La cooperazione nell’agricoltura italiana

Tratto da:

Credito e cooperazione

Data di pubblicazione: 15/10/1896

La cooperazione nell’agricoltura italiana

«Credito e cooperazione», 15 settembre-1 ottobre 1896, pp. 158-162

 

 

 

L’agricoltura italiana ha attraversato nei trentacinque anni successivi alla unificazione nazionale un periodo di trasformazioni profonde nei metodi culturali e nella organizzazione economica. Ad esse non si poterono sottrarre le produzioni che parevano più peculiari all’Italia. La cultura del grano, che erasi largamente diffusa a scapito dei boschi e delle praterie, in seguito agli alti prezzi durati fino al 1875, dovette retrocedere dinanzi alla minacciosa concorrenza dei grani russi, e sui campi, prima fecondi di larghe messi, si allargò trionfante la coltura della vite, la quale ai due opposti lati d’Italia, nel Piemonte e nella regione meridionale e siciliana, concesse per più di un decennio larghissimi profitti ai coltivatori che primi e più arditi seppero dissodare i pascoli e disboscare i pendii delle colline. L’epoca della prosperità però non durò a lungo per i viticoltori nostri; la denunzia del trattato commerciale colla Francia inflisse loro un gravissimo colpo, dal quale cominciano appena ora a rilevarsi con un lavoro paziente e faticoso di conquista dei mercati esteri. Anche le altre colture non si sottrassero alle mutate condizioni dei mercati di smercio; la lana soggetta alla concorrenza terribile dell’Argentina e dell’Australia, la canapa a quella dei prodotti similari a più buon mercato come il cotone e la juta, l’olio alla guerra mossagli dagli oli tratti da altre sostanze vegetali come il sesamo, ecc.

 

 

Tutto questo rivolgimento nelle condizioni produttive era la conseguenza della sostituzione di un unico mercato nazionale ai diversi mercati regionali difesi da elevate barriere doganali e della influenza esercitata sulle condizioni del mercato internazionale; ed alla sua volta fu causa di una trasformazione operatasi nelle forme di conduzione agraria e nelle relazioni fra i proprietari del suolo ed i coltivatori. L’agricoltura deve necessariamente, per resistere alla lotta della concorrenza, assumere caratteri sempre più industriali; larghi capitali si devono ammettere nel suolo in forma razionale e sistematica; ed a questa imprescindibile necessità dell’agricoltura moderna male si adattano le pigre e lente forme di contratti agrari patriarcali, basati sul consumo diretto e non sullo scambio delle derrate prodotte; onde il sorgere di torme di braccianti avventizi avulsi dalla terra e costretti a lavorare per una mercede incerta e variabile sui grandi poderi della Lombardia e dell’Emilia; e la emigrazione, divenuta altissima e colossale, dei contadini piccoli proprietari, a cui il polverizzamento del suolo toglie ogni possibilità di vita sulla breve zolla, ribelle, per la sua ristrettezza, all’applicazione feconda del lavoro e del capitale. Per tal modo dal seno della organizzazione agraria si sviluppano due germi di turbamento e di pericoli per la società tutta; la grande proprietà, la quale solo in determinate condizioni può coltivare la terra con profitto, determina la formazione di un proletariato rurale vagabondo e sciolto da ogni rapporto col suolo a cui per tanti secoli era rimasto unito; e la piccola proprietà che nelle regioni di collina e per le colture arborescenti potrebbe vantaggiosamente reggere al paragone della grande, si trova, per il polverizzamento eccessivo del suolo prodotto dalle divisioni successorie, per mancanza di capitali e di organizzazione, impotente a vendere con profitto i propri prodotti sul mercato, e dà così costante alimento alla crescente fiumana della emigrazione povera.

 

 

La relazione finale del Jacini alla inchiesta agraria del 1884 riconosceva questi mali ed invocava dal Governo una serie di provvedimenti adatti in parte a rimediare ai peggiori inconvenienti; ma non si può dire che dopo d’allora si sia fatto molto; l’unico provvedimento di qualche efficacia fu il rialzo del dazio sui grani a 7.50 al quintale; ma, se con ciò si concesse un beneficio a molti grandi proprietari, si produsse un grave danno alla enorme maggioranza dei piccoli proprietari, i quali non producono abbastanza grano pel proprio consumo ed ai contadini disobbligati che devono comprare a caro prezzo il pane giornaliero. Del rimanente la perequazione dell’imposta fondiaria è ancora incerta ed a stento fu potuta salvare quest’anno da una morte prematura; il bilancio ristrettissimo non consente al Ministero di agricoltura di allargare la sua azione intelligente e molteplice a favore dei migliori sistemi di coltivazione.

