Le società anonime a catena

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/01/1931

Le società anonime a catena

«La Riforma Sociale», gennaio-febbraio 1931, pp. 78-84[1]

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 247-255

 

 

 

Riproduco, ad illustrazione del sistema della catena, un brano di un mio articolo, pubblicato su queste pagine giusto giusto venti anni or sono (Nuovi favori ai siderurgici? in «La Riforma Sociale» del febbraio 1911):

 

 

«Il metodo può teoricamente schematizzarsi così:

 

 

La società A abbia 60 milioni di capitale (30 milioni azioni da 100 lire l’una e 30 milioni obbligazioni). Delle 300.000 azioni A, 150.001 sono possedute dalla società B.

 

 

La società B ha un capitale di 30 milioni di lire (15 milioni azioni da 100 lire l’una e 15 milioni obbligazioni). Dei 30 milioni 15.000.100 sono impiegati nelle 150.001 azioni A. A loro volta delle 150.000 azioni B, 75.001 sono possedute dalla società C.

 

 

La società C ha un capitale di 16 milioni di lire (8 milioni azioni da 100 lire l’una ed 8 milioni obbligazioni). Dei 16 milioni, 7.500.000 sono impiegati nelle 75.001 di azioni B. A loro volta delle 80.000 azioni C, 40.001 sono possedute dalla società D.

 

 

La società D ha un capitale di 8 milioni di lire (4 milioni azioni da 100 lire l’una e 4 milioni obbligazioni). Degli 8 milioni D, 4.000.100 sono impiegati nelle 40.001 azioni C. A loro volta delle 40.000 azioni D, 20.001 sono possedute dalla società E.

 

 

La società E ha un capitale di 4 milioni di lire (2 milioni azioni da 100 lire l’una e 2 milioni obbligazioni). Dei 4 milioni, 2.000.100 lire sono impiegate nelle 20.001 azioni D. A loro volta delle 20.000 azioni E, 10.001 sono possedute dalla società F.

 

 

La società F ha un capitale di 2 milioni di lire (1 milione azioni da 100 lire l’una e 1 milione obbligazioni). Dei 2 milioni, 1.000.100 lire sono impiegate nelle 10.001 azioni E. E qui la storia può aver fine.

 

 

Quale il risultato della catena?

 

 

Tizio, proprietario di 5.001 azioni F, possiede 500.100 lire del capitale di 1.000.000 della società, e ne è il padrone, avendo la maggioranza delle azioni. Il consiglio d’amministrazione della F, che è una creatura di Tizio, possiede 10.001 azioni E, ossia la maggioranza (1.000.100) del capitale azionario E, che è di 2 milioni. Il consiglio d’amministrazione della E a sua volta possiede 20.001 azioni D, ossia la maggioranza del capitale azionario della società D. Quindi il consiglio della D diventa una creatura della E, che è una creatura della F, che è in mano di Tizio. Il consiglio della D per lo stesso motivo è padrone della società C; e questo della società B, e il consiglio della B è padrone della A; ossia tutta la catena delle società A, B, C, D, E, F è in mano di Tizio e delle sue 500.100 lire.

 

 

Rimangono spogli di ogni potere, e in piena balia di Tizio, tutti gli obbligazionisti, ossia 30 milioni di A, 15 di B, 8 di C, 4 di D, 2 di E e 1 di F, in tutto i possessori di 60 milioni di lire.

 

 

E sono pure dei vassalli i portatori di un capitale azionario

 

 

di 14.999.900 lire della A

di   7.499.900 lire della B

di   3.999.900 lire della C

di   1.999.900 lire della D

di      999.900 lire della E

di      499.900 lire della F

    29.999.400  

 

 

In tutto sono 90 milioni di capitale che sono messi in balia di Tizio, il quale ha investito 500.100 lire nell’affare.

 

 

Il sistema è brevettato americano. Ci vuol molta astuzia e molta furberia per condurlo in porto; e la catena si può completare solo a costo di manovre sapientissime. Andava famoso nell’ordir catene, specialmente coi denari della povera gente, quel Morse, che finì in gattabuia dopo la crisi del 1907; e par che suo emulo fosse, quel Robin, fallito a New York qualche mese fa, trascinando nella rovina tutta una catena di banche e di casse di risparmio (Trust Companies) di cui si era impadronito. Ma anche i Morgan, ecc., e, in generale, i re americani, erano e sono artefici abilissimi di catene. I miliardi di certi re americani sono spesso i miliardi degli altri.

