La febbre del vivere e la necessità delle rinunce

Tratto da:

Prediche

Data di pubblicazione: 01/01/1920

La febbre del vivere e la necessità delle rinunce

«Corriere della Sera» 11 aprile 1919

Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 143-148

Cronache economiche e politiche di un trentennio[1] (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 200-204

 

 

 

 

A costo di ripetere sempre i medesimi concetti giova tornar sopra ai punti fondamentali della nostra opera di propaganda. Taluno dei lettori avrà forse pensato rivedendo gli stelloncini i quali incitano ad acquistare i buoni del tesoro: siamo in tanta strettezza della pubblica finanza ed in tanta urgenza di bisogno da rendere necessario ai giornali di riprendere quell’opera che essi durante la guerra compievano, quando il governo rivolgeva ai cittadini un solenne appello per sottoscrivere ai prestiti pubblici?

 

 

Poiché questa volta l’appello non viene dal governo, ma è di nostra iniziativa, ci corre l’obbligo di chiarire le ragioni per le quali noi riteniamo che mai come nel momento presente vi sia bisogno, vi sia necessità assoluta di rivolgere a noi stessi, spontaneamente, un pressante invito a recare, ognuno entro i limiti delle proprie forze, denari alle casse dello Stato.

 

 

Viviamo in un momento di agitazione, quasi di sovreccitazione. La fine della guerra guerreggiata ha tolto quella compressione morale la quale costringeva ogni cittadino a frenare se stesso, ad attendere con pazienza, a limitare i propri desideri.

 

 

Rotto il freno, le aspirazioni hanno libero campo, i desideri si sfrenano.

 

 

Ognuno pare senta il bisogno di vivere nuovamente la vita. Non è più la vita antica, che oggi ci pare così serena e lieta; ma una vita nuova la quale deve essere piena, ricca, più di prima. Epperciò tutte le classi si agitano; tutte vogliono qualcosa di più di quel che hanno; non il solo aumento di salario monetario o la sola diminuzione delle ore di lavoro; ma tutto ciò come mezzo per ottenere più godimenti, per vivere una vita più intensa e più alta.

 

 

Gran bene potrà recare al nostro paese questa febbre di vivere meglio, di possedere beni in copia maggiore. Alla radice di ogni miglioramento sociale si trova un desiderio di elevazione. Ma vorremmo che nel tempo stesso non si dimenticasse che ogni godimento presuppone prima un lavoro, che ogni soddisfazione suppone una precedente rinuncia. Non si consuma se non ciò che si è prodotto. Non si godono i frutti se non di ciò che si è prima risparmiato.

 

 

Oggi è una corsa a chiedere sempre nuovi benefici allo Stato. Questo dovrebbe essere il benefattore universale. Dovrebbe aumentare in proporzioni rilevanti gli stipendi di tutti gli impiegati. Anni fa, pareva agli impiegati di toccare il cielo col dito quando ottenevano un aumento del 10 per cento. Oggi chiedono il 50 ed il 100 e par sempre di chiedere poco. Lo Stato dovrebbe dare miliardi per la costruzione delle case, miliardi per la ricostruzione delle terre invase, centinaia di milioni per creare istituti di credito delle più svariate specie. I sussidi alle costruzioni di ferrovie, alle linee automobilistiche, alle bonifiche, ai canali, invece di darsi a pochi milioni all’anno, adesso si vogliono a diecine e centinaia di milioni. In pochi mesi, anzi in pochi giorni dicono si siano assegnati al credito agrario di una sola regione italiana quasi quattro volte tanti milioni di lire quanti in sessant’anni di vita unitaria non si erano assegnati a tutta Italia.

 

 

Tutto ciò potrà anche essere fecondo di bene. Ma purché non ci sia soltanto la febbre nel consumare, nello spendere, nel distruggere. Se ci fosse questa sola, fatalmente produrrebbe effetti disastrosi. Lo Stato sinora ha corrisposto a queste richieste di denaro indebitandosi, nella forma più pericolosa dell’indebitamento, che è la stampa dei biglietti.

 

 

È così facile, è così comodo stampar biglietti e darne a quanti ne domandano! Ma in tal modo andremo a finire come in Russia. Da quattro, da cinque anni viviamo in una atmosfera artificiale, eccitante. Tutti questi biglietti che girano, che passano da una tasca all’altra, hanno dato alla testa agli uomini. Hanno fatto immaginare loro di essere sulla via di arricchire sul serio. Hanno fatto sembrare a portata di mano la felicità, che è sempre poi sfuggita loro dinanzi.

 

 

Bisogna uscire dalla fantasmagoria, dal sogno. Bisogna guardare alle cose vere, non ai loro segni rappresentativi. Il fatto vero è che noi abbiamo minor copia di beni a nostra disposizione; che la guerra ha distrutto, non ha creato ricchezze. Ne ha distrutto meno di quanto fantasticano i disfattisti, i piagnoni sulle sorti dell’Italia ridotta a non possedere più nulla. No, le terre in Italia ci sono ancora e sono ancora coltivate; le case stanno ancora in piedi e sono abitabili; gli stabilimenti continuano a funzionare. V’è solo l’eccezione della zona devastata delle terre invase.