 

 

La iniziativa privata ha fatto qualche cosa; e dell’opera sua rispetto alla cooperazione agraria intendiamo far cenno giovandoci della relazione della Commissione nominata dal ministro di agricoltura per studiare i mezzi intesi a diffondere le istituzioni agrarie cooperative[1].

 

 

In verità poco è stato fatto finora; ed il ministro Boselli, nella lettera indirizzata ai membri della Commissione, afferma essere argomento di sorpresa e di lagnanze per molti che la cooperazione, la quale ha potuto già affermarsi con manifestazioni molteplici e spesso assai prosperose nelle città, non siasi propagata con altrettanta fortuna e rapidità nelle campagne. Giova però ad ogni modo esporre la condizione attuale e le speranze del movimento cooperativo agrario per vedere quali siano le forme sue più vitali e più rigogliose e nel tempo stesso più feconde di beneficio per i coltivatori dei campi.

 

 

La breve esposizione delle condizioni dell’agricoltura italiana fatta più su dimostra ad evidenza come il bisogno di capitali sia grandemente sentito dai proprietari allo scopo di operare quelle trasformazioni nelle culture che solo possono rendere queste proficue. A tale intento si è appalesato disadatto il Credito fondiario, rivoltosi in gran parte alle allettatrici speculazioni edilizie delle città, e per la mancante sorveglianza ridotto a favorire nelle campagne solo il credito di consumo dei grandi proprietari.

 

 

Le molteplici leggi sul Credito agrario non valsero a procurare capitali ai veri coltivatori; e finora il solo ampio e fecondo movimento a favore dell’agricoltura nostra è dovuto alla iniziativa delle Banche popolari, delle Casse di risparmio e delle Casse rurali. Nelle colonne di questo giornale, il quale ha registrato tante volte i trionfi del credito largamente concesso dalle Banche popolari, è inutile esporre qui ancora una volta fatti ed esperienze già note; importa però far notare come fra tutte le forme di cooperazione agraria quella di credito abbia dato i frutti migliori, e contenga, insieme con le cooperative di acquisto, più numerosi elementi di vitalità. Ed invero le Banche popolari, le Casse di risparmio e le Casse rurali possono adempiere efficacemente alla condizione prima del credito agrario: sorvegliare cioè l’impiego del capitale imprestato. In contatto continuo cogli agricoltori, le amministrazioni di questi vari istituti possono immediatamente ritirare il credito a chi se ne mostri meno degno e non ne faccia quell’uso che era stato stabilito. Il libro dell’on. Guerci sulle istituzioni agrarie della provincia di Parma ha dimostrato con quali accorgimenti molteplici ed oculati le Banche popolari e le Casse di risparmio possano venire in aiuto delle classi lavoratrici delle campagne. Colla istituzione delle cattedre ambulanti esse insegnano al coltivatore i migliori metodi culturali, lo ammaestrano intorno all’uso efficace dei concimi chimici, delle macchine e degli attrezzi rurali, e per mezzo delle Casse rurali diffuse in tutti i borghi, gl’imprestano ad un mite saggio il denaro necessario per intraprendere quelle innovazioni che dal professore ambulante erano state dimostrate utili e necessarie; il sindacato agrario poi, a sua volta, lo assicura di poter comprare le merci per lui necessarie al minor prezzo possibile e senza pericolo delle sfacciate frodi dovute agl’intermediari.

 

 

Non è meraviglia perciò come l’esempio delle Banche popolari di Cremona e di Bologna, delle Casse di risparmio di Parma di Bologna e di altre città, sia stato seguito da numerosi istituti e si vada diffondendo e radicando ampiamente la persuasione che il credito ai coltivatori, concesso con quelle cautele che abbiamo ora accennate, sia altrettanto sicuro quanto il credito ai commercianti, e si rende manifesta la necessità di rivolgere a beneficio delle campagne i capitali che sono il prodotto del risparmio e della

cooperazione popolare.

