» la novità non era estesa ai buoni più brevi, a tre mesi. Si vide poi che i buoni al portatore erano assai meglio accetti al pubblico dei buoni nominativi, i quali in pratica erano acquistati principalmente dalle banche e da enti e non potevano sorpassare una modesta somma (300 milioni di lire) fissata ogni anno nella legge di bilancio per sopperire alle momentanee esigente di cassa del tesoro. Presto si giunse ai miliardi e divenne, quella dei buoni ordinari, la maniera di sopperimento più importante in guerra ed in pace. A promuovere il risparmio, necessario da un lato per ridurre i consumi secondari o superflui e dall’altro lato a fornire allo stato i mezzi per i consumi bellici, divulgai (p. 370) in Italia, fin dal 1916, il metodo primamente usato in Inghilterra dei buoni o certificati, rimborsabili in qualunque momento a richiesta del risparmiatore, fecondi di frutto progressivamente crescente e retrodatato al momento dell’emissione, sicché il detentore avesse interesse, pur conservando la piena continua disponibilità del denaro, a serbarli in portafoglio per il maggior tempo possibile. I buoni furono, col nome di buoni fruttiferi postali, introdotti presto in Italia ed ebbero successo notabilissimo, sicché oggi sono lo strumento preferito di impiego dei risparmi della piccola e media gente, particolarmente nelle campagne.

 

 

In argomento di prestiti, pur riconoscendo che l’Italia non aveva toccato l’ideale, che sarebbe stato quello di coprire il fabbisogno bellico esclusivamente con il provento di nuove imposte e col ricavo di prestiti – ché in tal caso la spesa bellica sarebbe stata fatta con mezzi antichi, ossia con rinuncia ad altrettanti consumi privati e non sarebbe stato necessario stampare biglietti a vuoto, davo lode (p. 526) ai ministri del tesoro e delle finanze di avere

 

 

stabilito nuove imposte a mano mano che l’onere del bilancio cresceva a cagione dei debiti contratti.

 

 

In tal modo la pratica italiana, sebbene meno austera di quella inglese, la quale con le imposte copriva almeno una parte delle spese belliche, stava ben al disopra delle pratiche seguite in Germania, in Francia e nell’impero austro-ungarico, dove si era rinunciato apertamente a confessare ai cittadini che la guerra non si poteva vincere senza sacrificio (pp. 235 sgg. ). Il dott. Hellferich, ministro germanico delle finanze, nutriva, in verità,

 

 

fiducia di far coprire gran parte delle spese germaniche di guerra con le indennità dei paesi nemici vinti (p. 231).

 

 

La tesi, che era politica, gli consentiva di rinunciare a chiedere ai suoi il sacrificio di nuove imposte; ma la esigenza economica lo costringeva ad emettere prestiti grandiosi i quali erano stati, a parer mio, «un trionfo genuino». Riconoscevo che le accuse mosse a lui

 

 

di aver creato casse di credito pubbliche solo per mutuare biglietti a coloro i quali dovevano diventare i sottoscrittori dei suoi colossali prestiti (p. 229)

 

 

erano ingiuste, e, pur essendo egli nel campo avverso, osservavo che la tecnica seguita da lui nell’emissione dei due primi prestiti era perfetta. La testa di turco contro cui battevo più frequentemente e duramente era il torchio dei biglietti. Fin dal luglio 1915 notavo dolorosamente che (p. 98)

 

 

ancor oggi si incontrano persone, le quali reputano un beneficio le emissioni abbondanti di carta moneta e non sanno capacitarsi del perché gli stati si affannino tanto a contrar prestiti onerosi al 4,50 o 5% quando potrebbero farsi imprestare gratuitamente dai cittadini quante somme volessero, semplicemente stampando biglietti e pagando con essi tutti i propri creditori.

 

 

E snodavo la litania, oggi divulgatissima, degli effetti e dei danni delle emissioni sovrabbondanti di biglietti.

 

 

In quel tempo era divenuta popolare una critica rivolta contro gli alleati ed i neutrali:

 

 

essere uno scandalo che gli svizzeri vogliano lucrare 50 o 55 lire per ogni 100 dei loro franchi; che i francesi guadagnino il 30% e che gli inglesi ci vendano le loro sterline per 36-37 lire nostre invece che per 25 lire. Passi per i neutri, i quali non hanno nessun vincolo verso di noi; ma gli alleati dovrebbero moralmente essere obbligati ad accettare la nostra moneta alla pari e dovrebbero resistere alla tentazione di lucrar il 30 od il 40% a nostre spese.

 

 

La querela era esposta in articoli giornalistici ed in discorsi parlamentari in un tempo in cui per comprare un franco svizzero bastava spendere 1,50 lire italiane e per avere una lira sterlina si davano non più di 36 lire italiane. Non sono sicuro che nella testa di qualcuno in Italia non si nasconda un residuo del sofisma antico, oggi che per avere un franco svizzero occorre dare circa 150 lire italiane e per avere una lira sterlina fa d’uopo spendere 1750 lire italiane: e del pari 625 lire per ottenere quel dollaro, che prima del 1914 si cambiava con 5,25 lire nostre! Non ne sono sicuro, perché il sofisma nasce da un sentimento proprio dell’uomo, il quale attribuisce la responsabilità di un malanno che lo incolga non mai a se stesso, ma ad altri, al parente, all’amico, al collega, al concorrente, all’avversario. Se poi la colpa può essere data allo «straniero» , il ragionamento, anche se sbagliato, diventa senz’altro corretto, anzi incontrovertibile e chi lo smaschera è reo di leso-patriottismo. Nelle pagine del testo (da 433 a 438) il sofisma è a lungo confutato, più a lungo di quanto meritasse la evidenza dell’errore. Chi riscuoteva allora, per merce venduta agli inglesi, le 37 lire italiane invece della pari di 25 lire? Non gli inglesi, i quali pagavano nulla più e nulla meno che la solita lira sterlina; ma i venditori italiani della merce, i quali ricevevano allora 37 ed oggi riceverebbero 1750 lire; ed, apparentemente, «guadagnavano» 12 e guadagnerebbero oggi 1725 lire. Ma è tutta apparenza, ché per la abbondanza di segni monetari circolanti, le 37 lire di allora e le 1750 lire di oggi comprano o comprerebbero né più né meno delle 25 lire di prima del 1914. Il che voleva dire trattarsi di un affare interno, nazionale, fuor di ogni responsabilità straniera, di cui siamo responsabili noi che volemmo o consentimmo o tollerammo che i nostri governanti, per conseguire taluni fini pubblici (vittoria contro il nemico nel 1915-18, ed oggi strade, rimboschimenti, impianti ferroviario-portuali, lotta contro la palude o la malaria) o pseudo-pubblici (ferrovie inutili, palazzi superflui, impiegati esuberanti ecc. ecc.), invece di togliere denari preesistenti ai cittadini sotto forma di imposte o di prestiti, fabbricassero denaro nuovo e così crescessero i cambi esteri e svilissero la moneta nostra. Oggi, che di queste verità elementari tutti sono persuasi ed il pericolo sembra venuto meno, può parere inutile ristampare articoli del tempo in cui il sofisma correva ed il pericolo era attuale e si dimostrò in seguito distruttivo dell’assetto sociale. Ma, sicuro non sono che il sofisma non informi ancora il convincimento di troppi italiani. Il modo di dire, per fermo, rimane; e da esso è breve il passo al modo di pensare.

 

 

Correva nei giornali e nelle relazioni di governo o di commissioni parlamentari una teoria, la quale attribuiva l’aumento progressivo dell’aggio sull’oro e sulle monete straniere al disavanzo della bilancia commerciale. Ed era vero che

 

 

dallo scoppio della guerra europea alla fine di luglio 1917 – scrivevo il 15 dicembre 1917, a p. 456 – le importazioni di merci eccedettero le esportazioni per circa 8 miliardi e mezzo di lire,

 

 

somma suppergiù equivalente – vedi l’avvertenza a p. 792 di questo volume – a 12.750 miliardi di oggi.

 

 

Prima di affermare che la causa dell’aggio, ossia del deprezzamento della lira, sia il disavanzo della bilancia commerciale – ma si intendeva sempre parlare dello sbilancio totale o dei pagamenti – bisognava dimostrare che lo sbilancio esisteva. Orbene, a tacere dei guadagni della marina mercantile italiana, delle rimesse di emigranti e di altre sopravvenienze attive, le quali, anche negli anni di guerra, seguitavano ad arrivare,

 

 

non è forse vero che lo stato italiano ha esportato all’estero per miliardi di lire di titoli di debito? Far debiti all’estero è lo stesso che vendere od esportare all’estero nostri titoli di debito … È probabile che i debiti fatti dall’Italia in Inghilterra e negli Stati uniti siano stati sufficienti per coprire lo sbilancio tra importazioni ed esportazioni. Sì, noi comprammo 8 miliardi e mezzo di lire – carta di più di merci di quante non ne vendemmo all’estero; ma questi 8 miliardi e mezzo li pagammo con i crediti che ci furono aperti all’estero … Se questo è vero, come è possibile affermare che l’alto cambio derivi da una eccedenza che non esiste? … Se il cambio alto potesse concepirsi derivante da questa causa, noi avremmo il cambio alla pari. Un oculato e forte governo del tesoro e degli istituti di emissione – allora si parlava al plurale, perché accanto alla Banca d’Italia, avevano diritto di emettere biglietti anche i Banchi di Napoli e di Sicilia – basterebbe non solo a far scomparire le oscillazioni del cambio, ma l’aggio medesimo al disopra della pari (pp. 456-57).

