Le società cooperative di lavoro fra braccianti, muratori ed affini in Italia

Tratto da:

Credito e cooperazione

Data di pubblicazione: 01/03/1896

Le società cooperative di lavoro fra braccianti, muratori ed affini in Italia

«Credito e cooperazione», 1 marzo 1896, pp. 38-40

 

 

 

Il materiale statistico sulle varie forme della cooperazione in Italia era finora poco abbondante. A completare e ad allargare le notizie contenute negli atti della commissione consultiva sulle istituzioni di previdenza ed in varie pubblicazioni speciali per le cooperative di credito, è stata fatta nel 1894 una larga richiesta dalla direzione generale di statistica. Già fu pubblicata in separato volume, in occasione del congresso in autunno scorso e con la cooperazione dell’on. Luzzatti, la statistica delle banche popolari. Ed ora l’illustre prof. Bodio ha regalato agli studiosi ed a tutti quelli che con amore e sollecitudine guardano allo svolgersi delle istituzioni cooperative nel nostro paese, un nuovo volume riboccante di dati preziosi e di ammaestramenti utilissimi[1].

 

 

Le cooperative di lavoro sono forse una delle forme più peculiari all’Italia di tutto il movimento sociale moderno; nascono esse infatti e si sviluppano per opera di speciali condizioni economiche del paese nostro e traggono forza e vigore da disposizioni legislative adottate presso di noi a loro vantaggio. Per lo più sono costituite fra operai braccianti, selciaroli, barocciai, muratori, scalpellini, marmisti, imbianchini, pittori, inverniciatori, stuccatori e simili. Non sono, come si vede, cooperative di produzione sottoposte all’alea della vendita delle merci prodotte, e dipendenti perciò in grado altissimo dalla abbondanza dei capitali, dalla abilità dei direttori ed esposte a tutti i pericoli che fanno naufragare le cooperative di produzione, quando l’opera loro non venga riannodata alle cooperative di consumo. La natura dei lavori è semplicissima; non si richiede il concorso di abbondanti capitali; propenderà la mano d’opera, al più sussidiata dagli strumenti e dagli arnesi indispensabili al lavorante manuale. Nei lavori di sterro, di arginatura, di spaccatura delle pietre, di trasporto di materiali non ha modo di manifestarsi la diversa abilità dei lavoranti e non possono nascere gelosie e sospetti reciproci. Nelle cooperative di lavoro il prodotto della opera comune è quasi tutto convertito in salari; è difficile ed inutile per la natura precaria ed oscillante dei lavori accumulare larghi capitali, e perciò in esse si mantiene più puro e limpido il concetto cooperativo. Ben è vero che alcune società ammettono anche soci non operai, ed alle azioni possedute da questi estranei accordano un dividendo o meglio un interesse. Il numero però dei soci onorari quasi dovunque è piccolo e quasi mai supera il decimo dei soci effettivi; e l’interesse conceduto alle azioni oscilla intorno al 4 od al 5 per cento; saggio modesto, il quale fa presumere che le azioni stesse sieno detenute da persone animate da sentimenti di benevolenza verso le classi operaie e non come impiego di capitali. Conviene osservare che in alcuni casi l’ammissione dei soci non operai è permessa, perché la direzione possa giovarsi del consiglio disinteressato di persone capaci ed esperte nella tecnica dei lavori da eseguire. Del rimanente le società nella distribuzione dei loro utili si informano a criteri strettamente cooperativi; la parte maggiore è dedicata all’aumento dei fondi di riserva, per le malattie, per gli infortuni sul lavoro, per le pensioni. Quello che rimane dopo questi prelevamenti, il cosidetto dividendo al lavoro, è poca cosa, e gli operai non ne fanno gran conto.

 

 

La organizzazione delle cooperative di lavoro è semplicissima: la direzione è coadiuvata nell’opera sua da un comitato tecnico il quale dirige lavori, fissa i salari degli operai; di esso fan parte di solito un ingegnere ed un avvocato estranei anche alla società. Gli operai sono divisi per la esecuzione dei lavori in isquadre; il caporale riceve, oltre alla mercede giornaliera, una quota di un mezzo o di un terzo per cento sui salari pagati agli operai da lui dipendenti. Il lavoro è retribuito per lo più a tempo od a cottimo, a seconda della diversità dei lavori compiuti. Spesso, quando il lavoro incalza, sono impiegati altri operai non appartenenti alla società; e, pur non partecipando agli utili diretti od indiretti derivanti dalla società, essi ricevono la stessa mercede, tanto più che è data la preferenza ai membri di associazioni consorelle di altri luoghi, dove la mano d’opera è meno ricercata.