 

 

La cooperazione produttiva si estrinsecò nelle campagne specialmente per mezzo delle latterie sociali; nelle montagne dove la proprietà è frazionatissima ed una o due vacche costituiscono l’unica risorsa del contadino, è naturale che questi le affidi nella state ad un unico mandriano, evitando così un’unica e prolungata sorveglianza.

 

 

Il contadino agricoltore poi è abbastanza preoccupato della coltivazione della terra e non può colla cura necessaria attendere alla trasformazione del latte; quando le vacche ritornano al piano, è grandemente utile manipolare le quantità di latte ottenute in un solo locale quando non si oppongano le eccessive distanze e la tenuità poco rimunerativa del prezzo.

 

 

Fin dal 1400 ad Osoppo, nel Trentino, sorsero le latterie sociali a sistema cosidetto turnario; i vari allevatori portano successivamente il loro latte presso un solo cascinaro il quale fornisce gli attrezzi, manipola il latte e preleva una parte maggiore del latte in compenso dei suoi servigi. Questo sistema, semplice e forse l’unico adatto per alcuni paesi poveri, ha dato impulso alla produzione del burro, benché presentasse inconvenienti molteplici: s’immobilizzano inutilmente tanti attrezzi quante sono le famiglie associate; la manipolazione è diversa a seconda della persona prepostavi; non sonvi regolamenti e solo impera la tradizione. Del metodo descritto rappresenta un perfezionamento il sistema turnario sociale. La cascina, gli attrezzi, il cascinaro diventano fissi, e quest’ultimo è pagato in comune. Il turno si limita al giorno in cui può giovarsene ed il socio a cui spetta porta con sé, oltre che il proprio latte, le legne, il sale e il caglio, e presta al cascinaro la propria assistenza. Ma nemmeno questa forma può adattarsi alle esigenze del caseificio moderno e corre pericolo di diventare un’impresa privata condotta dal cascinaro, che facilmente si trasforma in padrone. Alle cooperative vere e proprie, costituite con un apporto per quanto tenue dei soci, si muovono dagli oppositori varie obbiezioni: la più grave di tutte consiste nel rimprovero loro fatto di aver peggiorato l’alimentazione già scarsa del contadino. Ed invero coi più perfezionati metodi del caseificio moderno le scrematrici meccaniche fanno una pronta e completa estrazione di crema da convertirsi immediatamente in burro e lasciano poi come cascame un latte inferiore che si può utilizzare appena per l’allevamento dei vitelli o pel nutrimento dei maiali o per i formaggi di scarto.

 

 

Il latte ed il formaggio, che entrava per tanta parte nell’alimentazione quotidiana del contadino, viene a mancare quasi del tutto, certamente con suo grave danno se contemporaneamente a questi venissero tolti i mezzi di procurarsi altri alimenti, altrettanto, se non più, nutritivi. Ognuno vede come i perfezionamenti tecnici, che sono il necessario portato delle latterie sociali, portino in sé stessi il proprio rimedio: concedendo maggior profitto al contadino con la vendita a prezzi rimuneratori del burro, lo mettono in grado di migliorare il proprio regime alimentario in misura ben più ampia di quanto non fosse consentito prima. Nemmeno si può contro al sorgere di latterie sociali, fondate sulla cooperazione del lavoro e del capitale, obbiettare la impossibilità in cui si trovano le popolazioni miserrime delle montagne di procurarsi i denari necessari alla compra delle azioni; queste sono anzitutto d’importare minimo e possono essere pagate a rate col maggior profitto ottenuto dalla vendita del burro; i fatti hanno dimostrato che dove i tentativi di associazione furono fermi e costanti, il successo arrise ai fondatori; le latterie agordine, iniziate nel 1872 con 30 soci possessori di 43 vacche, i quali portarono alle cascine litri 36,490 di latte, nel 1891 contavano 1387 soci con 2347 vacche e litri 1,810,075 di latte. L’ultimo bilancio della latteria di Soligo, dove sono ammessi azionisti che non sono portatori di latte e portatori di latte che non sono azionisti, ci fa sapere che dopo 10 anni di esercizio il capitale sociale è salito da L. 7720 a 50,440, più una riserva di L. 18,000; i caseifici sono saliti da 1 a 3, il latte contribuito dai portatori è salito da 2700 lire a 1,120,000; che, insomma, in dieci anni, tale prodotto, prima pressoché trascurato, fece incassare agli agricoltori del luogo quasi un milione di lire. Le latterie sociali sono attualmente un mezzo migliaio, quasi tutte concentrate nell’alta Italia; nell’Italia meridionale, dove pure la loro utilità sarebbe grandissima, esse mancano quasi del tutto.