 

 

Il sofisma assumeva così una forma meno grossolana di quella esaminata dianzi dell’attribuire senz’altro allo «straniero» la colpa di qualche nostra disgrazia; bensì l’altra di attribuirlo alla guerra, allo stato di necessità in cui la guerra ci aveva posto, di dovere fare spese di gran lunga superiori alle normali e di dovere perciò approvvigionarci all’estero in misura superiore alle nostre possibilità di pagamento. Che era un discolparsi apparentemente plausibile. Ma plausibile non era, perché si dimenticava che, in un mondo di uomini ragionanti, cittadini e governanti avrebbero visto che non si conduce guerra grossa, se non ci si sobbarca a grossi sacrifici di imposte nuove e di prestiti offerti mercé il risparmio ossia con la rinuncia a consumi anche ordinari. Ma nessuno, nemmeno nei paesi più ricchi, ebbe il coraggio della rinuncia. Piaceva lasciar credere che la guerra non avrebbe turbato troppo l’assetto normale della economia pubblica e privata; e sebbene noi, come osservai sopra, ci si fosse comportati abbastanza bene, non si ebbe il coraggio di aumentare le imposte come sarebbe stato necessario e si dovette perciò ricorrere, in misura notabile, agli indebitamenti coll’estero. Poiché questi non bastavano, si ebbe ricorso, per fronteggiare le spese interne, al torchio dei biglietti. Che fu la causa vera dell’aggio, del deprezzamento della lira e delle conseguenze politiche e sociali che ne derivarono.

 

 

Il bello si fu che quei debiti verso l’Inghilterra e gli Stati uniti non furono, se non in minima parte, rimborsati. Ma di ciò si discorrerà nel quinto volume, dove sono riprodotti gli articoli scritti a pro della tesi che quei debiti non dovessero essere rimborsati, essendo le spese state sostenute nell’interesse comune. Tesi la quale fu, dopo la vittoria comune, accettata, se non in principio, di fatto dagli alleati.

 

 

Continuava, ché la tradizione era antica, il metodo, opposto a quello seguito nel primo decennio dopo la unificazione e nella rinnovazione del catasto, delle sciabolate tributarie (p. 536), come un giorno le aveva acconciamente definite il Daneo, ministro delle finanze nel gabinetto Salandra. A chi tocca, tocca; pur che si faccia denaro: centesimi di guerra, sugli esenti dal servizio militare, imposta militare, sui canoni enfiteutici, ecc. ecc. Tipico il decreto del 3 febbraio 1918, il quale col pretesto della perequazione, aggiungeva un’altra alla vecchia e tuttora esistente sperequazione della doppia tassazione degli interessi dei debiti ipotecari. Se il proprietario di un fondo rustico tassato coll’imposta (e colle sovrimposte locali) fondiaria sul reddito di 100.000 annue, contrae un mutuo di un milione di lire al 5%, fruttifero di 50.000 lire annue a favore del mutuante, il fisco colpisce presso il proprietario il reddito di 100.000 lire che il fondo o la casa gli dà, e presso il capitalista mutuante gli interessi a suo favore di 50.000 lire; ed il totale reddito tassato è di 150.000 lire. Il doppio di imposta è evidente; ché il reddito è uno solo: quello di 100.000 lire fornito dal fondo. Il fatto che, prima del mutuo tutte le 100.000 lire fossero percepite dal proprietario e, dopo il mutuo, per 50.000 lire da lui e per 50.000 lire dal suo creditore, non produce l’effetto miracoloso della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il reddito rimane in tutto di 100.000 lire (50.000 + 50.000) e non diventa di 150.000 lire per ciò solo che il proprietario dal reddito di 100.000 lire deve prelevarne 50.000 lire e trasmetterle al creditore. Eppure, la sperequazione si perpetua, traendo pretesto dal fatto che l’imposta non colpisce le persone, ma le cose: il fondo e il mutuo. Il fondo dà o non dà un reddito di 100.000 lire? il mutuo non è forse fruttifero di interessi di 50.000 lire? epperciò paghino. Il sofisma è grossolano; perché i redditi sono goduti da persone e non da cose; e nessun arzigogolo può trasformare in 150.000 quello che è un ammontare di 100.000 lire.

 

 

Dal danno si era miracolosamente salvato, sino al 1918, un reddito, per il quale il doppio d’imposta era troppo chiaro per passare inosservato: i canoni enfiteutici. Esiste infatti nel nostro sistema di diritto, un istituto detto della enfiteusi. Sorto nel medio evo, esso sdoppiava la proprietà della terra: il vecchio proprietario pieno diventava proprietario eminente o domino del fondo e lo concedeva ad un coltivatore detto utilista, in compenso di un canone fisso in denaro o in derrate agrarie. Il «domino», rimanendo titolare della proprietà, fissava, ad esempio, il reddito da lui percepito in 1.000 lire all’anno; e l’«utilista», iscritto come colono enfiteuta nei libri catastali, riscuoteva il residuo prodotto del fondo. Il contratto di enfiteusi aveva per iscopo di incoraggiare la messa a cultura di terreni boscosi ed incolti; ché il colono, migliorando, avrebbe goduto di tutto il sovrappiù oltre le 1.000 lire dovute al proprietario. Col passar del tempo e con le migliorie, il sovrappiù era diventato maggiore del canone, e spesso questo, anche a causa della svalutazione della moneta, era divenuto irrilevante. Supponendo che l’enfiteuta incassasse 3.000 lire di reddito netto, accertato in catasto, era chiaro che il reddito era di 3.000 lire in tutto, delle quali 1.000 erano dall’enfiteuta versate al «domino» e 2.000 da lui trattenute. Per antica consuetudine era stipulato sempre che le 1.000 lire erano pagate al netto da pesi e tributi, sicché questi gravavano tutti sulle 2.000 lire dell’enfiteuta. L’immunità era stata convenuta dall’origine, ed era divenuta col trascorrere del tempo, ognora più ovviamente ragionevole, ché tutto l’incremento di reddito, oltre le 1.000 lire, spettava all’utilista. Saltava agli occhi che il reddito era uno solo, di 3.000 lire, ripartito in due parti a due persone, amendue iscritte come proprietarie del fondo, l’una col nome di domino e l’altra con quello di utilista. Epperciò, si era pacificamente sempre tassato il solo reddito delle 3.000 lire accertato in catasto, in conformità all’atto di creazione dell’enfiteusi, al nome dell’utilista. Durante la guerra, all’occhio linceo di un funzionario, occupato nel rintracciare materia nuova imponibile sfuggita all’imposta, parve di aver scoperto nei canoni enfiteutici l’araba fenice del cespite esente dall’imposta; ma la ingiustizia o sperequazione non era vera, ma dedotta dal fatto che, in altro caso, quello degli interessi ipotecari, pacificamente si commetteva la scorrettezza del doppio, tassando 150 quando il reddito totale era solo 100. Se la sperequazione nell’un caso è pacifica, perché non sperequare anche nell’altro caso? Così è della maggior parte delle ingiustizie alle quali si provvede creando imposte nuove: non si tratta di scoprire e tassare un vero reddito nuovo; non già di tassare qualcosa che sia veramente esente; ma solo di colpire quel che è tassato di meno o meno ferocemente di altri redditi o quel che appare esente, laddove invece è già tassato, ma non ancora due volte, al pari di altro disgraziato simigliante cespite. A nulla valsero le critiche mosse (cfr. pp. 533 sgg.) allo sconcio; il quale rimase, sinché, in un momento posteriore alla guerra, esso poté essere tolto.

 

 

La caccia alle ingiustizie ed alle sperequazioni fiscali da abolire è uno dei passatempi favoriti dei riformatori tributari; e già sin d’allora (29 novembre 1915 e qui a p. 272) mettevo in guardia contro le imposte demagogiche, fruttifere di «parole» invece che di «centinaia di milioni e miliardi di lire effettive» di cui ha urgenza il tesoro degli stati; e ricordavo il «famoso» bilancio del 1909 del signor Lloyd George, il quale, avendo fatto approvare un sistema di imposte sulle aree fabbricabili, ne aveva ricavato sino al 31 marzo 1914

 

 

l’unico costrutto di aver costato circa 55 milioni di lire italiane e di aver reso poco più 15 milioni di lire.

 

 

Sicché anche qui, a case calme, l’intiero edificio perequativo fu smantellato e raso a terra.

 

 

Spesseggiarono anche tra noi, le invenzioni infruttifere ed inapplicabili come le imposte sugli esenti dal servizio militare o quella sull’assistenza civile. Le successive chiamate dei riformati rendevano instabili i ruoli delle imposte; e le quote di sei lire si erano palesate quasi tutte inesigibili e causa di dispendio per la finanza invece che di entrata (pp. 529 sgg.). Sinché non fosse stata istituita la imposta complementare sul reddito, proposta dall’on. Meda, vana era la speranza di colpire i redditi esenti. I tentativi erano a vuoto e sempre si ricadeva nel solito risultato di sovratassare i già tassati (pp. 531 sgg.).

