Nazionalismo finanziario
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 24/07/1914

Nazionalismo finanziario

«L’Unità», 24 luglio 1914

 

 

 

Anche l’on. Salandra, che sembrerebbe nemico d’ogni forma di retorica, ha voluto cedere al pregiudizio comune, e chiudendo in Senato la discussione dei provvedimenti tributari, ha dichiarato di non poter accettare l’ordine del giorno del sen. Bettoni circa un prestito all’estero, avvertendo ch’egli di tali prestiti non ne farà mai, perché essi, oltre alla servitù finanziaria, portano come conseguenza anche la servitù politica.

 

 

La frase indubbiamente suona assai bene e sarà accolta con sincero compiacimento da tutti quei buoni patriotti che son pronti a magnificare ad ogni istante la grandezza, la potenza e la ricchezza dell’Italia, e s’indurrebbero d’un tratto a considerarla al livello dell’infimo degli Stati balcanici, schiavi dei loro creditori stranieri, solo per il fatto che a sottoscrivere un prestito nazionale i banchieri francesi, belgi, inglesi e tedeschi fossero chiamati direttamente e non per il tramite delle loro banche domiciliate nella penisola.

 

 

Noi capiremmo che l’on. Salandra assegnasse l’onere di pagare le spese dell’impresa libica a chi l’ha voluta, ricorrendo per questo ad un’imposta straordinaria e non al prestito, che ne riverserebbe il peso sui nostri nipoti; ma non comprendiamo affatto questa ripugnanza assoluta per il prestito all’estero, che ci sembra il frutto d’un vieto pregiudizio, e che produce soltanto l’effetto di sottrarre ingenti capitali alla produzione, pagando ai banchieri nazionali un interesse del 4% per quei capitali che si potrebbero avere all’estero al 3,5% soltanto.

 

 

Alla frase dell’on. Salandra ci sembra perciò opportuno di contrapporre il ragionamento lucido e serrato con cui Luigi Einaudi metteva a nudo l’inconsistenza degli argomenti, che si affacciano per dimostrare la superiorità economica e politica dei prestiti interni sui prestiti contratti all’estero.[1]

 

 

Dopo aver dimostrato che nessuna ragione economica può essere proferita, la quale valga a scrollare la verità del principio: essere conveniente e doveroso verso i contribuenti contrarre il prestito all’estero ad un tasso inferiore, piuttostochè all’interno ad interesse più alto; l’Einaudi sostiene che anche nel caso opposto, quando cioè lo Stato possa avere all’interno un prestito a migliori condizioni che all’estero, è sempre conveniente contrarre un prestito a breve scadenza che permetta di approfittare al momento opportuno delle variazioni del mercato internazionale: «bisogna sopratutto evitare i danni che alla collettività derivano dalla creazione di mercati chiusi in cui il tasso dell’interesse per i mutui pubblici sia più basso di quello vigente per i mutui privati, più basso di quanto naturalmente non sia in ogni luogo per la maggior fiducia che inspira il debitore Stato».

 

 

L’asservimento allo straniero

 

Un’obbiezione si fa ai prestiti esteri, la quale non ha ancora carattere politico, ma puramente «verbale» o «sentimentale». Si dice che uno Stato, il quale si indebiti verso capitalisti esteri, si asserva allo straniero. Ma in realtà il rapporto giuridico di mutuo non è assolutamente un rapporto di servaggio, ma di interdipendenza reciproca, per cui si ignora quale dei due, creditore o debitore, sia maggiormente dipendente dall’altro. Le discorse correnti sulle gazzette quotidiane intorno alla disgraziata condizione dei debitori in confronto ai creditori, dimostrano soltanto l’analfabetismo dei gazzettieri, i quali, nella loro beata ignoranza, immaginano che la delicata fabbrica del credito moderno sia paragonabile al rapporto di usura tra il piccolo prestatore di villaggio ed il povero contadino affamato della Sardegna o della Russia. Oggi, la cambiale d’un industriale o di un commerciante onesto e rispettoso è una merce preziosa che le banche si disputano con accanimento. I debitori buoni sono ricevuti con ogni deferenza ed ossequio dai banchieri, i quali amano conservare la loro clientela.

 

 

Connettere l’idea del servaggio al fatto del prestito estero significa supporre che tutti gli Stati siano cattivi debitori, e come tali debbano essere maltrattati e asserviti dai prestatori di danaro. Ma in realtà vi sono degli Stati, che sono buoni debitori ed altri che sono cattivi: da questi i capitalisti stranieri richiederanno garanzie umilianti; mentre ai primi sono sempre a fare ogni sorta di agevolezze, senza richiedere altra garanzia all’infuori della parola data. Il pericolo del servaggio non sta nel fatto di contrarre il prestito all’estero; ma nell’eventuale mal governo interno.