 

 

Se lo storico delle latterie sociali può così registrare in Italia esempi di prosperità e di successo, altrettanto non può dirsi per le cantine sociali. Sorte dapprima in mezzo a largo coro di approvazioni, esse durarono per qualche tempo, finché i prezzi del vino si sostennero; il primo soffio della crisi vinicola le spazzò via; e poche rimangono, come l’Unione enologica di Ripatransone, l’Unione vinicola di Brindisi, la Cantina sociale di Oleggio e la cantina Pestellini di Bagno a Ripoli. Le cause sono molte e diverse. Il vino non è, come il latte, un prodotto le cui diverse qualità abbiano un valore uniforme; e nel nostro paese, dove la proprietà specialmente delle vigne è molto frazionata, è difficile convincere il coltivatore della giustizia di valutare il suo prodotto più scadente del prodotto del suo vicino. I capitali d’impianto, se pure non si vuole ottenere un vino poco serbevole e di tipo continuamente variabile, devono essere molto maggiori di quanto non si richieda per le latterie sociali. Il mercato dove si può spacciare il vino ottenuto nelle cantine non è così largo e sicuro; le vicissitudini doganali esercitano un’influenza grande; la lotta per la conquista di mercati lontani è lunga e difficile; bisogna sapere indovinare il gusto dei consumatori, mantenere al vino prodotto un tipo costante malgrado le diversità accidentali cagionate nelle uve dalle vicende atmosferiche, dalle malattie che affliggono la vite, dalla ubicazione delle vigne. La cantina sociale avrebbe certamente maggiore garanzia di durata qualora, dopo la confezione, il vino venisse restituito ai singoli produttori; ma si correrebbe il rischio di perdere tutto il vantaggio ottenuto dai costosi impianti fatti, perché pochi coltivatori posseggono i locali adatti a conservare convenientemente il vino e sanno prestare le cure necessarie alla sua serbevolezza.

 

 

Qui è uno dei molteplici casi dove si manifesta la superiorità della cooperativa di consumo sulla cooperativa di produzione; quella ha uno spaccio assicurato, conosce i gusti dei propri soci e dei propri clienti, e sa per conseguenza adattarvi le varie qualità di vino; essa, coi mezzi fornitigli dalle vendite, può creare impianti costosi e provvedersi direttamente dai produttori senza dover temere gli attriti inevitabili fra di questi; non intendendo ottenere profitti, non cerca di fare aumentare i prezzi dei vini a danno dei consumatori, ed è anzi interessata a darlo loro al minor prezzo possibile. Non è meraviglia però che le cantine delle cooperative di consumo si diffondano rapidamente e presentino un andamento prospero e promettente: in Roma presso la Cooperativa di consumo degl’impiegati la vendita dei vini è salita da 3000 ettolitri nell’anno 1891 ad 8500 nel 1894; presso l’Unione militare da 3000 ettolitri nel 1891 a 15,000 nel 1894. Non è a dire però che le cantine sociali non abbiano un proprio campo di azione ed il relatore comm. Cavalieri così ne addita i compiti: «Dappertutto dove l’industria vinaria è quasi ignorata e mancano cantine e fustami ed attrezzi con cui conservare e far valere i succhi della vite, dappertutto cioè dove i singoli produttori non hanno capitali con cui fare per conto loro un impianto industriale per quanto primitivo e modesto, si ricorra all’associazione; e la si avvalori coi metodi cooperativi che insegnano a trarre il massimo partito dai minimi mezzi, non si sottilizzi troppo sulla purità dell’applicazione, perché la soma si accomoda spesso lungo la via, e questa eventualità sarebbe addirittura eliminata se per fare gli sdegnosi, sia col patronato, sia con quel po’ di capitale azionario che ci profferisse un aiuto, non si avesse nemmeno a cominciare a vivere».