 

 

Ero scettico sui risultati delle nuove imposte sui sovraprofitti di guerra (p. 277); e criticavo l’incitamento che l’imposta dava, per l’indole del suo meccanismo, a crescere gli impianti inutili e le spese superflue allo scopo di sottrarre legalmente al tesoro la materia imponibile. In generale tutte le imposte che sovratassano l’eccedente su un reddito definito normale hanno effetti dannosi di spreco di capitali e di lavoro. Recando l’esempio all’estremo – ma è un estremo al quale ci si avvicina progressivamente durante la guerra e fu raggiunto dopo il 1919 con la cosidetta «avocazione» totale dei profitti di guerra – se si tassa con l’imposta normale, suppongasi, del 20% il reddito sino all’8% del capitale investito e con il 100% il supero oltre l’8%, quale mai interesse ha il contribuente a produrre il supero? Anzi, se le contingenze del momento procacciano un supero, egli ha interesse a sprecarlo: ad assoldare operai ed impiegati inutili, a distribuire stipendi ad amici e familiari. Giova procacciarsi clientela di amici e di impiegati, più che non pagare imposte. Ed ha interesse a compiere impianti superflui, pur di crescere la cifra «legale» del capitale investito. Se questo è di 100 milioni, l’imprenditore tiene per sé otto (8% su 100 milioni di capitale) sugli eventuali 20 milioni di reddito conseguito ed il resto deve versarlo all’erario. Se egli perciò cresce l’investimento a 150 milioni, non occorre che i 50 milioni in più di impianti e di scorte fruttino alcunché. Egli può tenere per sé, all’8% 12 milioni, versandone solo 8 invece di 12 allo stato. Se egli riesce a spingere, purtroppo di fatto e non solo per scritturazione contabile, gli investimenti a 200 o 250 milioni di lire, egli può tenere per sé, assoggettati alla sola imposta normale, 16 o 20 milioni rispettivamente e finire di non versare più nulla allo stato. Fu, in misura progressivamente crescente, l’esperienza degli anni dal 1917 al 1920. Il capitale superfluo, per il meccanismo dell’imposta, fruttava, non perché fosse realmente produttivo, ma perché risparmiava, a vantaggio del contribuente, il versamento delle imposte crescenti sull’eccedente. Il danno per la collettività era certo; ma l’imposta confiscatrice era popolare e riscuoteva plauso generale (pp.559, 628); e riscuote ancor oggi, ogni qualvolta il principio, in forme nuove, venga accolto, plauso rinnovato. A nulla giovano, ad impedire gli sprechi, le facce feroci, i giuramenti fiscali, le minaccie di galera; ché l’errore fiscale offre la giustificazione «morale» alle evasioni di difesa ed aggiunge «pretesti» a coonestare le frodi sostanziali.

 

 

Lo stato di guerra diede luogo a speranze, le quali poi si dimostrarono ingiustificate; ché la scarsità dei beni rese inutili talune delle salvaguardie protettive che a poco a poco erano state stabilite a favore delle industrie. Innanzi alla guerra, il produttore di zucchero nazionale era soggetto ad una imposta di fabbricazione di 76,15 lire al quintale per lo zucchero raffinato; e poiché l’importatore avrebbe dovuto pagare 99 lire per quintale, il produttore nazionale godendo di un margine protettivo di lire 22,85, viveva sicuro di dominare intieramente il mercato italiano. La guerra, rialzando i prezzi e provocando con i razionamenti e le distribuzioni ai soldati, un aumento dei consumi, consigliò a ridurre gli ostacoli alla importazione straniera. Il che, alla fine del 1916, si conseguì decretando una sovratassa di guerra sulla produzione nazionale di 17 lire per quintale. Temporaneamente il margine protettivo si riduceva così da 22,85 a 5,85 lire al quintale, in conformità alla norma generale della convenzione di Bruxelles (pp. 374 sgg.). Me ne rallegravo nella speranza che

 

 

al ritorno della pace fosse conservato il regime fiscale fortunatamente consigliato dalle esigenze di guerra …, il margine protettivo di lire 5,85 essendo largamente sufficiente ad una industria, già ricca prima e rafforzatasi vieppiù durante la guerra (p.376).

 

 

Speranza fallace, ché gli zuccherieri seppero poscia riconquistare il perduto privilegio.

 

 

Lo stato di guerra aveva costretto, sin dal 18 ottobre e dal 1 dicembre 1914 a ridurre temporaneamente il dazio sul frumento da 7,50 a 3 lire al quintale; che non erano veramente tali, perché, non consumandosi frumento in granella, ma frumento trasformato in farina da pane e da paste alimentari, il dazio effettivo era quello sulle farine, ridotto solo da 11,50 a 5,25 lire al quintale. Perciò dichiaravo nel gennaio del 1915 necessaria la immediata abolizione di ambo i dazi sul frumento e sulle farine (p. 52). Che fu cosa fatta subito; ma non ebbe effetto, perché ben presto la situazione si invertì ed il governo, con calmieri, requisizioni e tesseramento per il frumento e gli altri cereali inferiori, credette dover mantenere il prezzo del pane ad un livello politico con perdita crescente per l’erario. Le pagine del presente volume sono consacrate spesso al problema del pane (cfr. per i primi anni il gruppo di articoli da p. 45 a p. 82); e sulle forme del pane (unico o di due tipi?) A favore dei due tipi si adduceva che, lasciando ai consumatori completa libertà di scelta tra il tipo ordinario, alla resa dell’8%, di forma grossa e di ottima sostanza, quello un tempo detto «di munizione» perché distribuito ai soldati, calmierato a 50 e poi 65 centesimi al chilogrammo ed i tipi detti fini, sempre alla resa dell’8%, in forme libere ed a prezzi di mercato, il grosso dei consumatori avrebbe preferito il pane grosso, a prezzo politico basso; laddove i più agiati e raffinati abituati a forme più piccole ed apparentemente più allettevoli, avrebbero pagato prezzi più alti e crescenti. Prevalse, sino alla fine della guerra ed ancor dopo, il partito del pane unico; perché, si disse, i poveri ed i lavoratori avrebbero tenuto in dispregio il pane grosso e guardato con odio e invidia i ricchi, i quali meglio forniti di moneta avrebbero consumato i tipi fini e cari. A noi la roba destinata ai porci; ai ricchi quella per i palati fini. Né si può negare che, in un momento nel quale si doveva contare sulla concordia nazionale, la tesi del pane di forma unica non fosse ben ragionata. Non pareva accettabile la proposta del prof. De Viti De Marco (p. 60) di accordare un sussidio ai poveri che non fossero in grado di pagare il prezzo di mercato; ché il pericolo di favoritismi, di falsi poveri iscritti nelle liste delle congregazioni di carità e di costi crescenti di amministrazione del congegno distributivo era chiaro. Il metodo dei due tipi, osservava talun difensore dell’erario, avrebbe chiarito che i più avrebbero preferito consumar pane di forme fini a prezzo libero crescente, abbandonando l’uso del pane grosso ai buongustai, ai ceti impoveriti degli impiegati, dei pensionati, dei redditieri ad interesse fisso e ad una minoranza residua di vecchi veri poveri. La svalutazione della lira provocava un gran tramestio negli ordini sociali, sicché i confini tra poveri agiati e ricchi si mischiavano in maniera confusa e facevano preferire ai governi il principio della parità di trattamento che, astrazion fatta della sua sostanziale applicazione, e pur sempre proprio dello stato, particolarmente quando si vive in una piazza assediata, come era allora l’Italia, dove i capi politici destinati agli approvvigionamenti vivevano in ansia quotidiana di affondamenti di sottomarini e di rivolta di popoli timorosi di restare senza pane.

 

 

L’esperienza del tempo dal 1915 al 1918 crebbe l’antipatia, che già esisteva, verso gli interventi dello stato nelle faccende non sue. Mi era accaduto di dirmi favorevole e addirittura di proporre, non per scemare l’altezza, ma soltanto per ridurre le punte delle oscillazioni dei corsi dei cambi, l’istituzione di un ufficio centrale dei cambi (p.446). Mi ero illuso che ciò potesse farsi senza un apparato amministrativo, per decisione personale di poche persone, sovratutto del ministro del tesoro e del direttore generale della Banca d’Italia, senza «burocrazia» che è parola impropria per riassumere regolamenti, norme e circolari che sono ingredienti necessari per l’azione di un qualsiasi intervento dello stato. Quando poi fu istituito l’Istituto centrale dei cambi, che pur non era diventato quella cosa grossa con più di mille impiegati che divenne durante la seconda guerra, mi persuasi ché la mia, delle poche persone competenti pronte all’azione, agili nella trattazione degli affari, adusate a parlare e decidere per telefono, era una illusione. Ma in quella illusione durai a lungo; e le pagine di questo volume recano traccie numerose di critiche alle commissioni, ai comitati interministeriali incaricati di dare unità di azione ai ministeri chiusi nella fortezza delle competenze, in lotta continua contro le pretese concorrenti dei ministeri affini. Si passi sopra ai pareri dei consigli, delle commissioni; si incarichi, per decidere sui problemi del carbone, del frumento, della marina mercantile, dei prezzi, dei noli, degli approvvigionamenti una persona sola, competente, tratta dai ceti industriali e mercantili, posta al disopra delle beghe dei funzionari governativi, desiderosa di ritornare alle occupazioni sue professionali, ai negozi consueti, e di liquidare al più presto l’istituto o l’organo istituito per provvedere ad una esigenza immediata del tempo bellico; ma poi vidi che il competente, pronto a servire lo stato temporaneamente col salario di una lira all’anno, che si narra sia esistito in altri paesi, non si trovò o non si fece innanzi; e che si moltiplicavano invece gli istituti e gli interventi pronti a frastornare l’attività dei privati e degli enti, i quali di fatto dimostravano di recar vantaggio al pubblico e di saper soddisfare ai bisogni quotidiani della collettività. Manca il pane o la farina in una zona del paese? Ed ecco, nonostante le circolari contrarie del ministro Raineri (p. 468) i prefetti emanare decreti di divieto per le esportazioni di cereali da una provincia all’altra.