 

 

Come gli altri si lascino metter dentro, è un mistero per chi non sappia che il «capitalista puro» è l’animale più pecora e più credulo che vi sia sulla faccia della terra.

 

 

Il sistema americano delle catene ha un altro schema.

 

 

Sia A una società con 20 milioni di capitale (10 azionario e 10 obbligazionario); e sia B un’altra società pure con 20 milioni di capitale diviso nello stesso modo. In un dato momento i due consigli d’amministrazione, che si trovano in carica, convocano gli azionisti rispettivi e dimostrano, data l’affinità dell’industria, l’opportunità di togliere una concorrenza temibile, ecc., essere conveniente per gli azionisti A d’interessarsi nella società B, e per gli azionisti della B d’interessarsi nella A. Gli azionisti che, finché i dividendi sono buoni, trovano sempre meravigliose le proposte dei consigli, approvano che il capitale azionario della A sia aumentato da 10 a 18 milioni, e che il capitale della B sia pure cresciuto da 10 a 18. Da quel momento gli azionisti possono andare a spasso, perché essi saranno convocati ancora, ma per pure formalità; e la loro volontà sarà lettera morta. Che cosa accade invero? Che gli otto milioni di nuove azioni della A sono assunti dalla società B, che tiene le azioni A nella sua sacristia, e le paga con altri 8 milioni di azioni sue, che sono tenute pure dalla società A nelle proprie casseforti. Capitale nuovo non se ne è creato neppure per una lira; ed è avvenuto un semplice scambio di azioni tra A e B, che diventano azioniste l’una dell’altra. Con le azioni si scambiano gli amministratori. Alcuni della A entrano nel consiglio della B, e viceversa. L’assemblea degli azionisti invero hanno approvato, insieme con l’aumento del capitale, anche l’aumento, naturale e doveroso, nel numero degli amministratori.

 

 

Alla prima assemblea della A, intervengono i vecchi azionisti portatori di 10 milioni di capitale azioni, più la società B, azionista anch’essa e proprietaria di 8 milioni di azioni. Totale capitale 18, maggioranza assoluta 9.000.100 lire. Basta che gli amministratori della società A dispongano di tante azioni per 1.000.100 lire (facendo votare per mezzo di teste di legno) perché la loro maggioranza sia incrollabile. Essi invero già dispongono, per mezzo dei propri compari amministratori della B, degli 8 milioni di lire di azioni della propria società che la B ha in cassa. Altrettanto accade per la società B. Gli azionisti veri possessori di 8.999.900 lire di capitale azionario in A e in B hanno un bello strillare; la loro voce non serve a nulla, poiché essi troveranno sempre contro di sé gli amministratori padroni di 1.000.100 lire di azioni vecchie, e degli 8 milioni di azioni nuove, che erano state create al puro effetto apparente di interessare la A nella B e viceversa. Le azioni di carta opprimono le azioni di capitale; ed a queste nessuna via di scampo è aperta.

 

 

Tanto meno è aperta, in quanto il sistema delle interessenze di una società in altra può essere adottato per altri scopi, utili e legittimi, ed è difficile distinguere questi casi da quello in cui si è voluto una catena a pro degli amministratori in carica.

 

 

Il sistema, americano anch’esso, fu importato ben presto in Europa; e dicesi che in Italia abbia trovato imitatori abilissimi, in grado di far impallidire le glorie degli inventori yankees.

 

 

Gli schemi del sistema delle catene possono variare all’infinito. L’ingegnosità umana raggiunge sommità vertiginose quando si tratta di salvare le apparenze del dogma della sovranità popolare (le assemblee degli azionisti debbono essere proclamate sovrane, sovrattutto quando sono composte di burattini che muovono piedi e gambe e fischiano e urlano ai cenni del burattinaio) ed ottenere nel contempo la sostanza che è il dominio dei furbi sul capitale degli ingenui. Tanto più possono i furbi riuscire nell’intento in quanto si può giustificare il sistema delle catene con le convenienze tecniche ed economiche della coordinazione. Quale esigenza più legittima di quella che mira a coordinare gli sforzi del proprietario della miniera con quelli del fonditore di ghisa, e di questi con quelli del produttore di laminati di acciaio o di rotaie o di fili di ferro? Carnegie, Rockefeller, Morgan, i direttori dei grandi sindacati tedeschi, riuscirono non solo perché ordirono catene, ma anche perché, le loro catene erano intessute di operazioni industriali logicamente incastrantisi l’una nell’altra.