 

 

L’avvenire non si presenta certamente troppo splendido per le cantine sociali, quando una potente Società di esportazione non desse loro affidamento sicuro dello smercio del vino prodotto; a maggior ragione perciò importa che il Governo non intervenga a frapporre impedimenti alla ardita iniziativa privata, colpendo con l’imposta di ricchezza mobile i profitti delle cantine sociali; ed invero, se il proprietario isolato non paga imposte sul profitto ricevuto dalla vendita dei suoi vini, non si vede la ragione perché parecchi proprietari associati vi debbono essere assoggettati; e se il Ministero delle finanze ha accettato la tesi analoga svolta dalla Cantina sociale di Oleggio, è mestieri che una disposizione generale assicuri i produttori di vino contro gli abusi di troppo zelanti funzionari.

 

 

I forni rurali, altra fra le forme della cooperazione produttiva rurale, hanno avuto una vita varia ed agitata; di circa ottanta forni istituiti nella Lombardia, dove il bisogno se ne faceva maggiormente sentire, ben pochi rimangono; a quelli istituiti nel Friuli, il Mantica nella sua relazione pel concorso agrario regionale di Verona dovea rimproverare sotto l’aspetto igienico ed economico quattro grossi errori: la forma, i sussidi, le grosse spese di impianto e la farina. La causa del parziale insuccesso consistette in gran parte nelle condizioni avverse dell’ambiente ed in parte nella organizzazione data al forno. È noto come i forni rurali siano sorti per combattere le influenze maligne esercitate dal cattivo pane di granturco sulla diffusione della pellagra. Nella Lombardia il contadino è rimunerato in natura e spesso gli vengono date in compenso del suo lavoro le peggiori qualità di granturco o di frumento possedute dal grande proprietario; egli non può venderlo perché ne trarrebbe un prezzo troppo vile; ed è costretto a panificare, a lunghi intervalli, la cattiva farina, ed a mangiare così un pane malcotto, inacidito ed ammuffito. Il parroco Anello, con spirito largo di amore e di carità pei contadini, inteso porre riparo a questi inconvenienti con la istituzione dei forni rurali; ma non poté reagire contro la consuetudine dei pagamenti in natura ed accettò il grano o la farina avariata per trasformarla in pane; se la panificazione risultò migliore, non scemarono gl’inconvenienti derivanti dalla cattiva qualità della farina e dal pane di granturco. Inoltre si dovette adottare il sistema della permuta, con una corrispondente tariffa di cambio, dove di fronte al peso di farina che il contadino può consegnare sta il numero dei buoni o di marche di pane, dal peso determinato, che egli potrà ritirare. Accade per conseguenza che il minor prezzo del granturco porta con sé un aumento nelle spese del forno, perché la mano d’opera dei lavoranti, e la legna o il sale sono pagati con prelevamenti sul cereale, e se la entità delle prestazioni rimane la stessa, i prelevamenti devono essere più lauti a misura che il cereale non rappresenta che un valore più vile.

 

 

Dall’aver dato ai forni rurali il carattere di cooperative di produzione fondate sulla permuta derivò che il contadino divenne tanto più restio a portarvi il proprio granturco, a misura che i prezzi svilivano e minore era la quantità del pane restituitagli. A siffatto inconveniente, che ha minato la vita di tanti forni rurali quanto e forse più dei sussidi eccessivi, non si può portare rimedio se non con l’abolizione della rimunerazione in natura, e, dove ciò fosse impossibile per la lunga consuetudine e poi la riluttanza dei proprietari e dei coltivatori, col persuadere al contadino di vendere la propria farina disadatta alla panificazione per provvedersi altrove di pane igienico e nutriente. Attualmente però esso difficilmente trova a smerciare il proprio granturco, se non con eccessivo suo scapito, pel predominio esercitato nelle campagne dai piccoli commercianti usurai che monopolizzano il mercato; sarebbe necessario che i proprietari garantissero al contadino i medesimi prezzi di vendita ottenuti pel loro grano; o meglio che grandi banche facessero ai coltivatori anticipazioni sul granturco invenduto, o quasi intermediario, ne facilitassero la vendita. Allora le grandi cooperative industriali di consumo potrebbero efficacemente lottare contro il pane di cattiva qualità usato di solito dai contadini; di ciò sono esempio bellissimo le cooperative belghe il Vooruit ed il Net Volksbelang.