 

 

Provincie prive di mulini, le quali supplicano prefetti, ministri, commissari generali ai consumi affinché sia data licenza di importare farine da provincie, dove le farine ridondano ed i mulini sarebbero pronti ad inviarne carri a decine. Ministri e commissari che fanno l’indiano o consigliano di rivolgersi ai consorzi granari locali, i quali hanno provviste irrisorie ed affatto insufficienti ai bisogni locali.

 

 

L’opinione pubblica commossa dalle notizie di esportazioni di derrate alimentari, attraverso la Svizzera, ai paesi nemici, invoca ed ottiene l’emanazione di decreti i quali vietano indiscriminatamente l’esportazione di qualsiasi derrata o merce alla Germania e all’Austria, anche se si tratti di beni i quali non hanno nulla a che fare con la capacità di resistenza bellica; ed il divieto è tassativo quando l’esportazione avrebbe condotto ad un aumento di prezzi a danno dei consumatori nazionali (p. 223). Non v’era dubbio che talune esportazioni, ad esempio del cotone, della lana, del frumento, del riso o di ogni altra derrata o merce atta ad alimentare, equipaggiare od armare soldati e civili dei paesi nemici dovevano essere del tutto vietate. In molti altri casi, tuttavia, di merci di lusso o superflue, la esportazione al nemico avrebbe dovuto invece essere incoraggiata, come quella che avrebbe fornito a noi valuta, utile per importare beni necessari ed impoverito il nemico. Anche se qualche volta fosse stato ridotto il consumo interno, il problema doveva essere risoluto confrontando il danno del prezzo aumentato per i consumatori nazionali ed il vantaggio di potere, colla vendita, acquistare derrate o merci mancanti in Italia e più necessarie alla alimentazione di quelle esportate (p. 225). Ma prevalse la vociferazione contro gli speculatori i quali si arricchivano, esportando, in contrabbando, merci che, anche se indifferenti per la condotta della guerra, erano o parevano in qualche modo abbisognevoli a talun consumatore.

 

 

Talvolta la mania dei divieti tocca l’assurdo.

 

 

Un giorno si legge sui giornali che alla frontiera si arresta un Tizio il quale tentava di esportare in Svizzera cedole di titoli nemici. Un altro giorno si legge un comunicato di colore ufficioso, il quale annuncia gravi pene contro coloro i quali negoziano titoli stranieri nemici. Ed è notorio che la censura militare impedisce l’invio all’estero di titoli nemici (p.639).

 

 

Non giovò osservare che i titoli, particolarmente austriaci, erano stati acquistati da cittadini italiani quando l’Austria era nostra alleata e l’acquisto era lecito. Non giovò dire che la vendita avrebbe procacciato ai venditori italiani un valsente in valuta negoziabile e che in tal modo, contro un’uscita di pezzi di carta inservibili in paese, si sarebbe ottenuta la disponibilità, ad esempio, di franchi svizzeri i quali sarebbero rifluiti sul mercato nostro ed avrebbero consentito di rifornirci di beni economici ben più importanti dei titoli cartacei esportati. Se si fosse preveduto l’avvenire si sarebbe potuto aggiungere che la vendita eseguita per tempo (scrivevo il 24 marzo 1918) avrebbe salvato il possessore italiano della perdita del proprio capitale in conseguenza della svalutazione totale della corona austriaca, seguita alla sconfitta della monarchia austro-ungarica.

 

 

Mutare un andazzo invalso nel mondo politico e nella opinione pubblica era allora ed è oggi impresa disperata; anche se chi tentava correggere taluno degli andazzi più pericolosi poteva parlare da una assai divulgata tribuna. Talché, giunto quasi al termine della guerra (25 luglio 1918), mi cadeva l’animo dinanzi alla onnipotenza dello stato, fatto persona fisica vivente nei suoi funzionari:

 

 

Ministero vuol poi dire pochi commissari e funzionari, la cui presunzione va crescendo di giorno in giorno. Nei ministeri gonfiatissimi di oggi gli italiani si sono scaldati una serpe in seno che darà molto filo da torcere all’industria italiana nel dopo guerra. Sono venuti su alcuni tiranni i quali vogliono spadroneggiare, disciplinare, sorvegliare, indirizzare; e contro di cui sarà assoluta necessità lottare animosamente se si vuole che l’industria non sia rovinata. Ma dovrà essere una lotta a coltello, ben più costosa e dura di quella che dovrà essere combattuta contro la risorta concorrenza germanica, contro il dumping e contro tutti i più famosi spauracchi dell’ante guerra (p. 628).

 

 

Non erano ancora sorti i dittatori economici, onesti, convinti, capaci, ai quali saranno destinate parecchie pagine del volume quinto; ma già l’«industria», che nel mio linguaggio di allora significava i ceti industriali, bancari e commerciali italiani, si difendeva nel modo che poi usò quando venne sul serio il tiranno, «coll’astuzia e colle blandizie» (p. 628). Al luogo della libertà, che poteva essere consentita senza pericolo nei casi nei quali non era in gioco la salvezza del paese dal nemico, si ebbe l’arbitrio ministeriale. Lo stato di guerra giustificava gli abusi; ma il male stava nel consentire diventassero abusi quelli che erano forse il legittimo uso di diritti misconosciuti dalla tirannia ministeriale.

 

 

Alla inframettenza presuntuosa dei funzionari ministeriali forniti di potere sulla condotta politica, economica ed, ahimè !, spirituale dei cittadini fa d’uopo concedere la venia dovuta al prevalere di errori radicati da secoli nella pubblica opinione. Qual meraviglia se prefetti, ministri, deputati invocano e decretano calmieri, requisizioni, in multe e carcere contro i profittatori del mercato nero, divieti di esportazione di beni non necessari a noi e inutili alla condotta della guerra, proibizioni al commercio fra provincie abbondanti e provincie manchevoli, imposte distruttrici su coloro i quali ottengono lucri. eccedenti il livello normale, perché sanno organizzare bene i mezzi produttivi e tenui su coloro i quali guadagnano poco o perdono perché capaci solo a sprecare capitale e lavoro; se parlamenti approvano imposte sulle aree fabbricabili congegnate in modo da costringere a venderle a buon mercato ed a utilizzarle perciò malamente in costruzioni scarsamente redditizie quando l’interesse collettivo avrebbe richiesto che le aree medesime fossero «speculativamente» ossia «razionalmente» serbate vuote in attesa del futuro momento adatto all’ «ottima» utilizzazione; qual meraviglia che peggio non accada, quando l’errore è voluto, imposto dal clamore della opinione pubblica e la tirannia ministeriale detta «burocratica», altro non è se non il braccio secolare il quale esegue la sentenza pronunciata dalla pubblica opinione?

 

 

Il tempo di guerra è terreno particolarmente propizio alla seminazione degli errori. Le pagine di questo volume recano assai critiche alle farneticazioni protezionistiche di coloro che, preoccupati dell’avvento della pace, invocavano proibizioni o dazi altissimi contro le importazioni dai paesi nemici e particolarmente dalla Germania, che dicevasi agguerritissima, pronta ad iniziare subito una lotta distruttiva a danno delle industrie dei paesi alleati, a base di svendite a sotto costo, di pagamenti a lunga scadenza e di premi alla esportazione. Avere essa ammortizzato, cogli utili bellici, gli impianti esistenti, sicché questi lavoravano a costi minimi o nulli per interessi ed ammortamenti. Che è grossa fandonia, la quale è ripetuta (p.625) anche in tempo di pace per i paesi vecchi. Si immagina che certi paesi, detti vecchi, possano muovere concorrenza vittoriosa ad altri detti nuovi o, con parola nuovissima divenuta oggi di moda, sottosviluppati, perché i loro impianti industriali sono oramai nei libri contabili valutati a zero e non costano perciò interessi ed ammortamento. Come se l’esperienza posteriore alle due grandi guerre non avesse dimostrato che gli impianti vecchi, sedicentemente ammortizzati, lavorano ad alto costo e provocano la decadenza delle imprese, i cui dirigenti si addormentano nella falsa credenza dei costi nulli; laddove la fortuna economica degli Stati uniti è «anche» data dalla prontezza con la quale gli impianti vecchi, anche se fisicamente ancor nuovissimi, ammortizzati o non, sono buttati nei ferrivecchi non appena macchinari nuovi, metodi produttivi diversi lavorino a costi minori; e il rifiorimento della Germania e dell’Italia non sia «anche» dovuto alle distruzioni belliche degli impianti vecchi cosidetti ammortizzati ed alla necessità nella quale le imprese si trovarono di rinnovare, con o senza l’aiuto americano, stabilimenti ed impianti in modernissima perfetta maniera; questi, sì, lavoranti a costi bassi. Tant’è ; nell’elenco delle ragioni o pretesti per cui gli industriali nazionali invocano protezione contro le importazioni straniere, sempre figura la voce: «costi bassi stranieri per impianti vecchi ammortizzati» ; laddove la voce dovrebbe essere rovesciata e messa nell’elenco delle disgrazie altrui, con il titolo di “costi alti stranieri per l’uso di antiquati impianti detti ammortizzati».