 

 

Le catene di cui noi parlammo e che sono quelle tipicamente americane, sono invece catene puramente speculative. Create per manipolare profitti con valutazioni artificiose delle azioni tenute in portafoglio dai consorti, esse non giovano all’industriale il quale voglia porsi al riparo delle variazioni dei prezzi delle materie prime: bensì ai filibustieri per facilitare l’abuso del credito collo scambio delle firme, per provocare movimenti nei corsi dei titoli federati, le cui cause sono a tutti ignote fuorché ai maneggiatori e le cui vicende paiono provocate a bella posta per facilitare lo scarico dei titoli cari e la ricompra dei titoli deprezzati da parte degli orditori delle trame speculative».

 

 

Nei venti anni trascorsi dal momento a cui di riferivano le precedenti illustrazioni, il metodo della catena si è europeizzato, nazionalizzato, complicato e perfezionato. Invenzione utilissima è stata l’azione a voto plurimo, grazie alla quale non occorre neppure possedere quei pochi milioni effettivi per dominare le assemblee generali. Bastano anche 100 mila lire, investite in azioni privilegiate ognuna delle quali dia diritto a 10 voti, per ottenere lo stesso effetto del milione di prima.

 

 

Si sono inventate inoltre le holding, altra importazione nord americana, che sarebbero società le quali non hanno niente da fare, fuor di possedere le azioni altrui; e le società finanziarie, che pare che siano ancor specie di casseforti, in cui si serrano azioni ricevute in cambio di altre. Ecco uno schema immaginario non disutile a spiegare qualche aspetto del meccanismo delle catene.

 

 

Il punto di partenza è la società madre H (Holding), con 810 milioni di capitale. Leggendo in basso, si vede che il capitale veramente versato da azionisti fu di 400 milioni, tutti impiegati nell’acquistare la maggioranza delle azioni delle cinque società A, B, C, D ed E, le quali sono le sole del gruppo che producono per mezzo dei 400 (100 + 50 + 75 + 80 + 95) milioni ricevuti per azioni vendute ad H e di altri 340 (90 + 40 + 60 + 70 + 80) milioni ricevuti per azioni vendute al pubblico. Il capitale effettivamente lavorante e produttivo è dunque solo quello dei 740 milioni delle società A, B, C, D ed E, versato per 400 dalla H e per 340 milioni da privati azionisti. Di tutto dispone la H, detentrice di 400 su 740 milioni.

 

 

Importa perciò ad un gruppo di finanzieri di non lasciarsi sfuggire il dominio della H; ed a ciò provvede quanto si legge a sinistra[2].

 

 

              Capitale conferito da

 

X       Totale          H

       

Socie-tà madre

       
     

5

115

110

M    

 

 

 

Società

finan-ziarie

e gli altri 410 milioni, figurativi, investiti, mediante scambio di azioni, nelle contro-scritte

H (Hold-ing) con 810 mil. di lire di capi-tale

 

 

di cui 400 milioni versati da azionisti diversi privati ed impiegati nell’acqui-sto di azioni delle contro-scritte

 
 

 

 

Società

di

blocco

X

con 25 milioni di capitale investito nell’

acquisto delle azioni contro-scritte delle Società finanziarie

   

   
 

5

80

75

N    

 

Società produt-

trici

   
 

5

75

70

P    

     

   
 

5

55

50

Q    

   

   
 

5

110

105

R    
 

 

25

435

410

     

 

 

 

 

 
——————————–

  Capitale conferito da Capitale nominale di tutte le società
    H Azionisti privati Totale  
Società produttrici A 100 90 190 25+435+810+740 = 2010
B 50 40 90
C 75 60 135
D 80 70 150
E 95 80 175
TOTALE   400 340 740