 

 

Ad altri campi può applicarsi ancora la cooperazione di produzione nelle campagne, come alla distilleria degli alcool (a Frascati se ne ha un bell’esempio), all’estrazione della fecola dalle patate o dalla barbabietola, alla fabbricazione degli oli, alla preparazione delle conserve di frutta o di legumi, all’allevamento del bestiame. Nella Svizzera più di 320 cooperative intendono a quest’ultimo scopo e con la compra di adatti animali riproduttori e con l’impianto di Iberd Book hanno concorso efficacemente all’aumento del prezzo dei vitelli giovani.

 

 

Non è molto, chi scrive ha avuto occasione di esporre in queste colonne i risultati ottenuti in Italia dalle cooperative di lavoro; ed è inutile perciò soffermarvisi più a lungo. Solo importa ricordare le raccomandazioni fatte dal relatore, a proposito delle cooperative agricole di produzione o di lavoro; le esperienze della cooperazione di produzione nel campo dell’agricoltura debbono essere per ora, di preferenza, ristrette a casi di conduzione, senza complicarvi il problema delle proprietà del suolo; devono essere sconsigliati tutti quegli allargamenti dell’impresa agraria che attenuerebbero il sentimento della solidarietà sociale e vi introdurrebbero lo spirito speculativo; le società di lavoro dovrebbero infine assicurarsi, prendendo a conduzione diretta fondi agrari, un lavoro per i tempi in cui esso mancasse o fosse deficiente nelle città.

 

 

È manifesto come la cooperazione di produzione lotti nelle compagne contro ostacoli spesso ardui o difficili a superarsi non è questo un fenomeno isolato: in tutte le industrie e in tutti i paesi la cooperazione di produzione ha avuto solo successi difficili e contrastati; minori dove più si palesava la necessità di grandiosi capitali d’impianto e di una direzione tecnica illuminata ed indipendente, più frequenti invece, quanto più l’oggetto dell’impresa era semplice ed i capitali necessari meno cospicui.

 

 

Non così per le altre forme di cooperazione agraria intesa all’acquisto di merci utili all’agricoltura o di consumo del coltivatore stesso; i sindacati agrari e le cooperative di consumo addimostrano nell’Italia una vitalità grandissima, sebbene siano solo negl’inizi della loro esistenza. I sindacati agrari hanno una lunga storia in Francia, dove la legge del 1884 ne ha favorito largamente la istituzione, liberandola da impacci; ed anche in Italia la federazione dei sindacati italiani accoglie sotto la sua egida buon numero di sindacati, sia indipendenti, sia fondati dai Comizi agrari, i quali si sono resi grandemente benemeriti all’agricoltura con le compre a buon mercato di semi, concimi, zolfo, solfato di rame chimicamente puri e garantiti contro le frodi così consuete qui dove commercianti astuti cercano di sfruttare in tutti i modi la ignoranza dei contadini. Il relatore Alessandro Garelli efficacemente enumera i mezzi adatti a diffondere la notizia di queste istituzioni ed a renderne meno difficile il funzionamento. I Comizi agrari dovrebbero farsi iniziatori essi, come in parecchi luoghi già si fece, dei sindacati, ed il Governo dovrebbe subordinare a tale condizione i sussidi loro concessi; i professori d’agricoltura nelle loro conferenze dovrebbero dimostrarne la utilità e la necessità; ai sindacati nascenti dovrebbero essere dal Governo gratuitamente concessi i registri principali occorrenti per una bene ordinata contabilità, e quegli altri documenti che meglio possono giovare al suo retto andamento, come uno schema di statuto e di regolamento modello, un capitolato per gli oneri da assumersi dalle Case fornitrici di prodotti, un modulo per la presa di campioni di sementi e di concimi, risparmiando così alle nuove istituzioni quelle incertezze che sono cause di tanti insuccessi e perdite di denaro e di tempo. La dispensa dal pagamento delle imposte, la riduzione delle tariffe ferroviarie pel trasporto dei prodotti utili all’agricoltura destinati ai soci, l’analisi di concimi, di sementi e di terreni a mite tariffa, tornerebbero altresì grandemente utili al prospero andamento ed ai progressi dei sindacati agrari. Dai caratteri essenziali del sindacato di non possedere un capitale sociale diviso in azioni, di non distribuire alcun dividendo ai soci, di non operare per conto proprio, e non assumere obbligazioni commerciali verso i terzi, limitandosi a semplice intermediario fra il produttore ed il consumatore, deriva la necessità di consentire ai sindacati agrari libertà grandissima di movimenti. Il deposito dello statuto e del nome degli amministratori e delle variazioni successive presso il municipio basta perché l’autorità pubblica e gl’interessati conoscano lo scopo dell’istituto e le persone responsabili del suo andamento. Il sindacato, benché operi senza capitale diviso in azioni, abbisogna d’un piccolo patrimonio per provvedere agli arnesi necessari e per costituire un fondo di riserva; non dovrebbe essere obbligato alla tenuta dei libri di commercio, bastando che i conti siano tenuti con regolarità, almeno sino a che lo sviluppo degli affari non lo dimostri utile e necessario. Parimenti non occorrono disposizioni speciali intorno alla responsabilità negli amministratori, i quali, di fronte ai soci, sono semplici mandatari. Con queste forme semplici il sindacato può facilmente penetrare nelle campagne e recarvi grandissimi benefici.