 

 

Nella state del 1918 si ebbe il primo accenno in Italia di una mutazione nella struttura delle banche commerciali, la quale col tempo provocò poi un’altra mutazione, assai più radicale e pericolosa, di esse in banche di stato. Lamentavamo, innanzi al 1914, che le grandi banche ordinarie italiane, a differenza di quelle inglesi e ad imitazione del modello tedesco, oltre alle operazioni brevi di sconti e di anticipazioni per la fornitura del capitale circolante delle industrie e dei commerci, prendessero troppa parte alla fornitura all’industria del capitale di investimento a lunga scadenza. Dicevasi che le banche in tal modo diventassero padrone dell’industria e tendessero a persuadere i dirigenti di questa ad occuparsi non tanto della produzione a costi decrescenti di beni economici, quanto del promuovere l’aumento del prezzo delle azioni emesse dalle società ed accolte nel portafoglio delle banche in attesa di poterle collocare profittevolmente, a prezzi cresciuti nelle borse, sul mercato dei risparmiatori-investitori. La guerra, arricchendo le imprese dell’industria pesante, fornì ai loro dirigenti i mezzi per dare inizio alla pratica opposta: non più le banche padrone dell’industria; ma i grossi gruppi industriali, intesi ad acquistare le azioni delle banche, così da diventare padroni del pacchetto di maggioranza – e bastava per lo più una maggioranza relativa in un’assemblea di minori azionisti disorganizzati – e pronti a nominare consiglieri ed amministratori delegati ligi ai loro interessi. Il pericolo era grave: che pochi uomini disponessero dei depositi delle banche a vantaggio delle proprie intraprese (pp. 683-87). Per quella volta, il ministro del tesoro Nitti credette di aver risoluto il problema (art. del 2 luglio 1918, pp. 688 sgg.) col persuadere le quattro maggiori banche commerciali – Banca italiana di sconto, Banco di Roma – a stipulare tra di loro un accordo di difesa contro l’assalto dei capi dell’industria pesante. Fin d’allora, la costituzione di un cartello delle banche era veduta con sospetto da chi dettava le presenti cronache (p. 689); e non dovevano passare molti anni perché le immobilizzazioni dei depositi a favore di talune grosse imprese industriali procacciassero dapprima la crisi della Banca italiana di sconto, gli interventi di salvataggio dello stato e poi la nazionalizzazione del sistema bancario italiano.

 

 

L’idea storta che governava i provvedimenti con cui si intendeva risolvere ad uno ad uno i problemi, i quali si presentavano, con urgenza, all’attenzione ed all’ansia dei cittadini, era che in verità esistessero «problemi» economici l’uno distinto dall’altro. L’idea non è morta; anzi rigermina vigorosa ogni volta dalle sue ceneri. Ogni giorno si legge che «un problema è sorto e deve essere risoluto»; quasi esistessero problemi singoli e questi potessero essere risoluti ad uno ad uno. La manifestazione più comica della problematica si ebbe nell’estate del 1918 quando pareva ed era imminente la fine gloriosa per l’Italia e per gli alleati, della guerra e tutti si ponevano il problema: che cosa si farà poi? come costringeremo la Germania ed i suoi accoliti a pagare le indennità sacrosantamente dovute per gli ingiusti danni di rovine e di impoverimento a noi recati ? Come, pur costringendola a pagare indennità sufficienti e perciò grandiose, ne schiacceremo la capacità di concorrenza a nostro danno, le impediremo di vendere a noi i suoi beni a prezzi rotti? Come la necessità di riparare con lo sforzo di tutti all’impoverimento determinato dalle rovine belliche sarà contemperata con le promesse di distribuire buone terre appoderate ed attrezzate ai reduci, e di aumentare il reddito medio delle moltitudini meno provvedute? Il frutto del nobile proposito di risolvere la quadratura del circolo fu la nomina di una mastodontica commissione, presieduta dall’on. Pantano, detta del dopo guerra; che, per cominciare, fu composta di seicento membri (cfr. art. del 16 luglio, del 25 settembre e del 16 novembre, pp. 692-708). Approdò quella commissione, con gran dispendio, ad una relazione dell’on. Pantano, che nessuno lesse e fu presto dimenticata. Non poteva approdare a nulla; perché seicento pareri contrastanti per origine ideologica, per tradizione di partiti o di classi, per interessi economici non formano un’idea, una politica capace di risolvere il problema, che è unico ed inscindibile, dell’avanzamento della nazione.

 

 

Dalla considerazione particolaristica dell’unico problema economico non può non nascere la torre di Babele, con la connessa confusione delle lingue. Il problema vero fondamentale che si trattava di risolvere era questo: vogliamo che prosegua nel dopo guerra l’attuale tendenza bellica, forse inevitabile per necessità assolute di guerra, verso la gestione di stato degli affari economici, verso il dominio della amministrazione o vogliamo il ritorno, sia pure graduale, verso libere maniere di attività private, con interventi statali limitati ai soliti casi ammessi nei tempi ordinari? … Nella commissione nessuno è incaricato di risolvere il problema generale; sicché si avrà una collezione di precetti, così cari al dilettantismo fantasioso dell’on. Pantano, celeberrimo per avere in tasca, come del resto parecchi suoi colleghi di sottopresidenza, piani «completi» ed «organici» e «geniali» per rimediare in quattro e quattr’otto ad ogni malanno dell’Italia e dell’umanità (pp. 695-96).

 

 

Nel giorno della vittoria, chi scrive osa guardare in alto e spera che alla vittoria sul nemico straniero segua la vittoria sul nemico che è in noi:

 

 

Per non cadere nel disfacimento che è la conseguenza fatale dei tentativi di attuare programmi millenari che è il terreno fecondo su cui soltanto i Lenin d’Italia possono sperare di mietere, bisogna anche per il dopo guerra ritornare alle nostre vecchie e grandi tradizioni del risorgimento. Il ritorno a Mazzini ha contribuito, oramai tutti lo vedono, a far vincere a noi la guerra, poiché ha distrutto la compagine statale del nostro nemico. Per vincere il dopo guerra, per emergere più saldi, più forti, più ricchi moralmente e materialmente dalla grande prova civile che ci attende, bisogna ritornare alle audacie del conte di Cavour: alle audacie di chi odia i programmi vuoti, le parole retoriche, le promesse aventi un puro e basso scopo elettorale, alle audacie fredde, ragionate di chi sa la meta a cui vuoi giungere, scarta i mezzi inadeguati e sceglie la via che può essere percorsa senza pericolo di cadere nell’anarchia e nella reazione. Cavour, che la lettura dei suoi scritti rivela essere stato uno dei maggiori economisti d’Italia, non fu l’uomo di un’idea unica. Fece costruire allo stato ferrovie e porti, sussidiare linee di navigazione, impose tasse durissime; ma mentre faceva far molto allo stato dove giudicava l’azione sua vantaggiosa, gli toglieva compiti, come quelli di regolare e proteggere l’industria, di fissare i calmieri del pane, laddove credeva che l’aria libera fosse meglio atta a promuovere lo sviluppo della ricchezza ed il buon mercato della vita. Finiva di abolire le corporazioni d’arti e mestieri; ma fondava una cassa di assicurazione per la vecchiaia degli operai e voleva renderla universale. Così egli condusse il Piemonte dal 1850 al 1860 ad un alto grado di forza economica (pp. 704-5).

 

 

Le pagine qui raccolte hanno dunque, pur nel clima di consenso doveroso all’opera delle autorità politiche e militari nel tempo di guerra, indole sovratutto critica. Troppi furono gli errori inutili, le improvvisazioni, l’ossequio alle pretese irrazionali dei danneggiati dalle esigenze belliche, perché la critica potesse tacere. Spesso si passò il segno nella arrendevolezza verso le richieste di vantaggi momentanei a pro di questo o di quell’altro ceto o città o regione, verso il clamore disordinato contro gli arricchimenti dei provveditori di cose belliche, degli accaparratori e profittatori del mercato nero; troppo si indulse a provvedimenti dettati da buone intenzioni frettolose, ma intesi a conseguire effetti contrari al bene comune; troppi imbrogli demagogici furono aggiunti al sistema tributario vigente, dall’usura del tempo già fatto decadere dalla prima semplicità razionale; sicché il volume ha in gran parte sostanza di critica quotidiana a malefatte di legislazione e di amministrazione. Giova sperare che le sue pagine non appaiano, come non erano nelle intenzioni, di scarso apprezzamento degli uomini di valore i quali, se pur commisero taluni errori economici pratici, servirono validamente e devotamente il paese e condussero la patria alla vittoria. La critica era anch’essa doverosa, se talvolta giovava a smussare le punte degli errori ed a gittare il germe di una diversa condotta, che era assurdo pretendere in tempi fortunosi, per il tempo auspicato della pace.

