Non comperate!

Tratto da:

Prediche

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/06/1920

Non comperate!

«Corriere della Sera» 19 giugno 1920

Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 173-175

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 803-805

 

 

 

 

Questo grido, che da anni, sin dallo scoppio della guerra italiana, fu ripetuto con monotonia insistente su queste colonne, oggi è divenuto il grido di guerra di milioni di uomini, di leghe di consumatori, di migliaia di giornali. Cominciarono gli Stati uniti a farsene banditori con quel fracasso, in cui sono maestri; e di lì il grido si ripercosse in Inghilterra, in Francia ed ora anche in Italia. Apostoli della prima ora del verbo dell’astinenza, quando il predicarlo provocava derisione e taccia di teorismo, siamo lieti che esso finalmente si sia imposto come una verità incontrastata. Se gli uomini, i quali finora hanno fatto i sordi, ascolteranno il verbo dell’astinenza, un primo notevole passo sarà fatto sulla via del ribasso dei prezzi.

 

 

Tuttavia, ora che il verbo è diventato unanime ed universale, c’è nella sua predicazione qualcosa che turba e preoccupa. «Non consumare» è un imperativo che trae la sua virtù quasi soltanto dall’essere un freno morale, un vincolo che l’uomo mette a se stesso, un limite ai suoi acquisti inutili. Perché esso sia efficace occorre che i consumatori siano persuasi che la cagione del rialzo dei prezzi erano stati precisamente essi, proprio essi consumatori, con la loro sete di compre, con i loro acquisti eccessivi, con la loro smania di possedere subito la cosa il cui consumo poteva essere prorogato. Bisogna che i consumatori, i cui redditi monetari crebbero in confronto all’anteguerra, si persuadano che furono essi ad eccitare, a provocare l’ingordigia degli intermediari e dei negozianti. I prezzi non sarebbero saliti se i consumatori non si fossero l’un l’altro strappata la merce di mano e con le loro domande incomposte non avessero posti i commercianti sull’avviso che essi potevano impunemente rialzare i prezzi. I veri colpevoli delle sofferenze delle classi medie, i cui salari non crebbero, furono gli operai, furono i contadini, furono gli arricchiti di guerra che, offrendo prezzi più vistosi, strapparono di bocca e di dosso ai primi ciò di cui questi avevano bisogno.

 

 

Se i giornali predicassero l’astinenza e il pentimento agli arricchiti, ai contadini ed agli operai, essi farebbero opera moralmente degna e socialmente utile.

 

 

Purtroppo non si vede che questa sia la sostanza intima della predicazione. I giornali socialisti per spirito di distruzione, i giornali borghesi per leggerezza predicano bensì ai consumatori di astenersi dal consumare, ma additano unicamente il responsabile ed il colpevole nell’intermediario e nel bottegaio. Certo, costoro non sono simpatici e qui non se ne vuole prendere le difese. Ma è anche certo che essi non sono la causa del male; che essi hanno soltanto utilizzato a proprio profitto un movimento che aveva la propria radice altrove; nell’arricchimento, reale o monetario, di vaste classi di consumatori e nella frenesia di acquisti da cui costoro erano stati presi.

 

 

Battere soltanto sulla testa di turco degli intermediari e dei bottegai è scambiare la causa vera con lo strumento del rialzo dei prezzi; è eccitare all’odio quando bisogna invece predicare il sacrificio. Il risultato più probabile della presente campagna bandita da giornali contro la classe degli intermediari additata come unica colpevole, per spirito di speculazione, del rialzo dei prezzi, sarà il ripetersi fra poche settimane dei saccheggi e dei tumulti del giugno del 1919. Anche allora, tumulti e saccheggi furono dovuti alla cecità imperdonabile di giornali liberali, i quali ritennero di poter procacciarsi in tal modo popolarità e soppiantare i fogli socialisti nel favore delle folle. Non soppiantarono niente e condussero all’anarchica distruzione di scorte preziose, ad un susseguente rincaro di prezzi ed a più forti guadagni degli intermediari vogliosi di rifarsi delle perdite subite.

 

 

No. La campagna per l’astensione dagli acquisti, se deve essere realmente efficace, non deve essere una campagna di odio, una predicazione fomentatrice di saccheggi e forse di massacri. Su questa via non si risolve nulla. Si fa un fuoco d’artifizio; ed il risultato è negativo. Bisogna che gli uomini facciano invece il proprio esame di coscienza e si chiedano: «possiamo fare a meno di comperare questo o quell’oggetto?» Se sì, si astengano dal comperare. Il fatto dell’astensione costringerà gli intermediari alla resa ed a contentarsi di prezzi minori, durevolmente.

 

 

Ma se invece si dice: «non comperare, perché quel tale negoziante è un ladro» – si eccita ancor più la voglia di possedere quell’oggetto, di possederlo sotto prezzo, di possederlo ad ogni costo. È l’eccitamento al saccheggio a breve respiro, allo spreco, alla distruzione delle merci. Ossia è la preparazione di un nuovo rincaro.

 

 

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