 

 

Nel campo del consumo, in Italia fu ampia l’opera della cooperazione agricola; oltre alla maggiore facilità di diffusione ed alle altre cause che rendono dappertutto più rapido il cammino delle cooperative di consumo, queste nei piccoli borghi o nelle città non manifatturiere trassero origine dalla necessità in cui si trovavano gli artigiani ed i contadini di sottrarsi alle ugne rapaci dei piccoli rivenditori, che alla funzione di commercianti innestano quasi sempre anche quella dell’usuraio. Su 567 cooperative di consumo, 364 erano classificate come rurali, perché vivono o nelle campagne, od in piccole città non manifatturiere, o nei sobborghi delle città maggiori nell’ambito del Comune, ma fuori della cinta daziaria, ed hanno una clientela varia, composta d’ordinario di operai addetti ai mestieri, braccianti e contadini, e spesso di fabbri, calzolai, falegnami. Mentre la mortalità era stata del 44 per cento nelle società urbane a clientela prevalentemente borghese (46 cessate su 105 fondate), del 48 per cento nelle urbane a clientela prevalentemente operaia (47 cessate su 97 fondate), era stata invece solo del 29 per cento nelle rurali (101 cessate su 364 fondate). La distribuzione ne è disegualissima; più di mezza Italia ne è compiutamente priva; l’Italia meridionale, la Sicilia e la Sardegna sono rimaste completamente estranee ad ogni idea di cooperazione di consumo; e le poche cooperative ivi sorte caddero non appena le persone che le aveano iniziate a scopo di propaganda elettorale ebbero raggiunto il loro scopo. Nelle altre regioni i tipi sono fra loro diversi: dal meglio riuscito, il fiorentino, autonomo, escludente il patronato ed i soci onorari, con distribuzione settimanale, smerciante al prezzo corrente, con distribuzione degli utili a fin d’anno, si passa al tipo torinese, dove la cooperativa di consumo è una filiazione od un ramo delle società di mutuo soccorso; qualche volta accetta soci onorari, versa gli utili nelle casse della società madre; dal tipo ligure, dove la società ha scopo di propaganda religiosa e politica, e generalmente vende una sola merce, il vino, destinando gli utili a funzioni religiose, assistenza infermi, uffici funebri, si passa al tipo mantovano, dove la cooperazione di consumo si innesta sulle società cooperative di lavoro e di produzione e ne segue le sorti quasi sempre prospere.

 

 

Ma se nei luoghi dove lo spirito di associazione è meglio diffuso, le società di consumo hanno saputo esercitare una benefica influenza agendo quasi a guisa di calmieri sui prezzi, permane ad ogni modo il fatto doloroso che laddove, per gli abusi del truck system, esse sarebbero più necessarie, ossia, nel Mezzogiorno e nella Sicilia, mancano quasi compiutamente; ed i contadini si trovano costretti a vedersi falcidiata la già scarsissima paga nelle botteghe amministrate a beneficio dei gabellotti.