 

 

Una tregua nell’incessante susseguirsi di problemi incalzanti si può forse scorgere nelle pagine da 138 a 184 nelle quali, in articoli scritti fra il 15 marzo 1915 ed il 5 dicembre 1916, studiai la crisi del carbone e l’ingombro del porto di Genova. Rileggendo quelle pagine, ricordai i giorni nei quali interrogavo facchini del porto, organizzatori operai, capi del consorzio, commercianti in carbone e in cotone, industriali dell’interno desiderosi di materie prime; e cercavo di formarmi un quadro preciso dei grossi problemi dalla cui soluzione, empiricamente cercata giorno per giorno, ora per ora, dipendeva la vita dell’industria e delle popolazioni nella grande pianura padana ai cui confini operava e combatteva l’esercito italiano. Risento ancor oggi il rimpianto non ci sia stato mai nessuno il quale scrivesse il beI libro di economia viva che poteva ed ancora può essere dettato a narrare ed analizzare il congegno vario e ricco e miracoloso del maggior porto italiano. Credo di avere già scritto altrove come a scriverlo dovrebbero collaborare un economista ed un romanziere; un Pantaleoni ed un Balzac. Il Pantaleoni scrisse quel capolavoro che si intitola alla Caduta del Credito mobiliare, nel quale sono narrate, da chi le aveva rivissute, le vicende della grandezza e della decadenza della maggior banca di investimenti del tempo suo; laddove il Balzac, forse per avere, anch’egli, provate le speranze e sofferte le delusioni dello speculare economico, seppe creare tipi di banchieri, di negozianti, di sfaccendati giocatori di borsa, uomini e donne, di geni e di sprovveduti quali nessun economista seppe immaginare e descrivere. Quale stupendo stimolo all’analisi economica il porto di Genova; dove arrivano navi e merci e uomini da ogni paese del mondo e si dipartono merci ed uomini per le fabbriche del Piemonte e della Lombardia; dove a tratto a tratto dominava il padrone della chiatta e riscuoteva taglia su chi doveva scaricare dalla nave e non sapeva dove collocare la merce scaricata, e poi scompariva nei tempi di magra o di servizi abbondanti e bene organizzati; dove si scontrano gli interessi degli importatori di frumento, di carbone e di merci varie con quelli delle industrie consumatrici del nord; dove le calate, i pontili, gli scali ferroviari sono strumenti gli uni agli altri coordinati; dove l’intermediario, il commissionario, l’agente, che maneggia miliardi in uno «scagno» di pochi metri quadrati in un vicolo di basso porto, lavorano attorno alle grandi banche e regolano sulla parola affari colossali in borsa e per la strada; dove le organizzazioni operaie hanno sostituito i «confidenti» di un tempo; e dove il consorzio del porto, la Camera di commercio, il capitano del porto, l’ispettore di pubblica sicurezza, il municipio gestore del punto franco si incontrano, si sovrappongono, si accordano. Nasce nel porto un mercato, un grande mercato, dove si formano i prezzi e dove è possibile analizzare costi, costi veri, i quali, confrontati con i prezzi, danno luogo a perdite ed a guadagni. Auguro che le analisi di costi da me condotte in quel tempo persuadano taluno amante dei fatti economici analizzati nella realtà operante, a scrivere quel libro sul porto di Genova, che da tanti anni immagino ed invoco.

 

 

Ho raccolto nell’ultima parte del volume (pp. 748-90) scritti i quali dal 18 gennaio del 1915 al 16 ottobre 1918 furono dedicati a problemi non economici: la teoria tedesca della decadenza dell’impero britannico, quella inglese dell’equilibrio europeo e sulla necessità che la guerra finisca in una sconfitta della dinastia tedesca. Quest’ultimo iniziò sul «Corriere della sera» la serie degli articoli i quali recavano non la mia firma, ma quella di uno pseudonimo «Junius» e furono poi raccolti dall’editore Laterza in un volumetto dal titolo Lettere politiche di Junius. La sigla era quella stessa che nel Settecento era stata usata per un volume di scritti politici divenuti celebri, anche per la controversia sorta intorno alla persona dell’autore. Adottai per quegli articoli lo pseudonimo e l’uso di indirizzarli, quasi fossero una vera lettera, al «signor direttore» ; e cercai di serbare il segreto intorno alla persona dell’autore, per scemare ai lettori la noia di vedere troppo spesso ripetuto in calce agli articoli il mio nome e per il piacere di ascoltare da amici e conoscenti giudizi critici, che, vista la firma, non sarebbero stati dichiarati in mia presenza.

 

 

Nel gruppo degli articoli politici si inseriscono anche due articoli storici, l’uno sulla conquista del confine naturale delle Alpi occidentali compiuto lungo duecento anni di guerre e di lotte da Casa Savoia e l’altro sulla cavalleria con la quale nel Sei e Settecento si conducevano le guerre in Piemonte confrontate con i casi di barbarie moderne, che parevano già biasimevoli durante la prima guerra mondiale e divennero durante la seconda terrificanti per i trasferimenti forzati di intere popolazioni e per la tentata distruzione del popolo ebraico.

Prefazione

Prefazione

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. XIII-XXXV

 

 

Il volume è tutto composto di articoli del tempo di guerra. Scrivevo (p. 281) :

 

 

Di fronte alle necessità della guerra cessa il diritto alla critica. Chi di noi oserebbe lamentarsi di fronte anche alla scomparsa totale del naviglio marittimo dal mercato dei trasporti non bellici quando, per ipotesi, ciò fosse necessario per la vittoria?

 

 

Ebbero perciò gran luogo negli articoli del giornale e nel volume sono solo in minor parte riprodotti, per evitare le assai frequenti, allora necessarie, ripetizioni – gli inviti a sottoscrivere ai prestiti che venivano, gli uni dopo gli altri, emessi a procacciar denaro allo stato.

 

 

Chi, tra i risparmiatori italiani, vorrà più tardi incorrere nel muto rimprovero che i suoi figli gli muoveranno di non aver compiuto ogni sforzo possibile, nell’ora solenne, per fare cosa utile ad essi ed insieme alla patria? (p. 108).

 

 

Ad incoraggiare l’afflusso del denaro nelle casse dello stato, plaudivo alla scoperta, (nel 1916), della forma «al portatore» dei buoni ordinari da sei a dodici mesi (p. 356). Fino allora i buoni ordinari erano tutti nominativi; e parve gran novità avere deliberato che essi potevano essere emessi anche al portatore, anche se «per ora» la novità non era estesa ai buoni più brevi, a tre mesi. Si vide poi che i buoni al portatore erano assai meglio accetti al pubblico dei buoni nominativi, i quali in pratica erano acquistati principalmente dalle banche e da enti e non potevano sorpassare una modesta somma (300 milioni di lire) fissata ogni anno nella legge di bilancio per sopperire alle momentanee esigente di cassa del tesoro. Presto si giunse ai miliardi e divenne, quella dei buoni ordinari, la maniera di sopperimento più importante in guerra ed in pace. A promuovere il risparmio, necessario da un lato per ridurre i consumi secondari o superflui e dall’altro lato a fornire allo stato i mezzi per i consumi bellici, divulgai (p. 370) in Italia, fin dal 1916, il metodo primamente usato in Inghilterra dei buoni o certificati, rimborsabili in qualunque momento a richiesta del risparmiatore, fecondi di frutto progressivamente crescente e retrodatato al momento dell’emissione, sicché il detentore avesse interesse, pur conservando la piena continua disponibilità del denaro, a serbarli in portafoglio per il maggior tempo possibile. I buoni furono, col nome di buoni fruttiferi postali, introdotti presto in Italia ed ebbero successo notabilissimo, sicché oggi sono lo strumento preferito di impiego dei risparmi della piccola e media gente, particolarmente nelle campagne.

 

 

In argomento di prestiti, pur riconoscendo che l’Italia non aveva toccato l’ideale, che sarebbe stato quello di coprire il fabbisogno bellico esclusivamente con il provento di nuove imposte e col ricavo di prestiti – ché in tal caso la spesa bellica sarebbe stata fatta con mezzi antichi, ossia con rinuncia ad altrettanti consumi privati e non sarebbe stato necessario stampare biglietti a vuoto, davo lode (p. 526) ai ministri del tesoro e delle finanze di avere

 

 

stabilito nuove imposte a mano mano che l’onere del bilancio cresceva a cagione dei debiti contratti.

 

 

In tal modo la pratica italiana, sebbene meno austera di quella inglese, la quale con le imposte copriva almeno una parte delle spese belliche, stava ben al disopra delle pratiche seguite in Germania, in Francia e nell’impero austro-ungarico, dove si era rinunciato apertamente a confessare ai cittadini che la guerra non si poteva vincere senza sacrificio (pp. 235 sgg. ). Il dott. Hellferich, ministro germanico delle finanze, nutriva, in verità,

 

 

fiducia di far coprire gran parte delle spese germaniche di guerra con le indennità dei paesi nemici vinti (p. 231).