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistevano o furono create a bella posta le società finanziarie M, N, P, Q ed R con un capitale di 5 milioni l’una. Contemporaneamente o a breve distanza la società H da una parte e le società M, N, P, Q ed R dall’altra deliberano di aumentare il proprio capitale di 410 milioni: la H da 400 ad 810, le M, N, P, Q ed R da 5 x 5 = 25 pure di 410 (110 + 75 + 70 + 50 + 105) milioni a 435. L’aumento, come spiegato nel mio secondo schema del 1911, avviene mediante scambio di azioni. Denaro non è versato da nessuno, salvo provvisoriamente e formalmente per ubbidire alle prescrizioni di legge. Il tutto si fa per verbali di assemblee, omologazioni di tribunali, giro di scritturazioni; in fine di cui H possiede 410 milioni di azioni M, N, P, Q ed R; e queste posseggono 410 milioni di azioni H. Pure alla fine accade che le società M, N, P, Q, ed R hanno la maggioranza delle azioni (410 milioni su 800) della H e quindi fanno il bello e brutto tempo nelle assemblee generali dei suoi azionisti. A sua volta la H ha la grande maggioranza delle azioni di M, N, P, Q ed R: 410 milioni su 435 e dispone di esse. La situazione è risolta a favore del gruppo che, in un qualunque modo, è riuscito, in un dato momento, ad insediarsi in H. Da quel momento in poi è impossibile sloggiarlo. Padrone per un istante di H, esso fa deliberare gli aumenti di capitale e gli scambi di azioni anzidetti con le società M, N, P, Q ed R ed, attraverso a queste, è perpetuo domino di H.

 

 

Nelle società finanziarie M, N, P, Q ed R il gruppo è padrone assoluto. Nessun azionista indipendente vi penetra. Per 410 (110 + 75 + 70 + 50 + 105) milioni si tratta di azioni immaginarie, poste nelle casse di H. Gli altri 25 milioni sono stati versati dal gruppo per mezzo della società X unica azionista, con H, delle cinque finanziarie. La X è una creazione del gruppo finanziario la quale assicura che la medesima volontà domini nelle M, N, P, Q ed R ed, attraverso a queste, in H e nelle sue affiliate, le sole produttrici, A, B, C, D ed E. Sono i 25 milioni versati dal gruppo in X ed ivi bloccati i veri dominatori della catena. Forse non occorre neppure versare i 25 milioni nelle casse di X. Basta stampare le azioni (anzi scrivere a macchina su carta in bollo il certificato delle azioni) e darle a riporto alle società finanziarie M, N, P, Q ed R certamente autorizzate dallo statuto a prendere a riporto azioni di società affini. Gli azionisti della X, pure restando i padroni dell’affare, riprendono a prestito da M, N, P, Q, ed R i denari che essi avevano versato (per scrittura) ad X, in cambio di azioni X e che X aveva versato ad M, N, P, Q ed R in cambio di azioni della stessa società. Il circolo della dominazione da parte del gruppo è divenuto perfetto senza il versamento di un centesimo. Tutto sta ad essersi per un istante insediati in H. Nasce una fantasmagoria di 2010 milioni di capitale (vedi totale a destra) di cui soltanto 740 milioni produttivi, i proprietari dei quali non hanno voce in capitolo. Il capitolo dei canonici è reclutato per cooptazione da chi non ha versato nulla.

 

 

Lo schema raffigura un caso estremo, difficile ad attuarsi in concreto se non per approssimazione. La realtà è assai più varia e complicata. Spesso le società produttrici (in basso) si mescolano con quelle finanziarie (in alto). Il meccanismo gira in tondo, con deviazioni e ramificazioni complicatissime.

 

 

Talvolta, il sistema della catena, come già osservato nel 1911, ha un fondamento serio in quella, che allora dicevasi «coordinazione», ed ora si chiama «razionalizzazione». Come distinguere i «sistemi» industriali e bancari, in cui cento imprese sono coordinate tra loro per uno scopo di riduzione di costi al minimo; e le «catene» costruite per agevolare i gonfiamenti di capitale e lo spossessamento, con spennacchiamento, degli azionisti veri? Questo è il problema.

 

 



[1] Ristampa parziale di Nuovi favori ai siderurgici?, «La Riforma Sociale», febbraio 1911, pp. 97-112, come introduzione ad un articolo di Edoardo Giretti che segue, nello stesso numero, alle pp. 84-106 [ndr]

[2] Ovvero di seguito [ndr]

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