Tratto da:

Prediche

La realtà in cifre

«Corriere della Sera», 10 novembre 1917

Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 109-113

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 582-585

 

 

L’onore e la dignità della nazione, la fedeltà alle alleanze volontariamente conchiuse, la voce dei nostri morti del Carso e dell’Isonzo hanno già stretto tutti gli italiani nel patto solenne di resistenza al nemico. A coloro, i quali non sentono il comando del dovere e vogliono la parola della realtà, fa d’uopo aggiungere che, se, per ipotesi assurda, I’Italia volesse per stanchezza momentanea, abbandonare il campo, essa si gitterebbe in un abisso di miseria e di strettezze economiche senza nome.

 

 

Fa d’uopo guardare in faccia la realtà; e questa ci dice che gli alleati nostri non hanno nessun obbligo, né morale né materiale, di privare se stessi di cose necessarie alla vita, di rinunciare ad un tonnellaggio che ogni giorno per essi medesimi va diventando più scarso per sovvenire ai bisogni di un paese divenuto indifferente alla loro causa, spettatore della lotta a coltello che si combatte tra essi ed i nemici. Non si hanno, per il tonnellaggio, cifre posteriori al 1913, ultimo anno di pace; ma in quell’anno su 16,3 milioni di merci sbarcate in Italia dall’estero, soltanto 4,3 milioni erano state trasportate dalla bandiera italiana. Tutto il resto era venuto su navi battenti bandiera estera. Su 2.324.840 tonnellate di cereali importati in quell’anno nei porti italiani, soltanto 754.700 erano state trasportate dalla bandiera italiana; e della parte residua ben 682.500 tonnellate dalla bandiera inglese e 416.000 dalla bandiera ellenica. Su 10.196.930 tonnellate di carbone solo 1878900 erano venute su navi italiane; 4.016.130 su navi inglesi e 1.520.600 su navi elleniche. Oggi che le flotte mercantili austro-tedesche sono requisite da noi o chiuse nei porti, come potrebbe vivere il popolo italiano, come potrebbero funzionare le sue industrie se noi dessimo alle marine inglese e nordamericana ragione di serbare al proprio paese esclusivamente il tonnellaggio divenuto così scarso?

 

 

Il problema del resto non sorgerebbe neppure; perché mancherebbero derrate e merci da trasportare. Nel 1916 su 291.729 tonnellate di frumento duro importate in Italia ben 285.930 venivano dagli Stati uniti; e nel primo semestre del 1917 su 257.138 tonnellate ben 184.623 tonnellate ci giungevano dagli Stati uniti e 50.076 dalle Indie britanniche. Su 1.538.819 tonnellate di frumento tenero importate nel 1916, gli Stati uniti ce ne fornivano 1.020.140, l’Australia 150.856, il Canada 31.436 e l’Argentina neutrale 316.684. Nel primo semestre del 1917 su 859.758 tonnellate importate dall’estero ben 349.107 ci furono date dall’Australia, 318.979 dagli Stati uniti, 71.215 dall’India e solo 120.447 dall’Argentina. Perché dovrebbero i paesi alleati, i quali riducono i loro consumi e mettono se stessi a razione per combattere il nemico, privarsi di una parte dell’alimento oggi divenuto così prezioso per aiutare chi avesse disertato la loro causa nel momento supremo? Pensino a queste cifre coloro i quali affettano di lasciarsi persuadere soltanto dalla realtà. Questa ci dice che su di noi cadrebbe non solo l’onta e la vergogna, ma la fame, la carestia.

 

 

E come per il pane, per molti altri generi alimentari: per il pesce, ad esempio, noi dipendiamo dagli alleati o dalle loro marine. Su 188.337 quintali di merluzzo e stoccafisso importati nel primo semestre del 1917 l’Inghilterra ce ne mandava 92.842, il Canada 36.183, mentre la neutrale Norvegia poteva darcene 57.158.