 

 

La tesi, che era politica, gli consentiva di rinunciare a chiedere ai suoi il sacrificio di nuove imposte; ma la esigenza economica lo costringeva ad emettere prestiti grandiosi i quali erano stati, a parer mio, «un trionfo genuino». Riconoscevo che le accuse mosse a lui

 

 

di aver creato casse di credito pubbliche solo per mutuare biglietti a coloro i quali dovevano diventare i sottoscrittori dei suoi colossali prestiti (p. 229)

 

 

erano ingiuste, e, pur essendo egli nel campo avverso, osservavo che la tecnica seguita da lui nell’emissione dei due primi prestiti era perfetta. La testa di turco contro cui battevo più frequentemente e duramente era il torchio dei biglietti. Fin dal luglio 1915 notavo dolorosamente che (p. 98)

 

 

ancor oggi si incontrano persone, le quali reputano un beneficio le emissioni abbondanti di carta moneta e non sanno capacitarsi del perché gli stati si affannino tanto a contrar prestiti onerosi al 4,50 o 5% quando potrebbero farsi imprestare gratuitamente dai cittadini quante somme volessero, semplicemente stampando biglietti e pagando con essi tutti i propri creditori.

 

 

E snodavo la litania, oggi divulgatissima, degli effetti e dei danni delle emissioni sovrabbondanti di biglietti.

 

 

In quel tempo era divenuta popolare una critica rivolta contro gli alleati ed i neutrali:

 

 

essere uno scandalo che gli svizzeri vogliano lucrare 50 o 55 lire per ogni 100 dei loro franchi; che i francesi guadagnino il 30% e che gli inglesi ci vendano le loro sterline per 36-37 lire nostre invece che per 25 lire. Passi per i neutri, i quali non hanno nessun vincolo verso di noi; ma gli alleati dovrebbero moralmente essere obbligati ad accettare la nostra moneta alla pari e dovrebbero resistere alla tentazione di lucrar il 30 od il 40% a nostre spese.

 

 

La querela era esposta in articoli giornalistici ed in discorsi parlamentari in un tempo in cui per comprare un franco svizzero bastava spendere 1,50 lire italiane e per avere una lira sterlina si davano non più di 36 lire italiane. Non sono sicuro che nella testa di qualcuno in Italia non si nasconda un residuo del sofisma antico, oggi che per avere un franco svizzero occorre dare circa 150 lire italiane e per avere una lira sterlina fa d’uopo spendere 1750 lire italiane: e del pari 625 lire per ottenere quel dollaro, che prima del 1914 si cambiava con 5,25 lire nostre! Non ne sono sicuro, perché il sofisma nasce da un sentimento proprio dell’uomo, il quale attribuisce la responsabilità di un malanno che lo incolga non mai a se stesso, ma ad altri, al parente, all’amico, al collega, al concorrente, all’avversario. Se poi la colpa può essere data allo «straniero» , il ragionamento, anche se sbagliato, diventa senz’altro corretto, anzi incontrovertibile e chi lo smaschera è reo di leso-patriottismo. Nelle pagine del testo (da 433 a 438) il sofisma è a lungo confutato, più a lungo di quanto meritasse la evidenza dell’errore. Chi riscuoteva allora, per merce venduta agli inglesi, le 37 lire italiane invece della pari di 25 lire? Non gli inglesi, i quali pagavano nulla più e nulla meno che la solita lira sterlina; ma i venditori italiani della merce, i quali ricevevano allora 37 ed oggi riceverebbero 1750 lire; ed, apparentemente, «guadagnavano» 12 e guadagnerebbero oggi 1725 lire. Ma è tutta apparenza, ché per la abbondanza di segni monetari circolanti, le 37 lire di allora e le 1750 lire di oggi comprano o comprerebbero né più né meno delle 25 lire di prima del 1914. Il che voleva dire trattarsi di un affare interno, nazionale, fuor di ogni responsabilità straniera, di cui siamo responsabili noi che volemmo o consentimmo o tollerammo che i nostri governanti, per conseguire taluni fini pubblici (vittoria contro il nemico nel 1915-18, ed oggi strade, rimboschimenti, impianti ferroviario-portuali, lotta contro la palude o la malaria) o pseudo-pubblici (ferrovie inutili, palazzi superflui, impiegati esuberanti ecc. ecc.), invece di togliere denari preesistenti ai cittadini sotto forma di imposte o di prestiti, fabbricassero denaro nuovo e così crescessero i cambi esteri e svilissero la moneta nostra. Oggi, che di queste verità elementari tutti sono persuasi ed il pericolo sembra venuto meno, può parere inutile ristampare articoli del tempo in cui il sofisma correva ed il pericolo era attuale e si dimostrò in seguito distruttivo dell’assetto sociale. Ma, sicuro non sono che il sofisma non informi ancora il convincimento di troppi italiani. Il modo di dire, per fermo, rimane; e da esso è breve il passo al modo di pensare.

 

 

Correva nei giornali e nelle relazioni di governo o di commissioni parlamentari una teoria, la quale attribuiva l’aumento progressivo dell’aggio sull’oro e sulle monete straniere al disavanzo della bilancia commerciale. Ed era vero che

 

 

dallo scoppio della guerra europea alla fine di luglio 1917 – scrivevo il 15 dicembre 1917, a p. 456 – le importazioni di merci eccedettero le esportazioni per circa 8 miliardi e mezzo di lire,

 

 

somma suppergiù equivalente – vedi l’avvertenza a p. 792 di questo volume – a 12.750 miliardi di oggi.

 

 

Prima di affermare che la causa dell’aggio, ossia del deprezzamento della lira, sia il disavanzo della bilancia commerciale – ma si intendeva sempre parlare dello sbilancio totale o dei pagamenti – bisognava dimostrare che lo sbilancio esisteva. Orbene, a tacere dei guadagni della marina mercantile italiana, delle rimesse di emigranti e di altre sopravvenienze attive, le quali, anche negli anni di guerra, seguitavano ad arrivare,

 

 

non è forse vero che lo stato italiano ha esportato all’estero per miliardi di lire di titoli di debito? Far debiti all’estero è lo stesso che vendere od esportare all’estero nostri titoli di debito … È probabile che i debiti fatti dall’Italia in Inghilterra e negli Stati uniti siano stati sufficienti per coprire lo sbilancio tra importazioni ed esportazioni. Sì, noi comprammo 8 miliardi e mezzo di lire – carta di più di merci di quante non ne vendemmo all’estero; ma questi 8 miliardi e mezzo li pagammo con i crediti che ci furono aperti all’estero … Se questo è vero, come è possibile affermare che l’alto cambio derivi da una eccedenza che non esiste? … Se il cambio alto potesse concepirsi derivante da questa causa, noi avremmo il cambio alla pari. Un oculato e forte governo del tesoro e degli istituti di emissione – allora si parlava al plurale, perché accanto alla Banca d’Italia, avevano diritto di emettere biglietti anche i Banchi di Napoli e di Sicilia – basterebbe non solo a far scomparire le oscillazioni del cambio, ma l’aggio medesimo al disopra della pari (pp. 456-57).

 

 

Il sofisma assumeva così una forma meno grossolana di quella esaminata dianzi dell’attribuire senz’altro allo «straniero» la colpa di qualche nostra disgrazia; bensì l’altra di attribuirlo alla guerra, allo stato di necessità in cui la guerra ci aveva posto, di dovere fare spese di gran lunga superiori alle normali e di dovere perciò approvvigionarci all’estero in misura superiore alle nostre possibilità di pagamento. Che era un discolparsi apparentemente plausibile. Ma plausibile non era, perché si dimenticava che, in un mondo di uomini ragionanti, cittadini e governanti avrebbero visto che non si conduce guerra grossa, se non ci si sobbarca a grossi sacrifici di imposte nuove e di prestiti offerti mercé il risparmio ossia con la rinuncia a consumi anche ordinari. Ma nessuno, nemmeno nei paesi più ricchi, ebbe il coraggio della rinuncia. Piaceva lasciar credere che la guerra non avrebbe turbato troppo l’assetto normale della economia pubblica e privata; e sebbene noi, come osservai sopra, ci si fosse comportati abbastanza bene, non si ebbe il coraggio di aumentare le imposte come sarebbe stato necessario e si dovette perciò ricorrere, in misura notabile, agli indebitamenti coll’estero. Poiché questi non bastavano, si ebbe ricorso, per fronteggiare le spese interne, al torchio dei biglietti. Che fu la causa vera dell’aggio, del deprezzamento della lira e delle conseguenze politiche e sociali che ne derivarono.

 

 

Il bello si fu che quei debiti verso l’Inghilterra e gli Stati uniti non furono, se non in minima parte, rimborsati. Ma di ciò si discorrerà nel quinto volume, dove sono riprodotti gli articoli scritti a pro della tesi che quei debiti non dovessero essere rimborsati, essendo le spese state sostenute nell’interesse comune. Tesi la quale fu, dopo la vittoria comune, accettata, se non in principio, di fatto dagli alleati.

