Lotta e distruzione

Tratto da:

Prediche

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/11/1919

Lotta e distruzione

«Corriere della Sera» 4 novembre 1919

Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 137-141

 

 

 

«Aumento di produzione, aumento di risparmio, aumento di fiducia» sono le tre chiavi della soluzione del problema sociale nel momento presente. Questa è la conclusione di una profonda ed accurata indagine che una istituzione inglese, la fondazione Garton, qualcosa di simile al Museo Sociale di Parigi ed all’Ufficio di statistica dell’Umanitaria di Milano, condusse colla collaborazione di uomini rappresentativi tratti dalle classi degli imprenditori e degli operai. Il rapporto della fondazione Garton meriterebbe di essere studiato da quanti in Italia, industriali ed operai, si trovano oggi alle prese con i formidabili problemi posti dal grandioso sconvolgimento nei prezzi, nei redditi, nei metodi produttivi, nel tenor di vita a cui noi abbiamo assistito durante la guerra.

 

 

«Aumento di produzione». Gli operai occorre si persuadano che le agitazioni continue, le minacce di scioperi per cause politiche, la limitazione della produttività del lavoro, il malo uso del tempo divenuto libero in seguito al diminuito orario, scemano la produzione e rendono insolubile il problema che si tratta di risolvere. Il salario è una quota parte del reddito netto dell’industria: Le altre parti spettano all’interesse del capitale ed al compenso dei dirigenti. Gli operai possono lottare per crescere la loro quota, ma la loro convenienza di lottare cessa quando i metodi di lotta adoperati hanno per risultato di diminuire la torta comune. Poco importa che la quota spettante agli operai sia passata dalla metà ai due terzi, quando il totale si è ridotto da 100 a 60. Prima, gli operai percepivano 50; dopo, pur ottenendo i due terzi, ottengono soltanto 40. Chi guadagna nelle lotte non aventi un fondamento economico sono soltanto coloro che spingono alla lotta per la lotta, alla distruzione per la distruzione.

 

 

Finora, salvo negazioni aprioristiche, nessuno ha risposto ai dati che, traendoli da fonti ufficiali, riproducemmo su queste colonne sulla enorme diminuzione della produzione delle fabbriche nazionalizzate in Russia. Al Parlamento di Weimar confessioni simili cominciano ad udirsi dalla bocca di ministri. Che vale che «tutto» il prodotto del lavoro spetti ai lavoratori, quando il prodotto intiero si sia grandemente ridotto? Gli operai più istruiti, più abili, quelli che hanno da salvaguardare i risultati di anni di tirocinio e di lavoro, che ottengono buoni guadagni, hanno vivo interesse a riflettere su questa necessità di dare incremento alla produzione. Non che essi debbano rinunciare a nessuna delle loro conquiste, alle loro organizzazioni, alle leggi ed ai contratti collettivi che li tutelano. Non che essi non debbano continuare a lottare per il miglioramento delle loro condizioni. La vita è lotta. Ma essi debbono pensare che la lotta non deve trasformarsi in distruzione della macchina produttrice, la quale temporaneamente sarebbe utile ai facinorosi ed ai poltroni – che essi conoscono e di cui in cuore loro non hanno stima – ma sommamente dannosa a quelli che vogliono lavorare sul serio.

 

 

Non meno gravi sono i doveri della classe imprenditrice. Vi sono purtroppo ancora in Inghilterra, osserva il rapporto da cui abbiamo prese le mosse, e vi sono anche in Italia, aggiungiamo noi, in numero non minore, imprenditori i quali vedono con dispiacere i loro operai guadagnarsi, col cottimo o coi premi, forti salari; ed i quali tentano di ridurre perciò solo le basi del cottimo. Politica a corta veduta. Se l’operaio, in questi casi, guadagna molto, ciò è dovuto ad un aumento di produzione, il quale giova anche al principale. Togliete l’alto salario ed avrete diminuita la produzione.

 

 

Certo, non sempre basta aumentare i salari per ottenere l’incremento di prodotto; ma è dovere degli imprenditori di trovare una linea di collaborazione con le leghe operaie nel senso che il concesso aumento di salario conduca a quell’elevamento della produzione da cui tutto nasce: salario, interesse, profitto, imposte. Né si offendano gli imprenditori se qualche volta, anche in presenza di bilanci cattivi dell’azienda, gli operai si ostinino a chiedere miglioramenti. Facciano un esame di coscienza.