 

 

La relativa facilità di organizzazione ha dato vivo impulso alle società nostre, ed il seguente specchietto ne offre limpida prova:

 

 

ANNO

Società riconosciute

Cessarono per atto legale

Esistenti a fin d’anno

1884

5

5

1885

3

8

1886

1

9

1887

5

1

13

1889

13

26

1889

38

64

1890

153

217

1891

118

335

1892

65

4

396

1893

79

475

1894

50

3

522

TOTALE

530

8

522

 

 

Oltre a queste esistono alcune società non riconosciute; il loro numero non deve però essere grande se si pensa si vantaggi che loro porta il riconoscimento giuridico; ad ogni modo, tenendo calcolo delle società cessate senza notificazione ufficiale nel Bollettino delle società per azioni, si può affermare che le esistenti sono ancora abbastanza numerose, circa 400. Come sieno distribuite nelle varie regioni italiane ci è detto dalla seguente tabella, compilata da me sui dati contenuti nelle tavole III e IV della pubblicazione ora studiata:

 

 

REGIONE

Numero delle società legalmente costituite

Società esistenti alla fine del 1894

Percentuale delle società tuttora esistenti di fronte alle costituite

Numero delle società non riconosciute esistenti alla fine del 1893

Emilia

185

154

83%

7

Veneto

88

68

77%

Lombardia

76

55

72%

1

Toscana

44

33

75%

1

Roma

42

23

54%

Campania

22

16

72%

Piemonte

21

11

54%

Sicilia

11

9

81%

7

Marche

8

8

100%

7

Basilicata

7

7

100%

Puglie

7

4

57%

Calabrie

6

4

66%

Liguria

6

4

66%

Umbria

6

6

100%

Sardegna

2

2

100%

Abruzzi e Molise

1

1

100%

TOTALE

532

405

76%

23

 

 

Parecchie cose ed assai suggestive ci dicono le cifre esposte qui su. Le cooperative di lavoro si sono diffuse specialmente nelle regioni dell’Italia superiore dove più impera la grande proprietà rurale e dove abitano torme di operai agricoltori avulsi da ogni legame tenace e costante con la terra da essi lavorata. Le maggiori e più resistenti cooperative di braccianti si annoverano nell’Emilia e nel Veneto, in cui più vivo ed acuto è il dissidio tra i coltivatori ed i proprietari della terra, e per la Lombardia, nel Mantovano e nel Cremonese, dove non è spenta ancora l’eco dei memorabili scioperi agrari.

 

 

La crisi agraria, la quale va lentamente corrodendo le forze più vitali dell’Italia, ha avuto anche il suo contraccolpo nella condizione dei lavoratori della terra. La concentrazione della possidenza fondiaria, progredente fatalmente dove la coltura cerealicola od irrigua esige largo impiego di capitali, ha contribuito al sorgere di una nomade schiera di proletari agricoli, i quali non altro possiedono che le proprie braccia, esatta riproduzione delle agricultural gangs dell’Inghilterra. È naturale che dirimpetto alla concentrazione della grande proprietà terriera si sviluppasse una organizzazione salda della classe operaia; e si ebbero le società di resistenza e le agitazioni dei braccianti per ottenere un saggio di mercede più alto. Ben presto però si accorsero gli operai che a poco giovava la lotta contro la possidenza fondiaria, stremata dal ribasso dei prezzi e dall’aumenta delle tasse; e con le cooperative di lavoro si intese a rivolgere a beneficia della gente lavoratrice i guadagni che affluivano prima dispersi in mille numerosi rigagnoli, agli intermediari, ai cottimisti di lavori agricoli. Né il movimento si fermò a tal punto; ma si estese contro gli appaltatori di opere pubbliche governative, provinciali e comunali, contro quella classe di persone che più di ogni altra forse ha saputo giovarsi della grande febbre ferroviaria, stradale ed edilizia, onde fu colpita l’Italia al tempo della cosidetta finanza allegra.

 

 

L’eliminazione dell’appaltatore, mentre non ha portato nessun danno allo Stato, ha posto un freno alla sistematica depressione dei salari, per mezzo della quale il concessionario cercava di rivalersi dei ribassi consentiti all’asta pubblica.

 

 

La crisi edilizia, fattasi acuta specialmente nella capitale del Regno, tolse lavoro a numerosi lavoranti accorsi dalla campagna per impiegarsi nei grandi lavori di ricostruzione e di allargamento delle città italiane; ed anche qui le cooperative di lavoro servirono efficacemente a rendere meno possibili i danni della disoccupazione, distribuendo il lavoro fra tutti gli operai ed impedendo così il formarsi di una classe di operai oziosi, a cui sarebbe stato impossibile il ritorno alla antica vita agricola.