 

 

Ad altre forme ancora si è piegata la cooperazione nelle campagne; e l’on. Faina ricorda le antiche e consuetudinarie assicurazioni contro il bestiame fra il proprietario ed i mezzadri dei poderi toscani ed umbri; forma peculiare la quale ha la sua radice nel sistema di conduzione agraria e di proprietà fondiaria esistente in quelle regioni, e mal potrebbe diffondersi laddove i contratti agricoli sono diversi; si tratta però di fenomeni isolati a cui dolorosamente si contrappone la quasi assoluta mancanza di società di assicurazione, mentre le poche società esistenti con premi proibitori impediscono ai proprietari di vigne di garantirsi contro i terribili rischi della grandine.

 

 

Dalla esposizione che abbiamo fatto dei risultati della cooperazione nell’agricoltura italiana si vede che siamo appena agli inizi di un’opera che può essere lunga e feconda di bene, quando non si disperdano le forze in scopi irraggiungibili e mal definiti. Nella provincia di Parma è stata instaurata una organizzazione cooperativa complessa la quale può portare grandissimi aiuti all’agricoltura, quando fosse generalizzata in tutta Italia, per mezzo del credito sapientemente concesso, della istruzione agraria largamente diffusa, degli acquisti dei concimi, sementi, macchine ed attrezzi rurali in grande. Solo quando questa organizzazione abbia messo profonde radici nel paese e le cooperative di consumo abbiano permesso agli agricoltori di accumulare un capitale iniziale, solo allora le associazioni di produzione e di vendita potranno saldamente costituirsi ed esercitare una influenza diretta e benefica sui prezzi, eliminando l’intermediazione inutile e dannosa dei commercianti. A poco a poco si potrà giungere ad una organizzazione agraria e commerciale simile a quella della quale ci dà attualmente bellissimo esempio la Danimarca. Ivi la media proprietà coltivatrice dei contadini è largamente diffusa, e l’organismo agrario è quasi intieramente fondato sull’esistenza di un ceto solido di famiglie coltivanti il loro patrimonio indissolubile. Malgrado gli elementi di discordia che esistono sempre in un complesso di elementi indipendenti ed eguali, i contadini danesi hanno saputo elevarsi ad una di quelle che sono considerate come le manifestazioni più perfette del capitalismo moderno. I Trusts, i Kartelle, i Sindacati dei produttori, intesi a regolare la produzione e lo smercio, trovano il loro contrapposto nell’associazione fra i contadini danesi piccoli e medi per la produzione e lo smercio del latte. Invece di lasciarsi sopraffare dalla concorrenza estera, i contadini danesi seppero coll’associazioni delle forze e coll’impianto di perfezionati opifici meccanici conquistare il mercato dell’Inghilterra; ogni settimana i loro agenti nelle principali città inglesi comunicano le quantità necessarie per la settimana seguente; non è possibile per tal modo che si manifestino quegli ingombri del mercato che sarebbero inevitabili in un regime di produzione e di smercio dissociato ed individualistico. Il monopolio capitalistico, contro cui altissime grida levano i democratici ed i populists degli Stati Uniti, si trasforma così, sotto la pressione esercitata da una democrazia rurale intelligente e colta, in un organismo che pur regolando i prezzi salva gl’interessi della società intera e guida le nazioni alla vittoria nella lotta commerciale. L’italia presenta anch’essa il campo necessario perché un organismo simile al sindacato cooperativo danese possa fruttificare e svolgersi largamente; basti ricordare l’impulso che per tal modo si potrebbe dare alla esportazione del vino, delle frutta, degli ortaggi, del pollame, delle uova e degli agrumi. A raggiungere lo scopo fanno difetto i capitali e l’istruzione agraria; e compito primo delle Banche popolari, delle Casse di risparmio, delle Casse rurali, dei Sindacati agrari, delle Cattedre ambulanti e delle Cooperative di consumo è appunto di diffondere, insieme coi mezzi di porli in atto, la conoscenza dei metodi meglio adatti di produzione e di trasformazione dei prodotti agrari.

 



[1] Annali di agricoltura, n. 211: La cooperazione nell’agricoltura. Roma, 1896.

Torna su