 

 

I vantaggi dei prestiti all’estero

 

Né si dica che il solo fatto di contrarre il debito all’estero è indice di cattiva situazione economica o finanziaria interna. Al contrario esso è di solito un indice della rigogliosa espansione dei paesi nuovi o da poco assurti a nuova vita industriale, i quali abbisognano, per progredire, del concorso del capitale straniero, essendo insufficiente il capitale nazionale. Alla stregua di coloro che si impressionano delle parole e non badano alla sostanza delle cose, il Canadà e gli Stati Uniti, l’India e l’Australia, il Giappone e la Cina, il Brasile e l’Argentina, la Russia e l’Egitto dovrebbero essere paesi decadenti od asserviti, solo perché si fecero imprestare miliardi dai capitalisti di Londra e Parigi: mentre in realtà l’afflusso di capitale straniero ha giovato a farli potentemente avanzare sulla via del progresso.

 

 

Né, in via normale, v’è da temere che lo Stato debitore, contraendo il prestito all’estero, cada sotto l’egemonia finanziaria e politica dello Stato creditore. Poiché al contrario, il debito estero, essendo stato contratto a più miti condizioni che all’interno, consente di ripartire un’imposta – interessi minori, e sovratutto non depaupera il paese del suo capitale disponibile.

 

 

Il nuovo risparmio interno, invece di investirsi in titoli di debito pubblico, cercherà altri investimenti interni più fruttiferi, agricoli, commerciali ed industriali, contribuendo così all’aumento della ricchezza nazionale, alla formazione di nuovo e più abbondante risparmio, il quale farà scendere anche all’interno il tasso dell’interesse per i valori pubblici, rendendo conveniente il rimpatrio dei titoli di debito pubblico, prima alienati all’estero.

 

 

Si potrebbe obbiettare – osserva a questo punto l’E., che se il risparmio annuale della nazione è insufficiente rispetto ai suoi bisogni per imprese pubbliche e per nuovi investimenti privati ed è perciò necessario ricorrere, per una parte almeno, al credito dei capitalisti stranieri, questo potrebbe esser fatto con uguali vantaggi e senza pericoli di danni politici e morali dai privati piuttostochè dallo Stato.

 

 

Ma la pratica dimostra che lo Stato deve sempre considerarsi, anche in condizioni normali, come un creditore privilegiato, il quale trova credito anche all’interno a condizioni più favorevoli di qualunque privato; ed il suo vantaggio è tanto più sensibile di fronte a capitalisti esteri, i quali possono facilmente conoscere le condizioni di solvibilità e le garanzie offerte dallo Stato contraente, mentre diffidano delle imprese private in paesi poco conosciuti e retti da una legislazione che non è quella del creditore. È dunque di gran lunga preferibile lasciare alle imprese private la parte maggiore del credito interno, mentre lo Stato può ricorrere all’estero in condizioni più vantaggiose.

 

 

Le difficoltà politiche

 

Vi è però contro i prestiti contratti all’estero un’obbiezione di carattere politico di cui si deve tener conto: la considerazione cioè che non tutti i capitalisti esteri, nel prestare ad uno Stato straniero i loro capitali, obbediscono sempre a soli moventi economici.

 

 

I paesi fornitori di capitale alle altre nazioni si dividono però in due categorie, nella prima delle quali, a cui appartengono l’Inghilterra, la Svizzera, il Belgio e l’Olanda, il capitale è quasi perfettamente neutro o apolitico. Sul mercato di Londra, i prestiti si fanno quasi esclusivamente in base a considerazioni economiche, preferendo l’un debitore all’altro solo perché offre, a parità di sicurezza, un interesse più alto.

 

 

In Francia invece sono stretti i legami tra la politica e la finanza; nessun titolo straniero può essere ammesso alle quotazioni di borsa senza il consenso del Governo e principalmente del ministero degli esteri; i banchieri, innanzi di assumere un prestito in Stati stranieri, chiedono il gradimento del loro Governo; e i governanti concedono le quotazioni di borsa per i prestiti di Stati amici o indifferenti; le negano per i prestiti di Stati contrari o nemici.

 

 

La tendenza nazionalista, che vuol dare un indirizzo politico all’impiego dei capitali francesi all’estero e vuol limitarne l’esportazione, ha un successo soltanto parziale, perché i capitali francesi, i quali in apparenza non osano andare in Germania, vi accorrono ugualmente, tratti dal più alto interesse, sotto veste svizzera o belga.

 

 

Ma poiché la tendenza esiste, è evidente che, a parità di tasso d’interesse, è preferibile emettere un prestito su un mercato finanziario puramente economico, com’è quello inglese, piuttostochè su un mercato politico del tipo francese. E può anche darsi che sia più conveniente mutuar denaro a Londra al 3,5 piuttostochè a Parigi al 3%, quando questa differenza in meno si voglia farla pagare con obblighi di riconoscenza o di alleanza o con qualunque restrizione alla libertà politica del paese debitore.

 

 

Ma all’infuori di questa limitazione di carattere politico, resta indiscusso il principio che è sempre conveniente ad uno Stato ricorrere per i suoi prestiti all’estero, quando il tasso dell’interesse sia ivi inferiore che all’interno.



[1] L. Einaudi, La finanza della guerra e delle opere pubbliche, Torino, S. T. E. N., 1914, pag. 223-237.

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