 

 

È doveroso notare che il Governo ha contribuito nel miglior modo possibile a facilitare alle cooperative di lavoro l’assunzione delle opere pubbliche dello Stato. La costituzione legale della maggior parte delle cooperative di lavoro, anche già esistenti prima, data infatti dalla legge 11 luglio 1889, a tutti nota, la quale permise agli operai riuniti in società l’assunzione di lavori non superiori alle 100,000 lire, senza necessità di appalto pubblico e la cauzione. Della facoltà concessa si valsero grandemente gli operai, e non gli operai soli, ché purtroppo astuti imprenditori seppero, sotto il velo delle forme cooperative imposte dal codice, accomodare le cose per modo da tenere per sé la maggior parte dei profitti. Giova sperare che i casi di questo genere non sieno stati molti; è utile però sapere che il numero complessivo delle opere pubbliche concesse alle cooperative di lavoro dopo la sanzione della legge fu di 689 per una somma di lire 11,180,291 distribuite fra 146 società. Il massimo fu raggiunto nel 1890 con 3,622,043 lire; dopo si diminuisce per effetto delle condizioni cattive del bilancio italiano; nel 1894 il numero degli appalti fu di 126, delle società concessionarie 59, per una somma di 1,469,485 lire.

 

 

È difficile giudicare quale influenza abbiano avuta le cooperative di lavoro sui salari dei loro membri; a Roma, dove le indagini della direzione generale di statistica hanno avuto un carattere più generale e più diretto, i salari dei soci lavoratori sono generalmente più alti di quelli degli operai occupati dalla industria privata, specialmente laddove si tratta di lavori più comuni e più soggetti alle influenze deprimenti della mercede. Ad esempio, i soci della società Esquilino fra operai muratori e stuccatari, i quali ora lavorano tutti da muratore, guadagnano lire 3.50 invece di lire 2.50, salario normale nelle imprese private. Nella Società cooperativa generale fra gli operai selciaroli di Roma i maestri di prima classe sono retribuiti con lire 7 al giorno, quelli di seconda classe con lire 6, i battitori con lire 4, i manovali con lire 2.25; le stesse mercedi sono in uso anche nelle imprese private, ma mentre i soci di questa società restano occupati per sei mesi circa, gli operai delle imprese private sogliono aver lavoro per soli 4 mesi.

 

 

Ho già accennato più su, come per un altro verso le cooperative di lavoro sieno state benefiche ai lavoratori; distribuendo per turno il lavoro fra le varie squadre durante la settimana od anche nelle varie ore del giorno, hanno fatto si che gli operai si trovassero occupati per una parte dell’anno e sentissero meno la violenza della crisi economica attuale. Un altro effetto altamente benefico e morale hanno prodotto le cooperative di lavoro; accenno all’accrescersi ed all’intensificarsi della solidarietà fra tutti i lavoratori a giornata appartenenti anche a regioni diverse fra di loro. Un bello e degno esempio ci offrono a questo riguardo il Consorzio delle associazioni cooperative di lavoro e produzione in Romagna (25 società), alla cui testa sta il senatore Buonvicini, la Federazione delle cooperative di lavoro della provincia di Modena (23 società), diretta dall’on. Agnini, ed il Consorzio federativo fra le cooperative della provincia di Rovigo (20 società), presieduto dall’on. Tullio Minelli. Tolgono queste di mezzo la concorrenza fra le varie società federate, determinando i lavori a cui deve concorrere una determinata società e fissando il territorio in cui le altre non possono assumere lavori dallo Stato o dai privati. Se gli operai della società locale non bastano, allora sono impiegati i soci delle altre cooperative; e pei lavori di carattere generale la federazione distribuisce l’esecuzione delle opere equabilmente fra tutte le società. Per tal modo si impedisce la accanita concorrenza che si facevano gli operai a vicenda sotto l’impero degli appaltatori e si dimostra quanto valga la solidarietà e la unione al miglioramento delle sorti della classe operaia. Solo la diffusione di questo profondo sentimento di solidarietà in mezzo a quegli strati di popolazione agricola che vi parevano più refrattari basterebbe a mostrarci quali mirabili e splendidi risultati si possano trarre dalla cooperazione, specialmente quando sia rivolta al raggiungimento di uno scopo concreto e non si oppongano ostacoli pecuniari troppo forti.

 

 

 



[1] Direzione generale della statistica. Statistica delle società cooperative. Società cooperative di lavoro fra braccianti, muratori ed affini al 31 dicembre 1894. Roma, 1895, pag. XXVI-84.

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