 

 

Ma in generale il reddito delle terre, delle case, delle industrie, dei commerci continua ad essere goduto da italiani, salvo quella relativamente piccola parte, forse un trentesimo, che dovrebbe essere pagata a stranieri per interessi del debito di guerra estero. In complesso la ricchezza materiale nostra non è, salvo che per le terre invase, molto diversa da quella di prima. Il che non vuol dire che spese di guerra enormi non si siano sopportate, che sacrifici di gran lunga superiori a quelli di taluni degli alleati non siano stati durati; e che la ricchezza nostra materiale non sarebbe stata notevolmente diversa da quella che è, se non ci fossimo decisi a sguainare la spada per la difesa della causa giusta.

 

 

Ciò che vogliamo affermare e che le cose materiali i cosidetti capitali, sono alquanto diminuiti, sebbene non in proporzioni terrificanti, in Italia come in Francia e come in Inghilterra da quello che erano prima. Ciò che è sovratutto variato è lo spirito degli uomini, che fanno agire quelle cose morte. Ha ricevuto un gran colpo di frusta; e sotto il suo bruciore ha prodotto cose mirabili durante la guerra. Ma durerà l’effetto utile? Lo spirito di sacrificio, che ci condusse alla vittoria, si trasformerà in un puro spirito di godimento, che annullerebbe i benefici della vittoria?

 

 

Noi speriamo di no. I cittadini savi, previdenti, riflessivi debbono cominciare essi a dare il buon esempio. Ancor dura il bisogno dello spirito di rinuncia, di sacrificio. Bisogna che tutti ci persuadiamo che, per chiedere allo Stato, bisogna prima saper dare. Se non si vuol vivere in un mondo fantastico, di maghi incantatori, fa d’uopo che lo Stato cessi assolutamente di stampar biglietti nuovi. Fecero malissimo gli Stati a ricorrere a questo metodo che, salvo per circostanze eccezionali ed in misura moderatissima, non era neppure necessario durante la guerra. Ma sarebbe criminoso, disastroso se oggi si seguitasse su tal via, dando ai popoli l’illusione di una ricchezza continuamente crescente, mentre crescono solo i nomi delle cose espressi in moneta di carta, e crescono i prezzi, e si esacerbano le contese sociali fra avvantaggiati e danneggiati dalla inondazione della carta.

 

 

Bisogna dunque dare allo Stato. Dare imposte e dare denari a prestito.

 

 

Meglio le prime che i prestiti. Bisogna che con la maggiore urgenza possibile, poiché si trova dinanzi alla camera un progetto organico di riforma dei tributi diretti, esso sia discusso ed applicato. E subito si abbia la sensazione che gl’interessi del debito pubblico saranno pagati con i denari dei contribuenti che possono pagare, appartenenti alle medesime classi sociali le quali detengono i titoli di debito pubblico. Bisogna che subito i bevitori di vino siano chiamati a pagare mezzo miliardo di lire, per far fronte, ad esempio, all’onere delle pensioni di guerra. Per ogni spesa nuova si deve proporre un tributo nuovo. Questa è la sola politica sana e feconda.

 

 

Frattanto urge seguitare a risparmiare ed a portare volontariamente allo Stato biglietti per ritirarne buoni del tesoro. Finché non sia terminata la liquidazione della guerra, il provento delle imposte, comprese le future ed augurabili, non basta a far fronte alle spese. Di qui la necessità della rinuncia, del sacrificio. I Comunisti russi e quelli ungheresi non hanno ancora scoperto un mezzo con cui sopperire alla mancanza del risparmio privato. Gli Stati, gli enti pubblici, i consigli degli operai possono forse produrre un po’ di ricchezza; certamente ne consumano molta. Non è ancora accaduto che essi siano dimostrati capaci a risparmiare. Eppure risparmiare è necessario, se si vuole che la società progredisca, se si vuole che rimanga semplicemente stazionaria. Abbandonati a sé, gli Stati per colmare i loro deficit, non sono buoni ad altro che a fabbricare biglietti. Ossia ad inasprire le condizioni di vita delle maggioranze. Perciò occorre che i buoni cittadini facciano essi ciò che gli Stati non sanno fare; e risparmino molto ed il molto risparmio diano allo Stato: finché lo Stato ne avrà bisogno, diano sempre all’incremento della produzione. Essi dimostreranno col fatto, che, se il lavoro è necessario, se il consumo è lo scopo del lavoro, non meno necessario è quello che si suol chiamare «capitale» o «capitalismo» e che con maggior verità si dovrebbe chiamare «rinuncia» o «capacità ad astenersi dal goder subito ciò che si è prodotto o si possiede» per ottenere poi in avvenire un frutto maggiore.

 

 



[1] Con l’aggiunta del sottotitolo Dare biglietti infruttiferi e ritirare buoni fruttiferi. [ndr]

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