 

 

Continuava, ché la tradizione era antica, il metodo, opposto a quello seguito nel primo decennio dopo la unificazione e nella rinnovazione del catasto, delle sciabolate tributarie (p. 536), come un giorno le aveva acconciamente definite il Daneo, ministro delle finanze nel gabinetto Salandra. A chi tocca, tocca; pur che si faccia denaro: centesimi di guerra, sugli esenti dal servizio militare, imposta militare, sui canoni enfiteutici, ecc. ecc. Tipico il decreto del 3 febbraio 1918, il quale col pretesto della perequazione, aggiungeva un’altra alla vecchia e tuttora esistente sperequazione della doppia tassazione degli interessi dei debiti ipotecari. Se il proprietario di un fondo rustico tassato coll’imposta (e colle sovrimposte locali) fondiaria sul reddito di 100.000 annue, contrae un mutuo di un milione di lire al 5%, fruttifero di 50.000 lire annue a favore del mutuante, il fisco colpisce presso il proprietario il reddito di 100.000 lire che il fondo o la casa gli dà, e presso il capitalista mutuante gli interessi a suo favore di 50.000 lire; ed il totale reddito tassato è di 150.000 lire. Il doppio di imposta è evidente; ché il reddito è uno solo: quello di 100.000 lire fornito dal fondo. Il fatto che, prima del mutuo tutte le 100.000 lire fossero percepite dal proprietario e, dopo il mutuo, per 50.000 lire da lui e per 50.000 lire dal suo creditore, non produce l’effetto miracoloso della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il reddito rimane in tutto di 100.000 lire (50.000 + 50.000) e non diventa di 150.000 lire per ciò solo che il proprietario dal reddito di 100.000 lire deve prelevarne 50.000 lire e trasmetterle al creditore. Eppure, la sperequazione si perpetua, traendo pretesto dal fatto che l’imposta non colpisce le persone, ma le cose: il fondo e il mutuo. Il fondo dà o non dà un reddito di 100.000 lire? il mutuo non è forse fruttifero di interessi di 50.000 lire? epperciò paghino. Il sofisma è grossolano; perché i redditi sono goduti da persone e non da cose; e nessun arzigogolo può trasformare in 150.000 quello che è un ammontare di 100.000 lire.

 

 

Dal danno si era miracolosamente salvato, sino al 1918, un reddito, per il quale il doppio d’imposta era troppo chiaro per passare inosservato: i canoni enfiteutici. Esiste infatti nel nostro sistema di diritto, un istituto detto della enfiteusi. Sorto nel medio evo, esso sdoppiava la proprietà della terra: il vecchio proprietario pieno diventava proprietario eminente o domino del fondo e lo concedeva ad un coltivatore detto utilista, in compenso di un canone fisso in denaro o in derrate agrarie. Il «domino», rimanendo titolare della proprietà, fissava, ad esempio, il reddito da lui percepito in 1.000 lire all’anno; e l’«utilista», iscritto come colono enfiteuta nei libri catastali, riscuoteva il residuo prodotto del fondo. Il contratto di enfiteusi aveva per iscopo di incoraggiare la messa a cultura di terreni boscosi ed incolti; ché il colono, migliorando, avrebbe goduto di tutto il sovrappiù oltre le 1.000 lire dovute al proprietario. Col passar del tempo e con le migliorie, il sovrappiù era diventato maggiore del canone, e spesso questo, anche a causa della svalutazione della moneta, era divenuto irrilevante. Supponendo che l’enfiteuta incassasse 3.000 lire di reddito netto, accertato in catasto, era chiaro che il reddito era di 3.000 lire in tutto, delle quali 1.000 erano dall’enfiteuta versate al «domino» e 2.000 da lui trattenute. Per antica consuetudine era stipulato sempre che le 1.000 lire erano pagate al netto da pesi e tributi, sicché questi gravavano tutti sulle 2.000 lire dell’enfiteuta. L’immunità era stata convenuta dall’origine, ed era divenuta col trascorrere del tempo, ognora più ovviamente ragionevole, ché tutto l’incremento di reddito, oltre le 1.000 lire, spettava all’utilista. Saltava agli occhi che il reddito era uno solo, di 3.000 lire, ripartito in due parti a due persone, amendue iscritte come proprietarie del fondo, l’una col nome di domino e l’altra con quello di utilista. Epperciò, si era pacificamente sempre tassato il solo reddito delle 3.000 lire accertato in catasto, in conformità all’atto di creazione dell’enfiteusi, al nome dell’utilista. Durante la guerra, all’occhio linceo di un funzionario, occupato nel rintracciare materia nuova imponibile sfuggita all’imposta, parve di aver scoperto nei canoni enfiteutici l’araba fenice del cespite esente dall’imposta; ma la ingiustizia o sperequazione non era vera, ma dedotta dal fatto che, in altro caso, quello degli interessi ipotecari, pacificamente si commetteva la scorrettezza del doppio, tassando 150 quando il reddito totale era solo 100. Se la sperequazione nell’un caso è pacifica, perché non sperequare anche nell’altro caso? Così è della maggior parte delle ingiustizie alle quali si provvede creando imposte nuove: non si tratta di scoprire e tassare un vero reddito nuovo; non già di tassare qualcosa che sia veramente esente; ma solo di colpire quel che è tassato di meno o meno ferocemente di altri redditi o quel che appare esente, laddove invece è già tassato, ma non ancora due volte, al pari di altro disgraziato simigliante cespite. A nulla valsero le critiche mosse (cfr. pp. 533 sgg.) allo sconcio; il quale rimase, sinché, in un momento posteriore alla guerra, esso poté essere tolto.

 

 

La caccia alle ingiustizie ed alle sperequazioni fiscali da abolire è uno dei passatempi favoriti dei riformatori tributari; e già sin d’allora (29 novembre 1915 e qui a p. 272) mettevo in guardia contro le imposte demagogiche, fruttifere di «parole» invece che di «centinaia di milioni e miliardi di lire effettive» di cui ha urgenza il tesoro degli stati; e ricordavo il «famoso» bilancio del 1909 del signor Lloyd George, il quale, avendo fatto approvare un sistema di imposte sulle aree fabbricabili, ne aveva ricavato sino al 31 marzo 1914

 

 

l’unico costrutto di aver costato circa 55 milioni di lire italiane e di aver reso poco più 15 milioni di lire.

 

 

Sicché anche qui, a case calme, l’intiero edificio perequativo fu smantellato e raso a terra.

 

 

Spesseggiarono anche tra noi, le invenzioni infruttifere ed inapplicabili come le imposte sugli esenti dal servizio militare o quella sull’assistenza civile. Le successive chiamate dei riformati rendevano instabili i ruoli delle imposte; e le quote di sei lire si erano palesate quasi tutte inesigibili e causa di dispendio per la finanza invece che di entrata (pp. 529 sgg.). Sinché non fosse stata istituita la imposta complementare sul reddito, proposta dall’on. Meda, vana era la speranza di colpire i redditi esenti. I tentativi erano a vuoto e sempre si ricadeva nel solito risultato di sovratassare i già tassati (pp. 531 sgg.).

 

 

Ero scettico sui risultati delle nuove imposte sui sovraprofitti di guerra (p. 277); e criticavo l’incitamento che l’imposta dava, per l’indole del suo meccanismo, a crescere gli impianti inutili e le spese superflue allo scopo di sottrarre legalmente al tesoro la materia imponibile. In generale tutte le imposte che sovratassano l’eccedente su un reddito definito normale hanno effetti dannosi di spreco di capitali e di lavoro. Recando l’esempio all’estremo – ma è un estremo al quale ci si avvicina progressivamente durante la guerra e fu raggiunto dopo il 1919 con la cosidetta «avocazione» totale dei profitti di guerra – se si tassa con l’imposta normale, suppongasi, del 20% il reddito sino all’8% del capitale investito e con il 100% il supero oltre l’8%, quale mai interesse ha il contribuente a produrre il supero? Anzi, se le contingenze del momento procacciano un supero, egli ha interesse a sprecarlo: ad assoldare operai ed impiegati inutili, a distribuire stipendi ad amici e familiari. Giova procacciarsi clientela di amici e di impiegati, più che non pagare imposte. Ed ha interesse a compiere impianti superflui, pur di crescere la cifra «legale» del capitale investito. Se questo è di 100 milioni, l’imprenditore tiene per sé otto (8% su 100 milioni di capitale) sugli eventuali 20 milioni di reddito conseguito ed il resto deve versarlo all’erario. Se egli perciò cresce l’investimento a 150 milioni, non occorre che i 50 milioni in più di impianti e di scorte fruttino alcunché. Egli può tenere per sé, all’8% 12 milioni, versandone solo 8 invece di 12 allo stato. Se egli riesce a spingere, purtroppo di fatto e non solo per scritturazione contabile, gli investimenti a 200 o 250 milioni di lire, egli può tenere per sé, assoggettati alla sola imposta normale, 16 o 20 milioni rispettivamente e finire di non versare più nulla allo stato. Fu, in misura progressivamente crescente, l’esperienza degli anni dal 1917 al 1920. Il capitale superfluo, per il meccanismo dell’imposta, fruttava, non perché fosse realmente produttivo, ma perché risparmiava, a vantaggio del contribuente, il versamento delle imposte crescenti sull’eccedente. Il danno per la collettività era certo; ma l’imposta confiscatrice era popolare e riscuoteva plauso generale (pp.559, 628); e riscuote ancor oggi, ogni qualvolta il principio, in forme nuove, venga accolto, plauso rinnovato. A nulla giovano, ad impedire gli sprechi, le facce feroci, i giuramenti fiscali, le minaccie di galera; ché l’errore fiscale offre la giustificazione «morale» alle evasioni di difesa ed aggiunge «pretesti» a coonestare le frodi sost