 

 

Spaventosa diventerebbe la situazione delle industrie, e milioni di lavoratori dovrebbero essere buttati sul lastrico, se ad esse venisse a mancare quello che fu definito il loro pane: il carbone. Su 8.064.900 tonnellate di carbon fossile importate nel 1916 in Italia, 6.997.100 venivano dall’Inghilterra e 1.056.700 dagli Stati uniti. Su 2.579.500 tonnellate importate nel primo semestre del 1917 l’Inghilterra ce ne fornì 2.297.000 e gli Stati uniti 279.400. Su 97.746 tonnellate di petrolio importate nel 1916 gli Stati uniti ce ne diedero 6; e su 46.469 tonnellate importate nel primo semestre del 1917 ce ne fornirono 46.442. Invano una pace disonorevole potrebbe farci sperare di aver il carbone dalla Germania, dove la produzione da 192 milioni di tonnellate si è ridotta a 120 milioni in ragion d’anno, insufficiente ai bisogni interni ed alle richieste pressanti dei suoi alleati.

 

 

Come calzarci, se nel 1916 su 284.830 quintali di pelli di buoi e vacche crude, secche ne ricevemmo 115.345 dall’India, 25.631 dalla Francia, 13.391 dall’Inghilterra, 2.779 da Aden e se su 81.209 quintali ricevuti nei primi sei mesi del 1917 l’India da sola ce ne mandò per 51.070 quintali? Come tenere in vita l’industria del cotone se su 2.537.000 quintali importati nel 1916 ben 1.852.000 venivano dagli Stati uniti, 545.000 dall’India e 130.000 dall’Egitto; e se su 1.197.000 quintali comperati nel primo semestre del 1917 ne ottenemmo 900.000 dagli Stati uniti, 247.000 dall’India e 48.000 dall’Egitto?

 

 

Poco meglio potrebbe vivere l’industria della lana, poiché circa metà dei suoi approvvigionamenti dipende dai paesi belligeranti. Su 498.000 quintali di lane naturali o sudice importate nel 1916 l’Australia ce ne mandava 203.400, la Gran Bretagna 33.900 e la Francia 5.500; su 75.500 quintali di lane lavate 25.600 venivano dalla Francia e 14.700 dall’Inghilterra.

 

 

Giova conoscere la realtà, non già per sentirci jugulati dagli amici a condurre una guerra non voluta, ma per conoscere bene la sorte che ci attenderebbe ove il coraggio venisse meno, ove fallisse la tenacia nella resistenza. Se Inghilterra e Francia e Stati uniti nuotassero nell’abbondanza di grano, di carbone, di cotone, di ferro, se disponessero di una marina mercantile largamente esuberante ai loro bisogni, e, nonostante ciò, si rifiutassero ad approvvigionarci nel giorno in cui volessimo separare la nostra dalla loro causa, avremmo ragione di parlare, come da taluno stoltamente si fece, di ricatto e di jugulamento. Ma le cose non stanno così. Il tonnellaggio navale va diventando ogni giorno più raro e prezioso; con qual diritto pretenderemmo noi che gli alleati si sottoponessero a privazioni grandi, se noi disertassimo la causa comune? Il grano è dappertutto razionato; e negli Stati uniti il signor Hoover, controllore ai viveri, ha dinanzi a sé un problema singolarmente difficile. Con qual ragione chiederemmo a lui di assegnarci sulle sue scarse disponibilità i 20 od i 30 milioni di quintali, che chiediamo ai soli Stati uniti, senza contare quel che chiediamo all’India ed all’Australia? Si possono costringere i nord-americani a ridurre il consumo del frumento; ma bisogna che essi di ciò sappiano la cagione. Né parrebbe ad essi ragion sufficiente il sovvenire ai bisogni di chi avesse abbandonato la loro causa.

 

 

Stringe il cuore dover ribattere argomenti venuti da parte nemica; e che nessun italiano, il quale abbia senso d’onore ha mai fatti suoi. Ma fa d’uopo chiarire la verità: dovere ed interesse consigliano di non dipartirci dalla via intrapresa, che è la via della resistenza fiduciosa.

 

 

 

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