 

 

Veggano se non forse il bilancio si sia chiuso in perdita per propria colpa: metodi di produzione antiquati, impianti invecchiati, personale dirigente inefficace. La domanda di miglioramenti da parte operaia può agire come un colpo di frusta per risvegliare l’impresa dormiente.

 

 

«Aumento di risparmio». Molti non vedono questa verità fondamentale: che la produzione va innanzi non tanto in virtù del capitale esistente, quanto in virtù del capitale nuovo, che si va via via formando. La terra è lì, da secoli. Ma in due o tre anni, se il coltivatore non vi immette concimi, se non rinnova le opere di scolo, se non sostituisce le piante morte o deperite, la produzione scende alla metà, ad un terzo. In dieci anni si riduce a zero. Se in una fabbrica non si impiega ogni anno, continuamente, nuovo capitale, il vecchio macchinario arrugginisce, invecchia. Presto non serve più a nulla. Pochissimi anni bastano per trasformare un opificio che impiegava migliaia di operai e produceva cospicui utili in un ammasso di mura crollanti e di ferraccio inservibile.

 

 

Chi tien viva l’industria è il risparmio nuovo. Mai come in questo momento, in cui tante cose sono da fare e da rinnovare, è stata necessaria una produzione abbondante di risparmio. Ma «risparmio» vuol dire rinunciare a consumar subito, vuol dire produrre molto e consumare meno in oggetti e beni di godimento immediato. Epperciò è necessario che chi risparmia abbia fiducia nell’avvenire, preveda di poter godere del frutto della propria rinuncia. Se la fiducia c’è, il risparmiatore si contenterà del 4 e del 3 per cento di interesse, come accadeva negli anni politicamente tranquilli che volsero dal 1880 fin quasi verso il 1900. Fu l’età d’oro delle classi operaie in molti paesi del mondo. Mai, come allora, i salari reali (in derrate e merci) furono così alti; e mai gli interessi del capitale così bassi. Gli operai hanno interesse a che una condizione simile di cose ritorni. Essi debbono continuare a lottare per il miglioramento delle proprie condizioni. Ma se la lotta sarà condotta in maniera da inspirare ai risparmiatori la fiducia di essere difesi contro le distruzioni e le agitazioni puramente politiche, ben presto la produzione del risparmio diverrà così larga da provocare un ribasso del saggio dell’interesse e quindi un rialzo della quota spettante al lavoro, esecutivo e direttivo, su una produzione più abbondante.

 

 

«Aumento di fiducia». È elemento non meno essenziale, se è vero che le azioni degli uomini sono determinate dalle convinzioni, dal carattere morale di essi. Uno degli aspetti più scoraggianti della vita politica e privata italiana negli anni anteriori alla guerra era il sospetto, il timore di essere messi sotto, di essere sopravanzati in furberia dagli altri. La guerra, che ha messo tanti uomini faccia a faccia col pericolo, colla realtà terribile, deve avere insegnato che la realtà, la verità, la sincerità valgono enormemente più della abilità, della furberia, della doppiezza. Operai e industriali si parlino apertamente, chiaramente. Sempre tra di essi si troverà una maggioranza di uomini di buon senso capace di trovare una linea di accordo provvisorio che tuteli abbastanza l’interesse delle parti e salvaguardi quello della collettività.

 

 

Gli uomini serii e leali e convinti mettano da parte i frenetici, gli esagerati, colore che fanno della retorica in mala fede. Ce ne sono in amendue i campi. Bisogna eliminarli. Le leghe imprenditrici e le leghe operaie, quando siano dominate da uomini ardenti e sinceri, troveranno sicuramente un programma siffatto da garantire alla società di camminare lungo la via del progresso. In parte l’hanno già trovato. Gli uomini migliori della confederazione dell’industria e della confederazione del lavoro, delle varie federazioni di mestiere devono avere il coraggio delle proprie opinioni, il senso della propria responsabilità verso le masse che attendono lavoro, educazione, benessere, e verso il paese, che vuol dimostrarsi degno della conquistata vittoria. Controllo operaio nelle fabbriche, cooperazione, partecipazione ai profitti, sistemi di premio o di salario scientifico; tutto merita di essere studiato, saggiato, messo alla prova dell’esperienza. Poiché solo l’esperienza ci può aiutare a scoprire, attraverso tentativi innumeri, la via giusta. Non certo la scopriremo distruggendo la macchina sociale per vedere come è fatta dentro.

 

 

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